Lettori fissi

30 lug 2011




Battaglia di Cascina

Data 28 luglio 1364
Luogo Cascina(PI), Italia
Esito vittoria fiorentina

Schieramenti
Firenze Pisa
Comandanti
Galeotto Malatesta Giovanni Acuto
Anichino
Effettivi
15.000 (4.000 cavalieri, 11.000 fanti)
Perdite
- 2.000

La Battaglia di Càscina è il nome di un fatto d'armi avvenuto il 28 luglio 1364 tra le truppe pisane e quelle fiorentine in cui queste ultime vendicarono la sconfitta subita pochi mesi prima e che aveva consentito al celebre Giovanni Acuto - che combatteva con Hanneken von Baumgarten (Anichino/Annichino Bongarden/Bongarten), a capo, di 3000 corazzieri, o "barbute" (costituite da un cavaliere e un servente - o sergente - anch'egli montato), antesignane delle "lance") - di percorrere vittorioso la Valdinievole, Prato e di presentarsi una prima volta sotto Firenze, per poi proseguire nelle devastazioni e nelle lucrose razzie nel Mugello, nel Pistoiese e ancora di portarsi sotto le mura di Firenze, all'altezza di Porta S. Frediano, alla testa delle cui forze non si trovava più, perché licenziato, Pandolfo II Malatesta.

Firenze fu allora difesa da Enrico di Monforte, sì da sconsigliare lo stuolo pisano di Acuto e Anichino dal proseguire nella propria azione offensiva. Di lì a pochi mesi Firenze assoldò 11.000 fanti e 4.000 cavalieri, affidandoli a Galeotto Malatesta, ben accetto ai soldati. Questi impegnò le forze avversarie non proprio a Càscina, ma in una frazione del suo comune: a San Savino, in direzione di Pisa e colse una netta vittoria, provocando gravi perdite nello schieramento pisano grazie alla buona flessibilità e all'accorta disposizione tattica per la quale si misero in mostra in particolare Ranieri Grimaldi e i suoi 400 balestrieri, oltre agli uomini di Manno Donati, Bonifacio Lupi e dello stesso Enrico di Monforte, secondo di Galeotto Malatesta. La vittoria comportò la morte di un migliaio di soldati pisani e la cattura di altri 2.000 combattenti.
Interessante è la dinamica della giornata, riportata nella cronaca di Filippo Villani. Il 28 luglio le armate fiorentine sotto il comando di Galeotto Malatesta si presentano alle porte di Cascina a poche miglia da Pisa. La strada è libera ma la temperatura è insopportabile. Le armature dei guerrieri sono un supplizio sotto il sole cocente, molti se ne liberano per bagnarsi nell'Arno. Il Capitano è anziano e convalescente dalle febbri terzane e si abbandona ad un riposo pomeridiano, lasciando l'accampamento disorganizzato e sguarnito di difesa. Le spie pisane riferiscono la situazione al proprio esercito guidato dall'astuto John Hawkwood (Giovanni l'Acuto). Ma al campo fiorentino vegliano Manno Donati e l'amico Bonifacio Lupi, marchese di Soragna. Il timore dell'avvicinarsi dell'Acuto, fa dare da loro l'allarme al campo, finché il Capitano Malatesta, per continuare indisturbato il proprio riposo, delega i due compagni ad organizzare le eventuali difese. Così Manno e Bonifacio fanno preparare sulla strada maestra che va a Pisa, in vista della Badia di San Savino, un gruppo di armati fiorentini ed aretini, fiancheggiati dai 400 balestrieri genovesi di Ricceri Grimaldi. L'Acuto assaggia le forze fiorentine con tre scaramucce per valutarne la direzione d'attacco. L'Acuto attende però che il sole giri a suo favore per abbagliare i nemici e che si alzi il vento dal mare per portare la polvere della battaglia in faccia ai fiorentini. Ma commette due errori che gli costeranno la sconfitta: la distanza della strada tra i due eserciti è più lunga di quanto calcolato e l'afa opprimente rende le armature delle fornaci addosso ai suoi combattenti che, quasi tutti di origine inglese e tedesca, non sono abituati a combattere a quelle temperature e li rende più fiacchi e lenti nelle loro azioni.

Al momento dell'attacco l'esercito pisano ha la prima fila d'urto composta da cavalieri inglesi, seguita dalla fanteria pisana e poi dal Comandante con il grosso della sua cavalleria, momentaneamente appiedata. Il rapido assalto porta gli inglesi nel campo fiorentino senza che sia possibile organizzarne la difesa. Tuttavia i fiorentini contengono l'urto degli assalitori e, mentre la massa dei difensori oppone resistenza, Manno Donati e i suoi compagni escono dal campo e affrontano i Pisani sul fianco destro. La cavalleria tedesca dei fiorentini, guidata da Arrigo da Monforte, rallenta l'assalto e sfonda le linee pisane fino alle retrovie ed ai vettovagliamenti. Sull'altro lato, i balestrieri genovesi, appostati tra le rovine dei casolari e le asperità del terreno, bersagliano i Pisani. L'Acuto comprende subito che la sorpresa dell'attacco è fallita e, per non rischiare di subire perdite alla sua Compagnia, fa ritirare il grosso dei suoi inglesi fino sotto le mura di San Savino. La massa dei pedoni pisani è così, improvvisamente, abbandonata a se stessa, divenendo oggetto del violento contrattacco dei fiorentini. Tutta la campagna circostante è teatro di una caccia spietata ai fanti pisani, ormai fuggiaschi e inermi. La strada per Pisa è sgombra: la città è a portata di mano. Ma il Malatesta non era preparato ad una vittoria così totale e nonostante da più parti si chieda di proseguire per la conquista di Pisa, egli preferisce fermarsi. Fa riunire le truppe e raccogliere i prigionieri, mentre gli inglesi si rifugiano nell'abbazia di San Savino, dove molti dei quali moriranno per le ferite nei giorni seguenti. Il giorno dopo si cercano i morti ed i feriti dispersi nella campagna: si trovano ovunque, nei fossati, nelle vigne, tra i campi, molti corpi sono visti galleggiare nell'Arno spinti dalla corrente verso Pisa. La giornata ha dato oltre 1000 morti e 2000 prigionieri: quelli stranieri sono subito rilasciati, ma per consuetudine quelli pisani sono condotti a Firenze.


da Wikipedia

25 lug 2011





Gran Maestro dell’Ordine di san Giovanni di Gerusalemme
IL PRINCIPE JOSE’ COSMELLI RENDE OMAGGIO AL CAMPO DEGLI EROI


CASCIANA TERME – Continua incessante l’attività della Fondazione “Angiolo e Maria Teresa Berti”. In data 20 luglio 2011, ha reso infatti omaggio al Campo degli Eroi, il Gran Maestro della Federazione dei Priorati Autonomi dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme,sua altezza principe Josè Cosmelli. Nella visita era accompagnato da mons. Fabio Fabbri,prelato d’onore di Sua Santità e consigliere ecclesiastico emerito all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede.
Si è trattato di un incontro particolarmente cordiale, durante il quale all’ospite sono stati illustrati i 26 monumenti che costituiscono il patrimonio della Fondazione. Cippi e lapidi costruiti per iniziativa di Angiolo Berti, giornalista parlamentare, cittadino onorario di Casciana Terme, a partire dal 1984.
Al termine del percorso,il principe Cosmelli ha espresso vivo compiacimento per l’iniziativa del Campo degli Eroi e per il suo profondo significato storico ed umano, sostenendo l’importanza di stimolare soprattutto i giovani del nostro tempo a fare propri i principi di rispetto e solidarietà fra i popoli.
L’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme è attualmente operativo i 60 Paesi in un’ottica umanitaria,in particolare sotto il profilo della tutela della salute. La sede amministrativa si trova negli Stati Uniti e più precisamente a New York.
Il servizio di sicurezza all’incontro è stato fornito dalla CRI di Casciana Terme.

GIAN UGO BERTI
(riproduzione vietata)

14 lug 2011


14 luglio 1948: l'attentato a Togliatti
di Marco Innocenti (dal Sole 24 ore)





«Hanno sparato a Togliatti». La notizia fulmina gli italiani intorpiditi dal caldo il 14 luglio 1948. La voce dell'attentato si sparge a macchia d'olio e dall'Italia profonda sale un'esclamazione che sa di imprecazione: «Madonna, è Togliatti». A tre mesi dalle elezioni che hanno punito il Fronte popolare, Antonio Pallante, un esaltato studente di destra, offre al Pci la carta della rivincita.

Una scarica di rabbia
Mentre Togliatti si risveglia dall'anestesia la rabbia del popolo di sinistra si scarica in una serie di confuse manifestazioni a metà strada fra la jacquerie e l'insurrezione. Cortei imbandierati di rosso, furiosi come una piena in Polesine, battono le strade d'Italia. Il sincero dolore di compagni e simpatizzanti, l'angoscia, la voglia di rivoluzione e di rivincita si sommano e caricano le ore di paura. Il Paese è percorso da una scossa elettrica: operai e contadini in piazza, sciopero generale prima spontaneo poi ufficiale, l'urlo della folla in marcia, le fabbriche occupate, le sedi cattoliche devastate, le camionette della Celere in azione, i comizi del Pci, i primi colpi, le prime violenze.

Si spara
Il 15 compaiono i mitra: i dimostranti sparano, i celerini rispondono, si contano i primi morti. Togliatti ha invitato alla calma, ma l'Italia è un vulcano. Genova, Firenze, Torino e Venezia sono in rivolta. Il Governo mette in campo l'esercito. Sono le ore più drammatiche della breve storia repubblicana. Siamo nell'anticamera della guerra civile. In un Paese fermo - niente giornali, tram nelle rimesse, treni bloccati, Borsa chiusa - Scelba parla alla Camera. «È l'unico democristiano con gli attributi», dicono di lui, e non sbagliano. Le sue parole sono chiare: il Governo è in grado di controllare la situazione, polizia, carabinieri ed esercito non cedono alla piazza. Mostrando con energia la faccia legale del Paese, il ministro degli Interni di De Gasperi sta vincendo la sua battaglia.

La "bomba" Bartali
Mentre il pomeriggio tende alla sera giunge dalla Francia una notizia "bomba". Bartali, a 34 anni, ha distrutto Bobet e Robic sulle montagne del Tour. Grazie al suo potere sedativo la passione sportiva decongestiona quella politica. Il "vecchio" catalizza le emozioni degli italiani e contribuisce a sciogliere i grumi dell'odio. Un salvatore in più per l'Italia, che si aggiunge a Scelba, a Togliatti, al "pompiere" Stalin e forse a se stessa, perché, alla fine, a fatica, prevale il buonsenso. E la rivoluzione rientra nel cassetto.

Godiamoci l'estate
L'estate rovente del '48 va in archivio, portandosi dietro una guerra civile che non c'è stata e un bilancio pesante: 30 morti e 800 feriti. Con il suo aspetto bonario e il suo profondo cinismo Nenni giustifica la violenza. Alla Camera cesella una similitudine: «Che volete? Quando il fiume esce dal suo letto...». E l'Italia di tutti i colori politici va a godersi l'estate, la bella estate di Cesare Pavese.

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Dal punto di vista cronologico è posteriore alle battaglie americane, ma è importante notare l'enorme influenza che ha esercitato sull'Europa intera. Nonostante il suo fallimento, è diventata il modello di riferimento per giudicare le rivoluzioni.



Prima del 1789, la Francia era una monarchia assoluta legata alla tradizione medioevale. Il Re, fiancheggiato dal clero e dalla ricca nobiltà, deteneva i tre poteri. Lo stato era incapace di adeguarsi ai mutamenti in atto e opprimeva le masse, ormai vessate da sgravi fiscali. L'invio di truppe e rifornimenti per sostenere gli Americani in lotta contro gli Inglesi aggravò la pesante situazione economica francese già in crisi perché vincolata all'agricoltura. La tassazione nei confronti dei contadini aveva raggiunto il limite di sopportazione, già minato dagli esosi oneri signorili ricollegati ad un antico sistema feudale. Il peggioramento inesorabile della condizione contadina fu anche dovuto alla crisi che sconvolse la produzione cerealicola del 1787 a causa di disastri meteorologici. I tenui tentativi del sovrano Luigi XVI di riformare il sistema fiscale, altamente squilibrato, vennero contrastati dal clero e dai nobili in quanto avrebbero dovuto rinunciare a buona parte delle loro ricchezze e dei loro privilegi. Le proposte del ministro delle finanze Necker puntavano infatti a limitare la classe dirigente e ciò gli costò la carica. Egli aveva tentato di attuare un prelievo fiscale più equo coinvolgendo le classi ricche e una riduzione degli sprechi attraverso tagli delle spese. Inoltre, le idee illuministiche si erano ormai diffuse in tutta Europa proponendo un atteggiamento fortemente antitradizionalista, nutrito dalla convinzione che il passato, in particolare il Medioevo, coincidesse con l'età dell'ingiustizia, del sopruso, della superstizione e dell'ignoranza. Opponendosi a sistemi antiquati che limitassero la libertà del singolo individuo in funzione di un ideale cosmopolita. Se dal punto di vista sociale, la Francia era in una profonda crisi, anche il sistema politico non respirava aria salutare. Non solo i contadini, ma anche la media borghesia aveva degli obiettivi ben definiti ed uno di questi era l'entrata nelle decisioni politiche. Obiettivi che portarono alla convocazione degli Stati Generali, sintomo di un esteso scontro che durerà per 10 anni. Il Terzo Stato, non avendo ottenuto né il voto per partecipante né riunioni congiunte dei tre ordini, si trovò fortemente sottovalutato e limitato nel proprio operato. Rimase il voto per ordine che, ovviamente, era sinonimo di mancanza di libertà poiché il 98% della popolazione francese aveva un solo voto contro il rimanente 2% tra clero e nobiltà. La volontà di una partecipazione politica attiva della borghesia commerciale veniva quindi stroncata sul nascere.
Scrive l'abate Sieyès al riguardo: "Che cos'è dunque il terzo stato? Tutto, ma un tutto impedito e oppresso. Che sarebbe senza l'ordine privilegiato? Tutto, ma un tutto libero e fiorente." Il passo seguente alla convocazione degli Stati Generali fu la formazione di un Assemblea Nazionale svincolata dallo stato illiberale. Come già detto, l'inasprimento delle relazioni tra "rivoluzionari" ed "oppositori" provoca reazioni violente, e un chiaro esempio lo troviamo con la presa della Bastiglia il 14 luglio 1789. La formazione di un governo tradizionalista da parte del sovrano e la concentrazione di truppe attorno a Parigi, scatenò la reazione della borghesia che formò una milizia armata. Quasi spontaneamente si generò una rivolta che Luigi XVI sottovalutò senza prendere misure di contenimento.


Obiettivi

La rivoluzione francese è stata guidata dalla media borghesia che sfruttò la forza delle masse contadine, prive di grandi obiettivi rivoluzionari, per raggiungere i propri scopi. Il principale obiettivo della borghesia era l'ammodernamento attraverso il passaggio dalla monarchia alla repubblica. Un passaggio verso uno stato formato da classi determinate in base al patrimonio e non in base alla nascita. Cioè uno stato fondato sulla mobilità e capace di evolvere, non fossilizzato su un'immobilità medioevale. Tali idee sono riassumibili in una finalità: la libertà. Fin dall'Assemblea Nazionale, poi costituente con l'aggiunta di membri aristocratici, venne stilata la "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino" che fissò gli ideali rivoluzionari nel motto: "Libertè, Egalitè, Fraternitè". Questo implicò un passaggio verso i principi democratici di sovranità popolare e suddivisione dei poteri poi diventati effettivi nella Costituzione del 1791. Per raggiungere ciò, l'Assemblea abolì il regime feudale eliminando le corvèes e le decime, in un processo atto a colpire l'aristocrazia ed il clero.
Gli "assegnati" sono stati una soluzione al problema economico perché, oltre a limitare direttamente la ricchezza della Chiesa, hanno portato altro denaro nelle bisognose casse dello stato. Perciò, come scopo troviamo una lotta, spinta anche da uno spirito illuminista basato sulla razionalità, contro lo strapotere della Chiesa francese. E infatti la costituzione civile del clero del 1790 riformava l'organizzazione ecclesiastica sul modello di quella amministrativa. In più, sempre per migliorare le condizioni economiche, venne deliberata l'abolizione delle barriere doganali interne; la giustizia fu organizzata in modo più uniforme e ordinato. Un fine conseguente alla rivoluzione fu la guerra contro l'Austria voluta dai giacobini. Con tale scontro armato, essi sperarono di compattare le diverse fratture interne verso un unico avversario e quindi sistemare i contrasti nascenti. La genesi di una monarchia costituzionale sembrò porre termine alla rivoluzione, ma non fu così perché sia il sovrano insoddisfatto dei poteri limitati, sia i radicali giacobini desiderosi di partecipare attivamente alla politica minarono la precaria stabilità ottenuta dalla borghesia. Inoltre è chiara la decisione, degli anni seguenti, di cancellare tutto ciò che fosse legato al potere monarchico e di iniziare un processo di "scristianizzazione"; ne sono un esempio l'uccisione di Luigi XVI in pubblica piazza e la creazione di un nuovo calendario. Il secondo è un atto simbolico che taglia ogni legame con il passato. Le proposte radicali vennero sostenute da Robespierre, Marat e Danton. La rivoluzione ha anche come obiettivo la rivoluzione stessa. Nella costituzione del 1793, verrà fissato uno dei principi che la legittimerà pienamente. L'Articolo 35 recita: "Quando il governo viola i diritti del popolo, l'insurrezione è, per il popolo e per ogni frazione del popolo, il più sacro e il più imprescindibile dovere". Questo articolo rappresenta la volontà dei francesi di ribellarsi a ogni forma di oppressione e quindi giustificare gli sconvolgimenti rivoluzionari.

Opposizioni

Le forze di opposizione, in Francia, sono rappresentate dal monarca, dall'aristocrazia, dalla Chiesa, da contadini insoddisfatti e da monarchici. Fin dalla convocazione degli stati generali, sia il Sovrano che i suoi diretti sostenitori, continuarono a limitare le nascenti necessità del Terzo Stato non permettendogli di guadagnare potere. L'insoddisfazione di Luigi XVI per aver perso il potere assoluto lo portò ad atti controrivoluzionari nonostante fosse stata stabilita una monarchia costituzionale. Infatti, possedendo ancora il diritto di veto sulle decisioni dell'Assemblea Nazionale costituente, impedì tangibilmente i progressi borghesi. Il fine primario del Re era quindi la ricostituzione di una monarchia assoluta, anche con l'aiuto degli altri stati europei. Si ricordi che tali stati non legittimarono i nuovi governi rivoluzionari. Al fianco di Luigi XVI troviamo un gruppo di aristocratici fuggiti dalla Francia che cercarono di convincere le monarchie europee a dichiarare guerra alla madre patria. Per quanto riguarda la Chiesa, sempre si è opposta veementemente ai mutamenti improvvisi, violenti e pericolosi per difendere la propria egemonia. Dalla costituzione civile del clero, molti membri si rifiutarono di prestare giuramento alle istituzioni francesi e per questo vennero definiti "refrattari". Tutti i procedimenti dell'Assemblea verso la Chiesa, tuttavia, portarono più danni che miglioramenti. La somma di questa spinta controrivoluzionaria al mancato soddisfacimento dei bisogni della maggior parte dei contadini che non vedevano migliorare la propria condizione economica, anzi peggiorata dall'istituzione di una leva obbligatoria, portò gli stessi ad agire contro la rivoluzione. In Vandea, soprattutto, si notarono atti di ribellione poi soppressi nel sangue dalla dittatura di Robespierre. Era inevitabile che i contadini, privati della forza lavoro più giovane e della religione a cui erano secolarmente legati, non approvassero i successivi sviluppi della rivoluzione. Molti tra i francesi guidarono azioni controrivoluzionarie proponendosi come difensori della fede cattolica. Inoltre, ricordiamo i controrivoluzionari "termidoriani" che uccisero Robespierre (1794) ponendo fine alla "dittatura democratica" dei giacobini, agli anni del "Terrore"; riportando in funzione un governo borghese moderato.


Cambiamenti Effettivi

Il risultato immediato della rivoluzione fu l'abolizione della monarchia assoluta e dei privilegi feudali: la servitù, i tributi e le decime furono soppressi; i grandi possedimenti vennero frazionati e si introdusse un principio equo di tassazione. Con la redistribuzione delle ricchezze e dei terreni, la Francia divenne il paese europeo con il maggior numero di piccoli proprietari terrieri indipendenti. Tuttavia, la conclusione degli eventi fu un colpo di stato (18 brumaio 1799) ideato da Napoleone. Quindi, se l'obiettivo principale è stato l'abbattimento della monarchia per instaurare una repubblica, esso non può definirsi pienamente raggiunto perché, nonostante i travagli rivoluzionari, la Francia diventò nel 1804 un Impero con a capo Napoleone Bonaparte. Molti sono stati i cambiamenti ma, oggettivamente, la rivoluzione si è conclusa bruscamente con un ritorno al punto di partenza. Accadrà lo stesso in Russia un secolo dopo. Invece a livello sociale ed economico, furono aboliti l'incarceramento per debiti e il diritto di primogenitura nell'eredità terriera. Napoleone portò a compimento alcune riforme avviate durante la rivoluzione:
istituì la Banca di Francia, che era banca nazionale semi-indipendente e agente governativo in materia di valuta, prestiti e depositi pubblici; instaurò l'attuale sistema scolastico, centralizzato e laico; riorganizzò l'università e fondò l'Institut de France; stabilì l'assegnazione delle cattedre in base a esami aperti a tutti, senza distinzioni di nascita o reddito. La riforma delle leggi provinciali e locali fu incorporata nel Codice napoleonico (1804), che rispecchiava molti principi introdotti dalla rivoluzione: uguaglianza dei cittadini davanti alla legge; regolarità processuale e il diritto alla difesa. In tema di religione, i principi di libertà di culto e di stampa, enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo, portarono a una maggiore libertà di coscienza e al godimento dei diritti civili per protestanti ed ebrei. Furono inoltre gettate le basi per la separazione tra Stato e Chiesa. Gli esiti teorici della Rivoluzione francese si condensano nei principi di "Liberté, Egalité, Fraternité", che diventarono il vessillo per le riforme liberali in Francia e in Europa nel XIX secolo e sono tuttora i fondamenti della democrazia. Ritornando al concetto di Rivoluzione, dopo i 10 anni di duri scontri ed esecuzioni sommarie, possiamo dire di aver ricevuto una lezione sul suo significato e possibile sviluppo. Il periodo più tragico e, purtroppo, più attuale è stato il "Terrore" giacobino. Molte sono state le opinioni riguardo a questa parentesi. La Arendt, analizzando questo periodo, ha osservato che in Francia nessuna Costituzione era durata a lungo, la volontà delle Assemblee non era sufficientemente autorevole ed il monarca era stato decapitato. Secondo la sua opinione il problema di Robespierre e di molti rivoluzionari era di come assicurare che le conquiste della rivoluzione non andassero perse. La proclamazione della festa dell'Ente Assoluto sarebbe come la prova di questa necessità di un assoluto a cui ancorare la rivoluzione. Rifiutando la teoria della divisione dei poteri, e non riuscendo a dare nessuna autorità alle Costituzioni che furono promulgate, la rivoluzione francese si condannò ad una lunga navigazione senza riuscire a scorgere qualche approdo sicuro. Il terrore risulta allora come la conseguenza di un potere che in nome di obbiettivi elevati non riconosce limite legittimo al proprio operato. Perché si possano giustificare atti di grande violenza sono necessarie condizioni gravissime. Torniamo allora al paradosso che da buoni propositi si possa giungere ad azioni delittuose. In nome di questa deviazione dai progetti originali, corrotti dal terrore giacobino, l'opinione pubblica europea di letterati e intellettuali venne radicalmente modificata. Alfieri, Foscolo, Parini, Carducci sentirono molto profondamente gli animi rivoluzionari libertari ed egualitari. Ma vissero il terrore e le campagne napoleoniche in Italia come un "tradimento" verso quei valori che mossero la Francia pochi anni prima.

11 lug 2011




Lo sbarco in Sicilia (luglio 1943)

La Conferenza di Casablanca ed il piano di invasione della Sicilia: Operazione "Husky"



a cura di Claudio Li Gotti

Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 le forze Alleate britanniche, americane e canadesi sbarcarono sulle spiagge della Sicilia, ancora controllata dalle forze dell’Asse, nell’ambito della cosiddetta "Operazione Husky". Nell’arco di terra tra Licata e Siracusa si riversarono 160.000 soldati; 4000 aerei da combattimento e da trasporto fornirono l’appoggio dal cielo mentre nel mare ci furono 285 navi da guerra, due portaerei e 2.775 unità di trasporto.

Lo sbarco in Sicilia fu la seconda più imponente operazione offensiva organizzata dagli Alleati nella seconda guerra mondiale, la più vasta in assoluto nel settore del Mediterraneo; soltanto con l’invasione della Normandia ("Operazione Overlord"), undici mesi dopo, si riuscì ad impiegare un numero maggiore di uomini. Per la prima volta apparvero il DUKW, camion anfibio a sei ruote, ed il LST, mezzo da sbarco per i carri armati. Nella fase iniziale vennero sbarcate ben sette divisioni (tre inglesi, tre americane ed una canadese) contro le cinque sbarcate nel corso della corrispondente fase in Normandia.

La Sicilia venne liberata in soli 39 giorni quando, il 17 agosto, le truppe Alleate entrarono a Messina dopo aver conquistato tutte le altre importanti città (Palermo il 22 luglio, Catania il 5 agosto) e costringendo i tedeschi alla fuga verso la Calabria.

L’idea di invadere la Sicilia era emersa dapprima a Londra durante l’estate del 1942, quando vennero fissati due importanti obiettivi strategici nel Mediterraneo per le forze inglesi: Sicilia e Sardegna, alle quali furono assegnati rispettivamente i nomi in codice di Husky e Brimstone. Ma la possibilità di un invasione tutta britannica della Sicilia venne immediatamente esclusa. Dopo aver sconfitto le truppe italo-tedesche ad El Alamein, in Egitto, e dopo il successo dell’invasione del Marocco e dell’Algeria (novembre 1942, "Operazione Torch"), le truppe Alleate anglo-americane si accingevano a conquistare l’Africa settentrionale. Ora che la vittoria in Nordafrica era prossima, bisognava preparare la mossa successiva; la Conferenza di Casablanca, chiamata in codice "Operazione Symbol", fu organizzata il 14 gennaio del 1943 proprio per prendere una decisione comune sul da farsi. E la risposta fu: invadere la Sicilia. La più grande isola del Mediterraneo, a 130 km dalla costa della Tunisia, rappresentava la porta per entrare in Italia e segnare il primo attacco alla "Fortezza Europa"; la Sicilia gettò la basi per le decisive battaglie che seguirono nel 1944.

La decisione finale non fu però facile; inglesi ed americani avevano infatti due opposte concezioni della guerra. Gli americani, fiduciosi delle loro immense risorse materiali, erano per un attacco frontale contro la Germania da attuarsi con un invasione della Francia del nord attraverso il Canale della Manica; gli inglesi, consapevoli di possedere minori risorse ma più esperti sui mari, preferivano invece un attacco meno diretto e continuare la strategia sul Mediterraneo volta a portare fuori dalla guerra l’Italia (considerata il "ventre molle" dell’Europa). Alla conferenza, la rappresentanza britannica era capeggiata dal Primo Ministro W. Churchill e dal capo di Stato maggiore imperiale, il generale sir Alan Brooke; inoltre erano presenti l’ammiraglio sir Dudley Pound, il maresciallo di campo sir John Dill (che rappresentava i capi di Stato maggiore inglesi a Washington) ed il futuro maresciallo della Royal Air Force sir Charles Portal. La delegazione americana era molto ridotta ed impreparata rispetto a quella inglese, poiché i più esperti ed importanti ufficiali di Stato maggiore erano rimasti a Washington. Oltre al Presidente F.D. Roosevelt, erano presenti il generale George C. Marshall, capo di Stato maggiore dell’esercito americano, l’ammiraglio Ernest J. King, capo delle operazioni navali ed il generale H.H. Arnold, che comandava le Forze aeree.

L’accordo che venne raggiunto a Casablanca, dopo forti contrasti tra i comandanti delle due potenze Alleate, fu in realtà un compromesso tra le due rispettive concezioni della guerra. A prevalere fu comunque la strategia complessiva inglese: gli americani finirono per appoggiare le richieste inglesi di continuare le operazioni sul Mediterraneo, attraverso l’invasione della Sicilia, in cambio dell’impegno da parte degli inglesi per un attacco diretto sul Canale l’anno successivo.

In seguito all’accordo di Casablanca, il Generale Dwight D. Eisenhower, già comandante delle forze Alleate in Nordafrica, ebbe il comando supremo dell’operazione Husky. Sotto di lui, il generale Sir Harold Alexander fu designato comandante di tutte le forze di terra ed ebbe la diretta responsabilità dei combattimenti, l’ammiraglio Andrew B. Cunningham doveva essere il comandante delle Forze navali mentre il comando delle Forze aeree Alleate fu assegnato al maresciallo dell’Aria Sir Arthur Tedder. Lo Stato maggiore unificato (JPS-Joint Planning Staff) affidò ad Eisenhower il compito di formare un quartier generale per organizzare il piano di invasione e alla fine di gennaio venne creato un gruppo di programmazione ad Algeri che prese il nome di "Task Force 141" perché gli era stato dato il numero della stanza dell’albergo dove ebbe luogo il primo incontro. Vennero create due distinte unità operative che avrebbero dovuto agire in modo autonomo in Sicilia: una orientale, britannica, chiamata "Force 545" ed una occidentale, americana, chiamata "Force 343". Come comandanti dell’esercito Eisenhower scelse il Generale Sir Bernard Montgomery a capo dell’Ottava Armata inglese ed il Tenente Generale George Patton per la Settima Armata americana; il comando navale e dell’aviazione sarebbe invece spettato rispettivamente all’Ammiraglio Ramsay ed al vice Maresciallo dell’aria Broadhurst per l’unità orientale, al vice Ammiraglio Hewitt ed al Generale House per quella occidentale. Comunque i comandanti Alleati erano impegnati in nord Africa contro le truppe dell’Asse e fino ad aprile non dedicarono molta attenzione all’Operazione Husky. Il primo tentativo di piano proponeva atterraggi degli inglesi tra Siracusa e Gela, seguiti da una divisione d’assalto su Catania, mentre gli americani dovevano far atterrare una divisione nei pressi di Sciacca seguita da un’assalto su Palermo, per catturare il suo porto. Montgomery espresse le sue preoccupazioni sul piano della force 141 direttamente al quartier generale di Algeri, davanti ad Eisenhower ed Alexander. Egli riteneva più appropriato che gli americani sbarcassero sulla costa meridionale per prendere gli aerodromi e rinunciassero allo sbarco a Palermo; il comandante dell’Ottava Armata si aspettava una forte resistenza delle forze dell’Asse in Sicilia perciò chiedeva un atterraggio iniziale più forte e più concentrato. Il piano di Montgomery scatenò le reazioni degli altri comandanti superiori: sia Tedder che Cunningham erano favorevoli all’idea di sbarchi sparpagliati, mentre Patton era in collera poiché la proposta di Montgomery avrebbe relegato le truppe americane ad un ruolo di minore importanza, mentre gli inglesi avrebbero compiuto le imprese maggiori. Per superare le divergenze, Eisenhower convocò un incontro tra tutti i comandanti per il 2 maggio, ad Algeri. Qui Montgomery riuscì a far valere le sue ragioni militari per far cancellare l’operazione su Palermo e dirottare lo sforzo americano solo sulla zona di Licata-Gela-Scoglitti. Eisenhower, rendendosi conto che la crisi doveva giungere ad una fine, il 3 maggio prese la decisione di accettare la versione di Montgomery che poi venne adottata come piano definitivo per la presa della Sicilia (il 13 maggio).

Nel piano, l’VIII Armata avrebbe assalito quella parte di costa situata tra Siracusa e Pozzallo, con quattro divisioni (la 5° e la 50° del XIII Corpo d’Armata, la 1° canadese e la 51° Highland del XXX Corpo d’Armata) ed una brigata indipendente (la 231° di fanteria) con lo scopo di catturare il porto di Siracusa e le zone di sbarco intorno a Noto e Pachino, per poi prendere contatto con la VII Armata di Patton a Ragusa. Le forze avrebbero proseguito verso nord per impadronirsi dei porti di Augusta e di Catania e dei campi di aviazione di Gerbini, tutti importanti obiettivi strategici, per poi spingersi alla cattura di Messina e isolare le truppe dell’Asse dall’Italia continentale.

La VII Armata sarebbe sbarcata nell’area del Golfo di Gela, tra Licata e Capo Scaramia, con due divisioni del II Corpo d’Armata, la 1° (chiamata Dime Force, che doveva attaccare Gela) e la 45° (chiamata Cent Force, che avrebbe attaccato Scoglitti), più una sotto task force separata (Joss Force) composta da 27000 uomini della 3° divisione guidata dal generale Lucian Truscott (rinforzata da un battaglione di Rangers e da una rappresentanza di 900 marocchini) che doveva dirigere un attacco simultaneo contro Licata. I principali obiettivi della Task Force americana erano il porto di Licata e i campi di aviazione di Ponte Olivo, Comiso e Biscari, per poi prendere contatto a Ragusa con le truppe dell’VIII Armata e proteggere il loro fianco sinistro.

Prima degli sbarchi delle due Armate erano previsti atterraggi di truppe aviotrasportate e di alianti della 1° Brigata di sbarco aereo e dell’82° divisione aviotrasportata per ostacolare i movimenti e le comunicazioni nemiche e per aiutare a catturare i campi d’aviazione nel settore di Gela e l’importante ponte sul fiume Anapo a sud di Siracusa.

Le forze navali, infine, erano suddivise in due task forces (orientale e occidentale) e dovevano appoggiare gli sbarchi delle due Armate, sostenendole con il cannoneggiamento navale. L’imponente flotta di 3200 navi riunite per l’operazione Husky fu la più gigantesca che si sia mai vista nella storia mondiale.


Documentazione:

Carlo D’Este, Lo sbarco in Sicilia, Mondadori 1990

A. Santoni, Le operazioni in Sicilia e Calabria, S.M.E. 1983

S. Rigge, La campagna d’Italia in Storia del mondo contemporaneo, vol. IV

Lo sbarco in Sicilia (luglio 1943)



Alla vigilia dello sbarco le forze italiane impegnate in Sicilia assommavano a 170.000 uomini con 100 carri armati, mentre i tedeschi erano 28.000 con 165 carri. La superiorità aerea degli Alleati era assoluta e quella della marina totale poiché la nostra flotta, benché numerosa e potente, era rintanata nei porti di Taranto e di La Spezia. Da parte loro, gli Alleati prevedevano di impegnare nell'operazione Husky, come veniva indicato in codice lo sbarco in Sicilia, 1375 navi da guerra e da trasporto, 1124 mezzi da sbarco, 4000 aerei e circa 160.000 uomini con 600 carri armati e 800 camion. La superiorità alleata era dunque schiacciante. Fin dalle prime ore dello sbarco contro la Sicilia sarebbe stata scaraventata una forza immane, imbarcata su una flotta di cui mai, nella sua storia millenaria, il Mediterraneo aveva visto l'eguale.

Preliminare necessario allo sbarco era considerata l'occupazione di Pantelleria che l'opinione pubblica italiana, suggestionata dalla propaganda, era abituata a considerare una specie di Malta, cioè una base quasi inespugnabile.

L'8 giugno 4 incrociatori e 4 cacciatorpediniere scaricarono le loro batterie contro l'isola: l'azione fu seguita personalmente da Eisenhower e dall'ammiraglio Cunningham, imbarcati sull'incrociatore Dawn. Lo stesso giorno gli aerei lanciarono migliaia di manifestini che invitavano la guarnigione alla resa. Il 10 giugno, poche ore dopo un nuovo bombardamento, l'aviazione dell'Asse scoprì che dal porto tunisino di Susa stavano partendo mezzi da sbarco con uomini e carri armati, l'isola venne messa in stato di allarme. Nelle ore successive, il ritmo dell'azione diventò concitato. Alle 18,20 Supermarina, ritenendo che l'isola potesse resistere almeno qualche giorno, propose al comando supremo che la difesa venisse prolungata finché la guarnigione aveva «acqua da bere e munizioni da sparare». Ma si trattò di un'illusione di breve durata. Meno di un'ora dopo l'ammiraglio Pavesi, comandante della base, faceva sapere al comando supremo che, a causa delle condizioni dell'isola, provava «il triste dovere di dichiarare che tutte le possibilità materiali di resistenza erano esaurite».

Alle 11,30 del giorno 11 gli Alleati sbarcano a Pantelleria senza incontrare resistenza. Il giorno successivo si arrende anche la guarnigione di Lampedusa. L'episodio di Pantelleria resta peraltro abbastanza oscuro: l'isola aveva acqua e munizioni per resistere ben più a lungo di quanto effettivamente fece e da un'inchiesta giudiziaria istruita nel dopoguerra risultò che si arrese appena apparvero le prime navi alleate. Una difesa, insomma, non sarebbe stata neppure tentata.

L'attacco a Pantelleria e a Lampedusa rivelò, ormai senza ombra dì dubbio, che il prossimo obiettivo degli Alleati sarebbe stata la Sicilia. La località degli sbarchi restava però ignota. I tedeschi pensavano alla Sicilia occidentale; gli italiani ritenevano invece più probabile uno sbarco nella Sicilia orientale, nella zona dove effettivamente avvenne.

Venne adottata una soluzione di compromesso che si sarebbe rivelata inefficiente e al limite disastrosa.Ai primi di luglio dei 1943 tutto era pronto nel campo alleato. Lo sbarco in Sicilia, considerato dagli storici un episodio secondario, rappresentò in realtà il primo attacco a quella «fortezza Europa» che Hitler pensava di avere reso inespugnabile. Esso fu anche la prima operazione anfibia effettuata dagli Alleati e, come tale, fu una specie dì prova generale dell'operazione Overlord, lo sbarco in Normandia.

Lo sbarco



George S. Jr. Patton alla fine della guerra conquistò la quarta stelletta

La notte del 9 luglio la 7^ armata statunitense, al comando del gen. George S. Patton, e l’8^ armata inglese del gen. Bernard Law Montgomery, a bordo di circa 3000 natanti, salpano dai porti della Tunisia alla volta della Sicilia (le due armate fanno parte del XV Gruppo di armate comandato dal gen. Alexander). La difesa della Sicilia è affidata alla 6^ armata italiana del gen. Alfredo Guzzoni, in cui militano agguerriti contingenti tedeschi di rinforzo.
Nella notte truppe aviotrasportate vengono lanciate sulle zone sud- orientali dell’isola in cui è previsto lo sbarco anglo-americano, ma il vento impetuoso (che raggiunge forza 7), la scarsa visibilità e la poca esperienza di lanci notturni rendono praticamente inutile questo primo tentativo di attacco aviotrasportato.
13400 paracadutisti, del colonnello americano James M. Gavin comandante l’82^ divisione aviotrasportata, finiscono con il disperdersi su una area vastissima rendendo scarsamente efficace l’intervento. Intanto la navigazione delle unità che trasportano le forze da sbarco prosegue tra gravi difficoltà: il vento impetuoso e il mare agitato mettono a dura prova i fanti alleati.

Alle prime luci dell’alba del 10 luglio, alle ore 4,45, inizia lo sbarco alleato sull’isola (operazione “Husky”): 160.000 uomini con 600 carri armati mettono piede sulla costa sud-orientale della Sicilia, gli americani della 7^ armata nel Golfo di Cela (tra Licata e Scoglitti), gli inglesi dell’8^ armata di Montgomery nel Golfo di Siracusa, tra il capoluogo e Pachino. Gli sbarchi avvengono senza troppe difficoltà grazie al preciso e intenso fuoco di copertura delle navi e perché i difensori non si aspettano uno sbarco in quelle condizioni meteorologiche (in effetti non meno di 200 mezzi da trasporto vengono messi fuori combattimento per effetto della violenta risacca): durante le operazioni, caccia anglo-americani decollati da Malta e Pantelleria sorvolano in formazione i punti dello sbarco per respingere eventuali contrattacchi dell’Asse. Mentre l’8^ armata inglese non trova praticamente resistenza e i suoi reparti nella notte entrano a Siracusa, gli americani della 1^ divisione e i Rangers, una volta conquistata Gela (verso le 8), devono affrontare i vigorosi contrattacchi della divisione tedesca Hermann Goring e della italiana Livorno. Gli scontri termineranno solo alle 14 del 12 luglio, con la ritirata degli italo-tedeschi. Alla fine gli americani catturano 18.000 prigionieri ma perdono, tra morti e feriti, un migliaio di uomini.

La conquista della Sicilia da parte degli Alleati sarà completata in 39 giorni, il 17 agosto del 1943, con l'occupazione di Messina e la ritirata delle truppe italo-tedesche in Calabria.

08 lug 2011



Il manifesto Russel-Einstein: la dichiarazione presentata il 9 luglio 1955 (nel pieno della Guerra fredda) a Londra in occasione di una campagna per il disarmo nucleare e che aveva avuto come promotori Bertrand Russell ed Albert Einstein (morto nell'aprile dello stesso anno). Nel documento - controfirmato da altri 11 scienziati e intellettuali di primo piano - Einstein e Russell invitavano gli scienziati di tutto il mondo a riunirsi per discutere sui rischi per l'umanità prodotti dall'esistenza delle armi nucleari.


TESTO



In considerazione del fatto che in ogni futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi mettono in pericolo la continuazione stessa dell'esistenza dell'umanità, noi rivolgiamo un pressante appello ai governi di tutto il mondo affinché si rendano conto e riconoscano pubblicamente che i loro obiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e li invitiamo, di conseguenza, a cercare mezzi pacifici per la soluzione di tutte le questioni controverse fra loro. Nella tragica situazione cui l'umanità si trova di fronte noi riteniamo che gli scienziati debbano riunirsi in conferenza per accertare i pericoli determinati dallo sviluppo delle armi di distruzione di massa e per discutere con una risoluzione nello spirito del progetto annesso. Parliamo in questa occasione non come membri di questa o quella Nazione, Continente o Fede, ma come esseri umani, membri della razza umana, la continuazione dell'esistenza della quale è ora in pericolo. Il mondo è pieno di conflitti e, al di sopra di tutti i conflitti minori, c'è la lotta titanica tra il comunismo e l'anticomunismo. Quasi ognuno che abbia una coscienza politica ha preso fermamente posizione in una o più di tali questioni, ma noi vi chiediamo, se potete, di mettere in disparte tali sentimenti e di considerarvi solo come membri di una specie biologica che ha avuto una storia importante e della quale nessuno di noi li può desiderare la scomparsa. Cercheremo di non dire nemmeno una parola che possa fare appello a un gruppo piuttosto che a un altro. Tutti ugualmente sono in pericolo e se questo pericolo è compreso vi è la speranza che possa essere collettivamente scongiurato. Dobbiamo imparare a pensare in una nuova maniera: dobbiamo imparare a chiederci non quali passi possono essere compiuti per dare la vittoria militare al gruppo che preferiamo, perché non vi sono più tali passi; la domanda che dobbiamo rivolgerci è: <>. L'opinione pubblica e anche molte persone in posizione autorevole non si sono rese conto di quali sarebbero le conseguenze di una guerra con armi nucleari. L'opinione pubblica ancora pensa in termini di distruzione di città. Si sa che le nuove bombe sono più potenti delle vecchie e che mentre una bomba atomica ha potuto distruggere Hiroshima, una bomba all'idrogeno potrebbe distruggere le città più grandi come Londra, New York e Mosca. È fuori di dubbio che in una guerra con bombe all'idrogeno le grandi città sarebbero distrutte; ma questo è solo uno dei minori disastri cui si andrebbe incontro. Anche se tutta la popolazione di Londra, New York e Mosca venisse sterminata, il mondo potrebbe nel giro di alcuni secoli riprendersi dal colpo; ma noi ora sappiamo, specialmente dopo l'esperimento di Bikini, che le bombe nucleari possono gradatamente diffondere la distruzione su un'area molto più ampia di quanto non si supponesse. È stato dichiarato da fonte molto autorevole che ora è possibile costruire una bomba 2500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima. Una bomba all'idrogeno che esploda vicino al suolo o sott'acqua invia particelle radioattive negli strati superiori dell'aria. Queste particelle si abbassano gradatamente e raggiungono la superficie della terra sotto forma di una polvere o pioggia mortale. Nessuno sa quale grandezza di diffusione possano raggiungere queste letali particelle radioattive, ma le maggiori autorità sono unanimi nel ritenere che una guerra con bombe all'idrogeno potrebbe molto probabilmente porre fine alla razza umana. Si teme che lei, qualora venissero impiegate molte bombe all'idrogeno, vi sarebbe una morte universale, immediata solo per una minoranza mentre per la maggioranza sarebbe riservata una lenta tortura di malattie e disintegrazione. Molti ammonimenti sono stati formulati da personalità eminenti della scienza e da autorità della strategia militare. Nessuno di essi dirà che i peggiori risultati sono certi: ciò che essi dicono è che questi risultati sono possibili e che nessuno può essere sicuro che essi non si verificheranno. Non abbiamo ancora constatato che le vedute degli esperti in materia dipendano in qualsiasi modo dalle loro opinioni politiche e dai loro pregiudizi. Esse dipendono solo, per quanto hanno rivelato le nostre ricerche, dall'estensione delle conoscenze particolari del singolo. Abbiamo riscontrato che coloro che più sanno sono i più pessimisti. Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile ed inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra? È arduo affrontare questa alternativa poiché è così difficile abolire la guerra. L'abolizione della guerra chiederà spiacevoli limitazioni della sovranità nazionale, ma ciò che forse più che ogni altro elemento ostacola la comprensione della situazione è il fatto che il termine <> appare vago ed astratto, gli uomini stentano a rendersi conto che il pericolo è per loro, per i loro figli e loro nipoti e non solo per una generica e vaga umanità. È difficile far sì che gli uomini si rendano conto che sono loro individualmente ed i loro cari in pericolo imminente di una tragica fine. E così sperano che forse si possa consentire che le guerre continuino purché siano vietate le armi moderne. Questa speranza è illusoria. Per quanto possano essere raggiunti accordi in tempo di pace per non usare le bombe all'idrogeno, questi accordi non saranno più considerati vincolanti in tempo di guerra ed entrambe le parti si dedicheranno a fabbricare bombe all'idrogeno non appena scoppiata una guerra, perché se una delle parti fabbricasse le bombe e l'altra no, la parte che le ha fabbricate risulterebbe inevitabilmente vittoriosa. Sebbene un accordo per la rinuncia alle armi nucleari nel quadro di una riduzione generale degli armamenti non costituirebbe una soluzione definitiva, essa servirebbe ad alcuni importanti scopi. In primo luogo ogni accordo fra Est e Ovest è vantaggioso in quanto tende a diminuire la tensione internazionale. In secondo luogo l'abolizione delle armi termonucleari se ognuna delle parti fosse convinta della buona fede dell'altra, diminuirebbe il timore di un attacco improvviso del tipo di Pearl Harbour che attualmente tiene entrambe le parti in uno stato di apprensione nervosa. Saluteremo perciò con soddisfazione un tale accordo, anche se solo come un primo passo. La maggior parte di noi non è di sentimenti neutrali, ma come esseri umani dobbiamo ricordare che perché le questioni fra Est e Ovest siano decise in modo da dare qualche soddisfazione a qualcuno, comunista o anticomunista, asiatico, europeo o americano, bianco o nero, tali questioni non devono essere decise con la guerra. Desideriamo che ciò sia ben compreso sia in oriente che in occidente. Se vogliamo, possiamo avere davanti a noi un continuo progresso in benessere, conoscenze e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte perché non siamo capaci di dimenticare le nostre controversie? Noi rivolgiamo un appello come esseri umani ad esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se sarete capaci di farlo vi è aperta la via di un nuovo Paradiso, altrimenti è davanti a voi il rischio della morte universale.


Firmatari del manifesto

Max Born
Percy W. Bridgman
Albert Einstein
Leopold Infeld
Frédéric Joliot-Curie
Herman J. Muller
Linus Pauling
Cecil F. Powell
Joseph Rotblat
Bertrand Russell
Hideki Yukawa

03 lug 2011


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UNA LAPIDE A PIERFRANCESCO CIPOLLINI E GIULIANO DELL' AMICO
EROI E MARTIRI DELLA RESISTENZA


Il Gruppo Giustizia e Libertà dellAN.P.I. di Carrara con la solidarietà di tutti
i componenti la benemerita Associazione, rievoca il sacrificio dei due Cugini, eroi e martiri della resistenza, nel sessantasettesimo anno della Loro scomparsa avvenuta il 27 giugno 1944 e dedica una lapide alla memoria.


Cipollini Pierfrancesco figlio di Andrea e di Elena Di Natale, nasce a Somervill
e nel Massachusset (USA) il 24 febbraio 1923 ed è in quel periodo residente in Carrara
via Santa Maria 12. E' iscritto al terzo anno della facoltà di Medicina e Chirurgia presso

l'Università, di Pisa Prima di risiedere a Carrara abita a Lucca presso una zia,perché il padre molto rispettoso dei principi cattolici Dio, Patria, Famiglia ,vuole che frequenti la Scuola Statale Italiana.Il padre Andrea ritorna a Carrara subito dopo la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti e riprende con sé il figlio. portandolo nella abitazione di viaSantaMaria12.
Chi ha conosciuto Pierfrancesco da vicino riferisce di avere avuto l'impression
e di un giovane riservatissimo ,dimesso .... ma uomo preparato in materia politica che aveva contatti anche con persone di alto livello nel mondo della sinistra.


Giuliano Dell' Amico nasce a Carrara il 22 febbraio 1925, dove risiede con la fa
miglia in vicolo Castelfidardo 5 E' figlio di Dante, piccolo impresario del marmo, e
di Minerva Cipollini (la tanto amata e stimata Maestra Cipollini)!
Giuliano, caro ragazzo ,sempre educatissimo, il compianto Pietro Tassinari,

partigiano combattente, fa questa affettuosa descrizione." ricordo Giuliano, giovane di
modi dolci, che facevano trasparire la sua bontà. Si differenziava da noi - particolare che mi è ben tornato alla memoria- perché nel parlare non usava la forma dialettale.".
Una persona molto nota in città, presente all' epoca dei fatti, mi ha raccontato
che"nell'estate del 1944,e più precisamente all'alba del 27 giugno, i due cugini furono presi e rinchiusi al Balilla. Per due giorni si sentirono grida in continuazione ... Li videro portare fuori dal Balilla fracassati di botte ..(sic.). Il tutto nacque da una spiata ... (sic.) Furono trovate armi e sotto il letto una pistola.


Il primo ad essere catturato fu Piefrancesco nella sua abitazione di via Santa Maria dove abitava con il padre Andrea.
Giuliano, non si sa come, fu avvertito e tentò di fuggire, ma fu bloccato all'uscita della sua abitazione in vicolo Castelfidardo 5. Furono rinchiusi nel balilla sede della Brigata Nera inviata appositamente da Bergamo in funzione antipartigiana sotto il comando dal famigerato capitano Rosmini,.Da qui furono trasferiti a La Spezia successivamente,forse, a Genova,ma la ricostruzione di questa fase è stata fino ad oggi infruttuosa.
Lo stesso Andrea si era gettato disperatamente alla ricerca del figlio Pierfrancesco ,ma
ahimè! vanamente. Da allora non si sono avute più notizie ....


Ci piace concludere questo ricordo con le parole di Lido Galletto ,caro amico di
recente scomparso, e di Gorgio Lindi, riportate nel loro libro "Storie dì giovani eroi":
"Questo libro è nato dal bisogno di non dimenticare il sacrificio di quei giovani del nostro

territorio che hanno donato la loro vita per la libertà del popolo italiano dal fascismo e

dal nazimo."
Pierfrancesco e Giuliano appartengono alla schiera dei testimoni supremi.
Anche per rispetto a questi giovani, per troppo tempo dimenticati ,la nostra storia non va
mistificata e la memoria deve durare limpida e cristallina così come vogliono tu
tti i protagonisti della lotta di liberazione, ancora vivi e presenti.
Carlo Ceccopieri, Vicepresidente AN.P.L Provincia Massa-Carrara,
Alfredo Mazzucchelli presidente FIAP provinciale

01 lug 2011


Il mondo che va avanti e si ripete


La Domenica del Corriere, 30 luglio 1899 Ingrandisci l'immagine Testata La Domenica del Corriere
Origine Milano - Italia
Data di pubblicazione 30 luglio 1899

I lavori pel traforo del Sempione: nelle viscere del monte
Il 19 maggio 1906 venne inaugurata la prima galleria del traforo ferroviario del Sempione e il 1°giugno 1906 il primo treno a vapore percorse la tratta. Da allora e fino ai nostri giorni sono transitate milioni di persone e sono circolate enormi quantità di merci. E guardando al futuro il Sempione si prepara a diventare la porta del Mediterraneo sull'Europa. Fin dall'epoca dei romani, come attestano numerosi documenti storici, la strada del Sempione è sempre stata un'importante via di comunicazione tra la Pianura Padana e l'alto Rodano, tra l'Italia e la Svizzera, tanto per il commercio, quanto per spedizioni militari. Una lunga storia di relazioni che i due paesi si apprestano a commemorare ufficialmente il 19 e il 20 maggio. E che i due comuni di Domodossola (Italia) e di Briga (Svizzera) – protagonisti degli imminenti festeggiamenti del centenario - hanno già voluto ricordare l'anno scorso attraverso un gemellaggio, in segno di fratellanza ed amicizia tra le due comunità e i due popoli. Nella lunga vita di questo valico si intrecciano anche nomi illustri, scrittori, viaggiatori, condottieri. E nella rosa dei personaggi che fecero la gloria del Sempione spicca anche, come vedremo, uno svizzero. La storia del Sempione si perde dunque nella notte dei tempi. Conosciuti già in epoca preistorica, i monti del Sempione furono dapprima meta di caccia, poi verdi pascoli. Sotto il controllo dei Leponti il valico divenne un collegamento primario tra il Vallese, l'Italia e il cuore dell'Europa. Fu tuttavia l'imperatore romano Settimo Severo (196 d.C.), come risulta dalle ricostruzioni preparate per il centenario, "ad attivare una strada carreggiabile che, valicando il Sempione, mantenesse i collegamenti tra le province transalpine. L'epoca romana fu dunque la prima epoca di splendore per il valico". Il dissesto del mondo romano si rispecchiò anche sul passo: la mancata manutenzione ne causò infatti il declino nei primi secoli del Medioevo. Anche se nei periodi più freddi il Sempione mantenne comunque la sua funzione di via di transito, a causa dell'inaccessibilità degli altri passi. Sebbene il Seicento fu un secolo piuttosto buio, attorno al 1630 il traffico sul Sempione conobbe un deciso rilancio come via di transito principale tra il nord e il sud dell'Europa. Il commerciante di Briga Kaspar Jodock von Stockalper ne fu l'indiscusso artefice. Appartenente ad una ricca famiglia di Briga, secondo alcuni di origine italiana, Stockalper divenne in età giovanissima notaio e scrivano pubblico. Plurilingue (ne conosceva correttamente cinque), mostrò da subito un innato senso commerciale. Si occupava, in particolare, di trasporto merci sul passo del Sempione e scortava i cortei di nobili durante i loro spostamenti. Con un'accorta politica di alleanze internazionali, che ne fece ben presto il più influente uomo politico del Vallese, costruì una fitta rete di relazioni su scala europea. I suoi viaggi gli permisero di stringere relazioni commerciali dalla Spagna alle Fiandre. La sua ricchezza ed i suoi successi gli fecero conquistare il soprannome di "Roi du Simplon" (Re del Sempione), ma gli attirarono anche numerose inimicizie. L'intervento strutturale forse più evidente attribuibile all'opera di Stockalper tra la Svizzera e l'Italia, fu il miglioramento e la messa in sicurezza della vecchia mulattiera medievale che assunse poi il suo nome "Stockalperweg". Essa permise, attorno al 1630, di riportare il Sempione ad essere il principale passaggio commerciale fra Nord e Sud Europa. Le opere promosse da Stockalper permisero lo sviluppo di un servizio postale efficiente, affidato fino ad allora a suonatori, musicisti ambulanti, monaci erranti e forse anche a messaggeri vescovili. Stockalper intuì che l'introduzione di un sistema postale fisso potesse giovare al commercio. Fu poi istituito un corriere a cavallo che portava le lettere da Ginevra a Milano in otto giorni d'estate e dieci di inverno. Lungo la nuova strada del Sempione, vennero così costruite nuove stazioni di posta con stalle per i cavalli. Una fitta serie di convenzioni nel corso del XVIII secolo testimonia il continuo progredire della posta attraverso il Sempione. La costruzione di una vera strada fra il Lago Lemano e il Lago Maggiore attraverso la valle del Rodano e il Sempione, fu opera di Napoleone Bonaparte per rispondere ad esigenze militari. I lavori, avviati nel 1801, furono completati nel tempo record di cinque anni, nel 1806. Milano, capitale della Repubblica Cisalpina, era così collegata con Ginevra e Parigi. L'idea di realizzare un traforo ferroviario dovette però aspettare fino al 1893; nel 1898 iniziarono i lavori che si conclusero otto anni dopo, non senza un alto tributo di vite umane: i morti furono infatti 106. La costruzione del tunnel segnò definitivamente un'epoca. Dai primi viaggi di lusso da Londra a Istanbul sul mitico Orient-Express – il primo passaggio è del 1919 - oggi il Sempione è una via di transito percorsa da milioni di donne, uomini, merci. E sempre più aperta sul Mediterraneo. Ma senza l'intervento dei partigiani – che nella notte tra il 21 e 22 aprile 1945 sminarono il traforo che i tedeschi volevano far esplodere – la storia del Sempione avrebbe avuto un esito diverso.