Lettori fissi

23 apr 2010


Nella primavera del 1944 ero a Milano. Avevo assunto la Segreteria del Partito Socialista nel territorio italiano ancora occupato dai tedeschi, da Firenze a Torino, a Trieste e rappresentavo il Partito Socialista nel Comitato di Liberazione dell'Alta Italia.
Con Nenni e Saragat, rimasti a Roma e impegnati nelle trattative per la costituzione di un nuovo governo, ci eravamo divisi i compiti. Il mio era al nord, dove a causa degli arresti il Partito aveva pochi dirigenti e dove si stava ancora lottando contro i repubblichini e i nazisti.
Avevamo due radio ricetrasmittenti, in contatto con lo Stato Maggiore degli Alleati a Roma. Una era a Milano, l'altra a Torino. Un giorno il nostro marconista da Torino trasmette un dispaccio urgente di Nenni: «Situazione gravissima, urge tua presenza a Roma».
Lascio il coordinamento temporaneo della Direzione a Mazzali e parto immediatamente...

Tramite il monarchico Edgardo Sogno, dovevo prendere contatti con gli Alleati prima della partenza. Il viaggio, dunque, era cosi previsto: da Milano in macchina per Genova; qui contatto con Sogno che doveva cercare un natante per raggiungere la Corsica; da li a Roma con un aereo americano.
Arrivato a Genova dissi a Sogno che a La Spezia avevo degli amici che avrebbero potuto aiutarci a trovare un'imbarcazione.
Vado a La Spezia. Avevo trovato la strada per cercare il natante, ma bisognava aspettare qualche giorno.
Torno a Genova e vengo a sapere, invece, che Sogno aveva gia trovato il motoscafo e mi aveva piantato in asso, partendo con altre persone per la Corsica. Di questo episodio Sogno parla nel suo libro intitolato Guerra senza bandiera; dice di aver saputo da Stallo che non ero ritornato da La Spezia, e scrive testualmente: « “Mi rincresce per il povero Pertini” dissi sbadigliando ».
Apro una parentesi. Bisogna tenere presente che in Liguria io ero conosciuto, che ero evaso da Regina Coeli, che ero stato condannato a morte insieme a Saragat. Quindi potevo essere facilmente riconosciuto, rischiavo di essere riconsegnato ai tedeschi; insomma, di essere fucilato. Incontrai Sogno dopo la guerra e gli dissi: — Hai commesso una cattiva azione che, nella malavita, si regola in un solo modo: con una coltellata. Io non appartengo alla malavita, sono un gentiluomo. Ti dico soltanto che hai commesso un'azione infame. — Fu uno scontro che lui cerco di dimenticare.
Comunque, a Genova, solo, dovetti provvedere di mia iniziativa per vedere di raggiungere Roma a tutti i costi. Tornai a La Spezia, dove c'erano alcuni nostri amici. Questi erano in contatto con un industriale che riforniva i tedeschi. Siccome allora a Prato c'era una officina che produceva certi apparecchi che i tedeschi cercavano, io suggerii agli amici di far dire all'industriale che c'era urgenza di andare a ritirarli, e che, quindi, doveva essere rilasciato un lasciapassare tedesco per un automezzo e per chi l'occupava.
Con un caro compagno, che era autista, ottenuto questo lasciapassare, ci avventurammo per andare a Prato.
Ricordo che passammo per Carrara, e che raggiungemmo la periferia di Lucca, dove fummo fermati da una pattuglia di tedeschi. Facemmo subito presente che noi dovevamo raggiungere Prato per una faccenda importante. Dissero: — No, no, adesso siete a nostra disposizione. Dovete portarci a un campo dove sono le nostre truppe; abbiamo urgenza di andare là. — Io non volevo andarci, perché era chiaro che, alla fine, uscito da una rete, sarei caduto nell'altra. Finimmo pero per accettare, perché, ovviamente, fecero pochi complimenti.
Arrivammo al campo, dove li lasciammo, sperando che non ci chiedessero i documenti. Andò bene. Anzi, loro mantennero perfino la promessa di rifornirci di benzina!
Per farla breve, arrivai a Prato con questo compagno di La Spezia. Prato era un inferno. Il grosso dell'esercito tedesco stava ritirandosi da Firenze. Tutti gli opifici della città bruciavano. Uno spettacolo terrificante.
Erano le 11 di sera. Se uno il coraggio non ce l'ha, non se lo può dare, lo dice anche Don Abbondio. Il compagno autista a un certo punto si ferma: — Guarda, Sandro, la macchina non cammina più.
Ho intuito subito di cosa si trattava: era paura. Bisognava avere della comprensione, non potevo imporgli di accompagnarmi. Cosi, mi avventurai a piedi, per raggiungere Firenze. Incontrai, ricordo, una vecchietta, che mi disse: — Signore, la stia attento; sa, ci sono dappertutto pattuglie di tedeschi molto arrabbiati, perché sono inseguiti. Stanno abbandonando la zona, non risparmiano nessuno. E poi guardi: sono le 11 di notte, non deve esserci nessuno per la strada. Qui il coprifuoco lo hanno fissato alle 6 del pomeriggio.
Io avevo una valigetta, mi ricordo di aver pensato di assomigliare a Charlot. Ero solo soletto, e non sapevo che strada prendere per arrivare a Firenze.
La parola disperazione è sciocca, non mi si addice. Però è difficile immaginare la situazione in cui ero. Si trattava di trovare un modo per non andare a finire in mano ai tedeschi; bisognava imboccare la strada giusta per arrivare a Firenze senza brutte sorprese.
Mi venne un’idea: mi accostai alla finestra illuminata di una villetta a un piano, sperando che ci fosse qualcuno ancora sveglio, e dissi: — Per favore, si può affacciare qualcuno? Ho bisogno di una indicazione. — Nessuno si affacciava, e io continuai a insistere: — è possibile che nessuno possa affacciarsi per dare un'indicazione a un pover'uomo, che cerca la strada per andare a Firenze? Non so come fare, un po’ di umanità!
Sento parlottare e si affacciano due signore anziane; una mi dice a bassa voce: — Che cosa vuole? Lo sa che qui siamo in pericolo?
— Sì, signora — rispondo — ma io sono un perseguitato, s’immagini come sto!
— C'e il coprifuoco! — mi rispose.
— Appunto per questo — replicai — mi dica soltanto quale strada devo prendere per andare a Firenze.
— Vada tutto a diritto — rispose la vecchietta — però stia attento, che ci sono le pattuglie di tedeschi, e quelli che incontrano, li fucilano!
Mi incamminai secondo le indicazioni ricevute, ma poi venni preso da una grande stanchezza; era quasi 1'una. Mi sedetti su un muricciolo con la mia valigetta. Sembravo davvero Charlot, con quella valigetta e le mie povere cose. Mi misi lì, mi assopii, ma fui svegliato quasi subito da un colpo di cannone: il proiettile mi passo sopra la testa. Buum! Ne fui proprio spaventato.
Ho detto che mi ero messo a sedere sopra un muricciolo. Ebbene, dietro a questo muricciolo, poco distante - io non lo potevo vedere, perché era 1'una di notte - nascosta tra gli alberi, lì nella vegetazione, c’era una batteria che sparava.
Feci un gran salto; e questo fu un bene, perché mi passo la stanchezza. Mi incamminai, era buio. Ogni tanto sentivo transitare qualche rara macchina o avvertivo - non era difficile riconoscerli - i passi dei tedeschi. I giovani non lo sanno, ma i meno giovani non se lo dimenticano. Quando li sentivo vicini, mi gettavo in un campo, mi nascondevo nei cespugli. Finalmente al mattino, dopo questa avventurosa camminata, raggiungo i sobborghi di Firenze.
Dalla finestra, una signora mi fa: — Signore...! guardi che c'e ancora il coprifuoco. Si metta in qualche portone, non vada in giro così! — Questa solidarietà la si ritrovava in tutta Firenze. Mi infilai in un portone e stetti lì, tranquillo tranquillo. Un signore uscì di casa e gli chiesi: — Quando cessa il coprifuoco?
— Verso le sette o le otto — mi rispose.
Io dovevo andare da Gaetano Pieraccini: questa era la mia meta. Era il mio solo porto di salvezza. Gaetano Pieraccini, voi lo sapete, era adorato da tutta Firenze.
Ero vicino a un fiumiciattolo, il Mugnone. Chiesi intorno: — Come si può fare a passare tra le maglie dei tedeschi?
Un signore mi disse: — Per andare in via Cavour, vada tutto a diritto. Però stia attento: i tedeschi si stanno ritirando e sono arrabbiatissimi. Ci sono pattuglie da tutte le parti. Anche quando cessa il coprifuoco fermano la gente, chiedono i documenti.
lo ribattei: — Ma io sono un ebreo perseguitato e devo sfuggire ai tedeschi! Se mi prendono... lei capisce!
— Appunto per questo, se lei è ebreo, stia attento.
E pensare che io non sono ebreo, non sono neppure ariano, sono ligure!
La cosa migliore, pensai, se io voglio arrivare da Pieraccini, è quella di passare il Mugnone affidandomi a dei ragazzi: sono i più svelti, sono quelli che la fanno in barba a tutti. Trovai infatti due ragazzini, ai quali feci questa proposta: — Sentite, devo andare di là dal Mugnone per raggiungere il centro di Firenze. Bisogna che riusciate a portarmi vicino a via Cavour; poi mi lasciate lì. Se riuscite a portarmi in via Cavour, io vi darò dei soldi.
Dicono: — La venga, ci pensiamo noi. Guardi, noi fingiamo di non essere con lei, naturalmente. Noi andiamo avanti, giochiamo, fingiamo di rincorrerci. Le faremo dei cenni, lei stia attento: se le faremo qualche cenno, vuol dire che c’è pericolo. Se le facciamo segno di andare avanti, così, vuol dire che il pericolo non c'è — Mi affidai a quei due ragazzi. Fu un’idea felice. (Sapete, ne ho avute di idee felici; una, ad esempio, fu quella di sposare la partigiana che poi diventò mia moglie, e che e qui che mi ascolta, silenziosa). I ragazzi, ogni tanto, mi facevano qualche cenno. Si divertivano un mondo a fare la loro parte. Io li lasciavo giocare, anche perché così tutto si svolgeva in modo più sereno e tranquillo. Traversammo il Mugnone e mi guidarono verso il mio porto, in via Cavour. Si sentivano importanti. L'avevano capito, questi ragazzi, che gli avevo affidato la mia vita.
Li avevo avvertiti: — Guardate che io non voglio essere fermato dai tedeschi! — Ricordo che a un certo punto mi segnalarono: — I tedeschi! — Difatti c'era una pattuglia e i soldati erano molto arrabbiati. I ragazzi mi ordinarono: — La si nasconda! — Io mi nascosi e poi di nuovo si ripartì, a un cenno di via libera.
Arrivai finalmente in via Cavour. — Bene, sono arrivato — dissi — vi ringrazio di cuore. Prendete quello che vi ho promesso. — Anzi, detti loro qualcosa di più: — Mi avete aiutato e ve ne sono grato — dissi. — Ma no, ci basta quello che ci ha dato... — si schermirono quei bravi figlioli.
Ero un'altra volta solo con la mia valigetta. Mi avventurai in via Cavour; conoscevo il numero della casa dove stava Pieraccini, era l'8.
In questo incontro ho veramente conosciuto il grande affetto che circondava Gaetano, il vecchio Pieraccini. Salii le scale e suonai alla sua porta. Nessuna risposta. Suonai di nuovo: nessuno. Si apre una porta vicina. Una signora mi chiede: — Signore, chi cerca?
— Cerco il professor Pieraccini.
— Non c'è — mi risponde con volto duro. Era una bella signora, ma aveva il volto duro. Rimasi di stucco; sentivo che diceva una bugia.
— Signora, guardi che io so che il professore è in casa, io sono un amico fraterno di Gaetano Pieraccini. Mi creda, mi trovo in una situazione molto difficile e pericolosa, la mia vita dipende dall'incontro con Pieraccini, lei si assume una grossa responsabilità. Dica a Gaetano Pieraccini che Sandro Pertini lo cerca. Quando lui saprà che io 1'ho cercato e che lei mi ha impedito di incontrarlo... quando mi sarà accaduto quello che mi dovrà accadere, sarà il primo a rimproverarla. Lei ne avrà rimorso, signora!
— Non conosco nessuno che si chiama Gaetano Pieraccini — replicò.
— Non e vero, signora. Lei fa bene a proteggerlo, ma io sono in pericolo, lei mette a repentaglio la vita di un uomo.
Non fingevo: ero in una situazione così difficile che non potevo essere che spontaneo. Sentivo, però, di aver fatto centro, mi rendevo conto di aver colpito la sensibilità di quella donna. Cominciai a scendere le scale; però, scendendo, sentivo dentro di me che le mie parole avevano trovato risonanza nell'animo della signora. L'avevo avvertito, ci sono antenne che ci fanno captare queste sensazioni. Scesi le scale lentamente e sentii parlottare dietro di me. Evidentemente la signora stava consultandosi con qualcuno. Si vede che avevano preso contatto con Pieraccini in qualche modo, da buoni vicini di casa. Stavo per scendere la seconda rampa di scale, ma sempre adagio: « Sandro, dicevo dentro di me, guarda che tu l'hai commossa, non te ne andare! ». Andarmene significava, com'è facilmente immaginabile, andare a finire in una rete pericolosa.
— Signore! Torni indietro, che le devo parlare.
A ripensare a quelle parole, mi commuovo ancora. Torno su di corsa. Mi dice: — Lei capisce?
— Ho capito, signora. Ho capito che Gaetano Pieraccini è in mano di amici sicuri. Io la ringrazio, ha fatto molto bene.
— Sì, Gaetano Pieraccini è in casa — mi disse — gli abbiamo detto il suo nome e 1'aspetta.
— Grazie, signora.
Gaetano Pieraccini era ricercato: tutti gli inquilini del palazzo lo sapevano, e tutti erano schierati in sua difesa. C'era dietro di lui tutto un passato di onesta, di rettitudine, di socialismo e di antifascismo, una professione esercitata con nobiltà. A Firenze, ancora oggi, la gente se ne ricorda.
Si apre la porta, chiamano il professore. — Oh Pertini...! — Ci si abbraccia.
Mi appartai con Pieraccini. Lo misi al corrente del mio viaggio avventuroso e gli dissi che dovevo raggiungere Roma. Mi avvertì: — Bada che qui i tedeschi si stanno ritirando, la situazione è difficile, mettono il coprifuoco alle ore più impensate, stai attento! — Gli chiesi di mettermi in contatto con qualcuno. Fu così che mi indicò il nome di un caro compagno, Ricciotti Bondi, che stava in via Spontini al numero 59.
— Guarda — mi disse Pieraccini — ti consiglio di andare subito da Bondi: il coprifuoco non c'è e poi appartiene a una categoria di persone che non destano sospetto, sei vestito da persona così decente!
— Non ce 1'ho la faccia da delinquente, Gaetano?
— No, ma stai attento! Qui sono le persone oneste che vengono fatte fuori, non sono i delinquenti.
Andai da Ricciotti Bondi. Naturalmente lui sapeva chi ero. Io ero stato a Firenze, i compagni sapevano molte cose della mia vita. Tra 1'altro ero venuto a Firenze da Roma 1'8 settembre del '43, per tenere una riunione. Quella volta, tra gli altri, c'erano Foscolo Lombardi, Gino Bertoletti e, appunto, Ricciotti Bondi. L’avevo conosciuto in quella circostanza.
Quando arrivai a casa sua, ci abbracciammo. Lo informai sulla situazione, sulle mie peripezie, e lui mi offrì la sua calda e fraterna ospitalità. A sua volta mi aggiorno, come aveva fatto Pieraccini, sulle difficili condizioni in cui versava Firenze.
— Sandro — mi disse Bondi — qui si sta preparando 1'insurrezione.
— Se c'e 1'insurrezione — replicai — io non vado a Roma; tra 1'altro non so perché Nenni mi abbia mandato a chiamare. Già che si prepara 1'insurrezione e i tedeschi si stanno ritirando, devo rimanere con voi.
Difatti Bondi diffuse subito la notizia che c'era « Sandro » a Firenze e i compagni cercarono subito di prendere contatto con me.
Mi consigliarono di trasferirmi dai Bertoletti, che stavano in via Ghibellina al numero 109, presso una famiglia di amici, dalle sorelle Rossi. C'era Gino, con la sua cara moglie Pina, e i figli Mara e Bruno. Mara allora aveva 19 anni e Bruno 24. Erano tutti tanto bravi.
La traversata di Firenze fu davvero romanzesca e presentò allo stesso tempo, come tutti i fatti difficili e avventurosi, come quelli bellici e politici, anche dei lati umoristici.
Mi ricordo che Mara — coraggiosa, quella ragazza! — venne una mattina con Pina a prelevarmi nella casa dei Bondi, dove avevo avuto le riunioni con i compagni. Tenete presente che i tedeschi avevano messo il coprifuoco per gli uomini: durante il giorno non si potevano vedere uomini in giro; solo le donne potevano circolare per andare a prendere l’acqua. C’erano tante pattuglie di tedeschi, incattiviti, naturalmente, si stavano ritirando e sentivano che la sconfitta stava diventando definitiva per loro. Roma l’avevano abbandonata. Avevano abbandonato tutto, stavano per abbandonare Firenze, e potete immaginare il loro stato d’animo.
La traversata, ripeto, fu avventurosa. Mara mi precedeva; avevamo stabilito che se si fosse passata una mano sui capelli per aggiustarseli, voleva dire che dovevo nascondermi perché c'erano le pattuglie.
A un certo punto, lei mi fa un cenno molto nervoso: non era solo una pattuglia, c'era un pericolo più grave. Bruno, con altri due coraggiosi partigiani, Renzo Nicolai e Mario Colzi, mi seguivano a debita distanza, pronti ad intervenire. Mi infilo in un negozio aperto, dove c'erano delle donne. Fu uno scompiglio. Una donna mi aggredì: — Ma lei non lo sa che gli uomini non possono uscire? Signore, lei mette in pericolo anche noi!
— Signora, replicai, io devo raggiungere immediatamente un dottore, perché mia moglie e moribonda!... — Non ero sposato, allora.
— C'e mia moglie che è moribonda... — insistei. E lei mi disse: — Povero signore!
— Che cosa devo fare? — continuai — Devo lasciare morire mia moglie? Ci sono io solo, non ho altri, vado in cerca di un medico...
II titolare del negozio voleva mettermi fuori, per lui non c'era moglie che tenesse! Ma le donne dicono: — Lei tiri giù la saracinesca, non lo lasci uscire!
Mentre il negoziante chiude la saracinesca, si sente passare il pattuglione, i tedeschi. Quando i passi si allontanano, le donne alzano la saracinesca, danno un'occhiata e dicono: — Sono andati via. Stia attento, lei corre un serio pericolo ad attraversare tutta Firenze!
Prima avevamo attraversato piazza della Stazione. Era stato un momento pericolosissimo perché, mentre traversavamo la piazza, proprio dalla Stazione era uscito un folto gruppo di tedeschi. Probabilmente arrivavano da qualche parte e, per mia fortuna, non erano in servizio di pattuglia, non sapevano quello che accadeva a Firenze. Grazie a questa coraggiosa Mara che mi faceva cenno di far presto, affrettai il passo, e di portone in portone, raggiungemmo via Nazionale e svoltammo in via Faenza.
A un certo punto alla Mara venne un'idea felicissima: — Senti — dice — andiamo, ti fai fasciare il braccio, cosi sembri un ferito. — Ci fermammo, infatti, in casa di un antifascista, Guido Valler, che abitava in Borgo San Lorenzo al numero 13. Ne uscii fasciato e col braccio al collo. Mara, tranquilla, si mise al mio fianco. Quando incontravamo una pattuglia, io facevo un viso sofferente da far pietà anche ai sassi. Mara che era bravissima e coraggiosa, mi sorreggeva. Quando passavano i tedeschi mi diceva: — Coraggio...! Coraggio! — Che bei giorni!
Finalmente dopo aver percorso via dei Gori, via dei Pucci, via Bufalini e via S. Egidio, raggiunsi, dopo otto ore di peripezie, via Ghibellina, e fui accolto affettuosamente dai Bertoletti. Lì sostai: naturalmente quello era il mio punto d'appoggio, ma io, ogni tanto, con 1'aiuto di Mara, Bruno e Gino, prendevo contatto con il Comitato di Liberazione.
I Bertoletti mi prendevano affettuosamente in giro perché, nonostante il momento drammatico, mi preoccupavo di certi particolari. Dormivo su un materasso per terra, però tutte le mattine mettevo il pigiama ben piegato sul letto. Loro avevano notato questa mia mania e mi dicevano: — Ma come, tu, Sandro, anche in mezzo ai pericoli, seguiti a pensare a queste cose? — Che volete, avevo di queste raffinatezze anche in quelle circostanze.
Ricordo però, con emozione, un episodio di quel soggiorno in casa Bertoletti, me lo ricordo come se fosse accaduto adesso.
Un mattino, era il 4 agosto, sentimmo un boato prolungato. Si affacciano alle finestre molte donne di via Ghibellina e gridano: — Hanno fatto saltare il ponte a Santa Trinita!
- Amavano più il ponte a Santa Trinita del Ponte Vecchio. Queste donne si chiamavano dai balconi l’una con l’altra: - Hai sentito? Hanno fatto saltare il ponte a Santa Trinita…! – Piangevano, gridavano esasperate.
L’11 agosto, al mattino, Gino mi disse: - Sai, i tedeschi si stanno ritirando. – Proprio in quel momento sentimmo suonare la Martinella e un campanone del vicino Bargello. Il popolo, i resistenti, scendevano per le strade e per le piazze. Allora io vado subito in via San Gallo al n.12 dove c’era la sede del Partito Socialista. In via San Gallo c’era Foscolo Lombardi, c’era Bertoletti, c’erano tutti.
— Eccoli, i socialisti! — dissi subito — sempre gli ultimi! Firenze e già tutta tappezzata di manifesti! Ci sono quelli del Partito d'Azione, del Partito Comunista, ma manca il manifesto del Partito Socialista! È mai possibile che noi dobbiamo rimanere sempre indietro? Non c'è una tipografia? Cercatela! — Tiro giù io il manifesto. Un manifesto non retorico, scritto però col cuore, da uomo che aveva fatto la galera, che aveva partecipato alla guerra partigiana. Vi misi tutto il vigore e la passione del mio animo. Andai con i compagni per affiggere questi manifesti. Fuori mi dicono: — Ma, Sandro, non c'è neanche un manifesto! II nostro e il primo.
— Ma è naturale che sia il primo, non ci sono altri manifesti.
— Ma tu avevi detto...
— L'ho detto apposta per farvi muovere — replicai — altrimenti non vi sareste mossi! Il primo manifesto doveva essere il nostro. — E difatti così fu.
Poi si stabilì di stampare subito l'« Avanti! » e andammo in una tipografia di fortuna, in via San Gallo.
Non c'era corrente elettrica. II tipografo, un compagno, mi guarda sgomento e mi fa: — Come facciamo, adesso, senza corrente?
— Ho un'idea — dico — c'è un autocarro lasciato dai tedeschi, qui fuori, c'è la benzina. Leghiamo una puleggia al volano del motore dell'autocarro, colleghiamo il volano alla macchina tipografica, accendiamo il motore e così la rotativa si mette in moto!
— È naturale — fa il tipografo.
— E allora siamo a posto — dico io — È chiaro che non andrà con la velocità con cui andrebbe se ci fosse la corrente, ma si riesce lo stesso a stampare il giornale.
Una cosa indimenticabile: 1'autista accende il motore (la marcia naturalmente in folle), accelera a tutta velocità: vuhm, vuhm! le macchine cominciano a stampare.
L'« Avanti! » usciva! Ecco, mi pareva di essere una madre che è li che attende che la creatura esca dal ventre della figliola e ne gioisce.
Sull'« Avanti! » c'era il mio articolo di fondo, molto vigoroso. Usciamo per la strada per organizzare la diffusione.
Si combatteva a Firenze. C'erano delle sacche di resistenza fascista: molti franchi tiratori sparavano a cittadini inermi. Gli Alleati erano arrivati al di là dell'Arno, erano a Palazzo Pitti. Io dovevo incontrarmi con loro per poter raggiungere Roma. Presi contatto con il tenente Frank, rappresentante degli Alleati, il quale mi disse: — Entreremo a Firenze, quando avrete ripulito la città da tutti i franchi tiratori. — E quando questo accadde, puntualmente entrarono a Firenze. Frank mi accompagnò a Roma.
Di quei giorni porto con me, costantemente, l'immagine della nostra diffusione dell'«Avanti!». In piazza San Marco mi ferma un signore, avrà avuto 70-75 anni; senza dire una parola stese la mano a prendere il foglio; prese il foglio come un credente può prendere una immagine sacra. E lo baciò. Baciò l'«Avanti!» e si mise a piangere. Un ricordo che mi commuove ancora.
Sandro Pertini

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