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2 lug 2012

Roma, un mistero sepolto

- la storia

Roma, un mistero sepolto
da mille metri e 69 anni

La corazzata Roma fu varata il 9 giugno 1940 e venne affondata il 9 settembre 1943. In queste due foto, due momenti della sua breve esistenza: a sinistra, in navigazione; a destra, la vita a bordo

Avvistato il relitto più ricercato d'Italia: ecco il racconto di chi l'ha scoperto

FABIO POZZO
È uno dei più importanti relitti della Seconda Guerra Mondiale, l’ultima grande nave da guerra che ancora giace nell’oblio degli abissi. E per alcuni, il Titanic italiano, perché colando a picco il giorno dopo l’Armistizio sotto le bombe volanti tedesche portò con se 1.393 vite. Gli davano la caccia in tanti. Da 69 anni.

Per l’ingegnere Guido Gay, industriale e inventore di robot subacquei, il relitto della corazzata Roma, ammiraglia della Regia Marina al comando dell’ammiraglio Carlo Bergamini, era una sfida che durava dal 1979. «La cercavo da allora. E ora l’ho trovata».

Ecco la notizia che tanti appassionati, la Marina Militare, i familiari delle vittime attendevano. Per il suo valore storico, affettivo. L’ingegnere ha individuato un pezzo della nave, parte di una torretta antiaerea, con riconoscibili almeno quattro cannoni. «Il ritrovamento è del 17 giugno. L’ingegnere si è messo in contatto con noi, che abbiamo inviato due ufficiali a bordo della sua imbarcazione, i quali hanno certificato la scoperta. È la Roma» conferma la Marina.

Era un relitto «most wanted». Si dice che anche Paul Allen, il co-fondatore di Microsoft, lo cercasse. Di certo, era in campo il gruppo guidato da Francesco Scavelli, regista della BluimageProductions, che si avvaleva degli specialisti della Comex di Marsiglia e dei consulenti Enrico Cappelletti e Gianluca Mirto, e che qualche giorno fa aveva annunciato la scoperta alle agenzie, sulla base di una elaborazione magnetometrica.

Poi, ieri, l’ingegnere Gay - le cui ricerche sono corse evidentemente in parallelo a quelle degli altri «cacciatori» - ha reso note le immagini. E la caccia, con la certificazione delle stesse da parte della Marina Militare, si è chiusa.

Lo raggiungiamo telefonicamente sulla sua imbarcazione. La voce arriva disturbata e ciò dà ancora più gusto alla storia. Azienda a Lomazzo, nel Comasco, l’ingegnere, che ha più di 70 anni, trascorre sei mesi in ufficio e altrettanti a bordo del suo «Dedalus», un catamarano di 21 metri per nove, da lui progettato, a setacciare i mari testando sul campo le sue invenzioni. L’ultima si chiama «Pluto Palla» ed è un prototipo di robot subacqueo che può calarsi fino a 4 mila metri di profondità. «L’ho messo a punto nella ricerca del relitto del Transylvania, il piroscafo per il trasporto truppe della Royal Navy affondato nel 1917 da un U-Boot tedesco davanti a Savona». L’ha trovato nell’ottobre scorso, con i sub dei carabinieri.

Gay ha sguinzagliato il robot anche nella caccia alla Roma. «Quando ho iniziato a cercare il relitto della corazzata non avevo le strumentazioni attuali e alla fine avevo dovuto fermarmi. Ho ripreso di recente con le nuove “macchine”». Gay ha solcato per giorni, mesi le acque del Nord della Sardegna. Solitario, con il suo catamarano. E i suoi strumenti. «Ho passato al setaccio il canyon di Castelsardo (il canalone sottomarino che dal centro del Golfo dell’Asinara scende dalla scarpata continentale in direzione nord-ovest, ndr): il sonar aveva catturato alcuni contatti sospetti, ma era necessario verificarli. Il fondale del canalone, infatti, è composto da rocce di basalto, magnetiche, che confondono gli strumenti. Dovevo capire se erano solo rocce o qualcosa di più. Così sono tornato. Con il robot».

Il prototipo ha fatto il suo lavoro. E sceso a oltre mille metri. «Ho visto la torretta con i cannoni, il pezzo di ponte affiorare dalla fanghiglia del fondale. Sì, ce l’avevo fatta». La corazzata, colpita a morte, si è spezzata in più parti. «Evidentemente, lo scafo è sotto il fango. Ed altri pezzi sono sparpagliati lungo il fondale» spiega Gay.

La Marina Militare considera e difende il relitto in quanto sacrario. Per queste ragioni, l’ingegnere tiene riservate le coordinate del ritrovamento. «Sono felice di aver risolto il mistero storico della Roma. Ora sono pronto a mettere le immagini a disposizione di chi le utilizzerà al meglio».

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