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08 nov 2012

ANALISI DE “LA PERSONALITA’ AUTORITARIA”

ANALISI DE “LA PERSONALITA’ AUTORITARIA”
A cura di Giovanni Polimeni
Premessa
“La personalità autoritaria”, i cui principali autori sono Adorno, Brunswick, Levinson e Sanford, è il risultato di un complesso studio iniziato nel 1944 e terminato nel 1949, anni in cui la Scuola di Francoforte di Max Horkeimer si trovava negli Stati Uniti perché costretta alla fuga dal Nazismo.
L’opera raccoglie i risultati di una ricerca inter-disciplinare sulla psicologia della discriminazione sociale ed in particolare dell’antisemitismo.
Il tema centrale consiste nel supporre che l’antisemitismo fa parte ed è espressione di un’ideologia etnocentrica più complessa e a sua volta legata a una struttura autoritaria del carattere.
L’interesse principale è lo studio intensivo e la definizione di una nuova “specie antropologica”, il tipo autoritario di uomo, che fa confluire al suo interno le idee e capacità di una società altamente industrializzata e credenze irrazionali o anti-razionali.
Lo scopo ultimo è aprire una nuova ricerca che si propone di comprendere i fattori socio-psicologici che hanno consentito più volte alla personalità autoritaria di prendere il posto della personalità
individualistica, autodeterminata e democratica prevalente negli ultimi 200 anni della nostra civiltà.

Il metodo d’indagine

I ricercatori rivolsero i loro studi verso 2099 soggetti Americani di classe media appartenenti ad organizzazioni quali università, sindacati o associazioni di combattenti. Le uniche due eccezioni sono costituite da un gruppo di detenuti della prigione di San Quintino e di ricoverati di una clinica psichiatrica.
I soggetti furono sottoposti a questionari contenenti sia domande riguardo alla loro collocazione sociale e la loro storia, sia soprattutto quesiti che fornissero informazioni sulla loro mentalità, sulle loro fantasie e sulla loro visione del mondo.
Su queste ricerche furono costruite quattro scale di valutazione dei singoli soggetti: la scala dell’antisemitismo, dell’etnocentrismo, del conservatorismo politico-economico e delle tendenze antidemocratiche (del fascismo). Di qui la distinzione tra i soggetti ad alto punteggio più inclini all’autoritarismo e più anti-democratici e quelli a basso punteggio.
Infine, tutto lo studio è stato affrontato tenendo conto sia della necessaria divisione tra indagine “quantitativa” (elaborazione statistica) e “qualitativa” (esplorazione psicologica dei singoli individui), sia della necessità di formulare quesiti attendibili, di escludere elementi di pregiudizio dall’intervistatore o altre influenze al fine di una corretta valutazione.

La teoria della personalità totale

La scuola di Francoforte nasce anche e soprattutto grazie agli studi di Freud sulla psicoanalisi, ed anche in quest’opera è sostanziale la sua teoria sulla struttura della personalità umana, che i ricercatori hanno utilizzato come premessa fondante e guida del loro studio.
Secondo questa teoria la personalità è un’organizzazione più o meno durevole di forze che determinano il comportamento dell’individuo in varie situazioni e alle quali si attribuisce la coerenza del comportamento verbale o fisico. La personalità è organizzata e strutturata, essa sta
“dietro” il comportamento e “all’interno” dell’individuo. Le forze della personalità possono essere inibite e si trovano a un livello più profondo (inconscio) di quelle che si esprimono nel comportamento manifesto; esse sono “bisogni” (spinte, desideri, pulsioni emotive) che variano ed interagiscono con altri bisogni in modo equilibrato o contrastante.
L’importanza della concezione freudiana della personalità come struttura sta nel fatto che “La personalità autoritaria” si propone di scoprire le correlazioni tra l’ideologia e i fattori sociologici del passato dell’uomo, contro ogni l’inclinazione ad attribuire le tendenze nell’individuo ad un qualche elemento “innato”, “connaturato” o razziale” nell’uomo.

Antisemitismo

-Partendo dall’idea che il pregiudizio fosse fondato su fattori nascosti ed interni al soggetto ed alla sua situazione piuttosto che su caratteristiche reali degli Ebrei, gli autori proposero una nuova concezione di antisemitismo visto come una vera e propria ideologia, verso quale un individuo può essere più o meno suscettibile secondo i suoi bisogni psicologici.
L’antisemitismo come ideologia è un sistema relativamente organizzato e stabile e che implica opinioni negative sugli Ebrei (sono privi di scrupoli, esclusivisti, avidi di potere), atteggiamenti ostili (devono venire esclusi, ristretti, posti in subordinazione ai Gentili), e valori morali che ispirano e giustificano tali opinioni ed atteggiamenti, la maggior parte delle volte, in modo contraddittorio e irrazionale.
-Una delle caratteristiche principali dell’ideologia antisemitica è la stereotipia, che assume forme diverse: è una tendenza a generalizzare caratteristiche del singolo individuo, è esprimere accordo con enunciati del tipo “gli Ebrei sono” o “gli Ebrei non fanno”, è un’immagine negativa stereotipata del gruppo come se “conoscerne uno fosse come conoscerli tutti”, è la stereotipia delle relazioni ed esperienze inter-personali, secondo la quale l’Ebreo non è visto o trattato come individuo ma come un campione dell’immagine stereotipata del gruppo.
-Nell’antisemitismo vi sono temi ed idee unificatrici che stanno a base delle opinioni al fine di dare a queste una certa coerenza: la più centrale è l’idea che gli Ebrei costituiscono una “minaccia”.
Questa idea nasce dalla distinzione categoriale e dal contrasto tra “violatori dei valori” (moralmente minacciosi) e “sostenitori dei valori” (moralmente puri).
A questa scala di valori (che comprende la pulizia, l’ordine, la conformità, l’opposizione alla sensualità, all’intrusione, al lusso, all’esibizionismo) è dato un sostegno emotivo particolarmente inamovibile dai soggetti ad alto punteggio, che con altrettanta intensità respingono i supposti violatori dei valori. Tale rigidità fa supporre che questi atteggiamenti superficiali siano dovuti a motivazioni ben più profonde: è il meccanismo che la psicologia chiama “proiezione”.
La proiezione è un meccanismo di difesa consistente nell’attribuire ad altre persone caratteristiche che in realtà sono proprie di noi stessi ma la cui presenza viene ignorata o negata; è possibile che gli antisemiti lottino inconsciamente per inibire in se stessi quelle caratteristiche che (modificate in modo più negativo) trovano negli Ebrei, rivolgendo a loro quella stessa aggressività che rifiutano di rivolgere a se stessi.
-Le ricerche effettuate inoltre mostrano un dato che non poggia su alcuna base logica o razionale: una delle grandi accuse rivolte agli Ebrei è di essere “esclusivisti” e snob, di occuparsi solo dei propri affari e non di quelli dell’intera comunità, di non dare alcun aiuto alla società e di sfruttare gli altri. La richiesta dell’antisemita è che gli Ebrei perdano la loro identità culturale, aderiscano ai modi culturali prevalenti e si conformino alla massa.
La contraddizione sta nel fatto che nel caso in cui un Ebreo sia disposto ad essere “assimilato” questo verrebbe visto (dallo stesso antisemita che lamentava l’esclusivismo) non come un atteggiamento positivo ma come una “interferenza”, una “sete di potere” e una “imitazione”. E’ un paradosso storico ricorrente che coloro i quali richiedono “l’integrazione nel sistema” facciano del loro meglio per impedirla, ciò mostra in pieno l’irrazionalismo (o anti-razionalismo) che permea l’ideologia antisemitica.
-Aspetto dell’antisemita è la presenza di timori giustificazionisti: uno di questi è il timore della contaminazione.
Il timore della contaminazione consiste nella paura che gli Ebrei potrebbero avere un’influenza corruttrice o degenerante se avessero dei contatti intimi o frequenti con i Gentili; aspetti della “contaminazione ebraica” sono il libero amore, il radicalismo, l’ateismo, il relativismo morale, le tendenze moderne nell’arte e nella letteratura, aspetti totalmente assenti nella cultura ebraica.
Questo timore è utile ai Gentili per la razionalizzazione e la giustificazione di diverse contraddizioni evidenti: permette loro di attribuire agli Ebrei la colpa della maggior parte dei problemi sociali e giustifica i sentimenti e le azioni ostili e discriminatorie.
-Importante è il carattere “funzionale” dell’antisemitismo, che spiega come l’Ebreo possa, nell’antisemita, prendere il posto di certi timori infantili verso chi è diverso, verso l’“uomo nero”; spiega inoltre l’esistenza di un antisemitismo “manipolativo”, secondo cui l’individualismo Ebreo rappresenta una provocazione alla stereotipia ed un’accezione nevrotica di quelle relazioni umane di cui l’antisemita è carente.
-L’Ebreo è un “nemico immaginario”, è espressione di una fantasia di onnipotenza dovuta a timori paranoici, egli, nella mente dell’antisemita, è “onnipresente”, rappresenta una persecuzione giacché vuole sottomettere qualunque società o persona con cui viene a contatto.
-Lo scopo dell’antisemitismo, sul piano della psicologia, è lo stesso su cui fecero leva gli scrittori e agitatori antisemiti: esso si basa sull’idea che gli Ebrei costituiscono la chiave di qualsiasi questione, che essi sono tutti uguali e che possono essere riconosciuti come un problema senza eccezione alcuna. E’ proprio questa pretesa ed illusione di onniscienza e sicurezza fra le motivazioni principali dell’attrazione di un individuo (che in altre occasioni si è dimostrato “ragionevole”) all’ideologia antisemitica.
-Una delle più grandi contraddizioni e “dilemmi” dell’antisemita è la discordanza tra il giudizio e l’esperienza: anche se le prove, cioè le esperienze di “contatto”, sono positive o assenti, il giudizio negativo è così forte e radicato nella mente dell’antisemita che non ha bisogno di trovar prove o dimostrazioni.
-Ma non basta essere solo accusatore, l’antisemita vuole essere anche giudice. Il concetto di giustizia, come d'altronde ogni caratteristica di questa ideologia, è del tutto distorto: vi è una totale sproporzione tra colpa e punizione per la quale, anche qualora le accuse verso gli ebrei fossero fondate, non è giustificata il tipo di violenza e la volontà di eliminare l’oggetto del proprio odio per colpe che, se commesse da un Gentile, sarebbero punite in modo umano e ragionevole.

Etnocentrismo

L’etnocentrismo (studiato anche questo come ideologia) è fondato su una distinzione generale e rigida tra gruppo interno e gruppo esterno; esso implica una serie di immagini positive ed atteggiamenti di sottomissione stereotipati riguardo ai gruppi interni, e una divisione gerarchica e autoritaria dell’interazione tra i gruppi, nella quale i gruppi interni occupano una posizione di predominio ed i gruppi esterni una posizione di subordinazione.
Mentre il concetto di “gruppo” è puramente sociologico ed implica concetti come la Nazione o la classe sociale, i concetti di “gruppo interno” e “gruppo esterno” sono socio-psicologici, perché si rifanno all’identificazione o alla controidentificazione di un individuo nel gruppo piuttosto che all’appartenenza formale.
Caratteristiche fondamentali dell’ideologia etnocentrica sono la “generalità” del rifiuto del gruppo esterno, che implica che l’individuo si senta minacciato e sia avverso a tutti quei gruppi verso i quali non prova senso di appartenenza (se non può identificarvisi deve opporvisi), e lo “spostamento” del gruppo esterno tra vari livelli di organizzazione sociale. Secondo questo “spostamento” il mondo è ordinato in gruppi disposti come circoli concentrici intorno al centro di un bersaglio: ogni circolo è una distinzione tra gruppo esterno ed interno, ogni linea è una barriera che separa un gruppo dall’altro. Una “mappa” campione più volte riscontrata è la seguente: bianchi, Americani, Americani nati in America, Cristiani, Protestanti, Californiani, la mia famiglia, io.
Il conflitto tra gruppi è considerato dall’etnocentrico come insolubile, la giustizia e le uniche soluzioni proposte dal gruppo interno sono: liquidare completamente i gruppi esterni, mantenerli subordinati o segregarli.
Il bisogno di un gruppo esterno impedisce agli individui etnocentrici l’identificazione con l’umanità e la capacità di accostarsi agli individui in quanto individui, assumendo la forma politica del nazionalismo ed idee di intrinseca malvagità della natura umana. L’alternativa democratica che si trova nell’anti-etnocentrismo è l’umanitarismo, che non è un astratto “amore per tutti”, ma è la capacità di provare simpatie ed antipatie e di opporsi agli individui solo sulla base di esperienze concrete.

Le tendenze antidemocratiche

Il fascismo (intendendo il termine nel senso lato di anti-democrazia) per avere successo come movimento politico deve possedere una base di massa, e poiché per sua natura non è in grado di dimostrare che potrà migliorare la situazione della maggiorana della popolazione, deve fare appello non all’interesse razionale, bensì ai bisogni emotivi, ai desideri, ai timori primitivi ed irrazionali. Quindi, perché la gente si lascia ingannare tanto facilmente dalla propaganda fascista? Perché all’interno della struttura della personalità di molti individui esistono le potenzialità anti-democratiche, che sono attivate dalla propaganda e dai capi carismatici tenendo conto in ogni momento della psicologia della popolazione.
Secondo questa convinzione è stata avviata la costruzione di una scala che misurasse il pregiudizio senza lasciar trasparire e senza menzionare alcun odio o avversione razziale per le minoranze, al fine di fornire una valutazione valida delle tendenze anti-democratiche e di costruire il quadro dell’individuo “potenzialmente fascista” per avviare un programma di azione democratica.

Conclusioni

Lo studio ha portato ad individuare due modelli di personalità: da una parte il modello autoritario in tutte le sue sfaccettature, dall’altra il modello democratico; tali modelli non sono da considerare in termini assoluti poichè fra l’uno e l’altro si possono distinguere numerose sottovarietà (es. razzisti convenzionali e psicopatici).
In entrambi i modelli le manifestazioni della loro essenza si manifestano in una grande varietà di campi, che vanno dagli aspetti più intimi dell’adattamento familiare e sessuale alle relazioni sociali, alla religione e alla politica.
Nel modello autoritario un rapporto gerarchico, di sfruttamento tra genitore e figlio, tenderà a tradursi in un atteggiamento orientato verso il potere e di dipendenza in vista dello sfruttamento nei confronti del proprio compagno e del proprio Dio, portandolo ad un attaccamento disperato a tutto ciò che appare forte (il gruppo, il partito, la legge, lo stato, la razza ecc.) e un rifiuto di tutto ciò che è relegato al fondo.
Il modello democratico è caratterizzato da relazioni interpersonali affettuose, fondamentalmente egualitarie e permissive, che portano ad un atteggiamento di maggiore flessibilità e ad una potenzialità di soddisfazioni più genuine.
Quali contro-misure adottare contro l’intera struttura dell’atteggiamento del pregiudizio?
Le misure dirette ad opporsi razionalmente alla discriminazione sociale non sono state efficaci, in quanto non ci si può aspettare che gli argomenti razionali producano effetti profondi o durevoli su un fenomeno che è irrazionale nella sua natura essenziale. Anche deviare l’ostilità da un gruppo di minoranza potrebbe essere inutile e controproducente perché, non agendo sulla natura intrinsecamente psicologica del problema, essa si dirigerebbe contro un altro gruppo.
La cura del sintomo piuttosto che del male stesso può, quindi, dare risultati negativi, anche se non è da svalutare tale attività, che può servire a mantenere sotto controllo l’individuo potenzialmente fascista.
Ma, un atteggiamento opposto, dovuto alla diminuzione dello sforzo a causa dell’enormità del problema fondamentale, sarebbe a sua volta negativo perché frenerebbe la ricerca e l’entusiasmo, aprendo la strada all’indifferenza e alla rassegnazione.
In conclusione, la soluzione ottimale è quella di agire sulla struttura della personalità, in un periodo della vita precedente a quello in cui l’individuo manifesta gli atteggiamenti anti-democratici e autoritari.
Anche per questi aspetti della personalità occorre agire sulla crescita del bambino, che deve essere genuinamente amato e trattato come essere umano individuale.
La difficoltà di attuare un’azione corretta consiste nel fatto che questa deve essere praticata soprattutto dai genitori, e non solo è difficile per i genitori etnocentrici, per i quali le misure prescritte sarebbero impossibili, ma anche per i genitori che, con le migliori intenzioni e sentimenti, sono ostacolati dal bisogno di modellare in modo che egli trovi un posto nel mondo così com’è.
La struttura potenzialmente fascista non può, quindi, essere modificata unicamente con la psicologia, in quanto essa, come la nevrosi, la delinquenza e il nazionalismo, è prodotto dell’organizzazione totale della società, che può essere mutato soltanto mutando la società.
Non rivoluzioni violente o riforme sociali, ma l’aumento nella capacità della gente di guardare a se stessa, possono mutare la struttura della personalità affetta da pregiudizi.
E’ importante, in questo senso, non strumentalizzare la psicologia al fine di manipolare la gente; il suo utilizzo però può attuare quella presa di coscienza che permetterebbe agli individui di riconoscere che il fascismo è qualcosa di imposto e contrario ai loro interessi.
E’ proprio il fatto che il modello potenzialmente fascista è in larga misura imposto alla gente a consentire qualche speranza per il futuro.
La speranza è quella che chi ha sempre creduto nella tolleranza, nella democrazia, nella pace, nella concordia dei popoli e nell’umanità, in quanto più felice, possa essere da esempio per il mondo intero.
Se il timore e la distruttività sono le principali fonti emotive del fascismo, l'eros appartiene soprattutto alla democrazia.
 

20 ott 2012

Il mito del «lager dei Savoia» - Corriere.it

Il mito del «lager dei Savoia» - Corriere.it

Ottobre di 50 anni fa:la crisi di Cuba






 


Il 22 ottobre Kennedy annuncia il blocco navale intorno a Cuba.
Nell’ottobre di 50 anni fa la tensione salì alle stelle e si arrivò a un passo dal conflitto nucleare
Joseph Nye*
Questo mese segna il 50 ° anniversario della crisi dei missili di Cuba - quei 13 giorni nel mese di ottobre 1962, che furono probabilmente il momento in cui il mondo andò più vicino a una grande guerra nucleare. Il presidente John F. Kennedy aveva pubblicamente diffidato l’Unione Sovietica dall’introdurre i missili offensivi a Cuba.
Ma il leader sovietico Nikita Kruscev aveva deciso di attraversare surrettiziamente la linea rossa tracciata da Kennedy e di mettere gli americani di fronte al fatto compiuto. Quando un aereo di sorveglianza americano scoprì i missili, scoppiò la crisi.

Alcuni dei consiglieri di Kennedy sollecitarono un attacco aereo e l’invasione per distruggere i missili. Kennedy mobilitò le truppe, ma prese tempo, anche, annunciando un blocco navale su Cuba. La crisi si placò quando le navi sovietiche che trasportavano altri missili tornarono indietro e Krusciov accettò di rimuovere i missili già installati dall’isola. Come disse l’allora Segretario di Stato Dean Rusk: «Siamo stati faccia a faccia, e credo che l’altro abbia appena sbattuto le palpebre».

A prima vista, un risultato razionale e prevedibile. Gli Stati Uniti avevano un vantaggio di 17-a-1 nell’armamento nucleare. I sovietici erano letteralmente disarmati. Eppure gli Stati Uniti non attaccarono preventivamente i siti missilistici sovietici, che erano relativamente vulnerabili, perché il rischio che anche solo uno o due dei missili sovietici colpissero una città americana era sufficiente a dissuadere da un primo attacco. Inoltre, sia Kennedy e Krusciov temevano che le strategie razionali e la cautela nei calcoli potessero sfuggire al controllo. Krusciov ne offrì una vivida metafora in una delle sue lettere a Kennedy: «Noi e voi non dovremmo tirare troppo le estremità della corda a cui è stato legato il nodo della guerra».

Nel 1987, ho fatto parte di un gruppo di studiosi che si incontrarono alla Harvard University, con i consiglieri ancora vivi di Kennedy per studiare la crisi. Robert McNamara, segretario alla Difesa di Kennedy, disse che via via che la crisi si evolveva diventò più cauto. A quel tempo pensava che la probabilità di una guerra nucleare dovuta alla crisi avrebbe potuto essere una su 50 (anche valutò il rischio come molto maggiore dopo aver appreso nel 1990 che i sovietici avevano già consegnato le armi nucleari a Cuba).

Douglas Dillon, il segretario del Tesoro di Kennedy, ha detto che pensava che il rischio di una guerra nucleare fosse circa nullo. Non vedeva come la situazione avrebbe potuto subire un’escalation fino alla guerra nucleare e, quindi, era stato disposto a spingersi più in là con i sovietici e a correre maggiori rischi rispetto a McNamara. Il generale Maxwell Taylor, presidente dello stato maggiore congiunto, riteneva che il rischio di una guerra nucleare fosse basso, e lamentava che gli Stati Uniti avessero lasciato che l’Unione Sovietica se la cavasse troppo facilmente. Pensava che gli americani avrebbero dovuto rovesciare il regime di Castro.

Ma i rischi di perdere il controllo della situazione incisero pesantemente anche su Kennedy, che per questo adottò una posizione più prudente di quella che avrebbero voluto alcuni dei suoi consiglieri. La morale della storia è che un po’ di deterrenza nucleare rende molto.

Tuttavia, vi sono ancora delle ambiguità attorno alla crisi dei missili che rendono difficile attribuirne l’esito interamente alla componente nucleare. Gli Stati Uniti vinsero soprattutto il consenso pubblico. Ma, quanto abbiano vinto, e perché, è difficile da determinare. Ci sono almeno due possibili spiegazioni del risultato, oltre alla resa sovietica al maggior potere nucleare americano. Una si concentra sull’importanza della rispettiva posta in gioco delle due superpotenze durante la crisi: gli Stati Uniti non solo avevano maggior coinvolgimento con la vicina Cuba rispetto ai sovietici, ma potevano anche mettere in campo forze convenzionali. Il blocco navale e la possibilità di un’invasione degli Stati Uniti rafforzarono l’attendibilità della deterrenza americana, condizionando psicologicamente i sovietici.

L’altra spiegazione mette in dubbio la premessa che la crisi dei missili di Cuba sia stata una vittoria assoluta per gli Stati Uniti. Gli americani avevano tre opzioni: uno shoot-out, un rigore (bombardare i siti missilistici), uno squeeze out, ossia un’opzione (imporre il blocco a Cuba per convincere i sovietici a ritirare i missili), e un buyout, un investimento (dare ai sovietici qualcosa che loro volevano) .

Per molto tempo, i partecipanti hanno detto poco sugli aspetti di quest’ultimo punto della soluzione. Ma le prove successive suggeriscono che la silenziosa promessa degli Usa di rimuovere i loro missili obsoleti dalla Turchia e dall’Italia fu probabilmente più importante di quanto si pensasse in quel momento (gli Stati Uniti diedero anche pubbliche assicurazioni che non avrebbero invaso Cuba).

Possiamo concludere che la deterrenza nucleare pesò nella crisi, e che di certo la dimensione nucleare fu centrale nel pensiero di Kennedy. Ma non fu tanto il rapporto tra gli armamenti nucleari a contare quanto il timore che anche poche armi nucleari avrebbero causato una devastazione intollerabile.

Quanto sono stati reali questi rischi? Il 27 ottobre 1962, poco dopo che le forze sovietiche a Cuba avevano abbattuto un aereo di sorveglianza degli Stati Uniti (uccidendo il pilota), un aereo simile incaricato del prelievo routinario di campioni di aria vicino all’Alaska violò inavvertitamente lo spazio aereo sovietico in Siberia. Fortunatamente, non fu abbattuto. Ma, ancora più grave, all’insaputa degli americani, le forze sovietiche a Cuba erano state incaricate di respingere l’invasione degli Stati Uniti e per farlo erano state autorizzate a utilizzare le loro armi nucleari tattiche.

È difficile immaginare che un tale attacco nucleare sarebbe rimasto solo tattico. Kenneth Waltz, uno studioso americano, recentemente ha pubblicato un articolo intitolato «Perché l’Iran dovrebbe ottenere la bomba». In un mondo razionale, prevedibile, tale risultato potrebbe produrre stabilità. Nel mondo reale, la crisi dei missili cubani suggerisce che potrebbe non essere così. Come diceva McNamara, «Abbiamo avuto una bella fortuna».

Traduzione di Carla Reschia

(*) professore ad Harvard, è l’autore di The Future of Power.
Copyright: Project Syndicate, 2012. www.project-syndicate.org

09 ott 2012

Sorvegliare e punire (riflessione di Foucault)

Abstract
La riflessione di Foucault su Sorvegliare e Punire si situa in un preciso momento del suo percorso intellettuale che lo porta ad affrontare il tema secondo una prospettiva del tutto particolare, volta ad evidenziare il legame tra le procedure penali, la costruzione della società e la formazione dell'individuo moderno
«L’uomo di cui ci parlano e che siamo invitati a liberare è già in se stesso l’effetto di un assoggettamento ben più profondo di lui. Un’ “anima” lo abita e lo conduce all’esistenza, che è essa stessa un elemento della signoria che il potere esercita sul corpo. L’anima, effetto e strumento di una anatomia politica; l’anima prigione del corpo». M. Foucault, Sorvegliare e punire. La nascita della prigione, 1975.
Intraprendere la lettura di“Sorvegliare e Punire”1significa confrontarsi con il ruolo che, a partire dai primi anni settanta, lo studio e l’analisi del potere rivestì nelSonderwegfoucaultiano. Il pensatore francese fu, indubbiamente, affascinato dalla politica, che considerava “il tema forse più cruciale della nostra esistenza”2. Questo interesse emerse, con forza sempre maggiore, proprio nel momento in cui le ricerche incentrate sulla problematica del sapere3lo portarono a riflettere - agli inizi degli anni Settanta4, nello stesso momento in cui elaborava le prime congetture attorno al concetto di biopolitica5- su un duplice ordine di questioni direttamente connesse all’approccio ermeneutico e metodologico adottato negli scritti testé elencati. Sotto il profilo del metodo, Foucault era consapevole che l’“archeologia”6, da lui sviluppata nel corso degli anni Sessanta, si limitava a fornire un’analisi sincronica e strutturale senza essere in grado di spiegare diacronicamente e casualmente gli effetti di un determinato sistema concettuale7, ovvero, in ultima istanza, il passaggio da una struttura di pensiero ad un’altra8. Ne risultava una riproblematizzazione degli esiti interpretativi della sua riflessione sviluppata intorno alla tematica del sapere che apriva la porta ad un nuovo sistema di priorità9attraverso il quale si riformulavano le istanze del decennio precedente seguentemente: Come nasce il sapere? Si tratta di qualcosa che produce o che viene prodotto? Quale è il suo rapporto con la società moderna? A partire da queste questioni Foucault, ulteriormente stimolato da una lunga riflessione su Nietzsche10, diede vita a quella svolta metodologica che prenderà il nome di “genealogia”11, ovvero lo studio della “produzione concreta dei discorsi”e dunque della “dispersione di questi in una zona dell’interazione storica che va al di là delle loro matrici di regolarità12”.Lo studioso di Poitiers proponeva, quindi, un nuovo approccio che, una volta applicato puntualmente alla problematica del sapere moderno, lo avrebbe portato a scoprire, per dirla con Gary Gutting,“that changes in thought are not themselves the products of thought”13. Tali mutamenti, infatti, si situerebbero/produrrebbero nella costante interazione “trascendentale”14del sapere con il potere, grazie alla quale è possibile legare al potere stesso – che diviene, partendo da siffatto ragionamento, una delle questioni chiave15della ricerca foucaultiana – una funzione positiva16, dal carattere “creativo”17. Una peculiarità che si eserciterebbe in una forma relazionale immanente ad ogni altro nesso sociale18, in un continuo ed instabile gioco strategico di azione-reazione.
In merito Foucault scriveva:
“Bisogna insomma ammettere che questo potere lo si eserciti piuttosto che non lo si possieda, che non sia privilegio acquisito o conservato dalla classe dominante, ma effetto d’insieme delle sue posizioni strategiche –effetto che manifesta e talvolta riflette la posizione di quelli che sono dominati. D’altra parte, questo potere non si applica puramente e semplicemente, come un obbligo o un’interdizione, a quelli che non l’hanno; esso l’investe, si impone per mezzo loro e attraverso loro; si appoggia su di loro, esattamente come loro stessi, nella lotta contro di lui, si appoggiano a loro volta sulle prese che esso esercita su di loro. Ciò vuol dire che queste relazioni scendono profondamente nello spessore della società, che non si localizzano nelle relazioni fra lo Stato e i cittadini o alla frontiera delle classi e che non si accontentano di riprodurre a livello degli individui, dei corpi, dei gesti e dei comportamenti, la forma generale della legge o del governo; che se esiste continuità (esse, in effetti, si articolano facilmente in questa forma secondo tutta una serie di complessi ingranaggi), non c’è analogia, né omologia, ma specificità di meccanismo e di modalità. Infine esse non sono univoche, ma definiscono innumerevoli punti di scontro, focolai di instabilità di cui ciascuna comporta rischi di conflitto, di lotte e di inversioni, almeno transitorie, dei rapporti di forza19
Si delineerebbe dunque il sorgere e l’operare di una serie di micropoteri i quali, colti nella loro relazionalità – necessariamente situata su uno specifico campo storico - andrebbero a definire un’autentica “microfisica”del potere20. Quest’ultima, analizzata nel corso dell’età moderna, si manifesterebbe come “un’insieme di elementi materiali e di tecniche che servono da armi, collegamenti, vie di comunicazione e punti di appoggio alle relazioni di potere e di sapere” aventi come oggetto – e qui si potrebbe parlare d’intuizione/scoperta21fondamentale - il corpo22umano, investito ed assoggettato, in quanto oggetto di sapere, dalla“micro-meccanica” costitutiva di quello che si estrinsecherebbe come un autentico “corpo politico23”.Sarebbe quindi il corpo umano – da qui buona parte della problematica connessa al ragionamento di Sorvegliare e Punire –l’ente moderno su cui si esercitano le relazioni di potere-sapere. Esse, tuttavia, data la loro peculiare natura storica, opererebbero attraverso delle specifiche tecnologie capaci di plasmare, piegare ed assoggettare il corpo, di renderlo forza utile e produttiva24. Tali tecnologie “politiche” (in quanto relative al “campo politico” in cui è immerso il corpo) sarebbero in grado– con la loro pervasiva ubiquità - di produrre la stessa “anima25”dell’uomo moderno e di determinarne le stesse forme ed i campi di conoscenza (“soggetto” compreso)26. Il compito dello studioso consisterebbe dunque nell’ “individuare e far emergere27”queste modalità di controllo dei corpi, tra le quali particolare importanza – ai fini della caratterizzazione dell’età moderna - rivestirebbero le “tecnologie disciplinari28”e, con esse29, l’istituzione del carcere30, apparentemente neutra ed indipendente rispetto al potere politico31.
Fatta questa premessa sarà dunque ora più semplice comprendere come e con quali motivazioni intellettuali32Foucault si accinse, nel corso del 1974, a scrivere “Surveiller et punir. Naissance de la prison”.Obiettivo dichiarato del lavoro in questione33era:
“una storia delle correlazioni tra l’anima moderna e il nuovo potere di punire; una genealogia dell’attuale complesso scientifico-giudiziario dove il potere di punire trova le sue basi, riceve le sue giustificazioni e le sue regole, estende i suoi effetti e maschera la sua esorbitante singolarità34”.
Lo scopo testé indicato veniva perseguito secondo quattro regole generali:
“1. Non centrare lo studio dei meccanismi punitivi sui loro effetti “repressivi”,sul solo lato di “sanzione”, ma collocarli in tutta la serie degli effetti positivi che essi possono indurre, anche se, al primo sguardo, marginali. Considerare di conseguenza, la punizione come una funzione sociale complessa”
“2. Analizzare i metodi punitivi non come semplici conseguenze di regole di diritto o come indicazioni di strutture sociali, ma come tecniche aventi una loro specificità nel campo più generale degli altri processi del potere. Assumere, sui castighi, la prospettiva della tattica politica”
“3. In luogo di trattare la storia del diritto penale e quella delle scienze umane come due serie separate, il cui incrociarsi avrebbe sull’una o sull’altra, forse su entrambe, un effetto, come si voglia perturbatore o utile, cercare se non esista una matrice comune e se entrambe non derivino da un processo di formazione “epistemologico-giuridico”;in breve, porre la tecnologia del potere come principio dell’umanizzazione della penalità e della conoscenza dell’uomo”
“4. Indagare se questo ingresso dell’anima sulla scena della giustizia penale, e con esso l’inserzione nella pratica giudiziaria di tutto un sapere“scientifico”, non sia effetto di una trasformazione del modo in cui il corpo stesso è investito dai rapporti di potere35”.
Partendo da tale prospettiva Foucault osservava un fondamentale cambiamento dello stile penale tra la metà del Settecento ed il ventennio 1830-1848. I supplizi, attraverso i quali si caratterizzava come “spettacolo”36il castigo che veniva imposto al reo fino al XIX secolo37, lasciavano posto ad una punizione volta ad agire in profondità nel cuore, nel pensiero, nella volontà e disponibilità del criminale: una pena che stabiliva la sua presa sull’anima38. La domanda che ne emergeva era: come era potuto avvenire questo passaggio? A quale esigenza storica e logica rispondeva? Lo studio di Foucault, su siffatta scia, si rivolgeva all’esame – da svilupparsi secondo le regole generali sovraenunciate - delle differenti figure di punizione esistenti tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo. Ne emergevano “tre maniere di organizzare il potere di punire” chiaramente distinte e diversamente motivate. La prima, il “supplizio penale”, rappresentava la dimensione paradigmatica39attraverso cui si manifestava la punizione per i reati gravi nell’Ancien Régime. Si trattava di una pena con le sue regole e che non doveva essere assimilata “all’estremismo di una rabbia senza legge”.Essa era:
“una produzione differenziata di sofferenze, un rituale organizzato per il marchio delle vittime e la manifestazione del potere di chi punisce; non è per nulla la esasperazione di una giustizia che, dimentica dei suoi principî perda ogni ritegno. Negli eccessi dei supplizi, è investita tutta una economia del potere”40
Centro di questa economia era il corpo che - anche per il sospettato41- costituiva il punto di applicazione del castigo ed il luogo di estorsione della verità: un corpo “interrogato”,che doveva riprodurre la verità del crimine42. Il che era possibile in quanto si trattava di un orizzonte penale che non obbediva ad alcun sistema dualistico – Vero o Falso –ma ad un principio di graduazione continua: “un grado raggiunto nella dimostrazione43formava già un grado di colpevolezza e implicava per conseguenza un grado di punizione44”.Secondo la stessa logica era possibile “cominciare a punire in virtù delle indicazioni già raccolte e servirsi di questo indizio di pena per estorcere il resto di verità ancora mancante45”.Proprio per questo l’esecuzione pubblica delle pene presentava precisi aspetti direttamente connessi alla “visibilità”del corpo del suppliziato sul quale, altresì, avveniva l’epifania del potere politico. Il delitto infatti comportava una lesione momentanea della sovranità del sovrano, il quale, attraverso la legge, veniva colpito dal crimine. In ogni infrazione vi era dunque “un crimen majestatis46che doveva essere “vendicato47”attraverso la riaffermazione pubblica del potere del sovrano, che, in quanto tale, avveniva come spettacolo dello squilibrio e dell’eccesso, a dimostrazione della superiorità intrinseca – di diritto e di fatto –del principe. L’obiettivo del supplizio era dunque quello di“rendere sensibile a tutti, sul corpo del criminale, la presenza scatenata del sovrano. Il supplizio non ristabiliva la giustizia, riattivava il potere”48. Da qui una duplice finalità:
“Il supplizio fa parte della procedura che stabilisce la realtà di ciò che viene punito. Ma c’è di più: l’atrocità di un crimine è anche la violenza della sfida lanciata al sovrano; è ciò che scatenerà da parte sua una replica che ha funzione di rincarare questa atrocità, di padroneggiarla, di vincerla con un eccesso che annulla. L’atrocità che ossessiona il supplizio gioca dunque un doppio ruolo: il principio di comunicazione del delitto con la pena, è, d’altra parte, l’esasperazione del castigo in rapporto al crimine. Assicura nello stesso momento lo splendore della verità e quello del potere; è il rituale dell’inchiesta che si compie e la cerimonia dove il sovrano trionfa. Ed essa li riunisce nel corpo del suppliziato49”.
Quindi il supplizio come“spettacolo”, “cerimonia”, manifestazione del potere sovrano e della sua forza aventi come oggetto il corpo del reo. Ma il quadro non è completo. Foucault chiosava compiutamente la peculiare dinamica di queste “scene di terrore” grazie all’analisi del ruolo svolto da un attore fondamentale: il popolo. Si trattava di un soggetto dalla veste ambigua, che oscillava tra l’essere mero spettatore e l’assumere una parte propriamente attiva. Quest’ultima poteva esternarsi attraverso un “concorso” tollerato alla“vendetta” del re50, inserita all’interno del supplizio, o in un’aperta rivolta indirizzata ad impedire un’esecuzione ritenuta ingiusta. In tal caso il popolo riusciva a mettere in evidente difficoltà il potere sovrano, snaturando l’atmosfera ed il senso della cerimonia:
“Si vedeva chiaramente che il grande spettacolo delle pene rischiava di essere sovvertito da quelli stessi cui era diretto. Lo spavento dei supplizi accendeva in effetti focolai d’illegalità…ma soprattutto - ed è qui che gli inconvenienti divenivano un pericolo politico –mai quanto in questi rituali che avrebbero dovuto mostrare abominevole il crimine ed invincibile il potere, il popolo si sentiva vicino a quelli che subivano la pena, ma esso si sentiva quanto loro, minacciato da una violenza legale che era senza equilibrio né misura51”.
Da questa peculiare atmosfera ne risultava una solidarietà “di fatto” della maggioranza della popolazione con i piccoli delinquenti comportante la crescita di un certo “illegalismo popolare” che, oltre a far paura al potere ed a renderne meno efficace i mezzi (da cui un problema di inefficacia punitiva connesso alla pratica dei supplizi), sfociava spesso in un’esaltazione della figura del criminale, il che, nella peculiare dinamica storica dell’epoca (lo sguardo di Foucault si focalizza in merito sul XVIII secolo) assumeva una ben determinata “pericolosità” politica e sociale. L’Ancien Régimesi era, infatti, caratterizzato per l’esistenza di un ampio margine di “illegalismo tollerato”, di cui beneficiavano i diversi strati sociali e che, nel caso del popolo, assumeva i tratti di un autentico “illegalismo necessario” in quanto, grazie alla sua peculiare economia, andava a definire le stesse condizioni di esistenza dei bassi ceti. Era, altresì, possibile discernere un legame diretto con la criminalità che, al medesimo tempo, definiva la forma estrema e il pericolo interno di tale atteggiamento popolare52. Un danger53che cresceva con l’avanzare del XVIII secolo e che andava a impattare con i profondi cambiamenti connessi al divenire della società borghese. Il che aveva comportato alcuni interessanti evoluzioni sul piano quantitativo e qualitativo. Riguardo al primo veniva evidenziata una diminuzione dei delitti di sangue e delle aggressioni fisiche mentre riguardo al secondo era possibile evidenziare il passaggio da un illegalismo rivolto ai “corpi”ad un illegalismo indirizzato ai “beni”54. Tale trasformazione - oltre ad essere connessa ad “una modificazione del gioco delle pressioni economiche, da un innalzamento generale del livello di vita, da un forte incremento demografico, da una moltiplicazione delle ricchezze e delle proprietà e dal bisogno di sicurezza che ne è conseguenza”55– veniva in luce grazie al fatto che nella nuova società borghese – definita da una “proprietà terriera assoluta” e dal massiccio investimento commerciale e industriale – non è più possibile vivere grazie ad un “illegalismo dei diritti” (abbandono di antichi obblighi e consolidamento di pratiche irregolari56) non più consentito, con la conseguenza di un massiccio ricorso al furto ed ad altre pratiche delittuose ai fini di sopravvivenza e di esasperata ritorsione. Emergeva, dunque, un “illegalismo dei beni57”che la borghesia considerava esiziale ed insopportabile e che appariva difficilmente arginabile attraverso la vecchia ed inefficiente pratica del supplizio che nello stesso momento storico subiva gli attacchi dei riformatori58. Su questa scia veniva progressivamente a formarsi una nuova strategia per l’esercizio del potere di castigare:
“E la riforma propriamente detta, quale viene o formulata nelle teorie del diritto o schematizzata nei progetti, è la ripresa politica o filosofica di questa strategia, con i suoi obiettivi primari: fare della punizione e della repressione degli illegalismi una funzione regolare, suscettibile di estendersi a tutta la società; non punire meno ma punire meglio59, punire con una severità forse attenuata ma per punire con maggior universalità e necessità; inserire nel corpo sociale, in profondità, il potere di punire”60
La Riforma penale del XVIII secolo nasceva quindi “nel punto di giunzione tra la lotta contro il “superpotere” del sovrano e quella contro l’“infrapotere” degl’illegalismi conquistati e tollerati”. Cosa determinata dal fatto che “tra quel superpotere e quell’infrapotere si era annodata tutta una rete di rapporti”; proprio la forma della sovranità monarchica - con il suo potere illimitato, ma discontinuo ed irregolare – lasciava campo ad un illegalismo endemico, che era come il “correlativo di quel tipo di potere61”.I supplizi, dunque, venivano criticati aspramente nel corso dell’età dei lumi in quanto era proprio durante quella “barbara cerimonia” che si congiungevano visibilmente i due poteri. Da qui l’esigenza, secondo Foucault, di un’umanità delle pene come regola da dare ad un regime di punizioni capace di stabilire dei ben precisi limiti a questi due poteri dalla intrinseca natura parossistica:
“L’uomo62che si vuole far rispettare nella pena, è la forma giuridica e morale data a questa duplice delimitazione”63
Ciò che, la riforma penale del XVIII secolo voleva costituire, grazie al lavoro dei“grandi riformatori”, era, dunque, una seconda maniera di organizzare il potere di punire, definibile nei termini di una “pena rappresentativa”. In essa il diritto di punire veniva spostato“dalla vendetta del sovrano alla difesa della società”nello stesso momento in cui veniva introdotto un principio di“sensibilità” nel castigo per evitare il ritorno ad un superpotere terribile ed illimitato, capace di travolgere con i suoi “effetti di ritorno”64l’intera società borghese. Da qui la perorazione delle“punizioni umane”:
“Se la legge deve trattare umanamente colui che è fuori natura…la ragione non si trova in una umanità profonda che il criminale nasconderebbe in se stesso, ma nella necessaria regolazione degli effetti di potere”65
Il fine era quello di calcolare una pena in funzione non del crimine, ma della sua possibile ripetizione:
“Non mirare all’offesa passata ma al disordine futuro. Fare sì che il malfattore non possa avere né la voglia di ricominciare, né la possibilità di avere imitatori. Punire sarà dunque un’arte degli effetti…Che la punizione riguardi l’avvenire e che una almeno delle sue funzioni principali sia prevenire, era da secoli, una giustificazione corrente del diritto di punire. Ma la differenza è che la prevenzione che ci si attendeva come effettodel castigo e della sua risonanza –dunque della sua dismisura – tende a divenire ora ilprincipio66della sua economia e la misura delle sue giuste proporzioni…L’esempio non è più un rituale che manifesta, è un segno che ostacola67”.
In tale prospettiva i segni diventano la tecnica attraverso la quale si influenzano e si codificano i comportamenti. Ecco, dunque, il senso in cui era possibile parlare di una “pena rappresentativa”; ovvero di un castigo che utilizzava la semiologia come strumento mirante alla sottomissione dei corpi attraverso il controllo delle idee68. Ne emergeva un modello capace di evidenziare le potenzialità dei “poteri sottili”, in opposizione al passato sistema dei supplizi. Essi si rivolgevano al controllo dello “spirito”in quanto in esso si situava la vera chiave per il controllo della società:
“…bisogna che le idee di delitto e castigo siano legate fortemente e si succedano senza intervallo…Quando avrete formata in questo modo la catena delle idee nella testa dei vostri cittadini, potrete allora vantarvi di guidarli e di essere i loro padroni. Un despota imbecille può costringere gli schiavi con catene di ferro; ma un vero politico li lega assai più fortemente con la catena delle proprie idee; è al piano fisso della ragione che egli ne attacca il primo capo; legame tanto più forte perché ne ignoriamo la tessitura e lo crediamo opera nostra. La disperazione ed il tempo corrodono i legami di ferro e di acciaio, ma nulla vale contro l’unione abituale delle idee, non fanno che rinserrarsi sempre più; sulle molli fibre del cervello è fondata la base incrollabile dei più saldi imperi”69.
1 Titolo originale Surveiller et punir. Naissance de la prison, Gallimard, Paris 1975; trad. it. – da cui saranno tratte d’ora in avanti le citazioni per il presente scritto – Sorvegliare e Punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1993.
2 Nel corso di un celebre dibattito con Noam Chomsky (1971), Foucault alla domanda “perché si interessa così tanto di politica?” rispose come segue: “Perché non dovrei esserne interessato? Quale cecità, quale sordità, quale sostrato ideologico potrebbero avere il potere di impedirmi di interessarmi al tema forse più cruciale della nostra esistenza, ovvero la società nella quale viviamo, le relazioni economiche con le quali funziona e il sistema che definisce le forme regolari, i permessi e i divieti che sorreggono normalmente il nostro comportamento? Dopo tutto, l’essenza della nostra vita è costituita dal funzionamento politico della società nella quale siamo inseriti”. Noam Chomsky, Michel Foucault, Della natura umana. Invariante biologico e potere politico, Derive ed Approdi, Roma 2008, pag.46.
3“Le Parole e le Cose” (1966); “l’Archeologia del Sapere” (1969); “L’ordine del discorso” (1971).
4 Il contesto storico dell’epoca ebbe a sua volta una forte influenza nel far emergere la questione del potere. Si pensi agli effetti del maggio del 1968 ed a quelli della partecipazione diretta di Foucault ai lavori del “Gruppo di Informazione sulle Prigioni” nel 1971. In merito si veda Ester Diaz, La Filosofia de Michel Foucault, Biblos, Buenos Aires, 2005, pag. 77.
5“Le terme de biopolitique, apparaît en octobre 1974 dans la conférence donnée par Michel Foucault à l’Institut de Médecine sociale de l’Université de Rio à travers le thème du contrôle capitaliste du corps : « Le contrôle de la société sur les individus ne s’effectue pas seulement par la conscience ou par l’idéologie, mais aussi dans le corps et avec le corps. Pour la société capitaliste, c’est la bio-politique qui importait avant tout, le biologique, le somatique, le corporel. Le corps est une réalité bio-politique ; la médecine est une stratégie bio-politique »”. Bernard Andrieu, La fin de la Biopolitique chez Michel Foucault, in Le Portique. Revue de Philosophie et de Science Humaine, mis en ligne le 15 juin 2007, Consulté le 27 avril 2010, par.7, in http://leportique.revues.org/index627.html.
6 L’archeologia “esamina i processi di rarefazione e di raggruppamento dei discorsi, come pure le procedure di controllo e di esclusione attraverso le quali vengono a costituirsi i territori del senso e della verità”. Stefano Catucci, Introduzione a Foucault, Laterza, Bari 2008, pag. 83.
7“Although archaeology is quite capable of describing the conceptual system underlying a practice, linguistic or not, it is not suited to descrive the effects of a practice. It is a structural, synchronic mode of analysis, not a causal, diachronic method” Gary Gutting, Foucault. A very short introduction, Oxford University Press, New York 2005, pag. 45.
8 Il primo a sollevare, sia pur parzialmente, questa problematica fu Raimond Aron in un celebre colloquio avvenuto l’otto maggio 1967 all’interno di un programma radiofonico dell’emittente “France Culture”, ora in Jean-François Bert (edité par), Raimond Aron Michel Foucault, Dialogue, Ligne, Paris 2007, pp.19-20.
9 Scrive in merito Stefano Catucci: “Il passaggio dalla prospettiva archeologica a quella genealogica corrisponde in Foucault precisamente al riassestarsi di un sistema di priorità che segue lo spostamento dei suoi studi dal piano dei discorsi, considerati nella loro relativa autonomia, a quello dei loro effetti, visti di necessità in un contesto di pratiche, relazioni e riferimenti che non consentono ormai di isolare neppure dal punto di vista metodologico la dimensione ristretta della discorsività”. Id, op.cit, pag. 82.
10 In merito si veda Michael Mahon, Foucault’s Nietzschean genealogy: truth, power and the subject, State University of New York Press, Albany 1992, pp.1-18.
11 Si veda in merito Hannelore Bublitz, “Geheim Rasereien und Fieberstürme” Diskurstheoretisch-genealogische Betrachtungen zur Historie in Jürgen Martschukat (Hg.), Geschichte schreiben mit Foucault, Campus Verlag, Frankfurt/Main, 2002, pp.29-41
12 S. Catucci, op.cit., pag. 83.
13 Gary Gutting, op.cit., pag. 44.
14 Da intendersi, in questo caso, come non-pensabilità del sapere al di fuori di una relazione di potere e viceversa, tanto che Foucault si esprimerà proprio a partire da “Sorvegliare e Punire” in termini di “sapere-potere”. Il concetto di trascendentale in Foucault è altamente controverso, in quanto tutto il lavoro di Foucault può, da una determinata angolazione, essere visto come il tentativo di storicizzare il trascendentalismo kantiano, emendandolo da ogni riferimento alla soggettività. Allo stesso tempo lo stesso Foucault confessava a Preti, nel 1972, che un riferimento al trascendentale –sia pur “storicizzato” - sarebbe stato inevitabile nella sua opera. Si veda in merito Béatrice Han, Foucault Critical Project. Between the trascendental and the historical, Stanford University Press, Stanford, 2002; S. Catucci, op.cit., pp. 11-12.
15 Il problema – e non la soluzione - del potere sarebbe rimasto nel cuore della riflessione foucaultiana per tutti gli anni Settanta. Si veda Stefano Cantucci, op.cit., pag. 87.
16 In merito è sottolineare come questa positività/produttività del potere sia direttamente connessa ad una sua relazione con la libertà. Scrive in merito Judit Revel “…è precisamente nella misura in cui Foucault rende indissociabili potere e libertà –indissociabili non vuol dire uguali, non vuol dire identici e non vuol dire confusi – che si può riconoscere al potere un ruolo che non è soltanto un ruolo repressivo, coercitivo, ma anche produttivo” Judit Revel, Michel Foucault, un’ontologia dell’attualità, Rubettino, Soveria Mannelli 2003, pag. 109.
17 Questa svolta ha le sue origini nel ragionamento sviluppato nell’“Ordine del discorso” (1971), dal quale traspare come “si el poder no fuera mas que represivo, si no hiciera nunca otra cosa que decir que no, no se le obedeceria. Lo que hace que se adepte el poder es simplemente que no pesa solamente como una fuerza que dice no sino que de hecho produce cosas, induce placer, forma saber, produce discursos”. E. Diaz, op.cit., pag. 84.
18 Proprio per questo il potere risulterebbe sparso “dappertutto”, in quanto “proveniente da ogni dove”. S. Catucci, op.cit., pag. 90
19 M. Foucault, Sorvegliare e Punire…, cit., pag. 30
20 Nel corso degli anni Settanta Foucault sarebbe passato, sulla scia del suo nuovo concetto di “governamentalizzazione” dall’analisi della microfisica del potere a quella della macrofisica del potere. Si veda Lorenzo Bernini, Le Pecore e il Pastore. Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault, Liguori, Napoli 2008, pag. 141.
21 In questi termini ne parla Gary Gutting che evidenzia come “the forces that drive our history do not so much operate on our thoughts, our social institutions, or even our enviroment as on our individual bodies…a Foucaultian genealogy, then is a historical causal explanation that is material, multiple and corporeal” G. Gutting, op.cit., pag. 47.
22“Para Foucault, o corpo é ao mesmo tempo uma massa, um invólucro, uma superfície que se mantém ao longo da história. Sintetizando, pode-se dizer que, para Foucault, o corpo é um ente, composto por carne, ossos, órgãos e membros, isto é, matéria, literalmente um locus físico e concreto. Essa matéria física não é inerte, sem vida, mas sim uma superfície moldável, transformável, remodelável por técnicas disciplinares e de biopolítica. Com isso, o corpo é um ente – com sua propriedade de “ser” –, que sofre a ação das relações de poder que compõem tecnologias políticas específicas e históricas”. Claudio Lucio Mendes, O corpo em Foucault: superfície de disciplinamento e governo, in “Revista de Ciências Humanas”, Florianópolis, EDUFSC, n. 39, Abril de 2006, pag. 168.
23 Ovvero la rappresentazione anatomica – per cui si può anche parlare in Foucault di “anatomia politica” – della microfisica del potere.
24 Si veda M. Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pag. 29.
25 In merito Idem, pag. 33.
26 In merito la convinzione di Foucault è la seguente: la “signoria sul corpo” e il “sapere del corpo” (che unite formano la tecnologia politica del corpo, ovvero una determinata reificazione storica del potere-sapere) danno vita ad una serie di processi e di lotte che risultano determinanti per il divenire stesso della conoscenza. In merito non si può non riportare il passo emblematico che segue: “Forse bisogna rinunciare a tutta una tradizione che lascia immaginare che un sapere può esistere solo là dove sono sospesi i rapporti di potere e che il sapere può esistere solo là dove sono sospesi i rapporti di potere…bisogna piuttosto ammettere che il potere produce sapere (e non semplicemente favorendolo perché lo serve, o applicandolo perché è utile); che potere e sapere si implicano direttamente l’un l’altro; che non esiste relazione di potere senza correlativa costituzione di un campo di sapere, né di sapere che non supponga e non costituisca nello stesso tempo relazioni di potere. Questi rapporti potere-sapere non devono essere dunque analizzati a partire da un soggetto di conoscenza che sia libero o no in rapporto al sistema di potere, ma bisogna al contrario considerare che il soggetto che conosce, gli oggetti del conoscere e le modalità della conoscenza sono altrettanti effetti di queste implicazioni fondamentali del potere-sapere e delle loro trasformazioni storiche. In breve, non sarebbe l’attività del soggetto di conoscenza a produrre un sapere utile o ostile al potere, ma, a determinare le forme e i possibili campi della conoscenza sarebbero il potere-sapere, e i processi e le lotte che lo attraversano e da cui è costituito”. Ivi, pag. 31.
27 Durante il dibattito con Chomsky del 1971 Foucault affermava: “Invece uno dei compiti che mi pare più urgente , immediato, al di sopra di ogni altro è il seguente: dobbiamo individuare e far emergere, anche quando sono nascoste, tutte le relazioni del potere politico che attualmente controlla il corpo sociale, lo opprime e lo reprime”. N. Chomsky, M. Foucault, op.cit., pag. 50.
28“From the eighteenth century a new set of procedures and operations – technologies – came together around the objectification of the body…Foucault refers to one of these technologies as discipline. Not to be identify with a structure or institution, discipline is a type of power, a modality for its exercise…Disciplinary technology is designed to produce a body which is docile, that is, one can be subjected, used, transformed and improved” Shelley Tremain, On the subject of Impairment, in Mairian Corker and Tom Shakespeare (edited by), Disability/Postmodernity: embodying disability theory, Continuum, London, 2002, pag. 36. Si veda anche Didier Ottaviani, Foucault-Deleuze: de la discipline au controle, in Emmanuel Da Silva (edité par), Lectures de Michel Foucault. Foucault et la Philosophie, v.II, ENS, Lyon 2003, pp.59-74.
29 Esistono più tecniche disciplinari ma tutte hanno “come strategia comune la cura infinitesimale dei dettagli”. S. Cantucci, op.cit., pag. 100.
30“A più riprese, nel corso di interviste e conferenze di quegli anni, Foucault sottolinea l’esigenza di ripensare anche a livello teorico la genealogia di un’istituzione che nel mondo contemporaneo provoca un disagio sempre più generalizzato. Un nuovo Beccaria è forse la figura di cui il nostro presente ha bisogno, proprio perché oggi le stesse prigioni di cui il XIX secolo andava fiero suscitano invece un senso di vergogna che è appunto il segno di un mutamento in atto”. Stefano Catucci, op.cit., pp.92-93
31 Foucault si poneva esplicitamente il compito di criticare questo tipo di istituzioni. Si veda N. Chomsky, M. Foucault, op.cit., pag. 51.
32 Puntualmente riportate da Foucault nel capitolo primo di “Sorvegliare e Punire”, all’interno quale vennero fissate le ipotesi della ricerca e le prospettive d’analisi. Foucault era solito concepire i propri lavori come libri-esperienza attraverso i quali trasformava/implementava le proprie ipotesi di partenza al fine di formarsi un pensiero sull’argomento oggetto di ricerca. Si veda in merito Duccio Trombadori, Colloqui con Foucault, Castelvecchi, Roma 1999, p.32.
33 Una volta concluso questo lavoro assunse una posizione del tutto particolare nell’ auto-valutazione teorica del suo stesso autore. Foucault, infatti, una volta lo definì “il suo primo libro”. Si veda in merito José G. Merquior, Foucault, University of California Press, Berkley 1987, pag. 86.
34 Michel Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit, pag. 26.
35 Ivi, pp.26-27.
36 In merito è da sottolineare l’ouverture del libro caratterizzata dalla spettacolare e terrificante esecuzione di Robert-François Damiens che, nel 1757, aveva attentato alla vita di Luigi XV fallendo il regicidio.
37 Si tratta di una pratica che andò scomparendo con una notevole irregolarità tra il XVIII ed il XIX secolo. Si veda in merito Michel Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pp. 17-19.
38 Ivi, pag. 19.
39 I supplizi propriamente detti non costituivano le pene più frequenti. Se la maggior parte delle condanne comportava il bando e l’ammenda è pur vero che “gran parte di queste pene non corporali era accompagnato a titolo accessorio da pene che comportavano una dimensione di supplizio…è non solo nelle grandi e solenni esecuzioni capitali, ma anche in questa forma annessa che il supplizio manifestava la parte significativa che aveva nella penalità: ogni pena un po’ grave doveva portare con sé qualcosa del supplizio”. Michel Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pag. 36.
40 Ivi
41“Il sospettato, in quanto tale, meritava sempre un certo castigo, non si poteva essere innocentemente oggetto di sospetto. Il sospetto implicava, nello stesso tempo, da parte del giudice un elemento di dimostrazione, da parte del prevenuto il segno di una certa colpevolezza e da parte della punizione una forma limitata di pena”. Ivi, pag. 46.
42 Ivi, pag. 51.
43 Foucault dedica pagine interessantissime all’inchiesta ed all’istruttoria penale durante l’Ancien régime. Si veda M. Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pp. 38-47.
44 Ivi, pag. 46.
45 Ivi
46 Ivi, pag. 58.
47 Il re da un lato persegue il torto compiuto nel suo regno e dall’altro si vendica per l’affronto fatto alla sua persona. Si veda M. Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pag. 52.
48 Ivi, pag. 54.
49 Ivi, pag. 61.
50 Ivi, pp.63-64.
51 Ivi, pag. 68.
52 Ivi, pag. 91.
53“Possiamo dire che, nel secolo XVIII, si era progressivamente aperta una crisi dell’illegalismo popolare”. Ivi, pag. 92.
54 Ivi, pp.82-83.
55 In merito Foucault si rifà espressamente a Chaunu. Ivi, pag. 83.
56 Si veda Michel Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pag. 93.
57 Ivi, pp. 92-94.
58 Per Foucault i riformatori del XVIII secolo vedono nella violenza del supplizio i pericoli dell’eccesso, in esso “la tirannia…vi fronteggia la rivolta; esse si richiamano l’una all’altra. Doppio pericolo. Bisogna che la giustizia criminale, invece di vendicarsi finalmente punisca”. Ivi, pag. 80.
59 Il corsivo è di chi scrive.
60 Ivi, pag. 89.
61 Ivi, pp. 95-96.
62 Il problema dell’invenzione dell’uomo era già stato affrontato da Foucault nel suo studio “Le parole e le cose”. Si veda in merito Id, Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, Bur, Milano 2006, pag. 413.
63 Michel Foucault, Sorvegliare e Punire, op.cit., pag. 97.
64“Ciò che è necessario regolare e calcolare sono gli effetti di ritorno del castigo sull’istanza che punisce e sul potere che pretende di esercitare”. Ivi, pag. 100.
65 Ivi
66 I corsivi sono di chi scrive.
67 Ivi, pp. 101-102.
68 Si veda Michel Foucault, Sorvegliare e punire, op.cit., pag. 112.
69 Si tratta di un testo di Servan ripreso da Foucault in Id, Sorvegliare e Punire, op.cit., pag. 112.