Lettori fissi

28 dic 2011



La storia della famiglia Cervi

Conosciamo la storia della famiglia Cervi solo a partire dal padre di Alcide, Agostino Cervi. La famiglia Cervi dal 1893 lavora a mezzadria un podere in località Tagliavino di Campegine. Nel 1869 Agostino è uno dei protagonisti dei moti contro la tassa sul macinato, e passa sei mesi in carcere. Agostino Cervi e Virginia, sua moglie, hanno quattro figli: Pietro, Emilio, Alcide ed Ettore che è stato adottato. Nel 1899 Alcide Cervi sposa Genoeffa Cocconi di due anni più giovane di lui e tra il 1901 e il 1921 nascono nove figli, sette maschi e due femmine: Gelindo, Antenore, Diomira, Aldo, Ferdinando, Rina, Agostino, Ovidio ed Ettore. Nel 1920 Alcide Cervi esce dalla famiglia patriarcale del padre Agostino per formare la propria, e si trasferisce su un fondo a Olmo di Gattatico. Nel 1925 la sua famiglia si sposta su un fondo in località Quartieri, nella tenuta Valle Re di proprietà della contessa Levi SottoCasa, nel comune di Campegine.
Nel 1934 Alcide Cervi e i figli decidono di prendere un podere in affitto in località Campi Rossi, nel comune di Gattatico, rinunciando così alla condizione di mezzadri per quella di affittuari. La famiglia di Alcide Cervi, se nelle sue linee generali è riconducibile al modello patriarcale e solidale tipico delle famiglie contadine emiliano-romagnole, presenta però alcuni tratti di originalità: il protagonismo di alcuni dei figli, la forte personalità della madre Genoeffa Cocconi, la tendenza a prendere assieme le decisioni fondamentali. Questi caratteri specifici della famiglia dei Cervi hanno favorito e stimolato le innovazioni in ambito produttivo e la scelta di campo antifascista e partigiana che ha fatto di questa una famiglia contadina esemplare.
L'evoluzione della famiglia contadina dei Cervi si inserisce comunque in un processo più ampio che vede - a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, e con una forte accelerazione dopo la prima guerra mondiale - entrare progressivamente in crisi la struttura gerarchica e autoritaria delle famiglie contadine, ed affermarsi nelle campagne l'organizzazione socialista, fatta di cooperative, case del popolo, mutue, leghe di resistenza, camere del lavoro, protagoniste di numerose lotte per il rinnovo dei patti agrari. Il tutto in un quadro di profondo mutamento e modernizzazione dell'agricoltura emiliana.
La vicenda storica della famiglia Cervi parte dalla terra. I Cervi infatti sono una famiglia contadina, calata nel territorio e nella tradizione della media pianura padana, più precisamente la bassa reggiana. Nella loro casa, oggi trasformata in museo, è possibile percepire da subito questo carattere agricolo della loro identità: un luogo di memoria e di studio calato nella campagna coltivata, che ci parla di loro e del mondo contadino di cui facevano parte.




Alcide Cervi e Genoeffa Cocconi nascono negli ultimi decenni dell’800, nelle campagne tra Campegine e Gattatico. Hanno nove figli, sette maschi e due femmine: un numero non straordinario per le famiglie contadine di quel tempo, dove il nucleo domestico era una sorta di piccola società allargata a fratelli, nuore, zii e nipotini.
All’inizio del ‘900 la vita nei campi era dura e ai limiti della sopravvivenza, specialmente per quei contadini (ed erano la maggior parte) che non possedevano la terra che lavoravano. Era molto diffusa, infatti, la mezzadria: secondo questo contratto, gli agricoltori svolgevano tutto l’anno il proprio lavoro, per poi consegnare al padrone della terra la metà (spesso era una percentuale maggiore) dei raccolti. I mezzadri, per di più, erano costretti a trasferirsi molto spesso da un podere all’altro, senza mai la possibilità di costruire un futuro stabile per sé e per i propri figli.
Anche i Cervi erano stati mezzadri per lungo tempo: si erano stabiliti in diverse case e terreni delle campagne circostanti, ma costretti sempre al trasloco ogniqualvolta il contratto mezzadrile terminava, solitamente attorno alla metà di novembre. Ad ogni "San Martino" (l'11 di novembre, ndr), modo di dire ancora oggi in uso nella zona come sinonimo di trasloco, i mezzadri raccoglievano le poche masserizie di prorpietà, per trasferirsi altrove, e ricomincicare da capo il propio lavoro su una terra diversa. Per i Cervi, che avevano già sviluppato idee e progetti innovativi per la coltivazione e l'allevamento, significava una sofferenza ulteriore, da aggiungere alle difficoltà di sussitenza comuni a molti contadini. Fino al momento in cui la famiglia di Alcide arriva in questo grande podere, da tutti chiamato “ai Campi Rossi”.
Fu un grande salto di qualità: i Cervi lasciavano per sempre la mezzadria, per diventare affittuari. Il contratto prevedeva, cioè, che la famiglia, pur non essendo proprietaria, potesse condurre il fondo come meglio credeva, dopo aver pagato l’affitto al padrone. E’ il momento della svolta, l’occasione - per questa famiglia di contadini coraggiosi - di lavorare la terra e governare la stalla sulla base delle proprie idee all’avanguardia. I Cervi, infatti, non erano contadini che si accontentavano della sopravvivenza: avevano capito prima degli altri che per uscire dalla povertà e dallo sfruttamento occorreva soprattutto il cervello e la volontà, e non solo la fatica delle braccia. Con tale spirito arrivarono su questo podere dissestato, pronti a trasformarlo da cima fondo.
In casa di Alcide e Genoeffa era comune veder circolare libri ed opuscoli; nonostante la scolarizzazione nelle campagne fosse molto bassa a quel tempo, i loro figli erano stati allevati con l’amore per la lettura e il sapere. Una passione che i Cervi trasferirono subito nel loro lavoro, procurandosi volumi e pubblicazioni – per citarne alcuni – sulla coltivazione del frumento, sulla coltivazione e trasformazione dell’uva, e sulla grande passione di Ferdinando, l’allevamento delle api.
Contadini autodidatti che studiavano in proprio, dunque, attenti però ad ogni opportunità per crescere e formarsi, per imparare qualcosa di nuovo da sperimentare sul loro podere. E’ il caso dei numerosi corsi professionali e di specializzazione che i fratelli Cervi frequentano per migliorare conoscenze e applicazioni sia nei campi, sia nella stalla. Tutti i fratelli parteciparono ai corsi di formazione promossi nella zona, mentre il padre conseguiva diplomi e riconoscimenti che premiavano la "razionale conduzione del fondo" e la produttività.
Lo studio e la volontà di trasformare la propria condizione andando incontro al futuro iniziano a dare i propri frutti: a fianco della formazione teorica e degli studi agrari, i Cervi precorrono i tempi della meccanizzazione nelle campagne, con l’acquisto nel 1939 del trattore “Balilla” per il lavoro nei campi, tra i primi della zona. E’ il simbolo della scommessa sulla modernità, della voglia di progresso ed emancipazione, che non a caso è divenuto l'emblema del Museo Cervi oggi. Il trattore, oggi campeggia all'ingresso di Casa Cervi insieme al mappamondo di Aldo Cervi, che venne acquistato proprio insieme al trattore e incarna la grande apertura mentale, la curiosità intellettuale di questa famiglia fuori dal comune.
E’ soprattutto nella stalla, però, che si avvertono i maggiori benefici delle innovazioni applicate dai Cervi. Il latte è da sempre la vera “ricchezza” di queste terre, patria del Parmigiano-Reggiano, e la stalla rappresenta la cassaforte che custodisce la preziosa tradizione casearia reggiana. E’ qui, infatti, che anche i Cervi concentrano i propri maggiori sforzi, aumentando la produzione di latte e progettando nel 1938 il raddoppio del ricovero per il bestiame, realizzato poi nel 1941, che ancora oggi si può notare a partire dal secondo portico.
La stalla, insomma, è l’elemento attorno al quale ruota molta parte di questa vicenda esemplare: vanto della famiglia Cervi come agricoltori all’avanguardia, la stalla è più in generale il simbolo di questa terra ricca di tradizioni, dove il ricovero per le vacche non era soltanto il “cuore economico” della cascina di pianura, ma anche il centro della socialità rurale, il “salotto” della casa contadina. E’ qui che alcune delle lavorazioni invernali, come la filatura della canapa e il lavoro al telaio, avevano luogo. L’antica usanza di andér in filòs, l’abituale riunione delle famiglie contadine nelle stalle dei vicini, non era soltanto un’esigenza pratica – la stalla era l’unico ambiente caldo nelle serate d’inverno - ma una tradizione che rimanda alla trasmissione orale delle conoscenze e dei saperi, tra una generazione e l’altra, proprio tra quelle mucche che davano il principale sostentamento ai contadini della zona.
E proprio da qui si sviluppa la scelta consapevole dei Cervi: con “il cervello e la volontà”, il loro impegno per la giustizia si trasferirà dal lavoro alla politica, dalla stalla alla piazza.

DALLA STALLA ALLA PIAZZA

La storia della famiglia Cervi non può essere disgiunta da quella del novecento italiano e della propria terra, la provincia rurale emiliana. In particolare a Reggio Emilia, a cavallo tra ottocento e novecento si sviluppa una fitta rete di associazionismo e solidarietà, guidata dall’esperienza politica socialista. Nelle campagne, dove è più forte il messaggio religioso, sono le parrocchie e le organizzazioni confessionali a costituire la trama sociale di riferimento per i contadini. Alcide Cervi nel 1921 è iscritto al Partito Popolare, di ispirazione cattolica, pochi mesi prima dell’avvento della dittatura fascista in Italia.
La famiglia Cervi come tutti, assiste all’ondata repressiva che dal 1924 in poi il Fascismo scatenerà sulla nazione. Tanti antifascisti e dissidenti vengono colpiti dallo stato di polizia che il regime distende sulla vita pubblica degli italiani. Tra i Cervi, il primo a conoscere le pene del carcere è Aldo, il terzogenito, per una ingiusta condanna durante il periodo di leva. Mentre la famiglia continua a chiedere giustizia, Aldo passa 25 mesi dietro le sbarre a Gaeta, dove ha modo di conoscere i prigionieri politici: intellettuali e esponenti dei movimenti antifascisti che sono in carcere per le proprie idee contro il nuovo potere dittatoriale. E’ proprio il carcere che porta Aldo a conoscere le teorie politiche antifasciste, e a interpretare il proprio impegno per la libertà in modo più maturo e consapevole.
Essere antifascisti durante il regime, però, significava agire in stretta clandestinità, e al ritorno dalla detenzione nel 1932, Aldo Cervi è ben consapevole del rischio, insieme ai fratelli e ai familiari che iniziano da subito a condividere quell’impegno. Anche la cultura, a cui i Cervi sono tanto appassionati, era caduta sotto i colpi del regime. Non stupisce dunque l’iniziativa della famiglia per l’istituzione di una biblioteca popolare, allo scopo di diffondere liberamente libri e riviste di ogni tipo. Aldo e la sua famiglia sono consapevoli che lo studio e la circolazione delle idee sono il primo antidoto contro la propaganda e l’arroganza della dittatura: come amavano dire, “Studiate, se volete capire la nuova idea!”.
Nelle campagne, il regime faceva sentire la sua morsa attraverso l’ammasso, una sovratassa sui raccolti imposta a tutti gli agricoltori. In pratica una porzione dei prodotti agricoli veniva confiscata ed “ammassata” in depositi pubblici a disposizione delle autorità, togliendo letteralmente il pane di bocca alle famiglie contadine. I Cervi, ben consci della dura vita nei campi, coniugano la lotta ideale con una fiera opposizione alle vessazioni del fascismo sui contadini, e incitano alla rivolta contro l’ammasso i lavoratori dei campi, al grido “W il pane, W la Pace”.
Tutta la famiglia è ormai coinvolta nell’opposizione al regime. Uno dei più attivi insieme ad Aldo è Gelindo, il primogenito della famiglia: Già “ammonito” dalle autorità nel 1939 per la sua attività sediziosa, e successivamente incarcerato, Gelindo finisce in carcere anche nel 1942 (insieme al fratello Ferdinando), proprio per aver ostacolato l’ammasso della produzione agricola.
I Cervi non sono soli nella loro battaglia: altre famiglie e altri oppositori del fascismo collaborano con loro. Stringono rapporti soprattutto con la famiglia Sarzi, e in particolare con la giovane Lucia; le due famiglie, pur molto diverse tra loro (i Sarzi attori di teatro ambulanti, i Cervi contadini di scienza), condividono l’avversione per l’ingiustizia e si trovano fianco a fianco nell’attività clandestina.
Sarà la guerra ad accelerare gli eventi: trascinando l’Italia nel secondo conflitto mondiale nel 1940, il fascismo precipita la popolazione nella miseria e nella prostrazione. Mentre i soldati del Duce muoiono al fronte, il controllo del regime sul malcontento e la fame si sfalda, e prendono sempre più coraggio le voci degli antifascisti che chiedono, appunto, “Pane e Pace”. Il bilancio della guerra al fianco della Germania nazista si fa sempre più fallimentare, finchè il fascismo crolla il 25 luglio del 1943, e il suo dittatore Mussolini viene arrestato. Pare la fine dei lunghi anni di violenze ed ingiustizie, e anche a Casa Cervi si festeggia: tanta è la gioia per la notizia, che la famiglia porta una grande pentola di pastasciutta in piazza a Campegine, per festeggiare insieme alla popolazione la caduta del regime.
La guerra, però, non è ancora finita, e sta anzi per entrare nella sua fase più cruenta. Dopo l’8 settembre 1943, le truppe tedesche occupano militarmente il suolo italiano; la pianura padana e i monti del centro-nord Italia diventano un vero e proprio teatro di guerra, costellato di scontri e rastrellamenti, ma anche azioni di resistenza dei partigiani che difendono la propria terra.
I Cervi, abituati all’azione e ad anticipare i tempi, sanno che bisognerà combattere per la libertà dall’occupazione tedesca, e ancora una volta dal fascismo, resuscitato sotto la protezione delle armi naziste. Iniziano la lotta armata a partire da questa casa, che diventa un centro di smistamento per rifugiati e rifornimenti ai partigiani. La Resistenza dei Cervi è intensa ma molto breve: dopo le prime azioni in pianura, i sette fratelli e alcuni compagni cercano di organizzarsi nella montagna, ma in poco tempo sono costretti a ritornare a casa, sui propri passi.
E’ il 25 novembre dello stesso anno, quando tutta la “banda Cervi” viene sorpresa nella loro cascina ai Campi Rossi. I militi fascisti, dopo uno scontro a fuoco, appiccano un incendio al fienile e alla stalla. A questo punto la famiglia si arrende e i Cervi vengono trascinati via dai fascisti, lasciando nella casa che ancora brucia solo donne e bambini. I drammatici momenti di quella notte sono riportati con fredda precisione dal rapporto delle autorità locali.
I sette fratelli Cervi rimangono in carcere a Reggio sino al 28 dicembre, quando i fascisti decidono la loro fucilazione come rappresaglia ad un attentato dei partigiani. Nei ricordi di Papà Cervi, anch’egli imprigionato e ignaro della sorte dei figli, vi sono le ultime commoventi frasi di commiato di Gelindo e di Ettore, il più giovane dei sette.
L’estremo sacrificio dei sette fratelli Cervi e del loro compagno Quarto Camurri, consumato all’alba del 28 dicembre 1943 al poligono di Reggio Emilia, rappresenta uno spartiacque per la Resistenza reggiana: dapprima scompaginato dalla cattura e dalla barbara uccisione di quella che era di fatto la sua punta avanzata, il movimento partigiano si riorganizza, facendo di quel martirio un simbolo per gli altri resistenti. Molte altre vittime e fatti di sangue segnarono i venti lunghi mesi dell’occupazione nazifascista, come i massacri di Cervarolo e della Bettola, nella primavera-estate del ‘44. Seguendo anche l’esempio dei Cervi, la Resistenza reggiana istituisce una stamperia clandestina, per diffondere messaggi e volantini d’informazione, di incitamento alla lotta, di speranza. Soltanto il 25 aprile del 1945, il giorno della Liberazione, anche a Reggio Emilia, si potrà festeggiare, dopo tante sofferenze, la fine della guerra e l’inizio di una riconquistata libertà
Per la famiglia Cervi, la Liberazione è un momento di gioia, ma dal sapore diverso: dopo l’ennesima intimidazione dei fascisti alla famiglia, pur colpita già duramente dalla guerra, la madre Genoeffa Cocconi cede al dolore e si spegne nell’autunno del 1944, , lasciando gli undici nipotini, le quattro vedove e il vecchio Alcide. Per papà Cervi e il resto della famiglia sarà possibile riavere le spoglie dei sette fratelli soltanto diversi mesi dopo il 25 aprile, per tributare loro le solenni esequie. Davanti alla folla silenziosa che si raduna a Campegine, il 25 ottobre 1945, per l’ultimo saluto ai fratelli Cervi, Alcide ha la forza di prendere la parola, per dire con commossa ma lucida saggezza “Non chiedo vendetta, ma giustizia… Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”. Una coraggiosa dichiarazione d’intenti, che già apriva il futuro scenario del Museo Cervi come luogo di memoria e di studio. QUARTO CAMURRI (1921-1943)


“Arrivano alla prima collina, e trovano una capanna di paglia e canne, forse di un pastore, ci si mettono a dormire, come signori. Si svegliano verso mezzogiorno. Aldo guarda verso la porta, e ha una brutta sorpresa. C'è seduto davanti un fascista, che volta le spalle. Siamo in trappola, pensa Aldo, e studia cosa si può architettare per farlo fuori. Ma quello si volta e dice non pensate male, ho disertato la guardia repubblicana. Aldo ancora non si fida, ma il disertore non ha armi, ha gettato il moschetto dietro una siepe, e chiede di stare coi partigiani. Gli domandano dove ha gettato il moschetto. Lui li porta a una siepe, e ritrova il moschetto, ma manca l'otturatore.
L'ho gettato nel fiume, - dice il disertore.
Allora Aldo entra nell'acqua, dove quello ha indicato: e trova anche l'otturatore: così decidono di prenderlo con loro. Si cihama Quarto Camurri, è un bravo ragazzo.” (I miei sette figli di Alcide Cervi e Renato Nicolai)

Quarto Camurri, originario di Guastalla, arruolatosi volontario nella Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale nell'ottobre del 1943 e incorporato nel 1° battaglione 2' Cp. della 79° Legione, diserterà nel novembre successivo. Verrà arrestato a Casa Cervi il 25 novembre 1943 e sarà fucilato con i sette fratelli il 28 dicembre al poligono di tiro di Reggio Emilia.


LA RETE CLANDESTINA DEI CERVI
Nell'ottobre del 1943 i Cervi danno vita alla prima formazione partigiana della regione, anticipando un movimento che, nei mesi successivi – pur con ritardi, difficoltà e differenze da zona a zona -, riesce a radicarsi in modo non paragonabile a nessun'altra realtà regionale.


La volontà dei Cervi di iniziare subito la lotta armata, facilitata dalla presenza all'interno della loro formazione di ex prigionieri di guerra già addestrati al combattimento, si scontra con i dubbi e le contraddizioni che segnano l'organizzazione comunista locale ed emiliana dei primi mesi di lotta.
Se da un lato gli appelli alla lotta armata sono immediati, e provengono dalle organizzazioni di partito ma anche dagli organismi unitari nazionali e dagli stessi Alleati, il gruppo dirigente comunista ha difficoltà a tradurre in pratica tali indicazioni. Prevalgono i pregiudizi operaisti ( che fanno escludere che la lotta possa partire dalle campagne) e la convinzione che non sia possibile organizzare bande armate in montagna. L'obiettivo è dunque creare piccoli gruppi di partigiani – inquadrati nei gruppi di azione patriottica (GAP) – fortemente coesi e controllati dal partito, che compiano azioni in città.
I Cervi invece sono convinti della necessità di agire subito. Nel corso del mese di settembre mettono a frutto i tanti rapporti stabiliti nel corso della lotta antifascista, e contribuiscono a realizzare l'ossatura del movimento partigiano nella zona a ovest della bassa reggiana (Campegine, Gattatico, Sant'Ilario, Poviglio, Castelnovo Sotto). In ottobre saranno in montagna per costituire una formazione armata.
Le loro azioni generano difficoltà nel rapporto con alcuni dirigenti del Partito Comunista reggiano, che non condividono le modalità di azione della banda Cervi. Questa situazione spinge i Cervi a prendere contatti anche con la federazione comunista di Parma, ma si traduce in una situazione di parziale isolamento dal resto del movimento locale.
E' inoltre difficile mobilitare altre persone, come dimostra l'impossibilità di trovare ospitalità presso altre case per occultare i componenti della formazione: è questa la ragione per cui verranno tutti sopresi in casa Cervi dai fascisti il 25 novembre 1943.

Tratto da documentazione Archivio Museo Cervi

16 dic 2011









Ufficiale e gentiluomo Salvava gli equipaggi delle navi che affondava


Gian Ugo Berti

LIVORNO. Il 14 dicembre 1942 moriva davanti alla costa tunisina Salvatore Todaro, capitano di corvetta, a bordo del motopeschereccio Cefalo, colpito da una raffica di mitragliatrice esplosa da un aereo inglese. Aveva 34 anni. Siciliano di nascita, Todaro era legato a Livorno non solo per aver frequentato l’Accademia Navale dal 1923 al 1927, uscendone col grado di guardiamarina, ma anche per aver sposato nel 1933 una livornese, Rina Anichini, da cui ebbe due figli Gian Luigi e Graziella Marina.
E’ passato alla storia della Marina Militare con vari appellativi, il “gentiluomo del mare”, il “don Chisciotte del mare”, il “sacerdote del mare”, riconducibili però ad unico concetto, quello della sua umanità: salvare l’equipaggio della nave affondata, sempre e comunque, contro le regole della guerra che imponevano al contrario d’abbandonare i naufraghi al loro destino.
Furono più d’uno simili episodi, portati a termine al comando del sommergibile atlantico “Cappellini”, ciascuno entrato poi nella leggenda come il suo protagonista. Una scelta di coscienza del giovane ufficiale messinese, che odiava tecnicamente i siluri di cui era invece ampiamente dotato il proprio sommergibile, mentre aveva fiducia nei cannoni. Per usarli doveva inevitabilmente salire in superficie e l’attacco era simile ad un abbordaggio come quello dei corsari. Ma, questo, faceva parte del suo spirito cavalleresco.
Si possono ben capire i sentimenti che avrà provato quando venne a conoscenza degli orrendi misfatti perpetrati ai danni dei prigionieri italiani naufraghi del Laconia, in gran parte rimasti chiusi nelle stive ed altri che ebbero, invece, le mani mozzate per impedire loro di salire a bordo delle imbarcazioni di salvataggio. Alla fine i naufraghi italiani morti saranno 1350 su 1800.
Una medaglia d’oro, tre d’argento e due di bronzo sono soltanto l’espressione militare di un valore che va oltre le vicende belliche e che soprattutto gli procura guai seri quando viene chiamato a rapporto dall’ammiraglio tedesco Donitz. «Siete un valoroso, ma soprattutto un pazzo. Ci sono due cose che non riesco assolutamente a capire. Comandate un sommergibile ed invece preferite fare la guerra di superficie. Questo sarebbe ancora tollerabile: potrei affidarvi il comando d’un incrociatore tedesco. Ma sareste capace di mandarlo a piccolo per raccogliere i naufraghi nemici. E’ intollerabile. Avete rischiato l’affondamento del sommergibile per uno stupido sentimentalismo. Nessun ufficiale tedesco avrebbe agito così». Risposta: «In quel momento sentivo il peso di molti secoli di civiltà. Un ufficiale tedesco, forse, non avrebbe sentito quel peso». Donitz, prima appare incerto come colpito da tanta schiettezza, vuole salvare la forma e la sua posizione, poi desiste e gli stringe la mano: «Mi sono meritato questa risposta».
Se Livorno è parte importante nella vita di Todaro, non meno lo è stato “Il Telegrafo”, seppur in altra dimensione. Delle sue gesta s’occupò a fine anni ’60, Angiolo Berti. «La Marina Militare - scrive - ricorderà Todaro per tre elementi: pur affondatore del naviglio avversario, sempre la preoccupazione fu la salvezza degli equipaggi imbarcati su quei battelli. A loro dedicò i propri pensieri con un sentimento di solidarietà oltre la bandiera. A tali vicende umane, dedicò sé stesso con la semplicità di chi voglia vedere nelle onde l’immagine del fratello».
«Fu credente nei valori del bene e nella fede che vollero guidarlo alla salvezza degli uomini. Dimostrò - aggiunge - che si combatte contro lo strumento militare del nemico, non contro l’uomo. Nella storia della guerra, rimane il simbolo dell’umanità che supera la violenza, qualunque essa sia». Semplice è quindi il suo messaggio: «Anche quella sul mare, con l’affondamento dell’unità nemica, è violenza, ma gli equipaggi non sono nemici da colpire». «Lui - conclude Berti - superò la violenza salvando gli equipaggi insieme all’affondamento del battello nemico. Le sue, furono giornate di leggenda e, come tale, Todaro verrà ricordato nella storia dei mari».
Nel giorno dell’anniversario della scomparsa, la figura umana e professionale di Todaro è stata ricordata dalla Fondazione “Angiolo e Maria Teresa Berti” al Campo degli Eroi di Casciana Terme. Nell’“angolo” dedicato alla Marina Militare, ai suoi uomini ed alle loro gesta, è stata letta la lettera che Todaro teneva fra i documenti personali, quando venne colpito a morte. Una lettera scritta da un familiare di un marinaio della nave belga Kàbalo, affondata dal sommergibile “Cappellini” ed il cui equipaggio fu tratto in salvo per decisione dello stesso Todaro, rimorchiato su un gommone e poi sbarcato due giorni più tardi davanti ad un porto nemico.
«Vorrei, se possibile, che queste righe fossero consegnate al Comandante del sommergibile italiano che ha affondato il piroscafo Kàbalo. Signore, felice la nazione che ha degli uomini come voi. I nostri giornali hanno raccontato come avete agito nei confronti dell’equipaggio di una nave che il vostro dovere di soldato vi aveva imposto d’affondare. C’è l’eroismo barbarico e c’è il vostro. Siate benedetto per la vostra bontà, che fa di voi un eroe non solo dell’Italia, ma dell’umanità». Firmato: «Una donna portoghese».
Il giorno prima di morire, così scrisse ad un amico, suo compagno a bordo del “Cappellini”: «Da mesi non faccio che pensare ai miei marinai che sono onorevolmente in fondo al mare. Penso che il mio posto sia con loro».
Chi erano questi uomini che lo consideravano immortale? Come si legge nella missiva 13 agosto 1941 di Maricosom, numero di protocollo 520, nell’elenco che effettivamente partecipa alla missione, a firma Salvatore Todaro, si tratta di 60 persone. Di queste, 8 sono toscane: l’aspirante guardiamarina Genio Navale Giorgio Feliciani di Sesto Fiorentino, il capo elettricista Mario Mancin di Borgo a Buggiano, Mario Mastrorosato, Armando Pancani e Tullio Degli Innocenti di Firenze, Ciro Cei di Pisa, l’elbano Mario De Angelis ed il viareggino Adolfo Malfatti. Il massimo della loro aspirazione era quando il loro comandante, per atti di grande coraggio, consentiva di dargli del “tu”: questo valeva per loro più d’una medaglia d’oro.

13 dic 2011


la giornata del "Giovin Signore"
il messaggio di Giuseppe Parini
di Domenico Letizia



La cultura riformatrice dell’Illuminismo lombardo influì decisamente sulla personalità di Giuseppe Parini. L’istanza di un radicale rinnovamento morale e di una letteratura vicina alle tematiche sociali e politiche fecero infatti del Parini un sostenitore del movimento lombardo e viceversa, pur se con le dovute differenziazioni.



L’opera più importante del Parini è rappresentata dal “Il Giorno”, un poemetto che comprende le sezioni del “il Mattino”, “il Mezzogiorno”, “il Vespro” e “la Notte”. Il poeta vi descrive lo svolgersi di una giornata di un “giovin signore” soffermandosi e con pungente satira su tutti i più minuti particolari.



Parini descrive di una giornata monotona, tutte le giornate del giovin signore sono uguali e disutili. Il poeta non descrive in modo minuzioso solo le azioni del giovane nobile ma ne descrive anche l’atteggiamento morale di tali azioni. Il comportamento del giovane nobile è ambientato in una duplice prospettiva: da una parte ricerca e insegue tutti gli appagamenti alla sua vanità e al suo piacere, dall’altra egli appare una piccola vittima costretta ad uniformarsi ai valori e ai costumi della classe sociale che rappresenta. Il Parini vuole trasmettere un messaggio chiaro: la corruzione dei valori e la decadenza inesorabile della nobiltà. Aspetto particolare dell’opera è il radicale cambiamento tra le prime due parti: il Mattino e il Mezzogiorno dalle altre due sezioni: il Vespro e la Notte.



Nella prima parte la satira pariniana colpisce la presunzione, l’inutilità della vita della nobiltà, rappresentando e descrivendo l’inutile giornata del giovin signore, la satira assume anche aspetti radicali attraverso la sottolineatura di un contrasto tra la vita del giovane nobile e la vita fatta di stenti degli umili.



Non è ancora molto chiaro perché Parini non abbia completato l’opera e il perché del cambiamento con la seconda parte di questa.

Si è ipotizzato che dopo l’abbattimento della rivoluzione sulla nobiltà, il poeta non se la sia sentita di continuare con la sua satira pungente, altri si sono soffermati e hanno ipotizzato l’incontentabilità del poeta per l’opera facendo procedere con lentezza il lavoro, svuotandolo e privandolo dell’ispirazione iniziale.



Molto probabile come descrive Mario Santoro nel Parini vi sia stato un lento, profondo e graduale cambiamento di stato d’animo nei confronti della realtà. Come molti altri intellettuali dell’illuminismo lombardo la volontà riformatrice iniziale andò lentamente affievolendosi lasciando spazio alla disillusione, al disimpegno e al ripiegamento su valori più intimi e individuali e meno sociali, svuotando l’opera do quel carattere satirico iniziale nei confronti della nobiltà. Questo atteggiamento colpì numerosi intellettuali protagonisti dell’illuminismo lombardo segno di un cambiamento d’epoca, di fatto, si passerà alla contemplazione della bellezza idealizzata e al fiorire del neoclassicismo e del preromanticismo.

8 dic 2011


Ferruccio Parri, nome di battaglia "Maurizio"

Nato a Pinerolo (TO) nel 1890, professore di lettere, giornalista. Durante il conflitto 1915-18 è ferito quattro volte al fronte; merita due promozioni sul campo e tre decorazioni; è associato all'ufficio operativo del comando supremo dell'esercito. Dopo la fine del conflitto si trasferisce a Milano, dove è insegnante al Liceo Parini di Milano e redattore del "Corriere della sera". Aderisce a Giustizia e Libertà e nel '26 con Carlo Rosselli organizza l'espatrio clandestino del leader socialista Filippo Turati.

Turati, Carlo Rosselli, Pertini e Parri
Più volte arrestato e confinato a Ustica e Lipari, rifiuta la domanda di grazia. Nel 1930 è nuovamente assegnato al confino per 5 anni unitamente ad altri esponenti del movimento antifascista Giustizia e Libertà.

Promotore del Partito d'Azione (PdA), partecipa alla Resistenza con il nome di battaglia di "Maurizio" e rappresenta il PdA nel Comitato militare del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI). E' poi nominato vice comandante del corpo volontari della libertà (CVL). Arrestato casualmente a Milano e affidato ai tedeschi viene trasportato in Svizzera nel quadro di uno scambio concordato di prigionieri con ufficiali germanici nelle mani dei partigiani. Partecipa attivamente alla fase conclusiva della Resistenza e all'insurrezione di Milano.

Nel 1945, dopo la Liberazione e la crisi del III governo Bonomi, diviene Presidente del Consiglio dei Ministri di un Governo di unità nazionale composto da democristiani, comunisti, socialisti, azionisti, liberali e demolaburisti. Parri è Presidente del Consiglio dal giugno al novembre del 1945. Gli succede a capo dell’esecutivo il democristiano Alcide De Gasperi.

Al momento della crisi del Partito d’Azione, nel marzo del '46 crea, con Ugo La Malfa (anch’egli ex azionista), il piccolo partito della Concentrazione Repubblicana che confluisce, poi nel Partito Repubblicano Italiano (Pri). Nel '46 viene eletto deputato della Costituente, nel '48 senatore.

Parri esce dal Pri nel 1953 in opposizione alla nuova le legge elettorale con premio di maggioranza (la cosiddetta “legge truffa”) dando vita, con il giurista ed ex azionista ed ex parlamentare socialdemocratico Piero Calamandrei, al movimento di Unità Popolare che contribuisce (seppur con pochi voti) al fallimento della legge elettorale voluta dal Ministro degli Interni Mario Scelba (Dc).

Eletto senatore nelle liste del PSI nel 1958, nel 1963 il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (Psdi) nomina Ferruccio Parri senatore a vita. Al Senato presiede fino alla morte il gruppo parlamentare della Sinistra indipendente. Presidente della Federazione italiana associazioni partigiane (FIAP), è autore di importanti saggi sulla storia della Resistenza.

Aderisce al gruppo al gruppo della Sinistra indipendente di cui è a lungo presidente e diventa direttore della rivista Astrolabio.

Presidente della Federazione italiana associazioni partigiane (FIAP), è autore di importanti saggi sulla storia della Resistenza.

Muore a Roma nel 1981.


--------------------------------------------------------------------------------

Ferruccio Parri “visto da vicino” da Enzo Biagi, partigiano con il nome di battaglia “Il Giornalista”



“Ma anche se l'esperienza del Partito d'Azione fu breve, Parri l'ho conosciuto molto bene. Era un uomo di grande rispetto e quando stavo con lui ne ero orgoglioso. Insieme facemmo alcuni comizi dalle mie parti. A Molinella usammo il carro di un contadino come palco, ricordo che c'era il prete sulla soglia della chiesa che ascoltava, era stato il mio professore di religione. lo parlavo della mia esperienza di partigiano, dei nostri ideali e della giustizia sociale. Lui dei sei anni tra prigione e confino e dei sei mesi da presidente del Consiglio. Due esperienze difficili che non avevano lasciato nel cuore di Ferruccio Parri alcuna amarezza.

«Non mi sono mai fatto illusioni» spiegava «e non ho rimpianti.» Lo hanno definito «un protestante della politica»: infatti gli è sempre bastata la coscienza tranquilla. Quando verso la fine degli anni Venti entrò ammanettato nell' aula del tribunale speciale, per rispondere alle accuse di attività antifascista, chiamò il suo difensore. «La prego» chiese «non parli del mio passato di soldato. lo desidero soltanto essere giudicato per quello che sono: un avversario della dittatura». Non voleva che fossero ricordate le tre medaglie d'argento e le tre promozioni sul campo conquistate nella Prima guerra mondiale; non cercava attenuanti. L'avvocato non tenne conto della raccomandazione, ma Parri lo interruppe: «Se considero l'Italia attuale, mi vergogno delle mie decorazioni». Il padre di Maurizio, che assisteva al processo, non seppe trattenersi. «Bravo!» gli urlò.

Quando era alla testa del «governo dell'esarchia», l'insieme dei sei partiti che componevano il CLN (Partito comunista, Partito socialista italiano di unità proletaria, Democrazia del Lavoro, Partito d'Azione, Democrazia cristiana e Partito liberale), ricevette un capo partigiano che aveva da presentargli qualche curiosa richiesta. «Maurizio» cominciò il giovanotto chiamandolo col suo nome di battaglia «ti abbiamo seguito fin qui, ma siamo senza casa. Tu hai tanti nemici e noi vogliamo essere la tua guardia del corpo. Un posto per dormire dovremmo averlo. Facci almeno una lettera per il commissario degli alloggi».

«Non è giusto, non posso» osservò Maurizio «la prenderebbero per una raccomandazione».

Così la guardia del corpo fu sciolta, e lo stesso presidente del Consiglio continuò a dormire al ministero, in una branda sistemata nella stanzetta attigua allo studio. Non voleva che qualcuno si disturbasse per lui.

Quando anni dopo lo intervistai, parlava senza imbarazzo di quelli che considerava i suoi errori: «Avrei dovuto fare la riforma agraria, ma diffidavo dei comunisti che la proponevano. Eppure la loro visione storica era esatta. Bisognava far capire ai contadini, in maniera concreta, che qualcosa era cambiato».

Ferruccio Parri è nel mondo italiano un personaggio insolito: il suo rigore, la sua incapacità di adattarsi al compromesso, lo hanno fatto apparire, agli occhi di molti, come un ingenuo sognatore o un patetico e rispettabile incapace. Antifascista per ragioni morali, per educazione familiare (era figlio di un tenace repubblicano che teneva il ritratto di Mazzini accanto al letto), non ha mai risposto ai suoi amici con visioni dottrinali, messaggi, ma era il semplice programma della buona amministrazione. Comandante di un esercito di affamati, mentre il generale britannico Alexander invitava i suoi uomini ad abbandonare la lotta, disse ai compagni che gli erano più vicini: «Tenete duro, e fate sapere a tutti che l'insurrezione non è questione di armamenti. Quando sarà ora la faremo, anche con quattro pistole scariche». Aveva il pudore delle parole e dei sentimenti, e la fede nei buoni esempi.

Presidente del Consiglio, ogni sera entrava in una tabaccheria ad acquistare i francobolli per la sua posta personale. A una giornalista che voleva intervistarlo, rispose: «Che cosa importa se ho la cravatta storta, il colore del mio vestito, se mangio pane e salame? Che cosa c'entro io?». Spersonalizzare era, infatti, uno dei verbi che ricorrono spesso nei suoi discorsi.

I capelli bianchi, il sorriso triste, i modi estremamente misurati, non amava parlare di sé. Qualcuno ha scoperto che notevole fu il suo contributo all'invenzione dei piani che portarono le truppe del generale Diaz a Vittorio Veneto. Il maggiore Parri, che aveva cominciato la guerra da sottotenente, era stato trasferito al comando supremo. «I capi» spiegava «erano molto impegnati, avevano tanto da fare». Quando Allan Dulles, capo del controspionaggio americano, si presentò a Maurizio, gli disse commosso: «È un grande onore conoscerla, generale». «Ma io non sono militare e non ho questo grado» disse Parri ridendo. «Nessuno più di lei merita questo titolo» ribatté Dulles.

Ma la definizione più giusta di Ferruccio Parri la diede una piccola folla di ascoltatori milanesi ai quali il professor Parri doveva tenere un comizio, accogliendolo al grido: «Viva i galantuomini!». Comunque si giudichino le sue idee politiche, i suoi errori e i suoi meriti, Ferruccio Parri è stato, per tanta gente, un esempio di vita. Non ha mai chiesto nulla, e ha dato in silenzio”.



Tratto da:

Enzo Biagi “I quattordici mesi. La mia Resistenza” - Editore Rizzoli - novembre 2009

7 dic 2011




I dimenticati:tra i grandi che si ricordano come vittime degli anni di piombo ,ci sono decine di dimenticati,nè eroi nè volontari al sacrificio,semplicemente ignare persone ,sempre di umile estrazione che si trovarono per caso nel passaggio della STORIA.OGGI,(MA CHI LO RICORDA?)moriva Romiti,un poliziotto .Era il 1979.


Fu assassinato da un commando di terroristi delle Brigate Rosse il 7 dicembre in via Casilina, nel quartiere romano di Torre Spaccata.

Il maresciallo Romiti era responsabile da circa 11 anni della Squadra di Polizia Giudiziaria del Commissariato Centocelle. Il mattino del 7 Dicembre, intorno alle 7,45 si stava dirigendo a piedi verso la fermata dell’autobus che lo avrebbe portato al Tribunale di Roma, dove avrebbe dovuto testimoniare in un processo. Poco prima di raggiungere la fermata da dietro un muretto sbucarono 3-4 giovani armati di pistola che aprirono il fuoco contro il poliziotto, ferendolo mortalmente. Prima di fuggire uno dei terroristi gli sparò un colpo di grazia alla testa.

Gli assassini vennero arrestati negli anni successivi e condannati all’ergastolo.

Il maresciallo Romiti era stato uno dei promotori della formazione del primo sindacato di Polizia.

Mariano Romiti era sposato e padre di quattro figli. Il giorno del suo assassinio avrebbe dovuto festeggiare il quindicesimo compleanno del figlio minore.

Tra il 1971 ed il 2003 le Brigate Rosse si resero responsabili dell’ assassinio di 89 persone, per la maggior parte membri delle Forze dell’Ordine.

Fonte: Corriere della Sera, “la notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, ed. Nuova Eri- Mondadori


Il delitto di Romiti viene ricordato per caso,con indifferenza delle BR e della magistratura,quasi fosse una pecora morta in un gregge.


Non meno importante si rivelava l'interrogatorio di Emilia Libera che, avendo condiviso con Savasta "la scelta esistenziale definitiva", poteva avallare le ammissioni del "Diego" e arricchire il quadro probatorio con ulteriori, utilissimi elementi di fatto.
Così, la "Nadia" asseriva di essere impegnata negli anni 1975-1976 nel "Comitato Comunista Centocelle" in "un'attività politica di quartiere, nelle scuole del quartiere, per autoriduzioni ed occupazione di case"; ribadiva che nel Co.Co.Ce. "c'era una struttura di servizio d'ordine che aveva una funzione di braccio armato"; confermava di essere entrata nelle Brigate Rosse dopo la riunione, convocata da Bruno Seghetti nell'abitazione della zia di Anna Laura Braghetti, a cui erano intervenuti anche Arreni, Savasta e Morucci.
Inserita nella brigata "Centocelle", con Savasta e Arreni, aveva cominciato il suo lavoro occupandosi "all'interno del territorio di competenza dei personaggi che si facevano carico di portare avanti quella che a livello centrale avevamo individuato come linea dello Stato. In quel periodo si prestava soprattutto attenzione al discorso di rinnovamento della Democrazia Cristiana, al discorso della ricerca da parte di questo partito di costruirsi un volto popolare".
Sul piano concreto, era stata "bruciata, con una tanica di benzina, la macchina di Sodano Ugo, un consigliere circoscrizionale della D.C." e, su segnalazione del Seghetti, quella di Filippo Mario, segretario di una sezione del Tiburtino.
Finché, "verso la fine del 1977", la Libera era stata, insieme a Savasta, "spostata alla brigata universitaria" ed aveva "incontrato per la prima volta Spadaccini e Piunti".
"Ancora in presenza di quello che era stato il cosiddetto movimento del 77, l'università era un grosso punto di aggregazione; c'erano continuamente assemblee, si erano costituiti diversi collettivi e diverse strutture", per cui i membri della brigata si erano posti principalmente il compito di "propagandare" con volantinaggi e contatti individuali la necessità della lotta armata.
Ma oltre a ciò, costoro avevano danneggiato le auto di due professori notoriamente democristiani ed avevano condotto a termine alcune "verifiche" su docenti rei soltanto "di accreditare questa immagine di rinnovamento della Democrazia Cristiana".
Una indagine "autonoma" aveva riguardato anche il prof. Franco Tritto, assistente dell'on. Moro, al quale si intendeva incendiare la vettura.
Sennonché, "all'incirca un mese prima" del 16 marzo 1978, ci si era resi conto che pure Bruno Seghetti stava "svolgendo per conto suo un'inchiesta sulla stessa persona seguendone i movimenti" e l'iniziativa originaria era stata abbandonata.
"Al momento la cosa era sembrata strana", ma poi, "quando era uscito fuori che erano state fatte delle telefonate al prof. Tritto" durante "la prigionia di Moro", la circostanza aveva acquisito un chiaro significato.
Nel medesimo periodo, peraltro, i brigatisti erano stati tutti mobilitati "perché c'era in preparazione una azione grossa" ed era stata approntata una lista "molto lunga" di veicoli da rubare.
Emilia Libera ammetteva di avere "gestito" con i suoi compagni la Renault rossa consegnata, proprio da lei e "da Spadaccini che la guidava", a Bruno Seghetti in Piazza Albania e di avere "distribuito volantini e comunicati nell'Ateneo", ma escludeva categoricamente di avere avuto un ruolo più determinante negli eventi in questione.
Però da Bruno Seghetti aveva appreso che "lui aveva condotto la macchina con cui era stato portato via Moro", mentre, più tardi, allorché era stata catturata la Braghetti, Maurizio Iannelli le aveva confidato che "non si erano accorti che la casa di "Camilla" era stata la prigione di Moro".
E sempre Seghetti aveva sostenuto che ad uccidere il parlamentare "era stato Gallinari", che appunto abitava nell'appartamento della Braghetti.
Ancora, Barbara Balzerani, in una diversa occasione, aveva aggiunto "che erano stati necessari diversi colpi "giacché" quando si spara ad una persona al cuore questa non cessa subito di vivere".
La giovane asseriva, tuttavia, di esser intervenuta nel dibattito che si era aperto sulla conclusione della "campagna" e di avere manifestato l'opinione che l'ostaggio ...
In realtà, Morucci e Faranda "pensavano che fosse meglio liberare Moro" secondo "una linea che privilegiava le contraddizioni all'interno della classe e non quelle all'interno dello stato", prendendo atto "del fatto che era un livello di scontro troppo alto a cui il movimento in quel momento non era assolutamente preparato".
Era, invece, prevalsa la tesi opposta nel convincimento che " l'organizzazione, rispetto al tipo di richieste avanzate e alla mancata accettazione, avrebbe saputo scaricare la morte di Moro come una contraddizione sulla classe politica che non aveva voluto prestarsi alla trattativa".
La Libera non aveva difficoltà a confessare le proprie responsabilità, specie in ordine all'assalto della sede del Comitato Romano della Democrazia Cristiana, compiuto da un commando formato da 15 unità - oltre ai brigatisti citati da Savasta, menzionava tra i partecipanti anche "Carlo" - e precisava di esser divenuta "regolare" in coincidenza "con la partenza per la Sardegna nel novembre 1979".

Con estrema lucidità la "Nadia", rispondendo a specifiche domande dei giudici e delle parti, era in grado di ricostruire momenti salienti di un'attività criminale che dal 1976 al maggio 1980 aveva insanguinato le vie della capitale.
E giustificava il suo mutato atteggiamento con una serie di argomentazioni che partivano dalle considerazioni della sconfitta politica delle Brigate Rosse.
"Il problema è che ho maturato una crisi rispetto alla mia appartenenza alle Brigate Rosse, nel senso che mi sono resa conto di tutta una serie di problemi: le spaccature che ci sono state, l'uscita di molti compagni dall'organizzazione, l'incapacità dell'organizzazione di costruire una linea politica che si collegasse realmente con i problemi della classe. Mi sono resa conto che non soltanto non eravamo riusciti a fare questa cosa, cioè a dare quella che pensavamo essere una soluzione politica più alta in termini di potere e di cambiamenti alla classe, ma avevamo contribuito a chiudere tutta una serie di spazi che il movimento si era conquistato e a distruggere anche la ricchezza delle lotte che si erano prodotte. Il problema era stato costituito dal fatto che abbiamo fatto un'analisi un po' superficiale: siamo partiti dalla crisi - una crisi inevitabile, sempre più acuta - e da questo ci siamo allacciati all'antagonismo che la classe esprimeva ai livelli di ristrutturazione; il problema è stato che questa cosa, invece di leggerla come semplice antagonismo, come semplice contrapposizione di interessi, nella nostra mente, nel nostro progetto, l'abbiamo letta come tendenza alla guerra civile, come possibilità di costruire una guerra di lunga durata che sostituisse lo Stato con il potere del proletariato... Oggi c'è una grossa scollatura con la classe e il livello scelto conduce le Brigate Rosse a uno scontro sempre più e soltanto militare".

Le conseguenze negative di una simile impostazione la spingevano, dunque, ad assumersi "la responsabilità di dire tutto quel che sapeva e contribuire a sconfiggerle politicamente, oltre che dagli altri punti di vista".
Antonio Savasta ed Emilia Libera indicavano, per quanto a loro conoscenza, gli autori materiali di ulteriori gravi episodi rivendicati dal sodalizio terroristico, consentendo in tal modo alla Corte di apprendere che:
- all'attentato incendiario in danno di Ferrari Vittorio aveva partecipato anche Barbara Balzerani;
- all'attentato contro Perlini Mario avevano partecipato "Camillo" e "Marzia";
- all'attentato contro Cacciafesta Remo avevano partecipato Balzerani, Faranda e Brioschi;
- all'attentato contro Fiori Publio avevano partecipato anche Seghetti, Balzerani e Gallinari;
- all'omicidio di Riccardo Palma aveva preso parte un nucleo guidato da Prospero Gallinari, il quale aveva dovuto personalmente far fuoco sul magistrato, poiché "la persona che doveva sparargli all'ultimo momento non se l'era sentita";
- all'assalto della Caserma "Talamo" avevano partecipato anche Arreni, Piccioni e Seghetti;
- all'omicidio di Tartaglione Girolamo avevano preso parte Cianfanelli, "Camillo", "Marzia" ed altri;
- all'agguato nei confronti degli agenti della "Volante IV" avevano preso parte Piccioni, Morucci, Cacciotti, May e Cianfanelli;
- alla rapina in danno di Ferretti Riziero con lo stesso Savasta erano presenti Seghetti, Petrella Stefano e "Silvia";
- all'attentato contro gli agenti della scorta dell'on. Galloni avevano partecipato Gallinari, Loiacono e Faranda che aveva nell'occasione usato la pistola in seguito passata al Savasta;
- alla rapina compiuta nel garage di Via Salaria avevano partecipato Morucci, Piccioni, Cianfanelli, May e Cacciotti;
- all'omicidio di Schettini Italo avevano partecipato anche Seghetti e "Marzia", mentre "l'inchiesta era stata effettuata da Pancelli e Padula";
- all'attentato contro Pecora Gaetano avevano partecipato Iannelli, "Marco" e Ricciardi che, anzi, aveva redatto il volantino di rivendicazione;
- alle rapine nelle autorimesse di Via Magnaghi e Via Chisimaio avevano partecipato Seghetti, Piccioni e Vanzi;
- all'attentato in danno di Tedesco Michele aveva partecipato Arreni;
- all'omicidio di Granato Michele avevano partecipato Ricciardi, Di Rocco, "Silvia" e "Nanà";
- all'omicidio di Taverna Domenico avevano partecipato anche la Braghetti e Iannelli;
- all'omicidio di Romiti Mariano avevano partecipato Arreni, Iannelli, Cacciotti e "Livio", mentre l'inchiesta era stata portata a termine proprio da Savasta;
- all'omicidio di Vittorio Bachelet avevano partecipato Seghetti e Braghetti, che aveva sparato contro la vittima;
- alla rapina in danno della Banca Nazionale delle Comunicazioni aveva partecipato un gruppo formato da Seghetti, Arreni, Vanzi, Piccioni, Pancelli, "Silvia" ed altri;
- all'omicidio di Minervini Girolamo avevano partecipato anche Piccioni e Padula;
- all'attentato in danno di Digiacomoantonio Savino avevano partecipato Iannelli e "Silvia";
- all'attentato contro Pirri Pericle avevano partecipato Iannelli, Vanzi e Padula;
- all'attentato in danno di Gallucci Domenico avevano partecipato Arreni, Di Rocco e "Silvia".