Lettori fissi

26 mar 2011



al “Campo degli Eroi” di Casciana Terme
LA FONDAZIONE “BERTI” RICORDA LE FOSSE ARDEATINE
In particolare, la figura del giovane Manfredi Azzarita, medaglia d’oro al Valor Militare e partigiano

CASCIANA TERME (Pisa) – Nel 67° anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma, la Fondazione “Angiolo e Maria Teresa Berti” ha ricordato l’evento con una cerimonia e la deposizione di una corona d’alloro ai Martiri della Resistenza.
In particolare, si è sottolineata la figura di una delle 335 vittime, quella di Manfredi Azzarita, figlio di Leonardo,tra i fondatori dell’INPGI,l’Istituto di Previdenza Nazionale dei Giornalisti Italiani ed amico personale di Angiolo Berti.
A ricordo di Manfredi e degli altri caduti, Berti si prodigò affinchè la piazza antistante il Palazzo dello Sport di Bologna portasse il suo nome. Era,per quei tempi, una costruzione decisamente moderna ed avveniristica e fu inaugurata proprio in occasione dei Giochi Olimpici di Roma nel 1960. Sul piano sportivo, Piazza Azzarita è stato ed è tutt’ora uno dei simboli dello sport bolognese e nazionale, il Pala Dozza.
Come cita la motivazione della Medaglia d’Oro al valor Militare (era capitano di Cavalleria dell’Esercito prima dell’8 settembre 1943) “Fu valoroso combattente sui fronti di guerra,apprezzato ufficiale presso la S.M.R.E., ove gli vennero affidati incarichi di particolare fiducia, fra cui quello presso il generale inglese Carton de Wiart, durante i preliminari delle trattative d’armistizio. Insofferente dell’occupazione tedesca, dopo l’8 settembre 1943, si prodigò in Roma e dintorni per organizzare gruppi e movimenti armati clandestini,dimostrando fermezza di propositi, decisione e carattere adamantino. Arrestato dalle SS germaniche fu tradotto ed imprigionato nelle celle di via Tasso, ove venne atrocemente seviziato. Non rivelò alcun segreto dell’organizzazione militare cui apparteneva e s’addossò fieramente ogni responsabilità. Trucidato barbaramente alle Fosse Ardeatine, trovò gloriosa morte, suggellando il suo amore e la sua fede per la Patria.”

GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

1871 - 2001: quel lontano marzo a Parigi
La Comune sconosciuta
Da "Umanità Nova" n.10 del 18 marzo 2001




Cosa fu la Comune di Parigi?
All'inizio fu un'immensa e grandiosa festa,
una festa che il popolo parigino,
essenza e simbolo del popolo francese e del popolo
in generale, volle offrire a se stesso e al mondo.
H. Lefebvre

Le vicende della Comune rivoluzionaria di Parigi del 1871 sono ormai nei libri di storia; ci sono però fatti, circostanze, aspetti misconosciuti ma interessanti perché contribuiscono a mettere in luce la straordinarietà di una rivolta, ritenuta ancora oggi tra le più radicali e moderne esperienze di sovversione dell'ordine non solo politico e sociale, ma anche culturale, al punto da divenire un simbolo che non casualmente altre e diverse situazioni avrebbero evocato, dalla Comune di Fiume nel 1919-20 a quella di Kronstadt nel '21, da quella di Barcellona nel '36 a quella di Budapest nel '56, da quella di Parigi nel '68 a quella di Bologna nel '77, e ovunque "si voleva avere tutto in una sola volta: l'arte, le scienze, la letteratura, le scoperte. La vita aveva un nuovo impulso. Tutti si affrettavano a fuggire dal vecchio mondo" (Louise Michel).

I SIMBOLI

I rivoluzionari della Comune spararono in primo luogo sugli orologi, mandandoli in pezzi, per infrangere non solo formalmente il tempo regolato dall'oppressione, e quindi bruciarono la ghigliottina, a sottolineare la loro distanza dalla logica della rivoluzione politica e dal Terrore giacobino.
Poco prima della caduta della Comune, venne demolita la colonna napoleonica di Place Vendôme; la gigantesca costruzione, rivestita con il bronzo dei cannoni catturati al nemico dopo la battaglia di Austerlitz, era alta 44 metri e, sormontata dalla statua di Napoleone nelle vesti di Cesare, rappresentava la celebrazione dell'impero napoleonico. Grande fu l'indignazione causata da tale atto, definito vandalico, sia in Francia che in quella stessa Europa che aveva combattuto, sconfitto e imprigionato Napoleone.
L'abbattimento della Colonna Vendôme offrì quindi il pretesto alla borghesia per accusare la Comune di inciviltà; in realtà si trattò di un episodio del tutto simbolico e legato alla realtà convulsa e disperata degli ultimi giorni prima della vittoria della reazione; tale incidentalità è peraltro dimostrata dal programma della Federazione degli Artisti di Parigi: "I monumenti dal punto di vista artistico, i musei e gli edifici di Parigi che ospitano gallerie, collezioni e biblioteche di opere d'arte, non appartenenti a
privati, sono affidati alla cura e alla sorveglianza del Comitato. Il quale redige, conserva, rettifica e completa progetti, inventari, repertori e cataloghi. Li mette a disposizione del pubblico per favorire gli studi e per soddisfare la curiosità dei visitatori...".

I COMUNARDI

La Comune è stata anche definita come la prima grande insurrezione operaia e i dati esistenti sugli insorti confermano sostanzialmente tale valutazione, anche se coinvolse gran parte della società urbana parigina, assumendo carattere di rivoluzione realmente sociale.
Dei 36.309 comunardi -uomini e donne- prigionieri e processati 19.426 risultarono operai, 4.074 agricoltori, 2.938 impiegati, 2.426 domestici, 1.725 membri di "professioni liberali" e il resto di altre categorie intermedie.
Tra questi prigionieri circa 25.000 risultarono analfabeti o semi-analfabeti.
Su 20.000 comunardi processati dai tribunali ordinari figuravano 2.901 manovali, 2.664 meccanici e fabbri, 2.293 muratori, 1.659 falegnami, 1.598 commessi, 1.491 calzolai, 1.065 impiegati, 863 imbianchini, 819 tipografi, 766 scalpellini, 681 sarti, 636 mobilieri, 528 orefici, 382 carpentieri, 347 pellai, 283 marmisti, 227 stagnini, 106 insegnanti, ecc.

LE COMUNARDE

Scrisse Louise Michel: "Fra i più ardenti combattenti, che si opposero all'invasione e difesero la repubblica come l'aurora della libertà, le donne sono in buon numero. Si è voluto fare delle donne una casta, e sotto la forza che le schiaccia attraverso gli avvenimenti, la divisione si è compiuta; non ci hanno consultato, per questo, e noi non dobbiamo consultare nessuno... certo è che le donne amano la rivolta. Noi non valiamo più degli uomini, ma il potere non ci ha ancora corrotte".
E le donne della Comune non consultarono nessuno, prendendo iniziative autonome. Già durante l'assedio di Parigi, l'anno precedente, i giornali avevano parlato delle "Amazzoni della Senna", ma è durante la Comune che fiorirono innumerevoli comitati, club, società di donne che sostenevano la causa della rivoluzione.
La più importante fu probabilmente l'Union des femmes pour la défence de Paris et les soins aux blessés, costituitasi l'11 aprile 1871, con ramificazioni in ogni quartiere e con innumerevoli campi d'azione (organizzazione del lavoro femminile, costituzione di associazioni operaie dipendenti dai Comitati di arrondissement, insegnamento, soccorso dei feriti, protezione civile). Altre esperienze furono il Comité des femmes della rue d'Arras, che fondò a Parigi numerosi comitati di quartiere occupandosi degli ateliers cooperativi "per insegnare alle donne a organizzare da sé il proprio lavoro", e il Comité de vigilance di Montmartre che avrebbero combattuto anche sulle barricate.
Senza alcuna esagerazione -sono i dati dei tribunali a parlare- si può affermare che durante la Comune la più rilevante rivoluzione culturale e il maggiore impulso all'autorganizzazione sociale vennero proprio dalle donne: operaie, maestre, casalinghe e prostitute si scoprirono così soggetti attivi di una rivolta dentro una rivolta.

LA GUERRA SOCIALE

Non potendo rinunciare alla Guardia Nazionale, la Comune per la sua difesa armata si affidò a 32 corpi franchi assommanti a circa 10.000 uomini (i nomi di questi reparti erano particolarmente evocativi come i Vendicatori, gli Zuavi, i Figli di Parigi, i Figli perduti, i Cavalieri, i Garibaldini...), a reggimenti di volontari, a poche artiglierie e alle barricate del popolo che divennero il simbolo stesso della Comune.
"Alle armi! Alle armi, dunque!
Parigi si copra di barricate e da questi bastioni improvvisati getti ancora ai suoi nemici il suo grido di guerra, il suo grido d'orgoglio, di sfida, ma anche di vittoria; perché Parigi con le sue barricate, è inespugnabile.
Le strade siano disselciate: in primo luogo perché i proiettili nemici che cadono sulla nuda terra sono meno pericolosi; inoltre perché le pietre, nuovi mezzi di difesa, dovranno essere accumulate, a intervalli regolari, sui balconi dei piani superiori delle case".
Fallì invece il tentativo di estendere l'insurrezione al resto della Francia. Si sollevarono gli internazionalisti di Lione -sotto l'impulso di Bakunin-, Tolosa, Le Creusot, Saint Etienne, Brest, Rouen e Narbonne ma furono incendi limitati che vennero repressi uno dopo l'altro, nel sangue.

I GIORNALI

Durante la Comune fecero la loro comparsa innumerevoli pubblicazioni. Tra i giornali più diffusi vanno ricordati: Le Cri du Peuple (con una tiratura di 100 mila copie), Le Mot d'ordre, La Montagne, Le Pére Duchesne, Le Vengeur et la Commune, Le Combat, L'Action, L'Ami du Peuple, Le Tribun de Peuple, La Commune, L'Estafatte, Paris Libre, La Caricature Politique, Le salut public, La Sociale, ecc.
In tale periodo assunse grande importanza la caricatura politica come forma di comunicazione e propaganda.
"La caricatura non uccide -come scritto da Vallés-, ma è uno strumento che agisce a due livelli, il livello iconografico e quello verbale, unisce l'evidenza e la comunicazione diretta del disegno, della figura, immediatamente leggibile - e leggibile a tutti! - al testo scritto, alla didascalia, che attraverso il tono epigrammatico, colpisce diritto il bersaglio."
Per la stampa dell'opposizione borghese furono invece applicate forme di censura, ma ci furono anche misure repressive contro pubblicazioni "oscene" e "amorali".

I MANIFESTI

I manifesti rimasero comunque la forma più immediata dell'informazione rivoluzionaria. Questo è il testo del fatidico proclama del 22 marzo, affisso su tutti i muri di Parigi:

AL POPOLO DI PARIGI
ALLA GUARDIA NAZIONALE

Cittadini,
Basta col militarismo! Basta con gli stati maggiori e i loro galloni e tutte le loro cuciture dorate!
Si faccia posto al popolo, ai combattenti, alle braccia nude! L'ora della guerra rivoluzionaria è suonata.
Il popolo non conosce le manovre sapienti, ma quando ha un fucile in mano e il selciato sotto i piedi non teme nessuno degli strateghi della scuola monarchica.
Alle armi! cittadini, alle armi! Si tratta, lo sapete bene, di vincere o di cadere nelle mani spietate dei reazionari e dei clericali di Versailles, di quei miserabili che, per partito preso, hanno consegnato la Francia ai Prussiani e ci fanno pagare il prezzo del loro tradimento.
Se volete che il sangue generoso che è stato versato come l'acqua da sei settimane non sia infecondo; se volete vivere liberi in una Francia libera ed egualitaria; se volete risparmiare ai vostri figli i vostri dolori e le vostre miserie, vi leverete come un sol uomo e, davanti alla vostra formidabile resistenza, il nemico, che si lusinga di rimettervi al giogo, pagherà l'onta degli inutili crimini di cui si sta macchiando da due mesi.
Cittadini, coloro che avete eletto combatteranno e moriranno con voi se occorre; ma in nome di questa Francia gloriosa, madre di tutte le rivoluzioni popolari, focolare permanente delle idee di giustizia e di solidarietà che devono essere e saranno le leggi del mondo, marciate contro il nemico, e la vostra energia rivoluzionaria gli dimostri che si può vendere Parigi, ma non si può né consegnarla né vincerla.

La Comune conta su di voi, contate sulla Comune!

CONTRO LA RELIGIONE

È noto che sotto la Comune, Jean Allemane, presidente del Comitato della legione del V Arrondissement, fece sostituire sulla cupola del Pantheon la croce con la bandiera rossa, così come è abbastanza celebre la frase "Noi cancelliamo Dio!" scritta da Gustave Maroteau su La Montagne, ma l'anticlericalismo dei comunardi aveva origini molteplici (filosofiche, politiche e sociali) e due secoli di lotta tra il magistero cattolico e il libero pensiero avevano preparato la rivolta contro l'alleanza del Trono e dell'Altare, tra Chiesa e controrivoluzione, tra autorità divina e sfruttamento di classe.
Noi siamo atei perché l'uomo non sarà mai libero, finch'egli non avrà scacciato Dio dalla sua intelligenza e dalla sua ragione.
Prodotta dalla visione dell'ignoto, creata dall'ignoranza, aiutata dall'intrigo, e subita per stupidità questa nozione mostruosa di un essere, di un principio all'infuori del mondo e dell'uomo, tesse la trama di tutte le miserie, nelle quali è caduta l'umanità, e forma l'ostacolo principale alla sua liberazione. Fin tanto che la visione mistica della divinità oscurerà il mondo, l'uomo non potrà né conoscerlo né possederlo; invece della scienza e della felicità, non ci troverà che la schiavitù della miseria e dell'ignoranza.
Ed è in grazia di questa idea d'un essere che è superiore al mondo e che lo regge, che si sono prodotte tutte le forme di schiavitù morale e sociale: religioni, dispotismo, proprietà, caste, sotto le quali geme e sanguina l'umanità.
Scacciar Dio dal dominio della conoscenza, espellerlo dalla società, è legge necessaria per l'uomo, se vuole arrivare alla scienza, se vuole realizzare la vittoria della rivoluzione.
Bisogna negare quest'errore, genesi di tutti gli altri, ché per esso da tanti secoli l'uomo è represso, incatenato, spogliato, martirizzato.
Che la Comune sbarazzi l'umanità di questo spettro delle miserie passate, di questa causa delle miserie presenti.
Nella Comune non c'é posto per il prete: ogni manifestazione, ogni organizzazione religiosa deve essere bandita.

(Dal Manifesto dei proscritti de "La Comune rivoluzionaria"; Londra, giugno 1874)

I DIRIGENTI

La Comune ebbe numerosi -molti critici hanno detto troppi- dirigenti, leader e responsabili per i vari settori della vita politica, sociale, culturale ed anche militare della Comune stessa. Se sulle forme di gestione ed organizzazione sociale il dibattito rimane storicamente aperto, può essere interessante sapere che, prendendo in esame le 40 figure più importanti della Parigi rivoluzionaria, la maggior parte risultavano aderenti all'Internazionale (circa il 50%), tra cui numerosi proudhoniani e anarchici (oltre a Louise Michel, va ricordato Elia Reclus -fratello di Elisée-, direttore della Blbliothéque nationale); poi vi erano una decina di blanquisti, mentre tra i restanti figuravano i neo-giacobini, un radicale, alcuni "senza partito", diversi intellettuali ed artisti, e persino un generale.

LA POLIZIA

Gustave Courbet scrisse il 30 aprile: "Parigi è un vero paradiso; niente polizia, niente sciocchezze, nessuna esazione di sorta, niente litigi. Parigi va avanti da sola... bisognerebbe poter rimanere sempre così"; ma con l'aggravarsi della situazione e le continue rappresaglie della reazione, operò una sorta di polizia, sotto la guida del blanquista Raoul Rigault, che tra l'altro doveva occuparsi dei controrivoluzionari e dei varsagliesi prigionieri. A seguito delle feroci rappresaglie il 5 aprile venne
quindi proclamata la legge del taglione: "Ogni persona accusata di complicità con il governo di Versailles verrà immediatamente incriminata e messa in prigione (...) Tutti gli accusati (...) saranno da considerarsi ostaggi del popolo parigino. Ogni esecuzione di un prigioniero di guerra o di un partigiano del governo regolare della Comune di Parigi sarà seguita sul campo dall'esecuzione di un numero triplo di ostaggi".
Tale truce decreto, che la Comune non applicò mai ufficialmente nei fatti, portò all'arresto di un certo numero di personalità tra cui l'arcivescovo Darboy e molti altri prelati, ma si dovrà aspettare la "settimana di sangue" prima che, per ritorsione, Rigault mandasse alla fucilazione alcune tra le sue vittime di diligente inquisitore. A lui succedette un altro blanquista, Théophile Ferré, che verso la fine della Comune, quando era venuto meno il ruolo guida del Comitato rivoluzionario, fece fucilare, per rappresaglia, numerosi ostaggi tra cui l'arcivescovo Darboy.
Entrambi, sia Rigault che Ferré, sarebbero finiti a loro volta fucilati dalla soldataglia reazionaria.

LA VENDETTA

Di gran lunga inferiore fu invece l'indignazione civile per la strage di Comunardi o sospetti tali, seguita alla caduta di Parigi; eppure le cifre, a riguardo sono spaventose anche se contraddittorie.
E' stato calcolato che le perdite umane tra i Comunardi raggiunsero, tra morti e prigionieri, il numero di 100.000.
Secondo lo storico inglese G. D. H. Cole, 2.500 furono i morti sulle barricate e 14.000 i fucilati dopo la resa. Secondo un'altra stima 30.000 furono i caduti e 45.000 i prigionieri, in gran parte poi uccisi o morti in carcere. Altre fonti fanno salire la cifra delle esecuzioni sommarie ad almeno 25.000 e quella degli arrestati a 43.521 fino al 1875.
Sicuramente la strage ebbe le dimensioni di un genocidio di classe; il giornale borghese Le Figaro ebbe a scrivere: "I nostri soldati hanno semplificato il compito delle corti marziali, fucilando la gente sul posto". E così deve essere stato se persino un giornale conservatore come il Peuple Souverain, poco tempo dopo, lamentandosi delle conseguenze economiche del massacro operaio, chiedeva: "dobbiamo pagare cinque miliardi... chi sono i pazzi che hanno potuto immaginare e compiere queste grandi fucilazioni!". Infatti il settore calzaturiero aveva perso metà dei suoi operai (12.000 su 24.000); l'ebanisteria più di un terzo; la sartoria un terzo (10.000 su 30.000); sparirono quasi tutti i conciatetti, i decoratori, i piombatori, gli zincatori. Annientate le fabbriche di guanti, cappelli, merceria, corsetti, a predominante manodopera femminile. L'industria dell'arredamento, che aveva avuto 60.000 addetti, dovette rifiutare le commesse a causa della "mancanza di mano d'opera".

I PROCESSI

Cessate le fucilazioni e le esecuzioni sommarie, contro i Comunardi si scatenò la violenza legale delle Stato attraverso la repressione giudiziaria. Su 36.309 prigionieri passati davanti ai tribunali della reazione, 10.137 risultarono condannati: 93 alla pena di morte (23 esecuzioni), 251 ai lavori forzati, 1.169 alla deportazione in fortezze, 3.417 alla deportazione semplice, 1.247 alla reclusione, 1.305 alla prigione per più di un anno, 2.054 alla prigione per meno di un anno, 55 ragazzi assegnati alla casa di correzione...
La promessa di Thiers era stata mantenuta: "Dopo la vittoria si dovrà punire implacabilmente, ma legalmente".

LA RESISTENZA

Dopo la sconfitta militare della Comune e nonostante le fucilazioni di massa, l'ordine non fu ristabilito a Parigi. Durante la notte vengono affissi manifesti e proclami clandestini. A Belleville, a Montmarte, la soldataglia ebbe la vita difficile, fatta bersaglio di colpi d'arma da fuoco provenienti dalle case. Nel XIII arrondissement, alcuni agenti di polizia vennero feriti in seguito a sparatorie. Al caffè di Helder, ritrovo di ufficiali, parecchi di essi furono apertamente insultati. In rue de Rennes e in rue de la Paix, così come in place de la Madeleine, soldati e ufficiali caddero colpiti da mani invisibili; presso la caserma della Pépiniére, venne sparato ad un generale.
In mancanza di armi da fuoco, fu fatto ricorso alle frecce.

LA SOLIDARIETÀ

"Se un uomo è fuori della legge, entri in casa mia. Sfido chiunque a strapparmelo. Parlo solo degli uomini politici.
Se si verrà in casa mia a prendere il fuggiasco della Comune, si prenderà me. Se lo si consegnerà, io lo seguirò. Sarò con lui al banco degli accusati. E per la difesa del diritto si vedrà a fianco dell'uomo della Comune, che è il vinto dell'Assemblea di Versailles, l'uomo della Repubblica, che è stato il proscritto di Bonaparte.
Farò il mio dovere. Prima di tutto i principii."
(Victor Hugo)

LA POESIA

Numerosi furono i poeti che cantarono la Camune. Due nomi per tutti: Verlaine che compose un piccolo poema dedicato a Louise Michel e Rimbaud che celebrò la Comune in tre sue poesie.
Tra le varie poesie, ballate, canzoni (talvolta stampate su manifesti come proclami rivoluzionari), va inoltre menzionata L'Internazionale di Eugéne Pottier, poi universalmente nota.

A cura di M.R.

BREVE BIBLIOGRAFIA

- M. WINOCK, La febbre francese. Dalla Comune al Maggio '68; Laterza Ed.
- CIRCOLO LA COMUNE, La Comune di Parigi 1871; Sapere Ed.
- H.P.O. LISSAGARAY, La Comune di Parigi; Feltrinelli Ed.
- E. DE GONCOURT, L'assedio di Parigi; Siva Ed.
- G. BORGIU, La Commune; Presse Universitaires de France.
- AA.VV., La Comune e la guerra del 1870-71; Mondadori Ed.
- G. PISTOSO, La Comune di Parigi; Mondadori Ed.
- G.D.H. COLE, Storia del pensiero socialista (Volume II); Laterza Ed.
- J. ROUGERIE, Proces des Communards; Julliard Ed.
- DEL BO, La Comune di Parigi; Feltrinelli Ed.
- A. GUERIN, La folle guerre de 1870; Hachette Ed.
- M. DOMMANGET, Blanqui, la guerre du '70-71 et la Commune; Colin Ed.
- P. BROUE' e H. DESVAGES, La rivoluzione; Mondadori Ed.
- R. CORTIANA (a cura di), I poeti della Comune; Marsilio Ed.
- L. MICHEL, La Comune; Editori Riuniti.
- K. MARX, Scritti sulla Comune di Parigi; Samonà e Savelli.
- C. PISACANE, La rivoluzione; Sampietro Ed.
- B. MALON, La Comune di Parigi; Samonà e Savelli.
- M. A. BAKUNIN, Stato e anarchia; Feltrinelli Ed.

17 mar 2011




Ricordata al Campo degli Eroi

17 MARZO:LA FONDAZIONE “BERTI” E L’UNITA’ D’ITALIA

CASCIANA TERME ( Pisa) – In concomitanza con l’omaggio del Capo dello Stato,Giorgio Napolitano, all’Altare della Patria a Roma, anche la Fondazione “Angiolo e Maria Teresa Berti” ha ricordato l’evento del 150° anniversario dell’Unità d’Italia al Campo degli Eroi, a Casciana Terme (Pisa).
Si è in particolare rammentato lo spirito che condusse Angiolo Berti,giornalista parlamentare e cascianese di nascita, a creare questo luogo di memoria e di riflessione nel 1984. Lo scopo – ebbe a sottolineare quel giorno – è di non dimenticare tutti coloro che sacrificarono la vita per la libertà di pensiero e di parola.
Quegli eroi che hanno contribuito a rendere libera la nostra Patria – furono sue parole – oggi e sempre rimarranno come monito soprattutto alle giovani generazioni di come in ciascun essere umano patria e libertà siano parte integrante dello spirito.
Nei 27 anni di vita del Campo, sito in località Fichino sede della Fondazione,hanno onorato la memoria i presidenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, Nilde Jotti e Giovanni Spadolini, il comandante generale l’Arma dei Carabinieri, Alberto Jucci e quello provinciale di Pisa, Edoardo Lepre, i comandanti l’Accademia Navale, Cristiano Bettini e Pierluigi Rosati, i vescovi di Livorno Alberto Ablondi e Simone Giusti, il Lama Tsong Chapa della Comunità Buddista Europea.
Sono attualmente 26 i cippi ed i monumenti presenti nel Campo. Il primo ad essere costruito fu quello dedicato alla medaglia d’oro,il carabiniere Salvo D’Acquisto.

GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

l'Italia (in ricordo di un italiano)

pubblicata da Enrica Paresce il giorno giovedì 17 marzo 2011 alle ore 10.57


In ricordo di mio padre (nato nel 1894), che andò volontario a combattere dalla Sicilia alle dolomiti per un sogno d'Italia unita nella prima guerra mondiale, e lasciava la pistola all'attendente perché "ci doveva essere un modo che non fosse uccidere, per vincere altri uomini", leggeva l'Iliade e l'Odissea ai suoi soldati davanti al fuoco, e gli fu chiesto di leggere la Divina Commedia ma lui non l'aveva, e il soldato che l'aveva chiesto disse - la vado a prendere a casa Tenente, è lì solo qualche passo dietro le linee austriache!" - che rimase sotto il fango e i tronchi della trincea due giorni prima di essere trovato ancora vivo, e dopo novant'anni ancora urlava la notte al ricordo dei topi che divoravano i suoi amici quando non scriveva proclami militari nell'aria declamandoli con aria ispirata. Mio padre che aveva detto al suo ufficiale superiore che voleva scegliere a caso dei soldati del suo reparto per la decimazione, che prima di ammazzarne anche solo uno avrebbero dovuto uccidere lui.

Che ritornò in Sicilia con una pallottola nel ginocchio, per non aver voluto sparare ad un austriaco solitario incontrato per caso mentre passeggiava beandosi della bellezza delle Alpi, e una medaglia al valore per aver guidato all'attacco i suoi uomini senza armi, riuscendo a conquistare Passo di Buole, per scoprire che la sua giovane moglie era morta e anche suo figlio e nessuno aveva avuto il coraggio di dirglielo... e prendersi la spagnola, tanto per non farsi mancar nulla.

MIo padre che mi raccontava com'era fare il magistrato in Sicilia fra le due guerre, andare in giro con i carabinieri a cavallo come scorta, dormire in luoghi che definire disagiati è un eufemismo. E l'impegno politico socialista sempre più forte... e poi via per la guerra d'Albania, e trovarsi ad essere più solidali con gli albanesi che con l'esercito a cui si appartiene e ancora via... dopo essersi preso un virus che lo stava per uccidere.

Tornare a casa, lasciare la magistratura per non arrestare un compagno di partito, fuggire a Roma con i documenti falsi e buttarsi anima e corpo nella resistenza, e poi l'arresto, la cella condivisa con il suo amico Bruno Buozzi (e ogni volta che passava per Viale Buozzi a roma si incupiva e mormorava che non poteva credere che Bruno non ci fosse più!), e poi via, in fuga, a dormire sotto gli altari e la notte a mettere volantini sugli alberi del Pincio... e la liberazione, la direzione di un giornale, l'impegno al governo, alle arti (restauro Dell'Ultima Cena di Leonardo, creazione del recupero opere d'arte con Siviero), all'economia e il lavoro (istituzione della Tredicesima) e l'impegno alla Consulta... nel partito del lavoro, nel PSIUP nel PSI e poi di nuovo via, con i democristiani che falsificano i voti e la commissione di controllo che rimanda e rimanda sino a che la legislatura non è finita. E allora cambiare di nuovo, pubblicista, giornalista, professore universitario, avvocato, altre due, tre, quattro mogli (la quarta è mia madre) e sacra rota, matrimoni all'estero... la delusione nel vedere la Costituzione a cui aveva lavorato anche lui spezzata e disattesa, la magistratura che distorceva la giuistizia ( molti anni prima di morire nel 1987 lo sentiii commentare amaramente che ormai la magistratura si comportava come una cupola mafiosa, una casta di intoccabili che si consideravano al di sopra della legge... e che la giustizia non era più nelle leggi ma nell'estro di persone irresponsabili... e come ho detto lui era stato giudice) e la pittura, i libri, le note all'enciclopedia del diritto, gli articoli sul suo amato Holderlin, sino a morire con un libro suo sull'ermeneutica del diritto da correggere e un libro sui computer da studiare... perché mi disse mentre aspettava di morire con gli occhi allegri e il femore spezzato,

- Il futuro, Enrica è nei "computer"

in suo ricordo... VIVA L'ITALIA

16 mar 2011


caso Moro
ricostruzione e analisi

Di Barbara Fois

Sono passati anni da quel giorno di marzo che cambiò la vita di questo paese. Ed è ormai rituale chiedersi “tu come l’hai saputo? Dov’eri?” come si fa per i grandi eventi epocali.

Erano circa le 9,30 quel giovedì 16 marzo 1978 ed io ero appena entrata nell’atrio di Facoltà, quando una collega mi si avvicinòstravolta “Hai sentito la notizia terribile?” io scossi la testa in silenzio, allarmata, lei continuò con la voce soffocata “Hanno rapito Moro e massacrato la sua scorta. Li hanno ammazzati tutti!!” Rimasi lì come un’allocca, cercando diinghiottire la notizia, mentre lei correva via e, come un’ape operosa che vola di fiore in fiore, si fermava a parlare con un’altra persona. Mi sedetti sulla panca di marmo, lì nell’atrio, cercando di riordinare i pensieri, che sembravano volare impazziti nella mia testa gridando, come uno stormo di rondini. Salire su nel mio studio e fare le cose che avevo in scaletta nell’agenda mi sembrava impossibile: non potevo accettare la normalità di un giorno qualsiasi. Perché niente era più normale. E in quel momento di così forti emozioni, di angoscia e confusione, solo una cosa era chiara, solo di una cosa ero certa: che da quel momento niente sarebbe più stato normale, niente avrebbe potuto essere come prima. Mai più.

Avevo ragione, purtroppo. Quel giorno è stato un punto di svolta, che ha cambiato la rotta nella vita di questo paese. Perché quello di Moro non è stato solo un rapimento con strage, finito con l’ esecuzione crudele di un ostaggio inerme ( e già così sarebbe stato mostruoso e intollerabile in un paese civile), ma è stato molto, molto di più. Le radici oscure di quel fatto arrivano in profondità e si intrecciano ad altri fatti altrettanto oscuri e spaventosi, che hanno insanguinato e avvelenato questo paese per anni e che ancora ne inquinano la vita sociale e politica. Come in un quadro di Bosch, in quella vicenda niente è come appare e se ci si avvicina si notano dei particolari inquietanti e figure mostruose. Ogni avvenimento ha diversi livelli di lettura, più o meno profonda e non è facile sintetizzare e capire. Equando ti sembra di aver capito davvero, ecco che viene fuori un altro elemento, un tassello che confonde di nuovo tutto il disegno. Proveremo qui a seguire passo passotutta quanta la vicenda.


Il rapimento e la strage

Dagli atti delle inchieste, dalle sentenze (23),dai verbali dei processi ( siamo al “Moro 6”) e della commissione stragi, sembra che ancora non si sia potuta ricostruire con assoluta certezza tutta la meccanica del rapimento.

Per chi non è romano come me capire anche topograficamente la dinamica dell’agguato è fondamentale. Così ho preso alcune cartine di Roma e ho scoperto che in nessunadi esse compare né via Fani, né via Stresa. Solo sul web si trova tutta la mappa, anche se divisa così a quadrati è difficile da visualizzare. Volevo seguire il percorso del “convoglio” di Moro, formato da due macchine, dalla sua abitazione a via Fani. E così scopro la prima di una serie di inesattezze che costellano questa storia e si perpetuano in articoli e testimonianze: la macchina di Moro – seguita daquella della sua scorta – non arriva da via Trionfale, ma da via Forte Trionfale ( dove c’è la casa di Moro e che è molto più a nord dell’altra strada quasi omonima), che si immette curvando a sinistra in via Pieve di Cadore, che a sua volta gira a destra e diventa via Mario Fani. Se non si è precisi c’è il caso di finire in una serie di equivoci : infatti la via Fani scendendo incrocia la via Stresa e, continuando a scendere, si immette ( questa volta sì) in via Trionfale. Dunque quando leggiamo le cronache dell’agguato, con le posizioni dei brigatisti, dobbiamo tener conto di questo particolare logistico, se vogliamo capire. Ci sono già abbastanza cose non chiare e sicure in questa storia!

Per esempio non si sa per certo nemmeno quanti fossero i brigatisti che componevano il commando che agì in via Fani. Perfino i brigatisti che ne facevano parte non sono stati concordi nel numero. Moretti in una intervista a Carla Mosca ha anche sbagliato i nomi e poi si è corretto: la memoria negli anni non è più la stessa…in cose così marginali, poi…

Valerio Morucci – il “postino” delle BR , ma anche uno degli assassini di via Fani, autore di un memoriale e personaggio assai più complesso di quanto abbia voluto apparire – ha raccontatoin diversi tempi la dinamica della strage, facendo prima i nomi di 7 uomini: Mario Moretti, Raffaele Fiore, Bruno Seghetti, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari, Barbara Balzerani e lui stesso, a cui, diversi anni dopo,aggiunse altri due nomi: Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Infine Mario Moretti ha tirato fuori il nome di Rita Algranati, che – in sella a un motorino – doveva segnalare al commando l’arrivo dell’auto di Moro e della sua scorta. L’Algranati è stata arrestata solo nel 2004 e il Casimirri invece continua a vivere beato in Nicaragua.

Del ruolo della Algranati nella strage di via Fani hanno parlato nel corso degli anni sia Valerio Morucci che Adriana Faranda. "Le unità del commando - ha raccontato la Faranda - erano dieci. Rita Algranati stava all'incrocio con la via Trionfale per segnalare l'arrivo di Moro e della sua scorta a Moretti che era sulla 128 in via Stresa. Casimirri e Loiacono erano di copertura sulla parte alta di via Fani, la Balzerani, invece, era di copertura nella parte bassa all'incrocio con via Stresa; Morucci, Gallinari Bonisoli e Fiore stavano sul marciapiede di fronte al fioraio: loro erano il gruppo di fuoco. Poi c'era Seghetti in via Stresa, nella 132 che doveva servire a portare via l'ostaggio”. La Faranda, come si evince, parla per sentito dire, dato che non si trovava sul luogo dell’agguato. Altrimenti non direbbe una inesattezza come questa: perché l’Algranati avrebbe dovuto stare all’incrocio con via Trionfale, giù in basso, visto che Moro arrivava dall’alto?- Ma anche nei racconti di Morucci e della Balzerani ci sono delle confusioni, delle imprecisioni, delle inesattezze nella ricostruzione della dinamica. Vale la pena di leggersi tutte queste versioni, riportate negli atti dei processi “Moro ter” e “Moro quater”, linkati alla fine di questo articolo.

Il problema del numero dei partecipanti non è certo secondario, visto che c’è il sospetto di partecipazioni “esterne”. Inoltre ci sono ben tre testimoni che parlano di una moto Honda presente sul luogo della strage, con due uomini a bordo. Uno dei testimoni, l'ingegner Alessandro Marini, che arrivava sul suo motorino, si era visto addirittura sparare una raffica di mitra contro, dall'uomo seduto sul sellino posteriore della Honda. I brigatisti però negano, tutti: non c’era nessuna moto, in via Fani.

“Non tutti gli attentatori di via Fani sono stati individuati''.Ha ribadito dal canto suo Antonio Marini, pubblico ministero ai processi 'Moro ter' e 'Moro quater', nel corso del Tg2 dossier, intitolato '1978, l'inverno piu' lungo', andato in onda domenica 2 marzo scorso su Raidue alle 18. "Per anni- ricorda il pm Marini- i brigatisti individuati erano stati in tutto nove. Poi ne sono stati identificati altri due, che stazionavano in alto, per bloccare il traffico su via Fani: Lojacono e Casimirri… ". e poi tornando ai due attentatori non identificati, "dopo che la macchina, guidata da Seghetti, con a bordo Moro, riparti', fu seguita da altri due brigatisti a bordo di una moto Honda. Uno dei due sparo' contro un passante in motorino, un certo Alessandro Marini, che era stato fermato poco prima all'incrocio dalla Balzerani. E Marini, per evitare di essere colpito, fu costretto ad abbandonare il motorino e a buttarsi a terra. Ora, i brigatisti hanno sempre negato l'esistenza di questa moto, ma gia' il primo processo Moro condanno' i terroristi anche per il tentato omicidio di Marini. Riconoscendo, dunque, implicitamente, l'esistenza della Honda''.

Domanda: ma perché due erano travestiti da personale dell’Alitalia? Che senso aveva? Forse lo aveva nel caso che le persone in divisa non fosseroconosciute dagli altri e quello fosse il segno di riconoscimento concordato, giusto per evitare di spararsi fra loro….

A proposito del numero dei brigatisti presenti a via Fani sono illuminanti le considerazioni di Alberto Franceschini, fondatore con Curcio delle BR:

“...per il sequestro Sossi, che era abbastanza facile da compiere, nel senso che era una persona

che si muoveva senza scorta, il rapimento fu effettuato di sera in una viuzza. Semmai, si

presentavano problemi per la via di fuga, ma non tanto per la presa del soggetto. Comunque,

per compiere questa operazione, noi eravamo diciotto persone, stando anche a ciò che dice

Bonavita nella sua ricostruzione. Quindi, mi sembra assolutamente improponibile che

un'operazione militare complessa come quella di via Fani sia stata compiutasolo da dodici

persone”.

Ma si sa qualcosa di certo? Si sa che la macchina di Moro, una FIAT 130 non blindata, era la prima del piccolo convoglio e che dietro stava quella della sua scorta. Con lui c’è il caposcorta maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi e alla guida l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci. Nell’alfetta che segue ha preso posto la scorta: la guardia Raffaele Iozzino, il brigadiereFrancesco Zizzi e la guardia Giulio Rivera che la guida; tutti e tre appartengono alla Polizia di Stato, che allora si chiama ancora Pubblica Sicurezza. Percorrono tranquilli la via Fani, quando all’improvviso una 128 bianca che era parcheggiata a lato della strada, guidata da Mario Moretti, a marcia indietro taglia la strada alla 130 di Moro. Ricci non riesce a frenare e la tampona e viene a sua volta tamponato dall’alfetta della scorta. E’ un attimo e dal lato opposto della strada due uomini travestiti con divise dell’Alitaliasi avvicinano alle macchine. Dai cespugli davanti a un barescono altri quattro armati fino ai denti, mentre ai due capi di via Fani, altri brigatisti armati impediscono l’accesso dall’alto e dal basso. In un attimo il convoglio è circondato e il commando spara all’impazzata, in un fuoco incrociato, ben 93 colpi sulle due macchine. La scorta di Moro non fa nemmeno in tempo a rispondere. Solo Iozzino esce ferito dalla macchina in una eroica estrema reazione, con la pistola d’ordinanza in pugno, ma viene abbattuto. Nessuno di noi, credo, dimenticherà mai quell’immagine tremenda: quel ragazzo di 25 anni steso sull’asfalto con le braccia spalancate e le caviglie incrociate, come fosse in croce.

Ma come hanno fatto a non colpire anche Moro? Tutti abbiamo visto come erano conciate le macchine e quei poveri corpi. Come hanno fatto a non colpire Moro nemmeno di striscio? Se davvero fossero stati quei dilettanti che hanno sempre sostenuto di essere, non ci sarebbero mai riusciti. Infatti Moretti e Franceschini hanno ammesso durante un’intervista televisiva di qualche tempo fa, che le BR avevano gravi problemi con le armi e non erano assolutamente in grado di sparare con precisione. Il brigatista Bonisoli a Sergio Zavoli che lo intervistava in TV confidò “ Noi avevamo una preparazione militare approssimativa. C’eravamo allenati ogni tanto a sparare alle bottiglie, in periferia, il mio mitra si inceppò e io non sapevo che fare.” Dal mucchio di bossoli in terra si potrà ricostruire che a sparare furono: una Smith & Wesson calibro 9 parabellum (8 colpi), una Beretta 52 calibro 7,65 (4 colpi), una pistola mitragliatrice calibro 9 parabellum, una Tz 45 (5 colpi),una Beretta M12 (3 colpi), un Fna o uno Stern (49 colpi). Sono ben 45 i colpi che investono gli uomini della scorta; Ricci, Rivera e Iozzino hanno ricevuto il colpo di grazia. Si fa strada l’idea non certo peregrina che chi ha sparato i 49 colpi sia un professionista, anche grazie alla ormai famosa testimonianza del benzinaio Lalli, che si intende di armi e che afferma:

"Ho notato un giovane che all'incrocio con Via Fani sparava una raffica di circa 15 colpi poi

faceva un passo indietro per allargare il tiro e sparava in direzione di un'Alfetta [...] L'uomo che

ha sparato con il mitra, dal modo con cui l'ha fatto mi è sembrato un conoscitore dell'arma in

quanto con la destra la impugnava e con la sinistra posta sopra la canna faceva in modo che

questa non s'impennasse inoltre ha sparato con freddezza e i suoi colpi sono stati secchi e

precisi".

Un professionista, la cui identità è ancora dubbia: il pentito calabrese Saverio Morabito sosterrà poi

che si tratta di Antonio Nirta, detto "duenasi" per la sua capacità di usare la lupara. Alcune testimonianze più recenti puntano invece il dito contro Agostino De Vuono, anch'egli calabrese ed esperto tiratore.

Che tutta l’operazione non sia frutto di improvvisazione del resto è palese. L’agguato è stato teso in modo perfetto: perfino il fioraio che staziona giornalmente all’angolo fra via Fani e via Stresa ( da cui è uscita la macchina guidata da Moretti) è stato messo nell’impossibilità di essere presente: le 4 ruote del suo furgoncino sono state squarciate durante la notte. Ma come facevano a sapere in anticipo che il percorso dell’auto di Moro quella mattina sarebbe stato proprio quello? Eh sì, perché dagli atti dei sei processi e delle inchieste viene fuori proprio questo: che il percorso della macchina fu deciso quella mattina e solo allora la scorta seppe che sarebbe passata per via Fani. Ma chi decideva i percorsi da fare? E chi ne era a conoscenza? E come mai non si è indagato in questa direzione? Se quel percorso non poteva essere previsto, come maine erano a conoscenza un gruppetto di esaltati brigatisti, ignoranti e disinformati? Perché questo è il quadro che ha dato di sé e dei suoi compagni ancora una volta Franco Bonisoli, in una intervista a Giorgio Bocca del 14 marzo del 1998. “….La nostra preparazione militare era modesta, qualche esercitazione nei 'covi' o in montagna, ma la coesione del gruppo e la determinazione era superiore a quella di un normale commando. È vero, molti dei mitra impiegati nell'attacco si incepparono, ma la rapidità della esecuzione, la complessità della operazione furono notevoli. Non è vero che la scorta fosse imbelle e impreparata. Il fatto che uno dei poliziotti riuscì a uscire dall'auto di scorta e a sparare nonostante la sorpresa lo dimostra". Questi disperati hanno creato un piano così perfetto? Incredibile. Parlare di fortuna in condizioni simili sarebbe eufemistico! E inoltre si badi bene: nessuno dei testimoni viene ferito, nemmeno il povero Marini sul suo motorino. Nemmeno Moro, nella sua macchina, a 50 cm dai corpi crivellati di Leonardi e Ricci. Poi il presidente della DC viene fatto salire su una macchina blu scuro, che si dirige verso via Trionfale, ma senza strattonamenti, senza fretta. Lo testimonia una donna presente alle ultime fasi del sequestro. Giuseppe Marrazzo la intervisterà per il TG2 e lei affermerà che Moro camminava affianco a un giovane, ma tranquillamente, non in modo concitato. Dirà anche che ha sentito distintamente la voce di una donna e qualcuno che gridava “lasciatemi!”. Altri testi parleranno di un uomo che parla in lingua straniera, in tedesco, pare. Ma le inchieste non approdano a nulla. Come si evince dalla relazione della Commissione Stragi presieduta dall’onorevole Pellegrino.

Nello stesso tempo, sul terrazzino di casa sua, al numero 109 di via Fani, il signor Gherardo Nucci ( o Lucci?) scatta una dozzina di foto della scena della strage, a pochi secondi dalla fuga del commando. Sua moglie è una giornalista dell’Asca, una delle cinque maggiori agenzie di stampa italiane, e consegna il rullino alla magistratura, dopo un colloquio col giudice Luciano Infelisi. Ma le foto spariscono e di loro non si saprà più nulla. Perché sono sparite: cosa o meglio: chi era stato immortalato in quel rullino? Per esempio il colonnello Camillo Guglielmi, della VII divisione del Sismi, legata a Gladio, una organizzazione paramilitare segreta della NATO, fondata per evitare la diffusione del comunismo nell’Europa occidentale? Dagli atti della commissione d’inchiesta infatti appare chiaro che alle 9 di quella mattina fosse lì, in via Stresa, a 200 metri dal luogo della strage. Interrogato dalla Commissione d’inchiesta rispose che era lì per un invito a pranzo a casa di un amico ( alle 9 del mattino?!?). Interrogato su questo Moretti rispose che il motivo di quella presenza era “possibilissimo”….già. Un dipendente di Guglielmi, Pier Luigi Ravasio, dirà davanti alla Commissione parlamentare che il suo capo sarebbe stato informato prima della data e del luogo del rapimento. E come mai non fu sventato, allora?? E come mai parte dei proiettili sparati in via Fani aveva una particolare vernice protettiva, come quella usata per le armi di Gladio? E’ solo un’altra coincidenza? Certo il Ravasio ne disse di cose alla Commissione stragi! Per esempio che il sequestro di Moro era stato commesso da una banda di delinquenti comuni, la coseddetta banda della Magliana (ma và?!)e “ Venuti a conoscenza del fatto che Moro era tenuto dai malavitosi e riferito ciò ai superiori, le indagini furono fermate da un ordine proveniente da Andreotti e Cossiga, il loro gruppo sciolto ed i componenti dispersi, i rapporti bruciati "

Ma c’è anche chi sostiene che a essere immortalato sul posto fu un esponente di spicco di una cosca mafiosa calabrese. O almeno è quello che si deduce da una intercettazione telefonica fra Sereno Freato e l’on. Benito Cazora, incaricato dalla DC di tenere i rapporti con la malavita calabrese per cercare di avere notizie sulla prigione di Moro:

Cazora: Un'altra questione, non so se posso dirtelo.

Freato: Si, si, capiamo.

Cazora: Mi servono le foto del 16, del 16 Marzo.

Freato: Quelle del posto, lì?

Cazora: Si, perchè loro... [nastro parzialmente cancellato]...perché uno stia proprio lì, mi è stato

comunicato da giù.

Freato: E' che non ci sono... ah, le foto di quelli, dei nove

Cazora: No, no! Dalla Calabria mi hanno telefonato per avvertire che in una foto preso sul posto

quella mattina lì, si individua un personaggio... noto a loro.

Freato: Capito. E' un po’ un problema adesso.

Cazora: Per questo ieri sera ti avevo telefonato. Come si può fare?

Freato: Bisogna richiedere un momento, sentire.

Cazora: Dire al ministro.

Freato: Saran tante!

Anche le domande sono tante: perché la DC teneva contatti con la malavita calabrese per cercare notizie su Moro? Cosa le faceva pensare che ne sapessero tanto? E come faceva la malavita calabrese a sapere delle foto e perfino che c’era immortalatoun “picciotto” che non si doveva sapere che c’era?? Ma soprattutto perché una volta che Cazora dà finalmente notizia del covo di via Gradoli, indicatogli da un certo Rocco, un calabrese malavitoso, dellanotizia se ne infischiano tutti??

Più ci si addentra in questa storia e più si complica. Continuamente si inciampa in domande inevase: tante, troppe in questo maledetto caso. Cominciamo con quella principale: perché proprio Moro? Di tutti gli esponenti della DC è quello che più di tutti ha cercato l’accordo con la sinistra e quella mattina del 16 marzo si stava recando, come abbiamo detto, alla Camera dei deputati per partecipare al dibattito sulla fiducia al IV governo Andreotti; questo nuovo Governo era costituito con l'appoggio del PCI, ampiamente favorito da Moro, che poi sarebbe entrato, a pieno titolo, nella maggioranza programmatica e parlamentare. Inoltre a giugno il presidente della Repubblica Leone avrebbe dovuto rimettere il mandato e il nome più accreditato del suo successore era quello di Moro. Il compromesso storico era quanto mai vicino e le destre erano invelenite. E non solo loro. Quando Moro era stato in visita negli USA era stato trattato malissimo da Kissinger: sua moglie racconta che tornò prima del previsto e sconvolto dagli insulti e dalle minacce ricevute. Kissinger non faceva mistero di disprezzare Moro e ne parlò persino in un colloquio con il leader cinese Den Xiaoping, durante il quale espresse la ferma volontà degli USA di non permettere alla sinistra europea di andare al governo dei rispettivi paesi. Parlò del Portogallo, ma anche dell’Italia e della Francia. L’unione della DC col PCI non piaceva agli americani, ma – per opposti motivi – neppure ai russi. E tuttavia l’impressione che se ne ricava è che questa storia sia una storia tutta italiana. Ma torniamo al 16 marzo.

C’è da chiedersi : perché tutti gli uomini della scorta furono uccisi ( addirittura fu dato anche il colpo di grazia, un gesto più militare che civile e poco in carattere con gente poco avvezza alle armi, come si dipingono gli stessi brigatisti)? Per un atto dimostrativo? Perché se no avrebbero reagito? O perchè il caposcorta Leonardi che era stato, fin dal 1957, istruttore principale della Scuola di Paracadutisti Sabotatori dei Carabinieri al centro militare di Viterbo, poteva riconoscere qualcuno? Sotto di lui, in vent’anni, erano passati tutti: ufficiali, sottofficiali, ufficiali superiori…. Era anche direttore di lancio, dunque conosceva tutti coloro che avevano frequentato quel centro di addestramento, che allora era l’unico in Italia. Se così fosse sarebbe un punto in favore di chi sostiene la teoria del complotto. Ma perché arrivare a questo, quando si poteva rapire Moro tranquillamente e senza tutto questo sangue? Spesso infatti Moro andava a passeggiareal Foro Italico, in compagnia del solo maresciallo Leonardi. E allora perché non rapirlo in una occasione come questa? O anche: perché non ucciderlo subito, insieme alla sua scorta? Questa è la domanda più interessante. Perché – a quanto detto da diversi brigatisti, come vedremo – tenerlo prigioniero non servì ad avere maggiori informazioni: molti brigatisti nemmeno sapevano dei verbali degli interrogatori. Ed è sempre il Bonisoli a dire che non c’era nelle cose dette da Moro, proprio niente di eclatante. Perché ci vogliono far credere che era una “ragazzata” e che qualcuno giocava a fare il terrorista senza sapere bene cosa stava facendo? Ma andiamo! Piuttosto c’è da chiedersi come mai i brigatisti non resero pubbliche tutte le cose dette da Moro: Gladio per prima. Ma non dovevano essere i Robin Hood della politica? Ma non dovevano mostrare al popolo quanto era corrotto il sistema delle multinazionali imperialiste? E allora perché tacere e nascondere le rivelazioni così importanti su cose di cui – appunto come Gladio – ancora non si sapeva niente? E perché55 giorni di prigionia?


La prigionia e i “piani d’emergenza”
ovvero: ancora una volta niente è quello che sembra

Moro è appena sparito nella macchina blu ( c’è chi parla di una FIAT 128 e chi di una FIAT 132) verso il suo destino, che una voce al telefono annuncia il rapimento e la strage della scorta. E’ possibile perché la linea telefonica è stata appena ripristinata. Infatti dalle 9 tutta la zona è rimasta isolata: una bella coincidenza e molto utile anche, infatti così nessuno può avvisare la polizia o i carabinieri di quanto sta avvenendo in via Fani. Sul ruolo della Sip in questo rapimento è stato scritto molto: come mai non riuscirono mai a rintracciare i telefoni dai quali venivano fatti i comunicati? Qualcuno sottolinea che il direttore generale della Sip allora era Michele Principe, un “fratello” della P2. Del centralino della Sip si occuò il commissario Antonio Esposito, anche lui della P2. Il suo numero di telefono fu trovato nell’abitazione del capo della colonna romana Valerio Morucci insieme a quello di Marchinkus.

Scrive Roberto Bartali “. Secondo il procuratore della Repubblica Giovanni de Matteo - ma anche per gli stessi brigatisti - l'interruzione venne provocata volontariamente, tutto il contrario di quanto sostenuto dall'allora SIP, che attribuì il blocco delle linee al "sovraccarico nelle comunicazioni". Su questo punto i brigatisti hanno affermato che il merito di tale interruzione era da attribuirsi a dei "compagni" che lavoravano all'interno della compagnia telefonica. Però coincidenza volle che il giorno prima (il 15 Marzo alle 16:45) la struttura della SIP che era collegata al servizio segreto militare (SISMI), fosse stata posta in stato di allarme, proprio come doveva accadere in situazioni di emergenza quali crisi nazionali internazionali, eventi bellici e...atti di terrorismo. Una strana premonizione visto che era giusto il giorno prima del rapimento di Moro.”

Nonostante questo ritardo la notizia del massacro e del rapimento arriva folgorante attraverso la radio ed è subito costernazione e panico. I sindacati indicono immediatamente lo sciopero generale. In realtà è solo un modo per prendere le distanze dagli assassini e nel contempo per mobilitare tutti i militanti di sinistra: le sedi della CGIL e le federazioni del PCI e del PSI vengono presidiate. L’incertezza regna sovrana e si temono colpi di stato militari con la copertura dello stato d’assedio. Ogni cosa sembra possibile, ormai, perché questo avvenimento terribile ha scaraventato tutti nel dubbio e nell’angoscia, destabilizzando il quadro politico generale. Ci si chiede con angoscia : ma chi sono questi brigatisti? E cosa vogliono davvero? E cosa farà lo stato?

Lo Stato nella persona del presidente del consiglio Andreotti non ci mette molto a dire che non tratterà con le BR. La DC si accoda e perfino il PCI. Forse la sua dirigenza ha troppa paura di venir confusa coi brigatisti, che qualcuno pensi che sta coprendo dei terroristi e così prende le distanze e si colloca in una posizione di intransigenza. Solo il PSI si dichiarerà disposto a trattare coi brigatisti e comincia a trattare in segreto con le BR. Una delle figure ambigue di queste trattative, un intermediario il cui ruolo resta ancora oscuro e che è passato indenne, nonostante un processo, è Lanfranco Pace, sì proprio quello che scrive sul foglio dell’ ex spia della CIA Giuliano Ferrara. Proprio quello che lo sostituisce nella rubrica TV “Otto emmezzo” mentre il titolare fa il Savonarola d’accatto nelle piazze. Poi, per favore, non parliamo più di coincidenze.

Ma torniamo sempre a quella mattina: mentre si dà l’annuncio al mondo dell’eccidio di via Fani, Mario Morettie immaginiamo anche altri brigatisti ( per logica almeno altri due e armati)portano via Aldo Moro. Lo hanno incappucciato? E’ seduto sul sedile? O è stato obbligato ad accucciarsi in terra, coperto da un plaid come racconta Morucci? Lo hanno legato?E le sue borse dove sono? La signora Moro ha testimoniato che suo marito non si allontanava mai senza ben 5 borse: una con dentro documenti riservati, una seconda con medicinali e effetti personali e le altre con ritagli di giornale e le tesi dei suoi laureandi. Sul luogo del sequestro ne furono trovate solo tre: i brigatisti avevano preso quelle due che erano più utili e interessanti. Se sapevano quali prendere voleva dire che c’era qualcuno fra i sequestratori che conosceva Moro benissimo, talmente bene da sapere cosa prendere. Se non le conoscevano, d’altra parte, la logica ci dice che le avrebbero prese tutte e poi si sarebbero disfatti di quelle inutili. Nessuno dotato di un normale buonsenso infatti si sarebbe fermato a frugarci dentro e a scegliere, in un momento in cui anche ogni secondo era prezioso. Corrado Guerzoni, che allora era il braccio destro di Moro, sostiene che nella borsa dei documenti riservati c’erano anche le prove dell’identità della persona che aveva cercato di coivolgere Moro nello “scandalo Lockeed”, che allora avvelenava il paese. Di questi e di altri, ma nemmeno delle borse vuote, si è mai trovato traccia nei covi BR.

Dunque Moretti & c. si stanno portando via Moro, così, in pieno giorno, in una macchina qualsiasi e lo portano non lontano: in via Montalcini, nel quartiere Portuense, vicino alla Magliana. Già. La Magliana: ritorna di nuovo questo nome, legato alla famosa banda del quartiere, coinvolta nella vicenda del processo Pecorelli. Di più: Francesco Biscione, nel suo libro “Il delitto Moro” sostiene che a pochi passi dal covo BR abitavano numerosi esponenti della “Banda della Magliana” e ne allega nomi e indirizzi. Ma pensa un po’ che coincidenza.

Ma torniamo a quel mattino, perché ancora siamo per strada: il massacro e il rapimento sono avvenuti, ma ora dell’ostaggio che si fa? A proposito del comeMoro arrivò in via Montalcini abbiamo diverse versioni. Scrive Bartali:

“Secondo un racconto fatto dai terroristi, il trasbordo dell'on. Moro sul furgone che doveva portarlo nel covo-prigione di Via Montalcini avvenne in piazza Madonna del cenacolo, una delle più trafficate e per giunta piena zeppa di esercizi commerciali a quell'ora già aperti, mentre il furgone che doveva ospitare il rapito (e del quale, al contrario delle altre auto usate, non verrà mai ritrovata traccia) era stato lasciato privo di custodia, in modo tale che se qualcuno avesse parcheggiato in doppia fila, le Br avrebbero compromesso tutta l'operazione.

Adriana Faranda in merito a questo particolare - anche di fronte alla Commissione stragi - ha

risposto che in caso di contrattempi di questo tipo Moretti avrebbe portato il prigioniero alla

prigione del popolo con l'auto che aveva in quel momento, un'affermazione alla quale non mi

sento di credere visto l'inutile pericolo che i brigatisti avrebbero corso e considerando anche che,

come hanno invece dimostrato, essi non erano affatto degli sprovveduti.”

Dunque – almeno nel racconto dei brigatisti – Moro è stato fatto trasbordare dalla macchina in un furgone e chiuso in una cassa. Il furgone era guidato da Moretti e seguito da una Dyane al cui volante era Morucci. Ma come mai si azzardarono a fare un cambio del genere a quell’ora del mattino? In una strada, con la gente che passava…. Sarebbe bastato che Moro gridasse enon staremmo qui a parlarne. Questi signori mentono, eccome. In realtà non si sono mai pentiti. Ci hanno solo preso per i fondelli. Quelli che davvero sapevano. Gli altri erano solo degli utili idioti sapientemente manovrati. Dei fanatici, convinti di fare la rivoluzione. Allora c’era gente così.

Mi ricordo – era forse il 1970 – un mio compagno di università: un ragazzo tranquillo che amava la pesca e il calcio. Cadde sulla via di Damasco dell’UCI m-l (più conosciuta come “Servire il popolo”) e cambiò completamente. Aveva lo sguardo allucinato e parlava per slogan come un pazzo e no: non era drogato, era solo indottrinato, plagiato, fanatizzato… lui e i suoi compagni fuori di testa facevano perfino il bagno al mare con la bandiera rossa, per fare un bagno comunista. Noi del Movimento Studentesco ridevamo come matti e li chiamavamo “ quelli del maestrale” ( il vento di Maestro viene segnalato nelle spiagge con la bandiera rossa del pericolo, perché porta al largo).

Tendiamo a dimenticare questi aspetti “folkloristici”, considerandoli marginali, grotteschi e ininfluenti, ma è un errore, perché proprio su questi personaggi plagiabili e sulla loro fideistica e ottusa certezza rivoluzionaria e antimperialista si basava la strategia di chi li ha usati come carne da cannone.

Provate a leggervi alcuni loro documenti o giornali dell’epoca: sono illeggibili, insopportabili nella loro fanatica vacuità, nel loro lessico a dir poco modesto e nei loro scritti infarciti di banalità. di slogan ottusi e di frasi fatte. Ma era la migliore manodoperaper chi volesse usarla per ben altri scopi. Bastava dire loro che era quello che voleva il popolo e che quello che facevano era per il bene della rivoluzione e contro il capitale imperialista e loro avrebbero fatto qualsiasi cosa. QUALSIASI. E sicuramente zitti e muti. Salvo poi a capire, col tempo, l’inganno e la beffa e a restare allora ancora più zitti, più silenziosi, più cupi.



Ma abbiamo lasciato il povero Moro dentro una cassa: sembra proprio che in via Gradoli non ci sia mai stato: la sua prigione era stata costruita, tramezzando una stanza, dentro l’appartamento di via Montalcini 8, di proprietà della brigatista Anna Laura Braghetti. L’appartamento era stato acquistato nel giugno del 1977 e la brigatista era andata ad abitarci nel dicembre di quello stesso anno, insieme ad un brigatista noto con lo psudonimo di ingegner Altobelli. Prospero Gallinari asserì poi di essere lui, ma gli inquilini che avevano visto l’Altobelli negarono che fossero la stessa persona. Solo nel 1993 venne fuori il nome di Germano Maccari, che fino a questo momento era assolutamente sconosciuto.

Sembra logico che a via Montalcini, nella sua piccolissima, claustrofobica cella, in quell’utero ostile e gelido, dove rimase rinchiuso per 55 lunghissimi giorni, il prigioniero Moro ci sia arrivato di notte, bendato. Sarà stato stanco, spaventato, angosciato, lontano dalle sue rassicuranti abitudini, dal calore della propria casa, dall’affetto dei suoi cari. Avrà sentito dietro il tramezzo la gente che si muoveva, i rumori rassicuranti della quotidianità altrui. Chissà se sapeva dov’era, oppure per ore lo avevano fatto girare a vuoto, chiuso in quel furgone, in modo che pensasse di essere chissà dove lontano. E chissà se aveva ragione Sciascia invece di credere che lui avesse indovinato di essere a Roma, in un qualsiasi condominio. In un condominio che ignorava che l’ing. Altobelli e gentile signora avevano un ospite importante.

In via Gradoli invece abitava Moretti con Barbara Balzerani. La cosa assurda è che Moretti ogni giorno faceva la spola fra i due appartamenti, tranquillo e indisturbato. Eppure di “soffiate” su entrambi i covi ce n’erano state da subito. Ma chissà perché nessuno le prese mai in considerazione.

Soprattutto colpisce tutto il polverone su via Gradoli: soffiate, sedute spiritiche, denunce anonime… è evidente che queste indicazioni venivano da dentro le BR, o da qualcuno che stava molto vicino. Ma non è chiaro il motivo e nemmeno il fine. Perché si voleva che venisse scoperto il covo di via Gradoli, se Moro stava in via Montalcini? Si potrebbe pensare a un depistaggio: si concentra l’attenzione lì, così non si cerca l’altro covo, ma è completamente privo di senso! Perché infatti attirare l’attenzione comunque su di sé? Piuttosto potrebbe essere invece il segno di una spaccatura in seno alle BR. E questa ipotesi si accorda con chi pensa a una doppia partecipazione e direzione di tutta l’operazione: una delle BR “autentiche” e una di infiltrati dei SS. E questo scollamento si evidenzierà meglio col passar del tempo e il doppio comunicato n.7 – come vedremo – ne è un esempio lampante.



Intanto il ministro dell’Interno in questo momento è Francesco Cossiga, che organizza subito un comitato di crisi: i nomi di quasi tutti i componenti di questo Consiglio si troveranno anche nelle liste della P2. Perfino Licio Gelli fa parte di questo scelto gruppo di “consigliori”. Cossiga ha appenaintrapreso un rinnovamento dei Servizi Segreti, decapitandoli dei loro più alti funzionari: in queste condizioni non sono in grado di essere d’aiuto. Come abbiamo già scritto parlando di Dalla Chiesa: il generale che conosce tanto bene le BR verrà tenuto fuori dalla vicenda fino alla morte di Moro, inoltreSteve Pieczenik, l’esperto mandato dagli USA in Italia, non crede nella liberazione dell’ostaggio: il pover’uomo è spacciato. Nessuno lo salverà. Ma lui ancora non lo sa e sperache qualcuno lo liberi. Non sa nemmeno che Cossiga ha approntato due piani: un piano Mike e un piano Victor. Mike: m come morto, se Moro viene ucciso eVictor, v come vivo, se il leader dc ce la dovesse fare. Ma in questo caso è previsto che verrà rinchiuso in un ospedale, isolato da tutti. Non ha scampo in ogni caso.

Non pare che ci fosse pronto altro, se non un vecchio piano anticomunista dell’ormai dimenticato governo Scelba degli anni ‘50, nonostante che il 1977 avesse rappresentato l’apice dell’escalation terroristica con 2000 attentati, 42 omicidi 47 ferimenti, 51 sommosse nelle carceri e 559 evasioni. Quello che appare con agghiacciante chiarezza invece è l’incredibile cialtroneria, la pochezza avvilente e senza professionalità di coloro che dovevano guidare le indagini e preparare una strategia per liberare l’ostaggio. Eh sì, perché nei casi di sequestro come questi, o si libera l’ostaggio con un atto di forza, o si tratta coi rapitori. Ma nel caso di Moro niente di tutto ciò è stato fatto. Nonostante le soffiate ripetute sugli indirizzi dei covi, nonostante telefonate e messaggi dei rapitori, nonostante i messaggeri che facevano da tramite ( vedi appunto gente come Pace), che bastava venissero seguiti, nonostante tutto questo sia durato per ben 55 giorni (!!!) dunque dando un ampio margine di tempo agli inquirenti, le forze di polizia coordinate dal ministro degli Interni Cossiga, sotto la supervisione strategica del Presidente del consiglio Andreotti, non riescono a trovare il rapito. E nemmeno si preoccupano di trattare coi sequestratori. E’ una follia incredibile! Lo guardano annaspare e disperarsi nel gorgo di una morsa mortale, senza fare nulla: lui è il capro espiatorio, la sua morte frenerà i voti alla sinistra e rimanderà ancora di un po’ lo sfascio della DC. Lui è la trasfusione di sangue arrivata al capezzale moribondo della grande balena bianca. Sugli spalti lividi del cinismo lo guardano gelidi e poi fanno pollice verso. E allora lui li morde con parole terribili e li maledice con un anatema agghiacciante e una profezia che sarà veritiera: “il mio sangue ricadrà su di voi!”

Cossiga tuttavia ancora oggi sostiene che non si poteva trattare e che loro hanno fatto tutto il possibile ( ma cosa???). Teatralmente dice che la colpa è sua se Moro è morto, ma che non poteva fare altro o il paese sarebbe caduto nel caos. Bisogna leggerla bene questa intervista e infatti in coda all’articolo fornirò il link necessario. Peccato che non si prenda anche le responsabilità penali di quella scelta sciagurata.

Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, afferma: “Le indagini di quei 55 giorni furono contrassegnate da una serie di errori, omissioni negligenze. Basti citarne una: la segnalazione giunta all’Ucigos al Viminale, una telefonata che comunicava i nomi dei quattro brigatisti, le auto che usavano. Bene questa segnalazione fu trasmessa dall’Ucigos alla Digos che era il corpo operativo per agire in quel momento con oltre un mese di ritardo. Quando la Digos ebbe modo di avere questa segnalazione immediatamente individuò uno dei brigatisti che tra l’altro era tenuto a presentarsi al Commissariato di Pubblica Sicurezza perché era in libertà vigilata. Immediatamente seguendo questa brigatista si giunge a individuare la tipografia di Via Foà dove le Brigate Rosse stampavano i comunicati. I comunicati dei 55 giorni. Se questa comunicazione fosse stata trasmessa un mese prima, forse si poteva con ogni probabilità individuare la traccia che portava ala prigione di Moro”.

Ma c’era chi stava trattando ed era sul punto di liberare l’ostaggio, come vedremo poi.


Comunicati delle BR e lettere di Moro

Il primo messaggio arriva dopo due giorni di dubbi e di angoscia, verso mezzogiorno di sabato 18 marzo. In una busta arancione di formato commerciale, poggiata sul tetto di un apparecchio per fotografie formato tessera in un sottopassaggio di largo Argentina, un giornalista del Messaggero, avvertito telefonicamente, trova cinque copie del comunicato e una foto Polaroid che ritrae Moro in maniche di camicia, seduto sotto una bandiera con la stella a cinque punte e la scritta "Brigate rosse". Circola una leggenda metropolitana su una citazione da “Il mio canto libero” di Mogol- Battisti in questo comunicato: è falsa. Non ce n’è traccia nemmeno negli altri. Avrebbe costituito una traccia anche questa citazione: Battisti, all’epoca, è considerato infatti un cantautore di destra e in certi ambienti estremisti lo si ascolta in assoluta segretezza.

I comunicati delle BR saranno in tutto 9 più il doppio comunicato n.7, falsificato da Toni Chicchiarelli, un falsario della banda della Magliana, morto poi tragicamente ( ma và?!). Molte, molte di più furono le lettere scritte da Moro e non tutte recapitate.

Il già citato Sergio Flamigni, deputato del PCI, che a suo tempo fu membro della Commissione stagi che indagava sul caso Moro, ne ha pubblicato una edizione completa.

In questo stesso 18 marzo a Milano due ragazzi giovanissimi: Lorenzo Iannucci (Iaio) e Fausto Tinelli vengono massacrati da ignoti sicari, in via Mancinelli. Il fatto che i ragazzi si stessero recando a casa di Fausto, in via Montenevoso al 9 è un dettaglio che non può significare ancora nulla per gli inquirenti. Infatti il covo delle BR ( o SS travestiti da BR?) di via Montenevoso n.8, proprio di fronte alle finestre di Fausto, ancora non è stato scoperto.

Forse è solo una coincidenza, ma noi non riusciamo a crederci. Non crediamo più nelle coincidenze, in questo maledetto caso. In questi giorni è uscito un libro di Maria Iannucci, la sorella di Iaio, su questa terribile storia.

A questo proposito, in coda al comunicato n.2 del 25 marzo 1978, le BR scrivono: “Onore ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli assassinati dai sicari del regime.” Frase interessante:

“sicari del regime”, molto interessante, dato che in quei giorni non si parla affatto di piste politiche: tutt’altro! Una frase su cui sarebbe il caso di riflettere meglio.

Brigate Rosse e sequestro Moro


Questa è una delle fotografie allegate ai comunicati delle Brigate Rosse relativi al sequestro Moro.
Lo statista democristiano veniva fotografato con la pagina di un quotidiano come prova del fatto che fosse ancora vivo. E’ un’immagine che venne diffusa non solo in Italia, ma in tutto il mondo e divenne poi uno dei simboli degli anni di piombo nel nostro paese.

Il contesto: il rapimento Moro
16 marzo 1978: alle 9 del mattino Aldo Moro viene rapito fuori della sua abitazione a Roma, in via Fani da un commando delle Brigate Rosse di cui fanno parte Prospero Gallinari, Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Franco Bonisoli oltre a Mario Moretti, Alessio Casimirri, Alvaro Loiacono, Barbara Balzerani, Bruno Seghetti e Rita Algranati. I cinque agenti della scorta vengono uccisi. Si tratta di Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Jozzino.
Secondo quanto dichiarato in fase processuale da Morucci, Moro viene subito trasferito nell’appartamento di via Montalcini 8, sempre a Roma, unica prigione per tutti i 55 giorni del sequestro.
Il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga, subito dopo il rapimento, costituisce un comitato tecnico-operativo per coordinare le ricerche e le operazioni delle forze di polizia e sicurezza. I componenti di tale struttura risulteranno successivamente tutti iscritti alla Loggia P2 di Licio Gelli. Viene inoltre istituito un ‘gruppo ristretto’.
18 marzo: comunicato n. 1. Le Brigate Rosse spiegano i motivi del sequestro e annunciano l’inizio del processo ad Aldo Moro.
”Chi è ALDO MORO è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino a oggi il gerarca più autorevole, il "teorico" e lo "stratega" indiscusso di quel regime democristiano che da trent'anni opprime il popolo italiano. Ogni tappa che ha scandito la controrivoluzione imperialista di cui la DC è stata artefice nel nostro paese, dalle politiche sanguinarie degli anni '50, alla svolta del "centro-sinistra" fino ai giorni nostri con "l'accordo a sei", ha avuto in ALDO MORO il padrino politico e l'esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste.
(…) Sia chiaro quindi che con la cattura di ALDO MORO, ed il processo al quale verrà sottoposto dal Tribunale del Popolo, non intendiamo "chiudere la partita" né tanto meno sbandierare un "simbolo", ma sviluppare una parola d'ordine su cui tutto il Movimento di Resistenza Proletario Offensivo si sta già misurando, renderlo più forte, più maturo, più incisivo e organizzato”.
21 marzo: il Governo promulga delle norme di emergenza antiterrorismo
25 marzo: comunicato n. 2. Il processo è iniziato.
29 marzo: comunicato n. 3 insieme al quale le BR rendono pubblica la prima lettera scritta da Moro a Cossiga, nella quale chiede di trattare. Inoltre le BR fanno recapitare altre due lettere: una alla moglie Eleonora e l’altra a Rana, amico di Moro.
30 marzo: le forze politiche affermano la linea della fermezza. Non tratteranno con i rapitori.
2 aprile: da Bologna arriva l’indicazione che Moro viene tenuto in ostaggio a Gradoli. Si cerca tanto nel paesino del viterbese, quanto a via Gradoli (a Roma), senza alcun risultato.
4 aprile: comunicato n. 4 e lettera di Moro a Zaccagnini nella quale chiede di trattare con i suoi rapitori. Solo una piccola parte della DC accoglie il suo appello e Fanfani prende contatti con Craxi che condivideva la stessa linea.
10 aprile: comunicato n. 5 nel quale viene reso noto parte dell’interrogatorio a Moro.
15 aprile: comunicato n. 6. Il processo è finito. Le Brigate Rosse condannano Moro a morte.
20 aprile: comunicato n. 7. Le BR danno un ultimatum di 40 ore: o scambio di prigionieri o uccisione di Moro. Craxi rompe il muro della fermezza, mentre la DC e il PCI confermano la loro linea intransigente.
22 aprile: Paolo VI chiede la liberazione di Aldo Moro senza condizioni.
24 aprile: comunicato n. 8 e lettera di Moro a Zaccagnini e alla DC.
26 aprile: Craxi propone i nomi di 3 brigatisti per lo scambio.
3 maggio: non tutti i BR sono d’accordo sull’esecuzione di Moro.
5 maggio: comunicato n. 9.
”Compagni, la battaglia iniziata il 16 marzo con la cattura di Aldo Moro è giunta alla sua conclusione. Dopo l'interrogatorio ed il Processo Popolare al quale è stato sottoposto, il Presidente della Democrazia Cristiana è stato condannato a morte. A quanti tra i suoi compari della DC, del governo e dei suoi complici che lo sostengono, chiedevano il rilascio, abbiamo fornito una possibilità, l'unica praticabile, ma nello stesso tempo concreta e reale: per la libertà di Aldo Moro, uno dei massimi responsabili di questi trent'anni di lurido regime democristiano, la libertà per tredici Combattenti Comunisti imprigionati nei lager dello Stato imperialista.
LA LIBERTÀ' QUINDI IN CAMBIO DELLA LIBERTÀ' (…)”.
Nella lettera alla moglie, Moro scrive “siamo, credo, al momento conclusivo”.
9 maggio: con una telefonata viene segnalato che il corpo senza vita dell’on. Moro era stato lasciato a Roma, in via Caetani (tra Piazza del Gesù, sede della DC, e via Botteghe Oscure, sede del PCI) nel portabagagli di una R4: a sparare è stato Mario Moretti.
Molti anni dopo, nel 2001, furono resi noti i verbali della direzione di partito della Democrazia cristiana tenuta il 9 maggio dai quali emerge – contro qualsiasi ipotesi circa la possibilità di un’apertura in extremis alla trattativa con le BR – che il destino di Moro era ormai deciso e accettato dai vertici della DC. Neppure Fanfani avrebbe rilanciato la linea della trattativa.

I processi principali relativi al caso Moro sono stati quattro. Il primo, che unificava il Moro-uno e Moro-bis si è concluso in Cassazione nel novembre del 1985 con 22 ergastoli; il Moro-Ter si è finito nel maggio 1993 (20 ergastoli), il Moro-Quater nel maggio 1997

G P: da Treccani.it

15 mar 2011





ANNIVERSARIO DELLA BATTAGLIA DI MONTECASSINO


Delle quattro battaglie combattute a Cassino nel 1944, la terza é sicuramente quella con il maggior numero di episodi tattici ben distinti tra loro. Ciascuno di essi costituisce una piccola storia fatta di lotta, coraggio e sacrificio, come l’attacco neozelandese verso la stazione ferroviaria di Cassino.



QUELLA CORSA VERSO LA STAZIONE SOTTO UNA PIOGGIA DI FUOCO
(17 MARZO 1944)

Delle quattro battaglie combattute a Cassino nel 1944, la terza é sicuramente quella con il maggior numero di episodi tattici ben distinti tra loro. Ciascuno di essi costituisce una piccola storia fatta di lotta, coraggio e sacrificio, come l’attacco neozelandese verso la stazione ferroviaria di Cassino.

Con il bombardamento a tappeto della città nella mattina del 15 marzo 1944, gli Alleati diedero il via all’Operazione Dickens. Soltanto pochi edifici rimasero in piedi, benché fortemente danneggiati dalle bombe; tra questi il palazzo del Municipio, l’Ufficio Postale e il Convento delle Suore, situato lungo la via Casilina in direzione Napoli (Mappa 1 e Mappa 2).
Subito dopo il bombardamento, la 6ª brigata neozelandese raggiungeva le macerie dell’abitato per intraprendere un difficilissimo combattimento contro una determinata quanto inaspettata resistenza da parte del II battaglione, 3º reggimento paracadutisti tedesco comandato dal capitano Ferdinand Foltin. Nel frattempo, la 5ª brigata indiana cercava di aprirsi un passaggio in ripida salita fino all’abbazia di Montecassino.
Dopo due giorni di lotta spietata, due battaglioni neozelandesi, il 24° e il 25°, erano riusciti ad avanzare fino alla via Casilina. Quei due reparti si erano infranti contro il nocciolo duro della difesa tedesca, concentrato nell’area dell’Hotel Continental. Nello stesso tempo, nell’area di Rocca Janula, gli indiani avevano fallito i loro attacchi verso Monte Cassino.
Anche il 26° battaglione neozelandese era giunto in città nel tardo pomeriggio del 15 marzo; le compagnie si erano fatte strada faticosamente tra le macerie e avevano preso posizione nella zona orientale.
Il compito del 26°, al comando del tenente colonnello E.E. Richards, era quello di effettuare una puntata offensiva e di impadronirsi della stazione ferroviaria di Cassino. Tale manovra avrebbe consentito l’aggiramento dell’area tenacemente difesa dai tedeschi e nello stesso tempo avrebbe assicurato un passaggio relativamente facile ai carri armati che dovevano puntare sulla valle del Liri.

15 e 16 marzo 1944: presa di posizione e organizzazione

La sera del 15 marzo, sotto una pioggia scrosciante, il 26° battaglione si era schierato in città come segue (Mappa 3). Il gruppo comando della compagnia A con il dipendente 9° plotone trovarono sistemazione nel grande complesso edilizio del Municipio, mentre gli altri due plotoni si sistemarono all’esterno intorno ad esso. Anche il comando della compagnia C aveva preso posto nello stesso edificio, sul lato orientale. All’esterno, nell’area tra il Municipio e il Convento delle Suore erano arroccati in posizione molto scoperta i plotoni 12°, 13° e 14°.
La compagnia D aveva il proprio comando nell’Ufficio Postale e i plotoni fucilieri oltre la strada antistante. Infine, il teatro a fianco dell’Ufficio Postale, ormai ridotto ad un solo muro pericolante, era stato scelto dalla compagnia B quale posto comando, intorno al quale erano localizzati i plotoni dipendenti.

Nella mattina del 16 marzo la pioggia era cessata, ma la temperatura rimaneva molto bassa e durante tutta la giornata i neozelandesi ebbero gravi problemi con le comunicazioni radio e telefoniche.
Poco prima dell’alba i paracadutisti avevano cercato di rioccupare il Municipio, ma l’attacco era stato fermato dal fuoco dei difensori. Più tardi i plotoni 16° e 18° della compagnia D si erano spinti nel terreno scoperto oltre la via Casilina, ma erano a corto di bombe a mano e rimasero inchiodati dal fuoco dei cecchini e delle MG tedesche per il resto della giornata.
Alla luce del sole tutti i combattenti si resero conto dell’enorme rovina che era diventata Cassino. Gli ammassi di macerie rendevano gli spostamenti un incubo e in quel caos solo i difensori potevano trarne vantaggio. Verso il centro città, il 25° battaglione aveva richiesto un rinforzo per svolgere il suo assalto contro l’Hotel Continental: l’11° plotone della compagnia B vi fu destinato. L’azione cominciò in pieno giorno e fu presto interrotta a causa delle forti perdite inflitte agli attaccanti dai tiratori tedeschi appostati sulle pendici di Monte Cassino e anche l’11° plotone rimase inchiodato tutto il giorno tra le macerie a 150 metri dall’Ufficio Postale (Foto 1).
Intorno a mezzogiorno i neozelandesi assalirono il Convento delle Suore nel quale durante le prime ore del mattino vi erano stati visti entrare 14 paracadutisti tedeschi. All’azione partecipò il carro Sherman del tenente Morrin, 19° reggimento carri, che si era aperto la strada per primo fino ad arrivare di fronte al convento. L’edificio fu bersagliato dalle granate da 75 mm del carro, poi due squadre del 14° plotone, compagnia C, partirono all’attacco appoggiate dal fuoco del 13° plotone. L’edificio venne espugnato, i neozelandesi ebbero solo due feriti.
Alle 14, tre Sherman raggiunsero il convento e il loro fuoco fu di grande aiuto alla fanteria. All’imbrunire il resto del 14° plotone della compagnia C si trasferì nell’edificio mentre il maggiore Harvey della compagnia B spostava il suo comando dal teatro distrutto all’Ufficio Postale.
17 marzo 1944: l’attacco

Il generale Bernard Frayberg, il comandante dell’operazione, decise di dare avvio al previsto attacco verso la stazione ferroviaria nella mattina del giorno seguente, venerdì 17 marzo. L’azione si presentava molto rischiosa in quanto le truppe attaccanti, benché sostenute dai carri, si sarebbero trovate su terreno scoperto per la maggior parte del percorso fino al loro obbiettivo e quindi sotto il tiro e l’osservazione nemica da Monte Cassino.
Anche se in modo frammentario a causa delle comunicazioni radio ancora non ottimali, gli ordini finali per l’attacco furono diramati alle 07.15. Il 26° avrebbe ricevuto l’appoggio dello squadrone A del 19° reggimento carri neozelandese. Prima di muovere, la formazione d’attacco doveva attendere l’esito di un assalto operato dal 24° e 25° battaglione verso l’Hotel Continental. Quell’azione fallì e l’attacco alla stazione ebbe inizio intorno alle 11.40.

La descrizione che segue è suddivisa secondo l’ordine di entrata in combattimento delle unità neozelandesi.
Squadrone A, 19° reggimento carri – Magg. J. I. Thodey

1°, 2°, 3°, 4° pl. carri
I carri mossero per primi, dal Convento delle Suore alla stazione vi erano circa 750 metri (Mappa 4). La via intersecava un’altra strada all’altezza di quota 41 formando una grande "X" ben visibile dall’alto.
Il maggiore Thodey, comandante dello squadrone A, stabilì che i cari di punta sarebbero stati quelli del 4° plotone del tenente Jim Furness (Foto 2) seguiti dal 2° e dal 3° plotone; il movimento degli Sherman iniziò dai pressi del Convento.
Giunto all’incrocio di quota 41, Furness individuò un campo minato, probabilmente steso con metodo speditivo, ossia in superficie, con gli ordigni non interrati. Il tenente fece sparare alcune granate fumogene con il cannone di bordo sui detriti a lui prossimi per creare uno schermo di fumo. Sotto tale protezione scese dal mezzo corazzato per liberare la strada e, nonostante i suoi ordini contrari, il caporale W. N. Forbes lo seguì per aiutarlo. Poco dopo i carri ripresero il movimento sparando su alcune postazioni di MG tedesche; ora i veicoli si trovavano in terreno quasi del tutto scoperto, lungo quell’unica strada che portava alla stazione. Alla loro destra, nelle macerie della città, si trovavano i paracadutisti delle compagnie 10ª, 11ª e 12ª del III./3° reggimento sottoposte al comando del capitano Foltin. Quegli uomini non erano in forze sufficienti ma disponevano dell’appoggio di almeno un cannone controcarro che entrò subito in azione contro i neozelandesi. Infatti, i due Sherman del 2° plotone del tenente ‘Dib‘ Beswick furono colpiti e avvolti dalle fiamme a metà strada tra l’incrocio di quota 41 e l’obbiettivo. Il cannone tedesco fu localizzato e l’area fu battuta dall’artiglieria alleata.
Nel frattempo, alle 11.45 i due carri del 4° plotone avevano raggiunto la stazione. Si trattava dei mezzi del tenente Furness e del sergente ‘Snow’ Coleman che senza esitare iniziarono a spazzare con il fuoco le postazioni tedesche li intorno.
Dietro di loro, anche i tre carri del 3° plotone del tenente Ron Riggs si erano lanciati a tutta velocità verso l’obbiettivo. Il tenente, che procedeva in testa, giunse nel piazzale di fronte alla stazione ferroviaria, proprio all’altezza della Stazione della Funivia (Foto 3), quando il mezzo corazzato fu colpito da un proiettile perforante che distrusse una delle sospensioni; evidentemente il cannone controcarro tedesco era ancora attivo. Riggs balzò fuori dallo Sherman immobilizzato e cambiò carro con il sergente Milne che sopraggiungeva, poco dopo si ricongiungeva ai carri di Furness presso la stazione ferroviaria (Foto 4). Anche il terzo mezzo del plotone era stato colpito lungo il percorso, nelle immediate vicinanze di uno dei carri distrutti del 2° plotone.
Sia il capo carro, caporale Hubbard sia il cannoniere, carrista Gasson, rimasero uccisi nel momento in cui la torretta fu perforata da una granata controcarro, il mezzo corazzato era uscito di strada sulla destra del percorso. In quel punto la rotabile era più alta del terreno circostante e lo Sherman precipitò su un fianco nel terreno acquitrinoso, solo alle 23 circa gli altri membri dell’equipaggio furono tratti in salvo.
Dei sette carri dello squadrone A che avevano condotto l’attacco solo tre erano ancora indenni nell’area della stazione; un quarto mezzo, ora comandato dal sergente Milne, era immobilizzato di fronte la Stazione della Funivia, ma continuava a sparare (Foto 5).
Compagnia C, 26° battaglione - Magg. J. R. Williams

13°, 14°, 15° pl. e pl. HQ
Mentre lo squadrone A combatteva la sua battaglia e l’artiglieria alleata stendeva cortine fumogene, anche il 26° battaglione aveva iniziato a muoversi. Trasportati a bordo degli Sherman del comando squadrone A con il maggiore Thodey, il tenente colonnello Richards e il suo gruppo comando tattico di battaglione presero posizione nel convento.
Poco dopo la compagnia C si mosse uscendo dalla porta sud del convento: in testa, gli uomini del 14° plotone iniziarono una sfrenata corsa fino all’incrocio di quota 41, intorno a loro esplosioni di ogni tipo e raffiche di MG (Mappa 4). Dietro seguivano il 13° plotone, il comando compagnia e infine il 15° plotone. All’incrocio si fermarono a riprendere fiato approfittando della copertura offerta da un enorme cratere, poi proseguirono sulla scia dei carri. Davanti a loro i fanti videro i mezzi del 3° plotone saltare in aria colpiti dai perforanti tedeschi. Superato l’incrocio, la fanteria neozelandese si trovava in terreno aperto e sotto il tiro sempre più intenso del nemico. Il 13° plotone del tenente H. B. Hay, ora in testa, raggiunse con uno scatto la prima casa sulla destra, dove l’equipaggio di uno Sherman distrutto aveva trovato riparo dopo aver fatto prigionieri i serventi di una MG tedesca.
Il resto della compagnia era stato ritardato dal fuoco pesantissimo, il gruppo comando era ridotto solo al maggiore Williams e al suo sergente maggiore di compagnia, D. P. Corrigan e il 15° plotone aveva perso otto uomini. Dopo una riorganizzazione, la corsa proseguì con il 14° di nuovo in testa. Due squadre di quel plotone tagliarono per i campi sulla destra, la squadra rimanente, seguita dal 13° plotone e dai resti del 15° continuò lungo la strada. Nonostante l’intenso fuoco di mortai e mitragliatrici, tutto il gruppo riuscì a portarsi fino alla Stazione della Funivia, che veniva subito occupata con l’appoggio di fuoco del carro del sergente Milne. Arrivando poco dopo, il maggiore Williams prese contatto con il tenente Furness e i fanti compirono l’ultimo balzo fino alla stazione ferroviaria. In pochi minuti presero possesso della struttura, eliminando piccoli nuclei di paracadutisti, erano le 14.40 circa. Subito dopo, mentre il 13° plotone forniva fuoco di copertura dalla stazione, il 14° si lanciava verso il deposito delle locomotive noto come Casa Rotonda (Round House, Foto 6). Guidati dal comandante, tenente Quartermain, gli uomini occuparono la struttura dopo aver sconfitto un gruppetto di tedeschi asserragliati in una fossa di pulizia. Quando il 13° tentò di raggiungere la Casa Rotonda fu investito da un fuoco di sbarramento pesantissimo; solo dopo l’intervento degli Sherman, Hay ed i suoi poterono muovere allo scoperto. Così il 13° poté avanzare anche oltre la Casa Rotonda e raggiungere una collina posta a circa cento metri da quest’ultima, nota come Hummocks (amàche); i neozelandesi lanciarono diverse bombe a mano, la collina fu conquistata e sei paracadutisti furono fatti prigionieri (Foto 7).
Nel frattempo il maggiore Williams si era trasferito alla Casa Rotonda da dove aveva lanciato un razzo Very, ma il segnale che indicava il successo non fu visto da nessuno.
Compagnia A, 26° battaglione - Magg. A. J. Fraser

7°, 8°, 9° pl. e pl HQ
Il colonnello Richards ricevette comunicazione del successo dalla rete dei carri e subito ordinò alla compagnia A di iniziare il movimento verso l’obbiettivo. Ma gli uomini del maggiore Fraser si trovavano nel Municipio e per raggiungere la posizione di partenza costituita dal Convento dovevano percorrere circa 100 metri allo scoperto (Foto 8 e Mappa 5). Quel movimento, effettuato di corsa squadra per squadra, fu un massacro. Il fumo non copriva a sufficienza, i tedeschi erano ormai in allerta e tutti i loro tiratori riversarono un fuoco micidiale sui neozelandesi. Molti di essi furono colpiti, i feriti che strisciavano in cerca di riparo furono bersagliati senza pietà. Fu una scena orribile, per compiere quel breve tragitto la compagnia ebbe venti morti, tra i quali il maggiore Fraser. I superstiti, stremati, raggiunsero il convento per riorganizzarsi sotto la direzione di Richards. La compagnia A partì alla volta della stazione divisa in tre gruppi e sotto un fuoco tedesco decisamente più intenso. Gli uomini del primo gruppo, composto dal sergente M. B. Wallen, il caporale C. R. Killworth e il soldato B. G. ‘Shamus’ O’Brien, furono tutti uccisi all’altezza dell’incrocio di quota 41. Gli altri due gruppi, uno di tredici uomini del 9° plotone e uno di quindici uomini appartenenti a vari plotoni, raggiunsero la prima casa sulla sinistra dopo l’incrocio. Nell’uscire dalla casa altri uomini furono colpiti mortalmente tra cui il tenente K. J. Lowry. La strada, che da quel punto iniziava ad essere sopraelevata e sulla sinistra era allagata (Foto 9), veniva battuta da un fuoco troppo intenso e gli uomini si gettarono nel campo sulla destra. Guidati dal sergente J. F. O’Relly e dal tenente K. O. Davies i superstiti dei due gruppetti raggiunsero l’area della stazione ferroviaria. Il 9° plotone di O’Relly fu destinato a rinforzare il 13° plotone della compagnia C sulla Hummocks, il gruppo misto del tenente Davies occupò la Stazione della Funivia.
Compagnia B, 26° battaglione - Magg. D. P. Harvey

10°, 11°, 12° pl. e pl. HQ
Mentre i plotoni delle compagnie A e D compivano il tragico attraversamento fino al convento, il capitano Alex W. Borrie con il sottotenente C. V. Neale e il sergente G. L. Maze del 12° plotone compirono diverse sortite dall’Ufficio Postale per portare al riparo i feriti. Poi arrivò anche per la compagnia B l’ordine di spostarsi (Mappa 6). Poco dopo le 15.00, l’11° plotone si mosse per primo seguito dal 12° poi dal comando di compagnia e dal 10° plotone.
Pur subendo perdite, il maggiore Harvey radunò la compagnia nel Convento delle Suore per poi ripartire nello stesso ordine alla volta della stazione. L’11° plotone, che aveva già subito forti perdite, superò l’incrocio di quota 41 e prese la strada di destra, quella fiancheggiata da diversi edifici. Una MG tedesca inchiodò a terra due squadre del plotone, l’altra fu in grado di aggirare l’edificio e ridurre al silenzio l’arma nemica. Era ovvio che la via scelta era ben difesa dai tedeschi, pertanto l’11° attraversò i campi tra le due strade in direzione della stazione seguito dal resto della compagnia. Presto gli uomini raggiunsero la stazione ferroviaria, il maggiore Harvey prese contatto con il maggiore Williams della compagnia C alla Casa Rotonda. I due ufficiali stabilirono che la compagnia B dovesse difendere il terreno immediatamente a nord della stazione, nell’area fiancheggiata da edifici mentre, la C occupava la Casa Rotonda e la Hummocks.
Così, il decimato 11° plotone insieme al comando di compagnia occuparono con il supporto dei carri una casa alle spalle della Stazione della Funivia, il 10° prese possesso di una grande casa ad ovest e il 12° rimase indietro in un’altra casa alle spalle del comando di compagnia.
Compagnia D, 26° battaglione - Magg. D. C. Piper

16°, 17°, 18° pl. e pl. HQ
La compagnia D diede un apporto limitato alla battaglia poiché i suoi plotoni erano piuttosto dispersi. I plotoni 17° e 18° si trovavano inchiodati allo scoperto sin dal giorno prima ad ovest del convento, mentre il resto della compagnia attendeva intorno all’Ufficio Postale (Mappa 6). Molti uomini non ricevettero l’ordine di spostarsi al convento per radunarsi prima dell’attacco e quelli che lo fecero furono investiti dall’ormai consueto tiro di mitragliatrici, mortai e tiratori scelti. Ben presto tutti gli ufficiali della compagnia furono uccisi o feriti compreso il comandante, maggiore Piper. Soltanto il sergente T. Clarson e venti uomini riuscirono a raggiungere il convento. Dopo aver ripreso fiato, il tenente colonnello Richards li spedì immediatamente verso la stazione quale retroguardia della compagnia B che aveva a sua volta appena iniziato il movimento. Clarson condusse i suoi fino alla Stazione della Funivia dove rimase schierato insieme al gruppo della compagnia A guidato dal tenente Davies.
Dopo l’attacco

Nel frattempo altri carri del 19° reggimento si erano mossi e all’imbrunire dodici Sherman si trovavano nei pressi della stazione ferroviaria, in particolare vicino le posizioni della compagnia B. Tuttavia, la fanteria neozelandese nell’area presidiava posizioni precarie con poco più di cento uomini, di tanto in tanto qualche gruppetto di sbandati raggiungeva la zona.
Le perdite per il 26° battaglione erano state pesanti. La compagnia A aveva perso tutti gli ufficiali tranne uno e 36 uomini i cui 16 morti, la C aveva perso 30 uomini di cui 10 morti. La compagnia D, della quale molti uomini si trovavano ancora in città, ebbe 6 morti e 18 feriti, infine la compagnia B ebbe 5 morti e 12 feriti.
La notte seguente trascorse con relativa calma, ma all’alba del 18 marzo la stazione fu investita da un contrattacco tedesco progettato dal generale Heidrich, il comandante della 1ª divisione paracadutisti (Mappa 7). L’assalto fu condotto dalla compagnia motociclisti divisionale, 72 uomini che alle 04.00 attraversarono le acque del Gari puntando sulla Casa Rotonda. I mortai che dovevano fornire il supporto di fuoco colpirono per errore le stesse truppe tedesche. Molti degli attaccanti indossavano dei turbanti per far credere ai neozelandesi che si trattasse di soldati indiani, ma il trucco non funzionò e i difensori, appoggiati dal fuoco degli Sherman inflissero loro altre perdite. Tra i tedeschi vi era il sottotenente Wilhelm Stoffregen, armato di lanciafiamme: dovette arrendersi senza aver impiegato l’arma quando i suoi uomini furono colpiti o dovettero ripiegare. La battaglia durò tutta la giornata, alle 14.50 i paracadutisti motociclisti avevano raggiunto la Casa Rotonda, ma erano ormai decimati. Nella notte sul 19 marzo, soltanto 19 tedeschi fecero ritorno alle proprie linee, altri 50 erano stati catturati dai neozelandesi.
Non vi furono altri attacchi degni di nota e il 20 marzo l’isolato 26° ricevette il cambio dal 5° battaglione “Buff” della 36ª brigata di fanteria inglese (78ª divisione).
Considerazioni sulla battaglia

L’assalto alla Stazione Ferroviaria fu una mossa ben pensata dal comando neozelandese e altrettanto ben eseguita dalle truppe, anche se la fortuna ha giocato in favore dell’attaccante, in particolare con lo quadrone A.
Un solo cannone controcarro fu in grado di mettere fuori combattimento quattro Sherman grazie anche alle corazze esposte dai bersagli (laterali o posteriori); pertanto gli uomini di Furness rischiarono grosso avvicinandosi alla Stazione Ferroviaria senza fanteria di supporto. Riguardo alla fanteria, i neozelandesi avrebbero potuto sfruttare la notte precedente per spostare nel Convento delle Suore almeno le due compagnie di testa in modo da ridurre le perdite. Ma tra le macerie è difficilissimo farsi un’idea delle possibilità di manovra.
La difesa tedesca era penalizzata da un ridotto numero di truppe, il cui grosso era concentrato nell’area dell’Hotel Continental. Forse Heidrich non si aspettava un attacco di quel tipo e, confidando nella vasta area allagata e sul potere di interdizione della propria artiglieria sugli spazi scoperti, aveva lasciato quasi sguarnita la zona tra il Convento e la collina Hummocks. Infatti, i tedeschi erano sparpagliati in piccoli nuclei e ai neozelandesi in forze superiori fu relativamente facile neutralizzarli uno per uno. Tredici paracadutisti furono fatti prigionieri dagli attaccanti.
Il successo alla stazione non poté essere sfruttato perché il 26° rimase isolato per un paio di giorni. Le riserve tedesche costituite dal II./115° reggimento avevano infatti interdetto la strada all’altezza dell’incrocio di quota 41.