Lettori fissi

30 apr 2010


30 APRILE:HITLER SI SUICIDA NEL BUNKER CON ALTI GERARCHI ED EVA BRAUN

Adolf Hitler


 


 

Uomo politico tedesco (Braunau, Austria Superiore, 1889 - Berlino 1945). Figlio di un doganiere austriaco, rimase presto orfano e si trasferì a Vienna (1906) per studiare pittura, ma non fu ammesso all'Accademia di belle arti e conobbe la miseria. Il soggiorno nella capitale, dove gli Ebrei occupavano una posizione economica di primo piano e l'antisemitismo era diffuso, lasciò in lui una traccia profonda. Trasferitosi a Monaco (1912) lavorò come pittore edile e come decoratore. La disoccupazione frequente in cui si trovò in tale periodo gli permise di compiere estese quanto disordinate letture (Sorel, Nietzsche). Arruolato nell'esercito bavarese (1914), caporale, fu ferito sulla Somme (ottobre 1916) e colpito dai gas nella zona delle Fiandre (ottobre 1918) sicché, al momento dell'armistizio, era ricoverato in un ospedale militare, a Pasewalk, in Pomerania. Decorato con la croce di ferro, conservò un ricordo esaltante del fronte e attribuì agli Ebrei e ai marxisti la sconfitta della Germania. Dimesso dall'ospedale, rimase, sempre come caporale, al suo reggimento a Monaco ed entrò in conflitto con i consigli o soviet di soldati di Monaco; dopo il loro fallimento gli furono affidati compiti di propaganda nella nuova Reichswehr (agosto 1919 - aprile 1920), con l'incarico di lottare contro il bolscevismo e di diffondere l'ideale nazionalista.

Un suo superiore, Gottfried Feder, lo mise in contatto (luglio 1919) con il partito dei lavoratori tedeschi, piccolo gruppo di estrema destra diretto da Anton Drexler. Hitler entrò ben presto nel comitato direttivo, scrivendo nel settimanale del partito, il Völkischer Beobachter di Monaco. Organizzò nel frattempo, il 24 febbraio 1920, in una birreria di Monaco (la "Hofbräuhaus"), la prima riunione pubblica, esponendo in venticinque punti il suo programma, su base pangermanista e razzista.

Dotato di facile eloquenza, nel 1921 eliminò Drexler; il suo partito, ribattezzato da Hitler (che ne divenne presidente) "partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori", si sviluppò in Baviera col favore della reazione seguita alla caduta della repubblica spartachista. Hitler, che era venuto sacrificando le iniziali velleità di riforma sociale al più acceso nazionalismo, intrecciò proficui rapporti con la Reichswehr, si accattivò la simpatia di Ludendorff e quella delle associazioni padronali. L'importanza delle SA (Sturmabteilungen), formazione paramilitare del partito, gli procurò la direzione del Kampfbund (Lega delle associazioni combattentistiche), costituitosi nel settembre 1923. Hitler approfittò dell'agitazione seguita all'occupazione francese della Ruhr e all'inflazione per imitare il colpo di forza di Mussolini (giunto al potere in Italia l'anno precedente), cercando di sopraffare il governo bavarese di von Kahr (putsch dell'8 novembre 1923); ma von Kahr, che aveva finto di appoggiarlo, l'indomani fece sparare sul corteo organizzato da Hitler e Ludendorff. Ci furono, fra i loro seguaci, diciotto morti e Hitler, ferito, fu incarcerato e condannato nel gennaio 1924 a cinque anni di fortezza per alto tradimento; della prigionia (durata meno di un anno e scontata a Landsberg) si giovò per dettare a Rudolf Hess, anch'egli incarcerato, gli elementi del Mein Kampf, sua autobiografia e vangelo politico. Cessato lo stato d'assedio (febbraio 1925), Hitler si scontrò in seno al partito con i fratelli Gregor e Otto Strasser, che appoggiati dagli iscritti della Germania settentrionale rifiutavano di rientrare nella legalità come era volontà del capo. Hitler decise di nominare personalmente i capi provinciali (Gauleiter) del partito, fino allora elettivi; alle SA, di cui non si fidava, furono aggiunte le SS (Schutzstaffeln, Sezioni di sicurezza). Dopo il periodo 1924-1929, poco favorevole agli estremisti grazie alla prosperità industriale, l'hitlerismo ebbe nuovo impulso dalla crisi economica del 1929. Hitler entrò allora in relazione con l'industriale Hugenberg, capo del partito tedesco-nazionale, che cercava truppe contro i comunisti. L'apparente moderazione di Hitler provocò la defezione di O. Strasser e ammutinamenti fra le SA, che furono allora affidate al capitano Röhm. Il partito nazionalsocialista (o nazista, come fu detto in forma abbreviata) aveva avuto 800 mila voti e 12 deputati nel 1928; le elezioni del 1930 gliene diedero sei milioni e mezzo con 107 deputati, grazie alla propaganda frenetica ma efficace del suo capo, che fece breccia fra i disoccupati e i borghesi malcontenti. Il presidente del Reich, Hindenburg, chiese

inutilmente a Hitler di partecipare al ministero Brüning (ottobre 1931); nel gennaio 1932 questi offrì a Hitler di cedergli il cancellierato purché accettasse la proroga per due anni del mandato presidenziale di Hindenburg. Hitler rifiutò, presentandosi alle elezioni presidenziali: sconfitto, raccolse tuttavia 13.400.000 voti. Brüning, che nell'aprile 1932 aveva proibito le formazioni militari private, fu successivamente costretto alle dimissioni dai conservatori (maggio 1932). Il nuovo cancelliere, von Papen, esponente della destra conservatrice che contava di servirsi dei nazisti, accordò a Hitler lo scioglimento del parlamento (Reichstag) e l'autorizzazione delle SA e delle SS. Avendo ottenuto 230 deputati nelle elezioni del luglio 1932, Hitler reclamò il potere; ma von Papen sciolse di nuovo il parlamento, e le elezioni del novembre 1932 ridussero i deputati nazionalsocialisti a 196. Il cancellierato passò al generale von Schleicher (dicembre 1932), deciso a combattere i nazisti; ma la sua moderazione spinse nuovamente i grandi industriali a sostenere questi ultimi. Von Schleicher fu ben presto estromesso grazie agli intrighi di von Papen, e Hitler, accettando di dividere il governo coi conservatori, venne chiamato alla cancelleria da Hindenburg, che a sua volta si era lasciato convincere da von Papen, il 30 gennaio 1933.

Dapprima Hitler non incluse nel governo che due rappresentanti nazisti (Göring e Frick), dando a von Papen la vicepresidenza, a Hugenberg, capo del partito tedesco nazionale, e a Seldte, capo degli Elmi d'acciaio (ex combattenti), due ministeri: ma ben presto mirò a impadronirsi totalmente del potere.

Cominciò con lo sciogliere il parlamento: le nuove elezioni (5 marzo 1933), grazie a una campagna finanziata dai magnati della Ruhr e contrassegnata dalle violenze delle SA e dall'incendio del Reichstag (attribuito ai comunisti), diedero ai nazisti il 44% dei voti. Messi fuori legge i comunisti, il parlamento (a eccezione dei socialdemocratici) accordò a Hitler i pieni poteri per quattro anni (23 marzo): il nuovo cancelliere se ne servì per riorganizzare la Germania e consolidare il proprio dominio. I conservatori uscirono a poco a poco dal ministero, mentre l'alta finanza e la Reichswehr venivano messe in allarme dall'atteggiamento delle SA, decise a monopolizzare il potere a proprio beneficio. Hitler risolse allora di sbarazzarsi dei suoi indocili sicari, e la notte del 30 giugno 1934 (la "notte dei lunghi coltelli") fece massacrare Röhm, i capi delle SA e altri avversari politici fra cui Gregor Strasser, von Schleicher, von Kahr, i segretari di von Papen. Poco dopo (2 agosto 1934) moriva Hindenburg, ultimo rappresentante del potere legale, e Hitler riunì allora nelle proprie mani la presidenza del Reich e il cancellierato, assumendo il titolo di Reichsführer (ratificato nell'agosto 1934 da un plebiscito, con il 90% di voti favorevoli).

Più che al "magnetismo" o al talento oratorio il successo personale di Hitler fu dovuto alla sua energia, alla sua capacità di dissimulazione, alla sua istintiva abilità nel cogliere il momento giusto per passare dalle astuzie alla violenza. La sua dottrina (il nazionalsocialismo) era basata su idee semplicistiche, ma efficaci, in particolare quella della superiorità della razza tedesca, chiamata dal destino ad affermare il proprio dominio, e la cui volontà era misticamente incarnata nella persona del capo, o Führer. Uno degli elementi capitali del nazismo era il fanatico odio antisemita, che avrebbe portato allo sterminio sistematico di milioni di Ebrei.

Subito dopo l'avvento al potere, Hitler provvide a unificare e centralizzare le strutture politiche e amministrative del paese; i governi dei singoli Stati (Länder) furono subordinati a quello del Reich, con la soppressione delle loro rappresentanze politiche e diritti sovrani; i partiti (tranne quello nazionalsocialista) vennero aboliti, compresi gli Elmi d'acciaio, e così pure i sindacati; le attività economiche, industriali e commerciali furono raggruppate in organismi analoghi alle corporazioni fasciste. Furono istituiti una polizia di Stato (Gestapo e campi di concentramento per gli avversari del regime.

Padrone assoluto della Germania, Hitler dedicò tutte le sue energie al riarmo, preparandosi alla guerra che riteneva inevitabile per la realizzazione delle sue mire espansionistiche, e che doveva assicurare a spese dell'Europa il benessere e la felicità dei Tedeschi. Intanto lo sviluppo accelerato dell'industria bellica fece cessare la disoccupazione. I lavoratori furono inquadrati nel Fronte del lavoro, mentre una propaganda continua e martellante, affidata a Goebbels, radicava nella grande maggioranza della popolazione una fiducia illimitata nel Führer e nell'avvenire da lui preparato. In breve (1933-1936) Hitler abolì tutte le limitazioni stabilite dal trattato di Versailles per le forze armate tedesche; il 7 marzo 1936 la Renania venne rioccupata militarmente, senza reazione efficace da parte delle potenze occidentali e con la solidarietà del governo fascista, che si era venuto avvicinando alla Germania nazista durante il conflitto italo-etiopico grazie al rifiuto tedesco di applicare le "sanzioni" della Società delle Nazioni. La solidarietà italo-tedesca si sviluppò con l'incontro fra il ministro degli esteri Ciano e Hitler a Berchtesgaden (ottobre 1936), primo annuncio dell'"Asse Roma- Berlino", e con l'aiuto comune dato a Franco nella guerra civile spagnola (1936-1939). Frattanto Germania e Giappone firmavano (25 novembre 1936) il primo Patto anticomintern per la lotta contro il comunismo, a cui l'Italia aderì l'anno dopo (6 novembre 1937). Alla fine del 1937 Hitler decise di riunire tutti i paesi di lingua tedesca prima che le potenze occidentali avessero effettuato il loro riarmo. La contrarietà a tali progetti dei conservatori e dell'esercito (ostile fra l'altro alle SS) indusse Hitler a rinnovare una parte degli esponenti governativi: Schacht, von Neurath e von Papen furono sostituiti; mentre al licenziamento del comandante in capo della Wehrmacht, von Fritsch (febbraio 1938), e del suo capo di SM, Beck (agosto 1938), seguì l'assunzione del supremo comando militare da parte di Hitler. Poco prima (13 marzo 1938) quest'ultimo aveva annesso l'Austria, con la connivenza del governo fascista (che pure negli anni precedenti aveva dichiarato l'indipendenza austriaca una vitale necessità per l'Italia, e se ne era reso garante). La propaganda nazista scoprì successivamente il problema delle minoranze tedesche in Boemia (i Sudeti) e ne seguì una violenta campagna, che portò il mondo sull'orlo della guerra: l'accordo di Monaco del 29-30 settembre 1938, in cui Mussolini assunse la parte di mediatore fra Hitler e le democrazie occidentali, cedette alla Germania un quarto della Cecoslovacchia. Dopo aver promesso solennemente di non avanzare ulteriori rivendicazioni, Hitler organizzò la secessione slovacca e occupò la Boemia-Moravia, instaurandovi il protettorato del Reich (16 marzo 1939); quindi si impadronì di Memel, in Lituania (22 marzo 1939). Già nell'aprile Hitler rivendicava, per congiungere la Prussia Occidentale all'Orientale, il cosiddetto "corridoio polacco", con il porto di Danzica; dopo il consolidamento dell'alleanza con l'Italia ("Patto d'acciaio", 22 maggio 1939) e la firma del trattato di non aggressione russo-tedesco (23 agosto 1939) la Germania scatenò la seconda guerra mondiale invadendo la Polonia (1º settembre). Le rapide vittorie tedesche in Polonia e successivamente l'invasione della Danimarca e l'occupazione della Norvegia (aprile 1940), furono il preludio allo scatenarsi della grande offensiva in Occidente (maggio 1940) che portò, dopo l'annientamento del Belgio e dell'Olanda, al crollo della Francia (giugno 1940). Nella primavera 1941 l'occupazione della Iugoslavia e della Grecia estese la dominazione hitleriana su quasi tutta l'Europa continentale (l'Italia era entrata in guerra a fianco della Germania il 10 giugno 1940). Il 22 giugno 1941 Hitler attaccava l'URSS; l'insuccesso dell'offensiva contro Mosca lo indusse a esonerare von Brauchitsch e ad assumere personalmente il comando effettivo. Sino alla fine del 1942 i successi tedeschi parvero dargli ragione; ma dopo Stalingrado (31 gennaio 1943), le vittorie alleate in Africa e il successivo sbarco in Italia (che portò alla caduta di Mussolini, 25 luglio, e all'armistizio italiano, 8 settembre 1943), e l'apertura del secondo fronte in Normandia (6 giugno 1944), la disfatta tedesca risultò inevitabile, suscitando un tentativo dell'opposizione interna di tendenza conservatrice, civile e militare, per eliminare Hitler prima della definitiva rovina della Germania. Già un primo attentato a Monaco, il 13 marzo 1943, aveva avuto esito negativo: molto più vasta, però, fu la congiura organizzata nell'estate dell'anno successivo. Il 20 luglio 1944 il colonnello von Stauffenberg collocava una bomba nel quartier generale del Führer a Rastenburg, nella Prussia Orientale; ma Hitler, ferito solo leggermente, riuscì rapidamente a schiacciare i rivoltosi che, credendolo morto, si erano scoperti senza tuttavia organizzare un'azione efficace a Berlino. Kluge e Rommel, implicati indirettamente nel complotto, si uccisero; il generale Beck, il colonnello Stauffenberg, il maresciallo von Witzleben, il generale von Stülpnagel, l'ammiraglio Canaris, più direttamente coinvolti, furono giustiziati.

Hitler, logorato dalle continue sconfitte, era ormai solo un malato di nervi. Faceva affidamento sulle "armi segrete" (missili V1 e V2) costruite negli impianti di Peenemünde; ma queste erano state messe al primo posto nel programma degli armamenti solo il 7 luglio 1943 e quando entrarono in funzione era ormai troppo tardi. Hitler sovrintese all'ultima offensiva tedesca nelle Ardenne (dicembre 1944 - gennaio 1945); poi tornò nel bunker della cancelleria di Berlino per dirigervi l'ultima disperata resistenza. Il 20 aprile 1945, mentre i Russi erano ormai alle soglie di Berlino e gli Anglo-Americani avanzavano rapidamente da ovest, vedendo che la Germania stava per essere tagliata in due divise il comando supremo fra l'ammiraglio Dönitz e Kesselring. Sebbene i suoi fedeli cercassero di trascinarlo nel "ridotto bavarese", Hitler decise di morire. Dopo aver sposato il 29 aprile la sua amante Eva Braun, e designato l'ammiraglio Dönitz come successore, il 30 aprile si uccise con un colpo di rivoltella o, più probabilmente, si avvelenò: i suoi seguaci ne bruciarono il corpo, e nacque perciò la leggenda che egli si fosse rifugiato all'estero in un nascondiglio sicuro. Stalin stesso lo credette in un primo tempo, ma successivamente scrupolose inchieste condotte dai Sovietici e inoppugnabili testimonianze hanno permesso di ricostruire con certezza le sue ultime ore e di accertarne la morte.

La figura di Hitler, estremamente complessa e discussa, non si presta facilmente a un sereno giudizio storico: se egli non fu quel paranoico che i suoi avversari vollero far apparire, certo agì spesso in uno stato di esaltazione mistica che lo rese capace di decisioni fulminee e di grandi successi, così come di gravissimi errori. Il suo fascino oratorio sui Tedeschi fu innegabile, come anche innegabile il suo fiuto politico, diretto a sfruttare i sentimenti più elementari del popolo. In politica estera contò sull'acquiescenza delle democrazie occidentali, convinto della loro debolezza, senza tener conto né del peso determinante della potenza industriale americana né dell'ostinazione britannica. Inoltre commise l'errore che Bismarck aveva sempre raccomandato di evitare: combattere su due fronti, attaccando la Russia nell'illusione di poterla facilmente liquidare. La spietata durezza dei suoi metodi, il cinismo e la crudeltà con cui perseguitò e sterminò intere popolazioni in nome di un assurdo mito razziale, gli innumerevoli lutti di cui seminò il suo tragico cammino, oltre all'innegabile responsabilità nello scoppio della seconda guerra mondiale, inducono a una severa condanna delle sue gesta che, oltre tutto, portarono la Germania a una fatale rovina.

23 apr 2010


Nella primavera del 1944 ero a Milano. Avevo assunto la Segreteria del Partito Socialista nel territorio italiano ancora occupato dai tedeschi, da Firenze a Torino, a Trieste e rappresentavo il Partito Socialista nel Comitato di Liberazione dell'Alta Italia.
Con Nenni e Saragat, rimasti a Roma e impegnati nelle trattative per la costituzione di un nuovo governo, ci eravamo divisi i compiti. Il mio era al nord, dove a causa degli arresti il Partito aveva pochi dirigenti e dove si stava ancora lottando contro i repubblichini e i nazisti.
Avevamo due radio ricetrasmittenti, in contatto con lo Stato Maggiore degli Alleati a Roma. Una era a Milano, l'altra a Torino. Un giorno il nostro marconista da Torino trasmette un dispaccio urgente di Nenni: «Situazione gravissima, urge tua presenza a Roma».
Lascio il coordinamento temporaneo della Direzione a Mazzali e parto immediatamente...

Tramite il monarchico Edgardo Sogno, dovevo prendere contatti con gli Alleati prima della partenza. Il viaggio, dunque, era cosi previsto: da Milano in macchina per Genova; qui contatto con Sogno che doveva cercare un natante per raggiungere la Corsica; da li a Roma con un aereo americano.
Arrivato a Genova dissi a Sogno che a La Spezia avevo degli amici che avrebbero potuto aiutarci a trovare un'imbarcazione.
Vado a La Spezia. Avevo trovato la strada per cercare il natante, ma bisognava aspettare qualche giorno.
Torno a Genova e vengo a sapere, invece, che Sogno aveva gia trovato il motoscafo e mi aveva piantato in asso, partendo con altre persone per la Corsica. Di questo episodio Sogno parla nel suo libro intitolato Guerra senza bandiera; dice di aver saputo da Stallo che non ero ritornato da La Spezia, e scrive testualmente: « “Mi rincresce per il povero Pertini” dissi sbadigliando ».
Apro una parentesi. Bisogna tenere presente che in Liguria io ero conosciuto, che ero evaso da Regina Coeli, che ero stato condannato a morte insieme a Saragat. Quindi potevo essere facilmente riconosciuto, rischiavo di essere riconsegnato ai tedeschi; insomma, di essere fucilato. Incontrai Sogno dopo la guerra e gli dissi: — Hai commesso una cattiva azione che, nella malavita, si regola in un solo modo: con una coltellata. Io non appartengo alla malavita, sono un gentiluomo. Ti dico soltanto che hai commesso un'azione infame. — Fu uno scontro che lui cerco di dimenticare.
Comunque, a Genova, solo, dovetti provvedere di mia iniziativa per vedere di raggiungere Roma a tutti i costi. Tornai a La Spezia, dove c'erano alcuni nostri amici. Questi erano in contatto con un industriale che riforniva i tedeschi. Siccome allora a Prato c'era una officina che produceva certi apparecchi che i tedeschi cercavano, io suggerii agli amici di far dire all'industriale che c'era urgenza di andare a ritirarli, e che, quindi, doveva essere rilasciato un lasciapassare tedesco per un automezzo e per chi l'occupava.
Con un caro compagno, che era autista, ottenuto questo lasciapassare, ci avventurammo per andare a Prato.
Ricordo che passammo per Carrara, e che raggiungemmo la periferia di Lucca, dove fummo fermati da una pattuglia di tedeschi. Facemmo subito presente che noi dovevamo raggiungere Prato per una faccenda importante. Dissero: — No, no, adesso siete a nostra disposizione. Dovete portarci a un campo dove sono le nostre truppe; abbiamo urgenza di andare là. — Io non volevo andarci, perché era chiaro che, alla fine, uscito da una rete, sarei caduto nell'altra. Finimmo pero per accettare, perché, ovviamente, fecero pochi complimenti.
Arrivammo al campo, dove li lasciammo, sperando che non ci chiedessero i documenti. Andò bene. Anzi, loro mantennero perfino la promessa di rifornirci di benzina!
Per farla breve, arrivai a Prato con questo compagno di La Spezia. Prato era un inferno. Il grosso dell'esercito tedesco stava ritirandosi da Firenze. Tutti gli opifici della città bruciavano. Uno spettacolo terrificante.
Erano le 11 di sera. Se uno il coraggio non ce l'ha, non se lo può dare, lo dice anche Don Abbondio. Il compagno autista a un certo punto si ferma: — Guarda, Sandro, la macchina non cammina più.
Ho intuito subito di cosa si trattava: era paura. Bisognava avere della comprensione, non potevo imporgli di accompagnarmi. Cosi, mi avventurai a piedi, per raggiungere Firenze. Incontrai, ricordo, una vecchietta, che mi disse: — Signore, la stia attento; sa, ci sono dappertutto pattuglie di tedeschi molto arrabbiati, perché sono inseguiti. Stanno abbandonando la zona, non risparmiano nessuno. E poi guardi: sono le 11 di notte, non deve esserci nessuno per la strada. Qui il coprifuoco lo hanno fissato alle 6 del pomeriggio.
Io avevo una valigetta, mi ricordo di aver pensato di assomigliare a Charlot. Ero solo soletto, e non sapevo che strada prendere per arrivare a Firenze.
La parola disperazione è sciocca, non mi si addice. Però è difficile immaginare la situazione in cui ero. Si trattava di trovare un modo per non andare a finire in mano ai tedeschi; bisognava imboccare la strada giusta per arrivare a Firenze senza brutte sorprese.
Mi venne un’idea: mi accostai alla finestra illuminata di una villetta a un piano, sperando che ci fosse qualcuno ancora sveglio, e dissi: — Per favore, si può affacciare qualcuno? Ho bisogno di una indicazione. — Nessuno si affacciava, e io continuai a insistere: — è possibile che nessuno possa affacciarsi per dare un'indicazione a un pover'uomo, che cerca la strada per andare a Firenze? Non so come fare, un po’ di umanità!
Sento parlottare e si affacciano due signore anziane; una mi dice a bassa voce: — Che cosa vuole? Lo sa che qui siamo in pericolo?
— Sì, signora — rispondo — ma io sono un perseguitato, s’immagini come sto!
— C'e il coprifuoco! — mi rispose.
— Appunto per questo — replicai — mi dica soltanto quale strada devo prendere per andare a Firenze.
— Vada tutto a diritto — rispose la vecchietta — però stia attento, che ci sono le pattuglie di tedeschi, e quelli che incontrano, li fucilano!
Mi incamminai secondo le indicazioni ricevute, ma poi venni preso da una grande stanchezza; era quasi 1'una. Mi sedetti su un muricciolo con la mia valigetta. Sembravo davvero Charlot, con quella valigetta e le mie povere cose. Mi misi lì, mi assopii, ma fui svegliato quasi subito da un colpo di cannone: il proiettile mi passo sopra la testa. Buum! Ne fui proprio spaventato.
Ho detto che mi ero messo a sedere sopra un muricciolo. Ebbene, dietro a questo muricciolo, poco distante - io non lo potevo vedere, perché era 1'una di notte - nascosta tra gli alberi, lì nella vegetazione, c’era una batteria che sparava.
Feci un gran salto; e questo fu un bene, perché mi passo la stanchezza. Mi incamminai, era buio. Ogni tanto sentivo transitare qualche rara macchina o avvertivo - non era difficile riconoscerli - i passi dei tedeschi. I giovani non lo sanno, ma i meno giovani non se lo dimenticano. Quando li sentivo vicini, mi gettavo in un campo, mi nascondevo nei cespugli. Finalmente al mattino, dopo questa avventurosa camminata, raggiungo i sobborghi di Firenze.
Dalla finestra, una signora mi fa: — Signore...! guardi che c'e ancora il coprifuoco. Si metta in qualche portone, non vada in giro così! — Questa solidarietà la si ritrovava in tutta Firenze. Mi infilai in un portone e stetti lì, tranquillo tranquillo. Un signore uscì di casa e gli chiesi: — Quando cessa il coprifuoco?
— Verso le sette o le otto — mi rispose.
Io dovevo andare da Gaetano Pieraccini: questa era la mia meta. Era il mio solo porto di salvezza. Gaetano Pieraccini, voi lo sapete, era adorato da tutta Firenze.
Ero vicino a un fiumiciattolo, il Mugnone. Chiesi intorno: — Come si può fare a passare tra le maglie dei tedeschi?
Un signore mi disse: — Per andare in via Cavour, vada tutto a diritto. Però stia attento: i tedeschi si stanno ritirando e sono arrabbiatissimi. Ci sono pattuglie da tutte le parti. Anche quando cessa il coprifuoco fermano la gente, chiedono i documenti.
lo ribattei: — Ma io sono un ebreo perseguitato e devo sfuggire ai tedeschi! Se mi prendono... lei capisce!
— Appunto per questo, se lei è ebreo, stia attento.
E pensare che io non sono ebreo, non sono neppure ariano, sono ligure!
La cosa migliore, pensai, se io voglio arrivare da Pieraccini, è quella di passare il Mugnone affidandomi a dei ragazzi: sono i più svelti, sono quelli che la fanno in barba a tutti. Trovai infatti due ragazzini, ai quali feci questa proposta: — Sentite, devo andare di là dal Mugnone per raggiungere il centro di Firenze. Bisogna che riusciate a portarmi vicino a via Cavour; poi mi lasciate lì. Se riuscite a portarmi in via Cavour, io vi darò dei soldi.
Dicono: — La venga, ci pensiamo noi. Guardi, noi fingiamo di non essere con lei, naturalmente. Noi andiamo avanti, giochiamo, fingiamo di rincorrerci. Le faremo dei cenni, lei stia attento: se le faremo qualche cenno, vuol dire che c’è pericolo. Se le facciamo segno di andare avanti, così, vuol dire che il pericolo non c'è — Mi affidai a quei due ragazzi. Fu un’idea felice. (Sapete, ne ho avute di idee felici; una, ad esempio, fu quella di sposare la partigiana che poi diventò mia moglie, e che e qui che mi ascolta, silenziosa). I ragazzi, ogni tanto, mi facevano qualche cenno. Si divertivano un mondo a fare la loro parte. Io li lasciavo giocare, anche perché così tutto si svolgeva in modo più sereno e tranquillo. Traversammo il Mugnone e mi guidarono verso il mio porto, in via Cavour. Si sentivano importanti. L'avevano capito, questi ragazzi, che gli avevo affidato la mia vita.
Li avevo avvertiti: — Guardate che io non voglio essere fermato dai tedeschi! — Ricordo che a un certo punto mi segnalarono: — I tedeschi! — Difatti c'era una pattuglia e i soldati erano molto arrabbiati. I ragazzi mi ordinarono: — La si nasconda! — Io mi nascosi e poi di nuovo si ripartì, a un cenno di via libera.
Arrivai finalmente in via Cavour. — Bene, sono arrivato — dissi — vi ringrazio di cuore. Prendete quello che vi ho promesso. — Anzi, detti loro qualcosa di più: — Mi avete aiutato e ve ne sono grato — dissi. — Ma no, ci basta quello che ci ha dato... — si schermirono quei bravi figlioli.
Ero un'altra volta solo con la mia valigetta. Mi avventurai in via Cavour; conoscevo il numero della casa dove stava Pieraccini, era l'8.
In questo incontro ho veramente conosciuto il grande affetto che circondava Gaetano, il vecchio Pieraccini. Salii le scale e suonai alla sua porta. Nessuna risposta. Suonai di nuovo: nessuno. Si apre una porta vicina. Una signora mi chiede: — Signore, chi cerca?
— Cerco il professor Pieraccini.
— Non c'è — mi risponde con volto duro. Era una bella signora, ma aveva il volto duro. Rimasi di stucco; sentivo che diceva una bugia.
— Signora, guardi che io so che il professore è in casa, io sono un amico fraterno di Gaetano Pieraccini. Mi creda, mi trovo in una situazione molto difficile e pericolosa, la mia vita dipende dall'incontro con Pieraccini, lei si assume una grossa responsabilità. Dica a Gaetano Pieraccini che Sandro Pertini lo cerca. Quando lui saprà che io 1'ho cercato e che lei mi ha impedito di incontrarlo... quando mi sarà accaduto quello che mi dovrà accadere, sarà il primo a rimproverarla. Lei ne avrà rimorso, signora!
— Non conosco nessuno che si chiama Gaetano Pieraccini — replicò.
— Non e vero, signora. Lei fa bene a proteggerlo, ma io sono in pericolo, lei mette a repentaglio la vita di un uomo.
Non fingevo: ero in una situazione così difficile che non potevo essere che spontaneo. Sentivo, però, di aver fatto centro, mi rendevo conto di aver colpito la sensibilità di quella donna. Cominciai a scendere le scale; però, scendendo, sentivo dentro di me che le mie parole avevano trovato risonanza nell'animo della signora. L'avevo avvertito, ci sono antenne che ci fanno captare queste sensazioni. Scesi le scale lentamente e sentii parlottare dietro di me. Evidentemente la signora stava consultandosi con qualcuno. Si vede che avevano preso contatto con Pieraccini in qualche modo, da buoni vicini di casa. Stavo per scendere la seconda rampa di scale, ma sempre adagio: « Sandro, dicevo dentro di me, guarda che tu l'hai commossa, non te ne andare! ». Andarmene significava, com'è facilmente immaginabile, andare a finire in una rete pericolosa.
— Signore! Torni indietro, che le devo parlare.
A ripensare a quelle parole, mi commuovo ancora. Torno su di corsa. Mi dice: — Lei capisce?
— Ho capito, signora. Ho capito che Gaetano Pieraccini è in mano di amici sicuri. Io la ringrazio, ha fatto molto bene.
— Sì, Gaetano Pieraccini è in casa — mi disse — gli abbiamo detto il suo nome e 1'aspetta.
— Grazie, signora.
Gaetano Pieraccini era ricercato: tutti gli inquilini del palazzo lo sapevano, e tutti erano schierati in sua difesa. C'era dietro di lui tutto un passato di onesta, di rettitudine, di socialismo e di antifascismo, una professione esercitata con nobiltà. A Firenze, ancora oggi, la gente se ne ricorda.
Si apre la porta, chiamano il professore. — Oh Pertini...! — Ci si abbraccia.
Mi appartai con Pieraccini. Lo misi al corrente del mio viaggio avventuroso e gli dissi che dovevo raggiungere Roma. Mi avvertì: — Bada che qui i tedeschi si stanno ritirando, la situazione è difficile, mettono il coprifuoco alle ore più impensate, stai attento! — Gli chiesi di mettermi in contatto con qualcuno. Fu così che mi indicò il nome di un caro compagno, Ricciotti Bondi, che stava in via Spontini al numero 59.
— Guarda — mi disse Pieraccini — ti consiglio di andare subito da Bondi: il coprifuoco non c'è e poi appartiene a una categoria di persone che non destano sospetto, sei vestito da persona così decente!
— Non ce 1'ho la faccia da delinquente, Gaetano?
— No, ma stai attento! Qui sono le persone oneste che vengono fatte fuori, non sono i delinquenti.
Andai da Ricciotti Bondi. Naturalmente lui sapeva chi ero. Io ero stato a Firenze, i compagni sapevano molte cose della mia vita. Tra 1'altro ero venuto a Firenze da Roma 1'8 settembre del '43, per tenere una riunione. Quella volta, tra gli altri, c'erano Foscolo Lombardi, Gino Bertoletti e, appunto, Ricciotti Bondi. L’avevo conosciuto in quella circostanza.
Quando arrivai a casa sua, ci abbracciammo. Lo informai sulla situazione, sulle mie peripezie, e lui mi offrì la sua calda e fraterna ospitalità. A sua volta mi aggiorno, come aveva fatto Pieraccini, sulle difficili condizioni in cui versava Firenze.
— Sandro — mi disse Bondi — qui si sta preparando 1'insurrezione.
— Se c'e 1'insurrezione — replicai — io non vado a Roma; tra 1'altro non so perché Nenni mi abbia mandato a chiamare. Già che si prepara 1'insurrezione e i tedeschi si stanno ritirando, devo rimanere con voi.
Difatti Bondi diffuse subito la notizia che c'era « Sandro » a Firenze e i compagni cercarono subito di prendere contatto con me.
Mi consigliarono di trasferirmi dai Bertoletti, che stavano in via Ghibellina al numero 109, presso una famiglia di amici, dalle sorelle Rossi. C'era Gino, con la sua cara moglie Pina, e i figli Mara e Bruno. Mara allora aveva 19 anni e Bruno 24. Erano tutti tanto bravi.
La traversata di Firenze fu davvero romanzesca e presentò allo stesso tempo, come tutti i fatti difficili e avventurosi, come quelli bellici e politici, anche dei lati umoristici.
Mi ricordo che Mara — coraggiosa, quella ragazza! — venne una mattina con Pina a prelevarmi nella casa dei Bondi, dove avevo avuto le riunioni con i compagni. Tenete presente che i tedeschi avevano messo il coprifuoco per gli uomini: durante il giorno non si potevano vedere uomini in giro; solo le donne potevano circolare per andare a prendere l’acqua. C’erano tante pattuglie di tedeschi, incattiviti, naturalmente, si stavano ritirando e sentivano che la sconfitta stava diventando definitiva per loro. Roma l’avevano abbandonata. Avevano abbandonato tutto, stavano per abbandonare Firenze, e potete immaginare il loro stato d’animo.
La traversata, ripeto, fu avventurosa. Mara mi precedeva; avevamo stabilito che se si fosse passata una mano sui capelli per aggiustarseli, voleva dire che dovevo nascondermi perché c'erano le pattuglie.
A un certo punto, lei mi fa un cenno molto nervoso: non era solo una pattuglia, c'era un pericolo più grave. Bruno, con altri due coraggiosi partigiani, Renzo Nicolai e Mario Colzi, mi seguivano a debita distanza, pronti ad intervenire. Mi infilo in un negozio aperto, dove c'erano delle donne. Fu uno scompiglio. Una donna mi aggredì: — Ma lei non lo sa che gli uomini non possono uscire? Signore, lei mette in pericolo anche noi!
— Signora, replicai, io devo raggiungere immediatamente un dottore, perché mia moglie e moribonda!... — Non ero sposato, allora.
— C'e mia moglie che è moribonda... — insistei. E lei mi disse: — Povero signore!
— Che cosa devo fare? — continuai — Devo lasciare morire mia moglie? Ci sono io solo, non ho altri, vado in cerca di un medico...
II titolare del negozio voleva mettermi fuori, per lui non c'era moglie che tenesse! Ma le donne dicono: — Lei tiri giù la saracinesca, non lo lasci uscire!
Mentre il negoziante chiude la saracinesca, si sente passare il pattuglione, i tedeschi. Quando i passi si allontanano, le donne alzano la saracinesca, danno un'occhiata e dicono: — Sono andati via. Stia attento, lei corre un serio pericolo ad attraversare tutta Firenze!
Prima avevamo attraversato piazza della Stazione. Era stato un momento pericolosissimo perché, mentre traversavamo la piazza, proprio dalla Stazione era uscito un folto gruppo di tedeschi. Probabilmente arrivavano da qualche parte e, per mia fortuna, non erano in servizio di pattuglia, non sapevano quello che accadeva a Firenze. Grazie a questa coraggiosa Mara che mi faceva cenno di far presto, affrettai il passo, e di portone in portone, raggiungemmo via Nazionale e svoltammo in via Faenza.
A un certo punto alla Mara venne un'idea felicissima: — Senti — dice — andiamo, ti fai fasciare il braccio, cosi sembri un ferito. — Ci fermammo, infatti, in casa di un antifascista, Guido Valler, che abitava in Borgo San Lorenzo al numero 13. Ne uscii fasciato e col braccio al collo. Mara, tranquilla, si mise al mio fianco. Quando incontravamo una pattuglia, io facevo un viso sofferente da far pietà anche ai sassi. Mara che era bravissima e coraggiosa, mi sorreggeva. Quando passavano i tedeschi mi diceva: — Coraggio...! Coraggio! — Che bei giorni!
Finalmente dopo aver percorso via dei Gori, via dei Pucci, via Bufalini e via S. Egidio, raggiunsi, dopo otto ore di peripezie, via Ghibellina, e fui accolto affettuosamente dai Bertoletti. Lì sostai: naturalmente quello era il mio punto d'appoggio, ma io, ogni tanto, con 1'aiuto di Mara, Bruno e Gino, prendevo contatto con il Comitato di Liberazione.
I Bertoletti mi prendevano affettuosamente in giro perché, nonostante il momento drammatico, mi preoccupavo di certi particolari. Dormivo su un materasso per terra, però tutte le mattine mettevo il pigiama ben piegato sul letto. Loro avevano notato questa mia mania e mi dicevano: — Ma come, tu, Sandro, anche in mezzo ai pericoli, seguiti a pensare a queste cose? — Che volete, avevo di queste raffinatezze anche in quelle circostanze.
Ricordo però, con emozione, un episodio di quel soggiorno in casa Bertoletti, me lo ricordo come se fosse accaduto adesso.
Un mattino, era il 4 agosto, sentimmo un boato prolungato. Si affacciano alle finestre molte donne di via Ghibellina e gridano: — Hanno fatto saltare il ponte a Santa Trinita!
- Amavano più il ponte a Santa Trinita del Ponte Vecchio. Queste donne si chiamavano dai balconi l’una con l’altra: - Hai sentito? Hanno fatto saltare il ponte a Santa Trinita…! – Piangevano, gridavano esasperate.
L’11 agosto, al mattino, Gino mi disse: - Sai, i tedeschi si stanno ritirando. – Proprio in quel momento sentimmo suonare la Martinella e un campanone del vicino Bargello. Il popolo, i resistenti, scendevano per le strade e per le piazze. Allora io vado subito in via San Gallo al n.12 dove c’era la sede del Partito Socialista. In via San Gallo c’era Foscolo Lombardi, c’era Bertoletti, c’erano tutti.
— Eccoli, i socialisti! — dissi subito — sempre gli ultimi! Firenze e già tutta tappezzata di manifesti! Ci sono quelli del Partito d'Azione, del Partito Comunista, ma manca il manifesto del Partito Socialista! È mai possibile che noi dobbiamo rimanere sempre indietro? Non c'è una tipografia? Cercatela! — Tiro giù io il manifesto. Un manifesto non retorico, scritto però col cuore, da uomo che aveva fatto la galera, che aveva partecipato alla guerra partigiana. Vi misi tutto il vigore e la passione del mio animo. Andai con i compagni per affiggere questi manifesti. Fuori mi dicono: — Ma, Sandro, non c'è neanche un manifesto! II nostro e il primo.
— Ma è naturale che sia il primo, non ci sono altri manifesti.
— Ma tu avevi detto...
— L'ho detto apposta per farvi muovere — replicai — altrimenti non vi sareste mossi! Il primo manifesto doveva essere il nostro. — E difatti così fu.
Poi si stabilì di stampare subito l'« Avanti! » e andammo in una tipografia di fortuna, in via San Gallo.
Non c'era corrente elettrica. II tipografo, un compagno, mi guarda sgomento e mi fa: — Come facciamo, adesso, senza corrente?
— Ho un'idea — dico — c'è un autocarro lasciato dai tedeschi, qui fuori, c'è la benzina. Leghiamo una puleggia al volano del motore dell'autocarro, colleghiamo il volano alla macchina tipografica, accendiamo il motore e così la rotativa si mette in moto!
— È naturale — fa il tipografo.
— E allora siamo a posto — dico io — È chiaro che non andrà con la velocità con cui andrebbe se ci fosse la corrente, ma si riesce lo stesso a stampare il giornale.
Una cosa indimenticabile: 1'autista accende il motore (la marcia naturalmente in folle), accelera a tutta velocità: vuhm, vuhm! le macchine cominciano a stampare.
L'« Avanti! » usciva! Ecco, mi pareva di essere una madre che è li che attende che la creatura esca dal ventre della figliola e ne gioisce.
Sull'« Avanti! » c'era il mio articolo di fondo, molto vigoroso. Usciamo per la strada per organizzare la diffusione.
Si combatteva a Firenze. C'erano delle sacche di resistenza fascista: molti franchi tiratori sparavano a cittadini inermi. Gli Alleati erano arrivati al di là dell'Arno, erano a Palazzo Pitti. Io dovevo incontrarmi con loro per poter raggiungere Roma. Presi contatto con il tenente Frank, rappresentante degli Alleati, il quale mi disse: — Entreremo a Firenze, quando avrete ripulito la città da tutti i franchi tiratori. — E quando questo accadde, puntualmente entrarono a Firenze. Frank mi accompagnò a Roma.
Di quei giorni porto con me, costantemente, l'immagine della nostra diffusione dell'«Avanti!». In piazza San Marco mi ferma un signore, avrà avuto 70-75 anni; senza dire una parola stese la mano a prendere il foglio; prese il foglio come un credente può prendere una immagine sacra. E lo baciò. Baciò l'«Avanti!» e si mise a piangere. Un ricordo che mi commuove ancora.
Sandro Pertini

SE CI SONO METASTASI, DOV'E' IL TUMORE PRIMITIVO?


 


 

Il Presidente del Consiglio dei Ministri è ricorso ad un termine medico,"metastasi" ovvero ripetizione di un tumore a distanza,per indicare il ruolo delle "correnti" all'interno di un partito politico.


 

Sempre per rimanere in tema medico, dove sarebbe allora,secondo lui, signor Presidente, il tumore primitivo?


 

Gian Ugo Berti

22 apr 2010



 

A cinque anni dalla scomparsa del fondatore della CASAGIT

ANGIOLO BERTI:UN SIGNORE D'ALTRI TEMPI CHE PREVEDEVA IL FUTURO

Il ricordo dell'attuale presidente, Daniele Cerrato

Dire che ho conosciuto Angiolo Berti è forse un po' troppo. Solo in due occasioni ho potuto incontrare il fondatore della Casagit. Lui parte della storia della nostra categoria, io giovane delegato. Parlargli significava anche sottoporsi ad un piccolo interrogatorio, da signore d'altri tempi, ma diretto, schietto, anche un po' ruvido. Era quasi la sintesi di ciò che aveva così tenacemente voluto: uno strumento che negli anni ha dato peso alle sicurezze e determinato il Welfare dei giornalisti italiani nel modo più concreto. Di lui conoscevo ben poco, appena qualche cenno di storia personale. Per questo, presa la strada di ricordi "riportati" di famiglia, gli dissi che anch'io sono figlio e nipote di partigiani. Poco più che una battuta su uno zio, Lorenzo Cravero, partigiano, Medaglia d'Oro, ucciso a Mauthausen catturò la sua attenzione e portò altre domande. Era come se Berti avesse trovato un filo comune di ragionamento, una strada per parlare ad un giovane delegato che sembrava – forse – anche disincantato rispetto a quella Cassa che aveva da poco incontrato. Quasi sembrava non comprendere, quel giovane, che il "modello" della Casagit si richiamava a concetti, forse sogni, che avevano trovato cittadinanza proprio negli anni nei quali si lottava per qualcosa di ben più grande. E forse già allora, qualcuno, immaginava giornalisti liberi di scrivere ma anche capaci di mantenere la stessa libertà e autonomia nei momenti meno facili della vita privata.

Ho conosciuto più il Presidente Berti ricoprendo il suo stesso ruolo e potendo guardare in profondità nelle ragioni e nelle tutele della Casagit. Sono andato a rileggere, cercando un filo per interpretare decisioni e momenti della nostra storia di giornalisti, i vecchi verbali di Consiglio d'Amministrazione. Ci ho trovato una sintesi estrema che oggi in parte rimpiango, sacrificata spesso alle aumentate complessità di gestione pratica e anche politica della Cassa. Ai tempi di Berti poche righe raccontavano cambi di rotta fondamentali; come l'accogliere i familiari tra i tutelati della Casagit. Poche parole senza tanti fronzoli, né vivaci oratori, dicevano che la comunità dei giornalisti si era data regole per la salvaguardia della sua salute tanto a Roma e Milano quanto nel resto del paese, cercando di dribblare le tante differenze che ieri come oggi, ahimè, restano. Una lingua ancora una volta asciutta e a tratti ruvida quella del Presidente Berti e del suo Cda; pochi numeri e meccanismi di base fondamentali, quegli stessi che anche ancora oggi ci permettono di navigare e affrontare onde alte o addirittura tempeste. Credo quella fosse, in fondo, la lingua giusta per quei tempi e per i convincimenti di Angiolo Berti: i giornalisti devono avere un sistema di tutela capace di tenere insieme previdenza e salute che è come tenere insieme solidità e schiena diritta. Come e meglio di altri professionisti di questo paese devono provvedere a se stessi salvaguardando tutti. La forza di chi ha buone retribuzioni usata per garantire chi, ieri come molto di più oggi, ha invece meno risorse. In poche parole: solidarietà al passo con la solidità dei conti per non lasciare indietro nessuno.

Daniele M. Cerrato - Presidente Casagit

14 apr 2010



  • Abraham LincolnGuerra e libertà 

Abraham Lincoln ( febbraio 1809 15 aprile 1865

   
   

 

 
 

Abramo Lincon nacque a Hodgenville, Kentucky nel 1809 e morì,assassinato il 14 aprile del 1865 a Washington . Fu il sedicesimo presidente degli Stati Uniti (dal 1861 al 1865) e fu il principale artefice della vittoria degli unionisti nella guerra di secessione americana e dell'abolizione della schiavitù.

Nato da una famiglia di pionieri, intraprese gli studi giuridici, guadagnandosi ben presto una solida reputazione per la sua onestà.

Non a caso, notoriamente viene raffigurato nella memoria storica come un uomo calmo e riflessivo. Ma forse non tutti sanno che alcuni anni prima di diventare
Presidente degli Stati Uniti, il suo temperamento era ben diverso, costituito da frequenti scatti di ira, in cui dava prova di saper esprimere una furia intensa e incontrollata (probabilmente causata, secondo studi recenti, dagli scompensi indotti dalle pillole usate da Lincoln per vincere la depressione).

Nel 1833 fu eletto deputato al parlamento dell'Illinois. In materia di schiavitù, era un antischiavista convinto, anche se non condivise mai appieno la posizione degli abolizionisti. Nel 1860 i repubblicani lo candidarono alla presidenza: ottenne la maggioranza dei voti ed entrò nella Casa Bianca. Subito dopo la vittoria, intraprese i primi passi per staccarsi dall'Unione. Lincoln si mostrò aperto al dialogo ma rifiutò di prendere in considerazione un'eventuale estensione della schiavitù.

Nel febbraio del 1861 sette stati sudisti si separarono formalmente dall'Unione; altri stati del sud seguirono il loro esempio e scoppiò la guerra che si concluse nel 1865 con la vittoria dei nordisti.

Già nel 1862 il presidente emanò il proclama di emancipazione che liberava gli schiavi e autorizzava la creazione di unità militari di colore.
Lincoln, però, era determinato a porre l'emancipazione su una base permanente e nel 1864 propose l'introduzione di un emendamento contro la schiavitù nella Costituzione. Tale emendamento venne accettato dopo la sua rielezione, nel 1865. Poche settimane dopo l'inizio del suo secondo mandato, Lincoln annunciò pubblicamente il suo sostegno al suffragio limitato per i neri in Lousiana.

Un fanatico sudista, John Wilkes Booth, preoccupato dell'eventualità che i neri potessero ottenere il diritto di voto, il 14 aprile del 1865 ferì mortalmente Lincoln, a Washington.


 

Aforismi di Abraham Lincoln


«La risolutezza verso il successo è più importante di qualsiasi altra cosa.»

«La maggior parte di noi è tanto felice quanto ordiniamo alla mente di essere.»

«La cosa migliore riguardo al futuro è che arriva solo un giorno alla volta.»

  

8 apr 2010


OGGI 8 APRILE ;LUCCA RICORDA LA LIBERAZIONE DAL DOMINIO DI PISA,AVVENUTA NEL 1369>
 

 
 

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XI-XIV secolo

Con la morte della Marchesa di Toscana Matilde di Canossa (1115), Lucca - città di mercanti e di banchieri- comincia a muovere i primi passi verso l'indipendenza.

Il neonato comune di Lucca assume un nuovo ordinamento, e la città viene divisa nei cinque parti che prendono nome dalle Porte cui fanno capo: Santi Gervasio e Protasio, San Donato, San Paolino, Santa Maria e Porta di Borgo. La città era retta da due Consoli e da un Consiglio Generale che era solito riunirsi nel "Parlascio" (l'ex-anfiteatro).

Nel 1317 un'insurrezione popolare caccia Uguccione della Faggiuola ed il popolo elegge Castruccio Castracani degli Antelminelli Capitano Generale e successivamente, Duca di Lucca, Pisa, Pistoia, Luni e Volterra.

Castruccio sconfigge l'esercito di Firenze nella battaglia di Altopascio (1325) inseguendo gli sconfitti fiorentini sino sotto le mura della città, dove il condottiero dà ordine che siano corsi e introdotti, in segno di spregio,ben tre palii, ossia rispettivamente : per "li ciuchi, li omini a piedi e le meretrici".

Con la morte di Castruccio Castracani (1328 per Lucca inizia un periodo di decadenza che porterà la città passare di mano tra milanesi, genovesi, fiorentini ed infine pisani.

Lucca convince l'imperatore Carlo IV, dietro pagamento di un tributo di 300.000 fiorini, ad emettere un atto per la liberazione della città. L'imperatore, di passaggio in Italia scende a Lucca e il 6 aprile 1369 (domenica in Albis) firma l'atto di liberazione che consente ai cittadini di ricostituire la Repubblica.

Il periodo Guinigi

Paolo Guinigi venne eletto signore di Lucca il 21 novembre 1400 dopo numerosi scontri e vendette trasversali, tra la casata dei Guinigi (sostenuta dal popolo) e quella dei Forteguerra (appoggiati dai grossi mercanti).

Abolì il Consiglio Maggiore e istituì un Consiglio di Stato che aveva il compito di assisterlo politicamente, inoltre si ebbe una spinta propulsiva del commercio della seta e dell'industria bancaria.

Il suo potere aumentò notevolmente grazie ai suoi matrimoni combinati. La più famosa moglie è senz'altro Ilaria del Carretto che sposò nel 1403. Alla sua morte fece costruire intorno al 1406 da Jacopo della Quercia il celebre sarcofago marmoreo, ora conservato nel Duomo.

Oltre che interna si ebbe un periodo di pace esterna grazie alla sua politica estera ambigua. Giurò fedeltà a tutti e tre i papi nominati prima di Martino V e li accolse durante le loro visite in città. Strinse rapporti con l'Imperatore Sigismondo che lo confermò nel 1413 Vicario Imperiale in Lucca legittimando così la sua signoria.

La situazione sfociò nel 1429 nell' assedio e nel saccheggio da parte di Firenze della città che tuttavia, grazie al capitano Francesco Sforza, non cadde sotto il dominio fiorentino.

Nel 1418, a seguito della guerra tra Milano e Venezia, ci fu un ribaltamento delle alleanze a livello generale. Firenze indusse Braccio Fortebraccio da Montone ad invadere e saccheggiare la città. Paolo non riuscì a resistere e per scacciare l'invasore dovette pagare un cifra esorbitante. La pace del 1425 tra Firenze, alleata di Venezia, e Milano, lasciò armati i fiorentini che si rivolsero contro Lucca, perché il figlio di Paolo Guinigi, Ladislao Guinigi, aveva aiutato Filippo Maria Sforza. I fiorentini guidati dal condottiero Niccolò Piccinino devastarono il contado lucchese e giunsero ad assediare le mura. La città si salvo solamente il 28 febbraio 1429 grazie all'intervento di Francesco Sforza.

Questi fatti crebbero il malcontento e sfociò in una congiura ordita da Pietro Cenami e Lorenzo Buonvisi lo depose nella notte tra 15 e 16 agosto 1430. Gli Anziani dettero l'annuncio di una rivolta popolare che aveva travolto il loro Signore. In realtà si trovava in carcere a Pavia dove morì due anni dopo.

Nel frattempo, andò crescendo l'attività bancaria cittadina, sostenuta anche dalla presenza ebraica: nel 1431 Angelo di Gaio, un ebreo di origine forlivese, ottenne il permesso di stabilirsi in Lucca e di aprire un banco.

Nel 1446 vennero pubblicati nuovi statuti con innovazioni riguardo all' istruzione pubblica e venne deciso di non fondare l'università perché sarebbe costata troppo.

Nella seconda metà del Quattrocento, Lucca sarà coinvolta in numerose guerre di confine e inizia il suo periodo di decadenza.

  

1 apr 2010


Tornare a parlare italiano?


 

  • To be or not to be: inglese, tu m'hai provocato..Articolo di Manuela Modica.


    C’era una volta «trend negativo» e c’è ancora. Moltiplicato per briefing, feedback, brunch. Perché in barba a Nanni Moretti gli italiani, ormai, taggano, mandano poke, hanno un background, fanno stage. Così che parlare l’italiano vuol dire inciampare in un prestito linguistico per ogni frase pronunciata: «Oggi sto davvero down», «Il prossimo week vado in montagna», «Domani sono out». Prendiamo in prestito parole dall’inglese scomodandolo in continuazione neanche fossimo sul lastrico. «È un fenomeno non contrastabile, - spiega Alessandro Serpieri, professore emerito di Letteratura Inglese presso l’Università di Firenze, il più grande traduttore di Shakespeare vivente - l’inglese è diventata la lingua franca per la forte presenza culturale americana, più che inglese, e perché è la lingua che impera su internet». Così mentre i francesi «cercano di mettere un freno: loro hanno un entroterra purista», noi italiani siamo "dirty" fino al midollo. L’ordinateur per noi è un computer e «le Sida» si chiama Aids, anche se per sciogliere l’acronimo dobbiamo pensare al contrario: acquisita immuno deficienza sindrome. E nessuno lo sa fare. Che sarà mai, tutto sommato, l’importante è sapere cos’è. Bello, bellissimo lo scambio culturale e linguistico, l’apertura generosa verso l’altro. Troppo nazionalisti i france e troppo retrò gli spagnoli che addirittura chiamano la serie televisiva americana Perdidos anziché Lost, e il divo Tom Crusero. Noi italiani – Moretti a parte - siamo decisamente più cool. Eppure, se l’atteggiamento conservatore dei francesi per la loro lingua può tradurre una forte identità nazionale. Se quello spagnolo suona come i nostri vecchi libri di Storia, dove Thomas More era Tommaso il Moro, e che dire di Francesco Bacone. Anche lo sbracamento italico di fronte a Your Majesty The English language avrà qualche pummarola n’goppa. Si legge, per esempio, nei dati dell’Istat che tra gli italiani solo il 5,1 per cento parla un’altra lingua (dati del 2007). Imbarazzante: ce l’abbiamo sempre in bocca, ma non lo sa parlare nessuno.

    «È ancora parlato e pronunciato male da noi perché non c’è stato un investimento massiccio da parte della scuola nell’apprendimento dell’inglese. – interviene ancora il noto anglista - Anche in Francia, per esempio: i francesi lo parlavano malissimo, ma nonostante il purismo, adesso lo parlano molto meglio». In Italia, invece, la pen is ancora on the table, e da lì non sembra voler muoversi. Quel che rubiamo, poi, è spesso rubato male: se l’indomani non dobbiamo lavorare, in inglese si direbbe che è un giorno off, per esempio, e non out. Mentre stage, che pronuciamo steig, in inglese è utilizzato per indicare un palco o una fase sì, ma non esattamente un apprendistato. Lo prendiamo in prestito, in realtà, dal francese, e lo acclimatiamo a regole di pronuncia di un’altra lingua ancora: un esempio di prestito acclimatato che avrebbe acceso gli appetiti di Ferdinand de Saussure. Monica Lewinsky, in poche parole, non era una stagista, perlomeno non in inglese, ma una trainer o una fortunata vincitrice di una internship alla Casa Bianca. E tutta l’Italia, da Facebook in poi, si chiede cosa mai sia un poke. Lo parliamo poco e male, è vero, ma col giusto business plan e un serio briefing a vendere la fontana di Trevi ci impiegheremmo un attimo. Ci traduciamo in inglese così in modo perfetto: «Facciamo cose, vediamo gente».

    Ecco il nostro modo di parlarlo, un po’ spaccone e un po’ cialtrone, tutto wisky, soda and rock n’roll. «Un fenomeno adolescenziale», per Serpieri, frutto dell’americanizzazione della società italiana nel secolo scorso, quando la fine della seconda guerra mondiale mutò del tutto l’atteggiamento degli italiani nei confronti della lingua degli yankee, passando da pose xenofobe alle braccia spalancate dagli eventi bellici e dal cinema. Non ci resta che piangere? Forse, ma preferiamo riderne. C’è, infatti, un nuovo fenomeno (o trend) tutto italico che dice di più sul carattere nazionale: «Who doesn’t risica, doesn’t rosica», oppure «less bad», per «chi non risica non rosica» e «meno male». Perché se sei italiano vuoi ballare il rock ‘n roll, giocare a baseball e tradurre tutto in un gioco. Impazza su internet ma è una moda ovunque, si trasformano modi di dire o detti dialettali traducendoli alla lettera sdrammatizzando la lingua di Elisabetta I in puro divertimento. Un fenomeno spontaneo e regionale. I siciliani - che su internet registrano il numero più alto di siti che elencano detti dialettali, ben 2 milioni e 200mila – si traducono, per esempio, così: «beautiful mother» (bedda matri), «every little liver of fly makes substance» (ogni ficateddu i musca fa sustanza/ ogni cosa, anche il fegato di una mosca fa sostanza). E si gioca anche sui nomi, così che Forte Petrazza a Messina è ormai Fort Rock, mentre il quartiere catanese Librino è diventato little book.


    Ma il fenomeno non è solo siciliano e il dileggio dell’inglese spopola nelle pagine web di tutta la penisola. Sara, dalla provincia di Frosinone, in una nota su facebook crea un dizionario ceccanese-inglese: «you told me turn me this donkey» (m'hai ditt giramu st'asn), «even the flea have a cold» (pur l puci tenn la tossa), per fare qualche esempio. Ancora su facebook, questa volta in Puglia, «proverbi anglo-gravinesi», è il titolo del topic dove si legge: «it's better a drunk to a fountain, that a cock-beat to a bitch» (Iè megghij na bvut a na funden, ca n'acceddet a na putten), o «The devil has put on in front of my eyes» (sè miis u diavhl nanz all'occhij). Nella freeforumzone di Leonardo si trovano, invece, esempi dal veneto: «Look sometimes» (Varda dee volte). E non poteva mancare «You're out like a balcony» (sei fuori come un balcone). Né il romanesco: “But go to die killed” (ma và a morì ammazzato), o «I don’t care of less» (non me ne po’ fregà de meno). Roba da fare rivoltare John Florio nella tomba, che già nel ‘500 tradusse i proverbi italiani – ma non per scherzo – in inglese, «molti detti e proverbi inglesi hanno attinto all’opera di Florio, perciò ai detti italiani, così che nei proverbi inglesi troviamo delle precise trasposizioni di quelli italiani». Ma tradurli alla lettera non è che un gioco, e chissà che non sia stato William Shakespeare in persona ad anticiparlo, quando prese dal siciliano «Tantu trafficu pi nenti» lo spunto per il suo «Much ado about nothing», ovvero «Molto rumore per nulla» (ambientato, infatti, a Messina). Così, anche il grande traduttore si presta: «I’m of the cat: sono di gatto. – propone Serpieri - Espressione usata a Firenze per dire che si è nervosi».

    Fenomeno che dice molto sulla nostra identità, ancora così regionalizzata, frutto di un passato fatto di frammentazione, perciò ben lontano dai francesi, è chiaro. Ma attenzione, regione per regione i detti cambiano - non sempre -, e le traduzioni pure, ma il fenomeno è uguale dappertutto: è nato in italì, non ci sta nothing to do’.

    27 marzo 2010