Lettori fissi

30 ott 2010



Il giovane Anteo

Tra tutti i falliti attentati a Mussolini, la vicenda di Anteo Zamboni è rimasta curiosamente fino ad oggi la meno conosciuta, nonostante quel colpo di pistola esploso a Bologna nel 1926 dal quindicenne Zamboni apre definitivamente le porte alla dittatura: in nome della sicurezza dello stato si demoliscono le residue garanzie dello stato liberale, si reintroduce la pena di morte, inizia a funzionare il Tribunale speciale.
Eppure di questo adolescente che suo malgrado con il suo gesto ha segnato la storia italiana ci viene consegnata una memoria controversa, lacunosa, alle volte mistificatrice. Coperta dalla pietà popolare per quella morte così truce: pugnalato seduta stante dagli squadristi e martoriato in modo bestiale dalla folla inferocita. Memoria altalenante tra eroe anarcoide antifascista (o addirittura come si è scritto "primo partigiano di Bologna") ed utile strumento di un gioco infinitamente più grande di lui. Di sicuro pensare che "Patata" come era soprannominato in famiglia - non certo per la sua spiccata sagacia - sia l'artefice solitario di un attentato che per la sua dinamica si rivela ben studiato, lascia un po' perplessi.
Ben venga l'ottimo lavoro della direttrice dell'Istituto della Resistenza di Bologna Brunella Dalla Casa (Attentato al duce. Le molte storie del caso Zamboni, Il Mulino, Bologna, 2000, pagg.291, lire 35.000) che ci aiuta a penetrare le molte mezze verità che hanno contribuito a stritolare il ragazzo ed a rendere inquietante la vicenda; a tal punto che lo stesso tribunale speciale, pur erogando prigione e confino a tutta la famiglia Zamboni, non riuscirà a fornire una spiegazione plausibile o a dimostrare un complotto.
Tra le tante ipotesi tese a spiegare il suo gesto l'autrice senza dare una risposta definitiva ne prende in considerazione diverse: l'azione adolescenziale solitaria di un ragazzo che desidera entrare nel mondo dei grandi attraverso un gesto eclatante, magari ispirato dalla mitologia anarchica annusata in casa attraverso il padre Mammolo appare la meno probabile, dato che Anteo era un balilla convinto. Inoltre lo stupore dei familiari per l'attentato è dovuto al non crederlo capace di architettare da solo un'azione simile...tant'è che i parenti per lungo tempo sosterranno la tesi dell'estraneità di Anteo.
Un complotto anarco-familiare appare altrettanto poco credibile perché il padre Mammolo oramai di anarchico aveva ben poco: egli non era più il tipografo ribelle antimilitarista d'ante guerra. All'epoca dell'attentato godeva grande stima da parte dei fascisti bolognesi cui stampava con entusiasmo i loro fogli di propaganda, aveva finanziato la costruzione della casa del fascio e soprattutto lo legava una profonda amicizia con Leandro Arpinati, capo del fascismo cittadino.
Certo, continuò a definirsi anarchico ma decisamente a modo suo se ancora in prigione dichiarava orgoglioso: "Non ho difficoltà di dire apertamente e lealmente che sono anarchico e Fascista nello stesso tempo" o, senza sapere che cosa gli riserbava il destino da lì a poco, scriveva al figlio Assunto commentando l'attentato dell'anarchico Lucetti: "W il Duce! Le carogne che cianciano contro di lui non sanno che aizzargli contro un povero illuso di un tagliapietra". D'altronde lo stesso Assunto, fratello maggiore di Anteo, finì per diventare una spia dell'OVRA.
Molto più credibili appaiono gli scenari che prendono in considerazione uno scontro di potere interno al fascismo, tra gli estremisti legati a Farinacci ed il nuovo corso normalizzatore voluto da Mussolini. Complotto maturato tra i duri e puri friulani come un'indagine dei carabinieri lascia intravedere salvo essere bloccata per decisioni superiori forse dello stesso Mussolini che di tutta questa vicenda rimase comunque l'unico beneficiario, trasformando un fallito attentato alla sua persona nell'occasione per chiudere definitivamente la partita con l'antifascismo e contemporaneamente di marginalizzare le frange estreme in seno al partito fascista.
Sicuramente il libro di Brunella Dalla Casa ha il pregio di non serrare le porte ad ulteriori sviluppi in sede storiografica anche se ci aiuta decisamente ad uscire da una memoria pericolosamente stereotipata che si ferma ad Anteo Zamboni, giovane eroe di famiglia anarchica vilmente massacrato dai fascisti. Ma attraverso quali percorsi si sedimenta una memoria collettiva è tutto un altro discorso.

Dino Taddei



da Rivista anarchica online

28 ott 2010




La conquista del potere: la marcia su Roma (28 ottobre 1922)



La possibilità di conquistare il potere con la forza fu prospettata per la prima volta da Benito Mussolini il 29 settembre 1922, in una seduta segreta a Firenze della direzione fascista. La decisione di passare all’azione si ebbe il 16 ottobre 1922, nella riunione a Milano del gruppo dirigente fascista, nel corso della quale venne anche costituito il quadrumvirato che avrebbe diretto l'insurrezione, formato da De Vecchi, De Bono, Balbo e Bianchi. Pochi giorni dopo, il 24 ottobre, al Congresso fascista di Napoli, arrivò il proclama ufficiale di Mussolini: "O ci daranno il governo o lo prenderemo calando a Roma".

Secondo i piani, il quadrunvirato, insediato a Perugia, avrebbe assunto nella notte tra il 26 e il 27 i pieni poteri e nei due giorni successivi sarebbe seguita la mobilitazione delle squadre fasciste che avrebbero occupato i punti chiave dell'Italia centrale. Le bande destinate a marciare sulla capitale (26.000 uomini) furono inquadrate in quattro colonne (una di riserva e tre concentrate a Santa Marinella, Monterotondo e Tivoli) e cominciarono a muovere verso Roma il 27. Mussolini rimase a Milano in attesa degli sviluppi della situazione a livello governativo.

In grande ritardo, dopo la mezzanotte tra il 27 e il 28 ottobre 1922, il presidente del consiglio Luigi Facta, richiamato il re da San Rossore (Pisa) a Roma, convocò il Consiglio dei ministri per predisporre il decreto di stato d’assedio, che dava pieni poteri al governo per disperdere i fascisti con l'esercito. Il generale Pugliese, capo del territorio di Roma, predispose, con i suoi 28.000 uomini, la difesa della capitale. La mattina del 28 le bande fasciste vennero temporaneamente fermate a Civitavecchia, Orte, Avezzano e Segni.

Vittorio Emanuele III, che alle due del mattino aveva espresso il suo accordo con la decisione del governo, quando di prima mattina ricevette Facta con il decreto (che era già stato affisso nelle strade della capitale), anche perché influenzato dal parere negativo di Salandra e di Giolitti, si rifiutò di firmarlo.

Caduto Facta, il re propose a Mussolini un ministero con Salandra, ma il duce rifiutò sostenendo la richiesta di un governo interamente fascista. Il 29 ottobre Vittorio Emanuele cedette e chiese formalmente a Mussolini di formare il nuovo esecutivo.

Quando i fascisti entrarono a Roma, era già tutto deciso. Nonostante la successiva mitizzazione della "marcia", essa fu essenzialmente una parata: le squadre fasciste, infatti, giunsero nella capitale 24 ore dopo che Mussolini aveva già ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo. Lo stesso duce arrivò a Roma in vagone-letto da Milano la mattina del 30 ottobre e la sera salì al Quirinale per sottoporre al re la lista dei suoi ministri.

La marcia su Roma e la conquista del potere da parte di Mussolini rappresentarono il momento culminante di un periodo di scioperi (il cosiddetto biennio rosso, 1919-20), violenza e illegalità diffusa cui le istituzioni dello Stato liberale – governi deboli e incapaci di durare a lungo - non erano riuscite a porre rimedio, e che aveva visto gli squadristi fascisti protagonisti, in contrapposizione ai socialisti, ai sindacati e alle leghe contadine.

Vissuto in forma minoritaria e marginale fino all’inizio del 1921, il fascismo si inserì nel vuoto di potere e nella crisi dello Stato liberale mediante la violenza e le spedizioni punitive delle "squadre d’azione" – spesso tollerate dalle autorità locali e in alcuni casi perfino appoggiate da esercito e polizia – contro Case del Popolo, sezioni socialiste e amministrazioni comunali rosse. Con le parole d’ordine del nazionalismo e dell’anti-socialismo, il movimento di Benito Mussolini raccolse in breve tempo il largo consenso sia di ex-combattenti, agrari a media borghesia urbana, sia dei centri di potere degli industriali e dell’alta borghesia (di qui la tesi secondo la quale l’avvento del fascismo avrebbe avuto la funzione di impedire la presa del potere da parte dei socialisti in Italia, accreditata anche dal fatto che le forze conservatrici europee inizialmente guardano con un certo favore all’ascesa di Mussolini).

Quando Mussolini andò al potere, buona parte della classe politica liberale era convinta che sarebbe durato poco. Lo stesso Giolitti, del resto, inserendo i fascisti nei Blocchi Nazionali – l’alleanza elettorale per il rinnovo del Parlamento del maggio 1921 - si era illuso di poterne sfruttare la forza contro l’esuberanza della classe operaia, per poi far rientrare gli squadristi nella legalità. Il fascismo invece si stava rapidamente costituendo come una vera e propria struttura statuale alternativa e quindi in grado di sostituirsi al modello liberale in decomposizione.

S.Berti F.

18 ott 2010


Anniversario della nascita di un garibaldino "contro"
AMILCARE CIPRIANI

Descritto da Tanini uno storico che seguì le sue vicende




Cenni biografici della vita di Amilcare Cipriani
Giulio Tanini
1920


E chi è Amilcare Cipriani, mi domanderà il primo dei miei due lettori? Se sei Italiano, amico mio, butta via questo libro, non mi disonorare col tuo sguardo interrogativo su queste pagine oneste; tu non sei uno spirito che meriti di leggere ciò che sto per scrivere, perchè - vedi, - io devo sfogare tutta l'anima mia parlando d'uno di quegli uomini che vengono di stampo garibaldino, che hanno fatto, per la civiltá latina, più di quello che farebbero dieci filosofi con cento libri dottrinari! Cipriani è un garibaldino, un rivoluzionario, un socialista, un anarchico.... ma che dico? niente di attributi a Cipriani, perchè è la rappresentazione pura dell'Italiano eroico, cavalleresco, generoso, giusto, integro, ideale e ribelle a tutte le ingiustizie; simbolo di quell'uomo umano che trionferà dopo secoli di lotte e di prove e di ribellioni. Esempio vivente di ciò che furono i nostri volontari delle guerre del Risorgimento, egli fu un milite dell'Ideale mazziniano-garibaldino: prima l'Italia (e disertore due volte), appartenne alla legione fatata di quelle camicie rosse che videro Milazzo, il Volturno, Aspromonte.... erano i tempi che i giovani non facevano all'amore con una dama ricca per sposarla; s'inebriavano di un amore più puro: con la Morte, - per l' Italia - anzi erano veramente innamorati d'una figura vaga, ideale, personificata in lei: e sposavano, pieni di gioia, la maliarda dagli occhi ingemmati: Italia e Morte, erano le due passioni fuse in una, che trascinavano la gioventù italica su' campi di Lombardia, in Sicilia, in Terra di Lavoro, a Roma per Bezzecca, per aver Mentana, a morire...

Nel 59, quindicenne appena (è nato il 41), scappa di casa per fare pedinquae rebus, da Rimini, una buona scorpacciata di chilometri e provar le gambe; giunto co' piedi gonfi e affamato a Torino, all'ufficio de' volontari, lo rifiutano; ma ha sentito dire che ad Asti è più facile ingaggiarsi; eccolo anche là: è arruolato nel 7° fanteria, Caporale a San Martino e portato all’ Ordine del giorno; dopo la pace di Villafranca, a Tortona dov'é condannato alla vita di quartiere, si mette a studiare... Guai a codesti uomini che gli nasce la voglia di sapere, di conoscere il mondo, di non esser ciuchi, e che, non essendo nati da genitori con di molti fogli da mille, o stufi (come Cipriani) di star sotto la fèrula d'un prete, vogliono allontanarsi dai volgari e dagl'idioti; saranno - col tempo - de' grandi infelici, e tutte le cose anderanno loro a rovescio; predestinati - per dir così - dall'infanzia, tra la fame, le lotte, le ingiustizie difendendo gli umili, diverranno martiri e simboli: e Amilcare Cipriani è un simbolo; il simbolo perfetto dell'autodidatta, del ribelle, del martire e dell'eroe. Tutto per gli altri, cuore, braccio, fegato: nulla per sè.

Era la primavera italica: Garibaldi (veggente solitario e poeta, ma, più che poeta, eroe creato da Natura per redimere gli schiavi del mondo; Garibaldi, che aveva lasciato nella lontana America il nome italiano temuto; che sulle pietre di Roma, aveva tenuto un giuramento di redenzione da fare impallidire papi e tiranni; Garibaldi, sentiva la voce della nobile, sventuratissima Sicilia: toccato colla sua vanga lucente il negrigno scoglio di Caprera, radunava a sè i leoncelli di Sant'Antonio, del Vascello, di Varese, di San Fermo, e, la notte del 5 al 6 maggio salpava àncora per Marsala.... Amilcare Cipriani, arrivava a Genova ventiquattr'ore dopo che il Piemonte e il Lombardo erano spariti dall'orizzonte e il dolore di Cipriani fu ben amaro. Eccolo da Medici e via, con la seconda spedizione ... ma disertore del regio esercito!

Terminata la campagna di Sicilia e, nel giòlito sabaudo, amnistiato, (ma contro cuore, come si vedrà), fu rimandato al reggimento, quindi contro il brigantaggio. Nell'agosto del 62 Garibaldi ha gettato il fatidico grido dal Bosco della Ficuzza: "O Roma, O morte". - Cipriani lascia il fucile regio nella rastrelliera, ed eccolo dall'Eroe; i bersaglieri di Pallavicini fucilano il fondatore dell'Italia Nova, il creatore della unitá italica; i disertori dell'esercito debbono mettersi in salvo: Cipriani si dà, con altri, alla macchia: il maggiore Salomone, anche lui disertore, vedutosi inseguito, si getta in mare e vi resta dalla sera alla mattina. Cipriani che è due volte disertore, cerca una foresta vicino a Fantina, con Trasselli, Pantano, e altri internandosi nel bosco; ma una squadra di sette

Costantino Bianchi (di Lodi)
Giovanni Botteri (di Parma)
Ernesto Pensieri (di Pavia)
Carniglio Cerutti (di Venezia)
Giovanni Balestra (di Roma)
Della Monea (di Roma)
e Ulisse Grazioli,
sono fatti prigionieri e senza pur l'ombra di processo, fucilati; Cipriani, dall'alto d'un colle, ai colpi di fucile s'accorse dell'orrendo assassinio perpetrato dal maggior De Villata, degenere lombardo, subito premiato col grado di colonnello. Tanta fu l'efferatezza dell'infame, indegnissimo ufficiale del 47° regg. che uno dei poveri martiri - il Bianchi - respirava ancora e si sarebbe salvato. Il medico Levante corse dal maggiore a dargliene avviso e lo trovò che leggeva questa lettera trovata in una tasca del povero Bianchi: era della madre.

- "Costante, figlio mio, non credere no, che mi addolori tanto il saperti fra pericoli dai quali sta solo il buon Dio il camparti. Io vado superba di averti partorito ed allevato alla difesa dell'Italia nostra, e quando, il che spero tra breve, potrò stringerti al seno, quale madre sarà più felice di me? Ma intanto, anche nel furor della mischia, ricordati di esser pio e generoso, pensa che i tuoi nemici, gli stranieri che opprimono la nostra terra, hanno una madre che li ama, come io ti amo, e che ti aspetta com'io ti aspetto..." -

Ebbene? questa lettera, lo credereste? non impietosì lo sgherro; voltosi al dottore, non temè l'ira del mondo, non temè l'esecrazione dell'Italia, dei nepoti:... "Finitelo!" rispose.

Onta eterna - anatema eterno - sui responsabili assassini.

Stette, Cipriani molti giorni ancora fuggiasco col fratello suo nella montagna di Gibilrossa, poi riuscì a imbarcarsi per la Grecia; ma in vista del Pireo, la nave naufragava, e il fuggiasco é costretto a lottare molte ore col mare. Giunge finalmente a terra e lo troveremo ad Atene mentre, proprio allora, ferveva la rivolta! Si fa capo d'insorti; interrorito re Ottone e riparato al confine, Cipriani è costretto a veder cambiar re, ma non Governo. Lui rivoluzionario, non aiuterà, la nuova monarchia! Pedinato, arrestato, sfrattato, eccolo a Smirne e quindi ad Alessandria d'Egitto dove s'impiega come magazziniere. Ma questa vita, poteva confarsi al nostro Eroe, a questo secondo Garibaldi, a cui solamente manca la fortuna ? Troveremo Cipriani capo di squadriglie nella famosa spedizione dei Cento Leoni europei, verso le Sorgenti del Nilo. Ma la spedizione, o per competizion de' capi o non so che altro, cessa a un tratto, e Cipriani ritorna ad Alessandria a piedi, attraverso pericoli e privazioni tremende: basti dire che deve cibarsi di frutta e carne cruda, dissetandosi al Nilo, succhiando quell'acqua pestifera, vivajo d'ogni insetto, attraverso uno straccio. In Alessandria riprende il suo impiego di magazziniere, riallacciando la comunicazione, giammai interrotta, con Mazzini e anzi, col suo consenso, fonda la Società Italiana Democratica e la Sacra falange: scoppiato, frattanto, il colera, fonda un Comitato di Soccorso e assiste gli appestati; (Garibaldi ha fatto lo stesso a Marsiglia nel 36); ma dall'Italia si annunzia la guerra al Tedesco; eccolo fondatore della Legione Egiziana è acclamato Comandante della stessa; ma non vuole gradi, non sa cos'è l'ambizione.... scappa, e lo troviamo a Brescia nel 1° Batt. Volontari Italiani. Semplice milite però, perchè non ha voluto obbedire nemmeno alla preghiera di Garibaldi: si battè a Montesuello, a Lodrone, nel Cimitero di Condino, a Castello, e a Bezzecca. Antonio Mosto, il gran ligure comandante del leggendario manipolo dei Carabinieri Genovesi di Calatafini, lo propone per la medaglia al valore, tanto eroica era stata la condotta di questo leone di Romagna. Ma Cipriani - ricordiamolo - due volte disertore, è costretto a riprendere l'amara via dell'esilio. Torna verso l'Oriente; arriva a Candia; partecipa all'insurrezione contro i Turchi (questa è la prima volta!) alla Canèa, a Gàidaros, a Santa Rumeli, a Sfakia ove fa vedere chi sono i garibaldini! ed è appunto in questa occasione che conobbe il famoso Gustavo Flourens, il generale della Comune, che egli vedrà uccidere.... Ma non precorriamo la Storia; a suo tempo, vedrai - o lettore - passare dinanzi a te, figure sublimi d'eroi, di martiri, di pionieri della futura fede immortale dei popoli, i creatori di quella giustizia che non esiste finora: a suo tempo!

Dopo la guerra Candiota, Cipriani ritorna ad Alessandria d'Egitto e, per la seconda volta, è al suo posto di magazziniere, sempre nella stessa Casa di Commercio.

Qui si scrive la pagina più amara, più dolorosa, più infelice, più ingiusta della sua esistenza. Ma devo fare un po' d'ambiente, perchè il fatto che accadde al povero Cipriani coinvolge, disgraziatamente, quella parte d'italiani che pullulano sempre nelle grandi città estere, gente senza coscienza, briganti in abito civile, invidiosi, traditori o degenerati. Aveva, Cipriani, fino dal 1863 fondato una Società di Mutuo Soccorso, fra Italiani, il cui primario scopo, però, di intesa col grande Agitatore esule a Londra, era quello di tener pronti fondi e preparar armi e petti per le ulteriori battaglie contro i Tedeschi; fra quell'accozzaglia di falsi Italiani, Cipriani doveva cadere anima generosa, sincera, aperta a tutti gl'ideali, ignara (come tutte le grandi anime candide) dei lavori sotterranei degl'invidiosi, in una rete tesagli per rovinarlo. Una notte, la terribile notte del 12 settembre 1864, invitato a una ribotta preparata in suo onore da parecchi compatriotti, tra i quali certi Ciucci, Santini e Menicagli, accortosi che gli uomini tra i quali si trova (v'erano anche sei o sette Greci) denigravano il nome italiano, s'accomiata: ma costoro (che appunto cercavano pretesto per aizzarlo e rovinarlo) gli si fanno addosso per trattenerlo, e passando dalle parole alle minacce, lo colpiscono co' bastoni ferendolo alla fronte con una coltellata al basso ventre, poi a una mano.

Cipriani non ha mica della malva nelle vene! chi, trovandosi in simili circostanze, non metterebbe mano al coltello per salvar la propria vita? È un baleno: chi cadde cadde; inseguìto, acciuffato, mezzo morto, per istinto della propria conservazione credendo fossero gli stessi che lo volevano morto, menò, menò, alla cieca e sentì cadere... erano due poliziotti del Kedive. Intanto anche l'altro, l'Italiano era morto: Cipriani, per giustificarsi della disgrazia avvenuta per difesa personale, chiesto il consiglio da un avvocato e assicurato da questo che la giustizia, dato il caso della legittima difesa non poteva fargli nulla, fu però avvertito (anche i buoni non mancano) che il Consolato italiano non gli rilascerebbe il passaporto: era chiaro che il Governo Egiziano aveva già preso le sue misure e stava per mettergli le mani addosso, e in quei tempi, un Rumi (un cristiano, come li chiamano gli arabi per dispregio) uccisore di mussulmani (e in propria difesa disgraziatamente ne erano caduti due) andava al capestro. Cipriani, dunque, non se lo fece dire due volte: prese il mare e si recò a Londra, dove si mise a fare il fotografo.

Questa pagina della vita di Amilcare Cipriani - io credo, - fu la piú amara di tutte quante egli ne ebbe a passar poi nelle varie galere laddove lo vollero rinchiudere, come un leone pericoloso, le consorterie di tutti i governi coi quali, l'indomito ardente Romagnolo ebbe a che fare. E poi, anche perchè nell'animo generoso dell'eroico garibaldino, frizzava la ferita morale di aver dovuto uccidere, per salvar se stesso. I buoni, i veri uomini e gli amici coscienziosi, giusti, liberi nel pensiero e nel cuore dei preconcetti della società borghese non potevano ritenere, nè ritennero mai, che Cipriani avesse commesso un delitto: ma questo non avveniva con quelli che ne volevano la distruzione, morale e materiale; e non ci voleva meno di quella fortissima tempra di bronzo, e di quel carattere adamantino, per resistere, vincere, trionfare su sè, su gli altri, nel mondo e nella Storia. Verrà un giorno però, che gli sgherri e i lacchè della monarchia coglieranno la palla al balzo per tentar di annientare un uomo lo incateneranno, lo sotterreranno, lo condanneranno ai più duri tormenti, ai maltrattamenti più raffinati, gli toglieranno l'aria, la luce, la libertà, tenteranno, con ogni sevizia, di farlo sparire dalla faccia della terra, ma - novello Farinata, sorgerà più terribile, più dispettoso, più fulgido dal suo avello di Morte: sarà esule, vivrà doloroso fra gente non sua, mangerà uno scarso pane guadagnato frusto a frusto, ma la Storia se lo prenderà come simbolo di audacia, sì, di ribellione, sì, ma sempre per la giustizia, per l'invitto trionfo dell'onestà e dell'onore - Sarà un simbolo d'eterna ribellione.

Cipriani rimase a Londra lavorando come fotografo diversi anni, credo tre e, non è da maravigliare che seguisse le orme e fosse un sollecito milite del grande Genovese, con questo però, che l'anima di Cipriani era anarchica e socialista, e la repubblica, sí, era un passo, ma un passo soltanto a più rosse aurore, a giustizie più complete. Visse però sempre intimamente con Giuseppe Mazzini e anche ne fece il ritratto, bellissimo perchè aveva anima di poeta e d'artista, e lo scarso stipendio non riesciva a tarpare in quell'uomo fierissimo la voglia di lavorare e lavorar bene e con passione, privilegio sensibile delle vere grandi anime che anche sulle minime cose mettono il sigillo personale della bravura, dello zelo, della perfezione.

Arriviamo al 1870, anno in cui la propaganda mazziniana soffia con intenso ardore ne' cuori della gioventù italiana: scoppiano i moti delle bande nel Lucchese: Tito Strocchi, l'antico mio Maestro, del quale avró a riparlarne più innanzi, Pietrino Barsanti... sono pagine roventi di fede mazziniana, Cipriani varca la Manica per accorrere a' moti rivoluzionari, toscani, di Lombardia, di Romagna; ma la Francia l'arresta: è imputato di complotto (il complotto Blois-Cipriani contro Napoleone: espulso fugge a Lugano, poi torna a Londra, ma intanto scoppia la guerra e l'invasione prussiana, e detto addio alla compagna, Adolfina Rouet che gli aveva regalato una bella bambina - Fulvia, - vola a Parigi in difesa del popolo e dell'onore Francese. Scoppiata la rivoluzione e proclamata la Comune, Cipriani si dà anima e corpo al gran sogno. I disastri, le defezioni, i dolori di quella gran guerra sono noti: una dopo l'altra le fortezze del confine si danno ai Prussiani: il popolo è furente con Flourens, (l'antico suo compagno d'armi a Candia) Cipriani forma un corpo di 80 battaglioni della Guardia Nazionale. Jules Favre, Jules Ferry, i generali Trochu e Tamissier, arrestati, poi liberati, perchè la reazione guadagna terreno. Cipriani arrolatosi nel 1° batt. dei tiratori, riprende una trincea caduta in mano dei prussiani, combatte in altre venti battaglie, a Champigny, a Montretout, e così gagliardamente da venirgli offerta la croce della legion d'onore che egli ricusa con questa lettera: «Grazie dell'onore. Non accetto la croce: prima di tutto perchè l'accettarla sarebbe contrario alle mie idee, e poi perchè i garibaldini non accettano simili onori se non quando piantano le tende nel campo nemico.» Appena firmata la pace, essendosi dato a difendere l'elezione di Flourens, lo vogliono arrestare: fugge a Lione, raggiunge l'esercito dei Vosgi, ma Flourens lo richiama perchè le barricate sono sorte in Parigi, e ci vogliono gli uomini di bronzo di quello stampo.

Fatto comandante della Piazza Vendôme, poi colonnello di Stato Maggiore, con Flourens deve uscir di Parigi per combattere i Versagliesi, e l'infame Thiers. Bisogna leggere le pagine dello stesso Cipriani se si vuol sentire con quali animi e devozione i difensori della Comune sostennero fino all'ultimo sforzo l'onore di quell'idealità che, nei secoli, avrà mutato faccia alla terra e alla società.

Arrestato, dunque, e trascinato a Versailles (e nelle varie carceri gli fecero scontare con sofferenze inaudite i generosi entusiasmi) fatto il sommario processo, si condanna a morte. (Questa è la seconda condanna di morte!) per un caso straordinario; o che fossero stanchi di sangue o altro, di lì a poco gli commutano la pena in deportazione perpetua; e il 3 maggio del 1872, con altri sessanta compagni di sventura, imbarcato sur un pessimo bastimento eccolo - il nostro eroe - in viaggio per la Nuova Caledonia. Anche se io non avessi già, nelle pagine precedenti (sebbene sommariamente) tentato di dare un cenno di que' climi oceanici, ove il calore, gl'insetti, la scarsezza d'ogni civiltà, le zanzare, sono di per sè già un tormento inenarrabile; mi sarebbe impossibile dire, con parole e descriver con frasi, i martiri a cui fu dannato l'infelice durante otto anni eterni che vi trascorse. Lungo il viaggio, che durò un paio di mesi, Cipriani fu sottoposto alle più crudeli e feroci rappresaglie dall'infame Capitano (Riou de Kerprigeant) il quale, feroce imperialista e tutta roba dell'antico regime, non gli pareva vero d'aver fra le grinfie un Comunardo, anzi un Capo di Comunardi! - appena a bordo, quel vile sgherro si fa condurre Cipriani dinanzi dandoli di brigante... «Siete un vigliacco!» gli risputa in faccia il fiero romagnolo; soffocando d'ira, lo fa cacciare in fondo alla stiva e ve lo tiene per 45 giorni: incatenato mani e piedi, senz'aria, senza potersi movere in uno spazio a malapena capace per ricoverare un cane, affamato, assetato dovette (lo ha confessato lui stesso) beversi la propria orina e leccare le proprie catene per trovare un refrigerio al martirio; vietatogli il medico, l'infermeria, i medicinali, viene finalmente sbarcato malatissimo e posto all'infermeria, appena potendosi reggere in piedi, è cacciato in una capanna. In quell'inferno - unica speranza, l'evasione! ma il forzato che vuol evadere deve preparare i mezzi, denaro per corromper gli aguzzini..., Cipriani, a cui l'indomito carattere, per un nonnulla, per dignità, perchè è un leone e non un coniglio, basta poco per diventare un ribelle, a ogni più piccola protesta: in carcere! per sei, per diciotto mesi a morire o a consumarsi dai martirii: l'ultima volta fu condannato a 18 mesi di carcere duro, 3000 franchi di multa e dieci anni di sorveglianza. I 18 mesi gli furono commutati in lavori forzati, e sapete come li passò? spaccando pietre sulla strada, sotto la sferza del sole, la rabbia delle pioggie, la fame, la sete e l'ardente desiderio di vendicarsi degli uomini e della Societá cosidetta civile.

Infelice Cipriani! Qual altro eroe - dite, - quale altra figura, quale altro uomo troverete voi che abbia sofferto tanto per mantenere puro il carattere, saldo l'animo, integra la coscienza, ammirabile la serena visione della sua virtù non mai offuscata, ma sempre adamantina, romagnola, italiana?

Dopo tante torture, e poiché il tempo, tutto sana, anche, per Cipriani suonerà la campana della libertà! Della libertá? vediamo. Tornato a Parigi nell'80, il famoso Rochefort, quell'unico inarrivabile polemista dell’Intransigente (capace di scrivere in una colonna sola gli articoli piú maravigliosi ch'io abbia letto, brillanti e caustici, logici e inimitabili) lo saluta dal suo foglio, con queste parole; «Cipriani est la loyauté même. Il a pendant le siège risqué sa viedans dix combatts pour la defense de la France, qui n'est pas la patrie. La France, toujours génereuse, par dix ans de déportation à la Nouvelle Caledonie»

Passato in Svizzera (ove conobbe Cafiero), poi a Milano, si può immaginare con quanta adorazione l'eroico Romagnolo fosse fatto segno all'amore di tutti gl'italiani: venivano da tutte le provincie, specie dalla terra natale - dalla sua Rimini, ove l'altro suo fratello (ora divenuto cieco), vecchio garibaldino del 66 e d'Aspromonte anche lui - aveva conservato sempre accesa la sacra fiamma dell'ideale rivoluzionario. Cipriani è un vessillo, cento associazioni gli dànno l'incarico di rappresentarle al gran Congresso di Roma. Ma il giorno che doveva aver luogo, la polizia lo proibisce, e Cipriani lancia una protesta: "Agli oppressi d’Italia", e lascia Roma indignato: giunto a Rimini, uno stuolo di questurini l'arresta. Suo padre, che l'aspetta da 22 anni, ammalatissimo, dal crepacuore di non poter rivedere il figlio che sa trascinato colle manette a Milano, muore senza poterlo abbracciare! Da tutte le parti si grida: amnistiate i colpiti politici; a Cipriani viene detto e gli si scrive che fra pochi giorni sarà, finalmante, libero. Considera tu, o lettore, lo stato d'animo del grande rivoluzionario: da un momento all'altro potrà esser libero, godersi l'aria del suo dolce paese, dopo tanti e tanti anni d'avventure e di lotte: ma una disillusione, un'amarissima disillusione gli sta preparata. La porta del carcere s'apre, e il capo-secondino gli dice paternamente: Cipriani, vi vogliono giù!... Libertà,.. pensa Cipriani - invece era un mandato di cattura!

Il governo italiano, per sbarazzarsi di quest'incomodo e temibile cittadino, gli andava a rivangare il fatto Santini di 15 anni prima! E così, dopo un infamissimo, mendace, sbirresco processo in Ancona, il paterno governo d'Italia lo faceva dannare a 25 anni di galera. Invano tumultuò il popolo, la Romagna, in Comizi, in giornali, al Parlamento; invano uomini del Fôro d'altissimo grido (un Ceneri, un Pessina e dieci altri) interposero il diritto vero e l'interpretazione giusta del caso e della prescrizione: condannato, subí, come Cristo, la condanna; trangugiò, come Socrate, il veleno fino alla feccia; le catene di ferro che sublimarono uomini quali Colombo, Mazzini e Garibaldi, tornarono a stringere i polsi e i piedi dell'eroe del Volturno, di Bezzecca, della Comune. Non fu permessa la revisione del processo e l'esecuzione dei tre testimoni che sarebbero stati realmente i soli a salvarlo: Menicagli di Livorno, Ciucci (che credo pure Livornese).

1882 - 1888! sono due cifre mute; sei anni di patimenti fisici e morali per Cipriani che è temprato nel bronzo;

2703! un altro numero, che raccoglie in sé l'onta d'Italia; che getta il fango su la razza; che borchia d'infamia per l'eternità i bastardi degl'italiani tirati su per le sacrestie e negli uffici governativi, consorti, camorristi, mafiosi, sbirri, spie piene d'ogni sozzura.

V'erano anche i generosi però; una plejade di pubblicisti, d'avvocati, di letterati, di popolani, di operai, d'artigiani, che lo vogliono fuori. Comizi, societá operaie, poeti, con la parola e con la penna, Carducci a capo - Rapisardi, Aurelio Saffi, Andrea Costa, Bovio, Filopanti, Antonio Maffi, Antonio Fratti, Missori, Menotti in Italia; e all'estero il compagno di Cipriani, il Comunardo e Storiografo della Comune Benoit Malon, la Michel, Vaillant, il Comitato Elettorale di Rimini, di Ravenna, di Forlí, clamano a piena voce l'indulto per Cipriani. Ma il governo, che conosce l'uomo, che fa? subordina l'indulto, alla domanda di grazia, quanto dire, che Cipriani morrà in galera. È mai possibile che una coscienza ferrea come la sua, rinneghi tutto il passato, infranga il carattere cosí come (pur troppo) tanti e tanti lo infransero perchè l'aria, la luce, il sole, la libertà, la famiglia li seducono? famiglia, libertà, sole, luce, aria, la vita istessa insomma, periscano.... Cipriani ha per blasone "Frangar non Flectar" ma non per rettorica - o no! - per alta convinzione eroica, per essenza di tutto sè, strana condensazione (ma che dico?), fermento d'ogni ideale, d'ogni virtù, d'ogni sacrificio. Se Carducci scrive: "Diritto, umanità, richiedono che si provochi per Amilcare Cipriani l'azione di grazie" - Cipriani risponde - in furore - ...."Mi si mette fra il bagno e la libertá imbrigliata. Senza esitare, scelgo il bagno. Io mi sento più onorato, ora che sono perseguitato dal loro odio, che se fossi protetto dalla loro clemenza; voi curvate la testa, proponendomi una viltà?"

Vinse il popolo: cioè la paura che il governo ebbe della minaccia della sua collera....

Il 27 luglio 1888 Amilcare Cipriani escì libero, senz'aver piegato la spina: l'Italia si purgò (dico la mafiosa Italia) con voltar gli occhi da un'altra parte, fingendo di non vedere l’Onorevole e la buona Italia gli fece tali ricevimenti, una vera Apoteosi - meritata, povero Cipriani - che, io credo, rimettesse in salute sollecitamente il nobile e fiero amico. Lungo il percorso ferroviario, a tutte le stazioni laddove si fermava il treno, perfino ai passi a livello e alle stazioncine di transito, s'accalcavano plaudenti operai, contadini, popolani, soldati. Folle immense salutavano il fischio che annunziava il suo arrivo; moltitudini frenetiche gli mandavano saluti, fiori, baci al ripartire.

Così chiudevasi, e non poteva altrimenti, la quarta epoca della esistenza dell'indomito rivoluzionario, di colui che, giammai, mutò aspetto nè mosse collo nè piegò sua costa.


*
* *


Incomincia ora una vita nuova, ma sempre di combattimento, per il nostro eroe: un mese dopo d' esser uscito dal carcere, Cipriani tornò a Parigi e solo, poi assistito da Malon, Pichon e Millerand fondò l’Unione dei Popoli che ben presto doveva contare quindici mila Soci; lanciò un Manifesto e un giornale: Guerra alla Guerra. Trasformatasi quell'associazione nella Fratellanza Universale dei Popoli, lavorò potentemente a gettar le basi democratiche d'un'intesa di popoli per l'internazionale socialista. Era sorto intanto un ambizioso, un soldato audace: Boulanger - che voleva distruggere la Repubblica: il 1889, 1890 e 1891 trascorsero così per il Cipriani fra lotte sociali e miseria. Chiamato dagli amici al Congresso rivoluzionario di Capolago, giunto a Roma il 1° maggio e recatosi a presenziare il Comizio in Piazza Santa Croce in Gerusalemme, nella sommossa provocata dai questurini e anche dalle infocate parole dell'anarchico Galileo Palla, mentre Cipriani sta per parlare, alcuni carabinieri e guardie vengono accoltellate; la folla tenta disperdersi ma la gran piazza è circondata dalla truppa che carica i dimostranti: Cipriani, sceso dalla tribuna, tenta ricondurre la calma, ma un questurino, di nome Raco (lasciandolo all'eterna infamia) gli si caccia addosso e gli appunta la rivoltella... ma - la guardia cade pugnalata, e Cipriani vede un giovine, alto vigoroso, che gli dice At Salot! (ti saluto) e sparisce.

Nel fuggi fuggi, generale, Cipriani si salva in una casa, pedinato e arrestato, subisce un nuovo processo e vien condannato a 3 anni di reclusione: n'esce sul '94. Durante il processo, gli piantò sempre gli occhi addosso un giovine, bruno, alto, col famoso cappello alla romagnola: era quello che gli aveva salvato la vita! Chi sarà stato?

Tornato a Parigi nel 97, e scoppiata l'insurrezione di Creta, eccolo di nuovo in Grecia, Capo d’insorti e volontari, con un nucleo di altri eroici fratelli nostri. Durante una marcia, in un anfratto, sur un prato fiorito, sente Cipriani il pianto di una creaturina: avvicinatosi, scopre una bambina cieca abbandonata dalla madre - la prende in collo la rifocilla e per sentieri impervi, sotto il cocente sole d'estate, cerca dove poter rifugiare l'infelice creaturina finchè trovato il deputato di Làrissa gliela consegna; ma il brav'uomo cerca esimersi dicendo che ha 6 figli; però la moglie, commossa, la riceve dicendo saranno sette! A Domokos, combattendo Cipriani le ultime ore della gran battaglia, riceve una palla in una gamba che lo stramazza a terra; portato ad Atene e imbarcatosi per l'Italia, viene curato all'Istituto Rizzoli di Bologna, ma è costretto a camminar sulle grucce per vari anni. I suoi romagnoli, lo vorrebbero bensì deputato, ma egli non vuole assolutamente giurare. Esule piuttosto! E torna a Parigi in cerca di lavoro per campare: prima nel Petite Republique come redattore, poi, con le medesime retribuzioni, alla Humanité, il giornale socialista di Jean Jaurès.

A questo punto della vita di Amilcare Cipriani, si apre una pagina che ha del romantico; la passata esistenza del gran rivoluzionario (come s'è visto) per combattere i nemici della libertà e dell'umanità: ora vedremo Cipriani negli affetti familiari; uomo, padre.

Un bel giorno Cipriani riceve una lettera da un artista, un certo Jacques Wely, celebre per i suoi disegni satirici sui giornali parigini. Questa lettera gli comunica che egli crede d'aver per moglie Fulvia la sua figliola nata a Londra. Un fulmine a ciel sereno, perchè dopo quarant'anni aveva perduta di vista la madre e null'altro aveva più saputo della piccina. Dubitando di qualche astuto imbroglio preparatogli da nemici, si confida a persona fida e si assume il segreto incarico di verificare il vero. La sorte doveva sorridere ad Alfredo Talamini il noto corrispondente dell’Avanti! e di altri giornali socialisti; recatosi al villaggio in cui vive il disegnatore vide la signora e il marito: le fattezze di lei erano quelle di Cipriani! non v'è dubbio. Da trent'anni la povera signora mulinava tra sè e sè chi poteva mai essere quell'Amilcare Cipriani di cui parlavano tanto i giornali, come famoso comunardo, e rivoluzionario, dell'eterno ribelle contro tutte le oppressioni? E le pareva che quel mistero divenisse sempre più chiaro leggendo e rileggendo la sua fede di nascita: Fulvia, Lavinia, Itala, Roma! nata il 10 gennaio 1870, nomi che le aveva imposti il 9 marzo 1870 suo padre, il quale appariva ben chiaro. Amilcare Cipriani, e quello della madre Adolfina Cipriani nata Ruè, con la firma originale e l'indirizzo: 12 Oxford Market, Marylebone (Londra).

E si ricordava che, cresciuta, i vicini, per ischerzo, le davano della Comunarda! E quell'uomo che essa, ora, ardentemente voleva ritrovare, aveva passato una vita infernale, ma anche luminosa: garibaldino, condottiero, esule....

Il 26 giugno 1908, la figlia, accompagnata dal marito e da Talamini si presentava al padre, su a un 4° piano della rue Montmartre 142 a l’Humanité: l'incontro fu quanto mai si potrebbe dire terribile. Il padre, rivedeva dopo 38 anni, quella figlia che egli aveva baciata l'ultima volta la sera del 4 settembre partendo per difendere la Francia.

Ho letto, che appena il padre vide il certificato inglese in tutta regola, rivoltosi a' coniugi disse: - "Mah! sapete che sono restato povero?" - e la figlia Fulvia rispose: "lo sapevamo, babbo!" e allora un raggio di sole, un sorriso risplendette negli occhi e sulle labbra del povero esule. Nell'inventario dei valori umani, variano le passioni, i giudizi, a seconda delle circostanze - direi quasi, dell'ora e del minuto; finchè la storia si sovrappone col suo verdetto, giusto talvolta, falso tal altra: e essi anche per Cipriani, la Storia, puntando il dito sulle sfere delle ore, dei minuti e dei secondi di quell'esistenza, pare finalmente che gli assegni una tregua al patire, che gli dia un respiro ai colpi di ventura.

La vita di Cipriani, da quel tempo, scorse tra l’Humanité e la cameretta (modesta e poverissima d'ogni comodità, meno che ricchissima di libri e opuscoli d'ogni genere). L'Italia lo chiama deputato e lo vuole a sè; ma... hanno voglia di eleggerlo a Roma, a Milano.... Cipriani non giura, dunque non farà da comparsa fra i cinquecento e tanti camerieri del re (come li chiamava Garibaldi) e, invano, s'illudono gli ambiziosi di ogni partito, di poterlo trarre a loro per sventolarlo come un orifiamma e come un simbolo; Amilcare Cipriani - il rosso leon di Romagna, se in Italia fosse venuto sarebbe solo per aprir scuole di fierezza e d'indomito carattere. Ma quali saranno li scolari? questi, che io ho sentito, or' è poco gridare W il re, W la guerra, o quelli che avendo gridato fino a ieri W la rivoluzione, hanno finito per gridare: «se si va contro l'Austria combatto anche sotto il re?» La rivoluzione! Cipriani sì, che l'ha predicata e fatta, la rivoluzione!

Quì pongo fine alla rapida biografia di Amilcare Cipriani, non senza aggiungere che mi ero dimenticato un episodio quasi altrettanto bello d'una battaglia combattuta e vinta: una nobile e vecchia amica sua, ammiratrice sincera, giunta in punto di morte, gli lasciò cinquantamila lire: ma anche contro le insistenze delle figlie, gentili amiche sue, Cipriani ricusò, ne vi fu verso ch'egli volesse accettare un soldo: alle istanze amorose delle buone amiche, sapete cosa accettò? una poltrona consunta che aveva appartenuto alla filantropica amica sua.

Eccovi l'uomo - o giovani: - eccovi uno di quegl'Italiani che illustrano tutta una nazione: fra dieci anni, il nome di Cipriani sarà come quello d'uno dei più nobili eroi, portato simbolo d'incorruttibilità, di patriottismo e d'amore veramente umano. Felici coloro che lo conobbero; più felici coloro che poterono seguirlo, imitarlo, venerarlo.


*
* *


Amilcare Cipriani si spense il martedì sera del 22 maggio 1918 in una Casa di Salute dove era ricoverato. Il vecchio leone, scomparso completamente dai Boulevards di cui era una delle figure caratteristiche, aveva finito per ritirarsi dalla vita, solitario e dimenticato dai suoi compagni rivoluzionari. Fino all'ultimo, il rivoluzionario romagnolo conservò la fede patriottica, Comunistica, socialista, internazionale e la fiducia nella vittoria del nostro paese.

Trascrivo qui una lettera, preziosa per noi - uomini di rosso cuore, e fidenti nella evoluzione imperterrita dell'ideale più ardente: l'Internazionale comunista. Poche parole, ma che condensano tutta la grand'anima del Maestro, del Simbolo:

"Egregio Amico,

"Grazie sentitissime per il bel libro, che gentilmente mi inviaste, e per la bellissima dedica che con molto compiacimento vi faceste per me.

"L'ho percorso, è bello.

"Lo leggerò ancora e sempre, onde pregustarne tutte le bellezze e vivervi i miei anni giovanili, ormai tramontati da un pezzo.

"Sarà un gran sollievo per la mia vecchiezza, leggere le prodezze dei giovani ed il loro sacrifizio, che se frutta a un trono, ed a un indegno governo, copre di gloria l'Italia nostra, sempre bella, sempre grande, sempre gloriosa, e pur sempre serva!

"Stringendovi amichevolmente le due mani, mi dico il vostro sempre:

A. Cipriani




IL TESTAMENTO


Le sue ultime volontà, le sue ultime voci furono quelle che per tutta la vita lunghissima è dedicata tutta alla libertà dei fratelli del mondo, furono queste:

"Quando sarò morto verrete sulla bara a darmi la notizia che Trento e Trieste saranno libere, che Metz e Trasburgo, la Colonia intera, l'America... Verrete a dirmi che tutti questi giovani non sono morti invano, e che non vi sono più popoli oppressi sulla terra. Verrete a dirmi che non vi sono più imperatori nè re a Vienna nè a Berlino: che il mondo è davvero in marcia, questa volta verso la Pace e la Giustizia Internazionale."

pubblicato da Susanna Berti Franceschi

8 ott 2010

vedi




INTERVISTA | di Michele Fumagallo
storie - UNITÀ D'ITALIA, LE RIBELLIONI DIMENTICATE
Cilento RIVOLUZIONARIO
«Volevano la Costituzione francese, ottennero la repressione e le loro teste furono esposte davanti alle case dei parenti. La rivolta cilentana del 1828 è fondamentale per capire il Risorgimento al sud. E per combattere la nostalgia dei Borboni». A colloquio con l'editore Giuseppe Galzerano, ispiratore del film «Noi credevamo» di Mario Martone. Il racconto di una terra poco conosciuta
Il Cilento è oggi una terra di grandi potenzialità inespresse, a dispetto del gran parlare che si fa di ambiente, cibi genuini, mare pulito. Non tutto è come si dipinge e i mostri o mostriciattoli urbanistici si contano a centinaia. Del resto la stessa costituzione di un Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano non ha prodotto quel passaggio a un futuro del tutto nuovo, dove ambiente, mari puliti, aria pura non possono che coniugarsi con un "nuovo modello di sviluppo". Un nuovo modello che pochi vogliono davvero, perché pochi sono disposti a lottare e pagare i prezzi per averlo. Tuttavia la contraddizione tra passato, dove il cemento, meglio l' "ideologia del cemento", la fa da padrone e futuro reinventato a misura di un uomo nuovo, esiste ed è pane quotidiano per tutti. Forse è anche la contraddizione che ha portato alla morte, esattamente un mese fa, il sindaco di Pollica-Acciaroli Angelo Vassallo.
Acciaroli, piccolo porto del Cilento, è diventato, dopo l'assassinio del suo sindaco, punto di riferimento per tanti. Ma la serata di martedì 21 settembre è forse quella che resterà nella memoria del luogo come esempio incoraggiante di rapporto cittadini-artisti-istituzioni. È stato presentato, in una delle anteprime nazionali previste prima dell'uscita nelle sale a novembre, il film di Mario Martone "Noi credevamo", epopea del nostro Risorgimento che ha nel Cilento una delle sue locations e dei suoi riferimenti storici. Grande emozione ha suscitato il film nelle sue tre ore e venti di proiezione, con un pubblico foltissimo e attento. Tra i più entusiasti della serata vi è Giuseppe Galzerano, editore cilentano di Casalvelino Scalo. Giuseppe è un figlio del tutto particolare di questa terra, a cui ha dedicato studi e ricerche in ambito di storia e memoria popolare. Soprattutto studi di scavo nella realtà rivoluzionaria di un territorio tra i più interessanti nella storia del nostro paese. Il film ha, del resto, preso molti spunti da un testo pubblicato da Galzerano nel 1998, le "Memorie di Antonio Galotti" che riportano in auge la storia dimenticata della rivolta del Cilento del 1828. Galzerano ha anche avuto una piccola parte nel film, nel ruolo di Galotti. La nostra discussione parte proprio dal senso che può avere una storia ricca di testimonianze rivoluzionarie preunitarie, in un periodo in cui si festeggiano in malo modo i 150 anni dell'Unità d'Italia, in un territorio cerniera tra la Napoli del Regno borbonico e il resto del Sud. Una discussione che può anche avere un senso sulla storia di oggi? Galzerano pensa di sì, a condizione che l'oggi sia quello politico, non il miscuglio tra episodi che non vanno assolutamente confusi come l'assassinio probabilmente camorristico del sindaco Vassallo e una storia che ha un valore del tutto politico. «Il rischio - dice - è che si aggiunga confusione a confusione senza far capire le origini vere di un'unità italiana concepita in modo del tutto opposto alla conclusione dei Savoia. Cioè un'unità repubblicana vera, non un'annessione. E questo senza nulla concedere al regime oppressivo borbonico di allora e alle revisioni interessate e neoborboniche di oggi».

Il Cilento torna alla grande col film di Martone a ricordarci le sue radici e le sue origini sovversive. Tu che ne hai studiato i movimenti e le carte, cos'hai da aggiungere?
Vedi, c'è un punto da cui non si può prescindere per capire le origini del Risorgimento al Sud e non solo. Questo punto è la rivolta del 1828, episodio da cui parte non a caso anche il film di Martone. La rivolta, organizzata dai filadelfi di Antonio Galotti e appoggiata anche dalla Francia, scoppia nel giugno del 1828 con l'assalto al forte di Palinuro. In pratica gli insorti chiedono due cose: la riduzione del prezzo del sale e la concessione della Costituzione Francese. Il re borbonico incarica il maresciallo Francesco Saverio Del Carretto, ex carbonaro pentito, della repressione, che fu durissima e spietata. Del Carretto usa una tecnica che oggi chiameremmo nazista, in stile eccidio di Marzabotto. Il maresciallo decide di radere al suolo e bruciare il Comune di Bosco, reo di aver accolto con benevolenza e allegrezza gli insorti. Il militare arriva anche ad incendiare la montagna di Monteforte Cilento per catturare i fratelli Capozzoli. Istituito un tribunale militare, gli insorti vengono condannati a morte, le loro teste staccate dal cadavere ed esposte in gabbie di ferro sopra colonne innalzate di fronte alle vie e alle piazze dove abitavano i parenti degli uccisi. Ironia del linguaggio, queste macabre costruzioni vennero chiamate dalla polizia borbonica «monumenti di giustizia». Soltanto nel 1860, con l'arrivo di Garibaldi, questi monumenti all'orrore saranno abbattuti.

Perché consideri così importante la rivolta del 1828?
Perché è uno degli episodi più significativi e perché ritornerà sempre in seguito come memoria e insegnamento per gli altri, in una sorta di "linea repubblicana" che il miglior Risorgimento ha sempre avuto. In fondo gli insorti, oltre all'abbassamento del prezzo del sale, chiedono la Costituzione Francese. Poi va detto che è una rivolta partecipata. Non ci sono numeri ufficiali ma al sindaco di Roccagloriosa, raggiunta dopo Palinuro, gli insorti chiedono provvigioni per cinquecento persone. Nel frattempo comincia la manipolazione, tipica di un potere dispotico. A San Giovanni a Piro, comune borbonico, accusano Antonio Galotti di furti di beni preziosi. È forse il pretesto per la dura repressione. Tieni presente che il Cilento è una sorta di terra di cerniera nel Regno di Napoli. La repressione è da manuale: si distrugge e incendia Bosco, comune autonomo, per sottometterlo come frazione al comune di San Giovanni A Piro, che era di assoluta fedeltà borbonica. Nel rapporto al re Del Carretto scrive cinicamente di «spettacolo maestoso tra le fiamme». La repressione continua anche contro le donne che a Montano Antilia aspettavano gli insorti cucendo le coccarde bianche simbolo dei rivoltosi. Alessandrina Tambasco, che la polizia borbonica indica come amante di Galotti ma in realtà fu una delle eroine della rivolta cilentana, viene condannata a dieci anni di prigione insieme alla madre e a due sorelle con l'accusa delle coccarde. Sorte peggiore toccherà al marito, condannato a 25 anni e morto nel carcere di Vallo della Lucania. La repressione continua anche dopo, quando, alle persone di Bosco che implorano il sovrano di poter ricostruire la propria casa, il re non si degna di una risposta. Ecco, bisognerebbe ricordare tutte queste cose ai neoborbonici di oggi e a tutti quelli che minimizzano la brutalità e la repressione borbonica nel Regno di Napoli.

Come finì quella rivolta?
La fine di quella rivolta è da manuale perché, se ovviamente non raggiunse i suoi scopi, ebbe una risonanza enorme in Europa, e dette uno scacco terribile al Regno di Napoli. Dunque, quando gli insorti scappano perché hanno perduto, restano in sette: i tre fratelli Capozzoli (che poi ritorneranno in Cilento nel 1829, dove verranno arrestati e fucilati a Palinuro), Antonio Galotti, Domenico Antonio Caterina (antenato di Mario Martone per parte di madre), Pasquale Rossi e un certo Ciardella. Riescono a fuggire da Paestum verso Livorno. Da lì si dirigono verso la Corsica, dove vengono arrestati. Il governo napoletano chiede l'estradizione di Galotti per reati comuni (il famoso furto), ma in Francia si parla sui giornali dei patrioti cilentani, della distruzione di Bosco, e molti chiedono il diritto d'asilo. Il governo napoletano riesce a corrompere un prefetto corso che permette a degli emissari borbonici di arrivare al carcere e sequestrare il prigioniero, violando quindi la sovranità della Francia. Nel frattempo la Francia ha riconosciuto agli insorti i diritti politici perché hanno in fondo lottato per la Costituzione Francese. Quest'ultima chiede quindi, con vibrata protesta, l'estradizione di Galotti, nel frattempo condannato a morte a Napoli. Il re borbonico, per placare le ire dei francesi, tramuta la condanna a morte in dieci anni di esilio all'isola di Favignana. Ma la Francia non ci sta e pretende il prigioniero indietro. Il governo di Napoli è costretto a cedere e Galotti ritorna dapprima in Corsica e poi in Francia come uomo libero. Lì scrive il suo libro, che ha successo nelle edicole francesi ed è un grande smacco per il Regno di Napoli. Ritroveremo il nostro Galotti a Napoli nel 1848, ritornato a continuare la lotta. Poi ancora lo ritroveremo nella Repubblica Romana con Mazzini e Garibaldi a combattere contro il Papa. Quando la Repubblica Romana viene sconfitta nel 1849 ritorna in Francia dove muore.

La rivolta del 1828 ebbe ripercussioni enormi in Francia, ma anche la vicenda Capozzoli richiamò attenzioni oltralpe, a dimostrazione che la storia del Cilento e delle sue rivolte non fu mai possibile rinchiuderla in ambito locale.
Certamente, è uno degli aspetti della nostra storia. Tanto per stare ai documenti, c'è quello straordinario del giornalista francese Charles Didier che viene mandato nel Cilento da Mazzini (lo presenta agli amici come «un nostro compagno di lotta») a interessarsi dei fratelli Capozzoli. Didier scende in Cilento ma viene arrestato a Vallo della Lucania e non riesce quindi ad incontrare i Capozzoli. Nel 1931 pubblica in Francia un saggio sulle rivolte cilentane sulla Revue des deux mondes. Riscrive poi un altro saggio sul Cilento in un libro dell'anno dopo. E si tratta davvero di un reportage molto bello. Scrive, tra l'altro sui martiri decapitati e sulla loro macabra esposizione: «Vallo della Lucania ha parecchi di questi terrificanti trofei. Ve ne sono in tutti i paesi e persino sul poetico promontorio di Palinuro. Ho visto la testa di un vecchio i cui capelli bianchi macchiati di sangue sventolavano dall'alto del palo su cui era piantata davanti alla sua abitazione».

La rivolta del 1828 con Galotti e gli altri, quella del 1848 con Costabile Carducci e altri liberali, quella di Carlo Pisacane nel 1857, sono alcune delle più importanti tra quelle che precedono l'arrivo di Garibaldi e la nascita della nuova nazione. Perché s'è parlato così poco del Cilento?
La risposta sarebbe lunghissima. Tieni presente che il libro di Galotti fu pubblicato in Francia ma non da noi. L'ho pubblicato io in anteprima in Italia ma soltanto nel 1998, cioè circa 150 anni dopo. Adesso, grazie al film "Noi credevamo" di Mario Martone, si può riprendere una storia più in termini di massa e meno di élite. Martone, del resto, mi diceva scherzando che partiva dal Cilento per ricostituire il Risorgimento italiano.

Le lotte sono state eroiche e sacrosanti ma l'unità d'Italia ha seguito già da subito strade spesso opposte a quelle di tanti martiri del Risorgimento. Perché?
Anche qui la risposta sarebbe lunghissima, e del resto va detto che la storia non si fa con i se. Pensa a cosa sarebbe accaduto se Pisacane fosse sfuggito all'eccidio. Probabilmente tutta la storia sarebbe stata diversa. Pisacane viene per proclamare la Repubblica del Sud (parla di Repubblica socialista) non la cessione del Sud ai Savoia. E lo stesso Garibaldi, che cede il sud al nuovo regno, mi potrebbe pure stare bene, se avesse posto condizioni. Io sono assolutamente contro i Borboni senza se e senza ma e per l'Unità d'Italia. Ma altrettanto sono critico con la monarchia dei Savoia, che è stata ingrata con gli stessi uomini che l'avevano aiutata. eae9631">vedi

5 ott 2010


SANT’ANNA DI STAZZEMA E MARZABOTTO:ANCHE MUSSOLINI NON SAPEVA
Dagli appunti del giornalista Angiolo Berti, che scrisse testimone di quegli orrori. Cerimonia al Campo defli Eroi


CASCIANA TERME - Mussolini non sapeva delle stragi Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto (estate 1944). A conferma, una sua frase,nei giorni successivi: “E’ una punizione terribile per tutti noi”. Le parole furono riportate in un colloquio alla Questura di Bologna,nel maggio dell’anno dopo, da Giorgio Pini, sottosegretario agli Interni nella Repubblica di Salò, lì interrogato dall’Ufficio Politico. Nell’occasione Pini parlava con Angiolo Berti,giornalista cascinese e redattore del periodico del CLN,Rinascita.
Pini e Berti si conoscevano bene. All’indomani delle voci sulla strage di Stazzema, assieme al prefetto di Bologna Fantozzi ed al giornalista del Resto del Carlino ,Egidio Casabianca, fu inviato dalla Curia Arcivescoivile come persona sopra le parti. Unico impegno: assoluto segreto e riferire soltanto oralmente. A sera , rientrato a Bologna,Pini commentò:”E’ una tragedia orrenda di cui tutti noi dobbiamo vergognarci”.
Berti mantenne il segreto per molti anni ,parlandone poi in esclusiva nel 1997 sul nostro giornale. Oggi, questi fatti sono stati ricordati nell’anniversario delle due stragi, al Campo degli Eroi, in Località Fichino a Casciana Terme, in una cerimonia della Fondazione “Angiolo e Maria Teresa Berti”.
In particolare, si è ricordato, il colloquio fra Berti e Walter Reder,comandante del 16° battaglione della 16° divisione Reichsfhurer,comprovato autore della strage (Il “Monco”, così era soprannominato dalla gente perché privo di una mano. La foto è emblematica del momento in cui una testimone della strage, lo riconosce per il particolare, nell’interrogatorio dei Carabinieri). Una tecnica, sentenziò il Tribunale di Bologna nel 1951,che si imparava nelle scuole militari naziste:annientamento di uomini,animali,incendi di case e stalle.
Nel processo,che vide condannato, Reder fu avvicinato da Berti. Alla domanda:”Perché tutto questo?”,una risposta sottovoce:”Era un ordine”. Incalzante Berti aggiunse:” Ma perché donne,vecchi e bambini?” Reder abbassò gli occhi e non aggiunse altro. “Una tragica testimonianza, fu la riflessione di Berti, della follia di un uomo,ma soprattutto di un popolo che lo aveva seguito senza batter ciglio nella sua ferocia distruttiva”.
GIAN UGO BERTI

1 ott 2010


Le Quattro Giornate di Napoli

28 settembre - 1° ottobre 1943

di Fara Misuraca ed Alfonso Grasso









Napoli e la guerra


Alla vigilia della II guerra mondiale Napoli contava circa 900.000 abitanti che, con la provincia, arrivano a 1.750.000 [1]. Nel corso del ventennio fascista era quindi decaduta da prima a terza città d’Italia. Il regime dittatoriale in un primo tempo aveva fatto registrare progressi in campi quali quelli dell’edilizia e degli edifici pubblici, dell’orario lavorativo e del sistema previdenziale e dell’alfabetizzazione. Ma il divario nord-sud crebbe vorticosamente, specialmente nello strategico settore delle comunicazioni ferroviarie e stradali e delle opere pubbliche in genere che, salvo eccezioni, resteranno praticamente le stesse dell’epoca giolittiana, e che troveranno un successivo sviluppo solo con l’avvento della Repubblica.

Mussolini investì enormi risorse nella guerra coloniale per la conquista dell’Etiopia (1935-6), in cui furono utilizzati da parte italiana i gas asfissianti. Caduto nell’abbraccio mortale col nazismo, partecipò nella guerra civile spagnola (1936-39) ed emanò le leggi razziali (1838). Il 10 giugno 1940, il ministro degli esteri italiano, conte Ciano, genero del “Duce”, consegnò le dichiarazioni di guerra alle potenze occidentali. Si disse che Mussolini avesse inteso scommettere su di una rapida e vittoriosa soluzione del conflitto per trarne vantaggio, ma il suo si rivelò un colossale e criminale sbaglio, in quanto l’Italia, come ben presto i fatti dimostrarono, non aveva né le risorse, né la tecnologia, né tantomeno la volontà di imbarcarsi nella tragica avventura. In effetti, Mussolini reiterò più volte la sua irresponsabilità: assalì la Grecia, dichiarò guerra agli Stati Uniti, inviò un’armata in Russia quando già le cose volgevano al peggio per il cosiddetto “Asse” italo-germanico.


Bombardieri americani B-29 "Fortezze volanti"


Napoli nel 1940 era del tutto impreparata alla guerra, con poche difese efficienti, tenuto conto della sua posizione strategica per il rifornimenti all’esercito che combatteva in Africa. La difesa aerea della città era affidata alle navi militari che si alternavano nel porto, ed alla obsoleta artiglieria dell’U.N.P.A. (Unione Nazionale Protezione Antiaerea). Gli aerei da caccia erano pochi ed assolutamente inadeguati a fronteggiare gli avversari. Non esisteva alcun moderno sistema di avvistamento (il radar era sconosciuto in Italia, mentre gli alleati lo utilizzavano già da tempo). Vennero designati dei “capi-palazzo” per il soccorso dei civili e lo spegnimento degli incendi. A partire dalle ore serali entrava in vigore l’oscuramento col divieto di far filtrare le luci.


Un caccia italiano CR32


I bombardamenti notturni inglesi iniziarono nel novembre del 1940. I danni riguardarono soprattutto la zona portuale e quella industriale del versante orientale della città. Alcuni di coloro che avevano perso la casa si trasferirono nelle grotte naturali e nei tunnel cittadini. Il 18 novembre 1941, un grappolo di bombe distrusse l’avanti-ricovero [2] di Piazza Concordia, facendo strage degli occupanti. Dal 4 dicembre del 1942, si aggiunsero i bombardamenti diurni americani, con un’incursione d’alta quota che provocò novecento vittime. In quell’occasione, non si ebbe neanche il tempo di far suonare le sirene d’allarme. In porto, l’incrociatore “Attendolo” fu centrato in pieno e si capovolse. Il 15 dicembre successivo i bombardieri distrussero l’ospedale Loreto, il gasometro, i bacini di carenaggio. I devastanti attacchi americani si intensificarono nei primo mesi del 1943, con bombardamenti a tappeto da alta quota, effettuati da centinaia di bombardieri pesanti, mentre la caccia nemica seminava spezzoni incendiari dappertutto. Fu distrutto il sistema d’allarme e la gente, ormai allo stremo delle forze, veniva avvertita dell’arrivo degli aerei dai vani spari della contraerea.



Napoli sotto bombardamento


Non è possibile in questa sede elencare tutte le incursioni, ma ci preme raccontare almeno gli episodi più drammatici. Il 28 marzo 1943 in porto avvenne un incendio sulla nave da trasporto Caterina Costa, carica di munizioni e benzina, ed in procinto di percorrere la “rotta della morte” verso la Tunisia. Nonostante l’evidente pericolo, la nave non venne rimorchiata al largo, ma si tentò di salvare il carico (per ordine diretto del governo del “Duce dell’Impero”, che però se ne stava a Roma…). Non si riuscì a controllare l’incendio, la nave saltò in aria, causando l’affondamento di altre unità navali ormeggiate nei pressi. La città fu investita da una pioggia di fuoco, lamiere roventi e schegge che arrivarono fino a piazza Carlo III, con migliaia tra morti e feriti. Il 4 agosto 1943 Napoli fu colpita dalle “fortezze volanti” americane da alta quota, ininterrottamente per 43 ore, causando 20.000 morti; furono rasi al suolo ospedali, chiese, orfanotrofi, abitazioni civili, e la basilica di Santa Chiara. Dal 6 all’8 settembre ci furono le ultime terribili incursione americane.



Le rovine di Santa Chiara


L’8 settembre fu annunciata la resa dell’Italia, distrutta e divisa in due. Le famiglie italiane piangevano quattrocentomila morti (per due terzi figli del Sud).

Lo Sbarco a Salerno


In concomitanza con l’annuncio della resa, l’8 settembre gli Americani diedero inizio all’operazione Avalanche, sbarcando nel Salernitano. Ciò che restava della flotta italiana, che non era stata impegnata a difesa della Sicilia, faceva rotta su Malta per consegnarsi agli Inglesi, come previsto nella capitolazione, subendo la perdita della corazzata “Roma” ad opera dell’aviazione tedesca.




La corazzata Roma

La forza di invasione di 170.000 uomini attuò lo sbarco lungo ben 40 chilometri di costa alle 03.30 del 9 settembre. Nel momento in cui i soldati iniziarono a prendere terra, l'aviazione tedesca diede inizio ad una serie di attacchi aerei, provocando gravi perdite tra le file alleate. All’alba gli alleati giunsero a Cava de' Tirreni, dove i tedeschi concentrarono i carri armati lungo le case per tenerli al riparo dal fuoco nemico.

A contrastare lo sbarco fu l’agguerrita divisione blindata tedesca “Hermann Goering”, che il 13 settembre sferrò il contrattacco che non riuscì per il poderoso appoggio allo sbarco dato dal’artiglieria navale e dall’aviazione alleata. Il duro risvolto si ebbe sulla popolazione civile a causa dei bombardamenti, apocalittici per entità, terrore ed orrore. Dal giorno 15 i tedeschi iniziarono a ripiegare, attuando la "politica della terra bruciata", ovvero la distruzione di tutto ciò che era impossibile portar via e la cattura degli uomini da condurre nei campi di concentramento o ai lavori forzati. Per non lasciare il porto di Napoli nelle mani degli anglo-americani, occuparono la città. L’ordine del Fürher specifico per Napoli prescriveva un piano sistematico di distruzione, rastrellamenti e sterminio denominato "cenere e fango".

Tuttavia i tedeschi riuscirono ad impegnare le forze terrestri anglo-americane quasi per tutto il mese di settembre, mentre la tragedia dei bombardamenti navali coinvolse tutta la zona interessata.

Le Quattro Giornate di Napoli


Dopo tre anni di guerra fascista, Napoli, sventrata da 107 bombardamenti, s'era svuotata, abbandonata da intere famiglie in fuga nelle campagne. Erano rimasti i rassegnati, gli indifferenti, i fascisti, e i disperati. Furono questi ultimi a ribellarsi, a passare dalla disperazione all'esasperazione per i soprusi nazisti, dopo l'occupazione della città.

In agosto si era formato il Comitato di Liberazione dei Partiti Antifascisti con de Ritis, Palermo, Rodinò, Parente, Ferri e Ingangi. Benedetto Croce riuscì a raggiungere Capri, già in mani alleate, dove iniziò la formazione del nuovo governo.

La città era senza viveri, trasporti o qualsiasi altro tipo di servizio pubblico: vi erano 80.000 disoccupati. Gli Alleati lanciavano manifestini dagli aerei invitando il popolo a ribellarsi alle truppe germaniche. Il Comitato di Liberazione chiedeva armi, ma il comando militare [3]esitava ad armare la popolazione: le forze armate italiane erano in completo dissolvimento, grazie all'esempio del re d'Italia Vittorio Emanuele III di Savoia e dei suoi degni generali che avevano pensato soltanto a mettersi in salvo.

La rabbia dei nazisti per il fallimento del servizio obbligatorio che tentavano di introdurre, venne espressa nel manifesto del 26 settembre emanato dal comandante Scholl, che gridava al sabotaggio e minacciava di fucilare all'istante i contravventori:

"Al decreto per il servizio obbligatorio di lavoro hanno corrisposto in quattro sezioni della città complessivamente circa 150 persone, mentre secondo lo stato civile avrebbero dovuto presentarsi oltre 30.000 [3000 è un errore di stampa del manifesto, ndr] persone. Da ciò risulta il sabotaggio che viene praticato contro gli ordini delle Forze Armate Germaniche e del Ministero degli Interni Italiano. Incominciando da domani, per mezzo di ronde militari, farò fermare gli inadempienti. Coloro che non presentandosi sono contravvenuti agli ordini pubblicati, saranno dalle ronde senza indugio fucilati. Il Comandante di Napoli Scholl"



Il manifesto fatto affiggere dai Tedeschi


Il giorno dopo, il 27 settembre, ebbe inizio la caccia all'uomo: le strade vennero bloccate e gli uomini, senza limiti di età, furono caricati con la forza sui camion per essere avviati al lavoro forzato in Germania. L'odio contro di loro e contro i fascisti che ancora gironzolavano per la città a fianco dei soldati tedeschi saccheggiando e portando via quanto potevano, aumentava giorno per giorno. Si ebbero delle fucilazioni di uomini e donne che si erano opposti al saccheggio delle loro case, mentre il generale Del Tetto completava la consegna della città all'esercito tedesco e proibiva al popolo in un suo manifesto di assembrarsi perché in tal caso sarebbe stato costretto a dare ordine di sparare sulla folla.

A questo punto, per i napoletani non c'erano alternative: se volevano sfuggire alla deportazione dovevano combattere contro i tedeschi e impedire che attuassero i loro piani. Cosi, senza essere né preparata né organizzata, scoppiò l'insurrezione di Napoli, una risposta spontanea in cui erano presenti anche i partiti antifascisti ma senza avere quella funzione di guida che avranno invece durante la lotta partigiana. I napoletani uscirono allo scoperto nelle prime ore del 28 settembre: erano armati alla meglio, con vecchi fucili, pistole, bombe a mano, bottiglie incendiarie che avevano subito imparato a costruire e qualche mitragliatrice leggera nascosta nei giorni dell'armistizio. Altre armi se le procurarono combattendo. Tutto ciò sconcertò il comando tedesco che non si attendeva questa reazione.

L'insurrezione


Il 28 settembre 1943 Napoli insorgeva, mobilitandosi in diversi quartieri e con intensità e partecipazione sociale e politica diversificate, in un impetuoso slancio mirato a scacciare i tedeschi da Napoli. Da allora, si è detto e scritto di tutto sulle Quattro Giornate. A volte si è anche taciuto, e persino negato che avessero mai avuto luogo. Eppure i fatti sono lì, ricostruibili e ricostruiti nella loro essenzialità e nei loro antecedenti, quali, tra gli altri, il clima instauratosi dopo l’8 settembre, le prime violenze tedesche contro i civili, gli implacabili rastrellamenti alla ricerca dei cittadini maschi nascosti, gli arruolamenti coatti, lo sgombero forzato della fascia costiera urbana, per non dire della fame e degli orrori della guerra voluta dal fascismo.

La scintilla scoppiò al Vomero. Erano da poco passate le nove, quando giunse la notizia che un marinaio era stato freddato con un colpo di pistola, mentre stava bevendo alla fontanella che si trova all’angolo di via Girardi, proprio di fronte all’Ospedale Militare. Una decina di giovanissimi sotto i vent’anni, in piazza Vanvitelli, si precipitarono addosso ai tre tedeschi che occupavano una camionetta, li costrinsero a scendere ed incendiarono il mezzo. I tedeschi approfittarono di questo momento per fuggire e dare l’allarme. Giunsero soldati in massa, ma i giovani non desistettero e si rifugiarono nel Museo di San Martino, mentre la voce della rivolta si spandeva in città. In un attimo piovvero dalle finestre delle case suppellettili per ostruire le strade. Gli scontri tra tedeschi e gruppi di insorti armati si accesero nel Vomero, ma anche nella zona tra Foria, il Museo e Piazza Carlo III.



La battaglia nelle strade di Napoli


Ben presto il fuoco divampa, ed una delle aree in cui maggiormente si concentra l’azione propriamente militare riguarda il sistema viario dei collegamenti da e per Capodimonte, con punti nevralgici al Moiarello, al Ponte della Sanità, in via Santa Teresa. Si tratta evidentemente delle postazioni forti dello schieramento tedesco o comunque dei principali punti di disimpegno, o di fuga, o semplicemente di sbocco dal perimetro cittadino in direzione nord. Già nella giornata seguente, mentre il contagio insurrezionale si espande guadagnando nuovi percorsi nella città bassa e l’adesione di frange popolari e ultrapopolari - ma anche di significativi spezzoni di borghesi e intellettuali - altri teatri d’azione si impongono, al corso Malta, a Poggioreale, al Vasto, in via Carbonara e in via Roma in direzione della Prefettura e di piazza del Plebiscito.

Avvengono episodi di straordinario ardimento (come al Rione Materdei o, ancora, alla Sanità) a diretto contatto con le pattuglie tedesche o nel corso della rischiosa azione di sminamento dei tanti edifici, fabbriche, manufatti su cui hanno lavorato i «guastatori» tedeschi. Emergano embrionali ma funzionali strutture organizzative dell’intero moto di rivolta antitedesco, in particolare al Vomero, attorno al Liceo Sannazaro, e al Parco Cis in via Salvator Rosa. Ancora un giorno e mezzo di scontri, e ancora tanto sangue versato: al Bosco di Capodimonte, alla masseria del Pagliarone in via Belvedere, in piazza Dante, alla masseria Pezzalonga nelle campagne retrostanti la via Pigna, in via Nardones; vengono troncate, fra le altre, le giovanissime vite di Gennarino Capuozzo, Pasquale Formisano, Filippo Illuminato, del soldato Mario Minichini, degli studenti Adolfo Pansini e Giovanni Ruggiero.

Infine, l’episodio culminante della liberazione degli ostaggi rinchiusi nel Campo sportivo del Vomero, che prelude in pratica all’abbandono della città da parte dei tedeschi e all’entrata delle avanguardie anglo-americane nella mattinata del 1° ottobre.

Le Quattro Giornate restano nella storia della città come uno straordinario momento di coraggio e di unità. Esse furono il punto di arrivo e di svolta rispetto al passato e punto di partenza, rispetto a quello che allora si configurava come futuro e che costituisce oggi il presente, quanto mai problematico.

«Le quattro giornate di Napoli costituiscono uno degli episodi più degni di ricordo della nostra storia nazionale e uno dei pochissimi avvenimenti consolatori di questi ultimi venticinque anni» (Corrado Barbagallo [1]). Il maturo professore di storia spiega bene, del resto, come le Quattro Giornate rimangano incomprensibili se non si fa almeno un passo indietro, se non agli anni della dittatura, certo al suo epilogo atteso e inglorioso, a quell’8 settembre del ’43 quando chi aveva perduto la propria partita (fascisti e tedeschi insieme) volle, comunque, provare a forzare un esito che il popolo italiano accolse concordemente come la fine di un lungo incubo. Se questa è la premessa, l’insurrezione napoletana non può essere interpretata – come fece allora Croce, prigioniero del fantasma fuorviante del 1799, e perfino Adolfo Omodeo - come l’ennesima ribellione di una città lazzarona che infierisce su un nemico già sconfitto e ormai in fuga.

Ciò che i tedeschi avevano fatto a Napoli dopo l’8 settembre, appartiene alla brutalità cieca, tipica di chi è consapevole della inevitabilità della propria sconfitta, e da quindi libero sfogo alla volontà distruttiva. Se, dunque, Napoli è stata la prima grande città europea che ha sperimentato la resistenza armata al nazismo, lo è soprattutto nel senso che qui per la prima volta il nazismo ha mostrato in quale modo intendesse comportarsi in quella seconda parte della guerra mondiale che esso trasforma in un calvario distruttivo, nibelungico, verso la catastrofe.

Per quattro giorni, i napoletani scelsero la lotta aperta, imbracciarono le armi, eressero barricate, lanciarono bombe, tesero agguati, costringendo le truppe tedesche alla resa, alla fuga. Resistettero al nemico artisti, poeti, scrittori [2]. Anche gli ufficiali dell'esercito italiano (spariti in un primo momento) e gli antifascisti si unirono ai sollevati. Quanti presero le armi, vecchie armi italiane meno efficienti, meno micidiali di quelle tedesche, furono dunque tanti. Le azioni di scontro in ogni quartiere della città e soprattutto al Vomero, all’Arenella, a Capodimonte, a Ponticelli, infittite e protratte negli ultimi quattro giorni del settembre e nella mattinata del primo ottobre, furono decisive per affrettare l’abbandono della città da parte delle truppe tedesche proprio per la attiva solidarietà della popolazione con quel pugno di combattenti, che si moltiplicava in ogni punto della città.

I tedeschi avrebbero voluto ridurre l’abitato a cenere e fango, avevano minato, fatto saltare in aria, incendiato case, alberghi, battelli in mare, impianti di servizi, l’Archivio di Stato. Le distruzioni sarebbero state infinitamente maggiori se la popolazione non fosse coralmente insorta a sostenere i suoi studenti, i suoi operai, i suoi uomini più consapevoli nella lotta aperta. I tedeschi, all'alba del primo ottobre, si ritirarono compiendo vili rappresaglie tra le popolazioni che incontravano sul loro cammino.



Napoli, Via Marina a nel 1943


Quando gli alleati entrarono in città, non trovarono un nemico che fosse uno. Napoli s'era liberata da sola. Nel dopoguerra, oltre alla medaglia d’oro alla città di Napoli, furono conferire agli insorti 4 medaglie d’oro alla memoria, 6 d’argento e 3 di bronzo. Le medaglie d'oro furono assegnate ai quattro scugnizzi morti: Gennaro Capuozzo (12 anni), Filippo Illuminati (13 anni), Pasquale Formisano (17 anni) e Mario Menechini (18 anni). Medaglie d’argento alla memoria di Giuseppe Maenza e di Giacomo Lettieri; medaglie d’argento ai comandanti partigiani Antonino Tarsia, Stefano Fadda, Ezio Murolo, Giuseppe Sances; medaglie di bronzo a Maddalena Cerasuolo, Domenico Scognamiglio e Ciro Vasaturo.

Questo il bollettino delle 4 giornate: oltre 2.000 combattenti, 168 furono i napoletani caduti in combattimento, 162 i feriti, 140 le vittime tra i civili, 19 i morti non identificati, 162 i feriti, 75 gli invalidi permanenti.

La motivazione della medaglia d'oro al valore militare conferita alla città di Napoli fu la seguente:

“CON UN SUPERBO SLANCIO PATRIOTTICO SAPEVA RITROVARE, IN MEZZO AL LUTTO E ALLE ROVINE, LA FORZA PER CACCIARE DAL SUOLO PARTENOPEO LE SOLDATESCHE GERMANICHE SFIDANDONE LA FEROCE DISUMANA RAPPRESAGLIA.

IMPEGNATA UN'IMPARI LOTTA COL SECOLARE NEMICO OFFRIVA ALLA PATRIA NELLE QUATTRO GIORNATE DI FINE SETTEMBRE 1943, NUMEROSI ELETTI FIGLI.

COL SUO GLORIOSO ESEMPIO ADDITAVA A TUTTI GLI ITALIANI LA VIA VERSO LA LIBERTÀ, LA GIUSTIZIA, LA SALVEZZA DELLA PATRIA”.