Lettori fissi

29 giu 2011


Le stragi di Civitella e San Pancrazio


Il 18 giugno 1944 arrivò nel paese di Civitella un gruppo di partigiani, entrati nel circolo ricreativo vi trovarono quattro soldati tedeschi. Nello scontro che ne seguì due dei tedeschi rimasero uccisi, gli altri invece riuscirono a scappare e a raggiungere dei commilitoni più a valle.
Dopo questi fatti la popolazione di Civitella abbandonò in massa il paese. Ci furono perquisizioni e violenze ma nessuno si fece delatore, tant'è che venne imposto un ultimatum di 24 ore, se entro quel tempo non fossero stati comunicati al comando tedesco i nominativi dei partigiani coinvolti vi sarebbero state rappresaglie.

I giorni passarono, da parte tedesca venne l'assicurazione che l'uccisione dei tre soldati (uno dei due che si erano salvati era poi morto per le ferite) era stata vendicata in scontri diretti coi partigiani e che Civitella poteva stare tranquilla.

Il 29 di giugno a Civitella si festeggiavano i santi Pietro e Paolo, per le assicurazioni avute dai tedeschi quasi tutti gli abitanti rientrarono in paese. In realtà era una trappola: la notte vari reparti circondarono Civitella, Cornia e San Pancrazio.

Nel giugno del '44 l'area fra Civitella, Monte San Savino e Bucine contò 230 vittime.

Civitella
Durante la messa della mattina i soldati irruppero in chiesa e fecero uscire tutti, dividendo gli uomini dalle donne e i bambini. Poi, dopo aver indossato dei grembiuli per non macchiare le divise, iniziarono a uccidere gli uomini a gruppi di cinque con un colpo alla nuca. Don Lazzeri, arciprete di Civitella, pur potendo facilmente sottrarsi alla morte scelse di condividere la sorte dei suoi parrocchiani, per questo è stato insignito della medaglia d'oro al valor civile.
Scamparono solo un seminarista che scartò all'ultimo il colpo che doveva ucciderlo gettandosi dalle mura e un padre con una bambina in braccio, fatto fuggire di nascosto da un soldato. Dall'altra parte l'ufficiale nazista ucciderà uno dei suoi soldati perchè si era rifiutato di partecipare al massacro.
Il paese venne poi dato alle fiamme, e così morirono anche quelli che si erano nascosti nelle cantine e nelle soffitte.
Oltre cento furono i morti nella piazza di Civitella, fra gli uomini pochissimi scamparono.

San Pancrazio
I tedeschi radunarono gli uomini di San Pancrazio nelle cantine dell'antico palazzo del Podestà e li fucilarono: 55 vittime. Poi cosparsero i cadaveri di benzina e vino e appiccarono il fuoco.

Sia il palazzo podestarile che la chiesa andarono parzialmente distrutti.
Oggi nelle cantine dove fu compiuto il massacro è stato creato un sacrario che ospita una cappella ed un centro culturale dedicato a Don Torelli.
Sul retro è stato creato un giardino dove sono stati piantati numerosi rosai, uno per ogni vittima.

da Resistenza toscana

28 giu 2011


Corriere della Sera
L'ON. MUSSOLINI INDICA COME SUPERARE LA CRISI ISTITUZIONALE
Stamane, alle ore 10, a Palazzo Venezia, nella grande Sala del Concistoro, ha avuto luogo la riunione della maggioranza parlamentare. Su 382 deputati componenti la maggioranza erano presenti 341, tutti gli altri avevano giustificato la loro assenza. Alle ore 10.15 il Presidente del Consiglio, accompagnato dai Ministri, Sottosegretari di Stato e Comitati di maggioranza, ha fatto il suo ingresso nella sala accolto da vive acclamazioni da tutti i deputati alzatisi in piedi. L'on. Mussolini ha poi pronunziato il suo discorso. Continuano le ricerche del cadavere dell'on. Matteotti. Si ha intanto la conferma che i carabinieri di Stresa hanno arrestato presso l'imbarcadero, certo Giuseppe Pavone, che sembra abbia avuto rapporti con gli esecutori del delitto di Roma. A Stresa è ricercato anche certo Angelillo, denunziato come complice in una lettera anonima giunta al "Mattino" di Napoli.

Roma, 27 Giugno 1924 - Edizione del mattino



L'on. Mussolini ha posto, più nettamente che nel suo discorso al Senato, nel discorso alla maggioranza parlamentare i confini dei riconoscimenti e delle intransigenze, di quel che crede possibile per andare incontro alla volontà non tanto d'una opposizione politica organica quanto della coscienza nazionale e di quel che intende negare. E subito una difficoltà, nella trasformazione desiderata, si avverte alla questione della milizia nazionale, di cui è promesso l'inquadramento nell'esercito nel momento stesso in cui se ne loda il servizio reso di questi giorni al Governo, cioè all'espressione del partito, e mentre non si capisce come possa cessare il suo carattere partigiano senza una riforma radicale del reclutamento che la sottragga all'influsso del partito. D'altra parte, nei confini dei riconoscimenti e delle intransigenze, non è abbastanza chiaro lo spirito nuovo della perfetta costituzionalità affermato nelle promesse. Se il contrasto profondo con l'opposizione durasse, quali sono i propositi del Presidente del Consiglio? Egli ha una larga maggioranza e deve operare con essa secondo le circostanze e secondo le possibilità legali.



Non si possono prendere in considerazione altre forme di lotta senza ricadere nel dilemma che l'eloquenza tribunizia delle adunate va riproponendo in questi giorni stessi: dilemma confinato tra la condiscendenza o la minaccia. Ma vi sono due punti di questo discorso che ci importa rilevare per ciò che riguarda l'esame della realtà quale si è venuta determinando e quale si è venuta imponendo. "In fondo - ha detto l'on. Mussolini - non è più questione dell'assassinio Matteotti... L'obbiettivo finale di tutte le opposizioni è il regime". È vero. È il regime. Ma che cosa s'intende per lotta contro il regime? Volontà impaziente d'una crisi ministeriale? Autorevoli rappresentanti della opposizione costituzionale hanno già dichiarato che la loro azione non ha questo fine strettamente e, per così dire, meccanicamente parlamentare. La crisi è più vasta e i particolari della sua risoluzione si andranno determinando di giorno in giorno finchè l'incubo della tragedia e l'afa dello scandalo staranno sullo spirito pubblico, e con questo incubo e con quest'afa durerà l'inquietudine per il modo come si svolgerà la ricerca di tutti i colpevoli diretti e indiretti. La crisi è più vasta. È sempre questione dell'assassinio Matteotti, ma non è soltanto questione dell'assassinio. È questione di tutto il procedimento pratico del partito in questi venti mesi di possesso del Governo e di dominio della Nazione; e non soltanto di procedimento pratico ma di esaltazione e di diffusione di tesi, per non dir dottrine, ostili ai caratteri fondamentali della vita pubblica contemporanea nei più civili paesi del mondo.



Se anche si potesse sin d'oggi giurare che piena giustizia sarà fatta per tutte le responsabilità riguardanti l'atroce soppressione del deputato socialista, non si sarebbe appagata la coscienza pubblica; la qual ha il diritto di mirare, oltre gli assassini e i loro mandanti, all'ambiente che s'è andato formando e ha reso possibile la concezione e l'esecuzione di un così efferato misfatto e, prima, in serie non interrotta, di molte altre o più oscure o minori violenze in una tetra fiducia di impunità e di privilegio. Ogni volta che si tocca questo argomento - ed è un argomento presente in tutte le discussioni - ritornano i ricordi di altri atti di ferocia che rimasero impuniti. L'ambiente comprende l'assassinio Matteotti ma non questo assassinio soltanto; comprende questo genere di violenze, ma non questo genere soltanto. Questo ambiente funesto - che si è rivelato, e non poteva non rivelarsi, funesto allo stesso Governo - non può d'altra parte essere distaccato, "asportato", dalla condotta generale del partito, dalle sue opinioni sullo Stato, sul diritto della rivoluzione, sul privilegio dei vincitori, sulla solidarietà contro il dissenso, contro la critica, contro la libertà dei cittadini di agire entro i confini delle leggi e soltanto entro quei sicuri ed uguali confini. Quindi l'obbiettivo dell'opposizione è veramente il regime. Ma di chi è la colpa se nella continuazione statutaria e monarchica della vita politica italiana si è chiamata nuovo regime la vittoria, pur violenta, d'un partito e se nella prospettiva del nuovo regime hanno trovato posto tutti i mali che sono esorbitati nella più angosciosa tragedia?



Il popolo italiano, nella sua sincerità profonda, che non si conosce e non si misura tutti i giorni e in tutte le circostanze, ma oscurata non perisce, intende per regime soltanto quello che le generazioni del Risorgimento gli prepararono con sacrificio e con fede - il suo Statuto, il suo Re, il suo dovere di obbedienza alle leggi, il suo sacrosanto diritto di veder le leggi obbedite da tutti, sempre, interamente, a ogni costo. E non vuole saperne d'altri. E l'opposizione costituzionale ha appunto questo obbiettivo: via ogni regime che non sia quello. Né sembra che l'on. Mussolini, in questi ultimi suoi discorsi, sia lontano dall'ammettere la legittimità di questo obbiettivo così chiarito. Tutto il programma di mutazione che egli ha esposto nel discorso di Palazzo Venezia è nel programma dell'opposizione. E tutte queste mutazioni offerte riguardano unicamente il partito dominante! Ecco il punto essenziale della crisi, il suo significato, il suo valore per la chiarificazione delle varie responsabilità.



Oggi udiamo l'on. Mussolini dichiarare che bisogna sopportare l'opposizione, che bisogna perfino incoraggiarla. "L'opposizione, in quanto ci segnala certi fatti, può essere di utilità grandissima". Quelli che da venti mesi vanno sostenendo questa verità, per averla sostenuta sono stati ingiuriati, vilipesi, minacciati, dichiarati nemici della patria, parte putrida s'una putrida palude che si chiama l'Antinazione. Oggi il loro pensiero entra nel pensiero ufficiale. E il loro pensiero è sereno ed alto perché non si limita al concetto di opposizione ma si eleva al superiore concetto di libertà; che non significa tollerare, né sopportare, né tanto meno incoraggiare la franca espressione dei dissensi, la sicurezza della critica e del controllo, è concepibile se non si ammette nella sua pienezza la incomoda ma benefica potenza della libertà. È il regime non vecchio né caduto: il regime nel cui spirito l'Italia fu fatta e vivrà

Testata La Domenica del Corriere
Origine Milano - Italia
Data di pubblicazione 5 luglio 1914

L'assassinio a Serajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando erede al trono d'Austria, e di sua moglie
Il 28 giugno 1914, a Sarajevo, l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria, e sua moglie Sofia furono uccisi dal nazionalista serbo Gavrilo Princip. L'assassinio minò l'assetto delle potenze europee, già in grave crisi, e il fragilissimo rapporto dell'Austria con la Russia, grande protettrice della Serbia, diventando la miccia che avrebbe fatto divampare la prima guerra mondiale. Il 28 luglio infatti l'Austria-Ungheria, con l'appoggio dell'alleato tedesco, dichiarò guerra alla Serbia. Saranno quattro lunghi anni con quasi nove milioni di morti.

Corriere della Sera, 29 luglio 1914 Origine Milano - Italia
Data di pubblicazione 29 luglio 1914

L’Austria dichiara la guerra alla Serbia L’adesione delle Potenze alla mediazione: Vienna e Pietroburgo discutono
L’attentato di Sarajevo, del 28 giugno 1914 ad opera dello studente serbo Gavrilo Princip, costato la vita all’arciduca ed erede al trono asburgico, Francesco Ferdinando e a sua moglie Sofia, fu la miccia che fece esplodere la "polveriera" Balcani, ove le regioni slave sottomesse all’impero Austro-Ungarico, stavano maturando, fomentate dalla Serbia, sentimenti irredentisti, volti, dunque, alla conquista dell’indipendenza. A sua volta l’Austria-Ungheria era una potenza sempre più in crisi ed in declino che, già provata dall’espansione della Germania e dalle sconfitte subite dall’Italia, nel corso delle guerre d’Indipendenza, si vedeva ora minacciare anche i territori balcanici, sotto la spinta destabilizzante di una Serbia accusata di favorire il malcontento delle popolazioni slave suddite di Vienna. L’uccisione dell’erede al trono era dunque una provocazione che non poteva essere lasciata impunita e, anche se solo dopo la guerra si ebbero conferme del legame tra Princip ed ambienti sovversivi serbi, vicini al governo, all’impero di Francesco Giuseppe sembrò giunto il momento di liquidare il problema Serbia, contro cui fu lanciato un ultimatum dalle condizioni durissime ed umilianti. Sebbene le autorità di Belgrado, pur di evitare lo scontro armato ed il sicuro annientamento, mostrarono la disponibilità ad accettare gran parte delle clausole, la risposta fu ritenuta insoddisfacente e così l’Austria, dopo essersi assicurata l’appoggio dell’impero tedesco, il 28 luglio 1914, dichiarò guerra alla Serbia, scatenando l’inferno in un Europa allora caratterizzata da delicati meccanismi di alleanza militare tra i vari stati, figli degli eventi e delle tensioni maturatesi negli anni precedenti: se gli austro-ungarici erano forti del legame con il reich tedesco di Guglielmo II, a difesa della Serbia scesero in campo la Russia zarista e la Francia, mentre, invece l’Italia, legata agli imperi centrali da un trattato difensivo e che dunque prevedeva l’intervento solo in caso di aggressione, appellandosi al fatto che era stata l’ Austria ad attaccare, senza neppure consultarla, si dichiarò neutrale.

27 giu 2011


L'incidente


L'incidente avviene tra Ustica e Ponza il 27 giugno 1980 al velivolo DC9 I-TIGI appartenente alla compagnia Itavia.

Il volo con nominativo IH870 decolla dall'aeroporto di Bologna alle ore 20.08, con due ore di ritardo, diretto a Palermo e si svolge regolarmente nei tempi e sulla rotta previsti fino all'ultimo contatto radio tra velivolo e controllore procedurale di Roma Controllo, che avviene alle 20:58. Alle 21.04, chiamato per l'autorizzazione di inizio discesa su Palermo, il volo IH870 non risponde. L'operatore di Roma reitera invano le chiamate; lo fa chiamare, sempre senza ottenere risposta, anche dal volo KM153 dell'Air Malta, che segue sulla stessa rotta, dal radar militare di Marsala e dalla torre di controllo di Palermo.

Passa senza notizie anche l'orario di arrivo a destinazione, previsto per le 21.13. Alle 21.25 il comando del Soccorso Aereo di Martina Franca assume la direzione delle operazioni di ricerca, allerta il 15° Stormo a Ciampino, sede degli elicotteri HH3F del Soccorso Aereo. Alle 21.55 decolla il primo HH3F e inizia a perlustrare l'area presunta dell'incidente.

Numerosi elicotteri, aerei e navi partecipano durante la notte alle ricerche nella zona. Solo alle prime luci dell'alba viene individuata da un elicottero, al largo di Ustica, una chiazza di carburante e poco dopo, nei pressi, le prime vittime, bagagli e rottami galleggianti.

È la tragica conferma che il velivolo è precipitato in quella zona del Tirreno, tra Ustica e Ponza , dove la profondità supera i tremila metri.

Le vittime del disastro sono ottantuno, di cui tredici bambini, ma si ritrovano e recuperano i corpi di sole trentotto persone.

Le vittime
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Notevole lo sforzo investigativo compiuto . Sono stati investigati per ogni vittima tutti gli elementi che potessero in qualche maniera collegarla a qualche possibile movente .

Particolare cura viene dedicata ai motivi del viaggio , ai rapporti parentali , ad eventuali collegamenti con ambienti criminali o precedenti penali.

Nella immediatezza , per ragioni contingenti che vengono diffusamente spiegati non venne fatta l'autopsia sulle trentotto salme ricuperate ma solamente su sette.

Si compivano anche ricerche al fine di accertare se alcuno dei passeggeri avesse avuto precedenti o pendenze penali.

Si appurava così che Alberto Bonfietti, segretario provinciale e regionale dell’organizzazione extraparlamentare “Lotta Continua, era stato denunciato per aver promosso manifestazioni sediziose e senza preavviso, per occupazione della facoltà di sociologia dell’università di Trento nonché per violenza a pubblico ufficiale;

Giuseppe De Cicco era stato denunciato per macellazione e trasporto clandestino di carni e violazione di domicilio;

Giacomo Filippi lo era stato per trasporto di partita per uso zootecnico sprovvista del prescritto certificato sanitario;

Vito Fontana per lesioni personali colpose;

Andrea Guarano per incendio doloso e per prelievo irregolare di energia elettrica;

Giuseppe Manitta aveva precedenti per furto aggravato, commercio di stupefacenti, esercizio abusivo di commercio e emissione di assegni a vuoto;

Carlo Parrinello era stato denunciato per violazione di legge sulla caccia; Anna

Paola Pelliccioni era stata denunciata per omessa custodia di animali.

Si appurava altresì che il coniuge di De Lisi Elvira, Parisi Roberto, imprenditore edile, consigliere delegato del gruppo ICEM (Costruzioni Elettriche Meccaniche), sarà ucciso dalla mafia a Palermo nel 1985.

In effetti nessuno dei passeggeri aveva precedenti tali da motivare azioni di vendetta o di minaccia. Si tratta di denunce e condanne, ad eccezione del Manitta, per reati minimi. Anche i precedenti del Manitta però sono di criminalità comune
Le ipotesi sulle cause del disastro
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Semplificando tutte le ipotesi circa le cause del disastro possono ricondursi a tre filoni principali:

Il primo, quello del cosiddetto "scenario aereo", presuppone la presenza di un certo numero di aerei militari nei pressi del DC9 che ne avrebbero cagionato la caduta; o mediante un missile o per "quasi collisione";
il secondo, nega la presenza di qualunque aeroplano estraneo o sconosciuto e attribuisce ad una bomba la causa della caduta;
Il terzo filone è quello del cedimento strutturale.


Da chi sono sostenute



La presenza di uno "scenario aereo" è sostenuta dal dottor Priore, dalle parti civili, e dalla maggior parte delle ricostruzioni mediatiche. L'inesistenza dello scenario aereo e l'attribuzione ad una bomba come causa della caduta è sostenuta dalle difese dei "generali" e solamente da una piccola parte dei media. L'ipotesi del cedimento strutturale non è in pratica sostenuta da nessuno.



Particolare la posizione dei Pubblici Ministeri che nella loro "requisitoria", prima della sentenza-ordinanza Priore, indicano come causa più probabile la bomba e come meno probabile il missile. Al processo, dopo, naturalmente la loro posizione si è adeguata a quella del dottor Priore.



Le ipotesi secondo l'opinione pubblica



Per effetto di una campagna mediatica praticamente orientata quasi esclusivamente verso le ipotesi della "battaglia" e del relativo complotto per nasconderla, la parte maggiore della opinione della gente ha questa convinzione.



Come il quadro politico valuta le ipotesi



Nel quadro politico le posizioni , seppure con diverse sfumature e distinguo , sono orientate :

a favore dello scenario aereo , le sinistre ( tra queste con maggior vigore le componenti pacifiste e antiatlantiche);
per l'ipotesi bomba , le destre.


Notevole anche tra i due schieramenti politici, una tendenza a non prendere posizione e a restare nel generico. Si può supporre questo sia dovuto, in parte a onestà intellettuale, in parte a mero calcolo elettorale per non opporsi al sentire comune.



La sostanziale mancanza di una posizione ufficiale



Ufficialmente difficile dire e definire quale sia la posizione ufficiale. Numerose le interrogazioni parlamentari sull'argomento. Indubbio che nel corso dei lunghi anni dell'indagine i molti governi, di ogni colore e orientamento politico, abbiano più che altro evitato di prendere posizioni chiare e nette. Si ritiene che la posizione più netta di un governo, sia quella espressa nella seduta n. 200 dell'8/10/2002 dove alla interrogazione, presentata dall'Onorevole Tucci, e intitolata:

"Esigenza di una corretta e completa informazione sulla strage di Ustica - n. 2-00257" , alla quale rispondeva il Ministro Giovanardi con una lunga e dettagliata analisi del caso.



La posizione dei collegi peritali



La posizione dei collegi peritali richiede, per essere valutata un discorso più approfondito. Occorre infatti tenere presente, anche l'epoca e lo stato del recupero del relitto:

Commissione Luzzati, nominata dal Ministero dei Trasporti, nell'ultima relazione preliminare indica in una esplosione la causa, senza poterla attribuire alla bomba o al missile per la non disponibilità del relitto;
Collegio Blasi, nominato dall' Ufficio del Giudice Istruttore, dispone di circa il 30% del relitto, si esprime in un primo tempo a favore dell'ipotesi missile; in un secondo tempo a seguito di un certo numero di quesiti supplementari posti dal Giudice Istruttore, e anche per i risultati, avuti nel frattempo, da una perizia Selenia sui dati radar, il Collegio si divide, tre membri si esprimono a favore del missile, due membri invece a favore della bomba;
Collegio Misiti, nominato dall' Ufficio del Giudice Istruttore, dispone di circa il 90% del relitto, dichiara tecnicamente sostenibile la sola ipotesi bomba. Due membri, il Prof. Casarosa ed il Prof. Held, allegano alla Perizia una "Nota Aggiuntiva" nella quale pur ribadendo il parere unanime del collegio, ritengono doveroso formulare alcune osservazioni sulla correlazione fra esplosione interna e l'eventuale presenza o meno di altri velivoli. Affermano in sintesi di essere d'accordo sulla bomba solamente se può essere esclusa la presenza di altri aerei, in caso contrario a loro parere andrebbe riconsiderato il caso di "quasi collisione" come possibile chiave interpretativa dell’evento
Collegio Radaristico Dalle Mese-Donali-Tiberio, nominato dall' Ufficio del Giudice Istruttore, trae conclusioni in parte contraddittorie e che si prestano ad ogni interpretazione. Nel mentre afferma che le tracce radar non confermano la presenza di velivoli non identificati intorno al DC-9 nel punto della tragedia per un raggio di 50/60 miglia, affermano anche che questa presenza non può essere esclusa. Ritiene possibile la presenza di un velivolo nella scia del DC9, esclude la manomissione delle registrazioni radar, ritiene che quella sera era presente una complessa situazione di velivoli militari.


La valutazione giudiziaria processuale delle ipotesi



La sentenza ordinanza Priore del 1999 stabiliva, in palese contrasto con le conclusioni peritali di Ufficio, che il DC9 Itavia, coinvolto in una battaglia aerea occulta tra aerei militari, precipitava per "quasi collisione" con uno di questi. Secondo l'interpretazione Priore, il mancato accertamento dei responsabili e della nazionalità dei belligeranti e in sostanza la mancanza sostanziale delle prove di quanto avvenuto, dipendeva da una estesa opera di occultamento e depistaggio effettuata dall'Aeronautica Militare. Per questa ipotesi di reato si tenevano i processi successivi, l'esito dei quali con l'assoluzione completa degli imputati, negava sostanzialmente la possibilità che la "battaglia" ipotizzata dal Dottor Priore fosse mai avvenuta.

La campagna mediatica
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All'indomani della sciagura la prima ipotesi formulata dalla stampa fu quella dell’esplosione di una bomba a bordo del velivolo. L'ipotesi prendeva spunto, ,da una telefonata di rivendicazione , forse fatta dai NAR, sulla presenza dell'estremista di destra Affatigato sul velivolo. Ipotesi, questa, che nell’ambito di poche ore, perdeva di credibilità, in quanto l'Affatigato, attraverso la propria madre, aveva fatto sapere di esser vivo e all'estero.



Ma già il 29 giugno il quotidiano L'Occhio di Roma lanciava l'ipotesi della collisione con altro velivolo, rilevando che, contigua all'aerovia Ambra 13, correva un’aerovia riservata ai velivoli dell'USAF. L'ipotesi della collisione sarà portata avanti dalla stampa nei giorni a seguire, nonostante le smentite delle autorità politiche (si ricordi anche l'anonimo a Lotta Continua). L'Unità e L'Occhio si interrogavano sulla provenienza dei relitti non appartenenti al DC9 dell'Itavia recuperati in mare; l'Unità pubblicava anche il nome di due piloti statunitensi che sarebbero scomparsi il giorno della sciagura dell'aereo dell'Itavia; ipotesi che però troverà immediata smentita, in quanto l'incidente era accaduto nel mese di aprile e i due piloti erano stati salvati.



Ma c'è anche chi inizia a parlare dei problemi dell'Itavia e della scarsa manutenzione dei velivoli, alimentando questa ipotesi con interviste ad alcuni piloti della società e con la dichiarazione del deputato Corallo, che riferiva come un funzionario dell'Alitalia, alcuni mesi prima, lo avesse messo in guardia contro le carcasse volanti dell'Itavia (Paese Sera - Il Giorno - Repubblica - Il Tempo).



Nei primi tempi, pertanto, l'attenzione della stampa si focalizzava in prevalenza sia sull' ipotesi del cedimento strutturale che sulla collisione. L’ipotesi di abbattimento da missile si affacciava la prima volta sul quotidiano Il Tempo del 29 giugno 80, ma soltanto per escluderne l'attendibilità; mentre, su Paese Sera del 30 giugno se ne riferiva collegandola ad aereo militare in una esercitazione NATO. Ipotesi, questa, che ritornava sui mezzi d’informazione di tanto in tanto fino ad acquistare più vigore a seguito delle dichiarazioni rilasciate alla stampa dal presidente dell'Itavia, Davanzali, ed al Parlamento dal Ministro dei Trasporti, Formica, a dicembre del 1980.



Non mancavano, infine, riferimenti a connessioni con la caduta del MiG libico (L'Occhio del 23 luglio) e con la strage alla stazione ferroviaria di Bologna (Corriere della Sera del 19 agosto).

In seguito per molti anni l'orientamento della campagna mediatica seguiva prevalentemente il filone della battaglia aerea con netta prevalenza verso l'ipotesi missile. Questo orientamento continuava anche dopo il deposito della Ordinanza-Sentenza dal Giudice Priore Di notevole vigore e altamente insultante la campagna avversa ai generali rinviati a giudizio in dispregio completo della cosiddetta presunzione di innocenza.



Durante lo svolgimento del processo in Corte Assise ( dal 2000 al 2004 ) si assiste ad un sostanziale silenzio mediatico. Alla sentenza i commenti delle varie testate giornalistiche rimangono grossomodo allineati alle stesse tesi di prima del processo, anche se si può notare sottili differenze. Molti commentatori iniziano a usare la più neutra allocuzione : "il DC9 precipitato" invece della precedente "il DC9 abbattuto"



Dopo le sentenze della Corte di Assise di Appello e della Cassazione, ben pochi i media che approfondiscono il merito e il profondo significato, anche giuridico, delle sentenze di assoluzione. La parte maggiore si dilunga su considerazioni giuridicamente errate interpretando l'assoluzione, con la formula "perchè il fatto non sussiste", sminuita di valenza assolutoria in quanto avvenuta ai sensi dell'articolo 530, secondo capoverso. Viene fatto passare, erroneamente, all'opinione pubblica il concetto che l'impianto accusatorio Priore sia accettato dalla Corte, che lo scenario aereo esistesse davvero e che gli imputati siano stati mandati assolti perchè non esistevano abbastanza prove per condannarli.

Dal sito vittime di Ustica

22 giu 2011


Per Non Dimenticare Eccidio di Gubbio

Eccidio di Gubbio Eccidio di Gubbio

Il pomeriggio del 20 giugno del 1944 un ufficiale tedesco viene ucciso e un altro ferito dai partigiani nel comune di Gubbio, i soldati tedeschi iniziano subito un rastrellamento per le vie della città, alla sera dopo un intervento del vescovo Ubaldi sembra che il rastrellamento si fermi, e il vescovo viene rassicurato dal comandante dei nazisti che non ci sarà più nessuna rappresaglia, invece il mattino del giorno seguente il rastrellamento riprende e in maniera ancora più vigorosa del giorno precedente, anche se nella notte non è successo assolutamente niente per poter dar adito alla ripresa della rappresaglia, vengono catturati indiscrinatamente uomini donne e ragazzi, alcuni dopo un sommario interrogatorio vengono rilasciati, ma quaranta persone vengono trattenute, e alle prime luci dell'alba del 22 giugno 1944 una parte di loro viene obbligata a scavare una fossa, mentre gli altri vengono legati e massacrati di botte, poi quelli che hanno scavato la fossa vengono fucilati, mentre gli altri vengono uccisi con un colpo di pistola. Oggi nel posto dove è avvenuto il macabro massacro sorge un Mausoleo in ricordo dei quaranta civili uccisi dai tedeschi.



Stragi naziste in Umbria: senza nome i responsabili
Marco Paganini
Gubbio. Rimarranno senza nome anche i responsabili della strage di Gubbio. È il 22 giugno del 1944 e le truppe naziste in ritirata scatenano una violenta rappresaglia per vendicare la morte di due ufficiali per mano di una squadra dei Gruppi di Azione Partigiana. Per ritorsione i militari tedeschi commettono in Umbria uno dei tanti massacri di civili che hanno segnato per sempre la storia di città e paesi con una scia di sangue che costringerà a scrivere ben 15 mila nomi su lapidi e cippi, disseminati su tutto il territorio nazionale.

Subito dopo l’attacco della Resistenza iniziano i rastrellamenti e la cattura dei civili, parte dei quali vengono poi fucilati e sepolti nella fossa che loro stessi sono stati costretti a scavare. A questi quaranta martiri la città ha dedicato anche un mausoleo, nel luogo dell’esecuzione, per non perdere la memoria di un crimine i cui responsabili non sono mai stati portati in un tribunale. Le indagini sulla strage ci furono, ma gli elementi raccolti vennero archiviati in un apposito fascicolo e mai utilizzati. Quel fascicolo, insieme ad altri settecento su altrettante stragi naziste, rimase «archiviato provvisoriamente» e illegalmente fino al 1994 quando alcune denunce hanno finalmente avuto seguito e sono iniziati i processi.

NOMI E COGNOMI DEI RESPONSABILI. Non verrà mai punito, invece, chi ordinò ed eseguì la fucilazione dei 40 eugubini: il procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, ha infatti deciso l’archiviazione dell’inchiesta perché il tempo, la prescrizione e la difficoltà di trovare testimoni e colpevoli l’avrebbero resa inutile, nonostante il fascicolo riportasse testimonianze, nomi e cognomi degli ufficiali tedeschi che ordinarono la rappresaglia. Contro l’archiviazione dell’inchiesta sui fatti di Gubbio e Capistrello (33 civili uccisi il 21 novembre 1943) è nato il «Comitato per la verità e la memoria» che, lanciato dai sindaci Goracci e De Meis, ha poi raccolto l’adesione di alcuni deputati, del presidente della Regione, della Provincia e anche il sostegno del presidente della Camera, Casini. Il sindaco di Gubbio, Orfeo Goracci, non ha condiviso la scelta del Procuratore Militare di archiviare l’indagine e si è quindi rivolto al Presidente della Camera che ha assicurato tutto il suo appoggio affinché la Commissione parlamentare inizi al più presto le indagini. È infatti ormai chiaro che l’unica inchiesta a proseguire sarà quella della Commissione parlamentare creata nel 2001 (ma non ancora insediata) allo scopo di accertare le responsabilità politiche di chi decise l’insabbiamento dei settecento fascicoli sulle stragi per non mettere in imbarazzo l’esercito tedesco, nuovamente alleato italiano dopo il suo ingresso nella Nato.

14 giu 2011



UN CAMPO PROFUGHI NEL CENTRO DELLLA CAPITALE
La stazione Ostiense di Roma da anni è un punto di passaggio e ritrovo per gli afgani che transitano nella capitale. Arrivano a Roma dopo viaggi duri e rischiosi che possono durare anche più di un anno attraverso Pakistan- Iran – Turchia – Grecia e durante i quali molti di loro trovano la morte asfissiati nel sottofondo di un tir o uccisi dalle guardie di frontiera turche o assiderati sui valichi di montagna. Lo scorso mese nel porto di Ancona è stato ritrovato un giovane afgano morto dentro un camion proveniente dalla Grecia.
I ragazzi afgani scappano dal loro paese in preda alla guerra. Scappano dalle bombe dei “liberatori” americani che fanno continuamente stragi di civili. Scappano dalla violenza oscurantista talebana che semina terrore.
Molti vogliono raggiungere i paesi del nord Europa. C’è un flusso costante tra nuovi arrivati e altri che partono dopo essersi fermati alcune settimane all’ostiense. Solo pochi restano più a lungo dopo essere entrati nel circuito dei centri d’accoglienza dal quale stentano ad uscire per la difficoltà a raggiungere un autonomia lavorativa ed abitativa stabili.
I profughi che popolano l’Ostiense sono di etnia pasthun e hazara. Raramente superano i 30 anni d’età. Solo alcuni parlano un po’ l’inglese. La maggior parte di chi fa domanda come richiedente asilo ottiene la protezione internazionale. Il primo insediamento risale al 2006 era conosciuto come la buca: lo scavo delle fondamenta di un edificio da costruire. L’ultima volta li avevo incontrati nel Sett. 2010 poco lontano dal luogo in cui si trovano ora.
Questi giovani a Roma sono sempre stati fatti vivere in condizioni disumane. Dormono in tende. Erano sotto costante minaccia di sgombero durante i quali spesso le tende venivano distrutte e le loro poche cose rovinate. Vivevano con un solo tubo per l’acqua che a Giugno 2010 venne chiuso. Per fare una doccia scaldavano l’acqua in un secchio di latta sul fuoco poi usavano un box in legno fatto da loro. Il comune non aveva fornito loro neanche un bagno chimico.
Ad Aprile 2011 il loro insediamento si è spostato di 300 metri. Ora sono appena fuori l’ultimo binario della stazione. Mentre arrivo alcuni ragazzi afgani stanno cercando di portare all’esterno dell’area due bagni chimici strapieni e traboccanti. Il puzzo non da scampo e a terra si formano alcune pozze che più tardi faranno da deterrente nei confronti di due pattuglie arrivate per controllare che subito rinunciano. Più tardi arriverà un mezzo specializzato che dopo giorni d’impraticabilità provvederà a vuotare e pulire i bagni.
L’area è delimitata da un cancello aperto sul quale è appeso una sorta di dazebao multilingue con indirizzi e mappe di alcuni centri d’assistenza sparsi nella capitale che forniscono servizi di mensa,docce,cambio vestiario e supporto legale. Davanti al cancello staziona il camper dei Medu: Medici per i diritti umani. Da anni forniscono assistenza medica e seguono le vicende della comunità afgana che vive in un perenne stato d’emergenza. Mi colpisce lo sguardo addolorato di un ragazzo che aspetta per farsi visitare. Inizio a parlare un po’ con vari ragazzi. Molti hanno lasciato in Afganistan la famiglia. Un ragazzo mi mostra orgoglioso e sconsolato un libro di canzoni. In copertina c’è la foto del padre che è poeta e cantautore. Mi raccontano che molti hanno dovuto abbandonare gli studi perché le scuole dei loro villaggi erano minacciate dai talebani che a volte le devastavano uccidendo gli insegnanti. Nel frattempo faccio qualche foto cercando prima un cenno di consenso. Durante il mio ultimo soggiorno romano son tornato più volte in questo campo profughi nel pieno centro della capitale italiana popolato da circa 100 afgani che dormono in 6-8 per ogni tenda. Ma non bastano per tutti e alcuni trovano riparo tra l’asfalto e lo spiovente metallico di un sottoscala. Anche qui hanno un solo rubinetto con acqua fredda.
Una mattina vedo uscire da una tenda appena svegli una coppia di giovani. Non avevo mai visto una donna nel campo: è incinta. Ha un viso molto delicato non credo arrivi a 20anni e mentre va in bagno parlo col compagno che mi dice sono di passaggio,vanno a Parigi da parenti. Sono in viaggio e invece che in hotel han passato la notte al campo. La sera ripartiranno. Nabizadaf un ragazzo simpatico che avevo ritratto due giorni prima mi lascia il suo contatto facebook chiedendomi di mandargli la foto. Altri preferiscono non farsi fotografare temendo problemi per le loro famiglie in Afganistan o non avendo ancora la protezione umanitaria.
Nasir dapprima diffidente mi mostra delle buste paga chiedendomi consiglio sul fatto che il padrone non gli ha pagato gli ultimi 3mesi avendolo lascito promettendo che presto l’avrebbe richiamato a fare il muratore. Perentorio gli consiglio un avvocato ma lui non concorda. Aspetterà. Non vuole problemi e spera di riprendere a lavorare. Un ragazzo mi mostra degli yogurt di cui son riforniti facendomi notare la scadenza avvenuta da un paio di giorni e cercando conferma sul fatto di poterli celermente consumare. Sorrido vedendo che son riforniti anche di pandori..siamo dopo pasqua..
Quasi tutti son gentili e spesso curiosi di poter scambiare qualche parola. Mi offrono biscotti e succo. Dopo un po’ resto sorpreso nel vedere un giovane fare la doccia in mutande nel marciapiede tra gli ultimi due binari momentaneamente spopolati. Si serve della vecchia pompa che serviva a rifornire i vagoni. Più lontano qualcuno si ferma a guardare.
Avevo già visto nel precedente sito dei minori vivere nel campo ma la mattina successiva scorgo in una tenda un bambino. Resto scosso. Ci sorridiamo. Chiedo subito ai ragazzi lì vicino e mi dicono che è arrivato da 2 giorni. Solo. I genitori son morti in Afganistan. Vuole andare a Londra da un cugino. Lo vedo tranquillo. Non ha paura e sembra a suo agio lì. Con le mani mi dice che ha 7anni. Gli faccio una carezza chiedendomi come sia possibile far dormire un bambino di 7anni in una tenda a Roma. Mi chiedo cosa vuol dire “essere un paese civile”. So che c’è un centro specifico per i profughi minori non accompagnati ma è un centro diurno e non offre posti letto. In questi casi il minore intercettato dai servizi sociali viene affidato ad una casa famiglia per poi essere eventualmente adottato.
Gli altri ragazzi afgani scherzano con lui ed hanno un atteggiamento delicato, è davvero un bel bambino. Pare non abbia perso la dolcezza della sua età. La guerra questa volta sembra sconfitta. Mi chiedo come sarà arrivato,se riuscirà ad andare a Londra e come. Forse con qualche compagno più grande. Lo rivedo un ultima volta sotto la stazione. Nel lungo tunnel che porta alla metro. Cammina in mezzo ad altri ragazzi afgani tutti alti il doppio di lui. Mi fa un sorrisone e ciao con la mano. Avviso i Medu della sua presenza.
Costante durante le visite al campo il mio senso di disagio nel vedere il modo in cui questi giovani aventi diritto si ritrovino a sopravvivere dopo essere fuggiti da una guerra. I governi occidentali dicono di combattere in Afganistan per liberarlo. Questi ragazzi educati e dignitosi vivono come intrappolati una situazione di scacco. Ma sono giovani e hanno speranze.

Andrea Polzoni

12 giu 2011


Fu inaugurata dal pratese Giovanni Bertini, sottosegretario ai Lavori Pubblici


LA DIRETTISSIMA FIRENZE - BOLOGNA COMPIE 90 ANNI

L’anniversario ricordato dalla Fondazione “Berti”


CASCIANA TERME – La Fondazione “Angiolo e Maria Teresa Berti” ha ricordato il 90° anniversario dell’inizio dei lavori della Direttissima Firenze – Bologna. L’opera fu fermamente voluta dal sottosegretario ai Lavori Pubblici d’allora, on.Giovanni Bertini, d’origine pratese, che credeva fortemente nella tecnologia come sviluppo della società civile. Il 12 giugno 1921, egli tenne infatti il discorso inaugurale. “Una scelta importante ed avvenieristica, precisò, che unirà ancor più l’Italia”.

Quando morì a Bologna, il 29 dicembre 1949,Bertini lasciò detto di essere trasportato al cimitero di Prato lungo la Direttissima,la cui costruzione era stata appena ultimata. Giovanni Bertini era il padre di Maria Teresa .

GIAN UGO BERTI

06 giu 2011



Alba del 6 giugno 1944. Scatta l’operazione Overlord: le forze anglo-americane sbarcano sulle coste della Normandia, in Francia. Inizia una delle battaglie più drammatiche della Seconda Guerra Mondiale. Nella primavera del 1944, l’andamento del conflitto vede la Germania nazista e l’Italia fascista in crescente difficoltà. L’Armata rossa dell’Unione Sovietica avanza da est verso la capitale della Germania, Berlino. L’Italia, invece, è divisa in due. Le truppe italo-tedesche sono attestate al nord, mentre il centro-sud è da un anno sotto il controllo degli eserciti alleati di Stati Uniti e Gran Bretagna, che cercano di risalire la Penisola. Per le forze anglo-americane aprire un fronte occidentale, nella Francia occupata dai tedeschi, significa accerchiare in una morsa gli eserciti nemici. Nell’autunno del 1943 Roosevelt, Stalin e Churchill, leader di Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna, si incontrano a Teheran. All’ordine del giorno, la pianificazione di un attacco contro l’esercito tedesco, da compiere la primavera successiva sulle coste atlantiche della Francia. Viene scelta la Normandia: le sue spiagge selvagge e l’assenza di grandi porti, la rendono agli occhi del nemico una zona improbabile per un’invasione. Il comando supremo dell’operazione viene affidato al generale statunitense Eisenhower. Il generale britannico Montgomery, invece, è il coordinatore diretto delle truppe che prendono parte allo sbarco. L’operazione Overlord prevede l’utilizzo di 6.000 imbarcazioni, 12.000 aerei e 5.000 tonnellate di bombe. Si prefigura una delle più grandi battaglie della Storia. Per far credere ai tedeschi che l’attacco sarebbe avvenuto nello stretto di Calais, anziché sulle spiagge della Normandia, viene creata un’operazione di depistaggio. Si chiama Fortitude e vede addirittura l’installazione, da parte degli anglo-americani, di finti aerei e finte strutture militari sulle coste inglesi di fronte a Calais. Poco dopo la mezzanotte del 6 giugno ’44 paracadutisti inglesi vengono lanciati nelle retrovie tedesche, e all’alba iniziano gli sbarchi dal mare. La battaglia è cruenta, e dalle spiagge si estende in breve verso l'entroterra. Gli scontri fra i due eserciti proseguono per settimane, con ingenti perdite di vite umane da entrambe le parti. La quantità di uomini e l’organizzazione militare degli anglo-americani, e l’effetto sorpresa, hanno la meglio sulle divisioni tedesche. Il 26 giugno gli alleati conquistano Cherbourg e il 9 luglio Caen, punti strategici per aprire un corridoio militare verso la Germania. Il 6 giugno 1944 passerà alla storia come D-Day. Lo sbarco in Normandia segna un punto di svolta nella Seconda Guerra Mondiale: le truppe anglo-americane ora puntano verso Berlino.

04 giu 2011


VUOTI DI MEMORIA


Non è una novità, che l’uomo contemporaneo dimentica in fretta. Si infiamma velocemente, combatte battaglie con faciloneria salvo andare avanti se il conflitto non lo riguarda direttamente, abbandona il campo per pochi quattrini – che valgono sempre più di un’ideale – ma soprattutto è educato all’ignoranza coatta, alla rimozione forzata.
Fortunatamente non è sempre vero.
Ci sono eventi che premono come schegge impazzite sulla colonna vertebrale della Storia, che provocano un dolore fastidioso e continuo, lo stillicidio della proverbiale goccia cinese.
La strage di Piazza Tianamen è sicuramente uno di questi punti oscuri, di questi pozzi in cui tutte le regole di civiltà e umanità vengono sospese e gli attori in campo, i carnefici come le vittime, affondano nella follia.

È il 4 giugno 1989 quando la protesta di studenti, lavoratori, intellettuali e cittadini comuni contro il PCC (Partito Comunista Cinese), reo di grave diffamazione contro il popolo stesso e manipolazione e censura dei mass media, nonché di stuprare la democrazia e la libertà, sfocia nella tragedia: Deng Xiaoping, comandante della commissione militare centrale, tiene fede alla legge marziale dichiarata dal Partito facendo muovere dalla periferia fino alla tristemente famosa piazza, al centro di Pechino, l’esercito e i carri armati che aprono il fuoco, indiscriminatamente, sulla popolazione.
Ancora oggi il bilancio e le dinamiche della strage sono oscuri: le fonti ufficiali parlano di circa 300 morti, Amnesty International di più del quadruplo.
Si dubita che, in questo caso, come si dice, la verità stia nel mezzo.

La repressione di Piazza Tienanmen
Nel 1989 il primo ministro Li Peng e la fazione dei cosiddetti conservatori cercano di rallentare ulteriori sviluppi delle quattro modernizzazioni in senso liberistico. Lo scopo è quello di tenere sotto controllo lo sviluppo economico; contenere, e possibilmente ridurre, l’inflazione; evitare l’aumento degli squilibri sociali; combattere la speculazione e la corruzione dilagante.

Di fronte a queste misure comincia la protesta degli studenti cinesi che chiedono riforme democratiche nel paese.

Questione politica e questione sociale
Quali sono le motivazioni della protesta?

La posta in gioco sulla Tienanmen non sono soltanto gli ideali di libertà e democrazia, in contrapposizione ad una concezione autoritaria del potere e della società. In un paese sottosviluppato e privo di tradizioni democratiche come la Repubblica popolare cinese la questione politica tende a confondersi con la questione sociale, nel senso della rivendicazione di maggiore giustizia.

In gioco vi sono precisi interessi sociali. Gli studenti sono i figli di quella piccola borghesia cittadina e burocratica e di quei ceti intellettuali che pagano i costi della riforma economica, a causa dell’inflazione che ne falcidia i salari, e che non ne sta ricavando alcun beneficio, né sul piano della liberalizzazione produttiva, né su quella della speculazione e della corruzione.

Per i giovani della Tienanmen, le libertà borghesi che essi rivendicavano non erano un semplicemente un fine, ma "il mezzo" attraverso il quale lottare contro la corruzione e l’arricchimento della burocrazia statale e di partito e dei detentori delle "rendite di posizione" sociali ed economiche create dalla riforma economica neoliberista di Deng Xiaoping.

Le manifestazioni
Le manifestazioni prendono l’avvio come commemorazioni per la morte di Hu Yaobang, fino al 1987 segretario di tendenza riformista del partito comunista. Una grande folla partecipa alle dimostrazioni che avanzano la richiesta di riforme democratiche (come un più ampio diritto di riunione) e di dimissioni dal governo dei delfini di Deng Xiaoping, Li Peng (primo ministro) e Zhao Ziyang (segretario generale del Partito comunista). Per settimane nella sterminata piazza si discute sulle forme che la democrazia dovrà assumere in Cina.

Le folle crescono sempre di più: al sit-in del 18 aprile vi sono 2.000 studenti; in 100.000 commemorano Hu Yaobang il 21 aprile; sono 500.000 le persone radunate nella piazza il 27 aprile per chiedere democrazia, libertà di stampa e lotta alla corruzione; un milione di manifestanti chiede il 17 maggio le dimissioni di Deng Xiaoping.

I metodi di lotta sono non violenti: il presidio della centralissima piazza Tienanmen e lo sciopero della fame, che 2.000 studenti iniziano il 13 maggio. In occasione della visita del premier sovietico Mikhail Gorbaciov (un simbolo della possibilità di apertura dei regimi comunisti) gli studenti rifiutano di sciogliere il raduno e organizzano grandiose manifestazioni nella piazza.

Il governo di Li Peng e Zhao Ziyang dichiara allora la legge marziale (20 maggio) e invia l'esercito a Pechino per disperdere i manifestanti. Si è giunti ormai a un punto di non ritorno: di fronte a una crisi come questa un regime totalitario, in cui l’identificazione tra governo e sistema è totale, non può che crollare o scegliere la strada della repressione.

La strage
Seguono giorni di tensione e incertezza. Una parte delle forze armate si schiera a difesa degli studenti accorsi nella piazza.

Ma nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 i militari aprirono il fuoco, uccidendo centinaia o migliaia di dimostranti. Gli studenti si rifugiano nei campus universitari, che vengono circondati e setacciati dall’esercito. Inizia la caccia ai "controrivoluzionari": in tutta la Cina vi sono migliaia di arresti e di processi, che in qualche caso si concludono con esecuzioni sommarie. Le condanne inflitte agli studenti sono pesanti. Solo nell’aprile del 1998 viene liberato Wang Dan uno dei giovani leader della rivolta di Tienanmen; nel 1987 era stato liberato dopo 18 anni trascorsi in carcere Wei Jing-sheng: entrambi vengono subito esiliati negli USA.

Reazioni a Tienanmen
Le immagini della strage sono diffuse dalle televisioni di tutto il mondo, le cui troupes stazionavano sulla piazza Tienanmen. Per ostacolare la diffusione di notizie il governo attua un severissimo controllo sugli organi di stampa cinesi e vieta l'ingresso nel paese ai giornalisti stranieri.

03 giu 2011


UOMINI AL VAGLIO DONNE ALLA RISCOSSA (Carrara,opuscolo diffuso subito dopo la liberazione)

UOMINI AL VAGLIO

Da che Carrara è stata liberata dal Nazifascismo, ho fatto ·.per la 'prima volta un giro per quasi tutta

la città, non escluso qualche ufficio e' qualche stabilimento; e debbo confessare che fu per me un giorno di amara delusione e che mai fui così amaramente colpito nei miei sentimenti antifascisti.


Sentivo nella mia anima un vuoto; un isolamento farmi dubitare se ancora esisteranno forze umane capaci di

liberare veramente l' umanità dal fascismo. Qualche sorrìso mi ha colpito, sorriso sardonico che voleva . dire: Siamo nuovamente al lavoro. per la rivincita.


Sentivo che già stava per incominciare un' altra: via crucis, fatta di galere e di esilio e come sempre

originata dal tradimento 'dei vili e dalla cecìtà del popolo.


Sia per le strade che per gli uffici, in attesa della forza reazionaria e della sua potenza: Eccoli là !


facce da galeotti ben rivestite e traboccanti di oro e magari muniti del tesserino del

Comitato di Liberazione Nazionale.


Spadroneggiano ancora questi complici del fascismo, questi sfruttatori dì debolezze e di energie .umane.


Questi traditori! Bestie che lavorano nelle tenebre come fanno le talpe nelle fogne; talpe ne colpiscono

alla schiena come facevano suo tempo i rapinatori della strada : Solo che quelli colpivano con il pugnale e la pistola, mentre questi colpiscono con l'Opportunismo, alimentato dall' ìnganno; dal tradimento, dall' usura foggiata all' ombra di un qualsiasi vessillo (per loro l'uno val l'altro) mentre hanno l'animo ricolrno di velenoche è calice amaro per l' Umanità, che in buona fede beve sprofondandosi sempre più nella tomba che è fatta di fango sociale.


Li rivedo ancora, umili servi dei tedeschi, pronti a qualsiasi servizio, cinici, dediti ai più atroci


delitti, padroneggiare per la nostra Carrara con il distintivo all'occhiello, applicato con molta cura e portato

con la massima disinvoltura. Eccoli là! Come serpi velenosi che conl'appoggio degli incoscienti,

facenti forse parte del Comitato e simili, strisciano per ogni dove e fanno la civetta con la borghesia



reazionaria; che mentre ha il miele sulle labbra sferza con la coda

velenosa la massa proletaria che cerca di scuotersi dall'oppressione.





Ma dove sono i Partigiani? Quei partigiani che sulle montagne esposti a tutte le intemperie,

a tuttii pericoli, uniti e' solidali, che mai hanno dato segno di



vigliaccheria? Dove sono coloro che difesero con le loro armi e con

il proprio sangue e con ogni forma di assistenza la cittadinanza

tutta? Quei figli della montagna che, scalzi, seminudi, affamati e

stanchi mai vennero meno alla lotta, al sacrificio ed all' altruismo?





Sono in città! Taluni di essi si sono confusi con il resto degli uomini, con quei politicanti senza



scrupoli. È accaduto come quando una fortissima tempesta irrompe su

di un popolo il quale corre vertiginosamente a ripararsi,

rifugiandosi per salvare al corpo qualche dolore, là dove c' è la perdizione morale.


Si, qualcuno di questi" Partigiani si è confuso con il resto degli uomini, - di quegli uomini la cui


vita è fatta di parassìtismo, di viltà, e di corruzione.

Questi Partigiani hanno fatto come i polìtìcanti di mestiere, senza fede e

senza onore, dandosi come loro alla caccia del privilegio personale,

rinnegando quello sociale, rinnegando la fede e l'esempio che i

nostri morti ci hanno dato combattendo e morendo al nostro fianco, e

che è nostro dovere farne tesoro.





Ma noi non dimenticheremo, il nostro spirito combattivo non verrà mai meno, la nostra fede per una

società di liberi ed uguali, sarà da noi sostenuta fino allavittoria; fino a quel non lontano domani

allorquando tutti gli uomini si riconosceranno fratelli. .





Non dobbiamo dimenticare coloro che per avere un' Europa libera e redenta, lottarono e perirono, affidandoci



il destino dei, loro . cari, che ancora sono costretti a stendere lamano a coloro che furono la causa dell'immane disastro, cioè coloro che armarono gli assassini. fascisti. Quella mano scarna e tremante,

oggi subisce l'abbandono dei vili ed il disprezzo dei reazionari, dei potenti, dei vari Neroni.


Ma non sarà per molto tempo, perchè uomini che non hanno dimenticato e che non dimenticheranno mai,


lavorano giorno e notte per la. redenzione Umana, per la pace, per la giustizia.





Non dobbiamo dimenticare che la lista del martirio Italiano è lunga e che

dal Risorgimento ad oggi abbastanza sangue si è versato per potere dire: Ora basta !



e basta anche con le ambizioni, basta' con l'interesse personale e per trascurare quello sociale.

Basta una volta per sempre con i favoreggiamenti che significano tradimento, che lasciarono morire i



nostri cari nell'angoscia, nella miseria, come se fossero loro i colpevoli di quanto si è riversato sull' Europa.



Se è pur vero che gli Alleati ci hanno aiutato a liberarci dal nemicoSe non vogliamo arrossire al nome dei nostri martiri, dobbiamo ancoraDobbiamo dire agli Alleati: Noi abbiamo combattuto con voi abbiamo sacrificato Non parlo di Guerra, parlo di fede e di altruismo, parlo di lavoro e diIn quanto alle armi gli Alleati se le portino pur via ma la fede che èMa chi sono allora questi traditori? Coloro che vogliono stroncare oSono coloro che possiedono un grande assortimento dr maschere; sono coloroSono coloro che vivono là dove non c'è popolo, là dove non c' è fede,E' questo impasto d'inettitudine,' questa confusione di corrotti, questaE se necessario, ritorneremo alle montagne, lassù, armati di quella



comune, altrettanto è doveroso dir loro che ventiquattro anni si è

combattuto per liberarci dal nemico che allora era soltanto il

nostro; e che sebbene eravamo pochi e male armati- e molto

perseguitati, mai abbiamo disertato la lotta che ci costò la perdita

dei nostri migliori.




combattere tutte quelle insidie che pian piano ci portano al

tradimento ed alla corruzione della nostra causa e che ci bollerebbe

di infamia per sempre nella storia.




milioni di vite, umane, subendo immense distruzioni e tutto questo

per la Libertà. Ma ora che abbiamo vinto dove è la nostra libertà?





Dobbiamo dire ai faciloni, agli opportunisti: Attenti, la vostra opera

favorisce la reazione e cosi continuando, non solo tradite i nostri

morti e offendete i loro cari, ma riportate il pericolo nel mondo di

un' altra guerra forse più disastrosa di quella attuale.




Chi non si ricorda la tragedia Polacca? Chi non ricorda lo sfascia mento

della Fra n c i a? I suicidi dell' Austria? Chi non ricorda i feroci

bombardamenti sull' Inghilterra, le cui conseguenze furono la morte

di migliaia di donne e di bambini? Qualcuno mi ha detto: Che cosa

dobbiamo fare? Le armi ce le hanno portate via, e poi di guerra ne

abbiamo avuto abbastanza.




preparazione politica, onde poter gettare le nuove. basi di una

migliore società.



in noi nessuna forza pu6 togliercela. Ma è proprio vero che gli

Alleati sperano di stroncare la nostra fede, il nostro amore per la

Libertà e per la Giusti. zia? No ! Non possiamo credere che un

popolo civile possa inveire contro un'altro popolo la cui sorte è

stata avversa.



corrompere la nostra fede. Corrompere e confondere l'amore con

l'odio, la verità con la menzogna, l'onestà con l'inganno, la

rettitudine con l'opportunismo ?



che prima erano al servizio di Mussolini, poi dei Tedeschi, ed ora

eccoli ad offuscare al popolo la sua luce ed amareggiargli la vita,

scavarle la fossa abbastanza profonda per l'opera precedente.



là dove c' è corruzione, inganno, tradimento e viltà; là dove 5i

studiano i tradimenti in nome del popolo, là dove in nome del popolo

si dettano le leggi, si fanno decreti, miranti alla perdizione morale

e fisica di tutta l'Umanità, là dove ogni esiliato, ogni confinato,

tutti i condannati alla galera, hanno mandato la loro maledizione, la

loro parola di monito ; là dove la peggiore delinquenza di tutti i

ceti sociali governa e comanda, nutrendosi del sangue del popolo, di

quel sangue che loro stessi hanno "fatto versare con i peggiori

tradimenti. Là dove tutti fanno lo stesso giuramento,ed hanno la

stessa meta, lo stesso interesse quello di 'non permettere al

lavoratore la libertà, Il pane a suffìcenza per tutti, infine una

società di uomini veramente liberi ed uguali.




congiura di briganti, questi conservatori del male, questi ruffiani

al servizio della Monarchia e dc:.1 Vaticano, portante danni alla

morale e allo spirito del popolo, che dobbiamo annientare, se

vogliamo che cessino le malefiche ripetizioni.




fede che mai vacillò, stimolati da quella giustizia tanto ingannata,

assecondati si da un Comitato, ma rivoluzionario, composto di

lavoratori, poiché soltanto loro potranno difendere quella causa

dalla quale dipende la loro esistenza, alimentata dalla morale, dallo

spiritualismo e dalla dignità.





DONNE ALLA RISCOSSA








E tu o compagna che incurante dei tuoi pericoli ci hai seguita nella Reagisci a quei briganti che dopo aver derubato il tuo compagno,



lotta 'per liberarci dal nazi-fascismo. domani ci seguirai ancora,

anche tu e più di noi, schiava di una società che ti ha data una

famiglia dove i tuoi figli incominciano la vita dalla tomba, e la tua

maternità dal pianto e dall' angoscia perché la tua vita è

tormentata dall'incertezza del domani; e sebbene il tuo matrimonio

non è stato un affare, ma bensì un puro amore, spesso per la grande

miseria che invade la tua casa, il tuo compagno non ti risponde, e

qualche 'volta sostituisce alla carezza la minaccia.



E tu madre che comprendi le cause di tante infelicità, tu che capisci

che è un grave delitto lasciare che altri ,figlioli nascano e

muoiano senza avere conosciuto le gioie della vita, tu che spesso,

oltre che alla schiavitù della cattiva società devi sopportare

quella della disgraziata famiglia, e che il pericolo di scendere più

in basso ti minaccia di aggiungere la perdizione alla grandissima

miseria; ancora ci seguirai, alimenterai le nostre possibilità di

vittoria; dividerai con noi le sofferenze della lotta, per gustare

con i tuoi cari le gioie di una vita libera ed agiata; e allora

soltanto capirai quanto è stata meschina una madre che nei secoli ha

trascurato i problemi sociali per elemosinare un pezzo di pane e un

pò di amore. tormentato da tutte le amarezze, come se la tua vita

fosse un insulto alla società.



Compagna, tu hai lo stesso diritto del tuo uomo, sei un elemento che componi la

società, e come tale devi avere t tuoi doveri e i tuoi diritti;

perciò vieni con noi,e con noi reclama i tuoi diritti, di sposa. di

madre e sopratutto di donna.




Non fare come quelle disgraziate che per assicurare I'agiatezza ai propri

figlioli, commettono le più ripugnanti azioni, strappando il pane ad

altri bambini, il cui genitore non può difendersi, favorendo in tal

modo il comune nemico per menomare la nostra lotta, che è la lotta

per la vita, fatta dal lavoro, di pane e di amore per tutti.




Non continuare ad asservirti, per un misero pezzo di pane, ad una donna

che ha i tuoi stessi doveri e i tuoi stessi diritti, quella donna che

vive sprecando quello che proviene dalle tue miserie e dalle tue

disgrazie. Dopo che il tuo compagno ha sudato sangue per produrre, il

suo compagno si. è asservito alla società bruta, si è associato a

quella banda di ladri per derubarlo.



Reagisci

a questa società, formata di ladri e di" assassini, che ad un

certo momento manda i tuoi figlioli ad uccidete e ad essere

uccisi,contro altri figlioli oppressi come i tuoi.



asservita te stessa alla sua donna, e mandato a morire tuo figlio, ti

prostituisce 'le figlie. Insorgi a tanta ingiustizia' e fatti

cambattente della Li bertà, dell' Uguaglianza, per la felicità di tutti.





Lotta

per una società di liberi . ed uguali dove le generazioni che darai

all ' avvenire, vivranno la vera vita, le loro unioni saranno fatte

di amore e non d'interessi e d ' inganno.




Non

aedere alle vie di mezzo, non vi può essere dignità e giustizia in

una società dove una donna è ben nutrita, adorna di gioielli,

inzuppata di profumi ed occupa una casa vasta con un abbigliamento

che a te non è permesso neppure di toccare; e questa è la tua

padrona, mentre tu, figlia o sposa di un lavoratore vai deperendo per

mancanza di nutrimento e per troppo lavoro, contrai malattie perché

malamente ricoperta, vivi in una casa dove ti manca perfino l'aria,

dove non potrai mai riposare come ti meriti e se vorrai che la tua

creatura abbia un misero pezzo di pane, dovrai fare reverenza alla

tua padrona e sempre ringraziare come una schiava primitiva.


Dunque ci seguirai nella lotta e dopo la battaglia avremo la vittoria, CHe ci

darà quaggiù in terra la vera vita per tutti.

Ugo. Mazzucchelli.