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28 dic 2011



La storia della famiglia Cervi

Conosciamo la storia della famiglia Cervi solo a partire dal padre di Alcide, Agostino Cervi. La famiglia Cervi dal 1893 lavora a mezzadria un podere in località Tagliavino di Campegine. Nel 1869 Agostino è uno dei protagonisti dei moti contro la tassa sul macinato, e passa sei mesi in carcere. Agostino Cervi e Virginia, sua moglie, hanno quattro figli: Pietro, Emilio, Alcide ed Ettore che è stato adottato. Nel 1899 Alcide Cervi sposa Genoeffa Cocconi di due anni più giovane di lui e tra il 1901 e il 1921 nascono nove figli, sette maschi e due femmine: Gelindo, Antenore, Diomira, Aldo, Ferdinando, Rina, Agostino, Ovidio ed Ettore. Nel 1920 Alcide Cervi esce dalla famiglia patriarcale del padre Agostino per formare la propria, e si trasferisce su un fondo a Olmo di Gattatico. Nel 1925 la sua famiglia si sposta su un fondo in località Quartieri, nella tenuta Valle Re di proprietà della contessa Levi SottoCasa, nel comune di Campegine.
Nel 1934 Alcide Cervi e i figli decidono di prendere un podere in affitto in località Campi Rossi, nel comune di Gattatico, rinunciando così alla condizione di mezzadri per quella di affittuari. La famiglia di Alcide Cervi, se nelle sue linee generali è riconducibile al modello patriarcale e solidale tipico delle famiglie contadine emiliano-romagnole, presenta però alcuni tratti di originalità: il protagonismo di alcuni dei figli, la forte personalità della madre Genoeffa Cocconi, la tendenza a prendere assieme le decisioni fondamentali. Questi caratteri specifici della famiglia dei Cervi hanno favorito e stimolato le innovazioni in ambito produttivo e la scelta di campo antifascista e partigiana che ha fatto di questa una famiglia contadina esemplare.
L'evoluzione della famiglia contadina dei Cervi si inserisce comunque in un processo più ampio che vede - a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, e con una forte accelerazione dopo la prima guerra mondiale - entrare progressivamente in crisi la struttura gerarchica e autoritaria delle famiglie contadine, ed affermarsi nelle campagne l'organizzazione socialista, fatta di cooperative, case del popolo, mutue, leghe di resistenza, camere del lavoro, protagoniste di numerose lotte per il rinnovo dei patti agrari. Il tutto in un quadro di profondo mutamento e modernizzazione dell'agricoltura emiliana.
La vicenda storica della famiglia Cervi parte dalla terra. I Cervi infatti sono una famiglia contadina, calata nel territorio e nella tradizione della media pianura padana, più precisamente la bassa reggiana. Nella loro casa, oggi trasformata in museo, è possibile percepire da subito questo carattere agricolo della loro identità: un luogo di memoria e di studio calato nella campagna coltivata, che ci parla di loro e del mondo contadino di cui facevano parte.




Alcide Cervi e Genoeffa Cocconi nascono negli ultimi decenni dell’800, nelle campagne tra Campegine e Gattatico. Hanno nove figli, sette maschi e due femmine: un numero non straordinario per le famiglie contadine di quel tempo, dove il nucleo domestico era una sorta di piccola società allargata a fratelli, nuore, zii e nipotini.
All’inizio del ‘900 la vita nei campi era dura e ai limiti della sopravvivenza, specialmente per quei contadini (ed erano la maggior parte) che non possedevano la terra che lavoravano. Era molto diffusa, infatti, la mezzadria: secondo questo contratto, gli agricoltori svolgevano tutto l’anno il proprio lavoro, per poi consegnare al padrone della terra la metà (spesso era una percentuale maggiore) dei raccolti. I mezzadri, per di più, erano costretti a trasferirsi molto spesso da un podere all’altro, senza mai la possibilità di costruire un futuro stabile per sé e per i propri figli.
Anche i Cervi erano stati mezzadri per lungo tempo: si erano stabiliti in diverse case e terreni delle campagne circostanti, ma costretti sempre al trasloco ogniqualvolta il contratto mezzadrile terminava, solitamente attorno alla metà di novembre. Ad ogni "San Martino" (l'11 di novembre, ndr), modo di dire ancora oggi in uso nella zona come sinonimo di trasloco, i mezzadri raccoglievano le poche masserizie di prorpietà, per trasferirsi altrove, e ricomincicare da capo il propio lavoro su una terra diversa. Per i Cervi, che avevano già sviluppato idee e progetti innovativi per la coltivazione e l'allevamento, significava una sofferenza ulteriore, da aggiungere alle difficoltà di sussitenza comuni a molti contadini. Fino al momento in cui la famiglia di Alcide arriva in questo grande podere, da tutti chiamato “ai Campi Rossi”.
Fu un grande salto di qualità: i Cervi lasciavano per sempre la mezzadria, per diventare affittuari. Il contratto prevedeva, cioè, che la famiglia, pur non essendo proprietaria, potesse condurre il fondo come meglio credeva, dopo aver pagato l’affitto al padrone. E’ il momento della svolta, l’occasione - per questa famiglia di contadini coraggiosi - di lavorare la terra e governare la stalla sulla base delle proprie idee all’avanguardia. I Cervi, infatti, non erano contadini che si accontentavano della sopravvivenza: avevano capito prima degli altri che per uscire dalla povertà e dallo sfruttamento occorreva soprattutto il cervello e la volontà, e non solo la fatica delle braccia. Con tale spirito arrivarono su questo podere dissestato, pronti a trasformarlo da cima fondo.
In casa di Alcide e Genoeffa era comune veder circolare libri ed opuscoli; nonostante la scolarizzazione nelle campagne fosse molto bassa a quel tempo, i loro figli erano stati allevati con l’amore per la lettura e il sapere. Una passione che i Cervi trasferirono subito nel loro lavoro, procurandosi volumi e pubblicazioni – per citarne alcuni – sulla coltivazione del frumento, sulla coltivazione e trasformazione dell’uva, e sulla grande passione di Ferdinando, l’allevamento delle api.
Contadini autodidatti che studiavano in proprio, dunque, attenti però ad ogni opportunità per crescere e formarsi, per imparare qualcosa di nuovo da sperimentare sul loro podere. E’ il caso dei numerosi corsi professionali e di specializzazione che i fratelli Cervi frequentano per migliorare conoscenze e applicazioni sia nei campi, sia nella stalla. Tutti i fratelli parteciparono ai corsi di formazione promossi nella zona, mentre il padre conseguiva diplomi e riconoscimenti che premiavano la "razionale conduzione del fondo" e la produttività.
Lo studio e la volontà di trasformare la propria condizione andando incontro al futuro iniziano a dare i propri frutti: a fianco della formazione teorica e degli studi agrari, i Cervi precorrono i tempi della meccanizzazione nelle campagne, con l’acquisto nel 1939 del trattore “Balilla” per il lavoro nei campi, tra i primi della zona. E’ il simbolo della scommessa sulla modernità, della voglia di progresso ed emancipazione, che non a caso è divenuto l'emblema del Museo Cervi oggi. Il trattore, oggi campeggia all'ingresso di Casa Cervi insieme al mappamondo di Aldo Cervi, che venne acquistato proprio insieme al trattore e incarna la grande apertura mentale, la curiosità intellettuale di questa famiglia fuori dal comune.
E’ soprattutto nella stalla, però, che si avvertono i maggiori benefici delle innovazioni applicate dai Cervi. Il latte è da sempre la vera “ricchezza” di queste terre, patria del Parmigiano-Reggiano, e la stalla rappresenta la cassaforte che custodisce la preziosa tradizione casearia reggiana. E’ qui, infatti, che anche i Cervi concentrano i propri maggiori sforzi, aumentando la produzione di latte e progettando nel 1938 il raddoppio del ricovero per il bestiame, realizzato poi nel 1941, che ancora oggi si può notare a partire dal secondo portico.
La stalla, insomma, è l’elemento attorno al quale ruota molta parte di questa vicenda esemplare: vanto della famiglia Cervi come agricoltori all’avanguardia, la stalla è più in generale il simbolo di questa terra ricca di tradizioni, dove il ricovero per le vacche non era soltanto il “cuore economico” della cascina di pianura, ma anche il centro della socialità rurale, il “salotto” della casa contadina. E’ qui che alcune delle lavorazioni invernali, come la filatura della canapa e il lavoro al telaio, avevano luogo. L’antica usanza di andér in filòs, l’abituale riunione delle famiglie contadine nelle stalle dei vicini, non era soltanto un’esigenza pratica – la stalla era l’unico ambiente caldo nelle serate d’inverno - ma una tradizione che rimanda alla trasmissione orale delle conoscenze e dei saperi, tra una generazione e l’altra, proprio tra quelle mucche che davano il principale sostentamento ai contadini della zona.
E proprio da qui si sviluppa la scelta consapevole dei Cervi: con “il cervello e la volontà”, il loro impegno per la giustizia si trasferirà dal lavoro alla politica, dalla stalla alla piazza.

DALLA STALLA ALLA PIAZZA

La storia della famiglia Cervi non può essere disgiunta da quella del novecento italiano e della propria terra, la provincia rurale emiliana. In particolare a Reggio Emilia, a cavallo tra ottocento e novecento si sviluppa una fitta rete di associazionismo e solidarietà, guidata dall’esperienza politica socialista. Nelle campagne, dove è più forte il messaggio religioso, sono le parrocchie e le organizzazioni confessionali a costituire la trama sociale di riferimento per i contadini. Alcide Cervi nel 1921 è iscritto al Partito Popolare, di ispirazione cattolica, pochi mesi prima dell’avvento della dittatura fascista in Italia.
La famiglia Cervi come tutti, assiste all’ondata repressiva che dal 1924 in poi il Fascismo scatenerà sulla nazione. Tanti antifascisti e dissidenti vengono colpiti dallo stato di polizia che il regime distende sulla vita pubblica degli italiani. Tra i Cervi, il primo a conoscere le pene del carcere è Aldo, il terzogenito, per una ingiusta condanna durante il periodo di leva. Mentre la famiglia continua a chiedere giustizia, Aldo passa 25 mesi dietro le sbarre a Gaeta, dove ha modo di conoscere i prigionieri politici: intellettuali e esponenti dei movimenti antifascisti che sono in carcere per le proprie idee contro il nuovo potere dittatoriale. E’ proprio il carcere che porta Aldo a conoscere le teorie politiche antifasciste, e a interpretare il proprio impegno per la libertà in modo più maturo e consapevole.
Essere antifascisti durante il regime, però, significava agire in stretta clandestinità, e al ritorno dalla detenzione nel 1932, Aldo Cervi è ben consapevole del rischio, insieme ai fratelli e ai familiari che iniziano da subito a condividere quell’impegno. Anche la cultura, a cui i Cervi sono tanto appassionati, era caduta sotto i colpi del regime. Non stupisce dunque l’iniziativa della famiglia per l’istituzione di una biblioteca popolare, allo scopo di diffondere liberamente libri e riviste di ogni tipo. Aldo e la sua famiglia sono consapevoli che lo studio e la circolazione delle idee sono il primo antidoto contro la propaganda e l’arroganza della dittatura: come amavano dire, “Studiate, se volete capire la nuova idea!”.
Nelle campagne, il regime faceva sentire la sua morsa attraverso l’ammasso, una sovratassa sui raccolti imposta a tutti gli agricoltori. In pratica una porzione dei prodotti agricoli veniva confiscata ed “ammassata” in depositi pubblici a disposizione delle autorità, togliendo letteralmente il pane di bocca alle famiglie contadine. I Cervi, ben consci della dura vita nei campi, coniugano la lotta ideale con una fiera opposizione alle vessazioni del fascismo sui contadini, e incitano alla rivolta contro l’ammasso i lavoratori dei campi, al grido “W il pane, W la Pace”.
Tutta la famiglia è ormai coinvolta nell’opposizione al regime. Uno dei più attivi insieme ad Aldo è Gelindo, il primogenito della famiglia: Già “ammonito” dalle autorità nel 1939 per la sua attività sediziosa, e successivamente incarcerato, Gelindo finisce in carcere anche nel 1942 (insieme al fratello Ferdinando), proprio per aver ostacolato l’ammasso della produzione agricola.
I Cervi non sono soli nella loro battaglia: altre famiglie e altri oppositori del fascismo collaborano con loro. Stringono rapporti soprattutto con la famiglia Sarzi, e in particolare con la giovane Lucia; le due famiglie, pur molto diverse tra loro (i Sarzi attori di teatro ambulanti, i Cervi contadini di scienza), condividono l’avversione per l’ingiustizia e si trovano fianco a fianco nell’attività clandestina.
Sarà la guerra ad accelerare gli eventi: trascinando l’Italia nel secondo conflitto mondiale nel 1940, il fascismo precipita la popolazione nella miseria e nella prostrazione. Mentre i soldati del Duce muoiono al fronte, il controllo del regime sul malcontento e la fame si sfalda, e prendono sempre più coraggio le voci degli antifascisti che chiedono, appunto, “Pane e Pace”. Il bilancio della guerra al fianco della Germania nazista si fa sempre più fallimentare, finchè il fascismo crolla il 25 luglio del 1943, e il suo dittatore Mussolini viene arrestato. Pare la fine dei lunghi anni di violenze ed ingiustizie, e anche a Casa Cervi si festeggia: tanta è la gioia per la notizia, che la famiglia porta una grande pentola di pastasciutta in piazza a Campegine, per festeggiare insieme alla popolazione la caduta del regime.
La guerra, però, non è ancora finita, e sta anzi per entrare nella sua fase più cruenta. Dopo l’8 settembre 1943, le truppe tedesche occupano militarmente il suolo italiano; la pianura padana e i monti del centro-nord Italia diventano un vero e proprio teatro di guerra, costellato di scontri e rastrellamenti, ma anche azioni di resistenza dei partigiani che difendono la propria terra.
I Cervi, abituati all’azione e ad anticipare i tempi, sanno che bisognerà combattere per la libertà dall’occupazione tedesca, e ancora una volta dal fascismo, resuscitato sotto la protezione delle armi naziste. Iniziano la lotta armata a partire da questa casa, che diventa un centro di smistamento per rifugiati e rifornimenti ai partigiani. La Resistenza dei Cervi è intensa ma molto breve: dopo le prime azioni in pianura, i sette fratelli e alcuni compagni cercano di organizzarsi nella montagna, ma in poco tempo sono costretti a ritornare a casa, sui propri passi.
E’ il 25 novembre dello stesso anno, quando tutta la “banda Cervi” viene sorpresa nella loro cascina ai Campi Rossi. I militi fascisti, dopo uno scontro a fuoco, appiccano un incendio al fienile e alla stalla. A questo punto la famiglia si arrende e i Cervi vengono trascinati via dai fascisti, lasciando nella casa che ancora brucia solo donne e bambini. I drammatici momenti di quella notte sono riportati con fredda precisione dal rapporto delle autorità locali.
I sette fratelli Cervi rimangono in carcere a Reggio sino al 28 dicembre, quando i fascisti decidono la loro fucilazione come rappresaglia ad un attentato dei partigiani. Nei ricordi di Papà Cervi, anch’egli imprigionato e ignaro della sorte dei figli, vi sono le ultime commoventi frasi di commiato di Gelindo e di Ettore, il più giovane dei sette.
L’estremo sacrificio dei sette fratelli Cervi e del loro compagno Quarto Camurri, consumato all’alba del 28 dicembre 1943 al poligono di Reggio Emilia, rappresenta uno spartiacque per la Resistenza reggiana: dapprima scompaginato dalla cattura e dalla barbara uccisione di quella che era di fatto la sua punta avanzata, il movimento partigiano si riorganizza, facendo di quel martirio un simbolo per gli altri resistenti. Molte altre vittime e fatti di sangue segnarono i venti lunghi mesi dell’occupazione nazifascista, come i massacri di Cervarolo e della Bettola, nella primavera-estate del ‘44. Seguendo anche l’esempio dei Cervi, la Resistenza reggiana istituisce una stamperia clandestina, per diffondere messaggi e volantini d’informazione, di incitamento alla lotta, di speranza. Soltanto il 25 aprile del 1945, il giorno della Liberazione, anche a Reggio Emilia, si potrà festeggiare, dopo tante sofferenze, la fine della guerra e l’inizio di una riconquistata libertà
Per la famiglia Cervi, la Liberazione è un momento di gioia, ma dal sapore diverso: dopo l’ennesima intimidazione dei fascisti alla famiglia, pur colpita già duramente dalla guerra, la madre Genoeffa Cocconi cede al dolore e si spegne nell’autunno del 1944, , lasciando gli undici nipotini, le quattro vedove e il vecchio Alcide. Per papà Cervi e il resto della famiglia sarà possibile riavere le spoglie dei sette fratelli soltanto diversi mesi dopo il 25 aprile, per tributare loro le solenni esequie. Davanti alla folla silenziosa che si raduna a Campegine, il 25 ottobre 1945, per l’ultimo saluto ai fratelli Cervi, Alcide ha la forza di prendere la parola, per dire con commossa ma lucida saggezza “Non chiedo vendetta, ma giustizia… Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”. Una coraggiosa dichiarazione d’intenti, che già apriva il futuro scenario del Museo Cervi come luogo di memoria e di studio. QUARTO CAMURRI (1921-1943)


“Arrivano alla prima collina, e trovano una capanna di paglia e canne, forse di un pastore, ci si mettono a dormire, come signori. Si svegliano verso mezzogiorno. Aldo guarda verso la porta, e ha una brutta sorpresa. C'è seduto davanti un fascista, che volta le spalle. Siamo in trappola, pensa Aldo, e studia cosa si può architettare per farlo fuori. Ma quello si volta e dice non pensate male, ho disertato la guardia repubblicana. Aldo ancora non si fida, ma il disertore non ha armi, ha gettato il moschetto dietro una siepe, e chiede di stare coi partigiani. Gli domandano dove ha gettato il moschetto. Lui li porta a una siepe, e ritrova il moschetto, ma manca l'otturatore.
L'ho gettato nel fiume, - dice il disertore.
Allora Aldo entra nell'acqua, dove quello ha indicato: e trova anche l'otturatore: così decidono di prenderlo con loro. Si cihama Quarto Camurri, è un bravo ragazzo.” (I miei sette figli di Alcide Cervi e Renato Nicolai)

Quarto Camurri, originario di Guastalla, arruolatosi volontario nella Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale nell'ottobre del 1943 e incorporato nel 1° battaglione 2' Cp. della 79° Legione, diserterà nel novembre successivo. Verrà arrestato a Casa Cervi il 25 novembre 1943 e sarà fucilato con i sette fratelli il 28 dicembre al poligono di tiro di Reggio Emilia.


LA RETE CLANDESTINA DEI CERVI
Nell'ottobre del 1943 i Cervi danno vita alla prima formazione partigiana della regione, anticipando un movimento che, nei mesi successivi – pur con ritardi, difficoltà e differenze da zona a zona -, riesce a radicarsi in modo non paragonabile a nessun'altra realtà regionale.


La volontà dei Cervi di iniziare subito la lotta armata, facilitata dalla presenza all'interno della loro formazione di ex prigionieri di guerra già addestrati al combattimento, si scontra con i dubbi e le contraddizioni che segnano l'organizzazione comunista locale ed emiliana dei primi mesi di lotta.
Se da un lato gli appelli alla lotta armata sono immediati, e provengono dalle organizzazioni di partito ma anche dagli organismi unitari nazionali e dagli stessi Alleati, il gruppo dirigente comunista ha difficoltà a tradurre in pratica tali indicazioni. Prevalgono i pregiudizi operaisti ( che fanno escludere che la lotta possa partire dalle campagne) e la convinzione che non sia possibile organizzare bande armate in montagna. L'obiettivo è dunque creare piccoli gruppi di partigiani – inquadrati nei gruppi di azione patriottica (GAP) – fortemente coesi e controllati dal partito, che compiano azioni in città.
I Cervi invece sono convinti della necessità di agire subito. Nel corso del mese di settembre mettono a frutto i tanti rapporti stabiliti nel corso della lotta antifascista, e contribuiscono a realizzare l'ossatura del movimento partigiano nella zona a ovest della bassa reggiana (Campegine, Gattatico, Sant'Ilario, Poviglio, Castelnovo Sotto). In ottobre saranno in montagna per costituire una formazione armata.
Le loro azioni generano difficoltà nel rapporto con alcuni dirigenti del Partito Comunista reggiano, che non condividono le modalità di azione della banda Cervi. Questa situazione spinge i Cervi a prendere contatti anche con la federazione comunista di Parma, ma si traduce in una situazione di parziale isolamento dal resto del movimento locale.
E' inoltre difficile mobilitare altre persone, come dimostra l'impossibilità di trovare ospitalità presso altre case per occultare i componenti della formazione: è questa la ragione per cui verranno tutti sopresi in casa Cervi dai fascisti il 25 novembre 1943.

Tratto da documentazione Archivio Museo Cervi

16 dic 2011









Ufficiale e gentiluomo Salvava gli equipaggi delle navi che affondava


Gian Ugo Berti

LIVORNO. Il 14 dicembre 1942 moriva davanti alla costa tunisina Salvatore Todaro, capitano di corvetta, a bordo del motopeschereccio Cefalo, colpito da una raffica di mitragliatrice esplosa da un aereo inglese. Aveva 34 anni. Siciliano di nascita, Todaro era legato a Livorno non solo per aver frequentato l’Accademia Navale dal 1923 al 1927, uscendone col grado di guardiamarina, ma anche per aver sposato nel 1933 una livornese, Rina Anichini, da cui ebbe due figli Gian Luigi e Graziella Marina.
E’ passato alla storia della Marina Militare con vari appellativi, il “gentiluomo del mare”, il “don Chisciotte del mare”, il “sacerdote del mare”, riconducibili però ad unico concetto, quello della sua umanità: salvare l’equipaggio della nave affondata, sempre e comunque, contro le regole della guerra che imponevano al contrario d’abbandonare i naufraghi al loro destino.
Furono più d’uno simili episodi, portati a termine al comando del sommergibile atlantico “Cappellini”, ciascuno entrato poi nella leggenda come il suo protagonista. Una scelta di coscienza del giovane ufficiale messinese, che odiava tecnicamente i siluri di cui era invece ampiamente dotato il proprio sommergibile, mentre aveva fiducia nei cannoni. Per usarli doveva inevitabilmente salire in superficie e l’attacco era simile ad un abbordaggio come quello dei corsari. Ma, questo, faceva parte del suo spirito cavalleresco.
Si possono ben capire i sentimenti che avrà provato quando venne a conoscenza degli orrendi misfatti perpetrati ai danni dei prigionieri italiani naufraghi del Laconia, in gran parte rimasti chiusi nelle stive ed altri che ebbero, invece, le mani mozzate per impedire loro di salire a bordo delle imbarcazioni di salvataggio. Alla fine i naufraghi italiani morti saranno 1350 su 1800.
Una medaglia d’oro, tre d’argento e due di bronzo sono soltanto l’espressione militare di un valore che va oltre le vicende belliche e che soprattutto gli procura guai seri quando viene chiamato a rapporto dall’ammiraglio tedesco Donitz. «Siete un valoroso, ma soprattutto un pazzo. Ci sono due cose che non riesco assolutamente a capire. Comandate un sommergibile ed invece preferite fare la guerra di superficie. Questo sarebbe ancora tollerabile: potrei affidarvi il comando d’un incrociatore tedesco. Ma sareste capace di mandarlo a piccolo per raccogliere i naufraghi nemici. E’ intollerabile. Avete rischiato l’affondamento del sommergibile per uno stupido sentimentalismo. Nessun ufficiale tedesco avrebbe agito così». Risposta: «In quel momento sentivo il peso di molti secoli di civiltà. Un ufficiale tedesco, forse, non avrebbe sentito quel peso». Donitz, prima appare incerto come colpito da tanta schiettezza, vuole salvare la forma e la sua posizione, poi desiste e gli stringe la mano: «Mi sono meritato questa risposta».
Se Livorno è parte importante nella vita di Todaro, non meno lo è stato “Il Telegrafo”, seppur in altra dimensione. Delle sue gesta s’occupò a fine anni ’60, Angiolo Berti. «La Marina Militare - scrive - ricorderà Todaro per tre elementi: pur affondatore del naviglio avversario, sempre la preoccupazione fu la salvezza degli equipaggi imbarcati su quei battelli. A loro dedicò i propri pensieri con un sentimento di solidarietà oltre la bandiera. A tali vicende umane, dedicò sé stesso con la semplicità di chi voglia vedere nelle onde l’immagine del fratello».
«Fu credente nei valori del bene e nella fede che vollero guidarlo alla salvezza degli uomini. Dimostrò - aggiunge - che si combatte contro lo strumento militare del nemico, non contro l’uomo. Nella storia della guerra, rimane il simbolo dell’umanità che supera la violenza, qualunque essa sia». Semplice è quindi il suo messaggio: «Anche quella sul mare, con l’affondamento dell’unità nemica, è violenza, ma gli equipaggi non sono nemici da colpire». «Lui - conclude Berti - superò la violenza salvando gli equipaggi insieme all’affondamento del battello nemico. Le sue, furono giornate di leggenda e, come tale, Todaro verrà ricordato nella storia dei mari».
Nel giorno dell’anniversario della scomparsa, la figura umana e professionale di Todaro è stata ricordata dalla Fondazione “Angiolo e Maria Teresa Berti” al Campo degli Eroi di Casciana Terme. Nell’“angolo” dedicato alla Marina Militare, ai suoi uomini ed alle loro gesta, è stata letta la lettera che Todaro teneva fra i documenti personali, quando venne colpito a morte. Una lettera scritta da un familiare di un marinaio della nave belga Kàbalo, affondata dal sommergibile “Cappellini” ed il cui equipaggio fu tratto in salvo per decisione dello stesso Todaro, rimorchiato su un gommone e poi sbarcato due giorni più tardi davanti ad un porto nemico.
«Vorrei, se possibile, che queste righe fossero consegnate al Comandante del sommergibile italiano che ha affondato il piroscafo Kàbalo. Signore, felice la nazione che ha degli uomini come voi. I nostri giornali hanno raccontato come avete agito nei confronti dell’equipaggio di una nave che il vostro dovere di soldato vi aveva imposto d’affondare. C’è l’eroismo barbarico e c’è il vostro. Siate benedetto per la vostra bontà, che fa di voi un eroe non solo dell’Italia, ma dell’umanità». Firmato: «Una donna portoghese».
Il giorno prima di morire, così scrisse ad un amico, suo compagno a bordo del “Cappellini”: «Da mesi non faccio che pensare ai miei marinai che sono onorevolmente in fondo al mare. Penso che il mio posto sia con loro».
Chi erano questi uomini che lo consideravano immortale? Come si legge nella missiva 13 agosto 1941 di Maricosom, numero di protocollo 520, nell’elenco che effettivamente partecipa alla missione, a firma Salvatore Todaro, si tratta di 60 persone. Di queste, 8 sono toscane: l’aspirante guardiamarina Genio Navale Giorgio Feliciani di Sesto Fiorentino, il capo elettricista Mario Mancin di Borgo a Buggiano, Mario Mastrorosato, Armando Pancani e Tullio Degli Innocenti di Firenze, Ciro Cei di Pisa, l’elbano Mario De Angelis ed il viareggino Adolfo Malfatti. Il massimo della loro aspirazione era quando il loro comandante, per atti di grande coraggio, consentiva di dargli del “tu”: questo valeva per loro più d’una medaglia d’oro.

13 dic 2011


la giornata del "Giovin Signore"
il messaggio di Giuseppe Parini
di Domenico Letizia



La cultura riformatrice dell’Illuminismo lombardo influì decisamente sulla personalità di Giuseppe Parini. L’istanza di un radicale rinnovamento morale e di una letteratura vicina alle tematiche sociali e politiche fecero infatti del Parini un sostenitore del movimento lombardo e viceversa, pur se con le dovute differenziazioni.



L’opera più importante del Parini è rappresentata dal “Il Giorno”, un poemetto che comprende le sezioni del “il Mattino”, “il Mezzogiorno”, “il Vespro” e “la Notte”. Il poeta vi descrive lo svolgersi di una giornata di un “giovin signore” soffermandosi e con pungente satira su tutti i più minuti particolari.



Parini descrive di una giornata monotona, tutte le giornate del giovin signore sono uguali e disutili. Il poeta non descrive in modo minuzioso solo le azioni del giovane nobile ma ne descrive anche l’atteggiamento morale di tali azioni. Il comportamento del giovane nobile è ambientato in una duplice prospettiva: da una parte ricerca e insegue tutti gli appagamenti alla sua vanità e al suo piacere, dall’altra egli appare una piccola vittima costretta ad uniformarsi ai valori e ai costumi della classe sociale che rappresenta. Il Parini vuole trasmettere un messaggio chiaro: la corruzione dei valori e la decadenza inesorabile della nobiltà. Aspetto particolare dell’opera è il radicale cambiamento tra le prime due parti: il Mattino e il Mezzogiorno dalle altre due sezioni: il Vespro e la Notte.



Nella prima parte la satira pariniana colpisce la presunzione, l’inutilità della vita della nobiltà, rappresentando e descrivendo l’inutile giornata del giovin signore, la satira assume anche aspetti radicali attraverso la sottolineatura di un contrasto tra la vita del giovane nobile e la vita fatta di stenti degli umili.



Non è ancora molto chiaro perché Parini non abbia completato l’opera e il perché del cambiamento con la seconda parte di questa.

Si è ipotizzato che dopo l’abbattimento della rivoluzione sulla nobiltà, il poeta non se la sia sentita di continuare con la sua satira pungente, altri si sono soffermati e hanno ipotizzato l’incontentabilità del poeta per l’opera facendo procedere con lentezza il lavoro, svuotandolo e privandolo dell’ispirazione iniziale.



Molto probabile come descrive Mario Santoro nel Parini vi sia stato un lento, profondo e graduale cambiamento di stato d’animo nei confronti della realtà. Come molti altri intellettuali dell’illuminismo lombardo la volontà riformatrice iniziale andò lentamente affievolendosi lasciando spazio alla disillusione, al disimpegno e al ripiegamento su valori più intimi e individuali e meno sociali, svuotando l’opera do quel carattere satirico iniziale nei confronti della nobiltà. Questo atteggiamento colpì numerosi intellettuali protagonisti dell’illuminismo lombardo segno di un cambiamento d’epoca, di fatto, si passerà alla contemplazione della bellezza idealizzata e al fiorire del neoclassicismo e del preromanticismo.

8 dic 2011


Ferruccio Parri, nome di battaglia "Maurizio"

Nato a Pinerolo (TO) nel 1890, professore di lettere, giornalista. Durante il conflitto 1915-18 è ferito quattro volte al fronte; merita due promozioni sul campo e tre decorazioni; è associato all'ufficio operativo del comando supremo dell'esercito. Dopo la fine del conflitto si trasferisce a Milano, dove è insegnante al Liceo Parini di Milano e redattore del "Corriere della sera". Aderisce a Giustizia e Libertà e nel '26 con Carlo Rosselli organizza l'espatrio clandestino del leader socialista Filippo Turati.

Turati, Carlo Rosselli, Pertini e Parri
Più volte arrestato e confinato a Ustica e Lipari, rifiuta la domanda di grazia. Nel 1930 è nuovamente assegnato al confino per 5 anni unitamente ad altri esponenti del movimento antifascista Giustizia e Libertà.

Promotore del Partito d'Azione (PdA), partecipa alla Resistenza con il nome di battaglia di "Maurizio" e rappresenta il PdA nel Comitato militare del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI). E' poi nominato vice comandante del corpo volontari della libertà (CVL). Arrestato casualmente a Milano e affidato ai tedeschi viene trasportato in Svizzera nel quadro di uno scambio concordato di prigionieri con ufficiali germanici nelle mani dei partigiani. Partecipa attivamente alla fase conclusiva della Resistenza e all'insurrezione di Milano.

Nel 1945, dopo la Liberazione e la crisi del III governo Bonomi, diviene Presidente del Consiglio dei Ministri di un Governo di unità nazionale composto da democristiani, comunisti, socialisti, azionisti, liberali e demolaburisti. Parri è Presidente del Consiglio dal giugno al novembre del 1945. Gli succede a capo dell’esecutivo il democristiano Alcide De Gasperi.

Al momento della crisi del Partito d’Azione, nel marzo del '46 crea, con Ugo La Malfa (anch’egli ex azionista), il piccolo partito della Concentrazione Repubblicana che confluisce, poi nel Partito Repubblicano Italiano (Pri). Nel '46 viene eletto deputato della Costituente, nel '48 senatore.

Parri esce dal Pri nel 1953 in opposizione alla nuova le legge elettorale con premio di maggioranza (la cosiddetta “legge truffa”) dando vita, con il giurista ed ex azionista ed ex parlamentare socialdemocratico Piero Calamandrei, al movimento di Unità Popolare che contribuisce (seppur con pochi voti) al fallimento della legge elettorale voluta dal Ministro degli Interni Mario Scelba (Dc).

Eletto senatore nelle liste del PSI nel 1958, nel 1963 il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (Psdi) nomina Ferruccio Parri senatore a vita. Al Senato presiede fino alla morte il gruppo parlamentare della Sinistra indipendente. Presidente della Federazione italiana associazioni partigiane (FIAP), è autore di importanti saggi sulla storia della Resistenza.

Aderisce al gruppo al gruppo della Sinistra indipendente di cui è a lungo presidente e diventa direttore della rivista Astrolabio.

Presidente della Federazione italiana associazioni partigiane (FIAP), è autore di importanti saggi sulla storia della Resistenza.

Muore a Roma nel 1981.


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Ferruccio Parri “visto da vicino” da Enzo Biagi, partigiano con il nome di battaglia “Il Giornalista”



“Ma anche se l'esperienza del Partito d'Azione fu breve, Parri l'ho conosciuto molto bene. Era un uomo di grande rispetto e quando stavo con lui ne ero orgoglioso. Insieme facemmo alcuni comizi dalle mie parti. A Molinella usammo il carro di un contadino come palco, ricordo che c'era il prete sulla soglia della chiesa che ascoltava, era stato il mio professore di religione. lo parlavo della mia esperienza di partigiano, dei nostri ideali e della giustizia sociale. Lui dei sei anni tra prigione e confino e dei sei mesi da presidente del Consiglio. Due esperienze difficili che non avevano lasciato nel cuore di Ferruccio Parri alcuna amarezza.

«Non mi sono mai fatto illusioni» spiegava «e non ho rimpianti.» Lo hanno definito «un protestante della politica»: infatti gli è sempre bastata la coscienza tranquilla. Quando verso la fine degli anni Venti entrò ammanettato nell' aula del tribunale speciale, per rispondere alle accuse di attività antifascista, chiamò il suo difensore. «La prego» chiese «non parli del mio passato di soldato. lo desidero soltanto essere giudicato per quello che sono: un avversario della dittatura». Non voleva che fossero ricordate le tre medaglie d'argento e le tre promozioni sul campo conquistate nella Prima guerra mondiale; non cercava attenuanti. L'avvocato non tenne conto della raccomandazione, ma Parri lo interruppe: «Se considero l'Italia attuale, mi vergogno delle mie decorazioni». Il padre di Maurizio, che assisteva al processo, non seppe trattenersi. «Bravo!» gli urlò.

Quando era alla testa del «governo dell'esarchia», l'insieme dei sei partiti che componevano il CLN (Partito comunista, Partito socialista italiano di unità proletaria, Democrazia del Lavoro, Partito d'Azione, Democrazia cristiana e Partito liberale), ricevette un capo partigiano che aveva da presentargli qualche curiosa richiesta. «Maurizio» cominciò il giovanotto chiamandolo col suo nome di battaglia «ti abbiamo seguito fin qui, ma siamo senza casa. Tu hai tanti nemici e noi vogliamo essere la tua guardia del corpo. Un posto per dormire dovremmo averlo. Facci almeno una lettera per il commissario degli alloggi».

«Non è giusto, non posso» osservò Maurizio «la prenderebbero per una raccomandazione».

Così la guardia del corpo fu sciolta, e lo stesso presidente del Consiglio continuò a dormire al ministero, in una branda sistemata nella stanzetta attigua allo studio. Non voleva che qualcuno si disturbasse per lui.

Quando anni dopo lo intervistai, parlava senza imbarazzo di quelli che considerava i suoi errori: «Avrei dovuto fare la riforma agraria, ma diffidavo dei comunisti che la proponevano. Eppure la loro visione storica era esatta. Bisognava far capire ai contadini, in maniera concreta, che qualcosa era cambiato».

Ferruccio Parri è nel mondo italiano un personaggio insolito: il suo rigore, la sua incapacità di adattarsi al compromesso, lo hanno fatto apparire, agli occhi di molti, come un ingenuo sognatore o un patetico e rispettabile incapace. Antifascista per ragioni morali, per educazione familiare (era figlio di un tenace repubblicano che teneva il ritratto di Mazzini accanto al letto), non ha mai risposto ai suoi amici con visioni dottrinali, messaggi, ma era il semplice programma della buona amministrazione. Comandante di un esercito di affamati, mentre il generale britannico Alexander invitava i suoi uomini ad abbandonare la lotta, disse ai compagni che gli erano più vicini: «Tenete duro, e fate sapere a tutti che l'insurrezione non è questione di armamenti. Quando sarà ora la faremo, anche con quattro pistole scariche». Aveva il pudore delle parole e dei sentimenti, e la fede nei buoni esempi.

Presidente del Consiglio, ogni sera entrava in una tabaccheria ad acquistare i francobolli per la sua posta personale. A una giornalista che voleva intervistarlo, rispose: «Che cosa importa se ho la cravatta storta, il colore del mio vestito, se mangio pane e salame? Che cosa c'entro io?». Spersonalizzare era, infatti, uno dei verbi che ricorrono spesso nei suoi discorsi.

I capelli bianchi, il sorriso triste, i modi estremamente misurati, non amava parlare di sé. Qualcuno ha scoperto che notevole fu il suo contributo all'invenzione dei piani che portarono le truppe del generale Diaz a Vittorio Veneto. Il maggiore Parri, che aveva cominciato la guerra da sottotenente, era stato trasferito al comando supremo. «I capi» spiegava «erano molto impegnati, avevano tanto da fare». Quando Allan Dulles, capo del controspionaggio americano, si presentò a Maurizio, gli disse commosso: «È un grande onore conoscerla, generale». «Ma io non sono militare e non ho questo grado» disse Parri ridendo. «Nessuno più di lei merita questo titolo» ribatté Dulles.

Ma la definizione più giusta di Ferruccio Parri la diede una piccola folla di ascoltatori milanesi ai quali il professor Parri doveva tenere un comizio, accogliendolo al grido: «Viva i galantuomini!». Comunque si giudichino le sue idee politiche, i suoi errori e i suoi meriti, Ferruccio Parri è stato, per tanta gente, un esempio di vita. Non ha mai chiesto nulla, e ha dato in silenzio”.



Tratto da:

Enzo Biagi “I quattordici mesi. La mia Resistenza” - Editore Rizzoli - novembre 2009

7 dic 2011




I dimenticati:tra i grandi che si ricordano come vittime degli anni di piombo ,ci sono decine di dimenticati,nè eroi nè volontari al sacrificio,semplicemente ignare persone ,sempre di umile estrazione che si trovarono per caso nel passaggio della STORIA.OGGI,(MA CHI LO RICORDA?)moriva Romiti,un poliziotto .Era il 1979.


Fu assassinato da un commando di terroristi delle Brigate Rosse il 7 dicembre in via Casilina, nel quartiere romano di Torre Spaccata.

Il maresciallo Romiti era responsabile da circa 11 anni della Squadra di Polizia Giudiziaria del Commissariato Centocelle. Il mattino del 7 Dicembre, intorno alle 7,45 si stava dirigendo a piedi verso la fermata dell’autobus che lo avrebbe portato al Tribunale di Roma, dove avrebbe dovuto testimoniare in un processo. Poco prima di raggiungere la fermata da dietro un muretto sbucarono 3-4 giovani armati di pistola che aprirono il fuoco contro il poliziotto, ferendolo mortalmente. Prima di fuggire uno dei terroristi gli sparò un colpo di grazia alla testa.

Gli assassini vennero arrestati negli anni successivi e condannati all’ergastolo.

Il maresciallo Romiti era stato uno dei promotori della formazione del primo sindacato di Polizia.

Mariano Romiti era sposato e padre di quattro figli. Il giorno del suo assassinio avrebbe dovuto festeggiare il quindicesimo compleanno del figlio minore.

Tra il 1971 ed il 2003 le Brigate Rosse si resero responsabili dell’ assassinio di 89 persone, per la maggior parte membri delle Forze dell’Ordine.

Fonte: Corriere della Sera, “la notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, ed. Nuova Eri- Mondadori


Il delitto di Romiti viene ricordato per caso,con indifferenza delle BR e della magistratura,quasi fosse una pecora morta in un gregge.


Non meno importante si rivelava l'interrogatorio di Emilia Libera che, avendo condiviso con Savasta "la scelta esistenziale definitiva", poteva avallare le ammissioni del "Diego" e arricchire il quadro probatorio con ulteriori, utilissimi elementi di fatto.
Così, la "Nadia" asseriva di essere impegnata negli anni 1975-1976 nel "Comitato Comunista Centocelle" in "un'attività politica di quartiere, nelle scuole del quartiere, per autoriduzioni ed occupazione di case"; ribadiva che nel Co.Co.Ce. "c'era una struttura di servizio d'ordine che aveva una funzione di braccio armato"; confermava di essere entrata nelle Brigate Rosse dopo la riunione, convocata da Bruno Seghetti nell'abitazione della zia di Anna Laura Braghetti, a cui erano intervenuti anche Arreni, Savasta e Morucci.
Inserita nella brigata "Centocelle", con Savasta e Arreni, aveva cominciato il suo lavoro occupandosi "all'interno del territorio di competenza dei personaggi che si facevano carico di portare avanti quella che a livello centrale avevamo individuato come linea dello Stato. In quel periodo si prestava soprattutto attenzione al discorso di rinnovamento della Democrazia Cristiana, al discorso della ricerca da parte di questo partito di costruirsi un volto popolare".
Sul piano concreto, era stata "bruciata, con una tanica di benzina, la macchina di Sodano Ugo, un consigliere circoscrizionale della D.C." e, su segnalazione del Seghetti, quella di Filippo Mario, segretario di una sezione del Tiburtino.
Finché, "verso la fine del 1977", la Libera era stata, insieme a Savasta, "spostata alla brigata universitaria" ed aveva "incontrato per la prima volta Spadaccini e Piunti".
"Ancora in presenza di quello che era stato il cosiddetto movimento del 77, l'università era un grosso punto di aggregazione; c'erano continuamente assemblee, si erano costituiti diversi collettivi e diverse strutture", per cui i membri della brigata si erano posti principalmente il compito di "propagandare" con volantinaggi e contatti individuali la necessità della lotta armata.
Ma oltre a ciò, costoro avevano danneggiato le auto di due professori notoriamente democristiani ed avevano condotto a termine alcune "verifiche" su docenti rei soltanto "di accreditare questa immagine di rinnovamento della Democrazia Cristiana".
Una indagine "autonoma" aveva riguardato anche il prof. Franco Tritto, assistente dell'on. Moro, al quale si intendeva incendiare la vettura.
Sennonché, "all'incirca un mese prima" del 16 marzo 1978, ci si era resi conto che pure Bruno Seghetti stava "svolgendo per conto suo un'inchiesta sulla stessa persona seguendone i movimenti" e l'iniziativa originaria era stata abbandonata.
"Al momento la cosa era sembrata strana", ma poi, "quando era uscito fuori che erano state fatte delle telefonate al prof. Tritto" durante "la prigionia di Moro", la circostanza aveva acquisito un chiaro significato.
Nel medesimo periodo, peraltro, i brigatisti erano stati tutti mobilitati "perché c'era in preparazione una azione grossa" ed era stata approntata una lista "molto lunga" di veicoli da rubare.
Emilia Libera ammetteva di avere "gestito" con i suoi compagni la Renault rossa consegnata, proprio da lei e "da Spadaccini che la guidava", a Bruno Seghetti in Piazza Albania e di avere "distribuito volantini e comunicati nell'Ateneo", ma escludeva categoricamente di avere avuto un ruolo più determinante negli eventi in questione.
Però da Bruno Seghetti aveva appreso che "lui aveva condotto la macchina con cui era stato portato via Moro", mentre, più tardi, allorché era stata catturata la Braghetti, Maurizio Iannelli le aveva confidato che "non si erano accorti che la casa di "Camilla" era stata la prigione di Moro".
E sempre Seghetti aveva sostenuto che ad uccidere il parlamentare "era stato Gallinari", che appunto abitava nell'appartamento della Braghetti.
Ancora, Barbara Balzerani, in una diversa occasione, aveva aggiunto "che erano stati necessari diversi colpi "giacché" quando si spara ad una persona al cuore questa non cessa subito di vivere".
La giovane asseriva, tuttavia, di esser intervenuta nel dibattito che si era aperto sulla conclusione della "campagna" e di avere manifestato l'opinione che l'ostaggio ...
In realtà, Morucci e Faranda "pensavano che fosse meglio liberare Moro" secondo "una linea che privilegiava le contraddizioni all'interno della classe e non quelle all'interno dello stato", prendendo atto "del fatto che era un livello di scontro troppo alto a cui il movimento in quel momento non era assolutamente preparato".
Era, invece, prevalsa la tesi opposta nel convincimento che " l'organizzazione, rispetto al tipo di richieste avanzate e alla mancata accettazione, avrebbe saputo scaricare la morte di Moro come una contraddizione sulla classe politica che non aveva voluto prestarsi alla trattativa".
La Libera non aveva difficoltà a confessare le proprie responsabilità, specie in ordine all'assalto della sede del Comitato Romano della Democrazia Cristiana, compiuto da un commando formato da 15 unità - oltre ai brigatisti citati da Savasta, menzionava tra i partecipanti anche "Carlo" - e precisava di esser divenuta "regolare" in coincidenza "con la partenza per la Sardegna nel novembre 1979".

Con estrema lucidità la "Nadia", rispondendo a specifiche domande dei giudici e delle parti, era in grado di ricostruire momenti salienti di un'attività criminale che dal 1976 al maggio 1980 aveva insanguinato le vie della capitale.
E giustificava il suo mutato atteggiamento con una serie di argomentazioni che partivano dalle considerazioni della sconfitta politica delle Brigate Rosse.
"Il problema è che ho maturato una crisi rispetto alla mia appartenenza alle Brigate Rosse, nel senso che mi sono resa conto di tutta una serie di problemi: le spaccature che ci sono state, l'uscita di molti compagni dall'organizzazione, l'incapacità dell'organizzazione di costruire una linea politica che si collegasse realmente con i problemi della classe. Mi sono resa conto che non soltanto non eravamo riusciti a fare questa cosa, cioè a dare quella che pensavamo essere una soluzione politica più alta in termini di potere e di cambiamenti alla classe, ma avevamo contribuito a chiudere tutta una serie di spazi che il movimento si era conquistato e a distruggere anche la ricchezza delle lotte che si erano prodotte. Il problema era stato costituito dal fatto che abbiamo fatto un'analisi un po' superficiale: siamo partiti dalla crisi - una crisi inevitabile, sempre più acuta - e da questo ci siamo allacciati all'antagonismo che la classe esprimeva ai livelli di ristrutturazione; il problema è stato che questa cosa, invece di leggerla come semplice antagonismo, come semplice contrapposizione di interessi, nella nostra mente, nel nostro progetto, l'abbiamo letta come tendenza alla guerra civile, come possibilità di costruire una guerra di lunga durata che sostituisse lo Stato con il potere del proletariato... Oggi c'è una grossa scollatura con la classe e il livello scelto conduce le Brigate Rosse a uno scontro sempre più e soltanto militare".

Le conseguenze negative di una simile impostazione la spingevano, dunque, ad assumersi "la responsabilità di dire tutto quel che sapeva e contribuire a sconfiggerle politicamente, oltre che dagli altri punti di vista".
Antonio Savasta ed Emilia Libera indicavano, per quanto a loro conoscenza, gli autori materiali di ulteriori gravi episodi rivendicati dal sodalizio terroristico, consentendo in tal modo alla Corte di apprendere che:
- all'attentato incendiario in danno di Ferrari Vittorio aveva partecipato anche Barbara Balzerani;
- all'attentato contro Perlini Mario avevano partecipato "Camillo" e "Marzia";
- all'attentato contro Cacciafesta Remo avevano partecipato Balzerani, Faranda e Brioschi;
- all'attentato contro Fiori Publio avevano partecipato anche Seghetti, Balzerani e Gallinari;
- all'omicidio di Riccardo Palma aveva preso parte un nucleo guidato da Prospero Gallinari, il quale aveva dovuto personalmente far fuoco sul magistrato, poiché "la persona che doveva sparargli all'ultimo momento non se l'era sentita";
- all'assalto della Caserma "Talamo" avevano partecipato anche Arreni, Piccioni e Seghetti;
- all'omicidio di Tartaglione Girolamo avevano preso parte Cianfanelli, "Camillo", "Marzia" ed altri;
- all'agguato nei confronti degli agenti della "Volante IV" avevano preso parte Piccioni, Morucci, Cacciotti, May e Cianfanelli;
- alla rapina in danno di Ferretti Riziero con lo stesso Savasta erano presenti Seghetti, Petrella Stefano e "Silvia";
- all'attentato contro gli agenti della scorta dell'on. Galloni avevano partecipato Gallinari, Loiacono e Faranda che aveva nell'occasione usato la pistola in seguito passata al Savasta;
- alla rapina compiuta nel garage di Via Salaria avevano partecipato Morucci, Piccioni, Cianfanelli, May e Cacciotti;
- all'omicidio di Schettini Italo avevano partecipato anche Seghetti e "Marzia", mentre "l'inchiesta era stata effettuata da Pancelli e Padula";
- all'attentato contro Pecora Gaetano avevano partecipato Iannelli, "Marco" e Ricciardi che, anzi, aveva redatto il volantino di rivendicazione;
- alle rapine nelle autorimesse di Via Magnaghi e Via Chisimaio avevano partecipato Seghetti, Piccioni e Vanzi;
- all'attentato in danno di Tedesco Michele aveva partecipato Arreni;
- all'omicidio di Granato Michele avevano partecipato Ricciardi, Di Rocco, "Silvia" e "Nanà";
- all'omicidio di Taverna Domenico avevano partecipato anche la Braghetti e Iannelli;
- all'omicidio di Romiti Mariano avevano partecipato Arreni, Iannelli, Cacciotti e "Livio", mentre l'inchiesta era stata portata a termine proprio da Savasta;
- all'omicidio di Vittorio Bachelet avevano partecipato Seghetti e Braghetti, che aveva sparato contro la vittima;
- alla rapina in danno della Banca Nazionale delle Comunicazioni aveva partecipato un gruppo formato da Seghetti, Arreni, Vanzi, Piccioni, Pancelli, "Silvia" ed altri;
- all'omicidio di Minervini Girolamo avevano partecipato anche Piccioni e Padula;
- all'attentato in danno di Digiacomoantonio Savino avevano partecipato Iannelli e "Silvia";
- all'attentato contro Pirri Pericle avevano partecipato Iannelli, Vanzi e Padula;
- all'attentato in danno di Gallucci Domenico avevano partecipato Arreni, Di Rocco e "Silvia".

20 nov 2011




IL PROCESSO DI NORIMBERGA









IL TERZO REICH MUORE IN PALESTRA di Enzo Biagi



Sono passati tanti anni, 20 novembre 1945. A Norimberga molte case erano senza muri esterni; si vedevano letti, armadi, cucine. Gran parte della gente viveva negli scantinati. C'erano montagne di macerie che il gelido inverno tedesco copriva di neve. Racconta Kenneth Mattews, corrispondente della BBC, che sui marciapiedi vagavano Fräulein disperate, pronte ad offrirsi per un pacchetto di sigarette. I giornalisti erano alloggiati allo Schloss Faber, un castello che apparteneva a quei signori delle matite: dormivano tutti in uno stanzone; i giudici stavano al Grand Hotel, sistemato alla svelta dai genieri.

Gli imputati erano ventiquattro: tre, però, mancavano all'appello. Il dottor Robert Ley, capo del Fronte del lavoro, si era impiccato, con un pezzo di lenzuolo, allo scarico d'acqua del gabinetto; di Martin Bormann non si è più saputo nulla, scomparso nel disastro di Berlino; Gustav Krupp era gravemente malato.

Trovarono «il grasso Hermann» molto dimagrito: trentacinque chili di meno. Gli avevano tolto la morfina e doveva stare alle regole di una alimentazione controllata. Ma si dimostrò subito il più deciso, dominava la situazione. Disse al colonnello Andrus, direttore del carcere: «Non dimenticate che avete a che fare con figure storiche».

Hermann Göring si era consegnato agli alleati con la sua Mercedes bianca, dai cristalli a prova di pallottola, e la intera corte: chef, valletto, maggiordomo, aiutanti e molti bauli che contenevano uniformi da cacciatore, da comandante supremo della Luftwaffe, da presidente del Reichstag.

Per avere insultato un testimone gli proibirono per due settimane il tabacco e la passeggiata, ma non si smarrì. Aveva dato disposizioni ai camerati: «Mai nominare Hitler». La sua deposizione durò tre giorni, e secondo i cronisti mise in difficoltà il Procuratore. Teneva in mano un cartellino sul quale aveva scritto: «Dolcemente. Respirare. Calma. Contegno». Concluse: «La nostra sola colpa è di avere perduto». Schiacciò, come Himmler, la fialetta di cianuro.

Anche Himmler aveva deciso di togliersi di mezzo. Si era rivolto all'ufficiale che lo teneva in consegna con tono lamentoso: «Ma se mi toglie i vestiti, con che cosa mi coprirò? Non posso morire in uniforme inglese». La Military Police trovò poi in una stanza sconvolta il cadavere di un ometto calvo, obeso, la pelle gialla; in una mano stringeva gli occhiali. Notarono sulle labbra sottili delle schegge di vetro. «Voglio dedicare la mia esistenza a riabilitare la sua memoria» mi ha detto Gudrun, l'unica figliola. Un compito impegnativo.

Mancava Goebbels, e mancava Martin Bormann, braccio destro del Führer, capo della Cancelleria. Stava nel bunker: sparito. Joachim von Ribbentrop lo pescarono ad Amburgo, in una pensione: si faceva chiamare Riese. Stava a letto con una giovane donna. Aveva nervi fragili e cedimenti improvvisi. Disse al dottor Gilbert che lo esaminava: «Lei è uno psicologo; mi risponda dunque francamente: qualcuno di noi assomiglia a un assassino?».

Tutti gli accusati vennero sottoposti a un test: il più intelligente risultò il vecchio Hjalmar Horace Schacht, quoziente 143. Lo conobbi che aveva già passato gli ottantacinque, ed era presidente di una banca di Düsseldorf: lo sguardo duro dietro le lenti, l'aria assorta. L'unico che, sul banco degli imputati, rideva. «Sa perché?» mi spiegò: «Ero sorpreso, amareggiato, deluso, ma ridevo ugualmente della stupidità degli americani. Sono stato in trentadue Lager, anche nel campo di annientamento di Flossenburg. Il mio ragazzo è caduto in Russia. Ho riso a Norimberga. Io, in quel posto. Certo, la compagnia non era buona, ma [Franz] von Papen e [Konstantin] von Neurath, ad esempio, erano dei gentiluomini».

C'era Hans Frank, governatore a Varsavia, lo chiamavano «il re di Polonia», e stava vivendo la sua grande crisi. Confidava: «A Dio non si può nascondere la verità». Quando lo arrestarono stava ascoltando la Passione secondo Matteo di Bach. Era stato corrotto, diceva, dal gusto del potere. Ministro a trent'anni. «Ci deve essere un demonio dentro di me» confessava «dentro a ogni uomo».

L'ammiraglio Karl Dönitz si era presentato con dodici valigie; gliene lasciarono una. Mentre si allontanava dalla sua nave, la Vaterland, marinai e soldati gli rendevano gli onori. Durante l'ora dei pasti si consultava col collega Raeder e coi generali [Whilelm] Keitel e [Alfred] Jodl. Stavano tra di loro.

[Rudolf] Hess vaneggiava; Streicher, il persecutore degli ebrei, faceva ginnastica ogni mattina completamente nudo; Baldur von Schirach, capo della Hitlerjugend, scriveva poesie per la moglie Henriette: «Non ci rendemmo conto della felicità che ci appartenne e che ora è distrutta, il presente è minacciato, il passato non ritorna più». C'era Albert Speer, architetto, responsabile degli armamenti, che disegnava anche sulle pareti, e le guardie protestavano.

I camion avevano trasportato 1100 tonnellate di documenti. Alla prima solenne udienza ne seguirono quattrocentosei. L'atto di accusa, di cui venne data subito lettura, consisteva in un fascicolo di settanta pagine, trentamila parole in tutto. Alla fine, gli interrogatori vennero raccolti in quarantadue volumi. Ci furono aspre discussioni: «Nullum crimen, nulla poena sine lege», affermavano i sostenitori della illegalità: non si poteva giudicare secondo un codice messo in vigore in quel momento. Poi, alcuni capi di imputazione dovettero essere stralciati: se gli aerei nazisti avevano colpito le città, la U.S. Air Force aveva distrutto proprio Norimberga. Inopportuno parlare di aggressioni: tedeschi e russi si erano spartiti la Polonia, gli anglo-francesi avevano tentato di invadere la Norvegia, ma la Wehrmacht era stata più svelta. E poi, si era mai pensato di far causa a Napoleone o a Guglielmo II? La stampa era divisa: «Non è possibile essere nello stesso tempo giudice e parte in un processo» scrivevano.

Durò dieci mesi il dibattimento. Qualcuno conservò la sua fierezza. Disse Jodl: «Uscirò tenendo la testa alta come quando sono entrato. L'ubbidienza alla propria patria è sopra ogni cosa». Disse Ribbentrop: «Per me il Führer rimane colui che fece grande la Germania. Lo servii e gli rimasi fedele. Non posso urlare: crocifiggetelo. Ieri ho urlato: Osanna». Disse Raeder: «La nostra flotta inalbera una bandiera senza macchia. Sono convinto che gli ammiragli delle forze alleate mi capiscono, e sanno di non avere combattuto contro un delinquente».

Il primo giorno di ottobre del 1946 il presidente del Tribunale internazionale, lord Geofrey Lawrence, lesse la sentenza. La sua voce non aveva vibrazioni, il silenzio dominava. Dodici condanne per impiccagione, death by hunging [Göring, von Ribbentrop, Rosenberg, Streicher, Kaltenbrunner, Frank, Sauckel, Seyss-Inquart, Frick, Keitel, Jodl, Bormann (in contumacia)], tre ergastoli [Raeder, Funk, Hess], vent'anni a von Schirach e a Speer, quindici a von Neurath, dieci a Dönitz. Schacht, von Papen e Fritsche assolti. La corte aveva deciso a maggioranza.

L'esecuzione fu fissata per la notte del 16. Otto inviati speciali, estratti a sorte, poterono assistere. Tre gigantesche forche vennero issate in una palestra, la parte del boia toccò a un sergente americano, John Wood, che se ne è andato all'altro mondo collaudando una sedia elettrica; aveva deciso di continuare il mestiere, e per scrupolo professionale volle procedere a un collaudo di persona: la macchina funzionò perfettamente. Alla fine disse: «Dieci in centotré minuti. Un lavoro perfetto».

Frick gridò: «Viva la Germania immortale», Streicher: «Viva Hitler»; Sauckel: «Sono innocente. Che Dio protegga la Germania e la mia famiglia»; Jodl: «Ti saluto, Germania mia»; Seyss-Inquart: «Spero che questo sia l'ultimo atto della tragedia che è stata la seconda guerra mondiale».

La sentenza doveva insegnare alcuni principi, che poi hanno avute poche applicazioni: non basta per rendere lecita un'azione malvagia l'ordine superiore; il soldato ha il dovere di ribellarsi piuttosto che compiere gesti inumani. Non esistono più autorità che non possano essere chiamate a rispondere delle loro scelte. Ma in Indocina, in Algeria e nel Vietnam non sono stati applicati. Neppure i carri armati sovietici, spediti da Breznev come «aiuto fraterno» a Praga, possono rientrare in quello spirito di pace che doveva illuminare il verdetto pronunciato nell'aula di Norimberga.



ENZO BIAGI, 1989

11 nov 2011


La Prima Guerra MondialeIL RUOLO DEL CORRIERE DELLA SERA


Il ruolo del Corriere della Sera fu determinante nel favorire l’intervento italiano alla Grande Guerra, ed è ancora oggi argomento controverso tra critici e storici.
Inizialmente il sostegno del giornale alla parte interventista non era affatto scontato.
Il direttore, Luigi Albertini, in una lettera del 7 maggio del 1914 scriveva :
“Noi che siamo sempre stati triplicisti, noi che ripetutamente siamo stati accusati di austrofilia, se un bel giorno non abbiamo ritegno e lanciamo contro l’Austria grida così acute, possiamo creare una situazione veramente gravissima” .
Di contro alle riserve di Alberini vi era l’opzione esplicitamente nazionalistica di collaboratori autorevoli, primo tra tutti Gabriele D’Annunzio.
Il pluralismo di opinioni si esaurì quando Alberini decise di si schierarsi a favore dell’intervento, a fianco di Francia e Inghilterra.
Quando l’Italia entrò in guerra, il Corriere della Sera dimostrò il suo appoggio alla causa bellica.
Anche negli anni più duri della guerra, nonostante le difficoltà oggettive, le pubblicazioni non furono mai interrotte.
Alla guerra venne dato tutto lo spazio possibile.
Le copertine in tricromia illustravano e le operazioni dei diversi corpi dell’esercito italiano in modo estremamente realistico. Molti articoli avevano un tono apologetico e trionfalistico, simile a quello dei manifesti di propaganda.
Altri articoli, invece, erano scritti in modo decisamente più obiettivo e del tutto privo di retorica.
Vennero prese in considerazione tutte le diramazioni dell’industria bellica: illuminazione, areonautica, ingeneria marina, costruzione di strade, lavori di bonifica, i servizi ausiliari, fino alle mutilazioni più dolorose, affrontate con spirito addirittura positivistico in un articolo che loda i progressi della medicina nel campo delle protesi.
La stampa delle copertine veniva realizzata con delle macchine della ditta König & Bauer di Würzburg.
I disegni di Beltrame venivano convertiti in tricromie, scomponendo l’originale secondo i principi della sintesi sottrattiva.
Le restrizioni di guerra incidevano invece sul tipo di carta, molto fragile e non patinato.

9 nov 2011




Irena Sendler
Poco tempo fa è venuta a mancare una signora di 98 anni di nome Irena.

Durante la seconda guerra mondiale, Irena, ha ottenuto il permesso di lavorare nel ghetto di Varsavia, come Idraulica specialista.

Aveva un 'ulteriore motivo'.

Era al corrente dei piani che i nazisti avevano per gli ebrei (essendo tedesca).

Irena portò in salvo migliaia di neonati nascondendoli nel fondo della sua cassetta degli attrezzi che trasportava nel retro del suo camion.I bambini più grandi li nascondeva in un sacco di iuta ...

Teneva anche un cane nel retro del camion, che aveva addestrato ad abbaiare quando i soldati nazistientravano ed uscivano dal ghetto.I soldati, naturalmente, temevano il cane, inoltre il suo latrato copriva il pianto dei bambini.

Durante tutto questo tempo, è riuscita a salvare 2500 tra bambini e neonati.

Fu catturata, e i nazisti le ruppero entrambe le gambe e le braccia picchiandola selvaggiamente.

Irena aveva un registro dei nomi di tutti i ragazzi che clandestinamente aveva portato fuori dai confini e lo teneva in un barattolo di vetro, sepolto sotto un albero nel suo cortile.

Dopo la guerra, cercò di rintracciare tutti i genitori che potessero essere sopravvissuti, per riunire le famiglie.

La maggior parte di loro erano stati gasati. Irena ha continuato a prendersi cura di questi ragazzi, mettendoli in case famiglia, o trovando loro famiglie affidatarie o adottive.

L'anno scorso Irena è stata proposta per il Premio Nobel della Pace.

Non è stata nominata.




IN MEMORIA - 63 ANNI DOPO

3 nov 2011


UN OMAGGIO A PASOLINI
nell'anniversario dela morte

"Pagine corsare"
INVITO ALLA LETTURA. BRANI DALLE OPERE DI


DA
Ragazzi di vita
di Pier Paolo Pasolini
Einaudi, Torino 1972 (appendici)

Il metodo di lavoro
già in "Città aperta", 7-8 aprile-maggio 1958

Il fatto che leggendo frammenti e pagine da Una vita violenta si possa pensare di trovarsi di fronte a frammenti o pagine di Ragazzi di vita non è casuale: significa che il paradigma, lo spitzeriano periodo-campione, è lo stesso, e che quindi stilisticamente non c’è soluzione di continuità. E se non c’è trasformazione stilistica non ci sarà neppure più trasformazione interna, psicologica e ideologica.

Infatti ho pensato contemporaneamente tre romanzi, Ragazzi di vita, Una vita violenta e Il Rio della grana (titolo questo, provvisorio, forse sostituito da La città dl Dio) negli stessi mesi, negli stessi anni e insieme li ho maturati e elaborati. La sola differenza è che Ragazzi di vita è scritto per intero e fisicamente: gli altri due ancora no: sono scritti dentro e in parte stesi (Una vita violenta è pronto per soli due terzi). Mentre scrivevo dunque Ragazzi di vita erano già impostati gli altri due romanzi nella loro struttura e in parte nei loro particolari. Ragazzi di vita doveva essere una specie di, diciamo con cattivo gusto, «ouverture», accennando a mille motivi, fondando un mondo in quanto «particolare», in sé completo, del mondo. Gli altri due romanzi dovevano approfondire. Mentre in Ragazzi dl vita ciò che conta è il mondo delle borgate e del sottoproletariato romano vissuto nei ragazzi, e quindi il protagonista, il Riccetto, era, oltre che un personaggio abbastanza definito, un filo conduttore un po’ astratto, un po’ flatus vocis, come tutti i protagonisti-pretesto, in Una vita violenta e nel Rio della grana ciò che conta sono i due personaggi centrali, Tommasino Puzzilli nel primo, Pietro nel secondo. Due storie in certo modo interiori, interiori come possono essere in ragazzi del popolo, abbandonati per le strade, senza un mondo morale se non, rispetto al nostro, preistorico, o ad altro livello storico, malgrado il bombardamento ideologico intensissimo, Il «panem et circenses» della borghesia democristiana e americanizzante.

La storia di Tommasino Puzzilli è una introversione dovuta al fatto che si tratta di un ragazzo non bello, non forte e non sano: un debole, insomma, che deve per forza essere un forte, in un mondo dove ciò è obbligatorio. Egli cerca dunque continuamente di affermarsi: e si sa dove si va a finire per questa strada: alla pseudo-forza della delinquenza, del cinismo, della «dritteria». come la chiamano. Nella specie, la disperata tensione di Tommasino - che non è un delicato, al contrario, è molto volgare - è all’esterno, la storia dei suoi diversi credo politici: è fascista, anarchico, democristiano e infine comunista. Naturalmente all’interno, la storia è più monotona; il meccanismo che scatta è sempre lo stesso, sotto l’influenza delle circostanze esteriori (l’amicizia con dei ladri missini lo fa essere fascista; un certo miglioramento della sua famiglia che era sempre vissuta in baracche e tuguri e che finalmente ha un quartierino all’Ina-Case, lo fa diventare benpensante e democristiano; infine la tubercolosi e l’ambiente del Forlanìni, dove si trova una forte cellula del Pci, lo fa diventare comunista). Bene o male, alla fine, questa spinta «ad affermarsi», «ad esistere», questa sgangherata energia vitale, si illumina di qualche confusa luce morale.


Parlando di Gadda, su «Vie Nuove» trovavo in questo grande autore dei tipi diversi e apparentemente contraddittori di usare il dialetto, che catalogavo in quattro serie. La prima, scrivevo, «è una serie di tipi d’uso dialettale di specie verghiana: implicanti cioè una regressione dell’autore nell’ambiente descritto, fino ad assumerne il più intimo spirito linguistico, mimetizzandolo incessantemente, fino a fare di questa seconda natura linguistica una natura primaria, con la conseguente contaminazione».

Questa la formula definitoria, che, mentre descrive solo in parte Gadda, descrive me interamente. Perché questa selezione linguista mimetizzante? Per poter dare, come scriveva Contini, «un’imperterrita dichiarazione d’amore». Il fondo sentimentale e umanitario, appartiene è vero, alla mia preistoria: ma, si dice, «la nostra storia è tutta la storia» e io aggiungerei «e anche la preistoria». Il mio realismo io lo considero un atto d’amore: e la mia polemica contro l’estetismo novecentesco, intimistico e para-religioso, implica una presa di posizione politica contro la borghesia fascista e democristiana che ne è stata l’ambiente e il fondo culturale.


Non esiste, per me, un metodo esterno di lavoro: il metodo è unicamente stilistico, e quindi interno. Ci sono naturalmente dei dati di fatto che presi a sé possono suggerire l’idea, superficiale, aneddotica, di un metodo «applicato», «a formula». In una loro rivista satirica, Lina e il cavaliere Franca Valeri e i suoi collaboratori hanno inventato un tipo di scrittore, i dati fonetici del cui cognome corrispondono vagamente a quelli del mio. Questo scrittore (ch’era poi una scrittrice, impersonata dalla Valeri) teneva chiuse in un armadio due servette meridionali: quando doveva lavorare le tirava fuori dall’armadio e le faceva «parlare». Operazione da «magnetofono», dunque, con qualche leggera correzione nel senso della «contaminatio»: assoluto naturalismo corretto da un lieve ma a suo modo assoluto «stilismo puro». A parte la comicità della faccenda, la Valeri non aveva affatto intuito male. Spesse volte, se pedinato, sarei colto in qualche pizzeria di Torpignattara, della Borgata Alessandrina, di Torre Maura o di Pietralata, mentre su un foglio di carta annoto modi idiomatici, punte espressive o vivaci, lessici gergali presi di prima mano dalle bocche dei «parlanti» fatti parlare apposta. Questo, naturalmente accade in occasioni specifiche. Per esempio a un certo punto del racconto uno dei miei personaggi ruba una valigia e qualche borsa: c’è un termine gergale per indicare valigia e borsa? Come no! Valigia si dice «cricca», borsa «campana»: la refurtiva in genere, oltre che «morto», si dice «riboncia», ecc, (invece che dire «ecc.», o «cose di questo genere», nel mio romanzo metterò sempre «e santi benedetti» o «e tanti benedetti», quando non un meno vivace «e tante belle cose»). Non sempre questo materiale strumentale a livello bassissimo e particolarissimo lo trascrivo direttamente: lo faccio solo nei casi in cui mi si presenti una difficoltà o una necessità stilistica a tavolino, mentre scrivo tutto solo. Allora lascio in bianco la parte che necessita di espressività, e faccio la mia ricerca, di solito breve e fruttuosa (ho alla Maranella un amico, Sergio Citti. pittore, che finora non ha mai fallito alle mie richieste, anche più sottili). Esiste anche una mia passione generica: in tal caso annoto per conto mio, magari di nascosto, «fulgurato» da qualche improvvisa e ignota forma del patrimonio. Si tratta in tal caso di materiale di riserva, che a ogni buon conto metto da parte: in modo da non dover scendere alla Maranella nel caso mi si presenti la sopraddetta necessità espressiva. In fondo allo scartafaccio del romanzo ho dunque un bel mucchio di pagine di modi idiomatici, un tesoretto lessicale.

Cosi si esaurisce il «colore» del mio metodo di lavoro. Tutto il resto accade nella solitudine della mia stanza ormai in un quartiere borghese, dietro il Gianicolo.

La differenza tra Il personaggio della Valeri e me è che il rapporto coi «parlanti» in me è stato, ed è, necessario. Sia pure: ogni regressione richiede un tanto di aprioristico e di volontario. Ed è chiaro che ogni autore che usi una lingua «parlata», magari addirittura allo stato naturale di dialetto, deve compiere questa operazione esplorativa e mimetica di regresso - come accennavo - sia nell’ambiente che nel personaggio, in sede, cioè, sia sociologica che psicologica. Vista marxisticamente la cosa si presenta come una regressione più che da un livello culturale a un altro, da una classe all’altra.

Io mi sento assolto in questa operazione da ogni possibile accusa di gratuità, o cinismo, o dilettantismo estetizzante per due ragioni: la prima, di tipo, diciamo, morale (riguardante cioè il rapporto tra me e le persone particolari dei parlanti poveri, proletari o sottoproletari) è che, nel caso di Roma, è stata la necessità (fra l’altro la mia stessa povertà sia pure di borghese disoccupato) a farmi fare l’esperienza immediata, umana, come si dice, vitale, del mondo che ho poi descritto e sto descrivendo. Non c’è stata scelta da parte mia, ma una specie di coazione del destino: e poiché ognuno testimonia ciò che conosce, io non potevo che testimoniare la «borgata» romana. Alla coazione biografica si aggiunge la particolare tendenza del mio eros, che mi porta inconsciamente, e ormai con la coscienza dell’incoscienza, a evitare incontri che causino possibili (e sia pur molto leggeri, come m’insegna l’esperienza), traumi di sensibilità borghese, o di borghese conformismo: e a cercare le amicizie più semplici, normali presso i «pagani» (la periferia di Roma è completamente pagana: I ragazzi e i giovani sanno a stento chi è la Madonna), che vivono a un altro livello culturale, e nei quali il bombardamento ideologico non ha ancora toccato se non genericamente i problemi del sesso. Quindi - placatasi la necessità sociologica - io continuo comunque a vivere necessariamente nella periferia.

La seconda ragione è molto più importante, tanto che in fondo avrei anche potuto omettere i commi qui succintamente esposti della prima.

E chiaro che una liceità è possibile anche a una regressione momentanea, sperimentale dalla classe e dalla cultura alta, che avvenga per «scelta», per «volontà»: direi che una liceità è possibile anche nel caso che questa avvenga per ragioni puramente estetiche (se tali ragioni esistessero): poiché, per quanto irrelato, indissolubile da esse, c’è nel fondo sempre un dato documentario, un recupero in qualche modo oggettivo del mondo cosi esplorato.

Prima di usare la lingua dei «parlanti» della periferia romana, per analoghe ragioni biografiche, avevo usato un’altra lingua senza tradizione letteraria, il friulano di Casarsa: e, altrove, confessando, ho già descritto, a posteriori, ché allora male lo sapevo, quali fossero le ragioni interne di quell’adozione linguistica: ma, appunto, benché lo stile, malgrado le apparenze, fosse in realtà «sublimis» e non «humilis», obbedisse alle regole della più rigorosa selezione linguistica, trasvolasse tranquillamente su ogni dato naturalistico, e risultasse in definitiva appartenere all’area dell’ermetismo, alla poetica della Parola, con l’invenzione di una lingua assoluta, «per poesia» - tuttavia, non so se alle origini stesse dell’esperienza, o se nato in un secondo istante, coesisteva al furore stilistico, in quel friulano, un tanto di reale, di oggettivo, per cui il mondo contadino della Bassa friulana in qualche modo affiorava all’espressione. E non per nulla all’interno stesso di quel mio sistema - e non per applicazione - è nata tutta una sezione che si potrebbe anche dire «impegnata», dato l’anno, 1947-48, in cui è stata scritta: Il testament Coran, che è una delle parti più nutrite e forse meglio riuscite del mio libro di versi casarsesi.

Oggi le due componenti della mia ispirazione, quella sensuale-stilistica, e quella, diciamo, naturalistico-documentaria, a fondo politico, si sono, credo, spero, meglio equilibrate. Nello scendere al livello di un mondo storicamente e culturalmente inferiore al mio - almeno secondo una graduazione razionale, ché, irrazionalmente, esso gli è poi assolutamente contemporaneo, per non dire più avanzato, nel suo vitalismo puro, in cui «si fa» la storia - nell’immergermi nel mondo dialettale e gergale della «borgata» io porto con me una coscienza che giustifica la mia operazione né più né meno di quanto giustifichi, ad esempio, l’operazione di un dirigente di partito: il quale, come me, appartiene alla classe borghese, e da questa si allontana, ripudiandone momentaneamente le necessità, per capire e fare proprie le necessità della classe proletaria o comunque popolare. La differenza è che questa operazione coscientemente politica, nell’uomo di partito prevede o prepara l’azione: in me, scrittore, non può che farsi mimesis linguistica, testimonianza, denuncia, organizzazione interna della struttura narrativa secondo un’ideologia marxista, luce interna. Mai però letteratura di fiancheggiamento all’azione edificante, prospettivistica. L’ottimismo, la speranza aprioristica sono sempre dati superficiali: io so bene che la Libertà e la Giustizia non significano la felicità della pienezza morale: e sarebbe un inganno promettere quest’ultima come un corollario, un risultato meccanico del mutamento delle strutture.

Pier Paolo Pasolini

31 ott 2011


L'attentato di Anteo Zamboni


E', come oggi, una domenica il 31 ottobre del 1926, quando il capo del governo, Benito Mussolini, a bordo dell'auto di rappresentanza - la famosa Fiat Torpedo nera - arriva a Bologna per inaugurare lo Stadio del Littoriale, oggi intitolato a Renato Dall'Ara e teatro delle partite casalinghe del Bologna FC. E' una giornata di sole, e nella retorica del regime, quello delle grandi missioni e delle grandi opere, Mussolini è in alta uniforme e con la fascia dell'Ordine Mauriziano, lieto e pronto al taglio del nastro, L'automobile percorre sicura via Rizzoli e poi via Indipendenza, giungendo all'Arena del Sole. E' in quel momento, che tra la folla riecheggia un colpo di pistola, uno solo, che sfiora il Primo ministro, il guidatore - Leandro Arpinati, uomo del PNF a Bologna - ed il gerarca Dino Grandi. Il proiettile non ferisce nessuno, sfiora solo l'uniforme di Mussolini, che ordina ad Arpinati di accelerare e fuggire: nel frattempo, è la stessa folla che ferma e lincia un giovane bolognese, di famiglia e cultura anarchiche, Anteo Zamboni, sedicenne. Il primo a bloccare il ragazzo fu un militare, il Colonnello Carlo Alberto Pasolini, padre di Pierpaolo. La folla giustiziò il giovane in pochi minuti, mentre poco più in là Mussolini, costatato che tutto era a posto, ripartì alla volta dello Stadio da inaugurare. Ancora oggi, l'attentato di Zamboni è comunque avvolto in parte nel mistero, essendo diffusa la tesi che in realtà a volere la morte del Duce erano suoi compagni di partito, propensi non alla dittatura plateale ma alla fascitizzazione morbida del paese. Costro, secondo questa lettura, avrebbero organizzato una congiura - il cui leader sarebbe stato proprio Arpinati - i quali poi avrebbero fatto ricadere la colpa su un ragazzo appartenente ad una famiglia notoriamente antifascista e soprattutto molto prossima agli ambienti dell'anarchia. Le stesse dichiarazioni contraddittorie dei fascisti al seguito di Mussolini - con il Duce che parlò ad esempio di un uomo col cappello vestito con colori chiari e Grandi che parlò di un giovane senza cappello vestito di scuro - favorirono i dubbi e le interpretazioni. Di lì a poco, comunque, ci fu la svolta dura del regime, con la predisposizione delle Leggi speciali, l'epurazione di più di cento parlamentari dell'opposizione, l'istituzione del Tribunale speciale.

Mercoledì 1 Novembre 1922 | I padroni d'Italia

Il re d’ Italia è Vittorio Emanuele III
Il presidente del Senato è Tommaso Tittoni
Il presidente della Camera è Enrico De Nicola
Il presidente del Consiglio è Benito Mussolini
Il ministro degli Interni è Benito Mussolini
Il ministro degli Esteri è Benito Mussolini
Il ministro di Grazia e giustizia è Aldo Oviglio
Il ministro della Marina è Amm. Paolo Thaon Di Revel
Il ministro della Guerra è Gen. Armando Diaz
Il ministro delle Finanze è Alberto De Stefani
Il ministro del Tesoro è Vincenzo Tangorra
Il ministro dell’ Agricoltura è Achille Visocchi
Il ministro dell’ Agricoltura è Giuseppe De Capitani D’Arzago
Il ministro della Pubblica istruzione è Giovanni Gentile
Il ministro dei Lavori pubblici è Gabriello Carnazza
Il ministro delle Poste e telecomunicazioni è Giovanni A. Colonna Di Cesar
Il ministro del Lavoro è Stefano Cavazzoni
Il presidente di Confindustria è Raimondo Targetti
L’ amministratore delegato della Fiat è Giovanni Agnelli
Il presidente della Fiat è Giovanni Agnelli
Il presidente del Coni è Francesco Mauro
Il sindaco di Roma è Filippo Cremonesi
Il sindaco di Firenze è Antonio Garbasso
Il sindaco di Napoli è Alberto Geremicca
Il sindaco di Napoli è Eduardo Verdonois
Il sindaco di Bologna è Vittorio Ferrero (Commissario prefettizio)
Il sindaco di Genova è Federico Ricci
Il direttore del Corriere della Sera è Luigi Albertini
Il commissario prefettizio di Milano è Pio Carbonelli I padroni del mondo

Il presidente degli Stati Uniti è Warren Gamaliel Harding
Il segretario generale del PCUS è Losif Stalin
Il papa è Pio XI
Il segretario di stato Vaticano è Pietro Gasparri
Il presidente della Repubblica cinese è Li Yuanhong
Il re d’ Inghilterra è Giorgio V
Il primo ministro inglese è Andrew Bonar Law
Il cancelliere tedesco è Joseph Wirth
Il presidente della Repubblica francese è Alexandre Millerand Libertà di stampa• «Non sappiamo ancora se e quando la libertà di critica sarà restituita alla stampa italiana, la quale vive da alcuni giorni l’umiliazione di veder condannati alla dissimulazione o al silenzio gran parte dei giornali. Il telegramma di risposta del presidente del Consiglio al senatore Barzilai [Presidente dell’Associazione della Stampa], che cortesemente invocava la restaurazione di questa libertà, non è certamente tale da rasserenare gli spiriti e indurre alla fiducia. “Intendo – dice l’on. Mussolini – salvaguardare la libertà di stampa, purché la stampa sia degna della libertà”. Non dice però se a giudicare di ciò attenderà, contro lo Statuto del regno, un capo di governo o un qualsiasi funzionario politico, o un qualsiasi gruppo di fascisti, oppure il compito rimarrà alla magistratura interprete e tutrice delle leggi». [Cds 2 novembre 1922]Giuramento al Re• Alle ore 10 l’on. Mussolini lascia l’albergo dove alloggia a Roma per recarsi a Palazzo Viminale. Per tutto il giorno ministri e sottosegretari hanno preso possesso delle loro poltrone. Unica pausa: alle ore 13 Mussolini pranza nella sua camera in albergo. Alle ore 14.30 lo raggiungono gli on. Giuriati, Oviglio, De Stefani e Tangorra, per poi recarsi insieme a prestare giuramento al Re. [Cds 2 novembre 1922]Giacomo Acerbo segretario del Consiglio• Il Re ha firmato il decreto con cui l’on. Giacomo Acerbo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, è nominato segretario del Consiglio dei Ministri. [Cds 2 novembre 1922]La stampa estera• Il Times accoglie con «lieto stupore» il messaggio di Mussolini a Bonar Low e Poincaré perché «gli sembra destinato a dissipare interamente l’impressione sgradevole di certe passate esplosioni verbali del leader fascista». Il Times rivela, inoltre, che la composizione del Ministero non è interamente fascista e che Mussolini cercherà di avere in un secondo momento la cooperazione dei socialisti. Il Daily Telegraph è molto più cauto: la soppressione della libertà di stampa non sembra essere un buon inizio. [Cds 2 novembre 1922]Le dimissioni di Sforza• Mussolini, apprese dai giornali le dimissioni dell’ambasciatore italiano a Parigi, il conte Sforza, gli invia un telegramma in cui lo «invita formalmente a conservare il suo posto ed a non creare imbarazzi al governo». [Cds 2 novembre 1922]Le dimissioni di Frassati• Si è dimesso anche l’ambasciatore italiano a Berlino, Pier Giorgio Frassati. [Cds 2 novembre 1922]

Dall'edizione del 1922 del Corriere della sera

IL 31 OTTOBRE DEL 1922 MUSSOLINI E' NOMINATO CAPO DEL GOVERNO:INIZIA IL VENTENNIO FASCISTA

Lo schema illustra la composizione del Governo che Mussolini consegnò al Re dopo la Marcia su Roma, che sarà formalmente costituito il 31 ottobre 1922. Mussolini si era rivolto agli uomini della destra e della sinistra (esclusa l’estrema) e i rispettivi gruppi che non avevano fatto alcuna opposizione né avevano posto condizioni per l’entrata dei loro.

La collaborazione al ministero di Mussolini più spiccata fu quella dei democratico – sociali di cui entrò addirittura il capo (Colonna di Cesarò - alle Poste). Anche il partito popolare si mostrò favorevole alla collaborazione, ritenuta utile per la pacificazione e lo sviluppo delle organizzazioni bianche, dando loro due portafogli.

Il gruppo fascista era rappresentato con due portafogli, il gruppo nazionalista con altri due ministeri, presenti anche un salandriano e un giolittiano, oltre dei combattenti in congedo (Guerra e Marina) per assicurarsi tutto il favore dell’esercito. La rappresentanza fascista era molto numerosa fra i sottosegretari (alla Presidenza, Assistenza militare e alle poste. Gli altri sottosegretari erano misti e diversi, abbiamo menzionato solo quelli di destra per avere un quadro più generale e completo della politica di Mussolini appena occupato il posto alla Presidenza del Consiglio.

Quindi il seguente schema illustra un Governo ancora nella sua fase proto-autoritaria, Mussolini venne considerato nei primi tempi, sopratutto da alcuni liberari, non estremamente pericoloso. In effetti, anche quando i tempi del regime furono maturi, il fascismo non riuscì mai, nonostante i suo sforzi, ad attuare una completa rivoluzione totalitaria ed a ultimare la completa fascistazzione dello Stato.



Presidente del Consiglio dei Ministri
Benito Mussolini



Sottosegretario alle Poste
TERZAGHI

Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
Giacomo ACERBO
Sottosegretario agli Interni
Aldo FINZI

Sottosegretario alla Marina
Costanzo CIANO

Sottosegretario all'Assistenza Militare
Cesare Maria DE VECCHI


Ministro dell'Agricoltura
Giuseppe De Capitani
(destra salandriana)

Ministro del Lavoro
Stefano Cavazzoni
(popolare)

Ministro dell'Industria
Teofilo Rossi
(giolittiano)

Ministro dell'Istruzione
Giovanni gentile

Ministro delle Finanze
Alberto De Stefani
(gruppo fascista)

Ministro delle Colonie
Luigi Federzoni
(gruppo nazionalista)

Ministro delle Poste
Colonna di Cesarò
(democratico-sociale)

Ministro della Guerra
Armando Diaz

Ministro dei Lavori Pubblici
Gabriello Carnazza
(democratico-sociale)

Ministro delle Terre Liberate
Giovanni Giurati
(Gruppo nazionalista)

Ministro del Tesoro
Vincenzo Tangorra
(popolare)

30 ott 2011


Nel segno della libertà
A palazzo Binelli il convegno sul legame tra anarchia e Carrara
CARRARA. La morte del re Umberto I per mano di Gaetano
Bresci quale ponte tra il vecchio ed il nuovo corso
del movimento anarchico è stato l’argomento del convegno
“Nel fosco fin del secolo morente, l’anarchismo italiano
dai monti di Carrara al regicidio di Monza”, organizzato
a Palazzo Binelli dalla fondazione “Berti” e dalla
fondazione Cassa di Risparmio di Carrara.
Prima tentativi insurrezionali
legati ad un crescente disagio
sociale con i moti carrarini, di
Ancona e Milano, poi la svolta
in senso libertario.
Dopo l’evento di Monza, nella
storia dell’anarchismo - si è aggiunto
nel corso del convegno -
cambia la strategia operativa.
A Carrara ed in altre città nascono
le Camere del Lavoro ed
assieme si concretizzano le manifestazioni
di sciopero proprio
verso la decisione del loro scioglimento
da parte delle istituzioni,
culminando con quello nazionale
di Monza. Uno stacco
netto attraverso l’utilizzo di
mezzi che vedono gli anarchici
all’interno della lotta operaia.
In una parola, il sindacalismo
entra di fatto dell’anarchismo.
Ma l’anarchismo non riuscirà
poi - si è concluso - a portare le
masse verso le proprie posizioni
rivoluzionarie in direzione di
uno scisma sociale.
Un convegno di grosso spessore
culturale e storico come
ha detto Alberto Pincione, presidente
della fondazione Cassaa
di Risparmio, che vuole rappresantare
una rimeditazione giusta
nel posto giusto e nel momento
giusto.
Parlando a nome della Fiap
(Federazione italiana associazioni
partigiane), Alfredo Mazzucchelli
ha detto che la Resistenza
non rappresenta il passato
così come l’anarchismo non
deve essere considerato un tentativo
rivoluzionario ma entrambi
sono una reazione contro
lo sfruttamento e la difesa
delle libertà.
Numerosi e di prestigio i relatori:
dopo il saluto del sindaco
Angelo Zubbani, fra i primi a
partlare i professori Maurizio
Antonioli, università di Milano
e Giampietro Berti, dell’ateneo
di Padova.
«Nel fosco fin del secolo morente
» è il primo verso del famoso
canto di protesta scritto dall’avvocato
anarchico Luigi Molinari
proprio durante i moti di
Carrara del 1894.
Gian Ugo Berti Tirreno 30 ottobre 2011

27 ott 2011



I rapporti top secret inviati a LondraFino all'articolo del "Financial Times" alla vigilia dell'incidente aereo: "Se ne deve andare"
di FILIPPO CECCARELLI


Enrico Mattei
L'UOMO CHE guardava al futuro: con questo titolo,andò in onda su Rai Uno la fiction su Enrico Mattei. Ma ai suoi tempi, per i sussiegosi e pragmatici funzionari della diplomazia britannica, più che guardare al futuro il capo dell'Eni era l'uomo che intralciava il loro presente. Anzi, seriamente e decisamente lo minacciava.

Fino al punto di...? Alt, no, questo non si può dire. Anche se il cospicuo dossier arrivato in Italia include carte a loro modo profetiche - tipo la fotocopia di un articolo del Financial Times che a due giorni dalla morte di Mattei si chiede se questi "dovrà andarsene" (Will signor Mattei have to go?) - i documenti recuperati da Mario J. Cereghino negli archivi britannici non autorizzano forzature, né automatismi cospirativi. Eppure, a meno di tre mesi dall'incidente aereo di Bascapé, 27 ottobre 1962, in un documento classificato come "segreto", dal ministero dell'Energia scrivono al Foreign Office: "L'Eni sta diventando una crescente minaccia agli interessi britannici. Ma non dal punto di vista commerciale [...] La minaccia dell'Eni si sviluppa, in molte parti del mondo, nell'infondere una sfiducia latente nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali". Insomma, l'Eni incoraggia "l'autarchia" energetica a scapito dell'Inghilterra.

Una questione di principio. A settembre, al ministero degli Esteri del governo di Sua Maestà, fanno il punto "sui passi per contrastare il gruppo italiano". Ovviamente "è una materia da trattare con attenzione". Ci sono questioni da girare all'intelligence: "Fino a che punto l'Eni dipende dal petrolio russo? [...] È possibile distinguere tra le attività dell'Eni e gli interessi italiani? [...] Siamo in grado di affrontare il problema della virulenta propaganda di Mattei contro l'imperialismo e contro le compagnie petrolifere?". Non si conoscono le risposte. Eppure tante altre carte ricostruiscono in modo abbastanza impressionante lo scenario, il contesto, l'atmosfera che nell'autunno del 1962 si era venuta a creare attorno a quello che è diventato un eroe da tele-fiction.

Lo storico Nico Perrone, il massimo studioso di Mattei, ha esaminato questi documenti: "Contengono giudizi più sottili, più articolati e più intelligenti di quelli che si trovano negli archivi americani. A Washington reagivano grossolanamente e in ritardo; mentre gli inglesi avevano capito meglio e subito".

I funzionari britannici stanno addosso al presidente dell'Eni. Abbondano le schede, i rapporti, i memorandum. Si inventano pure il termine Matteism per indicare un modo di fare politica e affari. A loro modo lo ammirano anche. Questo si legge in un rapporto del Foreign Office alla legazione britannica di Washington: "Mattei punta in alto. A nostro parere è un manager tosto e un uomo potente nonché pericoloso".

È il 1957 quando l'ambasciatore a Roma, Ashley Clarke, nota: "A differenza di molti esponenti democristiani non sembra corrotto a livello personale. Vive in modo tutto sommato modesto. Il suo unico svago è la pesca: non ci pensa due volte a volare in Alaska per una battuta di pesca di una settimana [...] Si trova nelle condizioni di fare gran bene o gran male all'Italia".

È vanesio, certo, e dittatore. Mostra "tendenze napoleoniche" ed "estrema suscettibilità". Gli americani, fanno sapere a Londra i diplomatici di Sua Maestà, pensano che "soffra di megalomania". I difetti di un personaggio ragguardevole sono spesso la faccia in ombra delle sue virtù: "Come tutti gli uomini che si sono fatti da sé, Mattei è vanitoso e non tollera il benché minimo affronto, soprattutto se proviene da uno straniero. Nel lavoro è autocratico e spietato, ma al contempo molto ammirato e rispettato".

Dinamismo e dedizione al lavoro, gli riconosce anche un dirigente della Bp: "È l'apostolo delle imprese statali. Però molti ritengono che la sua psicologia si avvicini molto al concetto de "Lo Stato sono io"". Questo orgoglio può solleticare un certo spirito sportivo degli inglesi, ma certo non li rassicura negli affari. Mattei fa il diavolo a quattro, fa abbassare i prezzi del petrolio dall'Iran all'Etiopia, dal Marocco al Pakistan all'Arabia Saudita. Un po' bluffa, ma dal punto di vista degli inglesi un po' anche bara. O almeno: "Gioca con più mazzi di carte allo stesso tempo", si legge in un memorandum del ministero dell'Energia. Clarke insiste: "È un tipo che non si ferma dinanzi a niente".

Dai documenti si capisce che il "pericolo" è doppio. Riguarda da un lato le questioni dell'energia, ma dall'altro va a sbattere sulle alleanze e sulla stabilità di intere aree del mondo, a partire dal Medio Oriente, per giunta all'indomani della crisi di Suez. Il guaio supplementare è che dell'anticolonialismo questo italiano ha fatto una bandiera. Il petrolio è un mezzo per affermare una politica sociale e nazionale: "I successi in Egitto e in Persia gli hanno dato alla testa [...] Di fatto ha dato fuoco alle navi".

Le compagnie petrolifere cominciano a "preoccuparsi seriamente della loro posizione in Italia", avvisa l'addetto commerciale dell'ambasciata di Roma nel luglio del 1960. Ma già ad agosto Clarke prevede: "Non vi è dubbio che in futuro Mattei diventerà una notevole spina nel fianco delle nostre imprese, anche in altre aree del mondo". E colpiscono le conclusioni su questo personaggio "indubbiamente infido" che "in passato ha già utilizzato tattiche ricattatorie [...] E Mattei non solo non è crollato, ma al momento è più forte che mai".

Ha appena concluso accordi commerciali con l'Urss e si dispone a stringerne con la Cina comunista: "In futuro", scrivono all'ambasciata britannica di Pechino, "potrebbe fornire ai cinesi tutto il petrolio di cui hanno bisogno". Così da Londra cercano di capire se il governo italiano ispira o si limita a coprire le scorribande dell'Eni, o se è pronto a scaricare il leader del cane a sei zampe. Le carte offrono resoconti mortificanti sui politici italiani: distratti, ambigui, sfuggenti. Il ministro degli Esteri, il liberale Martino, fa spallucce; il presidente Segni è tutto preso dall'agricoltura.

Meno vaghi, anche se sorprendentemente ostili all'Eni, appaiono due diplomatici italiani. Un funzionario del Foreign Office contatta a Londra un diplonatico italiano, Prunas: "La sua impressione è che, se non affrontato in maniera appropriata, Mattei potrebbe diventare pericoloso: e nel dirmi ciò", specifica Mr Beeley, "mi ha chiesto di mantenere il massimo riserbo". Lo stesso riserbo che in tempi non sospetti il segretario generale della Farnesina, marchese Rossi-Longhi, chiede a Mr Hohler, incaricato d'affari dell'ambasciata: "Secondo Rossi-Longhi potremmo raggiungere migliori risultati assumendo un atteggiamento fermo e piuttosto duro con Mattei".

In realtà, dai documenti trovati da Cereghino viene fuori che il governo britannico, per tutto il 1961, spinge la Bp e la Shell, due delle sette sorelle, a trovare un accordo con l'Eni: "Fino a quando", scrive nell'agosto del 1961 Mr Laskey, un funzionario dell'ambasciata, "continueranno a considerare Mattei come una sorta di verruca o di escrescenza da ignorare (o che al momento non può essere asportata) è difficile che egli si comporti in maniera amichevole".

Niente di più difficile: e infatti Mattei insiste nel suo gioco - anche se forse non si rende conto che sta oltrepassando il terreno petrolifero per entrare di slancio nel campo scivoloso degli equilibri geopolitici. È di nuovo un italiano, il banchiere Lolli, Bnl, a mettere sull'avviso gli inglesi: "I sentimenti antiamericani di Mattei sono così forti che potrebbero trasformarsi in un pericolo sostanziale. In altre parole, potrebbe commettere qualche sciocchezza". Meglio quindi che le compagnie inglesi trovino un'intesa.

L'unico leader italiano che tiene testa a Mattei è Fanfani. Nell'autunno del 1961 l'allora presidente del Consiglio convoca a Palazzo Chigi Arnold Hofland, responsabile del settore Europa meridionale della Shell. Fanfani tenta una spericolata mediazione: "Personalmente il premier non vede di buon occhio l'intesa con Mosca e si è detto pronto ad annullarla. A patto però che Mattei sia messo in condizione di aggiudicarsi quei diritti estrattivi che permetterebbero all'Italia di disporre di una fonte di rifornimento autonoma".

Il colloquio dura due ore e mezzo, ma non produce risultati. Peggio: Hofland, petroliere disincantato, concorda con l'ambasciatore sul fatto che Mattei "risulta sempre più pericoloso, anche se", aggiunge, "personalità come Paul Getty sono in grado di creare grane ben peggiori". Clarke è più risoluto e pessimista: quelli che chiama "i ricatti di Mattei" sono "meno marginali di quanto sembrano". In questo cupo scenario, pur venato da un garbato understatement, si apre il 1962: l'ultimo della vita di Mattei.

Ora, anche in politica internazionale, i "pericoli" è meglio sventarli per tempo; e nessuno ama farsi "ricattare". C'è parecchio nervosismo all'ambasciata di Roma, al ministero dell'Energia, alla Bp, alla Shell. Il 7 agosto i funzionari del Foreign Office inseriscono in un già corposo dossier una strana, ma eloquente nota semi-anonima.

La spedisce, su carta intestata, un non meglio identificato Mr Searight: "Di recente una certa persona ha sostenuto una conversazione con una importante personalità dell'industria petrolifera che recentemente è entrata in contatto con Mattei. A suo dire, Mattei gli avrebbe confidato la seguente riflessione: "Ci ho messo sette anni per condurre il governo italiano verso una apertura a sinistra (in italiano nel testo, ndr). E posso dire che ce ne vorranno di meno per far uscire l'Italia dalla Nato e metterla alla testa dei Paesi neutrali"". I "Non Allineati", come si diceva in quegli anni. Aggiunge la noticina: "Non ci sono motivi per dubitare che tali affermazioni siano state effettivamente fatte". Possibile: il personaggio era quello che era. Gli eroi da tele-fiction guarderanno pure al futuro, ma intanto è ancora la lezione del passato che bisognerebbe capire meglio.

I documenti
I documenti del Foreign Office su Enrico Mattei su cui sono basate queste pagine sono stati trovati dal ricercatore Mario J. Cereghino negli Archivi nazionali britannici di Kew Gardens, a sud di Londra, e sono ora consultabili presso l'Archivio Casarrubea di Partinico, in provincia di Palermo (www.casarrubea.wordpress.com)
nelle foto Mattei entra a Milano con capi partigiani