Lettori fissi

27 giu 2012

 

Strage di Ustica, 32 anni dopo
Non è troppo tardi per chiedere la verità

WCENTER 0JKGBFTMBD imgemmevi150610194713_2 Emmevi photoDomani è l’anniversario -trentadue anni dopo- di una delle sciagure più terribili avvenute nella storia dell’Italia repubblicana: quella detta di Ustica dall’isola vicino alla quale si inabissò intorno alle nove di sera l’aereo di linea che portava a Palermo da Bologna ottantuno passeggeri, tutti morti nella caduta del velivolo. E’ una storia tremenda e vale la pena ricordarla ai nostri lettori anche perché è tuttora,per molti aspetti, oscura.
Il primo elemento che emerge nel 1990 (dieci anni dopo la sciagura accaduta, come ho già detto, la sera del 27 giugno 1980 nel mar Tirreno nel volo dell’aereo di linea Douglas-DC 9 diretto da Bologna a Palermo) dalle indagini penali intraprese dal giudice Priore( i primi dieci anni di indagini di altri giudici si sono svolti senza apparente successo) e dopo la prima inchiesta da parte della commissione Stragi nel 1989, presieduta dal repubblicano Gualtieri, è che il sostanziale fallimento, fino a quel momento, delle precedenti indagini fosse dovuto a “depistaggi e inquinamenti operati da soggetti ed entità molteplici.”
Scrive nel capitolo iniziale la sentenza-ordinanza del giudice Priore: ”Il disastro di Ustica ha scatenato, non solo in Italia, processi di deviazione o comunque di inquinamento delle indagini. Gli interessi dietro l’evento e di contrasto di ogni ricerca sono stati tanti e non solo all’interno del Paese, ma specie presso istituzioni di altri Stati, da ostacolare specialmente attraverso l’occultamento delle prove e il lancio di sempre nuove ipotesi -questo con il chiaro intento di soffocare l’inchiesta- il raggiungimento della comprensione dei fatti…. Non può perciò che affermarsi che l’opera di inquinamento è risultata così imponente da non lasciar dubbi sull’ovvia sua finalità: impedire l’accertamento della verità. E che, va pure osservato, non può esserci alcun dubbio sull’esistenza di un legame tra coloro che sono a conoscenza delle cause che provocarono la sciagura e i soggetti che, a vario titolo, hanno tentato di inquinare il processo, e sono riusciti nell’intento per anni.”
Le indagini del giudice Priore, che appaiono le più pertinenti e approfondite grazie anche alla quasi totale ricostruzione del relitto dell’aereo e a un notevole impegno di fondi, uomini e mezzi di vari governi, si concludono il 31 agosto del 1999 con una ordinanza di rinvio a giudizio e sentenza istruttoria di proscioglimento che esclude una bomba a bordo e un cedimento strutturale dell’aereo circoscrivendo le cause della sciagura a un evento esterno al DC-9.
I giudizi che si susseguono in corte di Assise nel 2000, di Assise di Appello nel 2005 e della Cassazione nel 2007 si concludono con il proscioglimento dei generali dell’Aeronautica Bartolucci e Ferri con formula piena.
Francesco Cossiga, già presidente della Repubblica, presidente del Consiglio al momento della strage, nel febbraio 2007 dichiara che ad abbattere il DC-9 sarebbe stato un missile “a risonanza e non a impatto” lanciato dai francesi. Ma le indagini,intraprese dalla procura della repubblica di Roma, non portano a nessun risultato.
Ancora due anni fa, il 26 luglio del 2010, il presidente della repubblica Napolitano, ha chiesto ” il contributo di tutte le istituzioni per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto è accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni.”
E’ l’augurio che i familiari delle vittime di Ustica e l’opinione pubblica democratica del nostro paese deve fare anche quest’anno sperando che il prossimo parlamento si occupi a fondo dei misteri più terribili ancora irrisolti nella storia dell’Italia repubblicana

20 giu 2012

Marengo, la vittoria dell'eroe che disubbedì a Napoleone

Marengo, la vittoria dell'eroe
che disobbedì a Napoleone

La battaglia di Marengo dipinta da Louis-François Lejeune

14 giugno 1800: Bonaparte cade nel tranello degli austriaci e dà l'ordine di inseguirli. Ma Desaix fa di testa sua

GIANNI RIOTTA
Il destino di Napoleone Bonaparte era già concluso il 14 giugno 1800 nel villaggio piemontese di Marengo, alle porte di Alessandria. Il giovane Primo Console aveva attraversato le Alpi con l’esercito, come Annibale, era entrato a Milano, aveva vinto a Montebello contro il generale Ott von Bátorkéz e sperava che l’avversario austriaco, barone Melas, fosse facile preda. I francesi erano mal equipaggiati, mal nutriti e peggio pagati, il loro generale però certo della propria stella.

Davanti alla fattoria di Marengo Bonaparte non ha dubbi, fiducioso nella dottrina militare di mobilità, sorpresa, manovra indiretta, cariche alla baionetta, opposta alla rigida sintassi della guerra classica, quadrati e le linee di fanteria, cariche di cavalleria prevedibili come un palio. Michael Friedrich Benedikt Baron von Melas ha 71 anni, combatte da quando ne aveva 17 e detesta l’usurpatore Napoleone. Vuol batterlo a Marengo e restaurare l’ordine di Dio e Corona sradicato nel 1789. Il futuro imperatore non crede invece che l’anziano barone osi attaccarlo, e si persuade che le prime cariche austriache siano astuti diversivi per coprire la ritirata.

Ordina quindi al generale Louis Charles Antoine Desaix, 31 anni, di allontanarsi all’inseguimento di Melas. Napoleone sbaglia. L’attacco di Melas è autentico. Il generale francese Berthier respinge per due volte gli austriaci sul torrente Fontanone e chiama il generale Lannes a sostegno. Non basta. La pressione aumenta tra artiglieria e fucilate. Alle 2 e 30 i francesi sono esausti, gli austriaci sfondano. Von Bátorkéz, che vuole vendicare Montebello in quella che sarà la sua ultima battaglia, occupa Castel Ceriolo, i dragoni si ritirano e la fattoria di Marengo cade, attaccata da Melas. Va avanti la Guardia consolare, si ritirano i fanti di Berthier, tra l’uva non matura, verso San Giuliano Vecchio.

Napoleone ha paura. Ordina avanti il poco che ha di riserva, guarda con ansia le posizioni di Kellerman figlio, valente comandante di cavalleria figlio del generale che aveva salvato la Repubblica a Valmy. Uva acerba sembrano ora anche le sue ambizioni, travolte a Marengo. Richiama al galoppo il generale Desaix, carta disperata, dovrebbe essere già lontano dietro il fantasma di Melas.

Ma il generale Desaix è uomo straordinario, Napoleone lo stima «migliore tra i miei generali». Aristocratico arruolato dalla Rivoluzione, durante il Terrore rischia la ghigliottina, combatte in Baviera e in Egitto, alla Battaglia delle Piramidi, tiene testa ai Mamelucchi. Coraggioso, saggio e sereno ha scritto un bel libro di memorie, Journal de voyage du Général Desaix, Suisse et Italie online archive.org/stream/journaldevoyaged00desa

Desaix non crede alla finta di Melas. Disobbedendo agli ordini non s’è allontanato a marce forzate e quando arriva il retrofront è pronto. Piomba a Marengo, la luce ancora chiara. Napoleone lo informa della débâcle. Desaix chiede «Che ora sono? Le 17?» e conclude, eroe romantico «Questa battaglia è perduta. Ma c’è tempo per vincerne un’altra». Sostenuto da Kellerman, Desaix attacca gli austriaci, persuasi di avere già vinto. Il barone Melas s’è ritirato ad Alessandria, i soldati increduli davanti alla rinnovata furia francese. La carica di Desaix è vincente, le casacche austriache, nel gran fumo dei moschetti, nel turbinare delle sciabole dei dragoni, arretrano, si ritirano, sconfitte alle prime ombre della sera. Il giorno dopo uno sconfortato Melas firma la Convenzione di Alessandria e si ritira ad est del Mincio. Napoleone è padrone del teatro di guerra. Combattono a Marengo 28 mila francesi con 25 cannoni, subendo 1100 morti, 3600 feriti, un migliaio tra prigionieri e dispersi. Gli austriaci sono 30 mila con 100 cannoni, soffrono mille caduti, 5500 feriti, 2900 prigionieri e perdono 15 cannoni e 40 bandiere.

Tra i morti, nei primissimi minuti della carica, il generale Desaix. Le stampe del tempo lo raffigurano mentre riceve il colpo al petto, bello, nobile, solenne. Quando gli portano il corpo dell’uomo che l’ha salvato, Napoleone esclama «Perché non posso piangere?». Farà seppellire Desaix al passo del Gran San Bernardo, proclamando «Solo le Alpi sono tomba degna di Desaix», in un monumento marmoreo che le comitive dei turisti ignorano nel chiasso. Temendo la reazione politica, il Primo Console stila tre ordini del giorno e maschera la sconfitta. La propaganda censura il ruolo di Desaix, fino oggi su Wikipedia.

Restano le memorie della battaglia. Il «pollo alla Marengo» che il cuoco di Napoleone prepara con la sciabola, mischiando pomodoro, funghi, gamberetti, cipolle e aglio, con contorno di uova fritte e galletta militare. Da allora piatto preferito dell’imperatore è davvero buonissimo. La Tosca di Puccini ricorda i due tempi di Marengo con il perfido Scarpia che ordina di cantare il Te Deum per la vittoria austriaca, salvo poi apprendere, mentre tortura il patriota Cavaradossi «Eccellenza quali nuove un messaggio di sconfitta…a Marengo Bonaparte è vincitor, Melas è in fuga…» e il povero Cavaradossi intona l’aria «Vittoria…l’alba vindice appare che fa gli empi tremare libertà sorge e crollano tirannidi….». Che sarebbe stato dell’Europa se Desaix fosse vissuto? Che effetto avrebbe avuto su Napoleone la sua geniale saggezza di moderato? Avrebbe capito le follie di lasciare il mare all’Inghilterra e partire per la Russia? La storia non si fa con i se, ma ai piedi della candida tomba sulle Alpi, la fantasia può volare, romantica come il generale Desaix.

13 giu 2012

Articoli fondamentali di diritto, con cui i contadini ed i servi reclamano contro le proprie autorità ecclesiastiche e mondane

Già dall’inizio del 16° secolo i contadini si erano riuniti sotto il simbolo della lega dello scarpone. Lo scarpone con legacci era il calzare dell’uomo comune., mentre i cavalieri e i ricchi borghesi delle città indossavano scarpe con fibie. Il giuramento alla lega dello scarpone significava fedeltà alla causa dei contadini.
I Dodici Articoli
Redatti tra il febbraio e marzo del 1525 dal pellicciaio di Memmingen Sebastian Lotzer con l’aiuto del predicatore locale Schappeler furono ad un tempo documento di protesta, programma di riforme e un manifesto politico. Il titolo originale era: Articoli fondamentali di diritto, con cui i contadini ed i servi reclamano contro le proprie autorità ecclesiastiche e mondane. Raccolsero circa trecento liste di doglianze sporte alla Lega Sveva. Ebbero una grande diffusione, nel volgere di due mesi furono stampati in venti edizioni. Nel 1526 furono oggetto di discussione alla dieta di Spira, intenta a prevenire future insurrezioni contadine.
Articolo Primo
Primo, umilmente noi chiediamo - secondo la volontà e l'intendimento di noi tutti - che in futuro tutta la comunità goda dell'autorità piena di eleggersi e scegliersi il pastore; e che nostro sia anche il potere di deporlo qualora egli dovesse dimostrarsi indegno. Lo stesso pastore eletto deve predicarci il Santo Vangelo con purezza e chiarezza, senza l'aggiunta di insegnamenti o comandamenti umani. Giacché proclamarci di continuo la vera fede ci stimola a chiedere a Dio la Sua grazia, affinché Egli possa istillare e confermare in noi quella stessa vera fede. Giacché se la grazia di Dio non viene istillata in noi, sempre rimarremo carne ed ossa, cose prive di valore. La Scrittura dice chiaramente che possiamo arrivare a Dio solo per mezzo della vera fede e che possiamo essere salvati soltanto dalla Sua misericordia. Per questo abbiamo bisogno di una simile guida e di un simile pastore; la nostra richiesta si fonda dunque sulla Scrittura.
Articolo Secondo
Secondo, sebbene la vera decima sia ingiunta nel Vecchio Testamento ma sostituita nel Nuovo, pagheremo tuttavia volentieri la vera decima sul grano, ma ciò deve essere fatto rettamente. Poiché è dovuta a Dio e da dividersi tra i Suoi servitori, essa spetta a un pastore che proclami chiaramente la Parola di Dio. Vogliamo che in futuro questa decima venga raccolta e ricevuta dal nostro sacrestano, che sarà nominato dalla comunità tutta intera. Questi ne darà al prete eletto dalla comunità intera una porzione congrua e sufficiente per il sostentamento suo e dei suoi dipendenti, secondo il giudizio della comunità tutta: Il restante sarà distribuito ai poveri bisognosi che si trovino presenti nello stesso villaggio, secondo le circostanze e il giudizio della comunità. Qualsiasi sopravanzo dovrà essere conservato nel caso che diventi necessario andare in guerra per la difesa del paese; vi si dovrà contribuire prelevando da questa eccedenza affinché nessuna tassa debba essere imposta sul povero. Nel caso che uno o più villaggi abbiano alienato le decime perché spinti a ciò dal bisogno, colui che può dimostrarne l'acquisto dall'intero villaggio non dovrà subire perdite. Giungeremo infatti con lui a un giusto accordo secondo le circostanze per riscattare la decima in rate convenevoli lungo un certo periodo. Nel caso che qualcuno abbia acquistato la decima non dal villaggio, ma dai suoi antenati che se ne erano appropriati, non vogliamo, non dobbiamo, né siamo più a lungo obbligati a versargliela, bensì unicamente, come detto sopra, a mantenere con la decima il nostro pastore eletto e raccogliere quindi il rimanente, oppure, come dice la Sacra Scrittura, distribuirlo ai bisognosi, siano essi chierici o laici. La piccola decima non la pagheremo affatto, poiché il Signore Iddio ha creato il bestiame affinché sia liberamente usato dall'uomo, e la consideriamo pertanto una decima impropria, inventata dagli uomini, che non verseremo più.
Articolo Terzo
Terzo, è stato uso finora dei signori considerarci loro servi. Ciò è esecrabile, visto che Cristo versando il Suo prezioso sangue ci ha redenti e riscattati tutti, dal pecoraio fino al rango più elevato, nessuno escluso. Pertanto è dimostrato nelle Scritture che siamo liberi e desideriamo essere liberi. Non che desideriamo essere completamente liberi, né avere alcuna autorità, poiché non è questo che Dio ci insegna. Dobbiamo vivere secondo i comandamenti, non secondo la libera licenza della carne; ma dobbiamo amare Dio, riconoscere in Lui il nostro Signore nel prossimo, e fare tutto ciò (come volentieri faremmo) che Dio ci ha comandato nell'Ultima Cena. Dunque dobbiamo vivere secondo il Suo comandamento; e questo comandamento non ci indica né ci insegna a disobbedire all'autorità, ma anzi a prostrarci davanti a tutti, e non solo a coloro che comandano. Noi quindi obbediamo di buon grado ai nostri governanti prescelti e designati (a noi designati da Dio) in ogni questione giusta e cristiana. E non dubitiamo che voi, da veri e genuini cristiani, sarete lieti di liberarci dalla servitù, oppure dimostrarci sul Vangelo che siamo servi.
Articolo Quarto
Quarto, è stato uso finora che a nessun povero fosse permesso di catturare selvaggina, volatili o pesci in acque correnti, il che ci appare assai ingiusto e contrario al buon vicinato, e per di più egoista e contrario alla Parola di Dio. Vi sono luoghi dove i signori conservano la selvaggina con nostro enorme danno e patimento. Ci tocca sopportare che bestie dissennate divorino sfrenatamente e senza ragione i nostri raccolti (fatti crescere da Dio perché gli uomini se ne servano); sarebbe empio e contro ogni norma di buon vicinato tacere questo abuso. Quando infatti Dio nostro Signore creò l'uomo gli concesse il dominio su tutti gli animali, sugli uccelli, dell'aria e i pesci delle acque. Noi dunque chiediamo che se qualcuno ha delle acque egli debba provare con documenti adeguati che quell'acqua gli sia stata volontariamente venduta. Nel qual caso non richiediamo che gli venga tolta con la forza; in nome dell'amore fraterno si dovrà anzi dare prova di cristiana comprensione in questa faccenda. Ma chi non sia in grado di produrre prove conformi dovrà cedere debitamente le acque alla comunità.
Articolo Quinto
Quinto, abbiamo una rimostranza riguardo al taglio della legna, poiché i nostri signori si sono appropriati dei boschi, e quando il povero ha bisogno di legna deve pagarla un prezzo doppio. A nostro avviso i boschi tenuti dai signori, sia ecclesiastici che secolari, senza che questi ne abbiano fatto acquisto devono ritornare all'intera comunità. La comunità dovrebbe essere libera di consentire a tutti, ordinatamente, di usare gratuitamente quanto necessario per il fuoco domestico e di prendere altresì gratuitamente il legname da costruzione quando è necessario, pur dovendosene informare l'ufficiale eletto all'uopo dalla comunità. Qualora non vi siano altri boschi fuorché quelli debitamente comperati, si dovrà raggiungere con il proprietario un accordo fraterno e cristiano; ma se la proprietà era stata venduta in seguito ad un esproprio arbitrario verrà raggiunto un accordo secondo le circostanze del caso e i precetti dell'amore fraterno e della Sacra Scrittura.
Articolo Sesto
Sesto è il nostro oneroso gravame di servizi in lavoro, che quotidianamente si accrescono in quantità e varietà. Chiediamo che si compia una giusta inchiesta e che così aspri gravami non ci vengano imposti; che il nostro caso sia benignamente preso in considerazione sulla base dei servizi forniti dai nostri antenati, ma anche secondo il tenore della Parola di Dio.
Articolo Settimo
Settimo, non consentiremo in futuro ad alcun signore di opprimerci oltre. Ognuno invece condurrà il proprio podere secondo le condizioni proprie alle quali gli è stato affidato, cioè secondo l'accordo tra il signore e il contadino. Il signore non potrà imporgli altro, né sotto forma di servizi né sotto forma di tributi non compensati, affinché il contadino possa usare e godere in pace e libero da gravami quanto è in suo possesso. Se però il signore richiederà dei servizi, il contadino dovrà servire di buon grado il suo signore prima di ogni altro, ma in tempi e giorni non svantaggiosi per il contadino, e dietro ricompensa confacente.
Articolo Ottavo
Ottavo, molti di noi che conducono un podere sono gravati dal fatto di non riuscire a pagare i canoni, motivo per cui molti contadini perdono la terra e vengono rovinati. I signori devono fare ispezionare i poderi da uomini degni di fede per stabilire un canone equo, affinché il contadino non debba lavorare in cambio di niente; giacché ogni lavoratore è degno di essere retribuito.
Articolo Nono
Nono, siamo gravati nelle questioni di giurisdizione criminale, per le quali vengono fatte in continuazione nuove leggi. I castighi non ci vengono comminati in merito ai fatti, ma talora in grave malafede e talaltra con grande parzialità. A nostro avviso dovremmo essere puniti in base alle antiche leggi scritte e secondo le circostanze, non faziosamente.
Articolo Decimo
Decimo, siamo afflitti per il fatto che alcuni si sono impadroniti di prati o campi arabili che un tempo appartenevano alla comunità. Noi li restituiremo alla proprietà comunale, salvo che siano stati debitamente acquistati. Se invece l'acquisto è avvenuto impropriamente, si dovrà raggiungere tra i contraenti un accordo amichevole e fraterno sulla base dei dati di fatto.
Articolo Undecimo
Undicesimo, vogliamo abolite completamente le tasse di successione per causa di morte. Non permetteremo che vedove ed orfani siano così vergognosamente spogliati e derubati dei loro averi, contro Dio e contro l'onore, come è avvenuto in molte località e in vario modo. Ci hanno estorto e strappato quegli stessi beni che spetterebbe loro custodire e proteggere; e se avessero un minimo appiglio legale ci toglierebbero ogni cosa. Dio non lo tollera più oltre; tutto ciò sarà abolito. D'ora in avanti nessuno sarà più obbligato a pagare alcunché, in nessuna misura.
Conclusione
Dodicesimo, è nostra conclusione e risoluzione finale che, qualora uno o più dei soprascritti articoli non risultasse in accordo con la Parola di Dio (cosa che non crediamo), dovrà esserci dimostrato sulla Parola di Dio che essi non sono ammissibili e noi li abbandoneremo quando ciò sarà chiarito in base alla Scrittura. Se ora dovessero venirci concessi alcuni articoli che siano in seguito trovati ingiusti, essi da quel momento saranno considerati nulli e invalidi, privi di valore. Parimenti, se altri articoli si troveranno nelle Scritture che onestamente parlano di atti contrari a Dio e gravosi per i nostri simili, ci riserviamo di aggiungerli alle nostre risoluzioni. Ci eserciteremo e ci metteremo alla prova in tutta la dottrina cristiana, e pregheremo a tal fine il Signore Iddio; giacché Lui solo, e nessun altro, può concedercela. La pace di Cristo sia con noi tutti

10 giu 2012

10 Giugno:il discorso di Mussolini.

Roma, 10 giugno 1940

LA DICHIARAZIONE DI GUERRA

Il discorso di Mussolini

Si riproduce qui il testo integrale del discorso pronunciato dal duce

dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, sede del Gran Consiglio del fascismo, il 10 giugno 1940,

con cui annuncia agli Italiani l’ingresso in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista.

Combattenti di terra, di mare e dell’aria.

Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.

Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania.

Ascoltate!

Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria.

L’ora delle decisioni irrevocabili.

La dichiarazione di guerra è già stata consegnata

agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.

(La folla grida: “guerra, guerra”)


Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni

tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. Alcuni

lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla

fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati
1. La nostra

coscienza è assolutamente tranquilla. Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha

fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu

vano
2.

1
Il riferimento è ai cinquantadue stati degli Stati Uniti

2
Il riferimento è alla conferenza di Monaco del 29-30 settembre 1938, proposta da Mussolini per risolvere la questione

dei Sudeti: Chamberlain, primo ministro inglese, e Daladier, primo ministro francese, accolsero il progetto di Mussolini

che in realtà assecondava tutte le richieste tedesche e prevedeva l’annessione al Reich dell’intero territorio dei Sudeti. La

guerra era provvisoriamente scongiurata, ma l’arrendevolezza dimostrata da Gran Bretagna e Francia di fronte alle richieste

di Hitler, aprì la strada alla nuova aggressione della Polonia e quindi all’inizio della guerra.

Bastava rivedere i trattati
3 per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli

intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie
4, che si è palesata

soprattutto micidiale per coloro che le hanno accettate. Bastava non respingere la proposta che il Führer

fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia
5.

Ormai tutto ciò appartiene al passato.

Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi,

l’avvenire ferreamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i

suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia. Noi impugnammo

le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema

delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che

ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero

se non ha libero l’accesso all’Oceano. Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo

logico della nostra rivoluzione. È la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori

che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra. È la lotta dei

popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto. È la lotta tra due secoli e due

idee. Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro

solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare

o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende

da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate.

Italiani!

In una memorabile adunata, quella di Berlino
6, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista,

quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo.

(
Duce! Duce! Duce!)

Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue vittoriose Forze Armate.

In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del re

imperatore (
la moltitudine prorompe in grandi acclamazioni all’indirizzo di Casa Savoia), che, come sempre,

ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania

alleata. (
La folla acclama)

L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai.

(
La folla grida: siiii!)

La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti.

Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere!

(
Grandissime ovazioni)

E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al

mondo.

Popolo italiano! Corri alle armi, (
La folla grida: siiii!) e dimostra la tua tenacia, (La folla grida: siiii!) il

tuo coraggio, (
La folla grida: siiii!) il tuo valore! (La folla grida: siiii!)

3
Il riferimento è al Trattato di Versailles (maggio 1919) che aveva sottratto alla Germania i territori orientali a vantaggio

della Polonia, territori che andarono a formare il “corridoio di Danzica”

4
Con l’istituzione della Società delle Nazioni si intendeva “fornire garanzie reciproche di indipendenza politica e territoriale

ai piccoli come ai grandi stati”

5
La campagna di Polonia iniziata il 1° settembre 1939, con cui ebbe inizio la Seconda guerra mondiale, terminò il 6 ottobre

1939 con la resa dei Polacchi e l’annuncio di Hitler al Reichstag della fine delle operazioni militari. La Germania nazista

e l’Unione Sovietica, come previsto dagli accordi del Patto Molotv Rbbentropp, instaurarono il regime di occupazione del

territorio polacco. Fu in questa fase che si consumò per opera dei sovietici il massacro degli ufficiali polacchi nella foresta

di Katyn, in Russia, scoperto poi dai tedeschi nel 1943.

6
Dopo il patto di amicizia con la Germania, l’asse Roma- Berlino del 24 ottobre 1936, Mussolini tenne un discorso a

Berlino il 28 settembre 1937 in cui ribadiva gli aspetti comuni della politica dei due Stati e degli obiettivi delle rispettive

“rivoluzioni”:
Fascismo e Nazismo sono due manifestazioni di quel parallelismo di posizioni storiche che accomunano la

vita delle nostre Nazioni, risorte a unità nello stesso secolo e con la stessa azione
”.

GUIDA

L’archivio voluto da Berti


Il ricordo

L’archivio voluto da Berti

E quel grazie dagli inglesi

di Gian Ugo Berti

LIVORNO - Se la ricorrenza di Santa Barbara (4 dicembre) è il devoto omaggio della Marina Militare alla propria patrona, la Festa del 10 giugno è il riconoscimento ad una delle imprese più coraggiose compiute in guerra (quella di Luigi Rizzo a Premuda esattamente 94 anni fa, con l'affondamento della corazzata austriaca “Santo Stefano”).

A questa ricorrenza, Angiolo Berti, livornese, storiografo della Marina Militare, ha sempre voluto dedicare particolare attenzione proprio per le finalità storiche ed umane cui fa riferimento e che si inquadrano nella volontà della Marina di ripristinarla nel 1964 (era stata istituita nel 1939, sospesa per alcuni anni dopo la guerra e quindi ricordata assieme a Santa Barbara), come espressione dell'ardimento e degli ideali d’un singolo e di tanti nel nome della Patria.

Fu l’allora Capo di Stato Maggiore, ammiraglio Ernesto Giuriati, su richiesta dell'Associazione Nazionale Marinai d'Italia, a festeggiarla nella data attuale. Berti, nelle memorie custodite presso l'archivio della Fondazione che porta il suo nome a Casciana Terme, ricorda soprattutto l'eccezionale riflesso militare e politico dell'impresa che costrinse l'Austria a modificare la propria strategia, tesa a forzare il blocco navale alleato nel canale d'Otranto.

Nell'occasione, addirittura il comandante della Flotta navale inglese, inviò questo messaggio: «La Gran Fleet porge le più sentite congratulazioni alla flotta italiana per la splendida impresa condotta con tanto valore e tanta audacia contro il nemico austriaco».

Ed è in questo spirito che il Capo di Stato Maggiore, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, presenta la festa: «Sono proprio le ricorrenze come quella che ci accingiamo a celebrare – spiega –che ci invitano a riflettere sui valori di Patria, di appartenenza, di coesione e ad improntare la nostra azione direttiva e formativa per trasmettere verso le generazioni più giovani la necessità di essere gelosi e fiduciosi custodi dei valori che vengono celebrati».

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