Lettori fissi

31 ago 2011


Casciana terme – 20 anni fa, il 31 agosto, Giovanni Spadolini, presidente del senato, rendeva omaggio al campo degli eroi, oggi sede della fondazione “Berti”.

L’evento è stato ricordato dalla fondazione. La curiosa immagine, ancora inedita, ritrae Spadolini in compagnia dell’amico Angiolo Berti in un momento di pausa dopo la cerimonia.

30 ago 2011



LA FONDAZIONE “BERTI” RICORDA ENZO FERRARI
CASCIANA TERME (Pisa) - Nel 23° anniversario della scomparsa,la figura umana e professionale di Enzo Ferrari è stata ricordata al Campo degli Eroi. La Fondazione”Angiolo e Maria Teresa Berti” ha fortemente voluto questa iniziativa perché Enzo ed Angiolo sono stati grandi amici. L’immagine, allegata al testo, mostra infatti i due accanto al nuovo furgone di ANSA FOTO, una struttura mobile per inviare dal luogo dell’avvenimento le immagini alle agenzie ed ai giornali. Siamo nel 1968 e l’idea di Berti è innovativa nel settore dell’informazione nazionale. All’epoca era direttore dell’ANSA per l’Emilia e Romagna. In particolare, Berti volle iniziare quest’ attività con un servizio dedicato alla “Ferrari” di Maranello. Da qui, la foto ufficiale fra il giornalista ed il Drake. (Gian Ugo Berti)

16 ago 2011


Il 16 agosto viene ritrovato il cadavere di Giacomo Matteotti


Claudio Fracassi ripercorre i sette mesi che sconvolsero l’Italia

La cosiddetta pistola fumante, la prova regina, posto che sia esistita, non è mai stata trovata. Almeno niente di esplicito quanto il telegramma inviato da Benito Mussolini al prefetto di Torino, mettendo nel bersaglio Piero Gobetti e raccomandando di «rendere difficile vita questo insulso oppositore fascismo»: invito interpretato con grande zelo e che provocò ripetuti pestaggi, fino alla morte dell’intellettuale liberale. Insomma, nessun testo scritto (come la minuta autografa di quell’ordine, conservata dal segretario di Palazzo Venezia) lega il Duce all’assassinio di Giacomo Matteotti. Eppure la massa di testimonianze e indizi che si concentrarono su di lui fu tale da incatenarlo quasi subito al sospetto d'essere il mandante del delitto. Per molti, mandante con una responsabilità più che morale. Segna una linea d’ombra così tenace, quel filo, da riaffiorare adesso - ottant’anni dopo - con le stesse suggestioni che turbarono gli italiani il giorno dell’omicidio. E’ un’ipotesi che resiste per la concreta ragione che l’uno era l’incubo dell’altro, essendo il leader socialista l’unico uomo politico che avesse il coraggio, l'intransigenza e la lucidità per ostacolare seriamente un progetto già pronto a sfociare in regime. L’unico antagonista che non sarebbe arretrato in nessun caso, per quanto prevedesse la propria fine («Io il mio discorso l’ho fatto, ora sta a voi preparare l’orazione funebre per me», disse il 30 maggio 1924 ai suoi compagni, dopo aver pronunciato un durissimo atto d’accusa a Montecitorio), come emerge dalle pagine di Matteotti e Mussolini , di Claudio Fracassi, giornalista e studioso del fascismo.
La tesi serpeggiante nel libro, costruito con il ritmo di un thriller e documentato come un saggio, è che Mussolini istigò il delitto. Che lo avallò, precostituendosi anche un alibi politico con una finta apertura all’opposizione. Che incoraggiò poi qualche depistaggio, mentre recriminava sulla maldestra esecuzione. Che protesse gli assassini quando furono scoperti. Che ne pagò il silenzio con denaro sonante, subendo per anni la minaccia che la verità (affidata a un memoriale depositato presso uno studio legale in America) fosse rivelata.
Spira un’aria strana in Italia, nel 1924, due anni dopo la marcia su Roma. Il Paese, non ancora fascistizzato, è in bilico tra democrazia liberale e autoritarismo. Da un lato le camicie nere tentano d’imporre la loro rivoluzione con violenze sempre più ostentate, tanto che l’ultima campagna elettorale risulta inquinata da duemila «gravi episodi di sopraffazione». Dall’altro lato la classe dirigente e larghi settori dell’opposizione si rifugiano nell’illusione che quello in corso sia «un esperimento provvisorio» e sperano che il Duce si converta al metodo democratico.
Su questo piano inclinato tutto precipita il 10 giugno, con il delitto. A compierlo è la «Ceka del Viminale», un gruppo segreto di squadristi reclutato dal ministero degli Interni e guidato da Amerigo Dumini. L’uomo chiave è lui: anello di congiunzione tra certi affaristi del regime, dichiara di avere 11 omicidi alle spalle ed è assiduo nelle sedi del partito e a Palazzo Chigi, dov’è accolto «con grande confidenza». Il dittatore lo conosce bene: gli ha già affidato diverse spedizioni punitive per difendere il fascismo con la violenza «chirurgica e intelligente» che rivendica come necessaria. Tanto che ormai intima agli avversari di «sottomettersi o perire».
«Che cosa fa la Ceka? Che fa Dumini? Quell’uomo dopo quel discorso non dovrebbe più circolare», dice Mussolini al suo capo ufficio stampa, Cesare Rossi - che verbalizzerà a futura memoria questo e altri colloqui -, all’indomani della denuncia di Matteotti alla Camera. E’ il genere di incitazione che non lascia equivoci, tra i sottopancia del Duce: il caso va risolto in via definitiva.
Passano dieci giorni ed ecco il delitto. Solo che i cinque killer si lasciano dietro parecchie tracce. Troppe, per non essere raccolte da forze dell’ordine, magistratura e giornali, contropoteri sui quali i fascisti non hanno ancora il pieno controllo. Un’ondata di sdegno percorre l’Europa. Luigi Albertini, direttore del Corriere , scrive: «E’ in questo ambiente di compressione e di intoller anza, non dominato ma favorito dalle più alte sfere, che sono maturati i propositi e gli atti più criminosi. Ed è stato un crescendo continuo: dall’olio di ricino alla bastonatura, dalla bastonatura alla soppressione di figure non di prima linea, finché si è osato arrivare più su, levar di mezzo in piena Roma, alla luce del sole, un capo socialista (...) credendo di passarla franca come altre volte». Il capo delle camicie nere è nel panico e sotto ricatto. Matteotti morto condiziona gli eventi più di Mussolini vivo e soltanto la Corona, nella quale gli «aventiniani» vanamente confidano, salva il regime.
Il saggio di Fracassi è il diario di sette mesi angosciosi, al termine dei quali l’Italia si consegna alla dittatura. Un racconto che illumina due scenari sui quali si sono a lungo esercitati gli storici. C’è la pista politica, che rimanda alla prassi criminale già molto praticata nel primo fascismo. E c’è la pista affaristica, che puzza di petrolio e tangenti. La conclusione è che l’una non esclude l’altra, e che entrambe si incrociano spesso sul nome di Mussolini. Il quale chiude la questione davanti al Parlamento, il 3 gennaio 1925, mettendo una pietra tombale sulla democrazia: «Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato».

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Marzio Breda Il libro di Claudio Fracassi «Matteotti e Mussolini. 1924: il delitto del Lungotevere» (pagine 496, 18,60) è edito da Mursia




Firenze



La liberazione di Firenze



Forse non molti sanno che nel generale disfacimento del nostro esercito succeduto all’8 settembre 1943, tra i pochi reparti che si opposero con le armi alle truppe tedesche sul territorio nazionale ce ne fu uno, composto di paracadutisti della Nembo, di bersaglieri e di fanti, che il 9 settembre, sul passo della Futa, nodo nevralgico della futura Linea Gotica, impose con la forza la chiusura del locale radiofaro della Luftwaffe, catturando il presidio germanico. Naturalmente il giorno seguente la reazione tedesca non si fece attendere grazie all’arrivo di rinforzi da Bologna, Panzer compresi. Gli scontri che ne seguirono per l’intera giornata e che videro passare il valico da una parte all’altra dei contendenti consentirono ai tedeschi di riprendere la posizione, a prezzo però di perdite di uomini e mezzi; gli italiani, invece, inferiori di numero e di certo peggio equipaggiati, riuscirono a ripiegare con ordine anche con l’aiuto dei civili del luogo, per poi dissolversi su imposizione del Comando di Piazza di Firenze. È anche questo un piccolo ma significativo episodio della nascita di una nuova coscienza patriottica, che registrerà, meno di un anno dopo, un’altra tappa importante con la liberazione di Firenze.
La liberazione del capoluogo toscano costituì un fatto nuovo nella Campagna militare d’Italia e nella guerra di Liberazione, perché Firenze fu la prima città d’Italia a darsi un governo autonomo, nominato dal CTLN già l’11 agosto 1944, e nella parte della città a nord dell’Arno le formazioni partigiane, soprattutto la divisione garibaldina Arno e le brigate Rosselli del Partito d’Azione, sostennero per almeno due giorni, fino al 13 agosto, tutto il peso dello scontro con le truppe tedesche in lenta ritirata verso i monti dell’Appennino e la Linea Verde. Dopo l’inizio della costruzione delle fortificazioni, alla fine del mese di maggio 1944, il comando germanico aveva deciso di ribattezzare la Linea Gotica in Linea Verde per motivi di carattere simbolico-propagandistico.
Da un punto di vista strettamente militare, e non solo, Firenze rappresenta anche un esempio paradigmatico della strategia condotta dai tedeschi da un lato e dagli alleati sul fronte opposto. La pervicace, soprattutto feroce, ma anche ottusa strategia del maresciallo Kesselring, messa in atto dalla Linea Gustav in poi e fondata su una lenta ritirata e sulla contesa, palmo a palmo, del territorio nazionale, con il surplus di un’azione terroristica preventiva fatta di sanguinose rappresaglie sulla popolazione civile o di stragi di intere comunità per non avere problemi nelle immediate retrovie del fronte, trovò puntuale applicazione anche in provincia di Firenze.
Già prima della fine di agosto, quando il quartier generale di Hitler approvò il ripiegamento del fronte dalle colline a nord di Firenze alla Linea Verde, erano proseguite operazioni antiguerriglia che, soprattutto nella primavera 1944, non avevano alcun rapporto con il pericolo effettivo rappresentato in quel periodo dai partigiani; anche se formazioni di patrioti operavano con successo soprattutto nella zona del monte Giovi, cioè nella fascia preappennica sovrastante il Mugello e la val di Sieve e sul monte Morello, immediatamente a nord di Firenze e di Sesto Fiorentino.
Prima della liberazione di Firenze, e subito dopo, anche nel territorio provinciale si ebbero eccidi e stragi di cui ricordiamo i più importanti e sanguinosi: il 13 aprile al Castagno d’Andrea, sotto il monte Falterona, nel comune di San Godenzo; il 20 giugno a Pian d’Albero, nel comune di Figline Valdarno; il 4 luglio presso la Fonte dei Seppi, sul monte Morello, nel comune di Sesto Fiorentino; tra il 10 e l’11 luglio a Padulivo, frazione del comune di Vicchio. Tra il 17 e il 18 luglio 43 persone furono massacrate a Crespino del Lamone, nel comune di Marradi e quindi in piena Linea Gotica, molto prima del ripiegamento tedesco. Nell’agosto l’azione repressiva, con l’arretramento del fronte, si intensificò: famoso è l’episodio della fucilazione di tre carabinieri a Fiesole, il 12 agosto, immolatisi per salvare la vita a dieci civili. Anche la piana fiorentina e altre zone non certo montuose furono colpite, a dimostrazione che il vero o primo obiettivo non erano i cosiddetti ribelli: il 13 agosto fu la volta di San Piero a Ponti, nel comune di Campi Bisenzio, fino alla strage del Padule di Fucecchio, la più cruenta, il 23 agosto, con 174 vittime civili. L’ultimo episodio di questa tragica serie si verificò nei pressi del passo della Consuma, fra la val di Sieve e il Casentino, dove vennero trucidati 25 civili tra il 25 e il 26 agosto.
A questa strategia da terra bruciata di Kesselring, che sul piano militare si rivelò quasi sempre inutile e inefficace, e all’atto pratico soltanto barbarica, britannici e americani si contrapposero con tattiche diverse, derivanti in parte anche dalla minore “potenza” in termini di uomini e mezzi dei primi rispetto ai secondi. Così l’VIII Armata britannica cercò sovente di operare con astuzia, attaccando il nemico dove meno se l’aspettava. Per raggiungere e impadronirsi di Firenze evitò di attraversare l’Arno in città, dove nella notte tra il 3 e il 4 agosto Kesselring, nell’intento di rallentare l’avanzata alleata, aveva fatto l’ultimo “regalo” ai fiorentini facendo saltare tutti i ponti sul fiume, eccetto Ponte Vecchio, salvato forse perché “caro” al pittore dilettante Hitler, ma a prezzo della distruzione dei quartieri medievali a sud e a nord dello stesso ponte. Gli inglesi erano entrati nell’Oltrarno fiorentino già all’alba del 4 agosto, ma preferirono varcare il fiume pochi giorni dopo, a monte verso Pontassieve e a valle nei pressi delle Signe. Allo stesso modo e su scala più ampia dal 25 agosto e durante il mese di settembre la stessa armata britannica avrebbe messo in atto l’aggiramento della Linea Gotica nella zona di Rimini.
Anche a nord di Firenze il mese di settembre conobbe i combattimenti più duri nella zona della Linea Gotica compresa nei territori dei comuni dell’Alto Mugello e vide coinvolta, per la parte alleata, soprattutto la V Armata americana. In questa zona si trovano i due passi principali verso l’Emilia: il passo della Futa, che porta a Bologna, e il passo del Giogo, posto circa 11 km più a est, sulla strada per Firenzuola e Imola. Gli ingegneri della Todt che avevano progettato la Linea Gotica avevano previsto l’attacco alleato sulla Futa, dove erano state realizzate le postazioni difensive più poderose e complesse, con sbarramenti di filo spinato, torrette corazzate interrate e quasi 5 km di fosso anticarro. Al Giogo erano state apprestate analoghe difese, anche se i comandi tedeschi ritenevano improbabile la possibilità di un attacco alleato. In compenso e come di consueto l’8 settembre fu ordinato ai paracadutisti a guardia del passo di difendere la posizione “fino all’ultimo uomo e fino all’ultima cartuccia”.
Nel frattempo gli americani misero in atto la loro abituale strategia: far precedere l’attacco delle truppe di terra da un intenso fuoco di artiglieria pesante e soprattutto da una serie di durissimi bombardamenti aerei, facilitati tra l’altro, già in quel periodo, dalla ormai ridotta possibilità di incontrare aerei nemici. Il 9 settembre vi fu un primo, pesante bombardamento contro le postazioni fortificate della Futa, anche per far credere che quello fosse l’obiettivo. Il 12 toccò a Firenzuola, ridotta al termine dell’incursione a un cumulo di macerie, e nei due giorni successivi fu bombardato il passo della Raticosa, più a nord della Futa, sulla stessa statale e quasi al confine con l’Emilia.
Il generale Clark, comandante della V Armata, attaccò da terra il 10 settembre sulla direttrice del passo del Giogo con un corpo britannico sul fianco destro e uno americano sulla sinistra, verso la Futa, per mantenere la pressione su quel fronte. Giù a valle, lungo la Sieve, l’11 settembre la popolazione mugellana vide finalmente arrivare gli alleati, che quello stesso giorno occuparono San Piero a Sieve, Borgo San Lorenzo, Vicchio e Scarperia. Ma davanti a questi paesi si ergeva la catena appenninica, con le fortificazioni della Linea Gotica e le truppe tedesche disposte all’estremo sacrificio. Dalla mezzanotte del 12 settembre alla sera del 14 le tre alture antistanti il passo del Giogo, Monticelli, monte Altuzzo e monte Verruca, divennero teatro di aspri combattimenti con gravi perdite da parte degli americani, senza che l’obiettivo fosse raggiunto. Poco più a destra, maggior fortuna arrise agli inglesi che conquistarono Poggio Prefetto. Sulla base di quel successo Clark fece avanzare un reggimento di fanteria americano attraverso le posizioni britanniche, conquistando così Poggio Pratone, ancora più all’interno delle linee tedesche.
Anche sul Giogo gli avvenimenti volsero a favore degli americani. La strenua difesa tedesca, come da ordini ricevuti, aveva causato altissime perdite e l’appoggio dell’artiglieria e dei cacciabombardieri americani consentì all’alba del 17 settembre di conquistare la vetta dell’Altuzzo e il 18 le altre alture del Giogo. Come nelle battaglie di trincea della Grande Guerra, in sei giorni di combattimenti le perdite degli attaccanti risultarono oltre 2700, mentre quelle tedesche, anche se ignote, furono certamente più alte, oltre che per gli scontri diretti, per effetto dell’intenso fuoco di artiglieria diretto anche sulle immediate retrovie germaniche.
Superato l’ostacolo del Giogo la V Armata avanzò attraverso le ormai aggirate postazioni difensive della Futa. Due giorni dopo le prime unità di fanteria americane misero piede a Firenzuola, ma adesso il nuovo obiettivo era giù a valle, lungo il Santerno e verso Imola, per chiudere in trappola con l’aiuto dell’VIII Armata britannica proveniente dall’Adriatico la X Armata germanica lungo la via Emilia. L’ultima e decisiva fase dell’operazione non riuscì per l’arrivo del maltempo, che rese impraticabili le strade di accesso al fronte e i necessari rifornimenti. Così se a fine settembre 1944 tutta la provincia di Firenze era ormai liberata, la provincia di Bologna e tutta la Val Padana avrebbero dovuto attendere un altro lungo inverno prima della liberazione.
Un’ultima notazione va fatta riguardo al contributo di sangue versato sul nostro territorio soprattutto durante l’estate 1944. Delle stragi e degli eccidi di civili si è già detto. Ma anche le formazioni di patrioti pagarono un alto prezzo rispetto al numero dei combattenti, se si pensa che soltanto nella battaglia per la liberazione di Firenze perirono 205 partigiani, 400 furono i feriti, 18 i dispersi. Il contributo più alto, però, fu dato dagli eserciti in lotta. Non a caso in provincia di Firenze hanno sede tre grandi cimiteri di guerra. Quello britannico del Girone, lungo l’Arno, poco più a monte di Firenze, raccoglie le spoglie di 1600 soldati di Sua Maestà, tutti deceduti in operazioni di guerra a sud e a nord del capoluogo. Quello americano dei Falciani ne accoglie oltre 4402, ma si tratta di combattenti americani morti tra Roma e le Alpi, quindi in un’area molto più vasta. Il più toccante di tutti è comunque quello tedesco sul passo della Futa, che con i suoi circa 31000 morti è il più grande dei cimiteri di guerra tedeschi sparsi per la penisola, che complessivamente ne raccolgono oltre 107000. In grandissima parte si tratta di caduti tra la Lunigiana e l’Adriatico, lungo quella che i comandi tedeschi avevano chiamato Linea Verde, e in gran parte, come ex civili, comuni cittadini tedeschi, possono essere considerati anch’essi vittime della follia hitleriana e della ottusità degli alti comandi della Wehrmacht, capaci soltanto di obbedire supinamente alle direttive strategiche insensate di un caporale.


Regione Toscana

11 ago 2011


(Il giovane giornalista Angiolo Berti intervista Reder.Berti sulla sx di Reder.Foto archivio Fondazione Berti)



A TU PER TU CON REDER
Da Sant’Anna di Stazzema a Marzabotto, Angiolo segue quella scia di sangue e di orrore. Un destino che lo accompagnerà sempre in ogni tragico giorno della guerra. Quello che lo colpisce è capire perché qualcuno possa ordinare simili stragi e perché qualcunaltro le esegua ciecamente e cinicamente.
A guerra finita, Walter Reder è riconosciuto da tutti i testimoni nel corso dei sopraluoghi. Viene condannato a morte, poi la pena viene commutata in ergastolo. Trasferito in Austria,suo paese natale, viene messo in libertà da quel Governo dopo qualche anno. Morirà a Vienna nel 1991 all’età di 76 anni, portandosi dietro tanti segreti ed altrettanto odio.
“Potei scambiare con l’imputato alcune parole su quelle orribili vicende. Davanti ai giudici – ricorda ancora Berti su Il Tirreno - aveva ammesso praticamente tutto,addossando la responsabilità al “sistema”, quello nazista, aggiungendo che le reazioni contro i partigiani non potevano non essere spietate”.
“La risposta fu sempre facile da parte dei giudici, i quali misero sotto gli occhi di Reder gli elenchi dei massacrati per età (bambini o vecchi) e per sesso (donne). I nomi degli infanti e dei giovanissimi vennero letti uno ad uno,scanditi come colpi di pistola, in un silenzio agghiacciante”.
“ A Reder, il presidente del tribunale,trasferitosi per opportuni sopraluoghi nelle zone dei crimini,volle chiedere:” Perché il filo spinato (per legare i prigionieri),anziché la corda?” Nessuna risposta,neppure quando la domanda fu ripetuta. Ma il presidente non si dette per vinto:”Si rese conto che l’agonia di questi infelici durò alcune ore?” Ancora, un inspiegabile silenzio”.
Ma quello che appare incomprensibile ad ogni osservatore è voler considerare legittime le rappresaglie contro la popolazione. “Ma contro chi – si chiede ancora Angiolo – se nella zona i partigiani erano molto rari e le azioni contro i tedeschi si contavano sulle dita di una mano? Solo odio e ferocia,sull’esempio dei lager,dove i prigionieri venivano spinti a calci nelle camere a gas”.
Si giunge quindi alla conclusione del processo. “Avendo assistito all’interrogatorio,gomito a gomito con i giudici e l’imputato, non mi fu difficile alla fine rivolgergli alcune domande dirette. Naturale e sofferta la prima: “Ma perché tutto questo? Ciascuno di voi ha genitori,figli,sorelle, fratelli…” Silenzio. Nemmeno gli occhi parlarono. Poi,insistendo,la risposta finalmente venne:”Sono stati momenti brutti,da dimenticare”.Altra domanda:”Non è poco?Sotto gli occhi abbiamo centinaia e centinaia di persone massacrate”. Di rimando solo le braccia aperte,come a dire:”E’ il destino”. Replicai:”Maggiore Reder, ma il destino è voluto dagli uomini”.
Altra domanda:”Perché tanti innocenti? Non vi giungevano al cuore quelle grida?Ripetereste quello che avete fatto allora?” Prima un altro silenzio, poi appena udii un flebile:”No”. “Sente i pianti dei bambini? Che cosa le dice l’orrore di quella strage?” Ultima risposta del Maggiore:”Siamo stati travolti tutti. Io per primo”.
Nelle testimonianze di Angiolo,emerge sempre un messaggio. “Che cosa dire,anche oggi,ad oltre mezzo secolo di distanza?Qualsiasi risposta, almeno per chi abbia vissuto quei tempi,sarebbe insufficiente. Una sola riflessione,invece. Bisogna andare più spesso in quei luoghi e soprattutto portare i ragazzi delle scuole. C’è sempre troppo silenzio,oggi, dove ieri s’udivano le urla dei massacrati”.

Gian Ugo Berti riproduzione riservata




TESTIMONE A SANT’ANNA DI STAZZEMA

“Che cosa è veramente successo intorno al 12 agosto in Versilia?” Questo si chiede il giovane giornalista venendo a conoscenza di voci che di là provenivano sempre più inquietanti. Angiolo conosce bene la gente di quelle parti. “Nel 1941-2, Lucca era infatti un punto d’incontro della realtà cattolica che sapeva guardare al domani. A Bologna,in particolare, si stampava a cura dell’Avvenire d’Italia,la testa Esare, della quale mi occupavo redazionalmente. Fu il collegamento di persone e sentimenti che mi avvicinò al mondo versiliese nei momenti più drammatici del conflitto.”
“Ma a suggellare tale conoscenza,nell’estate del 1944,ci fu al campo di Corticella,l’ondata di piena di rastrellati che riguardò lucchesi e soprattutto versiliesi. L’antico rapporto con la Diocesi mi aveva posto,per fortuna,dinanzi a volti noti e,passato il primo momento di sorpresa,mi fu possibile,sia pure con grande prudenza, prendere certe intese. Non pochi di questi rastrellati erano defluiti da Lucca alle Alpi Apuane e quindi furono protagonisti e spettatori – quei pochi s’intende che poterono uscire illesi – d’indimenticabili e tragiche vicende.”
“Le notizie dei massacri giunsero però anche a Salò,sede della Repubblica Sociale Italiana – si legge in un suo articolo dell’agosto 1996 de Il Tirreno – interessando prima di ogni altro il Sottosegretario agli Interni Giorgio Pini,giornalista e direttore de Il Resto del Carlino di Bologna. Pini ebbe non pochi dubbi,espressi anche alla Curia che prese contatti con lui. Che fare per conoscere,dunque,la verità?”
“Un passo ufficiale non fu ritenuto opportuno ( e la prova l’avemmo nel successivo settembre quando il Comando tedesco con un pubblico comunicato smentì addirittura la strage di Marzabotto). Allora Pini ritenne di saperne di più con un sopraluogo affidato in via strettamente privata al funzionario prefettizio Fantozzi, già in servizio da alcuni a Bologna. Lo stesso Pini chiese che Fantozzi fosse accompagnato, a titolo strettamente personale, da un giornalista de Il Resto del Carlino. La scelta cadde su Enrico Casabianca,già redattore capo a L’Avvenire d’Italia”.
“Anch’io venni avvicinato, tramite la Curia,da Pini. Mi chiese se volevo unirmi a Casabianca. Queste le condizioni: assoluto segreto e riferirgli soltanto oralmente ( Berti è di parola e ne scriverà soltanto mezzo secolo più tardi). Tutta la ricognizione avrebbe dovuto svolgersi dalla mattina alla sera, utilizzando un piccolo autocarro della divisione Monterosa (che faceva parte della Rsi),il cui autista sovente si recava in Versilia e dunque era pratico dei luoghi”.
“Non fummo testimoni degli eccidi compiuti almeno tre settimane prima,ma vedemmo soprattutto non pochi di quei massacri,soprattutto donne,ragazzi e vecchi. Il rientro fu celere,con appena due fermate per il controllo dei documenti. Fra noi,nessuna parola. Il colloquio con Pini fu penoso:”E’ una tragedia orrenda della quale tutti noi dobbiamo vergognarci”.
“Nell’immediato dopoguerra, quando ai primi di maggio del 1945,Pini venne interrogato presso l’Ufficio politico della Questura di Bologna,una breve conversazione con lui (era sconvolto per l’assassinio del figliolo,un ragazzo ad opera di partigiani sconosciuti del Modenese),me ne fece sapere di più. Anche a Salò,a quanto pare,s’ignoravano le proporzioni di quella tragedia e di quella della stessa Marzabotto. Mussolini, mi raccontò Pini,gli disse:”E’ una punizione terribile per tutti noi”.
“Gli eccidi vennero ricordati nell’autunno del 1951, quando il Tribunale militare del capoluogo emiliano potè documentare che il “Monco” (Walter Reder,comandante del 16° battaglione, della 16° divisione Reichsfhurer) aveva personalmente diretto un vero e proprio piano di sterminio. Una tecnica che s’imparava nelle scuole militari naziste:annientamento di uomini ed animali, incendio di case e stalle”.

Gian Ugo Berti riproduzione riservata

5 ago 2011




6 Agosto :lancio della prima atomica su Hiroschima e Nagasaki


LA BOMBA ATOMICA
Il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e su Nagasaki poneva fine al secondo conflitto mondiale, costringendo anche l'Impero nipponico alla resa senza condizioni. Per la moderna teoria atomica, accettata nelle sue linee generali ancora oggi nonostante le notevoli modifiche subite, la parte minima della materia è costituita da un ammasso di energia detto atomo. L'atomo riproduce ad un dipresso la stessa struttura che si trova in maggiori proporzioni nel sistema solare. Il sistema atomico ha una sua parte centrale, detta « nucleo » e particelle periferiche, gli « elettroni. », che si muovono intorno al nucleo secondo determinate orbite, similmente a quanto avviene per i satelliti del sole. Il nucleo a sua volta è formato da altre particelle, denominate protoni e neutroni a differenza fra le diverse particelle dell'atomo consiste nel diverso stato elettrico, che può essere positivo o negativo (caratteri opposti l'uno all'altro e quindi annullantisi se contrapposti l'uno all'altro in quantità di pari valore). Come si è visto, la differenza fra una sostanza e l'altra consiste nella diversa composizione atomica. Se questa viene mutata, si ha un mutamento nella sostanza, per cui, ad esempio, è possibile, frazionandone il nucleo, trasformare un atomo di litio in due atomi di elio. Una siffatta trasformazione è denominata risultati conclusivi, ma si arrestavano di fronte all'ostacolo costituito dal grande ingombro degli impianti che producevano l'esplosione atomica e che ne rendevano impossibile la trasportabilità e quindi l'impiego bellico. Gli americani ed i loro alleati invece riucivano a superare tale ostacolo ed a costruire una bomba di dimensioni tali da poter essere caricata su una superfortezza « B.29 », un quadrimotore che di solito portava 10 tonnellate di bombe ad esplosivo normale. Il 6 agosto 1945 l'aereo, denominato « Enola Gay » e comandato dal colonnello Tibbetts, lanciava una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima, alla estremità occidentale dell'isola di Honshu. Tre giorni dopo, altra bomba atomica, dello stesso tipo, veniva sganciata su Nagasaki, città situata sulla costa occidentale dell'isola di Kyushu. L'effetto d'ognuna delle due bombe si era calcolato pari a circa 20.000 tonnellate di tritolo, o a 2.000 bombe da 11 tonnellate del tipo impiegata dalla RAF (le bombe più grandi che mai siano state usate). Per aumentare il raggio dell'esplosione ed avvolgere gran parte della città, la bomba veniva lanciata in ambedue i casi con paracadute e fatta esplodere a 500 metri di altezza. Gli effetti delle prime esplosioni atomiche furono spaventosi. A Hiroshima, circa il 60% ustionata ed ulcerata, in cui non si distingueva quasi più nulla: gli occhi non esistevano più, le cavità oculari ed il naso livellati o addirittura cancellati, la cavità orale ridotta ad un denso ammasso purulento. A questo proposito valga per tutte la testimonianza riferita dal dott. Hachiya, direttore dell'ospedale di Hiroshima, ferito anch'egli, che cosi racconta: Ma i loro volti non esistevano più. Occhi, naso, bocca, tutto era stato mangiato dal fuoco, e pareva che le orecchie si fossero liquefatte; non si capiva più qual'era il volto e quale la nuca. Ce n'era uno col viso irriconoscibile, senza labbra, si scorgevano i denti bianchi che gli spuntavano in fuori; mi chiese un pò d'acqua, ma non ne avevo. Ho congiunto le mani e ho pregato per lui. Anche parti interne venivano talvolta lesionate o distrutte: deformazioni ipertrofiche della tiroide (con casi di gozzo) oppure sua completa cancellazione, lesioni broncopolmonari, emorragie interne, lesioni ossee ed al midollo (con manifestazioni di leucemia o di anemia), lesioni interne infiammatorie o distruttive alla milza, all'intestino, alle glandole interne, lesioni agli organi genitali. Spesso gli effetti delle radiazioni atomiche si ritrovavano anche nei figli dei colpiti, anche se concepiti dopo l'esplosione. Questi nascevano con deficienze, anomalie o mostruosità, come effetto delle deformazioni prodotte dalle radiazioni atomiche nei cromosomi (portatori dei caratteri ereditari, che vengono trasmessi alla discendenza) delle cellule colpite nel corpo dei genitori. Specie nei primi giorni, le autorità giapponesi erano impotenti a soccorrere la enorme massa dolorante dei colpiti ammucchiati lungo i marciapiedi delle strade in attesa di un qualche aiuto che non veniva per difetto di medici e dei medicinali e dove la morte li coglieva dopo una straziante agonia. Ma nella storia di quegli orribili giorni, che non onorano certo la civiltà umana, il ricordo più straziante rimarrà quello delle madri e dei loro bambini i cui aspetti cosi come talune delle foto da noi pubblicate testimoniano, fanno impallidire persino la biblica, « Strage degli Innocenti »! In seguito al lancio delle bombe atomiche, il 10 agosto 1945, il governo giapponese si rivolgeva, tramite la Svizzera e la Svezia, alle Nazioni Unite, dichiarando di essere disposto ad uniformarsi alla dichiarazione di Potsdam, a patto che non venissero messe in questione le prerogative sovrane dell'Imperatore come Capo dello Stato nipponico. Il 14 agosto, avendo avuto assicurazioni in questo senso, il Giappone si arrendeva senza condizioni. Il 26 dello stesso mese la flotta anglo-americana entrava nella baia di Segami ed il 29 venivano sbarcati presso Tokyo 40.000 soldati. Il 2 settembre 1945, nella baia di Tokyo, a bordo della nave da battaglia americana Missouri, veniva firmato l'armistizio tra l'Impero giapponese e le Nazioni Unite.



Il 6 agosto 1945 gli americani sganciavano sulla città giapponese di Hiroshima la prima bomba atomica, aprendo un nuovo e rivoluzionario capitolo nel campo delle armi e della guerra. La bomba atomica, com'è noto, non era una arma basata sulla esplosione delle consuete cariche, bensì sulla disintegrazione dell'atomo. Si è scoperto, in seguito alle ricerche scientifiche degli ultimi decenni, che l'atomo (particella minima della materia) ha la forma approssimata di un piccolo sistema solare, con un nucleo centrale (formato da protoni e neutroni) intorno al quale si muovono altre particelle dette elettroni. Nella foto in alto la disintegrazione di un atomo di litio in quattro atomi di elio (indicati con Al, A2, B1 e B2).
La disintegrazione dell'atomo era ottenuta mediante un bombardamento elettronico. L'atomo impiegato era di uranio 235. (Il 235 sta ad indicare il numero totale dei protoni e dei neutroni contenuti nel nucleo). Nell'atomo di uranio i protoni sono 92, ed altrettanti gli elettroni (il numero dei protoni, in tutti gli atomi, corrisponde a quello degli elettroni). I neutroni invece sono di numero variabile, maggiore od eguale a quello dei protoni. Il consueto atomo di uranio ha 146 neutroni ed è chiamato uranio 238 (92 + 146). Ma per la bomba atomica venne usato un isotopo (l'isotopo è un atomo del medesimo elemento chimico, ma nel quale i neutroni sono in numero diverso da quello dei neutroni contenuti nell'atomo consueto) raro dell'uranio, dotato di 143 neutroni, detto perciò uranio 235 (92 + 143). Il bombardamento elettronico dell'atomo di uranio 235 era ottenuto colpendo il nucleo di detto atomo con un neutrone estraneo che lo disintegrava, scindendolo in due parti, ognuna delle quali era atomo di un altro elemento chimico. Con questa operazione si sprigionava una grande quantità di energia. In alto lo stabilimento di Pasco, nello Stato di Washington (USA), dove venne costruita la bomba atomica lanciata ad Hiroshima. .

La bomba atomica americana era frutto di lunghi studi compiuti da scienziati americani, britannici, italiani e tedeschi (questi ultimi rifugiati in America per motivi politici o razziali). Una delle date più importanti è il 1939, quando Strassmann e Hahn scoprivano la « fissione » (così è denominata la scissione del nucleo avvenuta per bombardamento elettronico) dell'uranio. Tenendo conto anche di queste esperienze, l'italiano Enrico Fermi, che aveva compiuto in Italia notevoli scoperte nel campo della fisica nucleare ed era passato poi al servizio degli americani contro il suo Paese, giungeva a costruire a Chicago nel 1942 il primo reattore nucleare, per la produzione di energia atomica. Altri tre anni erano necessari per condurre alla bomba atomica, nella quale l'energia era prodotta con velocità rapidissima, provocando una vera e propria esplosione. La prima bomba atomica americana fu fatta esplodere nel 1945 nel deserto di Almogorado, negli Stati Uniti. Nella foto in alto un gigantesco disintegratore atomico da 20 tonnellate che genera una potenza di 8 milioni di volts.
Una delle maggiori difficoltà per l'impiego della bomba atomica era il suo grande ingombro e quindi la difficile trasportabilità per aereo. Questa difficoltà venne superata dagli americani, che riuscivano a costruire una bomba trasportabile su una superfortezza « B.29 » (che di solito portava 10 tonnellate di bombe ad esplosivo normale). I tedeschi invece, già avanti nello studio della bomba atomica e praticamente giunti alla possibilità di costruirla, avevano subito notevoli intralci nella costruzione a causa di distruzioni alle industrie di acqua pesante in Norvegia e non riuscivano a costruire un ordigno di dimensioni tali da poter essere trasportato ed impiegato da mezzi bellici. In alto la superfortezza che ha lanciato la bomba atomica su Hiroshima, in una base nell'isola di Saipan. L'aereo aveva il nomignolo di Enola Gay.

2 ago 2011

Strage di Bologna. Documentario su History Channel

PER NON DIMENTICARE






Il 2 Agosto 1922 un gruppo di giovani antifascisti, tra i quali alcuni anarchici, ingaggia uno scontro armato nei pressi di Pontarcione con i camion dei fascisti di ritorno dall'aver assassinato i fratelli Gigli la sera prima. Muore nella sparatoria Filippo Filippetti, membro degli Arditi del Popolo, sindacalista dell'USI per il setto...re edile.Dopo un crescendo di aggressioni compiute dai fascisti nei confronti delle organizzazioni del movimento operaio, sedi sindacali, politiche e culturali, e singoli militanti, con decine di morti fra gli antifascisti, i sindacati indicono uno sciopero generale ad oltranza in tutta Italia per fermare le violenze, che inizia il 1° agosto 1922. I fascisti, finanziati da agrari ed industriali, armati dai Carabinieri e dall'Esercito, protetti dalla monarchia e dai circoli militari e clericali, aggrediscono le roccaforti operaie, ma sono ovunque respinti: a Parma, a Bari, a Roma, a Civitavecchia, in decine di centri i proletari armati si oppongono alle violenze, con l'appoggio degli Arditi del Popolo. Livorno è uno dei centri dello scontro; militanti anarchici, socialisti, repubblicani e comunisti cadono sotto il piombo fascista, ma nei quartieri proletari si resiste all'invasione. Solo quando la CGL e il PSI, sperando in un ennesimo compromesso, si ritireranno dalla lotta il Governo potè aprire la strada ai fascisti mandando Esercito e Carabinieri a disarmare gli oppositori, sostituendo gli amministratori di sinistra con commissari prefettizi. In uno di questi scontri cadde Filippo Filippetti.

Fondazione Berti-per non dimenticare

Fondazione Berti-per non dimenticare

1 ago 2011



Biografia
1863 Pietro nasce a Livorno il 7 dicembre, alle ore 6,30 del mattino, in P.zza delle Erbe.

E' figlio di Domenico Mascagni e di Emilia Reboa. Domenico è proprietario di un forno sotto la casa dove abita.

1873 In ottobre la madre, a soli 32 anni muore lasciando il marito con i suoi cinque figli. Pietro, il più desideroso di apprendere tra i figli, viene avviato agli studi ginnasiali. In seguito, il giovane che sogna di fare il compositore, affianca agli studi umanistici quelli musicali: studia pianoforte e canta come contralto nella Schola Cantorum della chiesa di San Benedetto.



1876 Mascagni intraprende studi musicali più regolari e diviene allievo di Alfredo Soffredini, fondatore dell'Istituto Musicale Livornese. Il maestro era descritto come un tipo curioso: parlava a scatti, gesticolava, pieno di entusiasmo, appassionato, tanto era il calore con il quale esponeva le idee che sapeva suscitare nei discepoli la bramosia d'imparare e di fare.

1880 Compone le sue prime pagine sinfoniche e sacre. In particolare si citano la Sinfonia in fa maggiore, Elegia per soprano, violino e pianoforte, Ave Maria per soprano e pianoforte, Pater Noster per soprano e quintetto d'archi.

1881 In febbraio viene eseguita a Livorno la sua cantata In filanda a quattro voci soliste e a piena orchestra. In luglio scrive la cantata Alla gioia sul testo di Schiller tradotto da Andrea Maffei . In ottobre muore lo zio Stefano Mascagni, il suo primo, autentico e affettuoso mecenate.

1882 A maggio parte per Milano (Epistolario Vol.I lettera del 2 maggio a Soffredini) grazie all'aiuto economico del conte Florestano de Larderel. In ottobre supera l'esame d'ammissione al Conservatorio. Conosce l'ambiente artistico milanese e stringe amicizia con Giacomo Puccini e con Vittorio Gianfranceschi, ingegnere, appassionato conoscitore di musica, destinato a diventare suo fraterno amico per tutta la vita. Frequenta il musicista Amilcare Ponchielli . (Epistolario vol.I lettera del 7 giugno a Soffredini). Muore il fratello Carlo.

1883 Muore la sorella. Riprende la cantata In filanda e la trasforma per un concorso in un'opera in due atti.

1884 Il suo rapporto con il Conservatorio si fa sempre più teso. Compone la romanza per tenore con orchestra Il Re a Napoli, su parole di Andrea Maffei. Lo stesso Maffei è il traduttore del Guglielmo Ratcliff di Heine cui Mascagni inizia a dedicarsi, sognando l'opera grande.

1885 Dopo un polemico colloquio con il direttore del Conservatorio Mascagni si ritira dall'Istituto e abbandona gli studi regolari. Per mantenersi inizia allora una lunga peregrinazione in giro per l'Italia con compagnie d'operetta, in qualità di direttore d'orchestra (vedi Epistolario vol.I lettera del 1885- 25 aprile inviata a Gianfranceschi).







1886 Viene scritturato dall'attore e capocomico Luigi Maresca con il quale, dopo una lunga tournée approda a Cerignola, in Puglia. Nel frattempo si è legato ad Argenide Marcellina (Lina) Carbognani (1862-1946) conosciuta a Parma.

1887 A marzo il Consiglio Comunale nomina Mascagni "Maestro di suono e canto" nella costituenda Filarmonica. In ottobre il primogenito di Mascagni e Lina muore a soli quattro mesi.



1888 Il 7 febbraio Pietro e Lina si sposano nella Cattedrale di Cerignola. Il 7 febbraio il musicista dirige la sua Messa di Gloria interpretata dagli allievi della sua scuola. In luglio sul "Teatro Illustrato" appare il bando di concorso indetto dall'editore Sonzogno per un opera in un atto. Mascagni decide di partecipare e sceglie come argomento Cavalleria Rusticana di Verga e come librettista l'amico livornese Giovanni Targioni-Tozzetti (1863-1934) cui si aggiungerà Guido Menasci (1867-1925) (Epistolario vol.I lettera del 14 dicembre 1888 a Targioni-Tozzetti)).

1889 Il 3 febbraio nasce il figlio Domenico, soprannominato Mimì, in maggio conclude la stesura di Cavalleria Rusticana.





1890 La Giuria del concorso Sonzogno proclama le tre opere vincitrici su 73 partecipanti: Cavalleria Rusticana precede nella graduatoria Labilia di Nicola Spinelli e Rudello di Vincenzo Ferroni. (Epistolario Vol.I lettera del 10 marzo 1890 a Targioni-Tozzetti e Menasci). Il 17 maggio Cavalleria Rusticana debutta al Teatro Costanzi di Roma ottenendo un clamoroso successo di pubblico che si rinnovò ben presto in molti teatri italiani e stranieri.

1891 Il 3 gennaio nasce a Cerignola il secondo figlio di Pietro e Lina, Edoardo (Dino). Padrino è Edoardo Sonzogno. Si concerta la realizzazione di L'Amico Fritz. L'opera viene rappresentata al Costanzi di Roma il 31 ottobre.

1892 Il 21 agosto nasce a Livorno la figlia Emilia (Emy). In settembre partecipa all'Esposizione musicale di Vienna con Cavalleria Rusticana e L'Amico Fritz. Il 10 novembre alla pergola di Firenze va in scena I Rantzau.

1893 Si conclude la vertenza Verga-Mascagni-Sonzogno sui diritti d'autore per cavalleria Rusticana.

1895 Il 16 febbraio va in scena alla Scala Guglielmo Ratcliff, tragedia in quattro atti di Heine, sul podio come direttore lo stesso Mascagni. Il 25 marzo sempre alla Scala Silvano, dramma marinaresco in due atti di Targioni-Tozzetti. In ottobre è nominato direttore al Liceo Rossini di Pesaro.

1896 A febbraio al liceo dirige la Petite messe solennelle di Rossini e il 2 marzo mette in scena Zanetto, un atto di Targioni-Tozzetti da le Passant di Coppée. Replicata il 18 marzo alla Scala.









1897 Inizia la collaborazione con Luigi Illica (1857-1919) con Iris, commissionata dall'editore Ricordi. La stesura di quest'opera s'intreccia con Le Maschere cui lavorano i due stessi autori per Sonzogno.

1898 Fra marzo e aprile dirige sei importanti concerti alla Scala, eseguendo per la prima volta in Italia, la Patetica di Cajkovskij. Il 29 giugno a Recanati, in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita di Leopardi, Mascagni dirige il suo poema sinfonico A Giacomo Leopardi per orchestra e voce di soprano. Il 22 novembre al Costanzi prima di Iris, tre atti su libretto di Illica diretta dallo stesso Mascagni.

1899 In maggio iniziano a Pesaro i concerti con l'Orchestra del Liceo diretta da Mascagni. A maggio muore il padre Domenico.

1900 I Rapporti fra il musicista e il Comune di Pesaro si fanno sempre più tesi. Su invito del ministro della Pubblica Istruzione una commissione composta da illustri personalità del mondo musicale (tra cui Boito e Marchetti) compie una ispezione al liceo e nella relazione si schiera dalla parte del direttore. In marzo Mascagni è a Pietroburgo. A giugno dirige a Pesaro La Gavotta delle Bambole per orchestra d'archi. Il 9 agosto è invece sul podio al Pantheon di Roma per i solenni funerali di Umberto I.

1901 Il 17 gennaio Le Maschere debuttano contemporaneamente in sei teatri: Roma (con l'autore sul podio), Milano, Venezia, Torino, Genova, Verona. L'opera ha successo solo a Roma. In aprile è a Vienna e dirige il Requiem di Verdi in ricordo della recente scomparsa del musicista, Gustav Mahler lo invita per incarico della corte al Teatro Imperiale di Vienna.

1902 Nuova tournée europea. Mascagni dirige a Vienna, a Bucarest, a Madrid. Ad agosto viene destituito dalla carica di direttore a Pesaro. Scrive le musiche di scena per La città eterna di Hall Caine. Intraprende poi una tournée negli Stati Uniti d'America.

1903 In ottobre assume la direzione della Scuola Nazionale di Musica di Roma, carica che manterrà fino al 1911.

1905 Il 16 marzo a Montecarlo va in scena Amica, poema drammatico in due atti.

1906 La Corte d'Appello di Ancona condanna il Liceo di Pesaro con una sentenza favorevole a Mascagni.

1909 In agosto assume la direzione artistica del Teatro Costanzi di Roma. Inizia a lavorare a Isabeau insieme con Illica.

1910 Lascia la direzione del Teatro Costanzi. Conclude Isabeau. In aprile si lega sentimentalmente ad Anna Lolli, una giovane corista romagnola.

1911 Il 10 aprile prima di salpare per il Sud America, dà un'anteprima di Isabeau senza scene e costumi al Carlo Felice di Genova. Il 2 giugno Isabeau, opera in tre atti di Illica, debutta al Teatro Coliseo di Buenos Aires. La tournée sudamericana dura 7 mesi.

1912 Il 20 gennaio Mascagni alla Fenice e Tullio Serafin alla Scala dirigono contemporaneamente Isabeau. In aprile da Arcachon, D'Annunzio invia a Mascagni il manoscritto di Parisina. In maggio Mascagni, sotto falso nome, raggiunge D'Annunzio in Francia a Bellevue, in compagnia della figlia Emy e di Anna Lolli. Lì compone Parisina.

1913 Il 15 dicembre alla Scala prima di Parisina. Diretta dall'autore. Viene rimproverata l'eccessiva lunghezza dell'opera e Mascagni nelle repliche sopprime l'intero quarto atto.

1915 Compone su invito della Cines, la colonna sonora per il film Rapsodia Satanica interpretato da Lyda Borelli.

1917 Ad aprile va in scena al Teatro Costanzi di Roma Lodoletta, su libretto di Giovacchino Forzano.

1919 Al Quirino va in scena l'operetta Sì, in tre atti di Carlo Lombardo.

1921 Il 2 maggio al Costanzi dirige il nuovo lavoro, Il Piccolo Marat, tre atti di Giovacchino Forzano.

1922 In maggio Mascagni parte per una nuova tournée di sei mesi in Sud America.

1923 Il 14 gennaio all'Augusteo di Roma dirige Visione Lirica (Guardando la Santa Teresa del Bernini).

1924 In novembre va in tournée a Vienna, e apprende con dolore la morte dell'amico Puccini .

1925 La tournée continua a Praga, Varsavia e Budapest.

1927 Mascagni viene delegato dal Governo a rappresentare l'Italia in occasione delle celebrazioni organizzate a Vienna per il centenario della morte di Beethoven.

1929 Il 18 ottobre viene inaugurata la Reale Accademia d'Italia. Fra le personalità insignite dell'ambito titolo, accanto a Guglielmo Marconi, a Luigi Pirandello, a Enrico Fermi, a Gabriele D'Annunzio c'è Pietro Mascagni.

1932 Il 23 marzo al Teatro del Casinò di San Remo riprende la giovanile Pinotta, idillio in due atti.

1935 Il 16 gennaio va in scena alla Scala Nerone, l'ultima fatica mascagnana, tre atti di Targioni-Tozzetti dalla commedia di Pietro Cossa.

1940 Per il cinquantenario di Cavalleria Rusticana incide l'opera in disco.

1943-44 Chiude definitivamente la carriera direttoriale al Costanzi. di Roma.

1945 Il 2 agosto nella camera del suo appartamento all'Hotel Plaza di Roma (sua residenza stabile dal 1927) Mascagni muore.

Dal sito ufficiale Pietro Mascagni

nelle foto:Mascagni-Mascagni con Marconi