Lettori fissi

31 ott 2011


L'attentato di Anteo Zamboni


E', come oggi, una domenica il 31 ottobre del 1926, quando il capo del governo, Benito Mussolini, a bordo dell'auto di rappresentanza - la famosa Fiat Torpedo nera - arriva a Bologna per inaugurare lo Stadio del Littoriale, oggi intitolato a Renato Dall'Ara e teatro delle partite casalinghe del Bologna FC. E' una giornata di sole, e nella retorica del regime, quello delle grandi missioni e delle grandi opere, Mussolini è in alta uniforme e con la fascia dell'Ordine Mauriziano, lieto e pronto al taglio del nastro, L'automobile percorre sicura via Rizzoli e poi via Indipendenza, giungendo all'Arena del Sole. E' in quel momento, che tra la folla riecheggia un colpo di pistola, uno solo, che sfiora il Primo ministro, il guidatore - Leandro Arpinati, uomo del PNF a Bologna - ed il gerarca Dino Grandi. Il proiettile non ferisce nessuno, sfiora solo l'uniforme di Mussolini, che ordina ad Arpinati di accelerare e fuggire: nel frattempo, è la stessa folla che ferma e lincia un giovane bolognese, di famiglia e cultura anarchiche, Anteo Zamboni, sedicenne. Il primo a bloccare il ragazzo fu un militare, il Colonnello Carlo Alberto Pasolini, padre di Pierpaolo. La folla giustiziò il giovane in pochi minuti, mentre poco più in là Mussolini, costatato che tutto era a posto, ripartì alla volta dello Stadio da inaugurare. Ancora oggi, l'attentato di Zamboni è comunque avvolto in parte nel mistero, essendo diffusa la tesi che in realtà a volere la morte del Duce erano suoi compagni di partito, propensi non alla dittatura plateale ma alla fascitizzazione morbida del paese. Costro, secondo questa lettura, avrebbero organizzato una congiura - il cui leader sarebbe stato proprio Arpinati - i quali poi avrebbero fatto ricadere la colpa su un ragazzo appartenente ad una famiglia notoriamente antifascista e soprattutto molto prossima agli ambienti dell'anarchia. Le stesse dichiarazioni contraddittorie dei fascisti al seguito di Mussolini - con il Duce che parlò ad esempio di un uomo col cappello vestito con colori chiari e Grandi che parlò di un giovane senza cappello vestito di scuro - favorirono i dubbi e le interpretazioni. Di lì a poco, comunque, ci fu la svolta dura del regime, con la predisposizione delle Leggi speciali, l'epurazione di più di cento parlamentari dell'opposizione, l'istituzione del Tribunale speciale.

Mercoledì 1 Novembre 1922 | I padroni d'Italia

Il re d’ Italia è Vittorio Emanuele III
Il presidente del Senato è Tommaso Tittoni
Il presidente della Camera è Enrico De Nicola
Il presidente del Consiglio è Benito Mussolini
Il ministro degli Interni è Benito Mussolini
Il ministro degli Esteri è Benito Mussolini
Il ministro di Grazia e giustizia è Aldo Oviglio
Il ministro della Marina è Amm. Paolo Thaon Di Revel
Il ministro della Guerra è Gen. Armando Diaz
Il ministro delle Finanze è Alberto De Stefani
Il ministro del Tesoro è Vincenzo Tangorra
Il ministro dell’ Agricoltura è Achille Visocchi
Il ministro dell’ Agricoltura è Giuseppe De Capitani D’Arzago
Il ministro della Pubblica istruzione è Giovanni Gentile
Il ministro dei Lavori pubblici è Gabriello Carnazza
Il ministro delle Poste e telecomunicazioni è Giovanni A. Colonna Di Cesar
Il ministro del Lavoro è Stefano Cavazzoni
Il presidente di Confindustria è Raimondo Targetti
L’ amministratore delegato della Fiat è Giovanni Agnelli
Il presidente della Fiat è Giovanni Agnelli
Il presidente del Coni è Francesco Mauro
Il sindaco di Roma è Filippo Cremonesi
Il sindaco di Firenze è Antonio Garbasso
Il sindaco di Napoli è Alberto Geremicca
Il sindaco di Napoli è Eduardo Verdonois
Il sindaco di Bologna è Vittorio Ferrero (Commissario prefettizio)
Il sindaco di Genova è Federico Ricci
Il direttore del Corriere della Sera è Luigi Albertini
Il commissario prefettizio di Milano è Pio Carbonelli I padroni del mondo

Il presidente degli Stati Uniti è Warren Gamaliel Harding
Il segretario generale del PCUS è Losif Stalin
Il papa è Pio XI
Il segretario di stato Vaticano è Pietro Gasparri
Il presidente della Repubblica cinese è Li Yuanhong
Il re d’ Inghilterra è Giorgio V
Il primo ministro inglese è Andrew Bonar Law
Il cancelliere tedesco è Joseph Wirth
Il presidente della Repubblica francese è Alexandre Millerand Libertà di stampa• «Non sappiamo ancora se e quando la libertà di critica sarà restituita alla stampa italiana, la quale vive da alcuni giorni l’umiliazione di veder condannati alla dissimulazione o al silenzio gran parte dei giornali. Il telegramma di risposta del presidente del Consiglio al senatore Barzilai [Presidente dell’Associazione della Stampa], che cortesemente invocava la restaurazione di questa libertà, non è certamente tale da rasserenare gli spiriti e indurre alla fiducia. “Intendo – dice l’on. Mussolini – salvaguardare la libertà di stampa, purché la stampa sia degna della libertà”. Non dice però se a giudicare di ciò attenderà, contro lo Statuto del regno, un capo di governo o un qualsiasi funzionario politico, o un qualsiasi gruppo di fascisti, oppure il compito rimarrà alla magistratura interprete e tutrice delle leggi». [Cds 2 novembre 1922]Giuramento al Re• Alle ore 10 l’on. Mussolini lascia l’albergo dove alloggia a Roma per recarsi a Palazzo Viminale. Per tutto il giorno ministri e sottosegretari hanno preso possesso delle loro poltrone. Unica pausa: alle ore 13 Mussolini pranza nella sua camera in albergo. Alle ore 14.30 lo raggiungono gli on. Giuriati, Oviglio, De Stefani e Tangorra, per poi recarsi insieme a prestare giuramento al Re. [Cds 2 novembre 1922]Giacomo Acerbo segretario del Consiglio• Il Re ha firmato il decreto con cui l’on. Giacomo Acerbo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, è nominato segretario del Consiglio dei Ministri. [Cds 2 novembre 1922]La stampa estera• Il Times accoglie con «lieto stupore» il messaggio di Mussolini a Bonar Low e Poincaré perché «gli sembra destinato a dissipare interamente l’impressione sgradevole di certe passate esplosioni verbali del leader fascista». Il Times rivela, inoltre, che la composizione del Ministero non è interamente fascista e che Mussolini cercherà di avere in un secondo momento la cooperazione dei socialisti. Il Daily Telegraph è molto più cauto: la soppressione della libertà di stampa non sembra essere un buon inizio. [Cds 2 novembre 1922]Le dimissioni di Sforza• Mussolini, apprese dai giornali le dimissioni dell’ambasciatore italiano a Parigi, il conte Sforza, gli invia un telegramma in cui lo «invita formalmente a conservare il suo posto ed a non creare imbarazzi al governo». [Cds 2 novembre 1922]Le dimissioni di Frassati• Si è dimesso anche l’ambasciatore italiano a Berlino, Pier Giorgio Frassati. [Cds 2 novembre 1922]

Dall'edizione del 1922 del Corriere della sera

IL 31 OTTOBRE DEL 1922 MUSSOLINI E' NOMINATO CAPO DEL GOVERNO:INIZIA IL VENTENNIO FASCISTA

Lo schema illustra la composizione del Governo che Mussolini consegnò al Re dopo la Marcia su Roma, che sarà formalmente costituito il 31 ottobre 1922. Mussolini si era rivolto agli uomini della destra e della sinistra (esclusa l’estrema) e i rispettivi gruppi che non avevano fatto alcuna opposizione né avevano posto condizioni per l’entrata dei loro.

La collaborazione al ministero di Mussolini più spiccata fu quella dei democratico – sociali di cui entrò addirittura il capo (Colonna di Cesarò - alle Poste). Anche il partito popolare si mostrò favorevole alla collaborazione, ritenuta utile per la pacificazione e lo sviluppo delle organizzazioni bianche, dando loro due portafogli.

Il gruppo fascista era rappresentato con due portafogli, il gruppo nazionalista con altri due ministeri, presenti anche un salandriano e un giolittiano, oltre dei combattenti in congedo (Guerra e Marina) per assicurarsi tutto il favore dell’esercito. La rappresentanza fascista era molto numerosa fra i sottosegretari (alla Presidenza, Assistenza militare e alle poste. Gli altri sottosegretari erano misti e diversi, abbiamo menzionato solo quelli di destra per avere un quadro più generale e completo della politica di Mussolini appena occupato il posto alla Presidenza del Consiglio.

Quindi il seguente schema illustra un Governo ancora nella sua fase proto-autoritaria, Mussolini venne considerato nei primi tempi, sopratutto da alcuni liberari, non estremamente pericoloso. In effetti, anche quando i tempi del regime furono maturi, il fascismo non riuscì mai, nonostante i suo sforzi, ad attuare una completa rivoluzione totalitaria ed a ultimare la completa fascistazzione dello Stato.



Presidente del Consiglio dei Ministri
Benito Mussolini



Sottosegretario alle Poste
TERZAGHI

Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
Giacomo ACERBO
Sottosegretario agli Interni
Aldo FINZI

Sottosegretario alla Marina
Costanzo CIANO

Sottosegretario all'Assistenza Militare
Cesare Maria DE VECCHI


Ministro dell'Agricoltura
Giuseppe De Capitani
(destra salandriana)

Ministro del Lavoro
Stefano Cavazzoni
(popolare)

Ministro dell'Industria
Teofilo Rossi
(giolittiano)

Ministro dell'Istruzione
Giovanni gentile

Ministro delle Finanze
Alberto De Stefani
(gruppo fascista)

Ministro delle Colonie
Luigi Federzoni
(gruppo nazionalista)

Ministro delle Poste
Colonna di Cesarò
(democratico-sociale)

Ministro della Guerra
Armando Diaz

Ministro dei Lavori Pubblici
Gabriello Carnazza
(democratico-sociale)

Ministro delle Terre Liberate
Giovanni Giurati
(Gruppo nazionalista)

Ministro del Tesoro
Vincenzo Tangorra
(popolare)

30 ott 2011


Nel segno della libertà
A palazzo Binelli il convegno sul legame tra anarchia e Carrara
CARRARA. La morte del re Umberto I per mano di Gaetano
Bresci quale ponte tra il vecchio ed il nuovo corso
del movimento anarchico è stato l’argomento del convegno
“Nel fosco fin del secolo morente, l’anarchismo italiano
dai monti di Carrara al regicidio di Monza”, organizzato
a Palazzo Binelli dalla fondazione “Berti” e dalla
fondazione Cassa di Risparmio di Carrara.
Prima tentativi insurrezionali
legati ad un crescente disagio
sociale con i moti carrarini, di
Ancona e Milano, poi la svolta
in senso libertario.
Dopo l’evento di Monza, nella
storia dell’anarchismo - si è aggiunto
nel corso del convegno -
cambia la strategia operativa.
A Carrara ed in altre città nascono
le Camere del Lavoro ed
assieme si concretizzano le manifestazioni
di sciopero proprio
verso la decisione del loro scioglimento
da parte delle istituzioni,
culminando con quello nazionale
di Monza. Uno stacco
netto attraverso l’utilizzo di
mezzi che vedono gli anarchici
all’interno della lotta operaia.
In una parola, il sindacalismo
entra di fatto dell’anarchismo.
Ma l’anarchismo non riuscirà
poi - si è concluso - a portare le
masse verso le proprie posizioni
rivoluzionarie in direzione di
uno scisma sociale.
Un convegno di grosso spessore
culturale e storico come
ha detto Alberto Pincione, presidente
della fondazione Cassaa
di Risparmio, che vuole rappresantare
una rimeditazione giusta
nel posto giusto e nel momento
giusto.
Parlando a nome della Fiap
(Federazione italiana associazioni
partigiane), Alfredo Mazzucchelli
ha detto che la Resistenza
non rappresenta il passato
così come l’anarchismo non
deve essere considerato un tentativo
rivoluzionario ma entrambi
sono una reazione contro
lo sfruttamento e la difesa
delle libertà.
Numerosi e di prestigio i relatori:
dopo il saluto del sindaco
Angelo Zubbani, fra i primi a
partlare i professori Maurizio
Antonioli, università di Milano
e Giampietro Berti, dell’ateneo
di Padova.
«Nel fosco fin del secolo morente
» è il primo verso del famoso
canto di protesta scritto dall’avvocato
anarchico Luigi Molinari
proprio durante i moti di
Carrara del 1894.
Gian Ugo Berti Tirreno 30 ottobre 2011

27 ott 2011



I rapporti top secret inviati a LondraFino all'articolo del "Financial Times" alla vigilia dell'incidente aereo: "Se ne deve andare"
di FILIPPO CECCARELLI


Enrico Mattei
L'UOMO CHE guardava al futuro: con questo titolo,andò in onda su Rai Uno la fiction su Enrico Mattei. Ma ai suoi tempi, per i sussiegosi e pragmatici funzionari della diplomazia britannica, più che guardare al futuro il capo dell'Eni era l'uomo che intralciava il loro presente. Anzi, seriamente e decisamente lo minacciava.

Fino al punto di...? Alt, no, questo non si può dire. Anche se il cospicuo dossier arrivato in Italia include carte a loro modo profetiche - tipo la fotocopia di un articolo del Financial Times che a due giorni dalla morte di Mattei si chiede se questi "dovrà andarsene" (Will signor Mattei have to go?) - i documenti recuperati da Mario J. Cereghino negli archivi britannici non autorizzano forzature, né automatismi cospirativi. Eppure, a meno di tre mesi dall'incidente aereo di Bascapé, 27 ottobre 1962, in un documento classificato come "segreto", dal ministero dell'Energia scrivono al Foreign Office: "L'Eni sta diventando una crescente minaccia agli interessi britannici. Ma non dal punto di vista commerciale [...] La minaccia dell'Eni si sviluppa, in molte parti del mondo, nell'infondere una sfiducia latente nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali". Insomma, l'Eni incoraggia "l'autarchia" energetica a scapito dell'Inghilterra.

Una questione di principio. A settembre, al ministero degli Esteri del governo di Sua Maestà, fanno il punto "sui passi per contrastare il gruppo italiano". Ovviamente "è una materia da trattare con attenzione". Ci sono questioni da girare all'intelligence: "Fino a che punto l'Eni dipende dal petrolio russo? [...] È possibile distinguere tra le attività dell'Eni e gli interessi italiani? [...] Siamo in grado di affrontare il problema della virulenta propaganda di Mattei contro l'imperialismo e contro le compagnie petrolifere?". Non si conoscono le risposte. Eppure tante altre carte ricostruiscono in modo abbastanza impressionante lo scenario, il contesto, l'atmosfera che nell'autunno del 1962 si era venuta a creare attorno a quello che è diventato un eroe da tele-fiction.

Lo storico Nico Perrone, il massimo studioso di Mattei, ha esaminato questi documenti: "Contengono giudizi più sottili, più articolati e più intelligenti di quelli che si trovano negli archivi americani. A Washington reagivano grossolanamente e in ritardo; mentre gli inglesi avevano capito meglio e subito".

I funzionari britannici stanno addosso al presidente dell'Eni. Abbondano le schede, i rapporti, i memorandum. Si inventano pure il termine Matteism per indicare un modo di fare politica e affari. A loro modo lo ammirano anche. Questo si legge in un rapporto del Foreign Office alla legazione britannica di Washington: "Mattei punta in alto. A nostro parere è un manager tosto e un uomo potente nonché pericoloso".

È il 1957 quando l'ambasciatore a Roma, Ashley Clarke, nota: "A differenza di molti esponenti democristiani non sembra corrotto a livello personale. Vive in modo tutto sommato modesto. Il suo unico svago è la pesca: non ci pensa due volte a volare in Alaska per una battuta di pesca di una settimana [...] Si trova nelle condizioni di fare gran bene o gran male all'Italia".

È vanesio, certo, e dittatore. Mostra "tendenze napoleoniche" ed "estrema suscettibilità". Gli americani, fanno sapere a Londra i diplomatici di Sua Maestà, pensano che "soffra di megalomania". I difetti di un personaggio ragguardevole sono spesso la faccia in ombra delle sue virtù: "Come tutti gli uomini che si sono fatti da sé, Mattei è vanitoso e non tollera il benché minimo affronto, soprattutto se proviene da uno straniero. Nel lavoro è autocratico e spietato, ma al contempo molto ammirato e rispettato".

Dinamismo e dedizione al lavoro, gli riconosce anche un dirigente della Bp: "È l'apostolo delle imprese statali. Però molti ritengono che la sua psicologia si avvicini molto al concetto de "Lo Stato sono io"". Questo orgoglio può solleticare un certo spirito sportivo degli inglesi, ma certo non li rassicura negli affari. Mattei fa il diavolo a quattro, fa abbassare i prezzi del petrolio dall'Iran all'Etiopia, dal Marocco al Pakistan all'Arabia Saudita. Un po' bluffa, ma dal punto di vista degli inglesi un po' anche bara. O almeno: "Gioca con più mazzi di carte allo stesso tempo", si legge in un memorandum del ministero dell'Energia. Clarke insiste: "È un tipo che non si ferma dinanzi a niente".

Dai documenti si capisce che il "pericolo" è doppio. Riguarda da un lato le questioni dell'energia, ma dall'altro va a sbattere sulle alleanze e sulla stabilità di intere aree del mondo, a partire dal Medio Oriente, per giunta all'indomani della crisi di Suez. Il guaio supplementare è che dell'anticolonialismo questo italiano ha fatto una bandiera. Il petrolio è un mezzo per affermare una politica sociale e nazionale: "I successi in Egitto e in Persia gli hanno dato alla testa [...] Di fatto ha dato fuoco alle navi".

Le compagnie petrolifere cominciano a "preoccuparsi seriamente della loro posizione in Italia", avvisa l'addetto commerciale dell'ambasciata di Roma nel luglio del 1960. Ma già ad agosto Clarke prevede: "Non vi è dubbio che in futuro Mattei diventerà una notevole spina nel fianco delle nostre imprese, anche in altre aree del mondo". E colpiscono le conclusioni su questo personaggio "indubbiamente infido" che "in passato ha già utilizzato tattiche ricattatorie [...] E Mattei non solo non è crollato, ma al momento è più forte che mai".

Ha appena concluso accordi commerciali con l'Urss e si dispone a stringerne con la Cina comunista: "In futuro", scrivono all'ambasciata britannica di Pechino, "potrebbe fornire ai cinesi tutto il petrolio di cui hanno bisogno". Così da Londra cercano di capire se il governo italiano ispira o si limita a coprire le scorribande dell'Eni, o se è pronto a scaricare il leader del cane a sei zampe. Le carte offrono resoconti mortificanti sui politici italiani: distratti, ambigui, sfuggenti. Il ministro degli Esteri, il liberale Martino, fa spallucce; il presidente Segni è tutto preso dall'agricoltura.

Meno vaghi, anche se sorprendentemente ostili all'Eni, appaiono due diplomatici italiani. Un funzionario del Foreign Office contatta a Londra un diplonatico italiano, Prunas: "La sua impressione è che, se non affrontato in maniera appropriata, Mattei potrebbe diventare pericoloso: e nel dirmi ciò", specifica Mr Beeley, "mi ha chiesto di mantenere il massimo riserbo". Lo stesso riserbo che in tempi non sospetti il segretario generale della Farnesina, marchese Rossi-Longhi, chiede a Mr Hohler, incaricato d'affari dell'ambasciata: "Secondo Rossi-Longhi potremmo raggiungere migliori risultati assumendo un atteggiamento fermo e piuttosto duro con Mattei".

In realtà, dai documenti trovati da Cereghino viene fuori che il governo britannico, per tutto il 1961, spinge la Bp e la Shell, due delle sette sorelle, a trovare un accordo con l'Eni: "Fino a quando", scrive nell'agosto del 1961 Mr Laskey, un funzionario dell'ambasciata, "continueranno a considerare Mattei come una sorta di verruca o di escrescenza da ignorare (o che al momento non può essere asportata) è difficile che egli si comporti in maniera amichevole".

Niente di più difficile: e infatti Mattei insiste nel suo gioco - anche se forse non si rende conto che sta oltrepassando il terreno petrolifero per entrare di slancio nel campo scivoloso degli equilibri geopolitici. È di nuovo un italiano, il banchiere Lolli, Bnl, a mettere sull'avviso gli inglesi: "I sentimenti antiamericani di Mattei sono così forti che potrebbero trasformarsi in un pericolo sostanziale. In altre parole, potrebbe commettere qualche sciocchezza". Meglio quindi che le compagnie inglesi trovino un'intesa.

L'unico leader italiano che tiene testa a Mattei è Fanfani. Nell'autunno del 1961 l'allora presidente del Consiglio convoca a Palazzo Chigi Arnold Hofland, responsabile del settore Europa meridionale della Shell. Fanfani tenta una spericolata mediazione: "Personalmente il premier non vede di buon occhio l'intesa con Mosca e si è detto pronto ad annullarla. A patto però che Mattei sia messo in condizione di aggiudicarsi quei diritti estrattivi che permetterebbero all'Italia di disporre di una fonte di rifornimento autonoma".

Il colloquio dura due ore e mezzo, ma non produce risultati. Peggio: Hofland, petroliere disincantato, concorda con l'ambasciatore sul fatto che Mattei "risulta sempre più pericoloso, anche se", aggiunge, "personalità come Paul Getty sono in grado di creare grane ben peggiori". Clarke è più risoluto e pessimista: quelli che chiama "i ricatti di Mattei" sono "meno marginali di quanto sembrano". In questo cupo scenario, pur venato da un garbato understatement, si apre il 1962: l'ultimo della vita di Mattei.

Ora, anche in politica internazionale, i "pericoli" è meglio sventarli per tempo; e nessuno ama farsi "ricattare". C'è parecchio nervosismo all'ambasciata di Roma, al ministero dell'Energia, alla Bp, alla Shell. Il 7 agosto i funzionari del Foreign Office inseriscono in un già corposo dossier una strana, ma eloquente nota semi-anonima.

La spedisce, su carta intestata, un non meglio identificato Mr Searight: "Di recente una certa persona ha sostenuto una conversazione con una importante personalità dell'industria petrolifera che recentemente è entrata in contatto con Mattei. A suo dire, Mattei gli avrebbe confidato la seguente riflessione: "Ci ho messo sette anni per condurre il governo italiano verso una apertura a sinistra (in italiano nel testo, ndr). E posso dire che ce ne vorranno di meno per far uscire l'Italia dalla Nato e metterla alla testa dei Paesi neutrali"". I "Non Allineati", come si diceva in quegli anni. Aggiunge la noticina: "Non ci sono motivi per dubitare che tali affermazioni siano state effettivamente fatte". Possibile: il personaggio era quello che era. Gli eroi da tele-fiction guarderanno pure al futuro, ma intanto è ancora la lezione del passato che bisognerebbe capire meglio.

I documenti
I documenti del Foreign Office su Enrico Mattei su cui sono basate queste pagine sono stati trovati dal ricercatore Mario J. Cereghino negli Archivi nazionali britannici di Kew Gardens, a sud di Londra, e sono ora consultabili presso l'Archivio Casarrubea di Partinico, in provincia di Palermo (www.casarrubea.wordpress.com)
nelle foto Mattei entra a Milano con capi partigiani

Chi ha ucciso Enrico Mattei?
tratto da Rinascita www.rinascita.info

Enrico Mattei fu assassinato, il suo caso insabbiato, i testimoni messi a tacere. Ma una cosa è certa: l’aereo su cui viaggiava il presidente dell’ENI e che cadde la sera del 27 ottobre 1962 a Bascapé, alle porte di Milano, fu sabotato.

Era un uomo che dava molto fastidio. La strategia di Mattei era volta a spezzare il monopolio delle “sette sorelle”, non soltanto per il tornaconto del nostro ente petrolifero, ma anche per stabilire rapporti nuovi tra i paesi industrializzati e i fornitori di materie prime.
Una strategia semplicemente inaccettabile per le grandi compagnie petrolifere che si spartiscono le ricchezze del mondo.

Dall’inchiesta della Procura di Pavia, riaperta a metà degli anni ‘90, risulta inoltre evidente che l’insabbiamento di quel crimine fu diretto dai vertici dei servizi. Per il sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia il fondatore dell’ENI fu “inequivocabilmente” vittima di un attentato. Vincenzo Calia giunge vicino alla soluzione del caso e formula l’ipotesi dell’attentato, ma non può provarla. Scrive Calia: “L’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato”. Calia ha dimostrato che l’esplosione che abbatté il bimotore Morane-Saulnier su cui viaggiavano il presidente dell’ENI, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale fu causata da una bomba collocata nel carrello d’atterraggio del velivolo. Le prove contenute nelle 208 pagine del fascicolo dimostrano anche che l’inchiesta del 1962, presieduta dal generale dell’Aeronautica Ercole Savi, conclusasi dichiarando l’impossibilità di “accertare la causa” del disastro, fu in realtà un mostruoso insabbiamento.

Finora davanti alla sbarra è finito soltanto un contadino di Bascapé, Mario Ronchi, accusato di “favoreggiamento personale aggravato”. Secondo l’accusa vide l’aereo di Mattei esplodere in volo, rilasciò alcune interviste in questo senso a diversi organi di stampa e alla Rai e poi... si rimangiò tutto. Chi ha sabotato l’aereo? Chi sono i mandanti? Il pubblico ministero Calia non riesce ad accertarlo, ma è probabile che vi siano responsabilità di uomini inseriti nell’Eni e negli organi di sicurezza dello Stato. E ancora depistaggi, manipolazioni, soppressioni di prove e di documenti, pressioni che impediscono l’accertamento della verità.
Il 27 luglio 1993 dal “pentito” di mafia Gaetano Iannì giungono dichiarazioni importanti.

Secondo Iannì per l’eliminazione di Mattei ci fu un accordo tra non meglio identificati “americani” e Cosa nostra siciliana. A mettere una bomba sull’aereo di Mattei fuono alcuni uomini della famiglia mafiosa capeggiata da Giuseppe Di Cristina. Anche Tommaso Buscetta rivela che la mafia americana chiese a Cosa nostra il favore di eliminare Enrico Mattei “nell’interesse sostanziale delle maggiori compagnie petrolifere americane”. In Italia, poi, Mattei era un finanziatore della politica, nemico dei circoli economici e politici legati ai grandi interessi.
La certezza è che il presidente dell’ENI Enrico Mattei, il più potente manager di stato italiano viene uccisola sera del 27 ottobre 1962 insieme al pilota Irnerio Bertuzzi e al giornalista americano William Mc Hale. Parallelamente all’inchiesta amministrativa condotta dall’Aeronautica Militare, la Procura di Pavia apre un’inchiesta per i reati di omicidio pluriaggravato e disastro aviatorio. L’inchiesta militare si chiude rapidamente, nel marzo 1963, senza avere sostanzialmente accertato la causa dell’incidente; Pavia chiude le indagini penali il 7 febbraio 1966, accogliendo le richieste della procura e pronunciando sentenza “di non luogo a procedere perché i fatti non sussistono”. A ridare fiato alla vicenda sul finire degli anni Settanta sono un libro e un film. Il libro, scritto da Fulvio Bellini e Alessandro Previdi, è intitolato “L’assassinio di Enrico Mattei”. Il film è “Il caso Mattei” di Francesco Rosi.

Contemporaneamente Italo Mattei, fratello di Enrico, chiede che venga istituita una commissione parlamentare di inchiesta. Sono troppi i dubbi sull’incidente e inoltre la scomparsa di Mattei ha fatto comodo a troppe persone, in Italia e all’estero, dal momento che i suoi rapporti con i paesi del terzo mondo produttori di petrolio avevano urtato il cartello petrolifero delle sette sorelle. La riapertura delle indagini viene chiesta anche da una campagna stampa del settimanale “Le ore della settimana” e da una serie di interrogazioni parlamentari. L’interesse attorno alla misteriosa fine del “re del petrolio italiano” riceve nuovo impulso dalle indagini sulla scomparsa del giornalista dell’ “Ora” di Palermo Mauro De Mauro, il 16 settembre 1970. Una delle piste seguita dall’inchiesta sulla fine di De Mauro ipotizza infatti che il giornalista palermitano sia stato sequestrato e ucciso per aver scoperto qualcosa di molto importante circa la morte del presidente dell’E.N.I.: De Mauro aveva infatti ricevuto dal regista Rosi l’incarico di collaborare alla preparazione della sceneggiatura del film “Il caso Mattei”, ricostruendo gli ultimi due giorni di vita trascorsi dal presidente dell’E.N.I. in Sicilia.

L’indagine sulla scomparsa di De Mauro si conclude in un nulla di fatto, nonostante la richiesta di ulteriori investigazioni formulata dal GIP di Palermo ancora nel 1991. Il procedimento viene archiviato il 18 agosto 1992: De Mauro non poteva aver scoperto nulla di particolare intorno alla morte di Enrico Mattei, dal momento che la magistratura di Pavia aveva ritenuto del tutto accidentale la natura del disastro di Bascapè. Il 20 settembre 1994 il gip di Pavia autorizza la riapertura delle indagini nei confronti di ignoti. La riapertura era stata chiesta dalla procura pavese che, per competenza, aveva ricevuto dalla procura di Caltanisetta l’estratto delle dichiarazioni rese da un pentito di mafia. Il 5 novembre 1997 il pubblico ministero di Pavia Vincenzo Calia giunge a questa conclusione: “l’aereo, a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William Mc Hale e Inrneio Bertuzzi, venne dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapè la sera del 27 ottobre 1962. Il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva, probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello e apriva i portelloni di chiusura dei loro alloggiamenti”. Di più non si riesce a scoprire e le domande rimangono. Enrico Mattei stava per spezzare la morsa costruita attorno a lui dal cartello petrolifero che escluse l’ENI dal mercato petrolifero internazionale, negandogli concessioni nei paesi produttori alla pari con le altre compagnie petrolifere. Mattei allora dichiarò guerra al sistema neocoloniale delle concessioni, offrendo ai paesi produttori un accordo rivoluzionario, il 75% dei profitti contro il 50% finora offerto dalle compagnie, e la qualificazione della forza lavoro locale. Il cartello reagì furiosamente, giungendo a rovesciare governi, come quello libico, che avevano accettato l’offerta e aperto all’ENI prospettive di grandi forniture. Nel 1962, quando si andava prospettando la soluzione della questione algerina, Mattei era riuscito ad aggirare il blocco.

Sostenendo il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), Mattei aveva ipotecato un trattamento preferenziale verso l’ENI dal futuro governo. Si pensava allora che l’Algeria possedesse, al confine con la Libia , le più vaste riserve di petrolio inesplorate del mondo. Parallelamente a Mattei si mosse De Gaulle, che decise di riconoscere l’indipendenza algerina. Come contropartita, la compagnia petrolifera francese ottenne gli stessi privilegi dell’ENI. L’ingresso trionfale dell’ENI sul mercato petrolifero era quindi quasi assicurato.
Non solo, l’Executive Intelligence Review, attraverso una ricostruzione minuziosa del caso Mattei, afferma che il presidente dell’Eni, alla fine, era riuscito ad aprire un dialogo con la Casa Bianca , nonostante la stampa internazionale avesse dipinto Mattei come un pericoloso sovversivo anti-americano. Mattei, per l’Eir, era riuscito a far capire alla nuova amministrazione Kennedy che tutto ciò che desiderava era essere trattato alla pari, che egli non ce l’aveva con l’America ma con i metodi coloniali applicati dalle “sette sorelle” del petrolio. L’amministrazione Kennedy accettò il dialogo e fece pressioni su una compagnia petrolifera, la Exxon , per concedere all’Eni dei diritti di sfruttamento. L’accordo sarebbe stato celebrato con la visita di Mattei a Washington, dove avrebbe incontrato Kennedy, e dal conferimento di una laurea honoris causa da parte di una prestigiosa università statunitense.

Alla vigilia di quel viaggio, il 27 ottobre 1962, Mattei fu assassinato. Un anno dopo, fu ucciso Kennedy. In un rapporto confidenziale del Foreign Office del 19 luglio 1962, si leggeva che “il Matteismo” era “potenzialmente molto pericoloso per tutte le compagnie petrolifere che operano nell’ambito della libera concorrenza (...). Non è un’esagerazione asserire che il successo della politica ‘Matteista’ rappresenta la distruzione del sistema libero petrolifero in tutto il mondo”. E quindi Mattei andava eliminato, in un modo o nell’altro.

Eufemia Giannetti

02 ott 2011



La strage di Marzabotto

Marzabotto, perché l’eccidio rimase impunito

Per la strage pagò solo Reder, gli altri responsabili non furono processati anche se erano noti

Quello che la memoria collettiva indica come «eccidio di Marzabotto» è in realtà costituito da uno stillicidio di stragi, culminato tra il 29 settembre e l'inizio dell'ottobre 1944 nel massacro di diverse centinaia di civili, 189 dei quali erano minori di 12 anni. A partire dall'ultima settimana del maggio 1944 reparti militari germanici misero a ferro e fuoco, in sei grandi rastrellamenti nell'arco di quattro mesi, villaggi e case sparse dell'ampia zona appenninica di Marzabotto, nell'intento di fare terra bruciata attorno ai gruppi partigiani. Quelle operazioni di spietata «guerra ai civili», pur preparate meticolosamente sul piano militare e indirizzate contro nuclei di guerriglieri, si sfilacciavano ogni volta in una sequela di fucilazioni e di violenze contro pacifici contadini, coi tratti dell'ordalia piuttosto che con quelli di un'operazione militare condotta da una tra le più efficienti macchine belliche del ventesimo secolo. La violenza colpì indistintamente vecchi, infanti, donne, sacerdoti. La dimensione di queste uccisioni segnalò Marzabotto alle stesse autorità della Repubblica sociale italiana come evento impossibile da giustificare, nonostante l'alleanza con la Germania. A pochi giorni di distanza dall'ultimo e più grave massacro si tentò un'operazione minimizzatrice da parte del capo della provincia di Bologna, che in un rapporto a Mussolini indicò le vittime dei rastrellamenti in «700 fuorilegge» appartenenti alla brigata partigiana «Lupo». Negata l'esistenza di rappresaglie contro i civili, il funzionario della Rsi ammise, a livello d'ipotesi, che nel corso delle operazioni potessero «essere stati uccisi anche degli abitanti, compresa qualche donna, in quanto molti casolari sparsi nella campagna erano stati trasformati dai banditi in veri e propri fortilizi». Mussolini avrebbe presto inteso, dal rapporto realistico redatto dal segretario comunale di Marzabotto, l'estensione delle violenze, di cui si lamentò con Hitler, senza alcun risultato.
La portata degli eccidi era incerta ancora a fine della guerra, tanto è vero che molti cadaveri furono individuati soltanto nell'estate 1945, parzialmente sepolti sotto le macerie di casolari bruciati dall'esercito occupante. Ancora oggi mancano dati completi sull'entità dei morti.
Il processo per le stragi di Marzabotto si concentrò sulle responsabilità di un comandante di battaglione della sedicesima Panzer Division Reichsführer: il maggiore delle SS Walter Reder, condannato all'ergastolo il 31 ottobre 1951 dal Tribunale militare di Bologna (fu liberato nel gennaio 1985). Rimase in ombra il ruolo determinante di decine e decine di ufficiali e di soldati, i veri protagonisti di quegli eccidi, visto che di operazioni così complesse e ramificate non poteva certamente essere autore il solo Reder. L'identità di una parte dei responsabili era nota alla magistratura militare italiana, nei cui incartamenti si trovavano ad esempio i nominativi di Piepenschneider e Stockinger, indicati dal fascicolo n. 1937 (uno dei tanti atti processuali occultati negli anni Cinquanta dentro il cosiddetto «armadio della vergogna», con finalità di insabbiamento), oggi individuati dalla magistratura tedesca per il sergente Albert Piepenschneider e il caporale Franz Stockinger della sedicesima Panzer Division Reichsführer, sottoposti ad azione penale insieme ad altri loro ex commilitoni. Piepenschneider e Stockinger rastrellarono il 24 giugno nella zona di Marzabotto il mugnaio Tommaso Grilli, il contadino Alberto Raimondi, i coloni Giovanni e Armando Benini - padre e figlio - e li condussero in località Pian di Venola, dove furono fucilati. L'ordine era di lasciare i corpi insepolti, ma l'indomani don Giovanni Fornasini, parroco di Sperticano, ritirò da Marzabotto quattro bare e con l'aiuto di due donne ricompose le salme, trasportandole al cimitero con scarso seguito di cittadini, timorosi di una nuova uccisione in massa. Nella predica il sacerdote pronunziò parole amare e profetiche: «Queste sono le prime quattro vittime innocenti». Tra coloro che sarebbero stati uccisi con modalità analoghe figura lo stesso sacerdote, assassinato il 12 ottobre 1944 a S. Martino di Caprara da un elemento delle SS (il capitano Schmidthuns) cui don Fornasini rinfacciò la responsabilità dell'ennesima strage.
Per la quadruplice fucilazione a Pian di Venola, uno dei tanti episodi che, sommati gli uni agli altri, costituiscono l'«eccidio di Marzabotto», indagò nel 1948 il Tribunale militare di Bologna che tuttavia, accertate le responsabilità di una quindicina di militari tedeschi, non diede seguito all'azione penale, nell'ambito del fenomeno delle «stragi nascoste» per motivi di opportunità politica internazionale. L'incartamento, rinvenuto nel 1994 con altri 694 fascicoli in uno sgabuzzino di Palazzo Cesi, fu trasmesso il 19 dicembre dello stesso anno alla Procura militare di La Spezia, per la riapertura delle indagini. Sull'episodio indaga pure, come si è detto, la magistratura tedesca. Anche in questo caso, dunque, il filo di sangue delle stragi di Marzabotto scorre sino ai giorni nostri e ancora attende giustizia. Una giustizia, a tanto tempo di distanza e con imputati di età assai avanzata, non più guidata da istanze punitive, bensì sviluppata in una dimensione conoscitiva, per contestualizzare e dare un senso ad eventi così orribili.
L'imminente pellegrinaggio a Marzabotto del presidente della Repubblica federale tedesca, Johannes Rau - accompagnato dal presidente Carlo Azeglio Ciampi - riveste una forte valenza simbolica, che sarebbe riduttivo ridurre al solo gesto - pure importante - delle «scuse di Stato». L'appuntamento di mercoledì prossimo acquisterebbe ulteriore rilievo e prospettiva se, con l'alto patrocinio dei presidenti delle due Repubbliche, si costituisse una commissione di storici italiani e tedeschi che approntasse un'edizione bilingue delle fonti documentarie su Marzabotto, onde chiarire finalmente tempi, dinamiche e dimensioni degli eccidi. Così si ricostituirebbe, tramandata alle comunità mutilate di tanti loro componenti, una memoria storicamente valutativa, fuori da prospettive faziose e vendicative, in una dimensione di riconciliazione tra popoli e di superamento del passato.



Mimmo Franzinelli
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Promossa dalla Fondazione “Berti”
LA “GIORNATA DEL CARABINIERE” AL CAMPO DEGLI EROI

CASCIANA TERME - Un pressante invito alle Istituzioni nazionali affinchè valutino attentamente l’ipotesi di ridimensionare il numero delle Stazioni dei Carabinieri in Italia, nell’ambito di un previsto abbattimento dei costi di gestione, viene dal Campo degli Eroi,dove si è svolta la consueta “Giornata del Carabiniere”.
A lanciarlo è stata la Fondazione “Angiolo e Maria Teresa Berti”, ricordando in proposito una frase dello stesso Berti:” Per cancellare una Stazione dei Carabinieri bastano soltanto pochi minuti. Ma servirebbero invece anni per contrastare efficacemente la conseguente crescita della criminalità, dovuta all’assenza di un capillare controllo del territorio”.
All’incontro, ormai divenuto tradizionale,hanno preso parte i Carabinieri della Stazione di Casciana Terme, coordinati dal Maresciallo Bruno Gambini,che ha in particolare portato il saluto del Comandante la Compagnia di Pontedera, Capitano Alessio Nigro. Erano inoltre presenti, fra gli altri ospiti, i Vigili Urbani,la Croce Rossa Italiana e rappresentanti delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma.
Nell’arco del corrente anno, questa è la seconda manifestazione ufficiale promossa dalla Fondazione. Come si ricorderà, il 6 Aprile scorso, una rappresentanza degli Allievi dell’Accadenia Navale di Livorno ed il loro Comandante , amm. Pierluigi Rosati,resero omaggio al Campo degli Eroi. Poi si svolse l’incontro di calcio fra una rappresentativa dell’Accademia e l’Atletico Casciana. Il programma della Fondazione prevede, per la fine d’Ottobre, l’organizzazione d’un congresso a Carrara, sulle “Origini dell’Anarchismo in Italia”, assieme alla Fondazione Cassa di Risparmi di Carrara e con il patrocinio della Regione Toscana e del Comune apuano .

GIAN UGO BERTI