Lettori fissi

30 nov 2010


In occasione della festa della Toscana

(Trascrizione del Proemio e dell’articolo LI Abolizione della pena di morte
della Legge di riforma criminale del 30 novembre 1786, n. LIX.)
_______________________________________________________________________________
PIETRO LEOPOLDO
PER GRAZIA DI DIO
PRINCIPE REALE D’UNGHERIA E DI BOEMIA
ARCIDUCA D’AUSTRIA
GRANDUCA DI TOSCANA

Fino dal Nostro avvenimento al Trono di Toscana riguardammo come uno dei Nostri principali doveri l’esame, e riforma della Legislazione Criminale, ed avendola ben presto riconosciuta troppo severa, e derivata da massime stabilite nei tempi meno felici dell’Impero Romano, o nelle turbolenze dell’Anarchia dei bassi tempi, e specialmente non adattata al dolce, e mansueto carattere della Nazione, procurammo provvisionalmente temperarne il rigore con Istruzioni, ed Ordini ai Nostri Tribunali, e con particolari Editti, con i quali vennero abolite le pene di Morte, la Tortura, e le pene immoderate, e non proporzionate alle trasgressioni, ed alle contravvenzioni alle Leggi Fiscali, finché non ci fossimo posti in grado mediante un serio, e maturo esame, e col soccorso dell’esperimento di tali nuove disposizioni di riformare intieramente la detta Legislazione.

Con la più grande soddisfazione del Nostro paterno cuore Abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le reazioni, e mediante la celere spedizione dei Processi, e la prontezza, e sicurezza della pena dei veri Delinquenti, invece di accrescere il numero dei Delitti ha considerabilmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci, e quindi Siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della Legislazione Criminale, con la quale abolita per massima costante la pena di Morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla Società nella punizione dei Rei, eliminato affatto l’uso della Tortura, la Confiscazione dei beni dei Delinquenti, come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità nel delitto, e sbandita dalla Legislazione la moltiplicazione dei delitti impropriamente detti di Lesa Maestà con raffinamento di crudeltà inventati in tempi perversi, e fissando le pene proporzionate ai Delitti, ma inevitabili nei respettivi casi, ci Siamo determinati a ordinare con la pienezza della Nostra Suprema Autorità quanto appresso.

(…omissis…)

LI. Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti anco non gravi, ed avendo considerato che l’oggetto della Pena deve essere la soddisfazione al privato, ed al pubblico danno, la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza nei Rei dei più gravi ed atroci Delitti che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il Pubblico esempio, che il Governo nella punizione dei Delitti, e nel servire agli oggetti, ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al Reo; che tale efficacia, e moderazione insieme si ottiene più che con la Pena di Morte, con la Pena dei Lavori Pubblici, i quali servono di un esempio continuato, e non di un momentaneo terrore, che spesso degenera in compassione, e tolgono la possibilità di commettere nuovi Delitti, e non la possibile speranza di veder tornare alla Società un Cittadino utile, e corretto; avendo altresì considerato, che una ben diversa Legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel popolo Toscano, Siamo venuti nella determinazione di abolire come Abbiamo abolito con la presente Legge per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo, sia presente, sia contumace, ed ancorché confesso, e convinto di qualsivoglia Delitto dichiarato Capitale dalle Leggi fin qui promulgate, le quali tutte Vogliamo in questa parte cessate, ed abolite.

(…omissis…)

Tale è la Nostra volontà, alla quale Comandiamo che sia data piena Esecuzione in tutto il nostro Gran-Ducato, non ostante qualunque Legge, Statuto, Ordine, o Consuetudine in contrario.

Dato in Pisa li 30. Novembre 1786.

PIETRO LEOPOLDO.
V. ALBERTI.
CARLO BONSI.
__________________________________________________________________
In Firenze l’Anno 1786. Per Gaetano Cambiagi Stampator Granducale.

25 nov 2010


La canzone di Fabrizio De Andrè sulla strage di Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent'anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent'anni
figlio d'un temporale

c'è un dollaro d'argento sul fondo del Sand Creek.

I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte
e quella musica distante diventò sempre più forte
chiusi gli occhi per tre volte
mi ritrovai ancora lì
chiesi a mio nonno è solo un sogno
mio nonno disse sì

a volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek


Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
il lampo in un orecchio nell'altro il paradiso
le lacrime più piccole
le lacrime più grosse
quando l'albero della neve
fiorì di stelle rosse

ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek

Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte
c'erano solo cani e fumo e tende capovolte
tirai una freccia in cielo
per farlo respirare
tirai una freccia al vento
per farlo sanguinare

la terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent'anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent'anni
figlio d'un temporale

ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek

Fabrizio De André - Massimo Bubola

I Popoli non dimenticano! > 1864: la strage di Sand Creek


Il fatto

Nell'ottobre del 2000 il Congresso degli Usa chiede scusa agli Indiani per la strage del Sand Creek del 29 novembre 1864, quando un gruppo armato di truppe irregolari del Colorado massacrò un tranquillo accampamento Cheyenne a Sand Creek, infliggendo gravissime mutilazioni sessuali su uomini, donne e bambini.



Il fatto

John M. Chivington (1821-1894)

Il campo Cheyenne che si trovava in un'ansa a ferro di cavallo del Sand Creek a nord del letto di un altro torrente quasi secco. Vi erano quasi seicento indiani nell'ansa del torrente, due terzi dei quali donne e bambini. I capi dei Cheyenne erano Pentola Nera, Antilope Bianca, Copricapo di Guerra. Poco distante vi era il campo Arapaho di Mano Sinistra.

All'alba del 29 novembre 1864, il colonnello Chivington fece circondare l'accampamento, nonostante gli accordi presi e anche se nel mezzo del villaggio sventolava la bandiera americana, comandò l'attacco contro una popolazione inerme che quasi niente fece per reagire. Gli episodi sconvolgenti - come venne testimoniato dagli stessi indiani e da molti altri bianchi che parteciparono al massacro - non si contarono. Gli uomini vennero scalpati e orrendamente mutilati, i bambini usati per un macabro tiro al bersaglio, le donne oltraggiate, mutilate e scalpate.



Scuse del Congresso Usa agli indiani
Strage di Sand Creek condannata dopo 136 anni
Le "giacche blu" attaccarono un accampamento massacrando senza pietà 150 Cheyenne e Arapaho, soprattutto donne e bambini
Washington. Uno degli episodi più brutali della storia del West, il massacro di 150 indiani sulla sponda del Sand Creek, ha fatto scattare con 136 anni di ritardo le scuse del Congresso. Sul luogo della strage, avvenuta il 29 novembre 1864 lungo un torrente del Colorado, sarà posta una lapide per ricordare i Cheyenne e Arapaho, in gran parte donne e bambini, massacrati da un migliaio di "giacche blu" del colonnello John Chivington.

Come rievoca una sequenza memorabile del film di Arthur Penn "Piccolo grande uomo", (ndr, in realtà il film è "Soldato Blu" di Ralph Nelson - segnalazione di Licia Oddino) i soldati circondarono all'alba un accampamento pellerossa aprendo improvvisamente il fuoco. Quando il capo Pentola Nera sentì fischiare i primi proiettili alzò una bandiera americana e un vessillo bianco per segnalare agli aggressori che gli indiani non intendevano difendersi. Ma questo concentrò solo un volume ancora maggiore di fuoco sul capo pellerossa.

Il Congresso ha approvato una legge per trasformare in un sito storico il luogo del massacro, 250 km a sud-est di Denver. La legge era stata presentata da Ben Cavallo Notturno Campbell, l'unico senatore pellerossa della storia Usa, discendente delle vittime del massacro.

Nel 1865, le testimonianze della strage portarono il Congresso ad aprire una inchiesta. Ma i colpevoli non furono mai puniti, la strage non venne mai ufficialmente condannata. L'episodio innescò dodici anni di Guerre Indiane sfociate poi nella uccisione di George Custer a Little Big Horn.


George Custer
Una città situata vicino al luogo della carneficina sul Sand Creek reca ancora oggi il nome del colonnello Chivington. Non vi è invece alcuna menzione delle vittime del massacro.

La carneficina ispirò anni fa anche una canzone di Fabrizio De Andrè

La legge del Congresso, conferendo valore storico al sito, consentirà agli indiani di proteggere la sacralità dell'area. I pellerossa chiedono da tempo al Congresso di riconoscere con memoriali anche il loro ruolo nella storia della regione: gran parte dei monumenti esistenti nel West onorano solo i pionieri bianchi e i soldati.

Le scuse formulate dal Congresso americano ai pellerossa Cheyenne e Arapaho hanno illustri precedenti. Fu la Regina Elisabetta, vestita con un manto di piume, a chiedere scusa ai Maori per l'invasione della Nuova Zelanda avvenuta nel 1863. Le «incondizionate scuse» per le pene inferte alla popolazione locale furono pronunciate solo nel 1995, ma aprirono la strada alla legge per un indennizzo in denaro e la restituzione di 38 mila acri di terra.

Dopo un iter travagliato e diverse brusche battute d'arresto, anche il Parlamento australiano arrivò nel 1999 a esprimere «profondo e sincero rammarico» per «le sofferenze e i traumi» causate alla popolazione indigena.

Nell'aprile scorso, per la festa dei 500 anni dell'arrivo in Brasile dei portoghesi, la Chiesa cattolica, nella persona del cardinal Sodano, chiese perdono per gli abusi commessi in mezzo millennio di evangelizzazione del paese.

66°Anniversario

IN RICORDO DEL RASTRELLAMENTO DEL 29 NOVEMBRE 1944



Un ricordo dell'ANPI SARZANA

L’ obiettivo primario del rastrellamento era quello di distruggere le due Brigate Garibaldi operanti sul territorio, la “Ugo Muccini” e la “Gino Menconi”, e la “II Carrara” di ispirazione azionista.

Un rastrellamento, quindi, certamente studiato da tempo e, probabilmente, favorito dalla situazione in cui si trovavano in quel momento le formazioni partigiane, che dal 13 novembre 1944 erano state formalmente invitate a sospendere l’ attività dal generale Alexander.

Un’ azione che, in realtà, si protrasse ben oltre quella singola giornata, concludendosi a Massa circa una settimana dopo e per la quale furono impiegati migliaia di soldati della Wehrmacht (sempre condotti dalle Brigate Nere locali).



All’ alba del 29 novembre 1944, nella Lunigiana interna, alcune staffette avvistarono un numero insolito di soldati nemici che si apprestavano a risalire le colline fosdinovesi, lungo la direttrice della “Spolverina” (la statale che collega l’ Alta Lunigiana con Carrara e Massa). Intanto, nella bassa Val di Magra, i tedeschi stavano formando un cordone di lunghezza inimmaginabile, che lungo la Via Aurelia si dispiegava da Santo Stefano Magra (SP) fino ai confini con Carrara: l’ accerchiamento era compiuto.



Dopo aver combattuto l'intera giornata i comandanti dei Distaccamenti della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini” si ritrovarono, nella notte, a Giucano (Fosdinovo) e decisoro per lo “sganciamento” a piccoli gruppi, poiché in tal modo sarebbe stato più facile sottrarsi all’ accanimento nemico.

«Se si fosse trattato di un normale attacco, avremmo reagito diversamente», dice Paolino Ranieri “Andrea”, Commissario Politico di Brigata, «ma così non c’ erano vie di scampo. Allora abbiamo deciso che io e il Vice Comandante “Walter”, Flavio Bertone, ci saremmo fermati sul posto con pochi uomini, mentre il Comandante “Federico”, Piero Galantini, avrebbe guidato i distaccamenti verso l’ unica direzione possibile».



Sotto i fitti bombardamenti tedeschi, provenienti dai fortini militari di Punta Bianca e Bocca di Magra, quasi tutta la Brigata si riversò nella Val d’ Isolone, soprattutto nel paese
di Gignago, territorio che in quel momento era controllato capillarmente dall’ «Ubaldo Cheirasco» di “Orti”. «Gignago - racconta quest’ ultimo - fino al 29 novembre era
considerato una fortezza inespugnabile. Avevamo diffuso la voce che il territorio circostante fosse minato, mentre facevamo esplodere dei semplici petardi».



Le speranze di salvezza erano sostanzialmente due: trovare un rifugio che garantisse sicurezza per diversi giorni; sfuggire all’ accerchiamento incamminandosi verso la Li-
nea Gotica, lungo la quale da diversi mesi si era attestato il fronte di avanzamento degli eserciti alleati.


La prima scelta fu praticata soprattutto dai civili, alcuni sfruttando delle vere e proprie “tane” preparate da tempo in previsione di un attacco del genere, altri inventandosi qualcosa lì per lì.

C’ è chi ha passato giornate intere dentro una botte sotterrata mentre la moglie, facendo finta di tagliare dell’ erba, gli portava informazioni sui movimenti del nemico. Altri avevano scavato dei fossati attorno alla propria casa, lunghi abbastanza per accogliere decine di persone. Rifugi preparati da tempo, per una vita nella clandestinità, «che era terribile» dice Nella Marchini, che passò quella notte a cuocere frittelle per i partigiani che passavano dalla sua casa, «ma dalla quale, senza l’ aiuto delle spie, non avrebbero tirato fuori nessuno».



La Brigata Garibaldi “Gino Menconi”, che era di Carrara, aveva a disposizione le cave di marmo delle Alpi Apuane, un territorio che se durante l’ anno costituiva un problema per gli approvvigionamenti («qui c’ era solo marmo e il marmo non si mangia mica!», dice Anna Maria Vignolini, staffetta, in un’ intervista conservata presso il Museo Multimediale della Resistenza di Fosdinovo (MS) ), in frangenti come questo garantiva l’ impenetrabilità di fronte a qualsiasi tipo di attacco.


Tanto che Ernesto Carpini, “Lo Spezzino”, decise di fermarsi da solo con la sua MG 42 nei pressi di Codena, ad aspettare l’ arrivo dei tedeschi. Tenne la postazione per ore,
consentendo ai compagni che poco prima erano con lui di incamminarsi verso le cave. Poi, come forse anche lui si aspettava quando prese quella decisione, fu sopraffatto ed ucciso dai nemici.



Ad avviarsi verso i “territori liberati” fu, invece, il grosso della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini”, che era di Sarzana e se prima del rastrellamento contava quasi mille uomini dopo dovette ripartire da poche decine. Turiddo Tusini, “Volga”, ricorda le guide ad aspettarli ad Antona, l’ attraversamento del passo dell’ Altissimo con la neve e il terreno minato, i mortai tedeschi che li bersagliavano. «Giunti fuori dal loro tiro, trovammo dei soldati neri americani che, dopo averci frugato, ci caricarono su un carro bestiame, diretti nei centri di raccolta profughi».


Bruno Brizzi, “Nino”, il 29 novembre non era sul territorio, tornò il 2 dicembre per trovare la sua gente allo sbando, ma anche per continuare le sue azioni notturne in compagnia dell’ amico “Carlin”, Nello Masetti.

«Ci vestivamo da tedeschi, con vestiti presi ai nemici catturati, poi andavamo a fare puntate fin sull’ Aurelia. Eravamo in giro così ogni notte. Roba da farsi ammazzare!».



Intanto, tra i civili, si stava consumando l’ altro aspetto, l’ altra tragedia del rastrellamento: i catturati, dopo essere stati radunati, venivano scelti in base all’ età e alle condizioni di salute; per chi superava questa prima selezione, c’ era l’ ex colonia “Italo Balbo” di Marinella (SP) trasformata per l’ occasione in centro di permanenza temporaneo; da lì, se non si veniva giudicati fin troppo giovani da un tedesco o da una Brigata Nera (ma era un rischio remoto, dato che i quindicenni erano già arruolati), si ripartiva alla volta di Genova dove, una volta caricati su carri bestiame, si veniva spediti in Germania, a Turkheim, nei pressi di Monaco e di Dachau, per diventare la nuova forza lavoro del Terzo Reich.

Guglielmo Pucci all’ epoca aveva sedici anni, era di Massa e aveva dovuto sfollare nella Val d’ Isolone. Ricorda ancora quando, nella piazza centrale di Castelnuovo Magra, durante la prima selezione lo separarono da suo padre, e ricorda i vani tentativi di sua madre per convincere le guardie della “Italo Balbo” a rilasciarlo, perché troppo giovane. Avrebbe fatto ritorno a casa soltanto nel giugno del ‘ 45.



Il 29 novembre 1944 segnò una svolta per la Resistenza apuana e lunigianese.

Ripresasi dal trauma, durante l’ inverno la “Muccini” cominciò a ricostituirsi «riallacciando i rapporti con la popolazione, recuperando chi era andato a nascondersi e trovando nuove leve per sostituire chi aveva superato il fronte», spiega Paolo Ambrosini, “Gurj”, uno dei pochi a fermarsi, «il tutto sotto la guida del nostro nuovo Comandante “Walter”».

«Sembrava che tutto fosse finito, invece poi scoprimmo che non tutto era finito», fa ancora in tempo a dire “Volga” prima che Wanda Bianchi, “Sonia” il suo nome da staffetta, chiuda così: «Mio padre mi diceva che non dovevo perdermi d’ animo - vedrai che ce la facciamo - continuava a ripetermi. Io, per la verità, dopo il rastrellamento mi ero un po’ persa. Il giorno dopo, però, quando sono tornata ai monti ho visto che qualcuno c’ era ancora, e che stavano cercando di riorganizzarsi.


Allora ho pensato che forse aveva ragione lui. Certo, la lotta dopo è diventata più dura, i rastrellamenti erano sempre più frequenti e le Brigate Nere, chi prendevano, li massacravano sempre di più. Però, alla fine, ce l’ abbiamo fatta».

dal sito Viceversa

16 nov 2010


Discorso di Sandro Pertini ai terremotati d'Irpinia(1980)
Lucida previsione sulle inefficienze della protezione civile

Il presidente Sandro Pertini in visita ai paesi colpiti del terremoto dell'80. ''Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi'.


ROMA- Il terremoto che il 23 novembre 1980 colpi' l'Irpinia e la Basilicata, costitui' un punto di svolta nell'organizzazione di un sistema di protezione civile in Italia. Fu la "requisitoria" dell'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini - che parlo'in tv dopo aver verificato di persona, tra le macerie, l'inefficienza dello Stato nell'organizzazione dei soccorsi - che segno' un'inversione di tendenza e determino' in pochi mesi l'elaborazione di un sistema di cooperazione tra Stato, Regioni ed enti locali sul quale si fonda oggi la struttura della Protezione Civile nazionale. Questo il testo integrale del discorso che Pertini fece agli italiani, in televisione, a reti unificate, il 27 novembre 1980, dopo essere stato il giorno prima nelle aree colpite dal sisma. "Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione poi dei sopravvissuti vivrà nel mio animo. Sono arrivato in quei paesi subito dopo la notizia che mi è giunta a Roma della catastrofe, sono partito ieri sera. Ebbene, a distanza di 48 ore, non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari. E' vero, io sono stato avvicinato dagli abitanti delle zone terremotate che mi hanno manifestato la loro disperazione e il loro dolore, ma anche la loro rabbia. Non è vero, come ha scritto qualcuno che si sono scagliati contro di me, anzi, io sono stato circondato da affetto e comprensione umana. Ma questo non conta. Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi. E i superstiti presi di rabbia mi dicevano: 'ma noi non abbiamo gli attrezzi necessari per poter salvare questi nostri congiunti, liberarli dalle macerie'. Io ricordo anche questa scena: una bambina mi si è avvicinata disperata, mi si e' gettata al collo e mi ha detto piangendo che aveva perduto sua madre, suo padre e i suoi fratelli. Una donna disperata e piangente che mi ha detto 'ho perduto mio marito e i miei figli'. E i superstiti che li' vagavano fra queste rovine, impotenti a recare aiuto a coloro che sotto le rovine ancora vi erano. Ebbene, io allora, in quel momento, mi sono chiesto come mi chiedo adesso, questo.

Nel 1970 in Parlamento furono votate leggi riguardanti le calamità naturali. Vengo a sapere adesso che non sono stati attuati i regolamenti di esecuzione di queste leggi. E mi chiedo: se questi centri di soccorso immediati sono stati istituiti, perché non hanno funzionato? Perché a distanza di 48 ore non si è fatta sentire la loro presenza in queste zone devastate? Non bastano adesso… Vi è anche questo episodio che devo ricordare, che mette in evidenza la mancanza di aiuti immediati. Cittadini superstiti di un paese dell'Irpinia mi hanno avvicinato e mi hanno detto: 'Vede, i soldati ed i carabinieri che si stanno prodigando in un modo ammirevole e commovente per aiutarci, oggi ci hanno dato la loro razione di viveri perché noi non abbiamo di che mangiare'. Non erano arrivate a quelle popolazioni razioni di viveri. Quindi questi centri di soccorso immediato, se sono stati fatti, ripeto, non hanno funzionato. Vi sono state delle mancanze gravi, non vi è dubbio, e quindi chi ha mancato deve essere colpito, come è stato colpito il prefetto di Avellino, che è stato rimosso giustamente dalla sua carica. Adesso non si può pensare soltanto ad inviare tende in quelle zone. Sta piovendo, si avvicina l'inverno, e con l'inverno il freddo. E quindi è assurdo pensare di ricoverarli, pensare di far passare l'inverno ai superstiti sotto queste tende. Bisogna pensare a ricoverarli in alloggi questi superstiti. E poi bisogna pensare a una casa per loro. Su questo punto io voglio soffermarmi, sia pure brevemente. Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice. Io ricordo che sono andato in visita in Sicilia. Ed a Palermo venne il parroco di Santa Ninfa con i suoi concittadini a lamentare questo: che a distanza di 13 anni nel Belice non sono state ancora costruite le case promesse. I terremotati vivono ancora in baracche: eppure allora fu stanziato il denaro necessario. Le somme necessarie furono stanziate. Mi chiedo: dove è andato a finire questo denaro ? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere in carcere? Perché l'infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui. Quindi, non si ripeta, per carità, quanto è avvenuto nel Belice, perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un'offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani, della nazione intera e della mia prima di tutto.

Quindi si provveda seriamente, si veda di dare a costoro al più presto, a tutte le famiglie, una casa. Io ho assistito anche a questo spettacolo. Degli emigranti che erano arrivati dalla Germania e dalla Svizzera e con i loro risparmi si erano costruiti una casa, li ho visti piangere dinanzi alle rovine di queste loro case. Ed allora: non vi è bisogno di nuove leggi, la legge esiste. Ecco perché io ho rinunciato ad inviare, come era mio proposito in un primo momento, un messaggio al parlamento. Si applichi questa legge e si dia vita a questi regolamenti di esecuzione, e si cerchi subito di portare soccorsi ai superstiti e di ricoverarli non in tende ma in alloggi dove possano passare l'inverno e attendere che sia risolta la loro situazione. Perché un appello voglio rivolgere a voi, italiane e italiani, senza retorica, un appello che sorge dal mio cuore, di un uomo che ha assistito a tante tragedie, a degli spettacoli, che mai dimenticherò, di dolore e di disperazione in quei paesi. A tutte le italiane e gli italiani: qui non c'entra la politica, qui c'entra la solidarietà umana, tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi".

6 nov 2010



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Guy Fawkes: A Biography
by David Herber


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Born: 13 April 1570, Stonegate, Yorkshire
Died: 31 January 1606, Old Palace Yard, Westminster

Guy Fawkes was the only son of Edward Fawkes of York and his wife Edith Blake. Prior to Fawkes's birth, Edith had given birth to a daughter Anne on 3 October 1568, but the infant lived a mere seven weeks, being buried on 14 November of the same year. Two sisters followed Guy, another Anne (who later married Henry Kilburns in Scotton in 1599) on 12 October 1572, and Elizabeth (who later married William Dickenson, also in Scotton, in 1594) on 27 May 1575.

Edward Fawkes, who was descended from the Fawkes family of Farnley, was a notary or proctor of the ecclesiastical courts and advocate of the consistory court of the Archbishop of York. On his mother's side, he was descended from the Harrington family who were eminent merchants and Aldermen of York.

Fawkes became a pupil of the Free School of St. Peters located in "Le Horse Fayre", which was founded by Royal Charter of Philip and Mary in 1557. He counted there amongst his schoolfellows, John and Christopher Wright, Thomas Morton (afterwards Bishop of Durham), Sir Thomas Cheke and Oswald Tesimond. His time there was under the tutelage of a John Pulleyn, kinsman to the Pulleyns of Scotton and a suspected Catholic who some believe may have had an early effect on the impressionable Fawkes.

On 17 January 1578, Edward Fawkes was buried at St. Michael-le-Belfry. Edith spent nine years as a sedate and respectable widow before moving to Scotton between 18 April 1587 and 2 February 1588-89. There she married Dionysius (or Dennis) Bainbridge, son of Philip Bainbridge of Wheatley Hall and Frances Vavasour of Weston (who had previously allied herself to the Fawkes family through her first marriage to Antony Fawkes of York who died in 1551). Dionysius was described by a contemporary as "more ornamental than useful", and both he and Edith appeared to have made use of Guy's meagre inheritance while it was still in their powers to do so.

It is possible that Fawkes married, for the International Genealogy Index (IGI) compiled by the Church of Jesus Christ of Latter-day Saints records a marriage between Guy Fawkes and Maria Pulleyn in 1590 in Scotton, and it also records the birth of a son Thomas to Guy Fawkes and Maria on 6 February 1591. However, these entries appear to be taken from a secondary source and not from actual parish register entries, and so they cannot be clarified further.

Fawkes came of age in 1591 and proceeded to dispose of parts of his inheritance. The first documentary proof of this is through an indenture of lease dated 14 October, 33 Eliz.

A transaction is recorded between "Guye Faux of Scotton in the Co. of Yorke, gentilman, and Christopher Lomley of Yorke, tailor", to whom Fawkes leased for twenty one years, "three and a half acres in Clifton, with one other acre there, and a barn and garth attached to Gilligaite", a suburb of York. Robert Davies who found these documents in 1830, says that "On the seal appended to one of them, though the impression is nearly effaced, the figure of a bird is just discernible, apparently a falcon". This apparently confirms Fawkes' descent for the falcon is the crest of the family of Fawkes of Farnley.

Another document, an indenture of conveyance is dated 1 August, 34 Eliz., between "Guye Fawkes of the cittie of Yorke, gentilman, and Anna Skipseye, of Clifton, spinster", which indicates that Fawkes was no longer in Scotton. For a brief period after this, he was employed as a footman by Anthony Browne, 2nd Lord Montague, a member of a leading recusant family.

Fawkes is believed to have left England in 1593 or 1594 for Flanders, together with one of his Harrington cousins who later become a priest. In Flanders he enlisted in the Spanish army under the Archduke Albert of Austria, who was afterwards governor of the Netherlands.

Fawkes held a post of command when the Spaniards took Calais in 1596 under the orders of King Philip II of Spain. He was described at this time as a man "of excellent good natural parts, very resolute and universally learned", and was "sought by all the most distinguished in the Archduke's camp for nobility and virtue". Tesimond also describes him as "a man of great piety, of exemplary temperance, of mild and chearful demeanour, an enemy of broils and disputes, a faithful friend, and remarkable for his punctual attendance upon religious observance".

Fawkes's appearance by now was most impressive. He was a tall, powerfully built man, with thick reddish-brown hair, flowing moustache, and a bushy reddish-brown beard. He had also apparently adopted the name or affectation Guido in place of Guy. His extraordinary fortitude, and his "considerable fame among soldiers", perhaps acquired through his services under Colonel Bostock at the Battle of Nieuport in 1600 when it is believed he was wounded, brought him to the attention of Sir William Stanley (in charge of the English regiment in Flanders), Hugh Owen and Father William Baldwin.

Fawkes severed his connection with the Archduke's forces on 16 February 1603, when he was granted leave to go to Spain on behalf of Stanley, Owen and Baldwin to "enlighten King Philip II concerning the true position of the Romanists in England". During this visit he renewed his acquaintance with Christopher Wright, and the two men set about obtaining Spanish support for an invasion of England upon the death of Elizabeth, a mission which ultimately proved fruitless.

Upon return from this mission, Fawkes was informed in Brussels that Thomas Wintour had been asking for him. About Easter time, when Wintour was about to return to England, Stanley presented Fawkes to him. It cannot be proved, but perhaps Wintour had already informed Fawkes of the conspirators' intentions, because in Fawkes' confession he states that "I confesse that a practise in general was first broken unto me against his Majesty for reliefe of the Catholique cause, and not invented or propounded by myself. And this was first propounded unto me about Easter last was twelve month, beyond the Seas, in the Low Countries of the Archduke's obeyance, by Thomas Wintour, who came thereupon with me into England".

Between Easter and May, Fawkes was invited by Robert Catesby to accompany Thomas Wintour to Bergen in order to meet with the Constable of Castile, Juan De Velasco, who was on his way to the court of King James I to discuss a treaty between Spain and England.

In May of 1604, Guy Fawkes met with Robert Catesby, Thomas Percy, John Wright and Thomas Wintour at an inn called the Duck and Drake in the fashionable Strand district of London, and agreed under oath along with Percy to join the other three in the gunpowder conspiracy. This oath was then sanctified by the performing of mass and the administering of the sacraments by the Jesuit priest John Gerard in an adjoining room. Fawkes assumed the identity of John Johnson, a servant of Percy and was entrusted to the care of the tenement which Percy had rented. Around Michaelmas, Fawkes was asked to begin preparations for work on the mine, but these plans were delayed until early December as the Commissioners of the Union between England and Scotland were meeting in the same house. Eventually the work in the mine proved slow and difficult for men unused to such physical labours, and further accomplices were sworn into the plot.

About March 1605, the conspirators hired a cellar beneath Parliament, once again through Thomas Percy, and Fawkes assisted in filling the room with barrels of powder, hidden beneath iron bars and faggots. He was then despatched to Flanders to presumably communicate the details of the plot to Stanley and Owen.

At the end of August, he was back in London again, replacing the spoiled powder barrels, and residing at "one Mrs. Herbert's house, a widow that dwells on the backside of St. Clement's Church". He soon left this accommodation when his landlady suspected his involvement with Catholics. On 18 October he travelled to White Webbs for a meeting with Catesby, Thomas Wintour, and Francis Tresham to discuss how certain Catholic peers could be excluded from the explosion. On 26 October, the now famous Monteagle Letter was delivered into the hands of William Parker, 4th Baron Monteagle. Concern quickly erupted amongst the conspirators, but the letter's apparent vagueness prompted Catesby to continue with their plans.

On Wednesday 30 October, Fawkes, apparently ignorant of the letter's existence inspected the cellar again and satisfied himself that the gunpowder was still in place and had not been disturbed. On Sunday 3 November, a few of the leading conspirators met in London and agreed that the authorities were still unaware of their actions. However, all except Fawkes made plans for a speedy exit from London. Fawkes had agreed to watch the cellar by himself, having already been given the task of firing the powder, undoubtedly because of his munitions experience in the Low Countries where he had been taught how to "fire a slow train". His orders were to embark for Flanders as soon as the powder was fired, and to spread the news of the explosion on the continent.

On the following Monday afternoon, the Lord Chamberlain, Thomas Howard, Earl of Suffolk, searched the parliament buildings accompanied by Monteagle and John Whynniard. In the cellar they came upon an unusually large pile of billets and faggots, and perceived Fawkes whom they described as "a very bad and desperate fellow". They asked who claimed the pile, and Fawkes replied that it was Thomas Percy's in whose employment he worked. They reported these details to the King, and believing, by the look of Fawkes "he seemed to be a man shrewd enough, but up to no good", they again searched the cellar, a little before midnight the following night, this time led by Sir Thomas Knyvett, a Westminster magistrate and Gentleman of the Privy Chamber. Fawkes had gone forth to warn Percy that same day, but returned to his post before night. Once again, the pile of billets and faggots was searched and the powder discovered, and this time Fawkes was arrested. On his person they discovered a watch, slow matches and touchwood. Fawkes later declared that had he been in the cellar when Knyvett entered it he would have "blown him up, house, himself, and all".

Early in the morning of 5 November, the Privy Council met in the King's bedchamber, and Fawkes was brought in under guard. He declined to give any information beyond that his name was Johnson and he was a servant of Thomas Percy. Further interrogations that day revealed little more than his apparent xenophobia. When questioned by the King how he could conspire such a hideous treason, Fawkes replied that a dangerous disease required a desperate remedy, and that his intentions were to blow the Scotsmen present back into Scotland.

King James indicated in a letter of 6 November that "The gentler tortours are to be first used unto him, et sic per gradus ad mia tenditur [and so by degrees proceeding to the worst], and so God speed your goode worke", as it [torture] was contrary to English common law, unless authorised by the King or Privy Council. Eventually on 7 November Guido's spirit broke and he confessed his real name and that the plot was confined to five men. "He told us that since he undertook this action he did every day pray to God he might perform that which might be for the advancement of the Catholic Faith and saving his own soul". The following day he recounted the events of the conspiracy, without naming names, then on the 9 November he named his fellow plotters, having heard that some of them had already been arrested at Holbeche. Guido's final signature, a barely legible scrawl, is testament to his suffering. There is no direct evidence as to what tortures were used on Guy Fawkes, although it is almost certain that they included the manacles, and probably also the rack.

On Monday 27 January 1606, the day of the capture of Edward Oldcorne and Henry Garnet, the trial of the eight surviving conspirators began in Westminster Hall. It was a trial in name only, for a guilty verdict had certainly already been handed down. The conspirators pleaded not guilty, a plea which caused some consternation amongst those present. Fawkes later explained that his objection was to the implication that the "seducing Jesuits" were the principal offenders.

On Friday, 31 January 1606, Fawkes, Thomas Wintour, Ambrose Rookwood and Robert Keyes were taken to the Old Palace Yard at Westminster and hanged, drawn and quartered "in the very place which they had planned to demolish in order to hammer home the message of their wickedness". Thomas Wintour was followed by Rookwood and then by Keyes. Guido, the "romantic caped figure of such evil villainy" came last. A contemporary wrote:

"Last of all came the great devil of all, Guy Fawkes, alias Johnson, who should have put fire to the powder. His body being weak with the torture and sickness he was scarce able to go up the ladder, yet with much ado, by the help of the hangman, went high enough to break his neck by the fall. He made no speech, but with his crosses and idle ceremonies made his end upon the gallows and the block, to the great joy of all the beholders that the land was ended of so wicked a villainy".

David Jardine, in his book "A Narrative of the Gunpowder Plot" (1857), says that "according to the accounts of him, he is not to be regarded as a mercenary ruffian, ready for hire to do any deed of blood; but as a zealot, misled by misguided fanaticism, who was, however, by no means destitute of piety or humanity".

Reproduced by kind permission of the Gunpowder Plot Society

Susanna Berti Franceschi


Guy Fawkes Night
Da Wikipedia.

Guy Fawkes Night (conosciuto anche come Bonfire Night, o Fireworks Night) è una celebrazione annuale che si tiene nel pomeriggio del 5 novembre. È celebrata soprattutto nel Regno Unito, ma anche nelle ex colonie britanniche, comprese la Nuova Zelanda, parte del Canada e parte dei Caraibi britannici.

Viene celebrata la sventata Congiura delle Polveri, quando un gruppo di cattolici guidati da Robert Catesby (comprendente anche Guy Fawkes) progettò di far saltare il Palazzo di Westminster nel pomeriggio del 5 novembre 1605, all'interno del quale era presente re Giacomo I d'Inghilterra, che reprimeva i cittadini di religione cattolica.

I festeggiamenti pubblici vertono essenzialmente in uno spettacolo pirotecnico e soprattutto in un falò nel quale vengono bruciati i pupazzi dei congiurati. La giornata è anche accompagnata da cibi tradizionali cucinati od acquistati per l'occasione.

(EN)
« Remember, remember the Fifth of November, The Gunpowder Treason and Plot,
I know of no reason
Why Gunpowder Treason
Should ever be forgot.
Guy Fawkes, Guy Fawkes, t'was his intent
To blow up King and Parli'ment.
Three-score barrels of powder below
To prove old England's overthrow;
By God's providence he was catch'd
With a dark lantern and burning match.
Holloa boys, holloa boys, let the bells ring.
Holloa boys, holloa boys, God save the King! » (IT)
« Ricorda, ricorda il 5 Novembre,
La Congiura delle Polveri e il complotto,
non conosco ragione
per cui la congiura
debba essere mai dimenticata.
Guy Fawkes, Guy Fawkes, questo era il tuo intento
di far saltare in aria il re e il Parlamento.
Tre colonne di barili di polvere da sparo
sotto per provare a rovesciare la vecchia Inghilterra;
dalla provvidenza di Dio egli ha ricercato
con una scura lanterna e un fiammifero ardente.
Urlate ragazzi, urlate ragazzi, che le campane suonino,
urlate ragazzi, urlate ragazzi che Dio salvi il re! »
(Filastrocca per bambini)

La tradizione nel resto del mondo
La fama di questo evento storico è uscita dai confini del Regno Unito e delle ex-colonie grazie al fumetto V for Vendetta di Alan Moore da cui è stato tratto anche il film V per Vendetta. Il protagonista della storia si rifà agli ideali rivoluzionari e di ribellione al potere costituito che guidarono Guy Fawkes, impersonandolo

Nel 150° anniversario dell’Unità d’ Italia
4 NOVEMBRE: LA FONDAZIONE “BERTI” RICORDA I CADUTI CASCIANESI
Al Campo degli Eroi deposta una corona d’alloro ai piedi del monumento

CASCIANA TERME ( Pisa ) – Con 120 caduti, Casciana Terme ha pagato il proprio tributo alla libertà dell’Italia. Sono infatti tante le persone che non hanno fatto ritorno a casa nei due conflitti mondiali. Una apposita lapide che li ricorda al Campo degli Eroi è stata al centro dell’incontro promosso della Fondazione “Angiolo e Maria Teresa Berti”, nell’ambito di un programma di manifestazioni storiche e culturali previste per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Nel corso della cerimonia in occasione della ricorrenza del 4 novembre 1918, ponendo la corona d’alloro ai piedi del monumento ( venne inaugurato dal presidente del senato Giovanni Spadolini il 31 agosto 1991),la Fondazione ha voluto confermare l’impegno a non dimenticare il sacrificio di questi eroi, la cui memoria,si è concluso, rimarrà per sempre scolpita nei cuori e nelle menti di chi crede nei valori di Patria e Libertà.

GIAN UGO BERTI