Lettori fissi

29 lug 2012

Non farete giustizia, farete vendetta
di Francesco Saverio Merlino
La difesa di Gaetano Bresci fatta dal suo avvocato anarchico, alla Corte d’Assise di Milano: una pagina alta di storia e di diritto.
Francesco Saverio Merlino

Avv. Merlino – Signor Presidente, prima di cominciare, io sono costretto di pregarla di voler far prendere nota nel verbale, che il Rappresentante il P.M., nella sua requisitoria, ha affermato che il Bresci ebbe un complice, e ha parlato di un telegramma e di atti i quali si riferiscono precisamente al processo contro i complici del Bresci. Siccome questa circostanza può avere un’influenza sulla sorte del gravame che noi interporremo contro una precedente ordinanza di questa Corte, adempio ad un compito della difesa chiedendo che si prenda nota di essa nel verbale.
Presidente – Sarà fatto.
Avv. Merlino – Cittadini giurati! Il cortese saluto che il Rappresentante del P.M. ha voluto indirizzare non solo al mio collega quale rappresentante del Foro Milanese, ma anche a me, mi dispensa dal dire troppe parole per spiegarvi la mia presenza a questo banco. Io non vengo qui a portare le mie convinzioni politiche: vengo ad adempiere ad un sacro dovere quale è quello della difesa.
Purtroppo, in certe circostanze, si è corrivi agli eccessi e alle esagerazioni. E uno degli eccessi, una delle esagerazioni, che si sono fatte strada in questa circostanza, è che si dovesse fare a meno di tutte le formalità solite di un giudizio, che si dovesse trasandare alle esigenze della legge, che quasi non occorresse un difensore, non occorresse dibattimento, che il giudizio e la condanna dovessero seguire ratti come il fulmine al delitto (movimento del pubblico).
Ora questa esagerazione è, lasciatemelo dire, indegna di uomini seri e di un popolo civile (nuovi movimenti nel pubblico).
Noi dobbiamo serbare in tutte le circostanze, anche nelle più gravi, la nostra calma e la nostra dignità, e dobbiamo dare al mondo civile la prova che noi sappiamo rispettare i diritti della giustizia, che sappiamo assolvere il compito nostro, senza lasciarci sopraffare da sentimenti di odio e di vendetta, da nessuna passione, che possa velare la nostra mente e fuorviare il nostro giudizio.
Purtroppo l’intromissione di passioni estranee nella causa presente si è rivelata, anche nella requisitoria che or ora avete udita.
Imperocché il Procuratore Generale ha creduto di dovervi dire che la vostra indulgenza sarebbe una nota stridente nel plebiscito italiano di dolore. Egli ha creduto di dover alludere ad altri precedenti simili processi, e qua e là ha dato a divedere una certa preoccupazione d’indole politica.
Voi dovete scacciare queste preoccupazioni dagli animi vostri: voi dovete amministrare giustizia con calma e serenità. E quella stessa moderazione che a noi ci veniva raccomandata dal banco dell’accusa, io oso raccomandarla a voi.
Imperocché non crediate che coi verdetti eccessivi, con le condanne atroci si reprima il delitto. Noi abbiamo la prova del contrario, appunto nei fatti precedenti all’attuale, ai quali ha alluso il P.M. No! I gravi delitti non trovano un freno nella repressione. Certi gravi delitti, come l’attuale, rispondono a gravi problemi sociali (movimenti nel pubblico).
E questi problemi sociali devono essere studiati e risoluti con amore, con coscienza da tutti i buoni cittadini. No, non è la pena grave che cada sopra costui che possa trattenere altri disposti a sacrificare la propria esistenza, per un’idea anche errata che sia nella loro mente, dal compiere i loro propositi; ed è una pericolosa illusione il credere come noi facciamo, che colpendo severamente un reato, noi ne impediamo altri. Pericolosa illusione perché essa ci distoglie dall’avvisare ai veri rimedi dei mali sociali che ci travagliano e che nel delitto si rivelano.
Il P.M. ha detto che egli non sarebbe entrato nella discussione delle teorie anarchiche; ciò non di meno egli ha fatto delle affermazioni che io non posso lasciar passare, per le conseguenze che egli ne ha tratte, e che anche voi potrete trarne nei riguardi del vostro verdetto.
Egli ha detto che il delitto d’oggi è il delitto dell’anarchia, che il cammino dell’anarchia è tracciato da atroci misfatti, che colui il quale fu il capo, l’ispiratore, il maestro dell’anarchismo aveva un solo scopo: la distruzione; che il partito anarchico si può paragonare alla setta degli ascisci, capitanata dal Vecchio della Montagna; che Paterson è addirittura la cittadella degli anarchici; che ivi si tengono pubbliche conferenze ove discutesi il fatto individuale, che vi si pubblica un giornale intitolato “L’Aurora” e che in questo giornale si fa apertamente l’apologia del regicidio.
Ora, tutte queste affermazioni non sono confortate da prova alcuna e non rispondono al vero.
Il regicidio non è, non può essere un principio anarchico. Ammazzare un uomo, sia un re, sia un capo di governo, sia un avversario qualsiasi, non può risolvere nessun problema sociale.
Il regicidio, prima, e molto prima che fosse praticato dagli anarchici, e notate bene, da alcuni anarchici soltanto (or ora vi dirò le ragioni per cui questi anarchici ricorrono a questo mezzo di lotta), il regicidio, prima ancora che dagli anarchici, è stato praticato da tutti gli altri partiti politici.
Voi conoscete la storia meglio di me, e non ho bisogno di ricordarvi che al regicidio hanno ricorso i monarchici contro i capi di governo repubblicano, i repubblicani contro i capi di governo monarchico, i cattolici contro i protestanti, i protestanti contro i cattolici: al regicidio hanno ricorso le sette le quali intendevano a un qualsiasi fine politico; il regicidio è stato in certe circostanze considerato, bene o male, come un atto di buona guerra. Esso non è un’invenzione degli anarchici, è un’idea che ricorre alla mente di uomini che lottano contro un dato ordine sociale, che si illudono di poter colpire quest’ordine sociale in colui che esteriormente lo rappresenta.
Io non voglio allungare questa discussione, leggendovi per intero un discorso di un deputato italiano pronunciato in pieno Parlamento Subalpino nel 1858, all’indomani del tentato regicidio contro Napoleone III da parte di Felice Orsini. Quel deputato era il Brofferio. Egli pronunciò quel suo discorso (che è una vera apologia del regicidio) fra gli applausi di un buon numero dei suoi colleghi.
E citò tutti coloro i quali nella storia hanno fatto l’apologia del regicidio. E sapete chi citò? Citò gente di tutte le condizioni sociali, scrittori, politici, poeti, perfino padri della chiesa: citò la Bibbia, dove Giuditta è glorificata per aver ucciso Oloferne, citò Cicerone… E infine a queste citazioni si trova nel discorso la dichiarazione fatta dal Brofferio della propria opinione intorno al regicidio. La quale è questa: “Ben più seria querela – dice Brofferio – muoverei all’on. Della Margherita. Voi udite, o signori, le sue parole sopra Felice Orsini. Felice Orsini ha potuto trovare a Parigi un francese che con nobili accenti ha evocato, prima di morire, sopra il suo capo le simpatie dell’Europa.” Felice Orsini aveva tentato alla vita di Napoleone III e Brofferio dice che il suo difensore Jules Favre, con nobili accenti, aveva chiamato sul suo capo le simpatie dell’Europa. “E si doveva – aggiunge il Brofferio – in un Parlamento italiano, trovare un italiano che ai piedi del patibolo lo chiamasse un malfattore!” Brofferio negava che Felice Orsini fosse un malfattore.
E dopo ciò, verrete voi a dirmi che sono gli anarchici che hanno inventato il regicidio?
È vero, alcuni anarchici hanno attentato alla vita dell’uno o dell’altro capo di Stato. E noi continuamente ci poniamo questo problema: “Come è che costoro sono anarchici, ma più particolarmente anarchici italiani, e ancor più particolarmente anarchici italiani emigrati dal loro paese?” I principi anarchici sono gli stessi, siano essi professati da inglesi, tedeschi, francesi, o da italiani: ciò non di meno noi vediamo questa grande differenza: gli anarchici degli altri paesi non ricorrono al regicidio: vi ricorrono i soli italiani.
Qui è necessario che noi ricorriamo alle cagioni di questi fatti, perché da esse noi potremo trarre gli elementi per un giudizio più equo, meno esagerato, anche nei riguardi dell’attuale accusato..
Per taluni la spiegazione è semplice. Gli anarchici italiani sono sanguinari più degli anarchici appartenenti alle altre nazioni, per la stessa ragione per la quale in Italia si commette un maggior numero di omicidi che non negli altri paesi.
Questa spiegazione non mi persuade. È vero che nel nostro paese si commettono, disgraziatamente, più omicidi che non negli altri paesi; ma sono omicidi di impeto, passionali, mentre quelli premeditati, i grandi delitti, i grandi assassini sono forse più frequenti in altri paesi che non da noi; certamente più in Francia che non in Italia.
Ora noi siamo precisamente nel caso di un omicidio non passionale, ma premeditato, nel caso, se mi è permessa l’espressione, del grande delitto.
Una seconda spiegazione che da taluno si dà, è stata anche accennata dall’attuale accusato: il disagio economico dei nostri operai, disagio che li inasprisce, li eccita e li conduce ad atti di ribellione.
Ora io mi permetto di non convenire neppure in questo. Non ascrivo fra le cause di questo reato il disagio economico degli operai, per la semplice ragione che operai i quali versino in tristissime condizioni ve ne sono pur troppi in altri paesi; operai emigranti più poveri degli Italiani sono gli Ungheresi, gli Scandinavi, i Cinesi, gli Irlandesi, che pure si incontrano nei paesi di grande immigrazione come gli Stati Uniti. Non si spiegherebbe come fra tutti questi operai di diversi paesi, i quali si trovano tutti in grande disagio economico, semplicemente agli italiani venga in mente di ricorrere a questo mezzo per reagire contro le proprie tristi condizioni economiche.
Queste ragioni quindi non spiegano il fatto, e il problema sussiste.
Ve ne sono altre, le quali ci danno la chiave dell’enigma, e a me corre il debito di dirle.
Avanti tutto, per parlare particolarmente del regicidio, dobbiamo tenere in considerazione due fattori: lo storico e il politico. Il fattore storico è questo: in Italia sopravvivono ancora le tradizioni dei diversi governi assoluti, quindi la tendenza nella popolazione, di personificare il governo dello Stato nel Re: noi italiani non abbiamo ancora l’educazione politica degli altri popoli: non comprendiamo quanto sia complicato l’ingranaggio sociale: abbiamo bisogno di semplificare la nostra concezione dello Stato e lo Stato lo vediamo nel capo di esso. Quindi se altri ha bisogno di un soccorso, crede opportuno di rivolgersi alla munificenza reale: se altri riceve un torto, ragiona e dice che alla fine dei conti l’autore primo e principale di questo torto deve essere il capo dello Stato.
E questo convincimento, che ci viene dalla tradizione, è purtroppo confortato da una propaganda che giorno per giorno si va facendo per il ritorno ad aboliti regimi di governo: la propaganda assolutista… (Movimenti dell’uditorio) … di cui si fa eco una certa stampa, e che non incontra da parte dell’autorità giudiziaria, nessuna repressione. Nei giornali voi leggete spesse volte frasi di questo genere: Quanto sarebbe bene che il Re mandasse a casa i deputati e governasse lui solo!
Quale altro effetto possono produrre nella mente delle persone non molto istruite queste affermazioni se non quello di confermarle nel pregiudizio che il Re, volendo, possa egli solo provvedere a tutte le faccende del bel paese d’Italia, regolandole tutte secondo un principio ideale di equità e di giustizia che valga a rimuovere ogni ragione di lamento?
È la propaganda assolutista quella che ha contribuito a rafforzare la persuasione che il Re debba rispondere di tutti i mali che soffrono le popolazioni (movimenti).
A questo bisogna aggiungere un altro fatto importantissimo, e voi vedrete e direte nel vostro verdetto se effettivamente l’errore che è nella mente di colui (accennando all’accusato) sia imputabile soltanto a lui o lo sia anche ad altri, e direi quasi all’universalità dei cittadini d’Italia (agitazione nell’uditorio).
E questo altro fatto è che noi effettivamente abbiamo attraversato un periodo acuto della nostra vita politica.
Vi è stato un momento in cui, come diceva l’imputato, pareva che le nostre libertà fossero in pericolo; pareva che la gran legge dello Stato fosse solo la salvezza del Governo: fu proclamato che per una ragione suprema di necessità e di difesa della propria esistenza, il Governo avesse il diritto di manomettere le leggi, di violare lo Statuto, di creare tribunali straordinari, di mettere stati d’assedio e fare tutto quello che venisse in mente al Presidente del Consiglio dei Ministri. (L’agitazione nel pubblico va crescendo).
Noi siamo usciti fuori del terreno delle libertà, abbiamo ricorso alle violenze; sì! Il Governo ricorse alla violenza; e non dovete meravigliarvi se l’esempio della violenza, venendo dall’alto, provocasse una reazione al basso della società, se c’è stato chi ha creduto a un’altra necessità, a quella cioè di opporre alla violenza del Governo la violenza privata. (Segni mal repressi di disapprovazione nel pubblico).

Procuratore generale – Mi pare che questo…
Avv. Merlino – Questo è il fattore politico della delinquenza anarchica in Italia. Ma un’altra ragione più speciale, deve essere addotta in difesa dell’accusato: il trattamento che è stato fatto agli anarchici nel nostro paese. Perché, notatelo bene, o signori giurati, per quanto si vogliano dipingere a foschi colori i principi degli anarchici, ciò non pertanto in Inghilterra ognuno è libero d’esporre le sue teorie, di tenere quelle conferenze cui accennava il P.M., e la polizia non interviene. E in Inghilterra non accadono attentati anarchici, come da noi.
Da noi, invece, si è stabilito in principio, che l’anarchico non ha il diritto né di pubblicare giornali, né di parlare in pubblico, né di esporre in modo alcuno le proprie convinzioni, né di costituirsi in associazione con i suoi compagni di fede, gli anarchici non hanno il diritto di esistere come partito, e come individui sono perseguitati quali belve feroci dalla polizia, che crede… (viva agitazione nel pubblico).
Presidente – Avvocato, veda di mantenersi strettamente nei limiti della causa (approvazioni vivissime nel pubblico… tentativi di applausi).
Avv. Merlino (concitato) – Io faccio appello alla civiltà…
Presidente – Avverto il pubblico che non sono permessi segni di approvazione e di disapprovazione, e che, rinnovandosi, farò sgombrare immediatamente la sala, e si procederà a porte chiuse.
Avv. Merlino – Signor Presidente. Io credo di essere precisamente nei limiti della causa, quando rispondo alle argomentazioni del rappresentante l’accusa. Il P.M. ha parlato di una cittadella di anarchici, Paterson: io posso spiegarvi coi documenti alla mano, come essa sia formata. In Italia, e propriamente ad Ancona, si pubblicava un giornale intitolato “L’Agitazione”, e direttore o redattore capo ne era un uomo che voi tutti conoscete di nome e di cui si è fatta anche parola in questo processo: Errico Malatesta. Ebbene, in questo giornale – e ne ho qui i numeri, che posso passare al rappresentante l’accusa (anche perché il problema è gravissimo e merita di essere studiato sotto molti riguardi, non solo in quelli del processo attuale) – in questo giornale il Malatesta diceva espressamente: noi anarchici non domandiamo che di poter fare la nostra propaganda nei limiti che ci sono consentiti dalla legge: di poterci costituire in associazione e di poter partecipare ai tentativi che fanno le classi operaie per il miglioramento delle loro condizioni economiche e di essere rispettati come tutti gli altri partiti politici nell’esercizio delle pubbliche libertà.
Sapete come si rispose alla propaganda strettamente pacifica del Malatesta e dei suoi compagni in Ancona? Si rispose con un processo per associazione a delinquere; e quando i magistrati di Ancona, in prima istanza, e poi in grado di appello, assolvettero gl’imputati dichiarando fra le altre cose che risultava luminosamente provata la loro alta moralità, il Governo non si peritò di mandarli a prendere e confinarli nelle isole!
Il Malatesta dovette arrischiare la vita per riacquistare la sua libertà, e si recò poi a Londra, poi a Paterson.
Io sono convinto che egli non ha fatto l’apologia del regicidio; ma nello stesso tempo credo bene che egli non avrà cantato le lodi del governo italiano. Ecco come si spiega la cittadella degli anarchici.
Presidente – La prego nuovamente, avvocato: venga alla causa.
Avv. Merlino – Questa è la causa.
Presidente – No, non è la causa.
Avv. Merlino – Con le sue persecuzioni la polizia spinge alcuni di questi anarchici, i più impulsivi, a reagire: li caccia dal proprio paese; toglie a essi i mezzi di lottare nel campo politico e legale e crea loro un ambiente…
Presidente – Io non posso lasciarla continuare di questo passo: venga alla parte legale della causa e veda di stringere e possibilmente di conchiudere.
Avv. Merlino – La parte legale della causa è precisamente questa: l’ambiente artificiale a cui ha accennato il P.M. nel quale questa gente è costretta a vivere.
Pubblico Ministero – Io non ho parlato di questo! Ho detto: la difesa potrà dire che l’ambiente di Paterson abbia potuto contribuire a demoralizzare l’accusato…
Avv. Merlino – La mia tesi difensiva è legatissima ed è questa: noi tutti oramai conosciamo che il delitto collettivo va misurato a una stregua diversa del delitto individuale. Si è parlato molto del delitto della folla e ci sono non solo autori, ma anche sentenze di magistrati, le quali ritengono che il delitto commesso in una folla abbia in questo stesso fatto un’attenuante. Ma, se io vi dimostro che effettivamente vi è un ambiente artificiale, nel quale questi anarchici si trovano insieme, stretti da una comune persecuzione, e vi si esaltano a vicenda e qualcuno di essi viene a propositi di questo genere, io dico: voi non potete essere severi con costui, perché se riandate le cause del suo delitto, la causa, la causa prima la rinverrete nell’azione di coloro che, avversando le sue idee, gli hanno negato il diritto che deve essere riconosciuto a ogni cittadino di professare i principi, che crede giusti, di lottare per l’attuazione pacifica dei propri ideali. (Rumori nel pubblico)
Presidente – Avvocato, non si fermi d’avvantaggio su queste argomentazioni. La prego un’altra volta di venire alla conclusione.
Avv. Merlino – Signor Presidente, io credo di dovervi insistere.
Presidente – Ella non ha il diritto di insistere. Ella non può venir qui ad accusare: non può venir qui a far della propaganda.
Avv. Merlino – Io sono nella causa, io non faccio propaganda. Ella vede che non ho discussi i principi.
Presidente – Se non sarà propaganda sarà apologia. Ella su certe argomentazioni si ferma un po’ troppo e con troppa passione; quindi veda di trattare la causa nei limiti strettamente necessari alla difesa dell’accusato. (Approvazioni vivissime e mal represse da parte del pubblico)
Avv. Merlino – La troppa passione è segno della profondità della mia convinzione.
Presidente – E sia; ma si tenga strettamente alla causa.
Avv. Merlino – Del resto mi permetto di osservare che questa tesi fu anche sostenuta dinanzi alla Corte d’Assise di Napoli dall’illustre avv. Tarantini, in un processo perfettamente identico.
Procuratore Generale – Il Tarantini sostenne proprio il contrario.
Avv. Merlino – Precisamente: ciò nondimeno io ho ragione di invocare il suo esempio… E spiego subito questa apparente contraddizione. Anche l’illustre avvocato napoletano sostenne che dal fatto bisognasse rimontare alla causa; se non che rinveniva la causa del regicidio nella troppa libertà e nella troppa istruzione, e io ritengo invece nella poca o nessuna libertà lasciata ad alcuni cittadini e ad alcuni partiti. Dunque, se era nei limiti della causa l’avv. Tarantini, mi pare di esservi anch’io.
Presidente – Al contrario.
Avv. Merlino – Signor Presidente, signori Giurati; che cosa è il delitto politico? È l’insorgere che un individuo o pochi individui fanno contro il regime di cose esistente. E io sono il primo a riconoscere (in ciò discorde dall’opinione di ben noti autori), che il delitto politico abbia in sé un vero contenuto morale; perché non si ha il diritto di insorgere contro la volontà della maggioranza della nazione e di imporle un mutamento di regime con la violenza. Questo deve essere riconosciuto in qualunque regime politico, anche domani, se ne avessimo un altro, puta caso, il socialista. È necessario che coloro i quali hanno opinioni contrarie al vigente ordinamento dello Stato facciano valere le loro opinioni per mezzo della propaganda pacifica, finché quelle opinioni guadagnino il consenso universale e si impongano. Questo però importa, che si consenta una tale propaganda. Per impedire il delitto non vi è che un solo metodo: libertà per tutte le opinioni. Quando negate libertà a certe opinioni, quando voi maggioranza commettete abusi e ingiustizie, allora necessariamente, inducete la minoranza a uscire anch’essa dal terreno della legalità, a violare in voi quella libertà che voi violate in essa.
Presidente – Signor avvocato: qui non vi sono abusi né violenze di sorta. Veda di attenersi alla causa, di stringere gli argomenti, di abbandonare certe sue teorie; le potrà spiegare in altra sede. Qui deve trattare legalmente la causa, lasciando da parte certe teorie elastiche.
Avv. Merlino (concitato) – Lei, signor Presidente, non ha interrotto il P.M. quando anch’egli ha accennato a teorie…
Presidente – Il P.M. non ha mai esorbitato.
Procuratore Generale – Io ho parlato di fatti, non di teorie!
Avv. Merlino – E di fatti sto parlando anch’io.
Procuratore Generale – Lei mi viene a ragionare del delitto politico, e mi viene a confondere il delitto politico con l’assassinio del Re!
Avv. Merlino – Precisamente, “si tratta di un assassinio politico”.
Procuratore Generale – Uccidere un uomo è sempre un assassinio. (Benissimo! Approvazioni vivissime da parte del pubblico… Rumori mal repressi).
Presidente – Facciamo silenzio… La prego un’altra volta, avvocato, di stringere e di conchiudere. Ella ha parlato abbastanza su questa questione. Venga alla parte legale, se crede, e poi conchiuda: altrimenti io sarò obbligato di richiamarlo un’altra volta all’ordine e di ricorrere ad altri provvedimenti che lei conosce.
Avv. Merlino (eccitatissimo) – Prima che il Presidente venga a questo provvedimento, desidero che sia inserita a verbale la mia tesi.
Procuratore Generale – Crede che non sia morale, secondo lui, ma ha sostenuto la giustificazione del delitto politico! Lo chiedo anch’io che lo si inserisca a verbale.
Presidente – S’inserisca a verbale che l’Avv. Merlino tratta lungamente di teorie intese a giustificare il delitto politico, e che il Presidente lo richiama all’ordine per la seconda e per la terza volta.
Avv. Merlino – Prego che s’inserisca.
L’Avv. Merlino chiede, fa istanza perché sia inserito a verbale che egli sostiene questa tesi: che fra le cause del delitto attribuito al Bresci vi sono cause di indole generale e che queste cause d’indole generale debbono essere tenute in considerazione nel misurare la responsabilità da attribuirsi al Bresci medesimo.
Presidente – Si dia atto all’Avv. Merlino di questa sua dichiarazione e poi basta.
Avv. Merlino – Come voi vedete mi è impossibile di svolgere il concetto che io avevo tentato di far penetrare nelle vostre menti, vale a dire che voi dovete in questa causa tener conto di tutti i fattori i quali hanno potuto determinare il Bresci a commettere il regicidio; pur essendo la mia tesi perfettamente legale, mi è vietato di svolgerla, perché necessariamente alcune mie frasi hanno urtato le convinzioni del P.M.
Non mi rimane dunque che conchiudere.
Noi dobbiamo distinguere due cose perfettamente diverse; la vendetta dalla giustizia.
La vendetta è una semplice ritorsione dell’ingiuria, la giustizia è una riaffermazione del diritto mediante l’esame calmo, freddo, rigoroso e minuto di tutte le responsabilità.
Ora in questa causa viene continuamente in conflitto il sentimento della vendetta col sentimento della giustizia. Forse questo eccede in tutte le cause, ma un po’ più in questa l’idea corre alla necessità di vendicare in modo esemplare il delitto.
Ma voi dovete preservarvi da questa influenza, voi dovete essere compenetrati del vostro dovere di rendere puramente e semplicemente giustizia.
Se si dovesse fare vendetta, oh! Allora certamente non ci sarebbe stato bisogno della solennità di questo dibattimento.
Se si dovesse fare vendetta, oh! Allora sarebbe giustificato che oltre al Bresci si siano colpiti anche il fratello, il cognato, gli amici, i correligionari, gli abitanti del suo paese nativo, che siano fatti arresti in massa per l’Italia (rumori vivissimi… agitazione crescente nel pubblico), e si fabbrichino processi per associazione di malfattori contro persone innocenti…
Presidente (vivamente) – Ma questo non si fa in Italia.
Avv. Merlino – Questa è vendetta. Ma voi dovete fare giustizia in questo senso: che voi dovete assegnare a costui la sua vera responsabilità.
Egli è colpevole, sì; ha commesso un delitto, non lo nego, e deve farne l’espiazione. Ma dati i suoi precedenti, date le cause che brevemente v’ho esposte, date tutte l’influenze che hanno agito sull’animo di lui, gli negherete voi quello che tante volte avete concesso anche ai parricidi, anche ad accusati che non avevano i suoi buoni precedenti, non erano stati trascinati da una erronea idea politica, anche a individui a delinquere nati, a uomini perversi i quali, se avessero potuto avere ancora un’ora di libertà, avrebbero commesso altri atroci delitti?
Di qui non si esce: o voi applicate a costui i principi del diritto comune, della giustizia ordinaria e non dovete fare sì che gli sia inflitta la massima delle pene non inferiore a quella tale pena di morte, della cui abolizione si mena vanto, anzi molto più barbara e crudele perché è un’agonia perpetua.
Se, invece, il vostro verdetto sarà quale lo chiede il P.M. non farete giustizia, farete vendetta, farete cosa non degna di un popolo civile. (Movimenti diversi).
Francesco Saverio Merlino


18 lug 2012

Alessandro (non troppo) Magno

Alessandro (non troppo) Magno
più barbaro dei barbari

Alessandro Magno nella battaglia di Isso

Dalla Scozia un professore (di origine iraniana) rovescia il mito del condottiero civilizzatore: in Persia si macchiò di malvagità gratuite

VITTORIO SABADIN
Persepoli era l’agglomerato urbano più grande e più bello del mondo quando Alessandro Magno arrivò davanti alle sue mura nel 330 avanti Cristo. Non ci fu bisogno di combattere per conquistarlo: un anno prima il re persiano Dario era stato sconfitto a Gaugamela e nessuno cercava più di opporsi all’esercito macedone. Alessandro si fermò davanti alla grande Porta delle Nazioni fatta erigere da Serse, ammirò le 72 colonne che reggevano l’Apadana realizzata da Dario il Grande e l’infinita sequenza di finissimi bassorilievi che la adornavano. In Grecia non c’erano costruzioni che potessero essere paragonate allo splendore di quei palazzi reali, alla imponente scalinata del Tripylon che aveva al suo culmine tre porte, una delle quali segreta, che si apriva sull’harem.

Alessandro arrivò alla Sala del Trono e immaginò il deferente omaggio delle nazioni sottomesse a Dario, così come era raffigurato nei bassorilievi della processione di Capodanno: gli abitanti di Susa e poi gli Armeni, i Lidi e i Sodghiani, gli Indiani e i Babilonesi, i Parti e i Bactriani ogni 21 marzo portavano ricchi doni al Re dei Re. Furono necessari 20.000 muli e 5.000 cammelli per svuotare la camera del tesoro dal suo contenuto.

Tre mesi dopo un incendio, ordinato o causato da Alessandro, distrusse la più maestosa città che l’uomo avesse costruito: crollarono i muri, le statue, le colonne; si fusero le lamine d’oro che ancora ricoprivano le statue e il trono, e di Persepoli restarono solo le rovine che ancora resistono a 50 chilometri dalla città di Shiraz, in Iran. Per i libri di storia occidentali, figli della cultura ellenistica, l’incendio fu la giusta vendetta per le ferite che Serse aveva inferto al mondo: l’incendio di Efeso, i santuari devastati ad Atene, le distruzioni a Babilonia. Finalmente, un conquistatore che agiva in nome della superiorità della cultura greca aveva fatto giustizia.

Ma il professor Ali Ansari, direttore dell’Istituto di Studi Iraniani all’Università di St Andrews in Scozia, ritiene che sia giunto il momento di raccontare un’altra storia, quella vista dalla parte dei persiani sconfitti. «Se andate a visitare le rovine di Persepoli - ha scritto in un saggio che ha causato qualche polemica - le guide vi spiegheranno che la città fu fondata nel 500 avanti Cristo da Dario il Grande, che fu ampliata e abbellita da suo figlio Serse e distrutta da quell’uomo, quel barbaro, Alessandro Magno».

Secondo il prof. Ansari - guarda caso, di origine iraniana - la cultura occidentale ha infuso l’idea che i persiani esistessero per essere conquistati da Alessandro, il portatore della civiltà. Ma la civiltà che lui annientò non era inferiore a quella nel nome della quale agiva. «Alessandro si comportò come i barbari che invasero Roma, che venivano ad ammirare quello che conquistavano, al punto che volle assumere lo stesso titolo di Re dei Re dei sovrani che aveva sconfitto».

Visto con occhi persiani, Alessandro è tutt’altro che «Magno». Bruciò Persepoli al termine di una notte di eccessi, cominciata come tante con una cena assieme ai suoi generali, continuata con la recitazione di poesie e di brani di Euripide, e terminata nell’ebbrezza, in compagnia di cortigiane e suonatori. A un certo punto, lo stesso Alessandro propose di formare una processione in onore di Dioniso, il dio dell’estasi, e tutti lo seguirono barcollanti portando una fiaccola. Dopo pochi minuti, la Sala delle Udienze e quella del Trono erano avvolte dalle fiamme.

Ma nelle malvagità gratuite che gli vengono imputate non c’è solo questa. I persiani lo condannano anche per la sistematica distruzione dei simboli dello zoroastrismo, l’attacco ai templi e la persecuzione dei sacerdoti della religione, i magi. «L’influenza della cultura e della lingua greche - sostiene il prof. Ansari con qualche evidente riferimento a situazioni contemporanee - ha contribuito a diffondere in Occidente la convinzione che l’invasione di Alessandro sia stata la prima di molte crociate destinate a portare la cultura e la civiltà nel barbaro Est. In realtà l’impero persiano andava conquistato non perché avesse bisogno di essere civilizzato, ma perché era il più grande impero che il mondo avesse visto fino a quel momento e si estendeva dall’Asia Centrale alla Libia. La Persia era un enorme, ricco bottino».

Nell’ Anabasi di Alessandro lo storico greco Lucio Flavio Arriano cita un discorso del condottiero macedone diretto a Dario che sembra senza tempo: i vostri antenati invasero la Macedonia, ora voglio vendicarmi, ma sia chiaro che siete voi che avete dato inizio alle ostilità. Avete aiutato i nemici di mio padre e inviato denaro ai greci per turbare la pace che io avevo costruito. Avete corrotto i miei amici e alleati e tu, Dario, hai preso e detieni il potere illegalmente.

Oggi come allora, le scuse per cominciare una guerra sono sempre le stesse.

2 lug 2012

Roma, un mistero sepolto

- la storia

Roma, un mistero sepolto
da mille metri e 69 anni

La corazzata Roma fu varata il 9 giugno 1940 e venne affondata il 9 settembre 1943. In queste due foto, due momenti della sua breve esistenza: a sinistra, in navigazione; a destra, la vita a bordo

Avvistato il relitto più ricercato d'Italia: ecco il racconto di chi l'ha scoperto

FABIO POZZO
È uno dei più importanti relitti della Seconda Guerra Mondiale, l’ultima grande nave da guerra che ancora giace nell’oblio degli abissi. E per alcuni, il Titanic italiano, perché colando a picco il giorno dopo l’Armistizio sotto le bombe volanti tedesche portò con se 1.393 vite. Gli davano la caccia in tanti. Da 69 anni.

Per l’ingegnere Guido Gay, industriale e inventore di robot subacquei, il relitto della corazzata Roma, ammiraglia della Regia Marina al comando dell’ammiraglio Carlo Bergamini, era una sfida che durava dal 1979. «La cercavo da allora. E ora l’ho trovata».

Ecco la notizia che tanti appassionati, la Marina Militare, i familiari delle vittime attendevano. Per il suo valore storico, affettivo. L’ingegnere ha individuato un pezzo della nave, parte di una torretta antiaerea, con riconoscibili almeno quattro cannoni. «Il ritrovamento è del 17 giugno. L’ingegnere si è messo in contatto con noi, che abbiamo inviato due ufficiali a bordo della sua imbarcazione, i quali hanno certificato la scoperta. È la Roma» conferma la Marina.

Era un relitto «most wanted». Si dice che anche Paul Allen, il co-fondatore di Microsoft, lo cercasse. Di certo, era in campo il gruppo guidato da Francesco Scavelli, regista della BluimageProductions, che si avvaleva degli specialisti della Comex di Marsiglia e dei consulenti Enrico Cappelletti e Gianluca Mirto, e che qualche giorno fa aveva annunciato la scoperta alle agenzie, sulla base di una elaborazione magnetometrica.

Poi, ieri, l’ingegnere Gay - le cui ricerche sono corse evidentemente in parallelo a quelle degli altri «cacciatori» - ha reso note le immagini. E la caccia, con la certificazione delle stesse da parte della Marina Militare, si è chiusa.

Lo raggiungiamo telefonicamente sulla sua imbarcazione. La voce arriva disturbata e ciò dà ancora più gusto alla storia. Azienda a Lomazzo, nel Comasco, l’ingegnere, che ha più di 70 anni, trascorre sei mesi in ufficio e altrettanti a bordo del suo «Dedalus», un catamarano di 21 metri per nove, da lui progettato, a setacciare i mari testando sul campo le sue invenzioni. L’ultima si chiama «Pluto Palla» ed è un prototipo di robot subacqueo che può calarsi fino a 4 mila metri di profondità. «L’ho messo a punto nella ricerca del relitto del Transylvania, il piroscafo per il trasporto truppe della Royal Navy affondato nel 1917 da un U-Boot tedesco davanti a Savona». L’ha trovato nell’ottobre scorso, con i sub dei carabinieri.

Gay ha sguinzagliato il robot anche nella caccia alla Roma. «Quando ho iniziato a cercare il relitto della corazzata non avevo le strumentazioni attuali e alla fine avevo dovuto fermarmi. Ho ripreso di recente con le nuove “macchine”». Gay ha solcato per giorni, mesi le acque del Nord della Sardegna. Solitario, con il suo catamarano. E i suoi strumenti. «Ho passato al setaccio il canyon di Castelsardo (il canalone sottomarino che dal centro del Golfo dell’Asinara scende dalla scarpata continentale in direzione nord-ovest, ndr): il sonar aveva catturato alcuni contatti sospetti, ma era necessario verificarli. Il fondale del canalone, infatti, è composto da rocce di basalto, magnetiche, che confondono gli strumenti. Dovevo capire se erano solo rocce o qualcosa di più. Così sono tornato. Con il robot».

Il prototipo ha fatto il suo lavoro. E sceso a oltre mille metri. «Ho visto la torretta con i cannoni, il pezzo di ponte affiorare dalla fanghiglia del fondale. Sì, ce l’avevo fatta». La corazzata, colpita a morte, si è spezzata in più parti. «Evidentemente, lo scafo è sotto il fango. Ed altri pezzi sono sparpagliati lungo il fondale» spiega Gay.

La Marina Militare considera e difende il relitto in quanto sacrario. Per queste ragioni, l’ingegnere tiene riservate le coordinate del ritrovamento. «Sono felice di aver risolto il mistero storico della Roma. Ora sono pronto a mettere le immagini a disposizione di chi le utilizzerà al meglio».