Lettori fissi

28 gen 2012



La notte tra il 2 e 3 agosto 1944, il "campo degli zingari" del campo di morte di Auschwitz-Birkenau venne chiuso dopo che l'ultimo gruppo di 2.897 zingari reclusi fu sterminato. Un articolo tratto da Radio Free Europe

Di Michael Shafir - Senior Regional Analyst di Radio Free Europe

Traduzione a cura di Daniela Mezzena - Osservatorio sui Balcani


Il "Campo degli Zingari" era stato costruito nel febbraio 1943 come sezione separata della fabbrica di morte dove, secondo le ultime stime, sono morti 1,1 milioni di Ebrei. Il "Campo degli Zingari" era stato concepito come un "campo famiglia" nel quale uomini, donne e bambini venivano rinchiusi assieme. Dei 23mila zingari internati ad Auschwitz-Birkenau, solo 3mila sono sopravissuti. Secondo Franciszek Piper, lo storico che dirige il Museo Statale Auschwitz-Birkenau, la maggior parte di loro sono morti di fame e malattie. Dopo gli Ebrei e i Polacchi (circa 70-75mila vittime), i Rom sono stati il terzo più numeroso gruppo nazionale sterminato dai nazisti ad Auschwitz-Birkenau.

Il "Porrajmos", o Olocausto in lingua romany, è un tema ad oggi poco studiato. Come nel caso delle vittime ebree, è difficile fornire il numero esatto degli zingari uccisi nel Porrajmos. Mentre, però, le stime delle vittime ebree variano tra 5,1 e 6,2 milioni, quelle delle vittime zingare presentano una discrepanza maggiore, da 200mila fino a 1,5 milioni. Come il politologo Zoltan Barany, residente negli Stati Uniti, ha scritto in un libro pubblicato nel 2002, ci sono diversi motivi alla base di questa discrepanza. In primo luogo, molte delle vittime zingare erano analfabete o semi-analfabete e quindi poche tra loro hanno potuto rendere una testimonianza dopo la loro odissea. "Gli Zingari sopravissuti", scrive Barany, "non hanno lasciato diari, non hanno scritto memorie e, di conseguenza, non hanno fatto ricerche in questa materia". Questo si combina al fatto che la storia scritta è stata, fino a tempi recenti, un concetto esterno alla cultura zingara. In secondo luogo, è difficile ottenere dati demografici attendibili sulle popolazioni Rom e Sinti del periodo precedente alla seconda guerra mondiale in Europa, la maggior parte apparteneva infatti a popolazioni migranti. Inoltre scrive Barany, "rispetto all'assassinio degli Ebrei, lo sterminio degli Zingari è stato documentato in maniera molto meno meticolosa dai nazisti e dai loro collaboratori".

C'è, comunque, una quarta ragione per la mancanza di ricerche sul Porrajmos, ragione che Barrany ha prudentemente evitato di nominare. Alcuni storici ebrei ritengono che i nazisti non intendessero eliminare completamente la popolazione zingara; di qui una giustificazione sufficiente per non considerare le popolazioni Rom e Sinti dell'Europa come parte del piano di genocidio nazista. Comunque, nonostante sia vero che i nazisti abbiano classificato i Rom in diverse categorie, la classificazione non è mai stata applicata nella pratica. Molti Sinti e Lalleri - a cui si suppone sia stata risparmiata la sorte riservata agli altri perché erano considerati "Zingari Ariani" che non si sono mescolati geneticamente con i discendenti dei "criminali europei" nel corso della storia - finirono, in molti casi, per essere sterilizzati con la forza o deportati nei campi di morte proprio come è successo agli altri Rom. Come ha mostrato lo storico britannico John Grenville, il capo delle SS Heinrich Himmler - il quale progettò la classificazione in un decreto pubblicato nel dicembre 1942 - era particolarmente impaziente di liberare la Germania dalla popolazione Rom e le distinzioni "erano arbitrarie e non venivano affatto osservate rigorosamente; pochi zingari sarebbero sopravvissuti al 1945; il loro assassinio di massa, come quello degli Ebrei, si estese a tutta l'Europa sotto la dominazione tedesca".

Secondo Barany, durante la seconda guerra mondiale, esistevano "significanti disparità" nelle politiche attuate dai satelliti tedeschi nei confronti degli Zingari. Gli Ustasha croati "non erano certo più misericordiosi dei Tedeschi nel trattamento dei Rom" e in 26.000 vennero uccisi o morirono durante la deportazione in Croazia o in Sardegna. Nella Serbia occupata dai Tedeschi, decine di migliaia di Rom vennero mandati nei campi di sterminio e in migliaia vi morirono. L'Ungheria trattò la sua popolazione zingara allo stesso modo di quella ebrea. La legislazione discriminatoria venne emanata nei primi anni '40, ma fu solo dopo l'occupazione tedesca del paese nel marzo 1944 e l'ascesa al potere di Ferenc Szalasi nell'ottobre di quell'anno, che gli Zingari vennero deportati nei campi di concentramento, dove ne morirono diverse migliaia. In Polonia, le autorità tedesche d'occupazione ne uccisero tra i 20 e i 35mila, sparando loro oppure nei campi di concentramento. Come per il trattamento degli Ebrei, le autorità bulgare difesero gli "Zingari domestici" dalla deportazione, ma nella Macedonia occupata dai Bulgari e in Tracia, i Rom vennero riuniti e condannati a morte. Secondo Radu Ioanid dell'Holocaust Memorial Museum degli Stati Uniti, il numero dei morti tra i 25mila deportati in Transnistria durante il regime di Antonescu, ammonta a 19mila; mentre secondo lo storico Viorel Achim, circa la metà dei deportati ritornarono in Romania. Nella "Repubblica clericale" slovacca di monsignor Jospeh Tiso, esisteva una forte discriminazione, ma non vennero messe in atto politiche di sterminio dei Rom. Tuttavia, in Slovacchia gli Zingari vennero rinchiusi in campi di lavoro forzato e, dopo l'occupazione del paese da parte delle forze tedesche alla vigilia della Sollevazione Nazionale Slovacca del 1944, circa mille Rom morirono in pogrom e uccisioni di massa. Dei 6mila Zingari che vivevano in Cecoslovacchia, un decimo è sopravissuto al Porrajoms. Le autorità del Protettorato di Boemia e Moravia internarono 1.300 Rom nel campo di Lety, 538 dei quali vennero trasferiti ad Auschwitz-Birkenau. In totale, in 326, compresi 241 bambini, morirono a Lety. Vergognosamente, oggi questo luogo è occupato da una fattoria dove si allevano maiali per il commercio, fattoria che le autorità ceche hanno per anni inutilmente promesso di eliminare.

Recentemente, il Porrajmos ha registrato un crescente interesse da parte degli storici e l'Holocaust Memorial Museum degli Stati Uniti ha indirizzato l'attenzione su questo capitolo dell'Olocausto a lungo dimenticato. Rimane da vedere se questo recente interesse potrà aiutare a sradicare il diffuso pregiudizio anti-Rom nell'Europa Centro-Orientale post-comunista.

da http://shoabateieten.ilcannocchiale .it

17 gen 2012



Una ricerca postuma del giornalista parlamentare Angiolo Berti
GLI EBREI NELL’UNITA’ D’ITALIA
Tre erano deputati d’origine toscana: Sydney Sonnino,Giuseppe Modigliani(fratello del pittore), Leopoldo Franchetti . Il ruolo di Carlo e Nello Rosselli, di padre livornese. “Un contributo storico e morale – scrive – da non dimenticare”.

“Il contributo degli Ebrei alla storia italiana è espressione di una realtà viva da non dimenticare”. Con queste parole inizia uno scritto che Angiolo Berti, giornalista parlamentare, volle dedicare a quei personaggi appartenenti alla Comunità Israelitica protagonisti,anche con il sacrificio della vita,dell’Unità d’Italia. Il carteggio,inedito, è stato ritrovato recentemente fra i documenti della Fondazione a lui intestata, che ha sede a Casciana Terme. “Tra non molto l’Italia compirà 150 anni ( lo scritto risale al 2005,pochi giorni prima cioè della sua scomparsa) e probabilmente non se ne parlerà come invece si dovrebbe. Voglio allora avere l’onore ( così disse all’estensore di queste note) di scriverlo di mio pugno. Certamente non sarà possibile ricordarli tutti e me ne dolgo fin d’ora, ma idealmente è l’impegno storico e morale che m’assumo davanti agli uomini ed agli avvenimenti. Qualcuno penserà poi a divulgarlo”.
“E’ trascorso più di un secolo – così si legge- ma pochi ricorderanno come, nel 1902, i senatori ebrei erano 6 fra i 350 di nomina reale e diventeranno addirittura 19 nel 1922. Tre sono d’origine toscana. Fra i più noti è senz’altro il barone Sidney Sonnino (nacque a Pisa l’11 marzo 1847 e riposa nel castello da lui costruito a Quercianella, in provincia di Livorno ). Fu nominato Ministro delle Finanze e Tesoro dal 1893 al 1896, poi due volte Presidente del Consiglio (1906) e dal 1909 all’anno successivo. Dal 1914 al 1919 fu quindi Ministro degli Esteri. In gioventù, studiò a Firenze e si laureò nel 1865 in Diritto Internazionale all’Università di Pisa.
Nel 1910 ( 31 marzo), è invece nominato Primo Ministro un notissimo parlamentare ebreo,Luigi Luzzatti ( rimarrà in carica fino al 29 marzo 1911),dopo essere stato Ministro del Tesoro e poi dell’Agricoltura,Industria e Commercio. Giurista ed economista, fondò la Banca Popolare di Milano e fu tra i creatori dell’Università Ca’ Foscari a Venezia.
Il 1917 è invece l’anno d’una tragedia: il sociologo Leopoldo Franchetti, senatore conservatore per molti anni nella Destra Storica, nato a Livorno il 31 maggio 1874 e membro di una delle famiglie ebree più note in città fra il 18° secolo ed il 19° secolo, fu tra i primi studiosi parlamentari del “problema Mafia” in Sicilia assieme a Sonnino. Si suicida in seguito alla sconfitta italiana a Caporetto. Ed ancora: Salvatore Barzilai,giornalista irredentista di Trieste risulta eletto deputato per l’ottava volta. Dopo la guerra,farà parte della delegazione italiana alla Conferenza di Versailles. E’ il primo esponente del Partito Repubblicano a rivestire incarichi di Governo ( secondo dicastero Salandra) come Ministro per le Terre Liberate. Ricopre anche la carica di presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (1920).
“Quella che citiamo, aggiunge Berti, è una realtà lunga,ma ben degna di memoria: Ernesto Nathan è sindaco di Roma dal 1904 al 1913. Vive la giovinezza soprattutto a Firenze, è vicino a Felice Cavallotti nell’”Estrema sinistra storica”, successore del livornese Adriano Lemmi, quale Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. Come sindaco contrasta la speculazione edilizia,costruisce 150 asili per l’infanzia, poi il Vittoriano, il Palazzo di Giustizia e lo stadio Flaminio. A 70 anni,nel 1915, si arruola ed è il più giovane tenente del nostro esercito”.


Giuseppe Ottolenghi ,nel 1902,è invece il primo militare italiano di religione ebraica ad entrare nel Corpo di Stato Maggiore, poi ad essere nominato Generale ed infine Ministro della Guerra ( Governo Zanardelli). Fra i protagonisti dell’Aventino (Partito Socialista), sono da ricordare gli Ebrei, Claudio Trevès e Giuseppe Emanuele Modigliani. Il primo, socialista riformista, è direttore de L’AVANTI e La Giustizia, perseguitato dal Fascismo ripara all’estero, continuando la sua forte opposizione al Regime. Il secondo,livornese, fratello maggiore del pittore Amedeo, è tra i protagonisti della lotta al Fascismo. Amico di Turati, più volte deputato ( anche nella circoscrizione di Pisa – Livorno),il 16 novembre 1922 interrompe Mussolini in Parlamento, quando parla di “aula bieca e grigia”, gridando “Viva il parlamento”. Eucardio Momigliano,dal canto suo, è noto per una clamorosa circostanza: dopo essere stato “sansepolcrista” ( così vennero chiamati i partecipanti alla riunione di Milano del 23 marzo 1919 al Palazzo degli Esercenti in piazza San Sepolcro, dove il Duce fondò i primi Fasci di Combattimento,trasformati poi nel Partito Nazionale Fascista),abbandona Mussolini dando vita all’”Unione democratica antifascista”. Un altro deputato ebreo, Pio Donati,della Comunità Ebraica di Modena ed eminente personaggio del socialismo modenese, deputato dal 1919 al 1923, aggredito e percosso dagli squadristi,è costretto all’esilio e morirà in seguito in solitudine,a Parigi. “Sono solo ragazzi,non hanno alcuna colpa – confidò al cognato,Enzo Levi, parlando degli aggressori –subiscono il veleno, ma contro di loro non posso avere malanimo”.
Sono inoltre molti i nomi di ebrei indicati – sottolinea ancora – dalla storia politica: a Fiume, con D’Annunzio, c’è Aldo Finzi (poi vice – capo della Polizia sottosegretario agli Interni del Governo “Mussolini” e membro del Gran Consiglio. A lui,il Duce addebitò la colpa dell’omicidio di Matteotti. Finzi lasciò l’incarico. Entrò successivamente nella Resistenza e venne ucciso nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Il suo nome è in una lapide alla Sinagoga di Roma). E poi ancora,Guido Jung, Ministro delle Finanze di nomina fascista. Contribuì alla nascita dell’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale. Esautorato dal Capo del Governo, parte volontario in Etiopia. Dopo l’8 settembre è ministro nel Governo Badoglio. Ed infine,Maurizio Rava,Governatore della Somalia e Generale della Milizia Fascista. Tra gli amici di Mussolini, la russa Angelica Balabanoff socialista,che lavorò con Mussolini all’Avanti e Margherita Sarfatti,per diversi anni amante di Mussolini, redattrice de Il Popolo d’Italia,conduttrice della rivista “Gerarchia”, autrice della biografia titolata “Dux”( il libro ebbe 17 edizioni). S’allontanò dall’Italia dopo le leggi razziali.
Fra i docenti universitari che rifiutarono fedeltà al fascismo: Giorgio Errera, professore universitario di chimica, rifiutò la nomina a rettore di Pavia perché le nuove leggi lo avrebbero configurato emanazione diretta del Ministro. Giorgio Levi della Vida, di famiglia ferrarese, affermò che contro il Fascismo ogni cittadino avrebbe dovuto assumersi le proprie responsabilità . Vito Volterra che si laurea a Pisa con una tesi d’idrodinamica e poi è docente di Meccanica Razionale. Patriota entusiasta, è tra i fondatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il 1° maggio 1925, il “Manifesto degli Intellettuali” ,redatto da Benedetto Croce e pubblicato sul quotidiano Il Mondo, è sottoscritto da 33 intellettuali ebrei, in risposta a quello degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile. La data (Festa dei Lavoratori) risponde all’altra, 21 Aprile,del Natale di Roma.
L’ebraismo fascista – si legge ancora – s’ispira al Regime nel 1938. Fu una variante della storia,perché nel 1920, il “popolo d’Italia” (direttore Mussolini) fu contrario. Questo un pensiero del quotidiano fascista:”In Italia non si fa assolutamente differenza fra ebrei e non ebrei in tutti i campi,dalla religione alla politica,alle armi,all’economia…”


Poi,dopo qualche incertezza che sarebbe lungo narrare – Berti così conclude – con il 1933 comincia l’antisemitismo fascista. I fratelli Nello e Carlo Rosselli,discendenti di Pellegrino Rosselli, livornese, e Janetta Nathan Rosselli, che tra l’altro ospitarono Mazzini, vennero uccisi il 9 giugno1937 nell’esilio di Parigi a Bagnoles de l’Orne. Furono le formazioni locali d’estrema destra, probabilmente su ordine proveniente dai vertici della gerarchia fascista. Entrambi avevano tra l’altro fondato il periodico antifascista “Giustizia e Libertà”. In via Giuseppe Giusti, a Firenze, le parole incise su una lapide,scritte da Piero Calamandrei,ricordano che in quella casa nacque nel 1925 il primo foglio clandestino antifascista. Entrambi poi combatterono in Spagna. Fra i caduti in quella terra, va ricordato infine Alberto Liuzzi,medaglia d’oro concessa dalla Repubblica.
GIAN UGO BERTI

16 gen 2012





Il I marzo del 1921 a Kronstadt la rivoluzione russa riappariva in superficie, per la
quarta volta in quindici anni. Non più solo contro lo zar, né contro i conciliatori, ma
sempre per il socialismo e questa volta contro il potere bolscevico. Cogliere quello
che accadde a Kronstadt non è possibile senza riferirsi all’esperienza concreta vissuta
nella tumultuosa isola del Golfo di Finlandia. Concepita dagli zar come isola
fortificata per presidiare un attacco dal mare alla capitale, essa avrebbe finito per
rappresentare l’avanguardia della rivoluzione in un crescendo vorticoso.
All’appuntamento del 1905 i marinai della fortezza sono presenti, ma il loro
ammutinamento nel crogiolo della prima rivoluzione russa non rappresenta ancora
alcuna particolarità rispetto ad altri avvenuti in tutta la flotta, tra cui quello
famosissimo dell’incrociatore Polùmkin: è pienamente inserita nella corrente
rivoluzionaria con tutte le immaturità di quel primo tentativo. Ma il soffocamento
della rivoluzione porta con sé a capo della guarnigione dell’isola l’ammiraglio Viren,
con il compito di ripristinare l’ordine tra i marinai e gli abitanti dell’isola imponendo
una disciplina severissima e odiosa. Confidando nella capacità del suo ammiraglio di
“ridurre alla ragione” i più riottosi e recalcitranti, lo zar farà trasferire a Kronstadt
molti soldati distintisi tra i rivoluzionari, al fine di punirli e piegarli. La mossa si
sarebbe rivelata decisamente improvvida: sotto la cortina della disciplina apparente si
diffondevano e confrontavano idee di cambiamento radicale, che al momento critico
sarebbero germogliate nel processo rivoluzionario. Nel ‘17, infatti, quello di
Kronstadt fu tra i primi soviet a costituirsi, distinguendosi da subito per le posizioni
molto radicali. In prima fila nelle drammatiche giornate di luglio, determinati contro
il tentativo reazionario di Kornilov in settembre, pienamente coinvolti nella
rivoluzione di Ottobre, i marinai di Kronstadt si guadagnarono così da Trotsky
l’appellativo di “onore e gloria” della rivoluzione. Eppure non è lecito pensare a
Kronstadt in ogni circostanza e su ogni questione come ad un fiore all’occhiello
bolscevico, ché anzi vi furono ragioni di differenza e di attrito molto importanti. Nel
giugno del ‘17 il soviet di Kronstadt proclama l’indipendenza della cittadella, certo
segnalando così la propria diversità dall’allora ancora troppo moderato soviet di
Pietrogrado, ma soprattutto riflettendo una spinta anticentralista e federativa che
provocò un certo imbarazzo tra i bolscevichi della cittadella e critiche da quelli della
capitale; dopo l’Ottobre a Kronstadt continua a funzionare e si rafforzò una rete di

comitati di palazzo, di officina, di unità militari e navali che, intrecciandosi con il
soviet, ne articolavano l’attività: dall’amministrazione delle case e delle officine, alla
iniziale socializzazione dell’orticoltura isolana, aspetti che suscitarono polemiche
durissime da parte della minoranze bolscevica in seno al soviet dì Kronstadt.
Il 1918 rappresenta un turning point: i bolscevichi nel volgere di tre mesi vedono la
loro rappresentanza al soviet locale passare da quasi la metà a meno di un terzo, a
vantaggio di altre organizzazioni rivoluzionarie (dai socialrivoluzionari di sinistra, ai
socialrivoluzionari massimalisti, agli anarchici, ai menscevichi internazionalisti).
Otterranno la maggioranza in seno al soviet alcuni mesi più tardi grazie alla
bolscevizzazione dei soviet, in virtù della quale vengono semplicemente espulse tutte
le componenti di opposizione. L’apparente ed effimera docilità di Kronstadt da allora
in poi fu dovuta al contraccolpo immediato della sconfitta della democrazia sovietica,
ma si combinò anche molto alla convinzione che le circostanze eccezionali della
guerra civile rendessero necessario mettere da parte dissidi e polemiche per far fronte
comune nella lotta alla controrivoluzione. Perciò la conclusione della guerra civile
all’inizio del ‘21 fu vista da importanti settori come la fine delle misure eccezionali
che il governo bolscevico aveva adottato e la possibile ripresa della democrazia
sovietica, d iure et de fàcto soppressa. Nella capitale pareva sempre più insop-
portabile il regime dei razionamenti, dei commissari e della Ceka e nel febbraio del
‘21 si verificarono scioperi in parecchie officine .Colpiti da queste notizie i marinai di
Kronstadt decidono l’invio nella capitale di una delegazione che raccolga
informazioni e riferisca. La delegazione trova una città ingessata dalla ripresa del
controllo da parte della Ceka, che palesemente presidia le fabbriche: gli operai
restano perlopiù silenziosi e intimiditi di fronte alle domande della delegazione; solo
uno denuncia la totale soppressione di libertà e il potere pervasivo dei commissari. Il
rapporto della delegazione di fronte agli equipaggi riuniti della Sebastopol e della
Petropavlovsk, le corazzate di stanza a Kronstadt, indignai marinai che alla fine
dell’assemblea approvano con due sole astensioni la risoluzione in quindici punti che
qui riproduciamo:
“Udito il rapporto dei rappresentanti dei marinai mandati a Pietrogrado
dall’assemblea generale degli equipaggi per accertare la situazione, noi chiediamo:
1.
che in considerazione del fatto che i Soviet attuali non esprimono la volontà
degli operai e dei contadini, si tengano immediatamente nuove elezioni a voto
segreto, con libertà di propaganda preliminare per tutti gli operai e i contadini
2.
libertà di parola e di stampa per gli operai e i contadini, per gli anarchici per i
partiti socialisti di sinistra;
3.
liberta di riunione per i sindacati e le associazioni contadine;
4. che sia convocata, non oltre il 10 marzo 1921, una conferenza apartitica di
lavoratori, di soldati dell’Armata rossa e di marinai di Pietrogrado. di Kronstadt e
della provincia di Pietrogrado:
5.
la liberazione di tutti i prigionieri politici dei partiti socialisti e di tutti gli
operai e contadini, soldati dell’Armata rossa e marinai imprigionati in relazione ai
moti della classe operaia e dei contadini;
l’elezione di una commissione incaricata di riesaminare i casi delle persone detenute

in carcere e nei campi di concentramento;
7.
l’abolizione di tutti gli uffici politici, perché nessun partito deve godere di
privilegi speciali nella propaganda delle sue idee e ricevere fondi dallo Stato per
questo scopo; invece di questi Uffici, si devono istituire commissioni culturali-
educative elette localmente e finanziate dallo Stato;
8.
l’abolizione immediata di tutti i blocchi stradali;
9.
la parificazione delle razioni di tutti i lavoratori, ad eccezione degli addetti a
lavori dannosi per la salute;
10. l’abolizione dei distaccamenti comunisti di combattimento in tutte le unità
militari e delle guardie comuniste in servizio nelle fabbriche e negli stabilimenti; se di
questi distaccamenti e guardie ci fosse bisogno, potrebbero essere scelti dalle
compagnie nelle unità militari e a discrezione degli operai nelle fabbriche e negli
stabilimenti;
11. che ai contadini sia dato il diritto e la libertà di usare la terra come meglio
credono e anche il diritto di avere il bestiame che sono in grado di mantenere e
custodire da soli, cioè senza l’uso di manodopera salariata;
12. chiediamo che tutte le unità militari e anche i compagni kursanly (gli allievi
ufficiali) approvino la nostra risoluzione;
13. chiediamo che a tutte le risoluzioni si dia ampia pubblicità sui giornali;
14. chiediamo la nomina di un ufficio itinerante di controllo;
15. chiediamo che sia consentita la libera produzione artigianale di chi lavora in
proprio.’’1

L’indomani, 1 marzo, la stessa risoluzione viene presentata discussa in un’assemblea
cittadina, cui prendono parte almeno 15.000 persone. Tra queste, accolti con gli onori
ufficiali, vi sono anche due inviati del partito bolscevico, i quali esprimono
immediatamente la contrapposizione del partito alle richieste dei marinai, rendendo
evidente che mancava qualsiasi volontà di mediazione. L’adozione a larghissima
maggioranza della mozione de marinai apre la strada alla conformazione di un
comitato rivoluzionario provvisorio, inizialmente di cinque componenti, poi allargata
a quindici per cooptazione. La quarta rivoluzione russa era cominciata. L’indomani la
cittadella è totalmente nelle mani degli insorti. Immediata, parte la campagna
bolscevica per isolar Kronstadt da Pietrogrado e dal resto dell’Unione: un profluvio c
menzogne si abbatte sugli insorti, mentre i loro familiari vengono arrestati e presi in
ostaggio. Disperatamente gli insorti, sulla stampa delle Izsvestija di Kronstadt e negli
appelli radio, smontano le accuse di essere al servizio della controrivoluzione,
rivendicano il carattere socialista delle loro rivendicazioni, spiegando che il loro
programma vuole l’autentico esprimersi del potere dei soviet, nella libertà e nella
difesa delle conquiste della rivoluzione. Ma non riescono ad estendere la loro
rivoluzione oltre la roccaforte, impediti a portare il loro messaggio al di fuori
dell’isola, a causa delle inconseguenze delle correnti rivoluzionarie, oltre che dello
strettissimo filtro bolscevico. Un fatto gravido di conseguenze negative, che

1 Pravda o Kronstadt, Praga, 1921, pp. 46-47.

renderanno più semplice la repressione che i bolscevichi stavano preparando. Nel
frattempo la situazione si fa di ora in ora più tesa. I bolscevichi paiono sempre più
determinati a reprimere: il loro statalismo non ammette critiche, né prevede di
relazionarsi a questa rivoluzione, per rintracciare in essa le energie per superarsi.
Altri bolscevichi, centinaia di abitanti e marinai di Kronstadt, nelle stesse ore
decidono di uscire dal partito in cui avevano creduto o vi restano schierandosi
apertamente con l’insurrezione. Il tentativo di mediazione degli anarchici Emma
Goldman e Berkman in queste condizioni è destinato a naufragare sul nascere. Il 7
marzo sotto il comando di Tuchaèevsky iniziano le operazioni militari contro
Kronstadt. Il X congresso bolscevico, che si riunisce in quei giorni, approverà
all’unanimità l’invio di un quarto dei delegati per contribuire ad espugnare la
fortezza. Ben 60.000 uomini fronteggeranno la cittadella rivoluzionaria cercando di
avanzare sul ghiaccio del golfo di Finlandia, incalzati da tergo dalle mitraglie della
Eeca indente a dilaniare i corpi di chi si ritirava. Con perdite gravissime e dopo
dodici giorni di reiterati attacchi le truppe governative irrompevano nella cittadella,
sparando casa per casa, massacrando chiunque, anche molti tra gli arresi cosi come
poi sarebbe accaduto ai familiari presi in ostaggi. Il resto lo avrebbero fatto i tribunali
e le sezioni della Eeca. I vincitori saranno minuziosamente attenti a cercare di
disperdere la memoria; il soviet della cittadella che aveva innalzato nel proprio
vessillo la consegna: “Tutto il potere a i soviet e non ai partiti” sarebbe stato sciolto,
per non essere mai più ricostituito, sostituito da una troika di commissari bolscevichi.

La rivoluzione socialista si forgia

Veniva stroncato così dai bolscevichi l’ultimo tentativo della rivoluzione russa di
risollevarsi e di reagire al suo riflusso. Lo statalismo rivoluzionario dei bolscevichi
nella situazione di generale ripiegamento dell’ondata del 17, li aveva portati a
concepire solo se e nient’altro che sé quale garanzia di una vittoria rivoluzionaria,
proprio mentre non erano in grado, né volevano riconoscere la rivoluzione che
riemergeva, anzi, le si contrapponevano frontalmente. Quella di Kronstadt fu peraltro
una rivoluzione le cui caratteristiche vanno viste più da vicino. In essa si manifestò,
infatti, una spinta evidente al socialismo, esprimentesi nella chiara carica libertaria
che la contraddistinse. Qui si evince un nodo importante: la quarta rivoluzione russa
nel rivendicare il ‘potere ai soviet e non ai partiti” esprime l’impossibilità di
realizzare il socialismo, se le classi subalterne vengono espropriate della facoltà di
autogoverno. Questo elemento molto importante non casualmente verrà ignorato da
tutti i sostenitori di Lenin e Trotsky nelle decadi successive. Tuttavia la stessa
concezione di autogoverno degli insorti merita alcune brevi considerazioni. Tale era
la fiducia nella insostituibilità dei soviet che i rivoluzionari di Kronstadt vedevano in
essi il solo strumento possibile; tutto ciò che non fosse ritenuto sovietico doveva
essere spazzato via, anche contraddicendo l’esigenza democratica e libertaria che
animava la rivendicazione del soviet come forma di autogoverno: fortissima resterà la
rivendicazione dello scioglimento dell’Assemblea costituente, per eseguire il quale

Kronstadt aveva fornito una delegazione molto ampia e determinata. D’altra parte
l’elemento dell’autogoverno, per quanto caratteristico, è insufficiente per
l’edificazione di una società socialista, per il fatto che la socializzazione è l’elemento
conn0tante e fondamentale al contempo della affermazione delle basi di una civiltà
delle donne e degli uomini liberamente associati, ciò che per comodità chiamiamo
socialismo”2. Sebbene nella vita quotidiana della cittadella elementi iniziali di
socializzazione fossero presenti, ad esempio nella coltivazione degli orti urbani, in
quella fitta rete di comitati di caseggiato, di fabbrica e anche di unità militari, è
interessante notare come i 15 punti di Kronstadt non contengano in merito alla
socializzazione riferimenti di alcun tipo. Le rivendicazioni in campo sociale,
paradossalmente, si fermano molto più indietro di quanto non fosse stato larvalmente
praticato dai rivoluzionari isolani dal 17 in poi. Pare quasi che i protagonisti non
assegnassero alcuna importanza qualificante a una parte importante di ciò che, pur
contraddittoriamente, avevano iniziato a fare. Ma il paradosso apparente trova una
sua spiegazione nel fatto che se la rivoluzione di Kronstadt fu, da un lato, l’opposto di
ciò che la leadership bolscevica l’accusava di essere, cioè una controrivoluzione al
soldo dell’imperialismo, dall’altro, essa deve non solo la sua forza, ma anche i suoi
limiti proprio al fatto di essere stata parte integrante della rivoluzione russa. La
debolezza dell’idea di socialismo che emerge dalla rivoluzione di Kronstadt, per
quanto ben più avanzata ed affascinante di quella sostenuta con il terrore rosso dai
bolscevichi deriva, insomma, proprio dal fatto che quella rivoluzione germinava dalle
tensioni positive del 17, ma ne subiva anche la debolezza socialista3, o, detto in altri
termini, non aveva saputo andare oltre la richiesta di autogoverno per affermare e
praticare la centralità della socializzazione.
La rivoluzione di Kronstadt non fu un frutto improvvisato: il suo insorgere derivò
dalla vivace presenza e anche dallo scontro di varie componenti rivoluzionarie, che vi
si svilupparono a partire dal 1905. Il particolare concentrate di oppositori che si
ritrovarono nell’isola grazie alla miope mossa dello zarismo, citata all’inizio, creò a
Kronstadt condizioni particolari, che vanno lette per le loro implicazioni. Innanzi
tutto può stupire la contraddizione tra Kronstadt e altre cittadelle militari nelle
esperienze rivoluzionarie, poiché queste ultime mai sono state delle avanguardie nel
processo rivoluzionario, quanto piuttosto realtà di retroguardia; in generale, come ci
ricorda correttamente Rosa Luxemhurg, la disciplina militare, lungi dall’essere una
scuola di preparazione alla rivoluzione4, rappresenta al contrario un elemento di
diseducazione. Tuttavia proprio la presenza concentrata di avanguardie rivoluzionarie
nell’isola riuscì a rappresentare una controspinta formidabile alla barbarie della
disciplina militare e della guerra stessa. Non deve stupire allora il senso di differenza
dei marinai di Kronstadt che, già nel 17, deprecavano la maniera manesca degli

Renzi, della socializzazione, in Altrasinistra, n. 14, p. 37.
3 D.Renzi, Di un altro socialismo, in AA. VV., J1 libro rosso del socialismo,
Prospettiva Edizioni, Roma 1998.
4 Rosa Luxernburg, Problemi (li riorganizzazione della socialdemocrazia russa, in
Scritti politici, Editori Riuniti. Roma i970, pp. 223-224.

operai di Vyhorg nell’affrontare le differenze di opinione.
Varie correnti avevano lavorato per lunghi anni alla preparazione della rivoluzione
nella cittadella, dai bolscevichi, ai socialrivoluzionari di sinistra, agli anarchici, ai
menscevichi internazionalisti, ai socialrivoluzionari massimalisti. Questi ultimi
rappresentano un’anomalia, perché il loro radicamento, generalmente molto limitato,
è sicuramente profondo a Kronstadt. Il loro principale esponente, Anatoly Lamanov,
verrà più volte eletto delegato ai congressi panrussi dei soviet e dirigerà il giornale
del soviet locale, le Jzvestija di Kronstadt, conducendo il suo raggruppamento a risul-
tati molto importanti, arrivando nel 18 a essere la seconda organizzazione al soviet
locale, appena dietro i bolscevichi. Molto del programma dei 15 punti di Kronstadt
viene dalle posizioni di questo raggruppamento, mentre va ridimensionato il peso,
che un luogo comune vuole attribuire all’anarchismo, sulle posizioni di Kronstadt.
Infatti, se è vero che alcune rivendicazioni erano state già innalzate dagli anarchici, la
Kronstadt del 21 non si batteva contro lo Stato in quanto tale, ma per uno Stato nelle
mani dei lavoratori. Dei bolscevichi, poi, è bene ricordare che solo dopo la
bolscevizzazione dei soviet, nel luglio 19, essi sarebbero riusciti a divenire
maggioranza assoluta. In precedenza, infatti, per quanto fossero il gruppo più
numeroso, in più di una circostanza vennero messi in minoranza. Battaglie durissime
vennero combattute in seno al soviet proprio sugli elementi di larvale socializzazione
degli immobili e dei servizi urbani, che i bolscevichi osteggiarono costantemente, o
sulla denuncia da parte del soviet di Kronstadt della repressione degli anarchici
attuata nell’aprile del 18 dal soviet di Mosca, per non ricordare la proclamazione
della repubblica di Kronstadt nella primavera del 17. Insomma, posizioni distinte tra
correnti rivoluzionarie diverse si confrontarono e scontrarono a Kronstadt per anni,
mantenendo viva la prassi della discussione aperta tra i settori più ampli della società
civile che cercavano sempre spazi di libertà nonostante le chiusure bolsceviche. Il
concorrere di varie correnti che discutevano, proponevano e lottavano sulle strade che
la rivoluzione poteva seguire fu un elemento preparatorio decisivo per la quarta
rivoluzione.

Kronstadt insegna

Interrogarsi sul lascito di Kronstadt è molto importante per chi vuole mantenere viva
e rafforzare la prospettiva del socialismo come primo passo per l’autoemancipazione.
Non casualmente i vecchi marxisti rivoluzionari, e segnatamente i trotskisti nella crisi
che li attanaglia, continuano a non voler imparare dagli eventi di quel drammatico
1921. Viceversa il nuovo marxismo rivoluzionario continua a cercare di estrarre
lezioni vive dalle rivoluzioni, sia per la positiva sia per la negativa. In effetti, grazie
in primo luogo al contributo di Dario Renzi, la posizione del nuovo marxismo
rivoluzionario su Kronstadt, è assolutamente controcorrente rispetto alle posizioni
classiche invalse nel marxismo rivoluzionario. La pochezza, sotto tutti i profili, di chi
continua a ripetere che la repressione di Kronstadt fu una tragica necessità” si

evidenzia ancor più per contrasto con il giudizio solidale con gli insorti che viene
dalla corrente del nuovo marxismo rivoluzionario. Due insegnamenti in particolare ci
vengono offerti a questo proposito) dal giudizio di Dario Renzi: se come speriamo di
essere riusciti a dimostrare quella di Kronstadt fu una rivoluzione socialista, allora la
sua repressione ad opera dei bolscevichi fu un crimine contro il socialismo e la
rivoluzione, e, se la repressione avvenne in nome e nell’interesse del mantenimento
del potere da parte dei bolscevichi, allora da essa possiamo estrarre fondamentali
ragioni per la critica della politica, anche di quella rivoluzionaria Queste
caratterizzazioni critiche sono la base sulla quale è possibile cogliere insegnamenti a
positivo, per saper estrarre dalla rivoluzione di Kronstadt il suo contributo al
socialismo, così come i suoi limiti.
La proclamazione della repubblica di Kronstadt nella primavera del ‘17 non fu un
escamotage per prendere le distanze dal soviet di Pietrogrado, allora orientato su
posizioni moderate; che vi fosse anche questo può essere, ma non era l’elemento
preponderante. Quella scelta rappresentava qualcosa di più profondo, cioè una
tensione anticentralista e federativa che è al contempo espressione della diffidenza
verso un’eccessiva concentrazione di potere nell’apparato centrale dello Stato; in
questo senso da quella scelta di Kronstadt possiamo estrarre una tensione
antistatalista che la rivoluzione socialista deve assumere al fine di disarticolare e
rendere più leggero possibile lo Stato, perché possa essere uno Stato-non Stato) che
non si estingua semplicemente all’estinguersi delle classi, ma sia invece, pena la
ricostruzione di classi o ceti dominanti per tramite dello Stato, predisposto ad
estinguersi al più presto possibile, facendosi assorbire dalla società civile.

Un altro aspetto da sottolineare è il valore della preparazione della rivoluzione. Molti
storiografi della rivoluzione di Kronstadt5, nello smentire le accuse bolsceviche
secondo cui gli insorti sarebbero stati al servizio della reazione o avrebbero svolto un
ruolo obiettivamente reazionario, insistono troppo nell’affermare il carattere
spontaneo della rivoluzione di Kronstadt. Tale affermazione rischia di essere o
un’ovvietà o un’inesattezza. Infatti, da un lato, nessuno può stabilire l’inizio della
rivoluzione, se non le masse che decidono di mobilitarsi per la propria liberazione

9 gen 2012



ECCIDIO DELLE FONDERIE RIUNITE MODENA 1950

SEI OMICIDI COMPIUTI IN LUOGHI E MOMENTI DIVERSI AL DI FUORI DI QUALSIASI SCONTRO
Uccisi a sangue freddo

Una strage accuratamente pianificata ed eseguita con fredda determinazione, con l'evidente intento di intimidire le masse operaie e popolari, di colpire le loro organizzazioni politiche e sindacali (Pci, Psi e Cgil in primo luogo) e di intaccare le radici che legavano la sinistra antagonista - come si direbbe oggi - ai milioni di operai e contadini impegnati nelle lotte quotidiane per il lavoro e la democrazia. Questo e non altro è stato l'eccidio di Modena del 9 gennaio 1950: un eccidio che voleva essere a modo suo "esemplare"e che fu il momento culminante di una serie pressoché ininterrotta di episodi sanguinosi, come quelli - tanto per limitarci ai tre mesi precedenti - di Melissa, Torremaggiore e Montescaglioso.

Tiro al piccione

E' la tecnica stessa della strage, configuratasi piuttosto come un succedersi di singoli assassinii, a confermare questa valutazione. Non c'è stato, quella mattina di cinquant'anni fa, nessuno "scontro" tra dimostranti e polizia, nessun "atto di violenza" e nessuna "provocazione" contro le cosiddette forze dell'ordine; c'è stato invece da parte di queste ultime un sistematico tiro al piccione contro operai isolati ed indifesi. E a smentire la tesi grottesca ed infame del ministro degli Interni Scelba secondo cui poliziotti e carabinieri avrebbero sparato per difendersi dall'assalto di "una folla armata fino ai denti" c'è il bilancio stesso di quella tragica giornata: 6 morti e 50 feriti, di cui molti gravi, fra i lavoratori; soltanto tre contusi fra gli agenti, nessuno dei quali ferito da arma da fuoco. Segno evidente che si è sparato da una parte sola, quella stessa da cui è venuta la provocazione.

Tutto è cominciato il 5 dicembre 1949, quando l'industriale Adolfo Orsi, il maggiore industriale del Modenese e uno dei più forti dell'Italia di allora, metteva in atto la serrata delle Fonderie Riunite, teoricamente per ridurre la mano d’opera in eccesso ma in realtà "epurare" le maestranze da tutti gli elementi sindacalmente e politicamente attivi. Lo dimostra il fatto che all’inizio di quel mese di gennaio venivano improvvisamente annunciati, proprio per il 9, la riassunzione di soli 250 dei 565 vecchi operai e l'ingresso in fabbrica di un certo numero di nuovi assunti. Immediata quanto logica la decisione della Camera del lavoro di proclamare per quel giorno uno sciopero e una manifestazione di protesta.

A questo punto scattava la seconda fase della provocazione, con l'afflusso in città di ingenti rinforzi di polizia e carabinieri, dotati di autoblindo, da Cesena, Bologna, Ferrara, Parma, Forlì e Reggio Emilia. Tutta la zona intorno alle Fonderie, lungo l'asse di viale Ciro Menotti, veniva messa di fatto in stato d'assedio, mentre reparti in armi presidiavano tutti gli altri punti nevralgici della città. La CdL chiedeva intanto la concessione della centrale Piazza Roma per tenervi un comizio, e l'otteneva soltanto la mattina stessa, quando era possibile darne l’annuncio solo per mezzo di megafoni e altoparlanti mobili.

Il comizio era previsto per le 10, e quasi alla stessa ora ebbe inizio la sparatoria. In quel momento le strade della città erano percorse da gruppi di scioperanti che si recavano in parte verso il centro e in parte verso le Fonderie Riunite, senza però che si potesse parlare di un unico corteo organizzato. Ed infatti i sei caduti furono uccisi in luoghi e in momenti diversi, con una vera e propria opera di cecchinaggio; esattamente - e significativamente- come accadrà dieci anni più tardi, al momento della protesta contro il governo Tambroni, con la strage dei cinque operai di Reggio Emilia.

La prima vittima

Il primo a cadere tu Arturo Chiapelli, di 43 anni, ucciso da un carabiniere appostato sulla terrazza delle Fonderie mentre attraversava da solo, i binari della ferrovia che corre accanto allo stabilimento e dopo che i manifestanti riunitisi in quella zona erano stati dispersi con lancio di lacrirnogeni e raffiche sparate in aria; caduto tra i binari, ci vollero alcuni minuti perché i compagni potessero recuperame il corpo in quanto il "cecchino" continuava a sparare. Quasi contemporaneamente e a poca distanza cadeva la seconda vittima, Angelo Appiani di 30 anni, che si trovava con altri quattro o cinque lavoratori davanti ai cancelli delle Fonderie e che venne freddato da un carabiniere (o da un milite della Celere, secondo altre testimonianze) uscito incontro a loro con il fucile spianato.

Il terzo assassinio veniva cornmesso davanti a uno sbarrarnento di agenti che aveva bloccato un corteo di circa 200 lavoratori con bandiere e cartelli. Anche qui lancio di lacrimogeni e successiva violenta carica; nel fuggi fuggi generale, l'operaio Roberto Rovatti di 36 anni, già combattente partigiano, che portava un cartello, veniva aggredito, percosso con i calci dei fucili, rovesciato nel fossato che costeggia la strada e finito con un colpo di arma da fiuoco. Seguì una fase di relativa tregua, della quale i sindacalisti approfittarono per far circolare la notizia che il comizio era spostato al pomeriggio; ma dopo le 12 riprendevano le cariche, fra il crepitare continuo delle armi e i lanci dì lacrimogeni; i lavoratori venivano di fatto incolonnati verso il viale Ciro Menotti dove i blocchi dì polizia avevano predisposto dei passaggi obbligati, vere e proprie forche caudine al cui passaggio gli scioperanti venivano percossi e molti di loro arrestati. E qui finirono uccisi a sangue freddo, da uno stesso carabiniere, Ennio Garagnani, di 21 anni, colpito alla nuca mentre svoltava per via Piave, e Renzo Bersani, anch'egli di 21 anni e fratello di un fucilato dai nazisti, raggiunto da un proiettile mentre stava per voltare in via Monte Grappa. Incerte restarono invece le circostanze dell’uccisione del sesto operaio, Arturo Malagoli, di 21 anni anch’egli comunque colpito a sangue freddo.

Queste le circostanze del barbaro eccidio del 9 gennaio 1950. Abbiamo già detto che non fu il primo, molti altri lo avevano preceduto, e non fu nemmeno l'ultimo. Malgrado il possente moto di protesta che riempì le piazze di tutte le città (a Roma sfilammo in centomila, affrontando ancora una volta le cariche della Celere), già nei tre mesi successivi altri lavoratori sarebbero caduti sotto il fuoco della polizia nelle località abruzzesi di Celano e Lentella. Soltanto fra il gennaio 1948 e il giugno 1950, il bilancio della repressione contro la sinistra fu di 62 lavoratori uccisi di cui 48 comunisti, 3.126 feriti di cui 2.367 comunisti, 92.169 arrestati di cui 73.870 comunisti e 8.441 anni di carcere inflitti di cui 7.598 ai comunisti. Cifre agghiaccianti, che parlano da sole.

Giancarlo Lanutti

2 gen 2012


LEONE GINSBURG

Nato a Odessa nel 1909 in un'agiata famiglia ebraica di nazionalità russa che usa trascorrere i mesi estivi in Italia, Leone Ginzburg (a differenza dei genitori, Fëdor Nikolaevič e Vera Griliches, e dei fratelli, Nicola e Marussia) qui rimane allo scoppio della grande guerra, affidato all'istitutrice Maria Segré. Frequenta a Viareggio le scuole elementari e il primo anno di ginnasio. Nel 1920 prosegue gli studi a Torino, dove la famiglia si è intanto trasferita, presso il ginnasio Gioberti. A Torino ritorna alla fine del 1923, dopo avere frequentato la scuola secondaria russa a Berlino, sede delle attività commerciali del padre.
Alla fine del 1924 Ginzburg si iscrive al liceo classico D'Azeglio; suoi compagni di classe sono Norberto Bobbio e Giorgio Agosti, suoi insegnanti Zino Zini, Umberto Cosmo e Franco Antonicelli; inoltre, stringe saldi legami con Augusto Monti, direttore della biblioteca dell'istituto, e con alcuni dei suoi allievi, tra i quali Massimo Mila e Cesare Pavese. In questo contesto, Ginzburg si impone per la sua precoce cultura, di respiro europeo.
Nel 1927, a 16 anni, comincia a dedicarsi alla traduzione di opere della letteratura russa, attività nella quale continuerà a impegnarsi anche in seguito, misurandosi con Gogol', Tolstoj, Turgenev, Puškin.
Nello stesso periodo, Ginzburg si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Torino, passando, però, nell'autunno del 1928 alla facoltà di Lettere, presso la quale si laurea nel dicembre 1931 con una tesi su Maupassant.
In questi anni Ginzburg stabilisce una fitta rete di relazioni intellettuali (nel 1928, in particolare, entra in rapporto con Croce) e svolge un'intensa attività culturale: nel 1927 pubblica su "Il Baretti", fondato da Gobetti, il proprio primo saggio di critica letteraria, dedicato a Anna Karenina; nel 1929 comincia a scrivere su "La Cultura", collaborando in seguito anche con altre riviste, come "Pegaso" e "La Nuova Italia". Al principio degli anni Trenta, inoltre, comincia a dedicarsi all'attività editoriale: nel novembre del 1933 Giulio Einaudi fonda l'omonima casa editrice, nel cui sviluppo Ginzburg ha un ruolo fondamentale.
Nella primavera del 1932, Ginzburg, che nell'ottobre dell'anno precedente ha ottenuto la cittadinanza italiana, si reca a Parigi con una borsa di studio per completare le ricerche su Maupassant. Qui entra in contatto con Salvemini e Carlo Rosselli: contrario al fascismo sin dall'adolescenza, decide allora di prendere parte attiva alla lotta politica. Rientrato a Torino, ritesse le fila del movimento antifascista Giustizia e Libertà, scompaginate dalla polizia nel gennaio 1932. A capo della rete cospirativa di cui fanno parte Carlo Levi, Barbara Allason e poi Vittorio Foa, egli contribuisce in modo decisivo al dibattito politico-culturale di Gl, scrivendo (con la sigla M.S.) per i "Quaderni di Giustizia e Libertà".
Alla fine del 1932, Ginzburg ottiene la libera docenza di letteratura russa presso l'ateneo torinese. Egli, tuttavia, rifiuta di sottostare al giuramento di fedeltà al fascismo imposto nel gennaio 1934 anche ai liberi docenti, perdendo quindi la cattedra.
Nel marzo di quell'anno, dopo il fermo a Ponte Tresa di Sion Segre e Mario Levi, trovati in possesso di stampa clandestina giellista, Ginzburg viene arrestato. Processato in novembre dal Tribunale speciale, è condannato a quattro anni di reclusione (per amnistia ridotti a due), che sconta a Regina Coeli e Civitavecchia.
Scarcerato nel marzo del 1936, Ginzburg si dedica interamente al lavoro editoriale per la Einaudi, al fianco di Pavese. Nel 1938 Ginzburg, sposatosi all'inizio dell'anno con Natalia Levi, è privato della cittadinanza in seguito alle leggi razziali e, nel giugno 1940, è inviato come "internato civile di guerra" a Pizzoli, da dove continua a collaborare con la casa editrice, inviando suggerimenti circa la linea editoriale, scrivendo prefazioni e rivedendo traduzioni.
Il confino termina con la caduta del fascismo il 25 luglio 1943. Ginzburg, che in un periodo di permesso nel novembre-dicembre 1941 ha discusso con Ragghianti la formulazione dei "Sette punti", futuro programma del Partito d'azione, si reca a Roma, dove incontra il gruppo dirigente del partito. Rientra in seguito a Torino, dove è subito al centro dell'organizzazione locale del Pda, e, alla fine di agosto, prende parte a Milano alla riunione fondativa del Movimento federalista europeo. Inoltre, partecipa al congresso clandestino del Pda che si tiene a Firenze il 5-7 settembre. Dopo l'armistizio, il Pda affida a Ginzburg, giunto nella capitale per gestire la locale sede dell'Einaudi, la direzione del quotidiano romano del partito, l'"Italia libera". Ginzburg, che durante l'occupazione tedesca assume il nome di Leonida Gianturco, il 20 novembre 1943 è arrestato e imprigionato a Regina Coeli. All'inizio di dicembre, dopo la scoperta della sua vera identità, viene trasferito nel braccio tedesco del carcere. Il 5 febbraio muore in seguito alle torture subite.
Leone Ginzburg, in 35 brevi e intensissimi anni di vita, considerando anche i periodi di isolamento
trascorsi in carcere e al confino, ha saputo essere un intellettuale a tutto tondo, un suscitatore di
cultura e di idee: i suoi scritti e le sue traduzioni hanno ancora un valore ai nostri giorni; la casa
editrice Einaudi ancora oggi si riconosce in lui, nelle sue scelte editoriali, nel suo progetto di “fare
bene i libri”; conservano tutto il loro valore le sue posizioni politiche, emblematica l’adesione al
progetto del Movimento Federalista Europeo, nella direzione di un’unità europea di cui ancora oggi
si sente più che mai l’urgenza.
Ma di Leone vogliamo ricordare soprattutto l’amore per i libri, lo scrupolo con cui correggeva le
bozze, i progetti di collane editoriali e di nuove pubblicazioni. Perché un libro “buono” che passa di
mano in mano diffonde idee “buone”. I “buoni” libri sono strumenti per pensare e diventano quindi,
necessariamente, strumenti politici. Libri ben fatti, con serietà e scrupolo filologico: “Non crediate
che le Vostre edizioni si vendano perché lo Struzzo è simpatico alla gente: si vendono perché sono
accurate e leggibili: quando ci siano libri mezzi corretti e mezzi scorretti, quando il rispetto del
lettore venga meno, il lettore Vi abbandonerà”, scrive Leone a Giulio Einaudi il 27 ottobre 1941.
Libri che trasmettono, tutti, implicitamente un messaggio civile, come quelle lezioni al D’Azeglio
negli anni Venti dove non si parlava direttamente di politica, ma si insegnava a leggere gli autori e a
ragionare con la propria testa contro ogni faciloneria e ogni forma di malafede.
“Le sudate carte a cui con tanta passione si era dedicato fin dalla metà degli anni Venti, poco più
che adolescente, erano state per Leone anche, soprattutto, una scuola di vita.” (Angelo d’Orsi, “Un
suscitatore di cultura”, in “L’itinerario di Leone Ginzburg” a cura di Nicola Tranfaglia, Bollati
Boringhieri, p. 111)
Bobbio conclude la sua introduzione agli Scritti di Leone con il tono del rimpianto, della nostalgia e
di un certo pessimismo: “Ma Leone è morto senza dire la sua ultima parola, senza dire addio a
nessuno, senza concludere la sua opera, senza lasciarci un messaggio.” (Id., p. LXV) A noi pare,
invece, che il messaggio ci sia, forte e chiaro: basta prendere in mano un libro, ad esempio Anna
Karenina di Tolstoj, tradotto da Leone e con prefazione di Natalia, ancora pubblicato da Einaudi,
attualmente nella collana Einaudi tascabili, e anche un giovane d’oggi, uno studente del suo
D’Azeglio, ritrova qualcosa di lui, le sue parole, il suo amore per la letteratura e la cultura.