Lettori fissi

29 giu 2010




   

 
 

28 MAGGIO 1943: LIVORNO SOTTO IL FUOCO AMERICANO
>E' il 28 maggio 1943 e per la prima volta, da quando è iniziato il secondo conflitto mondiale, la città di Livorno subisce un bombardamento aereo "ALLA CIECA" da parte degli alleati. Tutto inizia alle undici del mattino, quando la popolazione, abituata al coprifuoco con quell'attesa angosciosa di un evento che prima o poi avrebbe conosciuto, ma che non si aspettava certo in pieno giorno, si dà da fare in quelle che sono diventate ormai le attività quotidiane di guerra contro un duro e potente invasore. Improvvisamente l'urlo contemporaneo e terrificante delle sirene di allarme sconvolge la vita dei livornesi, che presi dal terrore si affrettano a ripararsi nei rifugi . E' l'attacco che da troppo tempo si aspettavano; e che senz'altro la cinica freddezza degli Alleati non glielo avrebbero risparmiato.

Quante volte avevano sentito passare sulle loro teste i rumori assordanti delle fortezze volanti che ritornavano dalle loro incursioni e quante volte avevano ringraziato Dio per essere di nuovo scampati ad una tragedia. Adesso era la loro volta.

Quel giorno però Livorno toccò con mano il suo primo bombardamento a tappeto, ovvero come lo chiamavano gli inglesi, "area bombing". L'effetto di questa drammatica tattica di attacco aereo era teso a paralizzare i servizi essenziali della città e con essi le sue industrie.

A tale proposito già Churchill, durante il primo attacco inglese a Foggia, che era costato 22.000 vittime, ebbe a  dire che l'aveva "coventrizzata". Quella fatidica mattina del 28 maggio 1943 la "coventrizzazione" toccò a Livorno. Venticinque minuti dopo che erano suonate le sirene, Livorno venne sommersa dal ferro e dal fuoco. Il primo lancio di bombe sconquassò la città. I tetti, le mura e gli edifici interi saltarono in aria e le macerie ricadendo ovunque causavano ulteriori danni e vittime. Da Borgo Cappuccini agli Scali D'Azeglio, via Roma, via Maggi, Viale Italia, allora Regina Margherita, via de Larderel, via S. Carlo, via Venezia; ovunque c'era la distruzione, il fuoco, il fumo ed i morti non si riusciva a contarli da tanti che erano.

Se lo ricorda ancora con lucidità Piera Fiorentini, classe 1919, che allora abitava in un palazzo di cinque piani vicino alla Fortezza vecchia.
"Ogni volta che suonava la sirena - racconta -, terrorizzati scendevamo in cantina. Portavo con me i due figli piccoli, che all'epoca avevano rispettivamente 2 e 4 anni. La fretta era tanta e tale che spesso dovevamo scappare mezzi nudi, senza avere neanche il tempo di vestirci , questo fu quando Livorno fu colpita dal bombardamento più violento. Fummo costretti a scappare a Montenero - prosegue - e a dormire sotto le logge del santuario. Erano tempi difficili e la fame si faceva sentire. A un certo punto fummo portati in una fattoria a Castel Fiorentino. Là dovevamo elemosinare la verdura e il pane dai contadini, ma spesso eravamo costretti a rubarla durante la notte. A volte abbiamo dovuto mangiare le bucce dei baccelli perchè non avevamo niente". Piera, che parla anche dei difficili giorni "della ricostruzione",
quando la città era in ginocchio e per rialzare interi palazzi ci vollero sacrifici disumani, ha ancora in mente il rumore che facevano i bombardieri che squarciavano l'aria prima di lanciare le bombe sulla città; ha tuttora in mente la vera realtà di chi furono i "cari" "liberatori". 
"Ancora oggi - spiega -  quando sento passare un aereo a bassa quota  ho un tuffo al cuore". Alla fine del primo bombardamento che colpì la città si disse che i civili caduti erano poche centinaia, ma a parte questo dato opinabile non si contarono i marinai né i lavoratori del porto. I dati ufficiali (sicuramente inferiori alla triste realtà) parlano di circa 500 morti e 600 feriti, soltanto nella prima incursione. Al primo attacco seguirono, a distanza di pochi minuti l'uno dall'altro, altri bombardamenti. Fu l'inizio dell'inferno. Successivamente Livorno venne di nuovo attaccata il 28 giugno 1943 alle 10,50 circa e poi a ripetersi, senza pietà per tanta miseria umana, circa altre cento volte.

Dai ricordi appresi di allora, emerge la raccapricciante morte dei cittadini nel rifugio degli Scali D'Azeglio, dove una bomba, centrandolo in pieno, causò l'abbassamento della massicciata stradale, schiacciando tutti quei poveretti, tanto che i soccorritori dei giorni seguenti dovettero seppellirli senza poterli contare. Dopo Il primo bombardamento Livorno venne gradualmente abbandonata dai suoi abitanti, si creò una zona nera (interdetta) che comprendeva praticamente tutto il centro a partire da piazza Cavour. Di quei tempi oggi restano solo alcune foto. Sono il simbolo della guerra, della distruzione, e del dolore. Di un'epoca archiviata, che però nessuno dovrà mai dimenticare.

   NOI MAI DIMENTICHEREMO LE VIOLENZE CHE OGNI GUERRA PROVOCA

 
 

 
 

  

27 giu 2010


Domenica 27 giugno 2010

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IF n°49
Sanguinose pagine di storia italiana
Sanguinose pagine di storia italiana :I FATTI DI GENOVA 1960

di Rossella Porcheddu

Il 1960 fu un anno cruciale per l’Italia, in cui si decisero i futuri assetti del governo, e gli eventi tragici che si susseguirono, a partire dalle manifestazioni di Genova alla strage di Reggio Emilia, fino ai fatti di Catania e Palermo determinarono una svolta epocale. La situazione politica italiana in quegli anni era profondamente instabile, dal 1955 al 1960 si erano alternati cinque governi e la Democrazia Cristiana, allora a capo del paese con una maggioranza relativa, si trovava di fronte ad una scelta obbligata. Avrebbe potuto aprire una strada verso la sinistra e il Partito Socialista oppure verso la destra e il Movimento Sociale Italiano. L’apertura ai partiti di sinistra, che guardavano favorevolmente a un’intesa con i moderati, però avrebbe necessariamente significato un’alleanza con il Partito Comunista, inviso ai cattolici. Il Governo Tambroni, subentrato nell’aprile del 1960, ottenne la fiducia alla Camera grazie al voto determinante del Movimento Sociale Italiano. I ministri Giulio Pastore, Giorgio Bo e Fiorentino Sullo, insieme ai sottosegretari Antonio Pecoraro, Nullo Biaggi e Lorenzo Spallino, tutti appartenenti alla sinistra democristiana, si dimisero immediatamente per protestare contro il voto determinante del MSI.  “Per la prima volta il Movimento Sociale, dichiaratamente fascista, pur con al suo interno qualche segno di evoluzione, acquistava un ruolo di governo. E questo apriva una serie di reazioni da parte delle forze di sinistra di ispirazione socialista e non, ma anche da parte della Democrazia Cristiana tanto è vero che i tre ministri si dimisero. Il governo Tambroni apparve come una scelta tra le due alternative, non più l’apertura alle forze socialiste ma l’unione con le forze della destra dichiarata”, così commenta Renzo Bonazzi, sindaco di Reggio Emilia dal 1962 al 1976. Il governo Tambroni fu in qualche modo l’ultimo tentativo di fermare l’evoluzione del centro sinistra e in una certa misura un passo indietro rispetto agli obiettivi perseguiti fino a quel momento. Quella svolta tanto auspicata si prospettava dunque molto lontana. Le ripercussioni si sentirono non solo all’interno del governo ma anche, in maniera più generalizzata, in tutto il paese, da nord a sud. “Probabilmente molti, me compreso, al momento della costituzione del governo Tambroni, non capirono il rischio che tale involuzione avrebbe comportato, e però, in forma quasi istintiva e inconsapevole, la reazione fu tanto forte quanto generale in tutto il paese”, dichiara l’avvocato Dino Felisetti.  Ad avere un ruolo di primo piano negli eventi del giugno e del luglio 1960 furono i giovani, coloro i quali fino a quel momento erano ritenuti spoliticizzati, senza coscienza politica, incapaci di far valere i propri diritti. Per la prima volta in quei mesi si assistette non solo ad una ritrovata unità antifascista ma anche ad un impegno politico combattivo da parte di quei giovani che non avevano partecipato alla Resistenza. Lo storico Massimo Storchi a questo proposito fa notare come “Si guardava ai giovani con uno sguardo distante, soprattutto perché iniziavano a sentire l’attrazione per gli Stati Uniti, la moda, i blue jeans, la musica. Li si chiamava Teddy Boys con un chiaro riferimento alle bande americane. In realtà poi i giovani erano quelli che ci lasciavano la pelle, andavano in piazza a morire”.
Quei ragazzi dalle magliette a strisce erano dei nuovi italiani, coscienti dei propri diritti e pronti a combattere per esercitarli. Una rinnovata classe operaia impegnata in una lotta pacifica ma allo stesso tempo massiccia e compatta contro le nuove forze al governo. L’occasione per i giovani di dimostrare il loro rinvigorito impegno politico si presentò nel giugno del 1960, quando il Movimento Sociale annunciò, in quella che fu letta come un’aperta provocazione alle forze di sinistra, non solo che sarebbe stata Genova ad ospitare il congresso annuale del partito, ma anche che a presiederlo sarebbe stato Emanuele Basile, prefetto della città sotto la Repubblica di Salò. Genova tutta fu nelle mani dei lavoratori portuali, alla guida di decine di giovani, supportati dai comandanti partigiani. La polizia non riuscì a disperdere i manifestanti, i quali incendiarono jeep ed eressero barricate, accesero un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell’ordine. Il congresso venne annullato, ma il governo da allora in poi attuò la linea dura. Tambroni era un uomo tanto determinato quanto spregiudicato se è vero che negli anni in cui fu Ministro dell’Interno su di lui si aggirò una ‘leggenda nera’. Fautore di una politica di “legge ed ordine”, dopo i fatti di Genova ordinò a tutte le prefetture italiane che fosse vietato qualsiasi raggruppamento formato da più di due persone. Reggio Emilia, città medaglia d’oro della Resistenza, non mancò di dare il proprio contributo con una manifestazione pacifica. Nel sottolineare il contesto sociologico in cui quei fatti ebbero luogo, lo storico Massimo Storchi tiene a ribadire che “Nella storia d’Italia, quando successe un fatto importante, Reggio e l’Emilia furono sempre presenti e questo accade ancora oggi. È una capacità di non tirarsi indietro rispetto a ciò che avviene. C’è una consapevolezza di essere cittadini più qui che altrove”. La Cgil di Reggio Emilia, che aveva indetto lo sciopero generale per la giornata del 7 luglio, non ottenne dalla prefettura il permesso di poter svolgere la manifestazione in piazza. La Sala Verdi però non riuscì a contenere tutti gli operai delle fabbriche reggiane, parte dei quali si riversarono in Piazza della Vittoria nonostante la mancata autorizzazione. Renzo Bonazzi, assessore della giunta Campioli, rispetto a quei fatti dichiara: “Tambroni aveva emanato direttive ai prefetti e questori di tutta Italia di reprimere drasticamente qualsiasi manifestazione che non fosse stata autorizzata. Il fatto che si formassero cortei e agglomerati di persone all’aperto era una contravvenzione all’autorizzazione che era limitata alla Sala Verdi. Se gli scontri ci furono avvennero perché  le direttive del governo rendevano inevitabile che si formassero situazioni per cui le forze di polizia avevano l’ordine di intervenire. Evidentemente quello che sorprese e che il governo e gli stessi organizzatori della manifestazione non si aspettavano, fu la reazione molto più decisa e tenace di quella che qualcuno aveva potuto prevedere”. Benché la manifestazione fosse pacifica, la polizia penetrò nella piazza disperdendo la folla, che si rifugiò nel vicino Isolato San Rocco, e successivamente facendo fuoco. Davanti ad una reazione così violenta e inaspettata fu quasi impossibile cercare di mettere rimedio. Colpiscono a questo proposito le parole dell’avvocato Dino Felisetti, presente in piazza quel torrido pomeriggio di luglio: “Ricordo in particolare un episodio che mi è rimasto impresso e continua a rimanermi impresso in termini quasi indelebili: un personaggio piccolo di statura dell’età di 65 o 70 anni con la fascia del sindaco della città, avanzare verso il comandante di una pattuglia di polizia che stava sparando, invitandolo a capire che stava facendo una cosa incredibile. Quell’uomo si prese sulle spalle la rappresentanza generale di tutta la piazza per mostrare che la manifestazione non aveva intenti di rivolta ma di salvaguardia della democrazia”.
Cesare Campioli, allora sindaco di Reggio Emilia, uomo di modesta statura e di origini contadine, ebbe un ruolo di mediazione tra i manifestanti e le forze dell’ordine, pur non riuscendo a sovvertire in alcun modo l’esito degli eventi. Uomo semplice e affabile non rinnegò mai, neanche in quel contesto drammatico, la lotta per la libertà e per la giustizia contro il fascismo. Anzi con orgoglio sottolineava di aver partecipato a tutte le battaglie dei lavoratori per la difesa dei loro diritti. La battaglia del 7 luglio fu tanto drammatica nel suo esito quando significativa per la città di Reggio Emilia in particolare e per l’Italia in generale. Non fu una manifestazione della sinistra contro il Movimento Sociale; tutte le forze politiche, anche della Democrazia Cristiana, si schierarono dalla parte dei manifestanti. Basti pensare che il professor Corrado Corghi, allora presidente regionale della DC, si schierò dalla parte degli operai, compromettendo la propria carriera politica. Quel governo Tambroni che aveva bloccato lo sviluppo dell’Italia all’alba del boom economico, era inviso non solo ai comunisti, ma a larghi strati dell’opinione pubblica che simpatizzavano per la DC. Dopo i fatti sanguinosi che investirono tutta la penisola, da Genova a Catania, Tambroni fu costretto a dimettersi, aprendo finalmente la strada alla svolta tanto attesa. Quei fatti dolorosi ridefinirono gli assetti politici ed economici dell’Italia, che si apriva ad una nuova fase.
L’avvento delle forze di centrosinistra fu la risposta ad una società che chiedeva un cambiamento, che pretendeva, soprattutto all’indomani di quei fatti, un’esperienza nuova, che guardasse al futuro politico ed economico del paese.

LO SFONDO POLITICO ITALIANO

Dopo la disfatta del secondo governo Segni, caduto il 23 marzo 1960, l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi diede l’incarico di formare il nuovo governo a Fernardo Tambroni, esponente di secondo piano della Democrazia Cristiana. Determinanti furono i voti di ventiquattro rappresentanti del Movimento Sociale Italiano, partito politico costituito dai reduci della Repubblica Sociale Italiana ed esponenti del regime fascista. Due mesi dopo la nomina di Tambroni, il Movimento Sociale Italiano organizzò il proprio congresso nazionale a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, chiamando a presiederlo quell’Emanuele Basile che era stato prefetto di Genova durante la Repubblica di Salò. Le proteste immediate coinvolsero per la prima volta tutte le fasce sociali, dai più anziani ai giovani, sia operai che studenti. Dinanzi al protrarsi della rivolta, la prefettura di Genova annullò il congresso. Il governo rispose dando l’ordine alla polizia di attuare, da quel momento in poi, una ‘linea dura’ contro i manifestanti.
I fatti di Reggio Emilia. Il 6 luglio la Cgil di Reggio Emilia indisse uno sciopero generale per il giorno successivo. La Sala  Verdi, designata per la manifestazione non riuscì a contenere i 20.000 manifestanti, tanto che i 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane si riversarono in Piazza della Vittoria, raccogliendosi davanti al Monumento ai Caduti. La polizia aveva proibito gli assembramenti e lo stesso altoparlante della Cgil lo ricordava in continuazione ai manifestanti. Di fronte al venire meno dell’ordine la polizia penetrò nella piazza carica disperdendo la folla che trovò riparo nel vicino Isolato San Rocco. Di fronte alla disperata resistenza dei manifestanti, che lanciavano sulla piazza le seggiole dei bar, pezzi di legno e sassi, le forze dell’ordine impugnarono le armi da fuoco e cominciano a sparare. Alla fine degli scontri rimasero a terra i corpi di cinque operai, dislocati in punti distanti fra loro.
I caduti
Lauro Farioli aveva 22 anni, una moglie e un figlio. Era soprannominato ‘Modugno’ per una somiglianza con il cantante. Uscito di casa con indosso un paio di pantaloncini, una camicetta rossa e le ciabatte fu colpito in pieno petto e cadde riverso sul sagrato della chiesa di San Francesco. Marino Serri, ex partigiano di 41 anni veniva da una famiglia poverissima di Casina. Ebbe la sola colpa di affacciarsi da un angolo per gridare con tutta la rabbia che aveva in corpo ‘Assassini’. Cadde sotto una raffica di mitra. Aveva solo 19 anni Ovidio Franchi, che lavorava come apprendista in una piccola officina del reggiano. Frequentava le scuole serali per conseguire l’attestato di disegnatore meccanico. Colpito in piazza Cavour da un proiettile all’addome morì poco dopo per le ferite riportate.Nei pressi del negozio di Zamboni, nell’Isolato San Rocco, morì Emilio Reverberi. Lavorava alle Officine Reggiane dall’età di 14 anni ed era stato licenziato per la sua iscrizione al Partito Comunista.  Al centro della piazza della Libertà spirò Afro Tondelli, segretario locale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Solo al centro della piazza, venne colpito dall’agente Orlando Celani, che sparò un colpo sicuro in accurata posizione di tiro. Queste le sue ultime parole: “Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia”.
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Il processo

Nel 1964 si svolse a Milano il processo a carico del vicequestore Giulio Cafari Panico, a capo delle forze di polizia all’epoca dei fatti, dell’agente Orlando Celani, che aveva sparato ad Afro Tondelli e di alcuni altri agenti del reparto. , che avrebbe dovuto svolgersi nella città in cui era avvenuto il fatto, per quella che nel linguaggio giudiziario si definisce ‘legittima suspicione’ fu trasferito in altra sede. In sostanza si temeva, per un legittimo sospetto, che i giudici di Reggio Emilia, non sarebbero stati imparziali nel valutare gli eventi. L’esito fu di assoluzione per gli imputati per “non aver commesso il fatto”. Dino Felisetti partecipò in veste di avvocato al processo e a questo proposito dichiara: “Volendo essere sincero fino in fondo devo anche dire che io ebbi molte riserve per il modo con il quale si accettò che la partita giudiziaria venisse conclusa senza ulteriori giudizi in gradi successivi e che in un modo o nell’altro si sia accettato, forse per ragioni politiche superiori un risarcimento dei danni come succede in un qualsiasi incidente stradale”. Sull’esito del processo influì forse la situazione politica del paese, perché, come ha dichiarato Renzo Bonazzi “La riapertura del processo avrebbe fatto riemergere i dissensi che allora divisero la Democrazia Cristiana al suo interno e con i suoi alleati. Una sentenza che decidesse di chi erano le responsabilità avrebbe rischiato di riaprire una dialettica politica che non conveniva riaprire”. Certo è che ancora oggi molte domande non trovano risposta e che l’esito del processo sminuì l’importanza storica e politica di quell’evento.


 

  

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un palco, una macchina da presa, un testo…insomma, la vita!”

Nota introduttiva

Vittorio Gassman ha attraversato, nella sua carriera, tutti i generi e i ruoli: drammatico e comico; da attore, regista, autore; in teatro, cinema e televisione. E sempre con grande successo, rappresentando autori classici e moderni, sia in Italia che all’estero.

Pur affondando le proprie radici nella tradizione del teatro classico alto, Gassman ha fatto di tutto per avvicinarvi il grande pubblico. Basti ricordare che il suo Amleto del 1952 superò, con una serie di tutto esaurito, i tre mesi di programmazione nella stessa sala, mentre all’epoca le compagnie cambiavano spettacolo dopo poco repliche.
Fu anche il primo a portare i classici (come Adelchi) in luoghi dove mai erano arrivati, utilizzando nel 1960 un tendone da circo (il T.P.I. - Teatro Popolare Italiano). Solo molti anni dopo avrebbero proliferato gli “innovativi” teatri tenda. Non va dimenticato il suo contributo alla diffusione della poesia, sia classica (Dante, Leopardi) che moderna e contemporanea (i poeti della Beat Generation negli anni Sessanta).

E’ anomalo e curioso che un attore etichettato da sempre come tradizionale abbia apportato così tante innovazioni. E non soltanto in teatro.
Il suo Mattatore televisivo fece molto scalpore all’epoca (1959). Si può affermare che fu rivoluzionario: una sorta di programma-contenitore ante litteram, dove poesia e numeri da circo, linguaggio colto e battuta popolare si alternavano e si fondevano armonicamente.

Anche nel cinema Vittorio Gassman non fu da meno: ai grandi personaggi tragici (come ne Il Sorpasso, Profumo di Donna, La famiglia, La cena) alternava quelli cialtroneschi e popolari (L’armata Brancaleone, La grande guerra, I soliti ignoti) - e sempre con grande successo.

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Cronologia

Sintetizzare in poche righe la vita di Vittorio Gassman è un’impresa pressoché impossibile, tanto è ricco ed intricato l’intreccio delle passioni su cui si è andata sviluppando – passioni strettamente sentimentali e passioni professionali. Diamo di seguito la cronologia delle tappe fondamentali della vita privata e della carriera dell’attore, rimandando alle sue biografie ed autobiografie il lettore che volesse approfondirne la conoscenza (vedi in “bibliografie”nella pagina iniziale).


1922 Vittorio Gassmann - due enne all’anagrafe - nasce a Genova (in località Prato, borgata Struppa) il 1° settembre 1922, secondo figlio di Heinrich, ingegnere edile, di nazionalità tedesca, di Karlsruhe, e di Luisa Ambron, casalinga, di origini toscane.

1927 La famiglia si trasferisce a Palmi Calabro, dove il padre è impegnato in costruzioni antisismiche e l’anno successivo a Roma dove Vittorio abiterà per sempre.

1928 Frequenta la scuola elementare Regina Elena.

1933 Entra al Ginnasio-Liceo Torquato Tasso.

1936 Muore il padre, Heinrich Gassmann.

1939 Vittorio comincia a frequentare la società sportiva Parioli e, in particolare, gioca a pallacanestro. Parteciperà a due campionati di serie A e entrerà anche a far parte della squadra nazionale, disputando alcuni incontri.

1941 Consegue la maturità classica.

Pubblica “Tre tempi di poesia”, Il Sagittario Edizioni, Roma, con una introduzione di Luigi Squarzina.

Si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma. Contemporaneamente la madre, quasi a sua insaputa, lo iscrive all’Accademia nazionale d’Arte Drammatica, diretta da Silvio D’Amico, e frequentata anche da Luigi Squarzina, Carlo Mazzarella e Luciano Salce. Oltre a questi, i suoi amici e colleghi sono Adolfo Celi, Vittorio Caprioli, Nino Dal Fabbro, Mario Landi, Luciano Lucignani, Umberto Magaldi, Neri Mazzocchi.

1941/1942 Scrive con Luciano Salce “L’educazione teatrale”, pubblicato postumo da Gremese Editore, Roma, 2005, a cura di Giacomo Gambetti ed Emanuele Salce.

1943 Dopo due anni abbandona l’Accademia per il suo primo ingaggio teatrale, a Milano, ma prima di partire sposa Nora Ricci, figlia di Renzo Ricci e Margherita Bagni, nipote di Ermete Zacconi.

1945 Il 29 giugno nasce Paola, figlia di Vittorio Gassman e Nora Ricci.

Gli anni successivi sono tutti dedicati al teatro, dove Gassman s’impone tra i maggiori attori della sua generazione, sia nei ruoli drammatici che comici.

1952 Il 28 aprile, a Ciudad Juarez, Messico, pronuncia di divorzio tra Nora Ricci e Gassman. Due ore dopo, Vittorio sposa Shelley Winters.

1953 Il 14 febbraio nasce Vittoria, figlia di Vittorio e Shelley Winters. Ma anche il matrimonio con l’attrice americana non è di lunga durata e l’anno successivo, a Santa Monica, California, si compie il divorzio tra Gassman e Shelley Winters.

1956 Gira e interpreta Keam genio e sregolatezza, suo primo film da regista.

1958-59 Interepreta i film che lo porteranno alla popolarità: I soliti ignoti e La grande guerra, entrambi per la regia di Mario Monicelli.

Sempre nel ’59, orami all’apice della sua carriera teatrale, va in onda la trasmissione televisiva che gli regalerà una popolarità vastissima e quel soprannome che non lo abbandonerà mai più: Il Mattatore.

1960 Vittorio fonda il T.P.I. - Teatro Popolare Italiano, una proposta innovativa per quei tempi: i suoi spettacoli, allestiti in una grande tenda da circo, girano per tutta l’Italia e riscuotono un enorme successo. Il pubblico lo applaude in Adelchi di Manzoni, Orestiade di Eschilo (tradotta appositamente per Gassman da Pasolini), Un marziano a Roma di Flaiano. Suscita critiche e discussioni la sua interpretazione di Questa sera si recita a soggetto di Pirandello.
Conclusasi l’iniziativa del T.P.I., per difficoltà tecniche e di allestimento degli spettacoli, l’attore in questi anni si dedica principalmente al cinema, proseguendo nelle sue proverbiali interpretazioni:

Il sorpasso e I mostri di Dino Risi, rispettivamente del 1962 e 1963.

1965 Il 24 febbraio nasce Alessandro, figlio di Vittorio e diell’attrice Juliette Mayniel.

1966 E’ l’anno dell’ Armata Brancaleone di Mario Monicelli, di cui Gassman dirà:

“… è uno dei miei film prediletti (…) C’era la bellissima invenzione di quel linguaggio e di quel personaggio, una specie di Samurai che ormai tutti conoscono e che è stato, credo, il personaggio che mi ha dato più popolarità, soprattutto nel pubblico giovane e infantile che conta, come è noto, moltissimo. Ci divertimmo. Ci divertimmo molto, così, viaggiando per il viterbese, in Calabria, eccetera e con la sensazione di fare una cosa notevole. E infatti fu un successo pazzesco (…)” –

(brani d’intervista tratta dal volume “Vittorio Gassman”, Giacomo Gambetti, Gremese Editore, Roma 1999).

1968 Gira L’alibi, suo secondo film come regista, firmato anche da Adolfo Celi e Luciano Lucignani; in teatro è il Riccardo III di Shakespeare, per la regia di Ronconi, con le scene di Mario Ceroli.

1970 Veste nuovamente i panni del popolare Brancaleone in Brancaleone alle corociate di Mario Monicelli.

Sposa Diletta D’Andrea, sua compagna per sempre.

1972 E’ alla terza regia cinematografica: Senza famiglia, nullatenenti, crecano affetto, interpretato con Paolo Villaggio.

1973 Mette in scena lo spettacolo-fiume Il trasloco, recital di poesia alternato a improvvisazioni e dibattiti.

1974/1979 Continua in questi anni ad alternare gli impegni cinematografici e teatrali, interpretando personaggi indimenticabili.

Nel 1974 interpreta i film C’eravamo tanto amati di Ettore Scola e Profumo di donna di Dino Risi ed è in teatro con O Cesare o nessuno.

Nel 1976-1977 tiene un seminario teatrale che culmina nella regia e nell’interpretazione di Edipo re,con Lea Massari; è il tenente Drogo nel film Il deserto dei Tartari di Zurlini; il drammatico e doppio protagonista di Anima persa di Risi; porta in teatro Vittrorio Gassman: sette giorni all’asta e Affabulazione di Pier Paolo Pasolini.

Nel 1978 è diretto dal regista americano Robert Altman nel film Un matrimonio e nel ’79 torna a lavorare con Risi in Caro papà. Crea e dirige la “Bottega teatrale” di Firenze, di cui dirà:

“La Bottega l’ho fatta per dodici anni, e credo di avere imparato molto, come succede insegnando (…). Erano venticinque ragazzi e ragazze per anno circa, quindi grosso modo ho avuto a che fare con duecentocinquanta persone. Era una Bottega artigiana e i primi anni era molto viva, anche perché alimentata da gente come Anthony Quinn, e tutti i miei amici italiani, naturalmente: è venuto anche Benigni e poi la Moreau, Jeanne Moreau, che era una vera insegnante che si era innamorata della cosa, ha fatto due o tre cicli. Era una scuola in cui si imparava qualcosa (…)” (brani d’intervista tratta dal volume “Vittorio Gassman”, Giacomo Gambetti, Gremese Editore, Roma 1999).

1980 Il 26 giugno nasce Jacopo, figlio di Vittorio e Diletta D’Andrea

Interpreta il film La terrazza di Ettore Scola.

1981 E’ il protagonista del film di Monicelli Camera d’albergo.

Pubblica il libro “Un grande avvenire dietro le spalle”, Longanesi & C., Milano 1981

1982 Avignone, Festival del teatro alla Corte dei Papi. Recital in più lingue (italiano, francese, inglese, tedesco, spagnolo) di testi classici e contemporanei, con alcuni allievi della Bottega.

Completa il film tutto familiare Di padre in figlio; scritto insieme al figlio Alessandro, interpretato da Vittorio con Alessandro e Jacopo Gassman ed Emanuele Salce. Pellicola che affronta il difficile rapporto genitori/figli e che ha la particolarità di essere stata girata dai Gassman nel corso degli anni.

1983 In teatro, a Parigi, presenta il recital Settimana Gassman ed è a Milano come interprete e regista di Macbeth.

1986/1987 Porta in scena Affabulazione di Pier Paolo Pasolini; e Poesia, la vita, che illustra una giornata simbolica attraverso cinquantatre poesie di autori del Novecento.

Per la regia di Ettore Scola gira La famiglia e con Monicelli I picari.

1990 Pubblica il libro “Memorie del sottoscala”, Longanesi & C., Milano

1992 Pubblica il libro “Mal di parola”, Longanesi & C., Milano

Il 4 luglio, al Porto Vecchio di Genova, sua città natale, “prima” di Ulisse e la balena bianca, che così commenterà anni dopo:

“E lì fu un evento grosso, c’era la pioggia, c’erano i tuoni che mi rispondevano (…) Conosco quasi tutto Melville e lo ritengo un gigante e Moby Dick mi ha accompagnato. E’ un libro simbolico, è una Bibbia laica, e poi mi interessava proprio fare uno spettacolo di respiro internazionale e Dio sa se ci sono riuscito, perché l’abbiamo portato in mezzo mondo: a Parigi, Buenos Aires, Caracas,, l’abbiamo fatto a Siviglia alla grande Expo (…) E’ stata una serie di tutto esaurito, mostruoso, si sarebbe potuto andare avanti per anni. Ma era molto faticoso, molto faticoso. Sì, lì ho capito che forse cominciava ad essere il momento di allontanarmi da questi duelli teatrali (…)” (brani d’intervista tratta dal volume “Vittorio Gassman”, Giacomo Gambetti, Gremese Editore, Roma 1999).

1994 E’ ancora in teatro con Camper.

1996 E’ uno degli interpreti del film Sleepers diretto da Barry Levinson.

Pubblica con Giorgio Soavi il libro “Lettere d’amore sulla bellezza”, Longanesi & C., Milano

1997 Pubblica il libro “Bugie sincere”, Longanesi & C., Milano.

1998/1999 La sua ultima interpretazione cinematografica è nel film di Ettore Scola La cena.

Porta in teatro, per due “serate uniche”, a Palermo e a Roma, l’indimenticabile L’addio del mattatore e Una serata con Vittorio Gassman (parole da dire e da non dire).

29 giugno 2000. E’ il giorno dell’addio del mattatore. Questa volta definitivo.

  

 

  

 

26 giu 2010



Strage di Ustica
30 anni di misteri


ROMA - La notte del 27 giugno 1980 l'aereo dell'Itavia in volo tra Bologna e Palermo con a bordo 81 persone, scompare dai tracciati dei radar di Fiumicino. Dopo alcune ore si ha la certezza che è caduto in mare a nord di Ustica. Non ci sono superstiti.

Ecco le principali tappe della vicenda in 27 anni di indagini e misteri che hanno preceduto la sentenza di assoluzione del generale Lamberto Bartolucci, ex capo di stato maggiore dell'Aeronautica, e del suo vice generale Franco Ferri.

27 giugno 1980 Ore 20.59'.45". Il Dc9 I-Tigi Itavia in volo da Bologna a Palermo partito con due ore di ritardo, si inabissa a nord di Ustica. Ottantuno le vittime fra passeggeri ed equipaggio: tra loro 13 bambini, due dei quali non avevavo ancora compiuto due mesi.
Il gruppo neofascista dei Nar rivendica la strage: per i giudici si tratterà di un vero e proprio depistaggio operato dal cosiddetto Super Sismi.

Luglio 1980 Il ministro socialista della Difesa Lelio Lagorio riferisce in Senato sul disastro, escludendo il coinvolgimento di aerei militari. Le autorità aeronautiche sostengono l'ipotesi del "cedimento strutturale" del velivolo. Il generale Romolo Mangani, comandante del Centro operativo regionale di Martina Franca, responsabile del controllo radar dei cieli del sud verrà accusato di "alto tradimento per aver depistato le indagini".

Luglio 1980 Sui monti della Sila viene trovato un Mig 23 libico, forse caduto la notte del 27 giugno, la stessa della tragedia del Dc9. Il maresciallo Mario Alberto Dettori, radarista della base di Poggio Ballone (Grosseto), confessa alla moglie: "Quella notte è successo un casino, per poco non scoppia la guerra". Dettori morirà suicida nel marzo dell'87 ossessionato da una frase che, dice, non lo abbandona mai: "Il silenzio è d'oro e uccide".


Dicembre 1980 L'Itavia, l'azienda del Dc9 esploso, dirama un comunicato stampa che indica come unica ipotesi valida a spiegare la caduta dell'aereo quella di un missile.

Marzo 1982 La prima commissione d'inchiesta parlamentare (presidente Carlo Luzzati) sostiene che senza l'esame del relitto non è possibile chiarire se il Dc9 cadde per esplosione interna (bomba) o esterna (missile).

Agosto 1986 Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiede al presidente del Consiglio Bettino Craxi di disporre il recupero del relitto.

Marzo 1989 Dopo cinque anni di lavoro sul relitto, i periti della commissione Blasi concludono che il Dc9 è stato abbattuto da un missile.

Maggio 1990 A sorpresa, due componenti della commissione voluta da Bucarelli fanno marcia indietro riproponendo l'ipotesi della bomba.

Marzo 1993 Alexj Pavlov, ex colonnello del Kgb, rivela la sua verità: il Dc9 fu abbattuto da missili americani, i sovietici videro tutto dalla base militare segreta che nascondevano vicino a Tripoli: "Fummo costretti a non rivelare quanto sapevamo per non scoprire il nostro punto di osservazione. Quella notte furono fatte allontanare tutte le unità sovietiche della zona perché sapevamo che ci sarebbe stata un'esercitazione a fuoco delle forze americane".

Dicembre 1993 Andrea Crociani, imprenditore toscano, viene interrogato dal giudice Rosario Priore, titolare dell'inchiesta. Crociani rivela le confessioni a lui fatte da Mario Naldini, il tenente colonnello che prestava servizio all'aeroporto di Grosseto e che la sera del 27 giugno si alzò in volo con il suo caccia Tf140 per un'esercitazione Nato. "Mario mi disse: Quella notte c'erano tre aerei. Uno autorizzato, due no. Li avevamo intercettati quando ci dissero di rientrare. All'aeroporto di Grosseto, dopo l'atterraggio, ci informarono della tragedia del Dc9". Naldini era il capo squadriglia delle Frecce Tricolori, morto a Ramstein nell'agosto dell'88 durante la disastrosa esibizione che causò la morte di 51 persone. Dieci giorni dopo doveva essere ascoltato da Priore per i fatti di Ustica.

26 novembre 2003 La tragedia di Ustica non fu certamente provocata dal cedimento strutturale del Dc9 dell'Itavia, ma probabilmente da un missile esploso dall'esterno dell'aereo. Il tribunale di Roma, a 23 anni dalla tragedia, dichiara responsabili i ministeri dei Trasporti, della Difesa e dell'Interno, e li condanna in solido a risarcire all'Itavia i danni, quantificati in circa 108 milioni di euro (210 miliardi delle vecchie lire).

30 aprile 2004 La terza sezione della Corte d'Assise di Roma assolve da tutte le accuse contestate i generali dell'Aeronautica Lamberto Bartolucci, Franco Ferri, Zeno Tascio e Corrado Melillo individuando responsabilità nelle condotte dei generali Bartolucci e Ferri in merito alle informazioni che i due militari fornirono, in maniera errata, alle autorità politiche.

15 dicembre 2005 Bartolucci e Ferri sono assolti in appello.

10 gennaio 2007 La prima sezione penale della Corte di Cassazione si pronuncia definitivamente sul processo confermando la sentenza di assoluzione pronunciata in appello e cancellando quindi la possibilità ai famigliari delle vittime di chiedere un risarcimento.

16 giu 2010

Sunday Bloody Sunday




              

 

Dal sito "Rapporti Italia -Uzbekistan
LA Fondazione Berti auspica l'apertura di un cordone umanitario per salvere migliaia di profughi
La Storia dell'Uzbekistan

 
 

Nonostante gli uzbeki abbiano abitato per secoli la regione, solo negli anni Venti del XX secolo fu creata una prima entità politica uzbeka.

Dalle origini alla dominazione russa

L'attuale Uzbekistan corrisponde in buona misura all'antica provincia persiana di Sogdiana, già importante in epoca achemenide. Conquistata da Alessandro Magno nel IV secolo a.C., passò poi sotto il dominio dei turchi. Tra il VII e l'VIII secolo la regione conobbe il dominio degli arabi, per passare nuovamente sotto il controllo dei turchi nel X secolo. Nel XIII secolo entrò a far parte dell'impero mongolo, prima sotto Genghis Khan e poi sotto Tamerlano. I canati uzbeki di Bukhara e di Khiva furono fondati nel XVI secolo, seguiti nel XVIII secolo dal canato di Kokand.

Tra il 1865 e il 1873 la Russia estese il proprio controllo su tutta la regione, riducendo Khiva e Buhara a protettorati. Taškent venne conquistata nel 1865 e due anni dopo venne eletta sede di un governatorato del Turkestan (“Paese dei turchi”), al quale venne assoggettato nel 1876 il canato di Kokand.

Sotto il dominio zarista il territorio uzbeko venne quasi totalmente adibito alla coltivazione del cotone, che rimpiazzò la tradizionale coltivazione estensiva. La conseguente penuria di prodotti alimentari provocò diverse rivolte, che furono represse nel sangue dalle autorità zariste; la più violenta ed estesa si verificò nel 1916, quando oltre al Turkestan, contro Mosca si sollevarono altre regioni dell'Asia centrale.

Il dominio sovietico

Dopo la Rivoluzione russa del 1917, i bolscevichi si scontrarono con il movimento nazionalista dei basmachi, che animò la breve autonomia musulmana di Kokand e continuò a resistere alla sovietizzazione fino al 1928. Nei primi anni di vita dello stato sovietico, la regione venne suddivisa in una repubblica autonoma del Turkestan (1918; come parte della Repubblica russa) e nelle repubbliche indipendenti di Khiva e Buhara (1920). Nel 1924 confluirono tutte nella Repubblica socialista sovietica dell'Uzbekistan, che comprese, fino al 1929, anche il Tagikistan. Nel 1925 l'Uzbekistan entrò a far parte dell'URSS. Nel 1936 alla repubblica uzbeka venne unita, come entità autonoma, la Repubblica dei Caracalpachi. Durante il ventennio seguente la repubblica venne sottoposta a una campagna di deislamizzazione e fatta oggetto di frequenti repressioni, condotte dalle autorità di Mosca per scongiurare il formarsi di istanze nazionaliste.

Nella seconda metà del secolo la regione conobbe un'ulteriore estensione della coltivazione del cotone, che arrivò a coprire la quasi totalità del territorio, peggiorandone la già precaria situazione ecologica. A pagare il prezzo più alto di questa scelta fu soprattutto la parte nordoccidentale del paese, affacciata sul lago d'Aral. Nello stesso periodo l'Uzbekistan conobbe una forte crescita demografica, che lo portò a diventare la terza repubblica dell'URSS per popolazione.

Nel 1989 al vertice del Partito comunista uzbeko venne eletto Islam Karimov, che l'anno seguente assunse anche la presidenza della repubblica. Il 1° settembre 1991 l 'Uzbekistan proclamò la sua indipendenza dall'URSS, e nel 1992 divenne uno stato sovrano nell'ambito della Comunità di stati indipendenti (CSI) e membro delle Nazioni Unite.

Il regime autocratico

Nonostante l'adozione formale del multipartitismo, il paese si mostrò lontano dal pervenire a un assetto democratico. Il Partito democratico del popolo ( Chalk Demokratik Partijasi , CDP), nato dal Partito comunista, continuò a dominare la vita politica. Karimov, riconfermato alla presidenza nel dicembre 1991 con l'86% dei voti, rafforzò il controllo sul governo centrale e sulle amministrazioni provinciali, potenziò la polizia segreta e interdisse le opposizioni politiche. Molti tra i membri dell'opposizione furono costretti a dimettersi; diversi vennero arrestati o espulsi dal paese. Abdumannob Pulatov, leader del movimento di opposizione Birlik (“Unità”), arrestato il giorno successivo alla promulgazione della nuova Costituzione mentre teneva una conferenza sui diritti umani, fu condannato a tre anni di prigione con l'accusa di calunnie nei confronti del presidente Karimov e costretto all'esilio.

Nel 1992 l'inizio della guerra civile nel confinante Tagikistan (dove vive una consistente minoranza uzbeka), fu il pretesto per un ulteriore inasprimento delle misure repressive nei confronti dei gruppi di opposizione e delle organizzazioni politiche e sociali tagike; nel contempo, anche i mezzi di comunicazione di massa furono colpiti dall'ondata repressiva e posti sotto diretto controllo statale. Nello stesso 1992 fu schiacciata nel sangue la rivolta islamista nella valle di Fergana. L'anno seguente venne costretto all'esilio Mohammed Yussuf, muftì ufficiale della repubblica.

Tashkent nella crisi regionale centroasiatica

Dopo la riconferma dell'egemonia del CDP, il partito di regime, nelle elezioni politiche del gennaio 1995, un referendum svolto nel marzo seguente rinnovò fino al 2000 il mandato presidenziale di Karimov. Nonostante i timidi passi verso l'apertura compiuti dal regime verso la fine degli anni Novanta – con la concessione alle opposizioni di una maggiore agibilità politica e a Pulatov di rientrare nel paese – la situazione dell'intera regione rimase tuttavia critica e instabile.

Allentati gli stretti legami economici e militari avuti sino ad allora con la Russia, nella seconda metà degli anni Novanta l'Uzbekistan avviò un processo di apertura verso i paesi occidentali, soprattutto con gli Stati Uniti, con cui firmò degli accordi economici. Questo processo ebbe una forte ricaduta sulle relazioni commerciali uzbeke; infatti, mentre gli scambi con i paesi ex sovietici subirono una sensibile flessione, aumentarono quelli con i paesi industrializzati e in particolare con la Germania e il Giappone.

Nel contempo, l'Uzbekistan si rifiutò di concedere alla Russia e alla CSI la protezione delle proprie frontiere, firmando nel 1996 un primo accordo, ancorché formale, di cooperazione militare con gli Stati Uniti. Tuttavia, gli sviluppi del conflitto nel vicino Tagikistan (conclusosi nel 1997 con la firma di un trattato di pace a Mosca, senza la consultazione di Taškent), l'aumento delle tensioni con il Kirghizistan (appoggiato dalla Russia), e soprattutto la situazione in Afghanistan – dove le truppe islamiste del comandante uzbeko Rashid Dostum, ostili al governo di Taškent, conservavano il controllo della regione di Mazar-e Sharif – indussero Karimov a riavvicinarsi alla Russia. Inoltre, nel 1997 nella valle di Fergana riprese la rivolta islamista, alla quale si accompagnarono frequenti incursioni guerrigliere dall'Afghanistan e dal Tagikistan. Lo stesso Karimov, agli inizi del 1999, subì un attentato, probabilmente per opera dei fondamentalisti islamici.

Rimesse a tacere le opposizioni con il pretesto della “minaccia islamica”, nel gennaio del 2000 Karimov fu rieletto incontrastato alla presidenza del paese con il 92% dei consensi. La ripresa autoritaria del regime di Taškent ne provocò tuttavia un profondo isolamento internazionale; mentre i paesi occidentali avanzavano pesanti critiche all'operato di Karimov, il Fondo monetario internazionale (FMI) chiuse la sua rappresentanza uzbeka. Agli inizi del 2001 Karimov riaprì le consultazioni con Mosca, che condussero, in giugno, all'ingresso dell'Uzbekistan nell'Organizzazione della cooperazione Shanghai, fondata nel 1996 da Russia, Cina, Tagikistan, Kirghizistan e Kazakistan e detta anche “gruppo dei cinque di Shanghai”.

Sviluppi recenti

Il complesso quadro regionale era tuttavia destinato nuovamente a mutare nell'arco di poche settimane. Dopo l'attacco terroristico subito l'11 settembre dagli Stati Uniti ( vedi Stati Uniti d'America, Storia: 11 settembre 2001), l'Uzbekistan assunse, per la sua posizione geografica, un ruolo fondamentale nel piano antiterroristico americano. In cambio dell'appoggio logistico dato alle forze statunitensi nell'offensiva lanciata in ottobre contro il regime afghano dei taliban, l'Uzbekistan ottenne consistenti aiuti finanziari, oltre che la ripresa delle relazioni con il Fondo monetario internazionale. Ma, soprattutto, Karimov si vide liquidata l'opposizione islamista interna, sbaragliata in novembre dalle forze americane insieme alle milizie di Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2002 Islam Karimov ha ottenuto un prolungamento del mandato presidenziale fino al 2007.

TAMERLANO, IL CONDOTTIERO

Proveniente dal nobile clan tartaro dei Barlas, Tamerlano (1336 - 1405) fece le sue prime esperienze al servizio del khan ciaghatayde Tughluq Timur, in nome del quale soppiantò lo zio Haggi Barlas nell'ufficio di governatore di Kish (1360-1361).
Nominato consigliere del figlio del khan, Ilyas Khogia, governatore di Transoxiana, divenne presto assai potente, si ribellò contro quest'ultimo e con l'aiuto di Mir Husayn, re di Balkh e di Kabul, riuscì a cacciarlo dalla Transoxiana (1363-1365), instaurando sul paese una sorta di condominio con Mir Husayn.
Dopo un breve periodo di pace, entrò in conflitto anche con questo e occupò Balkh (1369), ove fece assassinare l'alleato e si proclamò unico sovrano di Transoxiana, erede e continuatore di Gengis khan. Emulo del grande condottiero mongolo, ne rinnovò le gesta e le ambizioni di dominio universale, conducendo una serie quasi ininterrotta di guerre che portarono lo scompiglio e la distruzione in quasi tutta l'Asia. Primo a essere investito fu il prospero e pacifico regno di Corasmia (presa di Urgenc, 1379) che venne interamente sconvolto dalle orde tartare; fu quindi la volta del Mogholistan, preso d'assalto da Tamerlano fin dal 1372 con il pretesto di deporvi l'usurpatore Qamar al-Din, e in pratica sottomesso alla sovranità tartara dopo la restaurazione del sovrano legittimo (1390).
Fin dal 1380, intanto, Tamerlano aveva iniziato la conquista della Persia e, facendo leva sulle divisioni tra centro dell'Impero e periferia (Mesopotamia, Armenia, Georgia), ne decimò la popolazione e ne mise a ferro e fuoco alcune tra le più nobili e antiche città, conducendovi spaventose stragi (piramidi di teste elevate all'entrata delle città che avevano voluto resistergli) e spogliandole delle loro ricchezze e dei loro tesori per abbellire la sua capitale, Samarcanda. Sempre nello stesso periodo era intervenuto nei conflitti dinastici dell'Orda d'oro, prima aiutando Tuqtamish a diventare khan dell'Orda bianca (inverno 1377-1378) e a unificare l'Orda azzurra (già Orda d'oro) ai suoi possedimenti, per poi togliergli l'Azerbaigian (1386) e infine muovergli una guerra spietata, razziando sul suo passaggio le steppe della Russia meridionale, dal Qipciaq alla Crimea, alla Ciscaucasia (1391-1395). Nel 1398-1399 fu la volta dell'India, dove il sultanato di Delhi, saccheggiato e distrutto, non si sarebbe risollevato per più di un secolo. Toccò quindi alla Siria, dove i Mamelucchi non poterono impedire la devastazione di Aleppo e di Damasco (1400-1401), i cui artigiani furono deportati a Samarcanda, e alla Mesopotamia, dove Tamerlano ridusse in rovine Bagdad (1401). L'ultima grande campagna fu condotta contro gli Ottomani, i rivali più temuti dal condottiero tartaro. Dopo aver svernato in Georgia, Tamerlano affrontò e sconfisse il sultano Bayazid I presso Ancira (Ankara) [1402] e, fattolo prigioniero, avanzò fino a Smirne, distruggendovi la locale guarnigione dei cavalieri di Rodi (1402). Tornato a Samarcanda, vi ricevette ambascerie del re di Castiglia, del sultano d'Egitto e dell'imperatore di Bisanzio; alla fine del 1404 intraprese una spedizione contro la Cina, ma la morte lo colse nel febbraio seguente mentre attraversava il Turchestan. Condottiero energico e risoluto, ma politicamente inetto, non seppe organizzare l'impero conquistato. Ebbe carattere scostante e contraddittorio: colto e amante delle arti, fu splendido mecenate, ma al tempo stesso fu artefice, oltre che di disumani massacri, di indiscriminate distruzioni.
Musulmano devoto, campione dell'ortodossia sunnita, fu tuttavia uno dei peggiori flagelli per il mondo islamico, che contribuì a mettere in crisi e a indebolire; fondatore di uno dei più vasti imperi del mondo, non si preoccupò in nessun momento dell'amministrazione delle sue conquiste, limitandosi a sfruttarle per i bisogni della guerra. Ciò spiega come, con il venir meno della sua forte personalità, unico fattore coesivo di domini tanto distanti tra loro e privi di tradizioni culturali unitarie, la sua costruzione andasse rapidamente disgregandosi senza lasciare durevole traccia.

cronologia degli eventi più significativi

 
 

 
 

Periodo

Descrizione

V secolo a.C.

Gli stati Bactriano, Sogdiano e Parthiano dominano l'area dell'attuale Uzbekistan beneficiandosi del commercio sulla Via della Seta. La provincia di Movaraunnahr è entrata a far parte del territorio orientale dopo un lungo periodo di prosperità.

I secolo a.C.

Bactria, Khorezm e Sogdiana vengono conquistate e diventano parte dell'Impero Persiano Achemenide

329 a .C.

Alessandro il Grande conquista Maracanda, (Samarcanda) che apparteneva all'Impero Persiano Achemenide, durante la sua incursione nel sud dell'Asia Centrale

Inizio del II sec. d.C.

Il Sud dell'attuale Uzbekistan era parte dell'Impero Kushan

VI secolo d.C.

Le tribù turche estendono il loro dominio sul territorio dell'Asia Centrale, si forma il Canato Turco.

750 d.C.

Gli Arabi completano la conquista dell'Asia Centrale. L'Islam diventa la nuova religione che domina vita e cultura.

VIII-IX sec. d.C.

Sotto il Califfato Arabo Abbaside si è avuta l'epoca d'oro dell'Asia Centrale: Bukhara diventa il centro culturale del mondo islamico.

874 d.C.

Da Balkh viene conquistata la dinastia Samanide

IX secolo d.C.

L'islam diventa la religione dominante in tutta l'Asia Centrale

Tardo X secolo d.C.

Viene fondato l'Impero di Seljuk, originato dalle tribù di Oghuz, inclusi i Turcmeni.

1100 d.C.

Il Persiano sostituisce l'Arabo come lingua scritta standard e rimane in uso ufficiale fino al XV secolo

1219-25 d.C.

I Mongoli conquistano l'Asia Centrale

XIV-XV secolo d.C.

Viene fondato lo stato di Tamerlano e dei Timuridi

Fine del XV secolo d.C.

Invasione della dinastia di Shaybani Khan

XVI secolo d.C.

L'Impero Uzbeko viene frammentato in seguito alle lotte tra i canati; declino della Via della Seta

1501-10 d.C.

Le tribù nomadiche Uzbeke conquistano l'Asia Centrale, viene fondato il Canato di Bukhara

XVII-XVIII secolo d.C.

I nomadi Kazakhi e Mongoli saccheggiano e indeboliscono i canati Uzbeki; il conflitto con l'Iran isola gli Uzbeki all'interno del mondo islamico

1700 d.C.

Il canato di Bukhara perde la regione di Ferghana; viene fondato il canato di Kokand, situato nella Valle di Ferghana

Metà del XVIII sec. d.C.

Le tribù Turkmene Yomud invadono Khorezm

1865-68 d.C.

I Russi conquistano Tashkent, Bukhara, e Samarkanda; il Canato di Bukhara diventa protettorato russo

1867 d.C.

Il Governatorato Generale del Turkestan viene fondato dall'amministrazione Russa, include gli attuali Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan, Uzbekistan , e sud-est del Kazakhstan.

1873 d.C.

I Russi conquistano Khiva

1876 d.C.

Incorporazione del Canato di Kokand; l'intero Uzbekistan e il nord del Kyrgyzstan vengono annessi all'Impero Russo

1890s d.C.

Gli Uzbeki si rivoltano al dominio russo, ma vengono fermati

Maggio 1917

Il Governo Provvisorio Russo abolisce il Guberniya del Turkestan; il potere viene diviso tra vari gruppi, incluso il Soviet di Tashkent

1918

I Bolscevichi dichiarano il Turkestan, Repubblica Socialista Sovietica Autonoma, annettendo maggior parte dell'attuale Asia Centrale alla Russia;

1924

Viene fondata la Repubblica Socialista Sovietica dell'Uzbekistan

1930

Tashkent diventa capitale della Repubblica

1941

In seguito all'invasione nazista, molti Soviet Europei trasferiscono le loro basi in Asia Centrale per evitare che vengano conquistate dall'esercito avversario

1989

Islam Karimov viene nominato primo segretario del Partito Comunista dell'Uzbekistan

Agosto 1991

L'Uzbekistan dichiara la sua indipendenza dall'Unione Sovietica

Dicembre 1991

L'Uzbekistan elegge un nuovo parlamento e Islam Karimov è il primo presidente

Marzo 1992

Alla sessione dell'Assemblea Generale, l'Uzbekistan viene nominato membro delle NU

Dicembre 1992

L'Uzbekistan adotta la nuova costituzione

  

 

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10 giu 2010



 

10 GIUGNO 1940: UNA GUERRA GIA' PERSA IN PARTENZA

NON FU SOLO "DILETTANTISMO MILITARE"

Una sintetica,critica analisi di Angiolo Berti sull'assenso di milioni d'Italiani


 

"Dilettantismo militare". E' questa la critica di fondo che la storia ha fatto a Mussolini, condizione – come scrive nei suoi appunti Angiolo Berti,giornalista parlamentare - che contribuì in misura rilevante alla sua caduta.

E proprio oggi,a 70 anni dall'entrata in guerra dell'Italia,suonano lapidarie alcune sue valutazioni. Nel giugno di quell'anno, Mussolini visitò il fronte. Un alto ufficiale scrisse suo diario di guerra:"Il Duce ha compiuto la visita più da giornalista che da comandante. Non una parola al suo Stato Maggiore,non una visita ai comandi,non un rapporto agli ufficiali,ma solo rapide riviste alle truppe schierate,spesso senza scendere dall'automobile".

La testimonianza – come riferisce lo stesso Berti –è del giornalista Quirino Armellini da "Diario di guerra –Nove mesi al Comando Supremo".

Ma in un'analisi più ampia di quel 10 giugno 1940, Berti si chiede come Mussolini potè diventare padrone e despota di un popolo intero,coinvolgerlo in una guerra disastrosa e sentirsi,ancor più quel giorno,acclamato al grido di "Duce,duce!".

Al di là della sua personalità, ci sono da sottolineare elementi culturali,politici ed umani . Innegabilmente –precisa – una democrazia libertaria ben vissuta. Noi pagammo,con rilevanti interessi,il vuoto di una lunga struttura risorgimentale che vide l'Italia soggetta allo straniero e,per giunta,di più nazioni. Ma sul banco degli imputati anche la classe politica d'allora con le sue responsabilità.

Non solo perdemmo la libertà, ma ci trovammo coinvolti in una guerra infame senza poterci opporre al dittatore,in primo luogo,alti ufficiali compresi. L'analisi anche psicologica del personaggio è ben degna della migliore attenzione,ma altrettanto interesse è conoscere meglio i perché di tanta disfatta morale. E' storia che va sempre più conosciuta per le stesse nostre speranze di domani. La ricerca per conoscere meglio l'uomo – e ben oltre l'avventura della guerra – deve richiamarsi al suo rapporto coi cittadini che sempre lo innalzarono alle stelle.

Ricercare,anche sul terreno psicologico, i motivi del pressoché generale consenso impegna in un'analisi di fatti che,ancora, la storia deve approfondire. Che cosa fece dunque inchinare ai piedi di Mussolini la grande maggioranza degli italiani? Alla domanda Berti conclude: "Evocare la pur nota carenza di libertà non ci aiuta a percorrere l'intero cammino di un diritto leso. Se milioni d'italiani gridarono il "sì" sulle piazze,alla base ci fu l'assenso. Il perché è motivo di una ricerca che ancor oggi deve essere fatta. Le pagine della storia sono e restano aperte.

GIAN UGO BERTI

(riproduzione vietata)


 


 



 

La questione morale
Enrico Berlinguer - Repubblica, 1981


 

  

 
 

Intervista a Enrico Berlinguer

 
 

«I partiti sono diventati macchine di potere»   

 
 

 «I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer.

«I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».

 
 

Eugenio Scalfari

*   *   *

La passione è finita?

Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

 
 

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

 
 

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

 
 

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

 
 

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

 
 

Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

 
 

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?

Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

 
 

Veniamo alla seconda diversità.

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

 
 

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

 
 

Non voi soltanto.

È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

 
 

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

 
 

Dunque, siete un partito socialista serio...

...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...

 
 

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

 
 

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?

Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

 
 

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

 
 

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

 
 

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...

Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

 
 

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.

«La Repubblica», 28 luglio 1981