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29 gen 2010


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  • APPELLO PER LA LIBERAZIONE DEL PANCHEN LAMA
    temid=70'


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    APPELLO PER LA CESSAZIONE DI TUTTE LE SENTENZE CAPITALI

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    LETTERA DI PETIZIONE PER FERMARE L'ESECUZIONE DEI TIBETANI CONDANNATI A MORTE

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    Il sistema politico e l'attuale dirigenza

    Il Tibet, come tutta la Cina continentale, è strettamente governato dal Partito Comunista Cinese presente con propri distaccamenti in ogni provincia, prefettura autonoma e nella Regione Autonoma Tibetana (TAR). Subordinato al Partito, il Governo ne porta a compimento le direttive. Nella sola Lhasa sono attivi oltre sessanta tra Dipartimenti e Comitati molti dei quali lavorano in stretto contatto con i rispettivi uffici nazionali a Pechino. L'autonomia della TAR è quindi del tutto inesistente: di fatto, la Regione gode di un'autonomia inferiore a quella delle altre province cinesi. E' significativo che la massima carica del paese, quella di Segretario del Partito, non sia mai stata ricoperta da un tibetano.

    Il Partito Comunista mantiene in Tibet un numeroso contingente militare di occupazione (almeno 250.000 uomini). Soldati e poliziotti – spesso in abiti civili – controllano le vie della capitale e degli altri centri urbani. Soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni '90, il Partito ha curato l'organizzazione di quadri fedeli alle sue direttive, destinati a controllare capillarmente il territorio tibetano, comprese le aree rurali, allo scopo di sradicare alla base ogni forma di separatismo e di eliminare ogni manifestazione di sostegno al Dalai Lama e al Governo Tibetano in Esilio.

    Il Congresso Nazionale del Popolo, riunito a Pechino nel marzo 2003 per la nomina della nuova dirigenza cinese (ricordiamo che il neo Presidente della Repubblica Popolare, Hu Jintao, ricoprì la carica di Segretario del Partito nella Regione Autonoma Tibetana alla fine degli anni '80) ha premiato con incarichi importanti alcuni leader di spicco che, nella passata legislatura, hanno svolto ruoli di primo piano in Tibet. E' il caso di Zhou Yonkang, capo della Provincia del Sichuan all'epoca dell'arresto e della condanna a morte di Lobsang Dondhup e Tenzin Delek, ora assunto alla carica di Ministro della Pubblica Sicurezza, e di Chen Kuiyuan, ex segretario del Partito nella Regione Autonoma Tibetana negli anni '90. Chen, sostenitore della "linea dura" e fautore delle tre campagne di "educazione patriottica", "civilizzazione spirituale" e "colpisci duro", è stato eletto membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese di cui figura tra i 24 vice presidenti. Promosso anche il tibetano Ragdi, uno dei vice segretari del Comitato del Partito Regionale Tibetano e presidente del Comitato Regionale del Congresso Nazionale del Popolo (CNP) in Tibet, che ha coronato la sua carriera politica divenendo uno dei 15 vice presidenti del Comitato Centrale dello stesso CNP. In Tibet, Ragdi, acceso sostenitore della politica iniziata dallo stesso Hu Jintao, non ha mai cessato di porre l'accento sull'importanza dello sviluppo economico e della tutela della stabilità sociale attraverso la lotta al separatismo e alla "clique" del Dalai Lama.

    Queste "promozioni", e abbiamo citato solo alcuni tra i casi più significativi, sembrerebbero indicare la determinazione del Partito e del governo di Pechino a mantenere il Tibet in una stretta morsa assicurando la continuità della linea politica.

    Anche il cambio della guardia ai vertici della Regione Autonoma Tibetana sembra avvalorare questa tendenza. Alla carica di nuovo Presidente del Tibet, al posto di Legchok, è stato eletto Jampa Phuntsog, ex vice segretario del Partito e ora chiamato a svolgere un ruolo di governo. Legchok ha sostituito alla presidenza del Comitato Nazionale del Congresso del Popolo (la più alta carica della TAR) il tibetano Ragdi, trasferito a Pechino dopo 18 anni di servizio nella Regione Autonoma. Le nomine di Phuntsog e di Legchok premiano i lunghi anni di lavoro in Tibet dei due neo eletti e la loro conformità alle direttive del regime.

    Segretario del Partito è un cinese, Yang Chuantang, che ha sostituito Guo Jinlong, eletto al prestigioso incarico nel 2000 al posto del "duro" Chen Kuiyang. Nessun tibetano è mai stato eletto segretario del Partito, ruolo che, di fatto, garantisce la gestione del potere. Yang Chuantang è ritenuto molto vicino a Hu Jintao che lo volle con sé quando era Segretario del Partito in Tibet.


     


     

    La condizione dei tibetani

    In Tibet la situazione rimane grave. Continua l'afflusso dei coloni cinesi che hanno ormai ridotto i tibetani ad una minoranza all'interno del loro paese, con una presenza di sette milioni e mezzo di coloni han contro sei milioni di tibetani. Le attività religiose e la libertà di culto sono fortemente ostacolate, proseguono gli arresti e le detenzioni arbitrarie e i detenuti sono percossi e torturati. Il "miracolo economico"cinese non reca alcun concreto vantaggio ai tibetani che sono progressivamente emarginati dal punto di vista sia economico sia sociale. Le stesse grandiose infrastrutture (gasdotti, ferrovie, aeroporti), volute dal governo di Pechino, non sono di beneficio alla popolazione tibetana: favorendo, di fatto, l'afflusso di nuovi coloni, costituiscono un'ulteriore minaccia alla cultura e alle tradizioni peculiari del paese oltre a comprometterne seriamente l'equilibrio ambientale.

    Nonostante gli stretti controlli esercitati dalla polizia e dall'esercito, pacifiche dimostrazioni si susseguono sia all'interno della Regione Autonoma Tibetana, in particolare a Lhasa, sia nelle altre Regioni (Kham e Amdo).

    Le autorità cinesi rispondono inasprendo imposizioni e divieti. Fonti attendibili hanno riferito che i giorni 11 e 12 novembre 2003, speciali "gruppi di lavoro" composti di funzionari governativi si sono recati nei villaggi e hanno intimato alla popolazione tibetana delle contee di Kardze e Lithang (Sichuan), composta prevalentemente da contadini, di consegnare tutte le fotografie del Dalai Lama entro un mese, pena la confisca della terra. Il 21 novembre, il governo tibetano in esilio ha definito questa misura "provocatoria" e ha accusato la Cina di volere deliberatamente esasperare la popolazione tibetana del Sichuan per poter pretestuosamente intervenire con la forza.
    Dal 2001, la provincia del Sichuan, che in passato aveva goduto di una relativa libertà di culto, è divenuta uno dei punti focali della campagna contro il Dalai Lama e la religione. Tra le personalità di grande spicco oggetto della repressione cinese figurano Geshe Sonam Phuntsok (che attualmente sta scontando una pena detentiva di cinque anni), Tenzin Delek Rinpoche (condannato a morte dopo un processo farsa) e l'abate di Serthar, Jigme Phuntsok, deceduto il 6 gennaio 2004 a Chengdu dopo un'operazione al cuore. A lungo era stato trattenuto dalla polizia mentre il suo monastero era distrutto e i monaci e le monache allontanati con la forza.

    Il gruppo d'informazione Tibet Information Network ha reso noto che il 29 agosto 2003 sei monaci residenti nella Contea di Kakhog, Prefettura di Ngaba, (Amdo) sono stati arrestati e condannati a pene detentive varianti da uno a dodici anni per aver distribuito volantini inneggianti all'indipendenza del Tibet. Dopo l'arresto dei religiosi, avvenuto nel corso dell'annuale "Yak Festival", il personale dell'Ufficio di Pubblica Sicurezza ha fatto irruzione nella stanza di uno dei monaci ed ha confiscato numerose fotografie del Dalai Lama e una bandiera tibetana. T.I.N. rileva che questi arresti e le relative condanne costituiscono un fatto senza precedenti in Amdo e si inseriscono nella crescente ondata di repressione in atto nelle regioni al di fuori della Regione Autonoma Tibetana.

    Anche nella Regione Autonoma continuano tuttavia gli arresti e le violenze. Il 2 dicembre 2004 si è appreso che Yeshe Gyatso, un tibetano di settantadue anni, ex funzionario governativo, arrestato a Lhasa nel giugno 2003 assieme a due studenti universitari, è stato condannato a sei anni di carcere.
    Il 16 dicembre 2004, TibetNet ha diffuso la notizia della morte, in un ospedale di Shigatse, di Tenzin Phuntsok, sessantaquattro anni, arrestato il 21 febbraio 2003 perché sospettato di coinvolgimento in attività politiche "sospette". I tibetani di Khangmar, suo paese natale, ritengono che Phuntsok, in ottima salute prima dell'arresto, sia morto in seguito alle torture subite durante gli interrogatori presso il centro detentivo di Nyari. Lascia la moglie e undici figli. La notizia della morte di Tenzin Phuntsog, giunta solo pochi mesi dopo quella della morte di un altro tibetano, Nyima Drakpa, le cui condizioni di salute si erano seriamente aggravate dopo le torture subite in carcere, propone il problema dell'effettivo rispetto da parte della Cina delle norme contenute nella Convenzione ONU Contro la Tortura, di cui Pechino è firmataria.
    Il 16 dicembre 2003, il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia (TCHRD) ha reso noto inoltre che Nyima Tsering, un insegnante sessantacinquenne, è stato condannato dal tribunale di Gyantse a cinque anni di carcere per "istigazione delle masse". Il TCHRD ha fatto sapere che la sentenza contro Nyima, arrestato nel dicembre 2002 assieme ad un negoziante con l'accusa di aver divulgato libelli indipendentisti, è stata pronunciata nel giugno 2003. Il tibetano sta scontando la pena nella prigione di Drapchi, a Lhasa.

     
     

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  • 28 gen 2010





    -
    #>  GENNAIO 2010 

    Dom

    29
    Quell'Italia complice dell'Olocausto

    di Gianluca Di Feo

    Migliaia di ebrei catturati dalla polizia e consegnati ai tedeschi, senza pietà per donne, vecchi e bambini. Una macchina di morte voluta da Mussolini. Ora un libro ricostruisce le responsabilità nel genocidio. A partire dal campo di Fossoli


    Sulle torrette del campo dove venivano rinchiusi gli ebrei c'erano agenti di pubblica sicurezza. A scortare il treno per Auschwitz c'erano carabinieri. Ed è stato un italianissimo commissario ad arrestare una bambina di sei anni, individuata a Venezia nella famiglia dove i genitori l'avevano nascosta, e ad accompagnarla fino a quel recinto di filo spinato alle porte di Carpi: il primo passo di un cammino che si sarebbe concluso nella camera a gas. Così come erano italiani i loro colleghi delle forze dell'ordine che dal novembre 1943 alla fine della guerra hanno dato la caccia agli ebrei in tutte le città del Nord. Retate ricostruite nel dettaglio in un volume che spazza via i luoghi comuni sulle responsabilità della Repubblica di Salò nell'Olocausto e ci costringe a guardare un capitolo della nostra storia che da 65 anni nessuno vuole approfondire. In "L'alba ci colse come un tradimento" Liliana Picciotto, la più importante studiosa italiana della Shoah, sintetizza anni di ricerche. Nelle 312 pagine pubblicate da Mondadori non fa mai ipotesi: elenca fatti, si limita ai documenti. Calcola le presenze nelle anticamere padane dei lager in base alle razioni di pane fornite, confronta diari e testimonianze, atti di processi nascosti nel dopoguerra in nome della ragione di Stato. Non usa un solo aggettivo.

    SPECIALE SHOAH Le mappe dei campi, la cronologia e i treni della morte

    Non servono, perché il risultato del suo lavoro è agghiacciante: la ricostruzione della vita e della morte di migliaia di ebrei, arrestati da italiani nei territori della Repubblica sociale, spediti nel campo modenese di Fossoli e poi deportati nei lager. Chi prese parte a questa colossale caccia all'uomo poteva ignorare la "soluzione finale"? Poteva ignorare la strage a cui stava collaborando? Era difficile credere che ultrasettantenni e bambini venissero trasferiti nel Reich per lavorare e contribuire alla macchina bellica tedesca. Quando anche i vecchietti dell'ospizio israelita di Firenze vengono caricati sui treni, nessuno a Fossoli si fa più illusioni. Ma ancora altri ebrei vengono rastrellati dai funzionari della polizia e dei residui carabinieri rimasti in servizio al Nord (la maggioranza dell'Arma si schierò con la monarchia e venne perseguitata dai nazisti), fino a pochi giorni prima della Liberazione: uomini che spesso hanno continuato a indossare la stessa uniforme nella Repubblica del dopoguerra. Il giorno della Memoria celebrato il 27 gennaio anche nel nostro Paese non dovrebbe ricordare solo le colpe altrui: ci sono grandi responsabilità italiane, di istituzioni e di singoli. La scorsa domenica Benedetto XVI nella storica visita alla sinagoga di Roma ha ancora una volta condannato l'antisemitismo e rievocato il primo grande rastrellamento, «una tragedia di fronte alla quale molti rimasero indifferenti». Ma molti altri italiani ebbero un ruolo attivo nel genocidio. Il 14 novembre 1943 il Partito nazionale fascista aveva dichiarato: «Tutti gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri, durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica». Due settimane dopo il ministro dell'Interno ne ordinò l'arresto e l'internamento.



    Al momento dell'armistizio nel territorio della Repubblica sociale erano rimasti intrappolati 32-33 mila ebrei: poco meno di un terzo venne ucciso dai nazisti. Le vittime identificate della Shoah sono 8948, ma c'è la certezza che altre centinaia di persone siano sparite nei forni crematori. Dopo l'8 settembre 1943 i nazisti portarono avanti i primi rastrellamenti da soli: il più drammatico quello del Ghetto di Roma, con 1.020 persone catturate di cui 824 assassinate poche ore dopo l'arrivo ad Auschwitz-Birkenau. Ma già dal 3 novembre 1943 i reparti speciali delle Ss vennero affiancati dagli agenti delle questure: insieme agirono a Firenze, Genova, Bologna, Siena, Montecatini. Da dicembre tutte le operazioni passarono nelle mani dei poliziotti italiani, che per non essere inferiori all'alleato, "ripulirono" subito il ghetto di

    (20 gennaio 2010)

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    25 gen 2010







     


    Amedeo Modigliani

    Biografia di Amedeo Modigliani

    Amedeo Modigliani nasce a Livorno nel 1884.

    Compie i primi studi presso lo studio di Guglielmo Micheli.
    Nel 1902 Modigliani frequenta la Scuola Libera del Nudo presso l'Accademia di Firenze, sotto la guida di Giovanni Fattori. Dalla seconda metà dello stesso anno si trasferisce a Venezia, per studiare all'Accademia di Belle Arti. Qui, in occasione delle successive edizioni della Biennale, si trova a tu per tu con la grande arte francese di fine secolo: gli impressionisti, Toulouse-Lautrec, Eugène Carrière.
    L'impressione suscitata da questo incontro nel 1906 spinge Modigliani a trasferirsi a Parigi. Nella capitale mondiale dell'arte entra immediatamente in contatto con l'ambiente artistico di Montmartre, dove spiccano personaggi come Pablo Picasso, André Salmon e Max Jacob.
    Nel 1908 partecipa al Salon des Indépendants.

    Nel 1909 Amedeo Modigliani si trasferisce a Montparnasse. Comincia il rapporto di amicizia con Constantin Brancusi, suo vicino.
    Il rapporto con Brancusi lo porta a diretto contatto con la scultura, ossia la forma nello spazio. Sempre grazie a lui entra in rapporto con l'arte africana e primitiva.
    Così, nel 1909 comincia a dedicarsi alla
    scultura. Il materiale prediletto è la pietra. Scolpisce teste di donna e alcuni nudi, definiti "cariatidi". Sette di queste vengono presentate al Salon d'Automne del 1912.

    Attorno alla fine del 1914, a causa delle precarie condizioni di salute e della difficoltà a reperire la pietra, Modigliani smette con la scultura e si dedica interamente alla pittura. Soggetti preferiti sono il ritratto e il nudo di donna. Già nel 1915 lo stile può dirsi ormai maturo, con i volti di forma ovale e i caratteristici colli lunghi.
    Negli stessi anni stringe rapporti di amicizia con tutti i principali esponenti dell'ambiente artistico e intellettuale di Montparnasse: Chaim Soutine, Moise Kisling, Max Jacob, Jean Cocteau, Jules Pascin. Punto di riferimento di molti artisti è il mercante Paul Guillaume, che a partire dal 1914 acquista diverse opere di Modigliani. Nello stesso periodo inizia la relazione sentimentale con la poetessa Beatrice Hastings, che appare in molti ritratti.
    Altro soggetto dei ritratti è il poeta polacco Leopold Zborowski, che diventa suo mercante. Grazie a lui, nel 1917, presso la Galleria Berthe Weill, viene presentato il ciclo dei
    nudi femminili distesi, che suscita molto scandalo.

    Nel 1917 Modigliani incontra Jeanne Hébuterne, allora diciannovenne. Con lei inizia a convivere in un'abitazione a rue de la Grande Chaumière.
    Nel 1918 lascia Parigi assieme a Jeanne e si reca al Sud. Nei dintorni di Nizza dipinge molti ritratti e persino qualche rarissimo
    paesaggio.
    Sempre a Nizza nel 1918 nasce una figlia, cui viene dato il nome Jeanne.
    Nel marzo 1919 Modigliani ritorna a Parigi. Qui firma un impegno di matrimonio, con il quale riconosce Jeanne Hébuterne sua promessa sposa e la piccola Jeanne sua legittima figlia. Nel frattempo le sue opere cominciano a riscuotere consensi sia di critica che di vendita.
    Ma la vita della nuova famiglia è turbata da sviluppi tragici. L'aggravarsi della tubercolosi, infatti, non dà tregua all'artista.
    Alla fine del 1919 Modigliani viene ricoverato.

    Amedeo Modigliani muore in ospedale il 24 Gennaio 1920.
    Appena due giorni dopo muore anche Jeanne Hébuterne, suicida. La piccola Jeanne lascia Parigi con la sorella di Modigliani, e in seguito diverrà biografa del grande artista.

    24 gen 2010


     
     

    Se questo è un uomo

     
     

    Voi che vivete sicuri
    nelle vostre tiepide case,
    Voi che trovate tornando a sera
    Il cibo caldo e visi amici:
    Considerate se questo è un uomo
    Che lavora nel fango
    Che non conosce pace
    Che lotta per mezzo pane
    Che muore per un sì o per no.
    Considerate se questa è una donna,
    Senza capelli e senza nome
    Senza più forza di ricordare
    Vuoti gli occhi e freddo il grembo
    Come una rana d'inverno.


    Meditate che questo è stato:
    Vi comando queste parole.
    Scolpitele nel vostro cuore
    Stando in casa andando per via,
    Coricandovi alzandovi;
    Ripetetele ai vostri figli.
    O vi si sfaccia la casa,
    La malattia vi impedisca,
    I vostri nati torcano il viso da voi.

     

     
     

    Brani da Se questo è un uomo 

    Haftling: ho imparato che io sono uno Haftling. Il mio nome è 174517; siamo stati battezzati, porteremo finché vivremo il marchio tatuato sul braccio sinistro

    "Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.
    Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull'inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell'animo umano. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che - Ogni straniero è nemico.

    Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
    Mi rendo conto e chiedo venia dei difetti strutturali del libro. Se non di fatto, come intenzione e come concezione esso è nato già fin dai giorni di Lager. Il bisogno di raccontare agli - altri -, di fare gli - altri - partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari; il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore. Di qui il suo carattere frammentario: i capitoli sono stati scritti non in successione logica, ma per ordine di urgenza. Il lavoro di raccordo e di fusione è stato svolto su piano, ed è posteriore.
    Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato."

     
     

    [...] 

    "Il viaggio non durò che una ventina di minuti. Poi l'autocarro si è fermato, e si è visto una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni): ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi.
    Siamo scesi, ci hanno fatti entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo! Il debole fruscio dell'acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c'è un rubinetto: sopra un cartello, che dice che è proibito bere perché l'acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio che il cartello è una beffa, -essi- sanno che noi moriamo di sete, e ci mettono in una camera, e c'è un rubinetto, e Wassertrinken Verboten. Io bevo, e incito i compagni a farlo; ma devo sputare, l'acqua è tiepida e dolciastra, ha odore di palude.
    Questo è l'inferno. Oggi, ai nostri giorni, l'inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c'è un rubinetto che gocciola e l'acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa "goccia a goccia".

    [...] "La notizia è giunta, come sempre, circondata da un alone di particolari contraddittori e sospetti: stamattina stessa c'è stata selezione in infermeria; la percentuale è stata del sette per cento del totale, del trenta, del cinquanta per cento dei malati. A Birkenau il camino del Crematorio fuma da dieci giorni. Deve essere fatto posto per un enorme trasporto in arrivo dal ghetto di Posen. I giovani dicono ai giovani che saranno scelti tutti i vecchi. I sani dicono ai sani che saranno scelti solo i malati. Saranno esclusi gli specialisti. Saranno esclusi gli ebrei tedeschi. Saranno esclusi i piccoli numeri. Sarai scelto tu. Sarò escluso io.
    Il nostro Blockaltester conosce il suo mestiere. Si è accertato che tutti siano rientrati, ha fatto chiudere la porta a chiave, ha distribuito a ciascuno la scheda che porta la matricola, in nome, la professione, l'età e la nazionalità, e ha dato ordine che ognuno si spogli completamente, conservando solo le scarpe. In questo modo, nudi e con la scheda in mano, attenderemo che la commissione arrivi alla nostra baracca.
    Uno scatenarsi di comandi, di bestemmie e di colpi indica che la commissione è in arrivo. Il Blockaltester e i suoi aiutanti, a pugni e a urla, a partire dal fondo del dormitorio, si cacciano davanti la turba dei nudi spaventati, e li stipano dentro il Tagesraum, che è la Direzione - Fureria. Ora siamo tutti nella Tagesraum, e, oltre che non esserci tempo, non c'è neppure posto per avere paura.

     

    Il Blockaltester ha chiuso la porta Tagesraum - dormitorio e ha aperto le altre due che dal Tagesraum e dal dormitorio danno all'esterno. Qui, davanti alle due porte, sta l'arbitro del nostro destino, che è sottoufficiale delle SS. Ognuno di noi, che esce nudo dal Tagesraum nel freddo dell'aria di ottobre, deve fare di corsa i pochi passi fra le due porte davanti ai tre, consegnare la scheda alla SS e rientrare per la porta del dormitorio. La SS, nella frazione di secondo fra i due passaggi successivi, con uno sguardo di faccia e di schiena giudica della sorte di ognuno, e consegna a sua volta la scheda all'uomo alla sua destra o all'uomo alla sua sinistra, e questa è la vita o la morte di ciascuno di noi. In tre o quattro minuti una baracca di duecento uomini è - fatta -, e nel pomeriggio l'intero campo di dodicimila uomini.
    Come tutti, sono passato con passo energico ed elastico, cercando di tenere la testa alta, il petto in fuori e i muscoli contratti e rilevati. Con la coda dell'occhio ho cercato di vedere alle mie spalle, e mi è parso che la mia scheda sia finita a destra.
    A mano a mano che rientriamo nel dormitorio, possiamo rivestirci. Nessuno conosce ancora con sicurezza il proprio destino, bisogna anzitutto stabilire se le schede condannate sono quelle passate a destra o a sinistra. Tutti si accalcano intorno ai più vecchi, ai più denutriti, ai più - musulmani -; se le loro schede sono andate a sinistra, la sinistra è certamente il lato dei condannati.
     

    "Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi a perso tutto, di perdere se stesso; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine - Campo di annientamento -, e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo."

     
     

    Brani da I sommersi e i salvati

     

    In questo libro, Primo Levi torna sull'esperienza dei lager nazisti, per leggerla come una vicenda esemplare attraverso cui è possibile capire fin dove può giungere l'uomo nel ruolo del carnefice e in quello della vittima. Anche in questa opera l'autore sente il bisogno di comunicare l'esperienza vissuta, in quanto per lui scrivere è una possibilità di rielaborare e capire il proprio vissuto. Egli, però, nello stesso tempo, sente la "vergogna" di chi si è salvato rispetto alle persone morte e si sente "colpevole".

     
     

    [...] Esiste un quadro stereotipo, proposto infinite volte, consacrato dalla letteratura e dalla poesia, raccolto dal cinematografo: al termine della bufera, quando sopravviene "la quiete dopo la tempesta", ogni cuore si rallegra. "Uscir di pena / è diletto fra noi". Dopo la malattia ritorna la salute; il soldato ritorna, e ritrova la famiglia e la pace.
    A giudicare dai racconti fatti da molti reduci, e dai miei stessi ricordi, il pessimista Leopardi, in questa sua rappresentazione, è stato al di là del vero: suo malgrado, si è dimostrato ottimista. Nella maggior parte dei casi, l'ora della liberazione non è stata lieta né spensierata: scoccava per lo più su uno sfondo tragico di distruzione, strage e sofferenza. In quel momento, in cui ci si sentiva ridiventare uomini, cioè responsabili, ritornavano le pene degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta, del dolore universale intorno a sé; della propria estenuazione, che appariva non più medicabile, definitiva; della vita da ricominciare in mazzo alle macerie, spesso da soli. Non "piacer figlio d'affanno": affanno figlio d'affanno. L'uscir di pena è stato un diletto solo per pochi fortunati, o solo per pochi istanti, o per animi molto semplici; quasi sempre ha coinciso con una fase d'angoscia.
    L'angoscia è nota fra tutti, fin dall'infanzia, ed a tutti è noto che spesso è bianca, indifferenziata. È raro che rechi un'etichetta scritta in chiaro, e contenente la sua motivazione; quando la reca, spesso essa è mendace. Si può credersi o dichiararsi angosciati per un motivo, ed esserlo per tutt'altro: credere di soffrire davanti al futuro, e soffrire invece per il proprio passato; credere di soffrire per gli altri, per pietà, per com-passione, e soffrire invece per motivi nostri, più o meno profondi, più o meno confessabili e confessati; talvolta così profondi che solo lo specialista l'analista delle anime, li sa disseppellire. [...]

    [...]  Esiste una violenza inutile? Purtroppo sì. La morte, anche non provocata, anche la più clemente, è una violenza, ma è tristemente utile: un mondo di immortali non sarebbe concepibile né vivibile, sarebbe più violento del pur violento mondo attuale. Né inutile, in generale, l'assassinio: Raskolnikov, uccidendo la vecchia usuraia si proponeva uno scopo, anche se colpevole; così pure Princip a Sarajevo e i sequestratori di Aldo Moro in via Fani. Messi da parte i casi di follia omicida, chi uccide sa perché lo fa: per denaro, per sopprimere un nemico vero o presunto, per vendicare un'offesa.

     

     
     

      

     Le guerre sono detestabili, sono un pessimo modo di risolvere le controversie tra nazioni o tra fazioni, ma non si possono definire inutili: mirano ad uno scopo, magari iniquo o perverso. Non sono gratuite, non si propongono di infliggere sofferenze; le sofferenze ci sono, sono collettive, strazianti, ingiuste, ma sono un sottoprodotto, un di più
    .Ora, io credo che i dodici anni hitleriani abbiano condiviso la loro violenza con molti altri spazi-tempi storici, ma che siano stati caratterizzati di una diffusa violenza inutile, fine a se stessa, volta unicamente alla creazione di dolore; talora tesa ad uno scopo, ma sempre ridondante, sempre fuor di proporzione rispetto allo scopo medesimo.

    Ripensando con il senno del poi a quegli anni, che hanno devastato l'Europa ed infine la Germania stessa, ci si sente combattuti fra due giudizi: abbiamo assistito allo svolgimento razionale di un piano disumano, o ad una manifestazione (unica, per ora, nella storia, e tuttora mal spiegata) di follia collettiva?
    Logica intesa al male o assenza di logica? Come spesso nelle cose umane, le due alternative coesistevano. Non c'è dubbio che il disegno fondamentale del nazionalsocialismo aveva una sua razionalità: la spinta verso Oriente (vecchio sogno tedesco), la soffocazione del movimento operaio, l'egemonia sull'Europa continentale, l'annientamento del bolscevismo e del giudaismo, che Hitler semplicisticamente identificava tra loro, la spartizione del potere mondiale con Inghilterra e Stati Uniti, l'apoteosi della razza germanica con l'eliminazione "spartana" dei malati mentali e delle bocche inutili: tutti questi elementi erano fra loro compatibili, e deducibili da alcuni pochi postulati già esposti con innegabile chiarezza nel Mein Kampf. Arroganza e radicalismo, hybris e Gründlichkeit; logica insolente, non follia.[...]

     
     

    La vita e le opere di  PRIMO LEVI

    1919 Primo Levi nasce a Torino il 31 luglio, nella casa dove abiterà poi tutta la vita. I suoi antenati sono degli ebrei piemontesi provenienti dalla Spagna e dalla Provenza. Levi ne ha già scritto le abitudini, lo stile di vita e il gergo nel capitolo iniziale del sistema periodico. Il nonno materno era un mercante di stoffe, e morì nel 1941. Il padre, Cesare, nato nel 1878, si era laureato in ingegneria elettronica nel 1901. Dopo vari soggiorni di lavoro all'estero ( Belgio, Francia, Ungheria) , nel 1917 si sposò con Ester Luzzati, nata nel 1895.


    1925-30 Frequenta le scuole elementari; è di salute cagionevole. Alla fine delle scuole elementari riceve lezione private per un anno.

    1934 Si iscrive al Ginnasio- Liceo D'Azeglio, un istituto noto per aver ospitato docenti illustri, oppositori del Fascismo: Norberto Bobbio. Levi è uno studente timido e diligente, gli interessano la chimica e la biologia, assai meno storia e italiano. In prima liceo ha per qualche mese come professore

    1937

    Alla licenza liceale è rimandato a ottobre in italiano. Si iscrive al corso di chimica presso la facoltà di Scienze dell'Università di Torino.

    1938

    Il governo fascista emana le prime leggi razziali: è fatto divieto agli ebrei di frequentare le scuole pubbliche, tuttavia a chi è già iscritto all'Università è consentito di proseguire gli studi. Levi frequenta circoli di studenti antifascisti, ebrei e non. "La liberazione universitaria ha coinciso con il trauma di sentirmi dire: attenzione, tu non sei come gli altri, anzi, vali di meno: sei avaro, sei uno straniero, sei sporco, sei pericoloso, sei infido. Ho reagito inconsapevolmente accentuando l'impegno nello studio". Nella famiglia si accettava, con qualche insofferenza, il fascismo. Mio padre si era iscritto al partito di malavoglia, ma si era pur messo la camicia nera. Ed io fui balilla e poi avanguardista. Potrei dire che le leggi razziali restituirono a me, come ad altri, il libero arbitrio.

     1941

    In luglio, Levi si laurea con pieni voti e lode. Il suo diploma reca la menzione "di razza ebraica". Levi cerca affannosamente un lavoro, perché la famiglia è accorto di mezzi. Trova un impiego semilegale in una cava d'amianto presso Lanzo.

     1942

     Trova una sistemazione economicamente migliore a Milano, presso la Wander, una fabbrica svizzera di medicinali. A dicembre Levi e i suoi amici prendono contatto con alcuni esponenti dell'antifascismo militare, e compiono la loro rapida maturazione politica. Levi entra nel Partito d'Azione clandestina.

     

    1943 Nel luglio cade il governo fascista e Mussolini viene arrestato. Levi è attivo nella rete di contatti fra i partiti del futuro CLN. L'otto settembre il governo Badoglio annuncia l'armistizio. Levi si unisce a un gruppo partigiano operante in Val d'Aosta, ma all'alba il 13 dicembre è arrestato presso Brusson con altri due compagni. Levi viene avviato nel campo di concentramento di Carpi-Fossoli.

     1944

    Nel febbraio il campo di Fossoli viene preso in gestione dai tedeschi, i quali, avviano Levi e altri prigionieri, tra cui vecchi, donne e bambini, su un convoglio ferroviario con destinazione Auschwitz. Il viaggio dura cinque giorni. All'arrivo gli uomini vengono divisi dalle donne e dai bambini, e avviati alla baracca n.30. Levi attribuisce la sua sopravvivenza ad una serie di circostanze fortunate. La sua conoscenza sufficientemente estesa del tedesco gli permette di comprendere gli ordini dei suoi aguzzini. Per tutta la durata della permanenza nel Lager, Levi riesce a non ammalarsi, ma contrae la scarlattina proprio quando nel gennaio 1945 i tedeschi, sotto l'avvicinarsi delle truppe russe, evacuano il campo, abbandonando gli ammalati al loro destino. "Devo dire che l'esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spezzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto... C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione di dilemma. La cerco, ma non la trovo."

     1945

     Levi vive per qualche mese a Katowice, lavora come infermiere. Nel giugno inizia il viaggio di rimpatrio, che protrarrà assurdamente fino all'ottobre. Levi e i suoi compagni percorrono un itinerario labirintico, che li conduce dapprima in Russia Bianca e poi finalmente in patria (il 19 ottobre) attraverso l'Ucraina, la Romania, l'Ungheria, l'Austria. E' questa l'esperienza che Levi racconterà ne la tregua.

     1946

     Difficile reinserimento nell'Italia disastrata del dopoguerra. Levi trova lavoro presso la fabbrica di vernici. E' ossessionato dalle traversie subite e scrive febbrilmente Se questo è un uomo.

     1947

     A settembre sposa Lucia Morpurgo. Levi presenta il dattiloscritto alla casa editrice Einaudi, ma la proposta viene declinata con una formulazione genica. Per intervento di Franco Antonicelli, il libro viene pubblicato dall'editore De Silvia in 2500 esemplari. Buone accoglienze critiche, ma scarso successo di vendita.

     1948

     Nasce la figlia di Lisa Lorenza.

    1956 Una mostra della deportazione in Torino incontra uno straordinario successo. Levi è assediato da giovani che lo interrogano sulle sue esperienze, e riproposte Se questo è un uomo all'editore Einaudi, che questa volta decide di pubblicarlo nella collana "Saggi": da allora non cesserà di essere ristampato e tradotto.

    1957 Nasce il figlio Renzo.

    1962 Incoraggiato dal successo di Se questo è un uomo, inizia la stesura di La tregua. "La tregua è stato scritto 14 anni dopo Se questo è un uomo; è un libro più consapevole, più letterario, e molto più profondamente elaborato, anche come linguaggio. Racconta cose vere, ma filtrate.

       

     

      

    1963 La tregua vince a Venezia la prima edizione del Premio Campiello.

    1965 Torna ad Auschwitz per una cerimonia commemorativa.

     1967 Levi raccoglie i racconti in un volume intitolato Storie naturali.

    1971 Levi raccoglie una seconda serie di racconti, Vizio di forma.

     1986 Aprile. Pubblica I sommersi e i salvati, che rappresenta la summa delle sue riflessioni suggerite dall'esperienza del Lager. Escono negli Stati Uniti le traduzioni di La chiave a stella e una scelta di racconti da Lilit.

    1987 - 11 aprile. Muore nella sua casa di Torino, suicida. Sulla sua tomba, per sua volontà, viene inciso il numero tatuatogli ad Auschwitz..

     
     

     
     

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    Primo Levi: il dovere della memoria

     
     

    di Tina Borgogni Incoccia

     
     

    Fino dal tempo di detenzione nel campo di sterminio di Auschwitz, Primo Levi sentì l’esigenza di raccontare la sua esperienza infernale e, subito dopo il ritorno, provò l’impulso immiediato e violento di farne “gli altri” partecipi, forse per liberarsi di un peso insopportabile da sostenere.

     
     

    Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case, / voi che trovate tornando a sera / il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo / che lavora nel fango / che non conosce pace / che lotta per mezzo pane / che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, / senza capelli e senza nome / senza più forza di ricordare / vuoti gli occhi e freddo il grembo / come una rana d’inverno.

     
     

    Così leggiamo nella poesia che costituisce l’avantesto di Se
    questo è un uomo.

     
     

    Scrisse il libro di getto, con l’incubo di non essere ascoltato e creduto. In realtà, nella frenesia vitale di riappropriazione dell’esistenza, caratteristica di tutti i dopoguerra, non c’era troppa voglia di voltarsi indietro e riaffondare nell’orrore del passato. Il libro, rifiutato da Einaudi, trovò finalmente un editore che ne stampò soltanto duemilacinquecento copie, di cui appena millecinquecento vendute, soprattutto a Torino, città dell’autore. Italo Calvino ne fece una buona recensione sull’“Unità”, ma Levi, convinto ormai del fallimento della sua aspirazione alla scrittura, si impegnò a svolgere con scrupolo soltanto la sua professione di chimico.

     
     

    Dieci anni dopo, furono i giovani a risvegliare in lui la vocazione sopita.

    Invitato nel 1956 a partecipare ad una mostra sulla deportazione, egli si vide circondato dai ragazzi che volevano sapere, volevano sentirlo raccontare. La sua parola, concisa, senza sbavature, con l’evidenza efficace della verità dei fatti raccontati, trovò finalmente gli ascoltatori attenti che egli avrebbe voluto incontrare nei primi anni del suo ritorno a casa.

    L’editore Einaudi, nuovamente sollecitato, si decise finalmente a pubblicare il libro, nella collana dei Saggi (1958) e da allora esso fu ristampato e tradotto in tante lingue del mondo. A questo libro ne seguirono altri: La tregua, Vizio di forma, La chiave a stella, Se non ora, quando?, I sommersi e i salvati, che confermarono in Primo Levi la sua vocazione di scrittore e gli fecero ottenere premi e riconoscimenti in Italia e all’estero.

    Egli era tornato dai campi di sterminio nell’ottobre del 1945, dopo un viaggio lungo e avventuroso attraverso la Russia, viaggio che descrisse nel suo secondo libro La tregua, pubblicato nel 1963 e premiato a Venezia col Campiello. Il racconto, scritto con intenti letterari, cioè con una più accurata elaborazione formale, con una maggiore variatà di argomenti, con note anche ironiche e scherzose che potevano rendere più piacevole la lettura, ha avuto nel 1997 una trasposizione filmica, realizzata dal regista Francesco Rosi nel decennale della morte dell’autore.


     

    Nessun libro di Levi raggiunse comunque l’efficacia del primo, scritto con l’impeto febbrile dovuto all’urgenza della sua prima disperata testimonianza. Ad Auschwitz, durante la deportazione, le S.S. avevano ironicamente sentenziato: Se anche sopravviverete, non vi crederà nessuno. Si sbagliavano profondamente.

    Levi attribuiva la sua sopravvivenza a vari fattori: egli conosceva abbastanza il tedesco e questo gli permetteva di capire gli ordini con immediatezza. Data la sua laurea in Chimica lo avevano utilizzato in un laboratonio dove soffriva meno il freddo e i disagi materiali. Si era inoltre ammalato provvidenzialmente di scarlattina quando, nel 1945, avvicinandosi i Russi, i prigionieri furono fatti spostare a Buchenwald e a Mathausen dove morirono quasi tutti, mentre i malati furono abbandonati al loro destino.

    Pochi furono i superstiti, perché inumane erano le condizioni di vita del campo. Nella lotta per sopravvivere ognuno era ferocemente e disperatamente solo, tutto teso con selvaggia pazienza e con qualsiasi mezzo, a ritagliarsi un angolo minuscolo di privilegio, un grammo in più di pane, un lavoro meno sfibrante. Gli altri, i sopraffatti dalle fatiche, dall’inedia, dal freddo, erano destinati a soccombere, ad essere eliminati, ormai distrutti e già morti prima di andare nelle camere a gas, perché troppo stanchi.

     
     

    Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto _ scrive Levi _ e se potessi racchiudere in un’immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occbi non si possa leggere traccia del pensiero.

     
     

    E, sempre a proposito di Auschwitz, Levi afferma:

     
     

    Devo dire che l’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuta. C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.

     
     

    In mezzo a tanta desolazione, avvertiamo però ad un tratto nelle sue pagine la sferzata di energia che può provenire dalla forza morale emanata dalla grande poesia.

    Levi sta lavorando con altri all’interno di una grande cisterna interrata con poca luce e la polvere di ruggine che gli brucia le palpebre. Arriva Jean, il prigioniero alsaziano che gode nel Kommando di una posizione particolare, perché è il più giovane (lo chiamano il Pikolo) e può scegliere chi lo accompagnerà a ritirare, con il carretto, la marmitta di cinquanta chili con il rancio giornaliero. Viene scelto Levi. Il ragazzo ha simpatia per lui, conosce bene il francese e vorrebbe imparare l’italiano.

    Il tragitto è di circa
    un chilometro, ma Jean sceglie la via più lunga. E’ una chiara e tiepida mattinata di giugno e all’orizzonte si delineano i Carpazi bianchi di neve. Levi sceglie per la sua lezione il canto di Ulisse (Inferno, XXVI). Deve parlare di Dante, di Beatrice, di Virgilio. Il Pikolo è attentissimo e Levi comincia a declamare: Lo maggior corno della fiamma antica… Gli anni del Liceo sono purtroppo lontani e qualche verso è inesorabilmente dimenticato. L’episodio è lungo e il tempo passa velocemente. Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ma a Levi preme arrivare alla terzina che sta fissa e luminosa nella sua memoria.

     
     

    Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi, ho bisogno che tu capisca:

     
     

    Considerate la vostra semenza:

    fatti non foste a viver come bruti

    ma per seguir virtute e canoscenza (1).

    (1) voce arcaica, per conoscenza

     
     

    Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.

     
     

    Forse il messaggio è arrivato perché riguarda tutti gli uomini in travaglio e Jean è intelligente. La conclusione avviene in fretta perché è tardi e sono arrivati alla cucina; sono ormai nella fila, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos.

     
     

    Infin che il mar fu sopra a noi ricbiuso.

     
     

    L’ultimo verso è pronunciato prima dell’annuncio ufficiale che la zuppa del giorno è di cavolo e rape: kraut und rüben.

    Tina Borgogni Incoccia

     
     

    Primo Levi, Se questo è un uomo. La tregua, Torino, Einaudi tascabili, 1999.


     

    Primo Levi: la materia e la letteratura

     
     

    27 gennaio 2002. Giornata della memoria per le vittime dell’odio razziale

    La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

     
     


     
     


    23 gen 2010



    Il rapporto di amicizia e collaborazione con la Comunità israelitica, Angiolo Berti,livornese,classe 1921,lo ebbe già durante la prima gioventù nella città labronica. Allievo a scuola del babbo del rabbino Elio Toaff ed amico di quest'ultimo, Berti svolse parte attiva dopo le leggi razziali in un sostegno umanitario a chi dovette subirle assieme al Gruppo "Guido Negri" ed al circolo "Giosuè Borsi".


     

    Giovane schietto,intransigente e dotato di grande personalità,era leader di quei giovani che non tolleravano la violenza. In particolare fu molto vicino alla famiglia Menasci,nei giorni tremendi del 1938. Questo acuì ancor più l'intolleranza del locale regime che lo espulse dalla città nel 1941,dopo una serie infinita di richiami:l'ultimo, per aver chiesto di acquistare l'Osservatore Romano all'edicola della centrale piazza Cavour,ad alta voce,provocatoriamente e non sottovoce come indicato dal partito. Nell'occasione venne malmenato emapoi,grazie al vescovo,monsignor Piccioni, inviato a Bologna,presso il collegio dei Gesuiti.


     

    Bravo stenografo e con ottimi livelli culturali,fu assunto come redattore all'Avvenire d'Italia, diretto da Raimondo Manzini e di cui era direttore amministrativo Odorado Focherini. Angiolo,nei suoi ricordi,rammenta la vicinanza tramite Focherini alla comunità ebraica della città felsinea. Assieme a Focherini, dotato di documenti falsi della pubblicità tedesca Staffel, si adoperò per far uscire dal campo di concentramento delle Caserme Rosse a Corticella, numerosi internati,fra cui diversi cittadini ebrei,nascondendoli a casa propria fino alla liberazione nel 1945.


     

    In base a tali atti,fu insignito di medaglia d'oro di benemerenza civile dal Comune di Lucca (1984) e della cittadinanza onoraria di Casciana Terme (Pisa),sui paese di nascita, per essersi adoperato nel salvare cittadini di quelle zone rastrellati dai nazi – fascisti nell'estate del 1944.


     

    Commovente è,in particolare, l'ultima lettera che Focherini scrive a Manzini,prima di essere ucciso nella camera a gas di Revensbruck, ricordando di pagare i contributi previdenziali ad Angiolo,come redattore del giornale.


     

    L'amicizia con Toaff proseguì anche nel dopoguerra,soprattutto quando il Rabbino venne a Roma come capo della Comunità italiana. Un'amicizia che è testimoniata da una iscrizione,in ebraico,scritta da Toaff su una lapide che ricorda l'Olocausto e che si trova al Campo degli Eroi di Casciana Terme. Il Campo degli Eroi è un parco nella casa natale in cui Berti ha costruito negli anni '80 – '90, 25 cippi e monumenti dedicati a chi sacrificò la propria vita per gli ideali di patria e libertà,ma anche le vittime inermi della guerra.


     

    In quella sede,come testimonia la foto acclusa, venne a celebrare la Shoah,il 25 gennaio2009,la Comunità israelitica di Livorno,assieme ai rappresentanti dell'Amministrazione provinciale livornese e di allievi delle scuole superiori di quella città. A capo della delegazione erano il presdente,Samuel Zarrugh ed il rabbino, Yair Dydi.



    nella foto :Cimitero ebraico di Bologna

    19 gen 2010



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  • orie









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    Rastrellati il 16 ottobre 1943, uno solo tornò

    I sorrisi dei bambini prima del lager
    Un ossario digitale per 288 storie

    Le foto scattate prima che fossero caricati sui treni per Auschwitz in una specie di sacrario virtuale

     

    C'è un ossario digitale di bambini ebrei, da questa mattina, online: le foto di Fiorella e Samuele, Roberto e Giuditta e tutti gli altri piccoli, coi fiocchi tra le trecce e il triciclo e il vestito da marinaretto, scattate prima che fossero caricati sui treni per Auschwitz. Dal solo ghetto di Roma ne portarono via 288: quelli che passarono per il camino furono 287. E intanto gli opuscoli del Terzo Reich incoraggiavano le mamme germaniche: «Offrite un bambino al Führer ché ovunque si trovino nelle nostre province tedesche gruppi di bambini sani e allegri. La Germania deve diventare il Paese dei bambini».

    Ferma il respiro, rileggere quelle righe propagandistiche della dispensa Vittoria delle armi, vittoria del bambino o i proclami nel Mein Kampf di Adolf Hitler («Lo Stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione») mentre riaffiorano su internet quelle immagini di piccola felicità familiare e domestica. Per questo, 66 anni dopo la retata del 16 ottobre 1943 e dieci dopo l’istituzione nel 2000 del Giorno della memoria, il Cdec, il Centro documentazione ebraica contemporanea, ha deciso di metterle online. È sulla rete, inondata di pattume razzista, che si trovano migliaia di rimandi a siti che strillano «L’olocausto, una bufala di cui liberarsi» e «Il diario di Anna Frank: una frode» o arrivano a sostenere che ad Auschwitz c’era una piscina «usata dagli ufficiali delle SS per guarire i pazienti». È sulla rete che siti multilingue di fanatici sedicenti cattolici («Holywar»: guerra santa) si spingono a indire un «giorno della memoria» per ricordare «l’olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei». È sulla rete che sono approdate canzoni naziskin come quella dei «Denti di lupo» che urlano «quelle vecchie storie / sui campi di sterminio / abbiamo prove certe / son false e non realtà» e «Terra d’Israele, terra maledetta! / I popoli d’Europa, reclamano vendetta!» e ancora «Salteranno in aria le vostre sinagoghe / uccideremo tutti i rabbini con le toghe...». Ed è sulla rete, perciò, che doveva essere eretto questa specie di sacrario virtuale che ci ricorda come l’ecatombe successe solo una manciata di decenni fa. Un battere di ciglia, nella storia dell’uomo.

    Sono le fotografie che i parenti scampati al genocidio consegnarono via via, a partire dalla liberazione di Roma, al Comitato ricerche deportati ebrei (Crde) che tentava in quegli anni di ricostruire il destino degli italiani marchiati dal fascismo con la stella gialla e mandati a morire nei lager: «Questa è mia sorella Rachele...» «Questo è mio fratello Elio con sua moglie...» «Questi sono i miei nipotini Donato e Riccardo...». Quelli del Crde raccoglievano le immagini, le pinzavano su un cartoncino azzurro, ci scrivevano i nomi e inserivano le schede al loro posto, negli archivi dell’orrore. Furono rarissimi, ad avere la fortuna di veder tornare un loro caro. Dei 1.023 ebrei rastrellati quel maledetto «sabato nero» dell’ottobre ’43, rientrarono vivi a Roma solo in 17. E tra questi, come dicevamo, solo un bambino dei 288 che erano stati portati via. Una strage degli innocenti. Uguale in tutta l’Italia. Il dato più sconvolgente della strage, scrivono appunto Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida ne Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini, è «l’altissimo numero delle vittime più giovani, dei bambini e dei ragazzi ebrei: complessivamente i morti, da zero e 20 anni, ammontano a 1.541». Di questi, i figlioletti con pochi mesi o pochi giorni di vita furono 115.

    I bambini ebrei deportati                        

    Fatta salva una mostra organizzata a Milano per ricordare la Liberazione, le foto di quei piccoli, accanto a quelle di distinti signori con il panciotto come Enrico Loewy, floride matrone come Lucia Levi, ragazze nel fiore della bellezza come Laura Romanelli, famigliole intere come quella di Benedetto Bondì, sono rimaste per anni e anni dentro un faldone dell’archivio del Cdec. Riaprire oggi quel faldone, per far vedere a tutti i volti di quegli italiani schiacciati sotto il tallone dai nazi-fascisti, non è solo un recupero della memoria. Restituire a quegli ebrei una faccia, un nome, un cognome, qualche briciola di storia personale, come già aveva fatto ad esempio ne Il libro della memoria — Gli ebrei deportati dall’Italia quella Liliana Picciotto di cui è in uscita L’alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli 1943-1944, vuol dire strappare ciascuno di loro all’umiliazione supplementare. L’essere stati uccisi come anonimi. Riconoscibili l’uno dall’altro, come il bestiame, solo per i numeri marchiati a fuoco sul braccio. Ed ecco il passato restituirci bambini, bambini, bambini. Come Fiorella Anticoli, che aveva due anni e due grandi nastri bianchi tra i boccoli. Graziella Calò, che in piedi su una sedia pianta le manine sul tavolo per non cadere. Olimpia Carpi, infagottata in un cappottino bianco. E Massimo De Angeli che dall’alto dei suoi quattro o cinque anni bacia il fratellino Carlo appena nato. E poi Costanza e Franca ed Enrica il giorno che andarono al mare a giocare col tamburello sulla battigia. E Sandro e Mara Sonnino, un po’ intimoriti dalla macchina fotografica mentre la mamma Ida sprizza felicità. Sono 413, gli ebrei delle foto messe in rete all’indirizzo
    www.cdec.it/voltidellamemoria. Quelli tornati vivi furono due: Ferdinando Nemes e Piero Terracina. Tutti gli altri, assassinati. Buona parte lo stesso giorno del loro arrivo ad Auschwitz, come il 23 ottobre 1943 la romana Clelia Frascati e i suoi dieci figli, il più piccolo dei quali, Samuele, aveva meno di sei mesi. «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata», ha scritto ne La notte lo scrittore e premio nobel Elie Wiesel, «Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede».

    Sono in troppi, ad aver fretta di dimenticare. O voler voltar pagina senza riflettere su quello che è successo. A rovesciare tutte le colpe sui nazisti. Quelle foto, due giorni dopo l’amaro riconoscimento del Papa su quanti restarono indifferenti, ci ricordano come andò. E magari è il caso di rileggere, insieme, qualche passo di quel libro di Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. «I bimbi ebrei sono anche vittime di una ulteriore piaga che infuria nei mesi dell’occupazione nazista, quella della delazione: secondo la sentenza emessa dalla corte di assise di Roma nel luglio 1947, un gruppo di sei spie italiane che agiscono nella capitale vendono i bambini ebrei a mille lire l’uno e i militi italiani si distinguono in dare loro la caccia, come l’appuntato dei carabinieri che arresta nel febbraio 1944 a La Spezia Adriana Revere, di nove anni...».

    Gian Antonio Stella

    19 gennaio 2010
    © RIPRODUZIONE RISERVATA


     



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  • CRONACHE


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  • 15 gen 2010


    EDITORIALE

    FLUSSI MIGRATORI

    Tra autovalorizzazione, etnicizzazione del lavoro e razzismo operativo


     


     

    PREMESSA


     

    La storia dei popoli è sempre stata storia di viaggi, spostamenti, migrazioni.

    Quest'aspetto oltre ad essere determinante per cogliere una tendenza naturale degli esseri umani, arriva addirittura a costituire l'essenza di alcuni popoli per i quali non c'è differenza tra definizione della propria identità e carattere migratorio. Dai Mongoli ai Tuareg fino a giungere agli Zingari e all'intreccio delle molteplici sotto-comunità nomadi, sono sempre esistite popolazioni forgiate dalla cultura della migrazione e dell'attraversamento dei territori.

    "Indossava un mantello abbastanza ampio e spesso senza maniche, con un enorme cappuccio, esattamente come quelli che sovente adoperavano i viaggiatori, in inverno, in qualche luogo lontano all'estero, in Svizzera o per esempio nell'Italia Settentrionale, non considerando naturalmente di dover percorrere tragitti come quello da Ejdkunen a Pietroburgo. Ma quel che andava bene ed era pienamente soddisfacente in Italia risultava nient'affatto adatto in Russia."

    F. Dostoevskij – L'idiota -

    La storia di un esodo è d'altronde storia biblica, fondante la cultura dell'Occidente entro la quale reagiscono tutti gli aspetti che hanno contribuito alla nascita di una tradizione ebraico-cristiana. Quest'Occidente, quindi, da sempre attraversato da nomadismi "anomali", da viandanti senza legami, gioca un doppio ruolo, è costretto ad un doppio sguardo, in quanto da una parte interpreta e pensa le migrazioni come fenomeno esotico, lontano, di culture altre rispetto a quelle dominanti nel proprio regno, dall'altra respira affannosamente quando le "orde barbariche" tracciano solchi all'interno dei propri confini.


     


     


     


     


     


     


     


     


     


     


     


     


     

    La storia del capitalismo è fin dalle origini indissolubilmente connessa ai fenomeni migratori di matrice economica. La prima rivoluzione industriale inscrive nel patrimonio genetico del vecchio continente una serie di inedite caratteristiche. Sviluppo economico di ordine esponenziale, fenomeni demografici e urbanizzazione, mutano a cavallo tra il XVIII ed il XIX secolo lo scenario classico dell'Europa moderna. E' l'Inghilterra a risentire per prima delle radicali trasformazioni indotte da una variazione di scala e modalità del sistema produttivo. Questo paese sperimenta per primo un assetto produttivo basato sulla fabbrica e tutta una serie di sconvolgimenti connessi a forme avanzate di commercializzazione e industrializzazione. Mutano le tipologie produttive con l'utilizzo delle macchine da grande industria, le forme del lavoro, il rapporto tra città e campagne e l'interazione tra centro e periferia.

    Nel giro di un secolo l'Europa continentale inizia ad attraversare una fase di grande espansione industriale risposta a pressioni endogene che spingevano al cambiamento e reazione ai nuovi metodi inglesi. Una delle conseguenze più vistose del passaggio da un sistema preindustriale ad uno industriale fu il massiccio aumento degli abitanti nelle città. L'urbanizzazione rappresenta quindi uno degli aspetti prioritari dei fenomeni migratori d'ordine interno. Accanto a questi si sviluppano flussi d'ordine internazionale. Si calcola che tra il 1800 e il 1930 lasciarono l'Europa quaranta milioni di abitanti alla rotta, prevalentemente, delle due Americhe. In conseguenza degli sviluppi produttivi la storia del novecento è storia di massicce e determinanti migrazioni verso i territori che di volta in volta assurgono il ruolo di polo d'attrazione economica.

    E' per fattori propriamente economici che questo paese, a cavallo tra gli anni '50 e gli anni '60, è soggetto ad un fenomeno d'enormi flussi migratori dal sud verso il nord industrializzato che sconvolgono l'assetto socio-politico-economico di consistenti aree dell'Italia settentrionale, e soprattutto dei grossi centri produttivi. Questo spostamento forzato ha generato delle profonde mutazioni in seno a molte delle sfere in cui si articola la società. Da cambiamenti delle logiche produttive a variazioni delle forme di organizzazione del lavoro, da una ridefinizione delle componenti "etniche" dei tessuti urbani alla formazione di nuovi caratteri di una "coscienza collettiva" riformulata. Dalla creazione di nuove metodologie dell'agire politico e dell'organizzazione a un riassetto dell'urbanistica metropolitana teso al controllo e al disciplinamento degli stessi flussi.

    E' in quest'arco di tempo che prendono forma in maniera consistente quelle micro-dinamiche che da lì a pochi anni sarebbero esplose in un fenomeno su ampia scala in grado di sconvolgere i meccanismi della divisione del lavoro e dell'organizzazione della produzione, soprattutto di fabbrica. Tali processi innescati in quel contesto storico-politico portano alla generazione di un ciclo di lotte in grado di mirare al cuore della produzione capitalistica. Il capitale, a cominciare dalla metà degli anni settanta fino alla prima metà degli anni ottanta riarticola i processi di produzione e, ristrutturandosi, sconvolge le modalità classiche d'identificazione del lavoro, della produzione e del rapporto tra centro e periferia. I mutamenti, di straordinaria portata ed evidenza, hanno generato una moltitudine d'analisi tendenti a dimostrare e ad evidenziare l'avvicendamento, sostanzialmente avvenuto, tra paradigmi produttivi.

    Senza addentrarci in questo tipo di riflessioni ci vorremmo soffermare soltanto su un "rinnovamento" avvenuto sul versante della produzione: quello che ha i suoi risvolti più evidenti nell'arretramento della figura dell'operaio tradizionale e, di riflesso, nella "rinascita" di forme produttive sicuramente minoritarie in un sistema pienamente fordista. La perdita di centralità del lavoro operaio si compie gradualmente e passa da una rinnovata composizione tecnica della classe operaia alla sua espulsione massiccia dalla produzione di fabbrica, effetto di un lavoro sempre più esternalizzato e strutturato in forme più decentralizzate e diffuse sul territorio. Di contro alla frammentazione del lavoro operaio si erge una massa enorme di lavoro subalterno, precario, sottopagato, capace di interessare orizzontalmente diversi strati della popolazione lavorativa.

    Per grandi linee potremmo identificare nella ristrutturazione capitalistica avvenuta tra la metà degli anni settanta e la metà degli anni ottanta uno spartiacque tra due forme massicce d'emigrazione. La prima caratterizzata da flussi migratori d'ordine interno1.L'emigrazione, cioè, concerne spostamenti nell'ambito di uno stato. La seconda fondata dall'affiancarsi e dal sovrapporsi all'emigrazione interna di un'ulteriore situata su una scala più ampia, di ordine internazionale che interessa e reagisce in un sistema situato ad un livello in cui gli scambi e il rapporto tra capitale e lavoro è globale. La differenza tra queste due tipologie d'emigrazione è fondamentale per la comprensione della situazione attuale. A determinarla ci sono, tra gli altri, due fattori prioritari.

    Il primo è che, a seguito della crisi petrolifera del '73 e della successiva recessione le politiche governative sono state orientate alla chiusura delle frontiere all'emigrazione ufficiale. E' qui che s'innesca quel processo, diventato oggi preponderante, dell'immigrazione clandestina.

    La prima crisi radicale e diffusa del sistema capitalistico post-bellico porta con se la risposta dei governi in relazione alla quale quelle quote di forza-lavoro immigrata fino ad allora completamente strutturali e assimilabili, nel mutato scenario socio-economico-politico divengono eccedenze d'immigrazione clandestina ed illegale. La crisi del modello fordista ha radicalmente inciso nello scenario dell'emigrazione internazionale rideterminando sia le modalità, ed in alcuni casi i versi dei flussi, sia i confini tra aree produttive. Il caso italiano, per esempio, è paradigmatico rispetto alla fluttuazione e alla ridefinizione delle direzioni degli spostamenti. L'Italia diviene paese meta d'immigrazione oltre ad essere, tradizionalmente, esportatore di manodopera.

    Il secondo fattore riguarda soprattutto l'Europa e consiste in un fenomeno di massiccia immissione nel circuito dell'immigrazione internazionale di emigranti dai paesi dell'Est dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dei paesi del cosiddetto socialismo realeDurante i primissimi anni '90 si trovano, quindi, a reagire tre elementi: la formulazione operativa della nozione di immigrazione clandestina; gli effetti ormai macroscopici delle ristrutturazioni capitalistiche; correnti migratorie dal Mediterraneo e dall'Est europeo verso il continente.

    Abbiamo fino ad ora considerato, molto brevemente, l'emigrazione come fenomeno dalla duplice natura. In primo luogo come "fatto culturale" cioè come elemento costitutivo della tradizione di alcuni popoli, ed in secondo luogo come fenomeno di ordine economico. Oltre a queste due accezioni ne esiste un altra fondata su un'ulteriore sfera di fattori causali.

    Storicamente gli esodi sono stati determinati, in alcune epoche in massima parte, da vere e proprie cause esogene. Così carestie, persecuzioni, guerre, calamità naturali, fenomeni religiosi, hanno spesso costretto intere popolazioni a spostamenti forzati alla volta di territori in grado di garantire maggior sicurezza o migliori condizioni di vita.

    Oltre che da tutte queste prospettive, questo tema può essere sviluppato anche a partire dal riferimento fatto sopra a quelle tipologie di flussi dall'Est europeo verso il continente. Questo tipo di movimento tra tutte le articolazioni casuali annovera anche alcuni fattori non riducibili né all'ambito economico, né a quello culturale, né a quello dei movimenti indotti da forze esterne.

    In alcuni casi, nascosta nel calderone dell'immigrazione internazionale e nelle ideologiche tipizzazioni dei paesi "ospitanti", si lascia intravedere una risposta ad una domanda di altro genere, domanda che potremmo definire inequivocabilmente politica. Tentare la via della fuga, una fuga non indotta ma scelta è, in questo caso, un atto altamente conflittuale, di dissenso aperto ed esplicito rispetto al mondo rappresentato dal proprio paese. Si evidenzia una forma d'insubordinazione da parte di chi è portatore di una coscienza particolarmente spiccata, di chi in vari modi si trova a rivestire il ruolo di "avanguardia" politica o culturale o artistica e che non rivendica tra i bisogni primari quello di far fronte a situazioni di particolare indigenza. Partire in questi casi è un voto politico, una forma di rifiuto che porta ad imboccare il sentiero dell'autovalorizzazione e della possibilità.

    La storia ha fornito diversi esempi di questo genere. Durante i primissimi anni di questo secolo consistenti flussi d'irlandesi verso gli Stati Uniti furono determinati dalla repressione della lotta di liberazione di quel popolo con l'occupazione permanente dell'esercito inglese. O ancora, sorvolando sugli esodi forzati del '900, per citare un caso d'estrema attualità, l'emigrazione delle migliaia di Kurdi è finalizzata innanzitutto all'ottenimento dell'asilo politico e determinata dalla politica repressiva del governo turco.

    Questi pochi cenni per ridimensionare due teorie classiche della demografia ufficiale secondo cui l'emigrazione prende il via "naturalmente" una volta superate delle soglie massime sostenibili di miseria o di densità di popolazione. L'emigrazione internazionale, quindi, non è soltanto un serbatoio passivo da cui il capitalismo attinge indiscriminatamente e non recita il ruolo di esercito di riserva al comando dei paesi ricchi e sviluppati. E' anche, in alcuni casi, un fenomeno di straordinaria autovalorizzazione, d'insubordinazione e di rifiuto delle condizioni politiche e ed economiche del paese d'origine.

    E' bene, comunque, collocare quest'ultima tipologia dei flussi migratori in posizione marginale nel panorama generale, perché a dettare tempi e modi della maggior parte dei flussi è il fattore propriamente economico. E' il mercato del lavoro a svolgere, secondo una consolidata tradizione, la funzione di principale polo d'attrazione nel sistema degli scambi economici. Lo stesso mercato del lavoro nel sistema capitalistico mostra i segni di alcune radicali variazioni, effetti delle ristrutturazioni e del passaggio di paradigma compiutosi nello scorso decennio. Essendo componente fondamentale del sistema produttivo stesso, è stato necessariamente intaccato da tali dinamiche che hanno finito per alterarne l'articolazione classica. A tali mutazioni hanno contribuito, tra gli altri, due fattori: il primo è quello più direttamente connesso al passaggio di paradigma per cui il mercato del lavoro oggi appare molto più segmentato che in un regime di produzione tendenzialmente fordista. Quelle zone un tempo omogenee, sono oggi frammentate al loro interno; il secondo è più legato alla presenza di forza-lavoro immigrata che rappresenta un elemento di sovversione degli standard della divisione del lavoro su scala nazionale.Questi due fenomeni, la frammentazione del mercato del lavoro e consistenti flussi d'immigrazione generano, o meglio ricreano, un fenomeno che da sempre è inequivocabile strumento di dominio e di controllo: l'etnicizzazione del lavoro. Una dinamica secondo la quale il mercato del lavoro viene gerarchizzato e segmentato e, in più, interi tasselli di questo mosaico vengono "attribuiti" secondo un criterio di selezione fondato sull'appartenenza ad un "gruppo etnico". L'immigrato appena giunto nel paese d'arrivo viene vincolato agli ultimi gradini della divisione sociale del lavoro dall'obbligo di avere un visto di ingresso e un permesso di soggiorno strettamente dipendenti da un contratto di lavoro. L'iter, teoricamente, dovrebbe articolarsi in una fase circoscritta di stanziamento in queste zone della divisione del lavoro e in un momento successivo in cui raggiunta una situazione normalizzata e naturalizzata dovrebbero spalancarsi le porte della libera mobilità nel mercato del lavoro. In sede pratica, invece, i connotati di questo momento iniziale si orientano sempre di più verso una costante irregolarità dovuta principalmente all'insaziabile fame di profitto di padroni e padroncini, e ad una massiccia spinta di immigrati "disponibili" a quel tipo di occupazioni. Così le porte della naturalizzazione sono di fatto blindate e la speculazione gioca sul puro ricatto. "E' come se la divisione etnica di casta, di sesso, fosse diventata necessaria per garantire un certo livello di sfruttamento che non reggeva più in termini unicamente di classe."

    E' all'ombra di queste dinamiche che attualmente si sviluppa quella "balcanizzazione del mercato del lavoro" oggi particolarmente evidente. In Italia, paese attraversato ampiamente in questi anni da fenomeni di tal genere, risulta evidente come ci sia una compartimentazione impermeabile tra differenti zone della divisione del lavoro e coma tali aree siano proprie di determinati gruppi etnici.

    Così, vagando per una strada di periferia di qualche grande città del Nord ci si può imbattere in laboratori tessili clandestini in cui dietro una serranda semichiusa in una stanzetta di cinque metri per cinque lavorano pressati uno sull'altro donne e ragazzi cinesi. Oppure notare che "l'ultima fascia" della gerarchia tra le prostitute è occupata da ragazze provenienti per lo più da paesi centrafricani e sudafricani. O ancora vedere come l'immigrazione albanese venga per lo più canalizzata nei cantieri edili a svolgere funzioni di manovalanza spesso dequalificati. E' poi ormai un clichè che a badare alle case dei borghesotti nostrani siano donne e uomini filippini. Così come nelle cucine dei ristoranti sono sempre più gli indiani e i pakistani a svolgere, spesso, funzioni di basso livello. Tutti questi fenomeni e una moltitudine di altri ancora evidenziano l'etnicizzazione del lavoro in forme aurorale, ancora distante dall'assumere quei contorni netti quali si manifestano in alcune realtà degli Stati Uniti. E' comunque palese l'articolarsi della realtà secondo una riformulazione del paradigma della divisione del lavoro, in cui a destare l'attenzione è una segmentazione funzionale alla frammentazione della forza lavoro. Insomma, a fronte di una massiccia e tendenziale proletarizzazione, il capitale si adopera a rendere tortuoso il sentiero della ricomposizione, avvalendosi di tutto ciò che all'interno dei rapporti materiali non eminentemente economici spinge alla rottura, alla chiusura e al precipitare delle relazioni tra comunità.

    L'etnicizzazione del lavoro si nutre di tutte le logiche di discriminazione razziale e non rappresenta altro che il risvolto operativo del razzismo adoperato come strumento di comando. Metaforicamente è riducibile alle strategie urbanistiche delle metropoli e delle città che iniziano ad essere attraversato da rilevanti fenomeni d'immigrazione nelle quali si ricreano sostanzialmente veri e propri ghetti. In fondo non si tratta d'altro che dell'immissione nella divisione sociale del lavoro di criteri di discriminazione che appartengono o sono appartenuti al patrimonio culturale-ideologico dei grandi imperi coloniali, delle politiche strategicamente razziste, dei razzismi di stato, delle ideologie delle culture, dei miti delle razze, delle divisioni etniche.

    E' ancora un processo che vede partecipe alla sua costituzione lo scarto tra l'esistenza di un diritto internazionalmente riconosciuto all'emigrazione (quando questa si mantiene al di qua della soglia stabilita dell'illegalità) e l'assenza di un diritto all'immigrazione, riproducendo in sostanza l'alienazione dell'"homo duplex" che è da una parte homo oeconomicus" in quanto soggetto da sfruttare e pedina da muovere "liberamente" secondo la logica di funzionalità e organicità al ciclo di valorizzazione, e dall'altra uomo non-cittadino assolutamente privo d'ogni forma di diritto di cittadinanza, cui si misconosce la partecipazione alla ricchezza socialmente prodotta e una piena ed effettiva appartenenza.

    In una società che continua a connettere la cittadinanza al lavoro, i "diritti" della persona e i "diritti" del lavoratore (e sarebbe tutta da discutere quest'accezione di diritto, o meglio, il concetto stesso di diritto concesso) nel caso dell'emigrante internazionale si dissociano. E' questa asimmetria a determinare la soglia varcata la quale si è considerati clandestini. Ed è indubbio che sia vitale per il capitale mantenere delle fasce di clandestinità nel momento in cui, introdotte nel mercato del lavoro queste s'immettono nei circuiti del lavoro informale notoriamente elastico e "disponibile" ad una domanda costante di lavoro precario. Più la condizione dell'emigrante è lontana dalla naturalizzazione, più è lungo il tempo di stanziamento in quel limbo che è il settore informale dell'economia, in cui a regnare è l'arbitrio assoluto dei mercanti di vite.

    Parallelamente alle tragiche farse delle sanatorie e delle politiche governative il potere autentico ha interesse ad una domanda e ad un'offerta strutturale di forza-lavoro informale, per quei settori caratterizzati da una forte discontinuità e irregolarità sia della prestazione lavorativa che della remunerazione. "Il mantenimento nei paesi del nord d'uno statuto inferiorizzato per gli immigrati del sud (lavoratori ma non cittadini) costituisce paradossalmente un fattore di riproduzione indefinita della domanda, d'attrazione. Un tale statuto porta a segmentare in maniera istituzionale e "legale" il mercato del lavoro." In questo processo, di straordinaria complessità, che comprende paese d'origine, paese d'arrivo, elementi causali dell'emigrazione, rotte, modalità, produzione o riproduzione di confini e frontiere, strategie delle forze della pubblica sicurezza, apparati di controllo e detenzione e ancora una moltitudine d'aspetti che riguardano l'intero assetto delle comunità sociali, c'è un ruolo particolarmente determinante interpretato da tutte quelle dinamiche d'inclusione" che partecipano al processo della sussunzione reale.

    C'è un gioco che in fondo è una surreale oscillazione tra esclusione effettiva e ideologia dell'inclusione. Oltre all'organizzazione del processo di lavoro, il dominio capitalistico svolge una funzione attiva anche nella riproduzione della forza-lavoro di cui "garantisce" non solo una necessaria sussistenza ma anche la formazione, che in un senso ampio e generico, potremmo definire "culturale". Quest'ultimo aspetto è imperniato e trae nutrimento dal razzismo di stato, -delle istituzioni, di un corpo sociale disciplinato come principio, norma ed esecutore di segregazione, eliminazione, normalizzazione - che si svela nascosto nell'antirazzismo istituzionale". Un razzismo nella filigrana dell'antirazzismo. Oltre alle "visioni del mondo" fondate su un fanatismo identitario, sulla difesa di una qualche "purezza" razziale, sociale, economica, sulla chiusura incondizionata delle frontiere, c'è un razzismo perverso anche nel patrimonio delle culture di stampo universalistico, proprio in quanto funzionali al processo di sussunzione reale, di disciplinamento della forza-lavoro immigrata.

    Alla base di tali orientamenti c'è spesso un lucido progetto di costruzione di un mondo "ideologico" comune agli sfruttatori e agli sfruttati, mondo fondato sull'egalitarismo come forma di dominio in nome di un linguaggio universale pronunciato nella lingua dell'universale.

    Le ideologie dei diritti umani universali2, il razzismo, il sessismo, il nazionalismo in quanto negazioni delle condizioni di esistenza sociale e finalizzate al dominio delle stesse, ma anche alcune forme antitetiche, alcune "negazioni delle negazioni, mirano utopicamente a restaurare un'unità perduta e si offrono quindi al recupero da parte di diverse forme di dominio".

    Pensiamo a queste differenziazioni fittizie e funzionali quali si ritrovano in alcune delle direzioni strategiche dei governi europei, da quelli d'impostazione liberale a quelli socialdemocratici, spesso varianti unicamente nominali assolutamente prive di un riscontro effettivo nella prassi politica. E' questa pratica istituzionale più o meno esplicita che coltiva e rilancia alcuni messaggi, alcune rappresentazioni in grado di mistificarsi, che genera il razzismo come fenomeno sociale totale non attribuibile quindi soltanto al delirio di coscienze individuali e collettive, ma identificabile come una delle forme d'espressione dei rapporti di potere.

    La storia recente è storia di un passaggio graduale da un razzismo biologico ad un razzismo senza razze, di natura culturalista fondato storicamente su una nozione di cultura come "struttura simbolica separata ". Così il "razzismo differenzialista" postula l'incompatibilità di culture differenti e non discrimina, quindi, evidentemente e palesemente secondo caratteristiche genetiche. Dal criterio razziale si passa ad una discriminazione praticata in nome dell'appartenenza ad un gruppo etnico, ad una cultura. In più si presenta come progresso, emancipazione, concessione di diritti, l'assimilazione – non effettiva- di un individuo in una società in cui probabilmente già vive da svariati anni. Grande prova di civiltà nell'impresa di dominio universale dal nome europeità.

    D'altronde dopo una prima fase di sterminio delle popolazioni autoctone da parte dei primi conquistatori europei, subentrò un progetto molto più "fine" ed "elegante" che si articolava su una graduale conversione di improduttiva carne da macello in forza-lavoro altamente produttiva ed intensamente sfruttabile nel nome dell'europeizzazione e dell'ottimizzazione delle risorse.

    Questo come risvolto pratico dell'ideologia che fonda una bianca ed adulta società occidentale, sistema di pensiero e di sfruttamento che nel segno del dominio si dipana attraverso la storia della religione e la storia della filosofia e che esplode in tutta la sua nefasta violenza nel sistema dell'economia-mondo capitalistica. Le gerarchie occupazionali e salariali seguono e si nutrono delle strategie classiche di dominio e controllo e si avvalgono di strumenti "raffinati" quali l'etnicizzazione del lavoro, criterio di divisione del lavoro sostanziato dalla creazione o ri-creazione continua di comunità razziali e sociali, che permettono di espandere o contrarre il numero di coloro che sono "disponibili" ad occupare l'ultimo gradino occupazionale e salariale.

    Un mondo - in cui a una tendenziale deindustrializzazione fa da contrappunto un pauperismo diffuso in grado di generare fenomeni quali quelli che attualmente abitano le metropoli statunitensi in cui la precipitazione delle relazioni tra comunità, le politiche repressive, gli abusi poliziesche, la strategia della paura e la moltiplicazione dei crimini razzisti acuiscono una forma di crisi- non fa altro che dare l'ennesima voce al problema millenario del rapporto con l'alterità".


     


     

    BIBLIOGRAFIA

    Yann Moulier-Boutang, Razza Operaia, Calusca Edizioni, Padova,1992

    E. Balibar – I. Wallertein, Razza Nazione Classe, Edizioni Associate, 1996

    J. Derrida, Otobiographies, Il Poligrafo,1993

    Aut Aut n. 275, Settembre-Ottobre 1996

    M. Foucault, Difendere la società, Ponte delle grazie, Firenze, 1990

    1 E' chiaro che i flussi che interessano l'Italia negli anni '50 e '60 non possono essere completamente qualificati come interni. Nello stesso periodo si davano consistenti flussi verso la Francia e l'Europa centrale oltre a quelli d'ordine extracontinentali. Così paesi come la Francia e l'Inghilterra sono scenario di un'immigrazione storicamente articolata su un piano internazionale, retaggio delle politiche colonialiste.

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