Lettori fissi

26 mar 2012


Il terremoto del 27 marzo 1638 fu un terremoto catastrofico che colpì una area molto vasta della Calabria nei giorni 27 (sabato, antivigilia delle Palme) e 28 marzo (domenica delle Palme) del 1638.


L'analisi delle fonti, sia documenti di archivio (per es., le relazioni ad Limina dei vescovi, i documenti del "Fondo Notai" negli archivi locali, regesti della Regia Camera della Sommaria e dei fogli di «Avvisi compilati») che opere di storiografia del XVII secolo hanno permesso di ricostruire la sequenza degli eventi mostrando che nei giorni 27 e 28 marzo 1638 si sono verificate tre differenti scosse principali che hanno comportato la distruzione di oltre 100 villaggi e la morte di un numero di persone stimato fra 10 000 e 30 000[1]:

Giorno Località Lat. Lon. Intensità epicentrale X 10 (MCS) Intensità massima X 10 (MCS) Magnitudo equivalente (Magnitudo momento)[3]
27 marzo Bacino del Savuto 39.11 16.27 11 11 6.8
28 marzo Piana di Sant'Eufemia 38.96 16.26 11 11 6.6
28 marzo Serre occidentali 38.68 16.23 9.5 10 6.6

27 marzo: Bacino del Savuto La prima scossa si verificò alle ore 22 del 27 marzo 1638 e interessò soprattutto la zona dell'alto Crati, alle pendici della Sila, della Valle del Savuto e centri lungo la costa tirrenica poco a nord del golfo di Sant'Eufemia. In numerose località si raggiunse un'intensità epicentrale di 11 (MCS); vennero distrutte fra l'altro Martirano, Rogliano, Santo Stefano di Rogliano, Grimaldi, Motta Santa Lucia, Marzi e Carpanzano. Furono distrutti più o meno completamente 17 centri abitati sulla costa tirrenica, per es. Amantea; ma danni lievi furono rilevati perfino a Maratea (a nord) e a Reggio Calabria (a sud). Secondo la relazione ufficiale del consigliere Ettore Capecelatro, inviato nelle Calabrie viceré spagnolo, complessivamente furono distrutte oltre 10 000 abitazioni e altre 3 000 circa divennero inabitabili[2]. Il vescovo di Martirano Luca Cellesi, ferito nel crollo del palazzo vescovile, si rifugiò a Pedivigliano e nella Relazione ad limina dell'anno successivo riferirà che il sisma aveva ridotto la popolazione della sua diocesi da 12 000 a 6 500 abitantiIl terremoto del 27 marzo 1638 fu un terremoto catastrofico che colpì una area molto vasta della Calabria nei giorni 27 (sabato, antivigilia delle Palme) e 28 marzo (domenica delle Palme) del 1638.

Nei paesi colpiti dal terremoto la popolazione diminuì anche per le migrazioni che seguono. Numerosi abitanti di Motta Santa Lucia si trasferirono a Decollatura, stimolati anche dalla politica del vescovo Cellesi di popolare i «luoghi montani» abitati fino ad allora solo durante il periodo primaverile-estivo[4]; gli abitanti di Pedivigliano e Pittarella, appartenenti all'università di Scigliano, popolarono i casali di Scigliano nella Sila Piccola, anch'essi disabitati, come Soveria Mannelli e Castagna[5]. Abitanti di Scigliano e Carpanzano si trasferirono ancora verso la lontana costa ionica dando origine alle attuali località di Savelli e Mandatoriccio, con importanti conseguenze di natura sociale e linguistica[6]. Un medico calabrese, tale Pier Paolo Sassonio, predisse l'insorgenza di nuove scosse telluriche: fu fatto catturare dal viceré Ramiro Núñez de Guzmán e condannato a remare nelle galere[7]; in effetti, pochi mesi dopo, l'8 giugno dello stesso anno la Calabria fu sconvolta da un altro terremoto disastrosissimo, questa volta nel Crotonese

28 marzo: Piana di Sant'Eufemia La domenica delle Palme, 28 marzo 1638 due nuove scosse di terremoto si verificarono più a sud, nella Calabria Ulteriore: gli abitanti "sentirono il terreno dondolarsi come dentro un naufragante legno"[9]. L'epicentro del più violento dei due eventi del 28 marzo si verificò nei pressi di Nicastro. A Nicastro si verificò il maggior numero di morti, circa 3.000 persone, di cui 600 rimaste vittime del crollo della chiesa dei Francescani, affollata a causa delle celebrazioni delle Palme. Furono numerosissimi i morti anche a Sambiase, Castiglione Marittimo, Feroleto Antico e Sant'Eufemia, quest'ultimo distrutto da un maremoto. Sant'Eufemia fu abbandonato e ricostruito in un nuovo luogo. Nicastro, invece, il 20 giugno 1638, poche settimane dopo il terremoto, subì l'assalto dei Turchi che la saccheggiarono[10]. Nacque il comune di Feroleto Piano, oggi Pianopoli, in seguito alla migrazione di alcuni superstiti del distrutto comune di Feroleto Antico. In seguito alle scosse, come era avvenuto peraltro nella valle del Savuto, si aprirono fenditure dalle quali in qualche caso fuoriuscirono acqua o gas solforosi. Questi fenomeni, i contemporanei fenomeni di abbassamento del suolo, unitamente ai preesistenti dissesti idrologici, causarono la formazione di una vasta area paludosa di circa 180 km² fra l'Amato e l'Angitola che rese malarica la Piana di Sant'Eufemia per tre secoli, fino alla bonifica agraria del 1928[11].

28 marzo: Serre calabresi occidentali [modifica]Di minore intensità, ma pur sempre distruttive, la scosse che si verificarono il 28 marzo nelle Serre occidentali. Narra Domenico Martire che presso l'odierna Vibo Valentia (a quei tempi Montelone) "s'aperse una certa voragine, che quanto di giorno buttava fumo di zolfo, tanto di notte fiammeI danni più gravi furono patiti dai centri di Vibo, Rosarno, Mileto, mentre i centri di Borrello, Briatico, e Castelmonardo furono praticamente rasi al suolo. Sulla costa si verificò il maremoto: secondo Giulio Cesare Recupito (1581-1647) sul litorale di Pizzo il mare, dopo essere arretrato per circa 2000 passi[13], si riversò sulla spiaggia con effetti rovinosi

25 mar 2012


Due documenti relativi del processo Kappler che si concluse con la condanna del tenete colonnello delle SS tedesche


SOMMARIO DELL'INCIDENTE DEL 23 MARZO 1944


Dall'allegate dichiarazioni ed altre relazioni il seguente sommario della versione dell'incidente del 23 marzo 1944 così si presenta:

1) si era osservato che una colonna della polizia tedesca completamente armata passava regolarmente lungo la via Rasella, e nei due giorni precedenti il 23 marzo la località era stata ben studiata dalla G.AP. (Gruppo dell'Azione patriottica del Comitato di liberazione nazionale) ed era stato completato un piano per sincronizzarlo con il tempo che la colonna impiegava per passare.

2) alle 14 del 23 marzo 1944 una cassa di acciaio degli utensili caricata con 12 chili di esplosivo fu messa su un carro di uno spazzino. Intorno furono sistemati altri sei kg. d'esplosivo, mescolati (o messi in infusione?). Doveva scoppiare per accensione con un fuso di circa un minuto. II carretto fu collocato nel centro della strada. Come parte dei preparativi un servizio di osservazione fu messo lungo la strada dove la colonna doveva passare per giungere a Via Rasella. Quando i tedeschi si furono inoltrati di poche yards (3 piedi e 36 pollici) lungo la Via Rasella un compagno si tolse il cappello. Ouesto era il segnale accordato per accendere il fuso. Un altro compagno, travestito da spazzino, accese il fuso e mise il cappello sul carretto per segnalare che tutto era in ordine; che l'esplosione si sarebbe avuta in un minuto e che gli altri compagni stabiliti per l'attacco diretto si potevano preparare.

Allora egli si recò in Via Quattro Fontane, dove una compagna lo attendeva e gli diede un impermeabile per nascondere I'uniforme da spazzino. Aveva appena girato l'angolo della suddetta strada quando ebbe luogo l'esplosione. In quel momento la colonna tedesca si trovava proprio di fronte al carretto. I nazisti della retroguardia si ritrovarono verso la parte più bassa della strada, ma in Via del Boccaccio nel punto che conduce a Via dei Giardini essi furono attaccati da bombe a mano. Queste erano bombe da mortaio "85" modificate con un fuso di 4-5 secondi.

3) Quelli caricati da questo secondo attacco si ritirarono in buon ordine ed evidentemente sfuggirono seri incidenti.

4) L'uomo travestito da spazzino municipale che accese il fuso era Rosario Bentivegna uno studente universitario di ventitré anni e membro della GAP.

5) Subito dopo arrivarono sulla scena alti ufficiali con soldati della "Nembo", "Barbarigo", battaglioni "Roma o Morte" soldati della squadra del Luogotenente Kock, e della milizia, agenti di P.S., della Reale Guardia di Finanza e della PAI.

6) Alcuni dei presenti erano: Generale Maeltzer del Comando tedesco di Roma, Dolmann Colonnello delle SS, Köller Luogotenente delle SS, Matxke Maresciallo delle SS, Luogotenente Rauch delle SS, Col. Kappler Maggiore Hass, Cap. Schütz, Cap. Clemens, Cap. Priebke, Maresciallo Bodensterh, Maresciallo Wesemann, Generale Presti del comando della città aperta di Roma Generale Catardi, il , il Vice Capo della Polizia Cerru, il segretario del Partito Pizzirani col suo segretario Serafini, il generale della Milizia Ortona, il capitano del Battaglione Nembo Alvino, il luogotenente De Mauro delle SS italiane, I'agente della questura e delle SS Bernasconi, il luogotenente Molesani e il geometra Brega (entrambi addetti alla Federazione fascista di Roma) il comandante del comando divisionale della Polizia, Col. Radogna, il Magg. Albanesi e il Cap. Gandolo della polizia, il Magg. Zambardino dell'esercito, il comandante del G.R. Palnici, il Comm. Pastori, il luogotenente Barbera, il Commissario Borolo, il Cav. Carmelo e il Magg. Cremonesi (vero nome Mario Imola).

7) Vi erano trentadue morti tedeschi adagiati in fila da un lato della strada e due morti italiani, un uomo e un bambino di circa 10 o 12 anni. Di questi poco o niente si erano preoccupati per un considerevole periodo di tempo.

8) Soldati tedeschi, fascisti e militari della Barbarigo e della Nembo entrarono nelle case di Via Rasella conducendo fuori Cinquanta, attraverso una richiesta scritta di Caruso, tra i funzionari politici che dipendevano dalla polizia fascista, e settanta fra le pesone arrestate come conseguenza degli eventi della sera precedente. Appare che (o sembra che?) Dolmann e Kappler decisero quali dovessero essere scelti da Via Tasso e che Caruso compilò segretamente la lista con I'aiuto dei suddetti (Dolmann e Kappler). Tutti i prigionieri scelti erano estranei all'incidente della sera precedente.
Per timore di reazione da parte dei partigiani, i tedeschi sparsero la notizia che i prigionieri presi dal terzo braccio di Regina Coeli erano stati scelti per lavoro; mentre la questura fece credere che i cinquanta prigionieri politici dovevano essere liberati e più tardi che dovevano essere consegnati ai tedeschi e mandati al Nord. Di conseguenza il denaro e gli oggetti personali furono consegnati regolarmente ai cinquanta prigionieri con la loro liberazione. L'esecuzione ebbe luogo il 24 marzo alle Fosse Ardeatine e fu diretta dal Comandante delle SS, Dolmann.
II Maggiore Zambardino ottenne una lista delle persone uccise ma il Ten. Col. Gaetano degli Agenti di P.S. la ritenne incompleta.





DAL CARCERE ALLE CAVE ARDEATINE
deposizione del teste - Avv. Eleonora Lavagnino




Ventiquattro marzo ore 14. Il III braccio presentava il normale aspetto dell'ora particolarmente tranquilla. I vari servizi erano già stati eseguiti e solo alle 16 sarebbe passata la pulizia del pomeriggio e vi sarebbe stato il movimento di infermeria.
Chiesi ed ottenni di recarmi al gabinetto per il lavaggio delle gavette, concessione questa riservata alle donne secondo gli umori dei posten.
Rimasi al gabinetto per circa un quarto d'ora ed al mio ritorno, nel nel percorrere il ballatoio del primo piano, notai che al piano terreno, innanzi agli uffici, erano stati ammassati una ventina di uomini. Mi soffermai e detti un'occhiata in giro. Tre o quattro coppie di tedeschi muniti di una lunga lista andavano di cella in cella e costringevano gli uomini ad uscire, secondo I'elenco da essi tenuto, ed a scendere in gran fretta al pian terreno, dove venivano allineati. Tali uomini erano senza pacchi, quindi, pensai non poteva trattarsi di una partenza, benché proprio di quei giorni tutti ne aspettassero una.

Avevo frattanto raggiunto le prime celle occupate dalle donne. In una di esse il dott. Luigi Pierantoni, tenente medico, facente parte dell'organizzazione militare del P d A, che, arrestato da circa 40 giorni era riuscito a far organizzare uno speciale servizio di infermeria per i detenuti del III braccio.
Il dott. Pierantoni, accompagnato dall'infermiere tedesco, un certo Willy (anch'esso detenuto per essesi allontanato senza permesso dal posto) e da uno dei posten di servizio era intento a fare una iniezione.Proprio sulla porta della cella rimasta aperta mi incontrai con due agenti della feld polizei i quali con l'elenco in mano richiedevano del Pierantoni.

A questi non fu concesso terminare la sua opera, ma, preso per un braccio, fu sospinto con l'usuale loss, loss. Benché non eccessivamente pratica, rimasi meravigliata in quanto tali agenti, non facevano parte delle due squadre che abitualmente facevano servizio e che, ad onor del vero, erano relativamente gentili con il dottore. Mi trassi indietro per lasciare passare e cercare di scambiare qualche parola con il Pierantoni. Non mi fu possibile. Solo potei fargli un cenno interrogativo, al che lui rispose con altro cenno per significarmi che nulla sapeva e nulla capiva.

A mia volta fui sospinta verso la mia cella: Komme, komme, loss, loss!. Cercai di andare più lentamente possibile e prima di entrare potei ancora vedere il Pierantoni che si andava a raggiungere al gruppo, fra cui si notava per il suo camice bianco.
Rientrai in cella e rimasi allo spioncino per rendermi conto degli avvenimen- ti che non comprendevo.
Come detto più sopra notai, che non erano i nostri soliti agenti a prelevare i detenuti. I gruppetti di due erano muniti di un lungo elenco, che si doveva ritenere non compilato al carcere, in quanto il prelievo non veniva sistematica- mente eseguita cella per cella ma nominativamente, cosicché in più di una cella si bussava due o tre volte, per chiamare i prescelti.
Così al 288 proprio innanzi a me su quattro detenuti, due aperture di porta e prelievi, al 286 su cinque detenuti, tre aperture e quattro prelievi e così da per tutto.

Giovani e vecchi, giudicati ed inquisiti, assolti o condannati: non esisteva regola!

II gruppo nel fondo aumentava.
I tedeschi avevano fatto una sommaria divisione tra gli ebrei e gli ariani. I primi venivano raggruppati tra le scale ed il finestrone, i secondi tra le scale ed il cancello d'ingresso.
Gli animi cominciavano ad essere tesi.
Non si trattava certo di una partenza normale in quanto si negava ai detenuti di portare con sé il corredo personale, le vettovaglie, e gli si impediva persino un minimo di toletta, come quello di infilarsi la giacca o il paletot, ed alcuni venivano sospinti sui ballatoi mentre ancora si allacciavano i calzoni e si ravviavano i capelli con le mani. Non si teneva neppure conto dell'età e dello stato di salute: alla cella 278 erano quattro zoppi tra cui Alberto Fantacone, mutilato di guerra, e tutti e quattro furono fatti scendere ed allineati con gli altri. Il nervosismo cominciava ad impadronirsi del braccio ed uno degli ultimi ad essere tratto da una delle celle dell'ultimo piano fu sospinto per le scale a forza mentre i suoi gridi si propagavano per il braccio.
Erano nel frattempo venute le quattro.
Con l'aiuto di uno specchietto cercavo di rendermi conto di quanto avveniva al gruppo dei politici, troppo lontano da me per osservarli direttamente. II buon Pierantoni si distaccò un momento dalla fila e attraversato rapidamente il corridoio entrò in infermeria per togliersi il camice ed indossare la giacca militare. Più alto della media normale, in divisa e con la barba era facilmente riconoscibile anche in lontananza.

Intanto dalla cella vicino alla mia, 297, la moglie di Genserico Fontana, aveva ottenuto di uscire un momento e avviatasi sul ballatoio era giunta di fronte ai partenti. Le fu concesso di scambiare qualche cenno con il marito che era allineato con gli altri e poi fu fatta rientrare. Ciò ci tranquillizzò in parte, perché le era stato assicurato che tutti andavano a lavorare.
Fu fatto un primo appello degli ariani. Poi I'ufficiale delle SS in borghese passò a fare I'appello degli ebrei.

Come ho detto questi erano proprio sotto la mia cella e quindi potevo osservare lo svolgimento delle cose comodamente. Fatti allineare per tre, fu loro dato qualche comando militare per ottenerne I'allineamento. Erano 66. II più giovane, che faceva parte della famiglia Di Consiglio (7 fucilati)i era stato catturato con gli altri familiari 48 ore prima e la mattina interrogato da una mia amica le aveva detto di avere 14 anni. II più vecchio, canuto ed apparentemente in pessime condizioni di salute, poteva avere circa 80 anni. Tutti parlottavano fra loro e cercavano di costituirsi in gruppi di amici o parenti, per stare vicini nella eventualità di un viaggio. Durante tale parvenza di esercizio militare, uno dei più vecchi si volse a sinistra anziché a destra come era stato dato I'ordine: ciò fece sorridere alcuni tra i suoi compagni, ma tale buon umore fu subito represso dalla SS che percosse con due ceffoni il disgraziato. Fatto I'appello, la SS domandò: Se c'è qualcuno di voi che sia disposto ad eseguire lavori pesanti di sterro e simili, alzi la mano. Vidi gli ebrei guardarsi tra di loro e poi timidamente qualche mano cominciò ad alzarsi. Un mormorio corse tra di loro Lavorare. Qualcuno si fregò le mani. Allora riprese la SS quanti siete disposti a lavorare?. Nuovo movimento tra gli ebrei, e tutte le mani furono in aria. Quindi tutti volete lavorare? Bene! lo faccio un nuovo appello, se qualche d'uno non è stato chiamato esca dalla fila. Fu rifatto I'appello il piccolo Di Consiglio non fu chiamato, fatto un passo avanti, il suo nome fu aggiunto agli altri.

Dalla parte degli ariani si stava svolgendo intanto qualche formalità che ci sfuggiva. Gli ebrei lasciati soli si raggruppavano e parlavano animatamente benché sottovoce. Qualcuno scambiava cenni con le donne al primo piano. Altri, scritti affrettatamente dei biglietti, li affidavano ai detenuti del piano terreno le cui celle rimanevano loro vicino. Noi lanciammo loro sigarette, fiammiferi e pane.
A questo punto gli spioncini ci furono chiusi e non ci rimase che convergere tutta la nostra attenzione nell'udito.
Erano circa le 17. Nuovi appelli, nuovi comandi militari, un movimento confuso di cui non ci rendevamo conto. II tempo passava. Perché non partivano mai? Fu durante tale periodo che i disgraziati furono legati e compresero la fine che li attendeva.
Era l'imbrunire quando si sentì lo scalpiccio dei piedi della colonna che si muoveva. Non usciva però come per le partenze solite dal cancello grande, ma dal cancello del cortile. Salii sulla branda e da lì mi arrampicai all'inferriata. Essi sfilavano sotto di me, troppo rasente al muro perché potessi vederli e si avviavano verso il cortile tra il III ed il VII braccio. A tratti vedevo un tedesco armato che evidentemente li scortava. Sul fondo, metropolitani in divisa col fucile mitragliatore imbracciato, seguivano lo sfilamento.
Nel cortile fuori dalla mia vista, ma sotto gli occhi dei detenuti del VII, i disgraziati furono fatti salire sui camions ed avviati al massacro.

Da quanto mi consta furono prelevati tutti gli ebrei presenti al braccio in numero di 66 senza tener conto dell'età e delle condizioni di salute. due che si erano sentiti male e che erano rimasti, fino a quando avevo potuto vederli, senza conoscenza, non mi risulta che siano stati riportati in cella e tanto meno in infermeria, dove gli ebrei non erano mai mandati.

Circa I'appello degli ariani ero troppo lontana per poter distinguere con esattezza i nomi non conosciuti, ma ebbi I'avvertenza di contare i nomi stessi. Mi risulta in tal modo che tra ariani ed ebrei il III braccio diede 192 uomini.

So che i tedeschi il giorno dopo mandarono l'elenco dei "partiti" in cucina perché fossero cancellati da chi di dovere dalla nota del vitto infermeria. Tale elenco fu, seppi dopo, per molto tempo nelle mani dell'infermiere italiano (detenuto) a nome Valentino, il quale però non avendo trovato a chi interessasse, ebbe a distruggerlo in un secondo tempo. Sul numero eravamo d'accordo.

Posso dire che fra i prescelti vi erano numerosi innocenti, ed anche degli assolti. In questa seconda condizione era Pietro Paolucci che era stato assolto il 22 marzo ed il cui vero nome era (seppi dopo il 4 giugno) Paolo Petrucci.

Persone mai interrogate e con imputazioni lievissime. Era di fronte a noi un oste arrestato da cinque giorni per aver servito da mangiare ad alcuni ebrei; al piano di sopra un ragazzo di 17 anni arrestato in strada per violazione alla norma del coprifuoco.
Mi sono resa conto che invece sfuggirono alla strage tutti quelli imputati di spionaggio, anche se con prove gravissime. Tra questi il Ten. Fabrizio Vassallo, Corrado Vinci, Bruno Ferrari, Salvatore Grasso e Bergamini, i quali furono più tardi giudicati con tale imputazione condannati a morte e fucilati: il 24 maggio. Sfuggirono egualmente alla strage vari condannati a morte: tra cui Arcurio e compagni (mai più fucilati) e Padre Morosini invece fucilato il 10 aprile.

18 mar 2012


18 Marzo 1871 - 28 Maggio 1871 LA COMUNE DI PARIGI

Fuggiremo il riposo
fuggiremo il sonno
Prenderemo al volo
l'alba e la primavera
E prepareremo
giorni e stagioni
A misura dei nostri sogni.

Paul ELUARD (1951)

Siamo nella primavera del 1871.
La guerra Franco-Prussiana, era terminata con la sconfitta della Francia a Sedan e con durissime condizioni di resa. I parigini (avevano subìto l'assedio dei prussiani e resistito per 5 mesi combattendo con le truppe regolari monarchiche nel corpo di volontari armati denominati "Guardia Nazionale"), avevano vissuto anche un cambiamento di regime: la caduta della monarchia e la proclamazione della repubblica. Ma, come spesso accade, tutto si era risolto in un semplice avvicendamento di persone al potere, che appartenevano per lo più alla stessa classe dirigente.
Parigi, quindi, insorse contro il governo centrale e l'Assemblea Nazionale che avevano condotto la Francia al disastro e, animata da un forte orgoglio nazionale, ispirata al blanquismo, al giacobinismo tradizionale e al socialismo anarchico di Proudhon, proclamò la repubblica: era il 28 marzo 1871.
Dopo il crollo dell'impero e dopo la resa alla Prussia di Bismark, la Guardia Nazionale aveva conservato il suo armamento e aveva eletto un comitato centrale. In opposizione al governo Thiers, che aveva sede a Versailles, proprio quando il governo pretese la consegna delle armi e, in particolare, dei cannoni installati sull'altura di Montmartre, si ebbe la rottura definitiva e la proclamazione della Comune rivoluzionaria.
I parigini sperarono che il loro esempio fosse imitato dalle altre città francesi. A Lione, Marsiglia, Tolosa il tentativo però fu facilmente represso. Nonostante l'isolamento i comunardi tentarono diverse riforme radicali: abolirono l'esercito (allora la ferma durava dai 3 ai 5 anni) e lo sostituirono con una struttura armata popolare e volontaria: La Guardia Nazionale.
Fu proclamata la totale separazione dalla chiesa abolendo i privilegi degli ecclesiastici; le fabbriche abbandonate dai padroni furono gestite da cooperative di operai. Fu soppresso il lavoro di notte nei forni e abolita l'istituzione dei sensali del lavoro. Furono occupati gli appartamenti liberi e sospese le sentenze di sfratto e morosità. Furono rimessi ai depositanti tutti gli oggetti del Monte di Pietà che non avessero un valore superiore ai 25 franchi. Ed ancora fu stabilito che gli alti funzionari, come i giudici, fossero eletti e revocabili in qualsiasi momento e fossero retribuiti con salario non superiore a quello di un operaio qualificato. Fu decretata l'abolizione del giuramento politico e professionale...
Questi i principali decreti della Comune a cui si aggiunsero tutti gli altri decreti concernenti i servizi pubblici, l'approvvigionamento di Parigi assediata, le ambulanze, l'assistenza pubblica, la direzione dei musei e della biblioteca, e infine, fu soppressa ogni distinzione tra figli legittimi e naturali, tra sposati e conviventi.
La Comune era orientata verso l'emancipazione completa delle donne che ebbero un ruolo molto importante in questo periodo.
Ecco come le donne della Comune si rivolgono alle donne di Parigi: "Cittadine, sopporteremo più a lungo che la miseria e l'ignoranza facciano dei nostri figli dei nemici, che padre contro figlio, fratello contro fratello, vengano ad uccidersi fra loro sotto i nostri occhi per il capriccio dei nostri oppressori? Cittadine, noi vogliamo essere libere!...".
Poichè i comunardi dovettero organizzare le difese alle previste offensive delle autorità di Versailles, molti di quei progetti non ebbero il tempo di essere attuati. La Comune potè realizzare solo iniziative simboliche come l'incendio della ghigliottina sotto la statua di Voltaire e l'abbattimento della colonna Vendome, costruita con il bronzo fuso dei cannoni di Napoleone, e quindi simbolo dell'imperialismo e del militarismo. Intanto il governo Thiers ottenne dal vecchio nemico Bismark la restituzione dei prigionieri di guerra e li riorganizzò in vista della repressione.
Alla fine del mese di maggio, decine di migliaia di soldati comandati dal generale Mac Mahon, gli stessi che si erano arresi ai nemici prussiani, sferrarono un attacco, decisivo, contro Parigi e in una settimana (21 - 28 maggio), ricordata come "Settimana di sangue", riuscirono a sconfiggere i comunardi.
Decine di migliaia furono i morti. Al cimitero di Père-Lachaise circa 5000 persone furono fucilate in un sol giorno. Decine di migliaia i condannati e i deportati. Per tutti ricordiamo Louise Michel che continuerà a far parlare di sè...
Il 28 maggio, dopo solo 71 giorni, terminò un esperimento di società diversa che influenzò profondamente i tentativi rivoluzionari successivi... La Comune, per l'importanza e la universalità dei principi cui si ispirò, per il lungo assedio che sostenne, per il numero delle vittime, e per l'orrore delle rappresaglie, può certo considerarsi come uno dei più audaci tentativi che le classi subalterne abbiano mai fatto per emanciparsi.
Pietro Kropotkin individuò tuttavia alcuni errori commessi e così scrisse: "La Comune non poteva essere che un abbozzo iniziale. Nata alla fine della guerra, accerchiata da due eserciti pronti a darsi una mano per schiacciare il popolo, essa non osò lanciarsi interamente sulla via della rivoluzione economica perchè non procedette all'espropriazione dei capitali... e perchè non spezzò neppure la tradizione dello Stato... ma è certo che se la Comune di Parigi avesse vissuto qualche mese ancora, sarebbe stata spinta inevitabilmente, per la forza delle cose, verso queste due rivoluzioni..."
Louise Michel, durante il viaggio in cui fu portata come prigioniera in Nuova Caledonia, ebbe modo di riflettere su quella formidabile esperienza vissuta: il passaggio in pochi mesi di tre forme di potere differenti: monarchia, repubblica, stato proletario. E scrisse: "...Dato che paragonavo continuamente le cose, gli avvenimenti e le persone e perchè ho visto i nostri compagni all'opera, sono arrivata ben presto alla conclusione che addirittura gli onesti, una volta al potere, sono tanto incompetenti quanto i bricconi dannosi e vedevo l'impossibilità che mai la libertà potesse associarsi con un potere, di qualsiasi natura esso fosse stato. Sentivo che una rivoluzione che avesse preso una forma governativa qualsiasi, non sarebbe stata che un'apparenza ingannevole". E terminava il suo pensiero dicendo: "...Il potere è maledetto, ecco perchè, io sono anarchica...".
Dopo questa esperienza Parigi è stata sventrata con interventi urbanistici radicali: strade larghe per rendere difficile il blocco con barricate. Tutte le altre metropoli europee hanno adottato simili "accorgimenti"..., uno dei tanti sviluppati dalla logica del dominio e del controllo sociale.
A Louise Michel, anarchica, sono stati dedicati una stazione del metrò, monumenti... francobolli commemorativi. Evidentemente perchè è un personaggio indimenticabile della storia e della cultura popolare e il potere ha bisogno di creare miti per sostenersi e nello stesso tempo per neutralizzarne le idee.

15 mar 2012


Un monaco si dà fuoco in Tibet contro l’occupazione cinese. È il 21mo dal marzo 2009
L’episodio è avvenuto a Ngaba, nella provincia del Sichuan, teatro nelle passate settimane di proteste e scontri violenti, dove hanno perso la vita almeno sei persone e altre 60 sono rimaste ferite, alcune delle quali in modo grave. Si ignorano le generalità dell’uomo, immediatamente portato via da soldati e agenti.

Ngaba (AsiaNews/Agenzie) – Un monaco tibetano si è dato fuoco a Ngaba ieri sera per protestare contro l’occupazione cinese. E’ il 21mo caso del genere dal marzo 2009, da quando cioè Pechino ha dato il via a una nuova ondata di repressione sui monasteri. La maggior parte dei protagonisti di questi gesti disperati sono monaci o ex monaci. L’ultimo episodio di questa catena è accaduto a Ngaba (cinese Aba) nella provincia del Sichuan alle 18.30 ora locale davanti a una scuola. Un uomo, gridando slogan, si è dato fuoco. Secondo fonti tibetane in India “l’autore della protesta sembrava un monaco, ma non conosciamo né il nome, né il suo luogo di origine e i dettagli relativi”.

Secondo testimonianze locali “l’uomo è stato immediatamente portato via dai soldati e dalla polizia”, e altri due monaci che si trovavano nelle vicinanze sono stati arrestati. La sicurezza a Ngaba è stata rinforzata molto negli ultimi tempi. Il gesto di auto-immolazione è avvenuto verso sera, quando la sorveglianza delle forze di sicurezza cinesi ha cominciato ad allentarsi. Oggi in particolare, giornata in cui i tibetani in esilio danno vita in tutto il mondo a manifestazioni di solidarietà con i compatrioti, la sorveglianza è particolarmente severa.

Sei giorni fa altri tre tibetani si erano dati fuoco a Serthar (Seda in cinese), sempre nella provincia del Sichuan per protestare contro la durissima repressione da parte dei cinesi di manifestazioni di protesta della popolazione. Almeno sei persone sono rimaste uccise, e 60 ferite, alcune delle quali in modo grave. Secondo i media cinesi i morti sarebbero solo due. Altre proteste sono avvenute nelle province di Draggo (Luhuo in cinese) e Dzamthang (in cinese Rangtang).

DA NOTIZIE RADICALI

.Piero Verni
Ancora sangue sul tetto del mondo
14-03-2012
Piero Verni, che i lettori più assidui di “Notizie Radicali” conoscono per l’attenzione e la passione con cui segue e informa sulle questioni tibetane, si trova attualmente a New York, per seguire da vicino lo sciopero della fame organizzato di fronte al Palazzo di Vetro dell’ONU dal “Tibetan Youth Congress”. Verni assicura una sorta di “diario” di questo sciopero della fame, e non solo per dare notizie aggiornate e in tempo reale di cosa accade, ma soprattutto per offrire a quanti sostengono la causa del Tibet uno spazio comune di riflessione, confronto e dialogo. Verni ci fa inoltre sapere che sul canale You Tube della Breish Productions può trovare dei contributi video (in bassa risoluzione, perché vengono inviati con una connessione non velocissima dall’albergo in cui si trova) dal presidio di questo Indefinite Hunger Strike per il Tibet.

New York, 17 giorno

Un frammento di resistenza tibetana si trova qui, di fronte all’elegante sagoma del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Si tratta dell’Indefinite Fast for Tibet cominciato il 22 febbraio e giunto oggi al 17° giorno. Un evento di estrema importanza, un’azione politica forte e determinata con cui il mondo dell’esilio tibetano intende esprimere la sua concreta e visibile solidarietà alla resistenza in Tibet e ai bagliori terribili ed eroici delle torce umane che continuano ad accendersi sul Tetto del Mondo.
Ho trovato i tre digiunatori molto debilitati nel fisico, soprattutto Shingza Rinpoche che ha perso oltre dieci chili, ma assolutamente decisi ad andare avanti fino a quando l’ONU non avrà risposto alle loro domande, in particolare a quella relativa all’invio di una commissione di inchiesta in Tibet per appurare cosa stia succedendo. E proprio ieri, finalmente, l’ONU per la prima volta ha dato segnale di aver ricevuto la petizione dei digiunatori e dichiarato che la sta esaminando. E questa determinazione la si può leggere anche nelle dichiarazioni che sia il TYC sia Shingza Rinpoche hanno rilasciato ieri e che pubblico in calce come commenti. In entrambi i documenti emerge la determinazione ad andare avanti e si chiede al governo tibetano in esilio di abbandonare la infruttuosa politica della Via di Mezzo per tornare a lottare per l’indipendenza del Tibet. Già perché questo sciopero della fame se da una parte rivolge precise richieste alle Nazione Unite dall’altra implicitamente interroga anche Dharamsala. Che dovrebbe riflettere una buona volta sul clamoroso fallimento della Via di Mezzo e a trarne le dovute conseguenze.
La mia impressione è che le fiamme che ardono sotto i cieli del Tibet abbiano scosso profondamente il mondo dell’esilio tibetano e stiano segnando un punto di non ritorno per quanto riguarda la lotta dei profughi. Mentre raccoglievo una sua breve intervista per il canale You Tube della Breizh Productions vedevo negli occhi di questo giovane lama una compassionevole volontà di andare avanti sulla sua strada costi quel che costi. Non a caso in rete e anche nei discorsi di alcuni giovani tibetani comincia ad affiorare il ricordo del supremo sacrificio del militante irlandese Bobby Sands e dei suoi tredici compagni dell’IRA, che dopo un lunghissimo sciopero della fame, tra il maggio e il luglio 1981 si lasciarono morire nel famigerato Blocco H del carcere di Maze.
Se questo è vero, e credo proprio lo sia, tutti coloro che hanno a cuore la causa del Tibet dovranno stringersi con forza intorno a questi tre combattenti per la libertà e moltiplicare le iniziative per costringere l’ONU ad ascoltare una buona volta le ragioni del popolo tibetano. Del resto le richieste dei digiunatori sono assolutamente plausibili e del tutto in linea con quelli che dovrebbero essere i compiti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. In particolare mi sembra ragionevole l’idea che dopo 26 immolazioni con il fuoco e la rigida chiusura dei territori tibetani, l’ONU debba inviare una commissione per verificare cosa stia succedendo sul Tetto del Mondo.
Sono molti i tibetani e sostenitori della causa del Tibet che vengono quotidianamente qui a portare la loro solidarietà ai digiunatori. Un entusiasmo particolare ha suscitato ieri la visita di Richard Gere che è venuto a rendere omaggio ai militanti del TYC insieme al lama Ratoe Khoungla Rinpoche. Ovviamente la presenza del noto attore e amico del Tibet ha fatto accendere su questo digiuno molti riflettori mediatici che prima erano rimasti spenti.
Quindi l’interesse per questa protesta si allarga e un segno di quanto questa azione cominci a dare fastidio a Pechino è il fatto che da diversi giorni il sito del TYC è sotto attacco e consultabile con difficoltà.
Insomma qui a New York, in queste fredde giornate di fine inverno, si sta giocando una partita importante per il futuro del Tibet. Sarebbe bene che nessuno la perdesse di vista.

New York, 18 giorno
Una mattina assolata ma fredda. Del tutto dimentica della primavera ormai imminente e spazzata da folate di vento gelide che arrivano direttamente dal fiume Hudson. Il Palazzo di Vetro si staglia nitido contro un cielo cobalto mentre il presidio dei digiunatori si appresta a vivere il suo 18° giorno.
A partire dalle nove gruppi di tibetani di ogni età e condizione sociale iniziano ad arrivare al presidio per rendere omaggio ai tre digiunatori, sdraiati e infagottati dentro ai loro sacchi a pelo per difendersi dal vento e dalla temperatura rigida che nemmeno i raggi del sole riescono a far salire. E‘ una continua processione di ragazzi, uomini, laici, monaci, donne che arrivano con le loro kata (sciarpe cerimoniali) in mano, si inchinano davanti ad ognuno dei digiunatori e lasciano in segno di omaggio le sciarpe sul collo dei tre uomini impegnati in questa non violenta prova di forza con il carrozzone burocratico dell’ONU. Si inchinano a mani giunte, scambiano con i tre qualche parola e poi procedono oltre. Quasi tutti hanno le lacrime agli occhi e la commozione dipinta sui volti. In diversi si fermano al presidio ma quando la gente all’interno del perimetro ha superato la sessantina, arrivano due poliziotti in borghese a ricordare che il numero delle persone che stazionano qui non può superare le trenta. Quindi i responsabili del TYC sono costretti a chiedere alla gente di allontanarsi dopo essere venuta a salutare i tre digiunatori. A questo proposito vorrei dire due parole sul comportamento della polizia di NY. Mi hanno detto che i primi giorni è stato piuttosto burbero ai limiti della brutalità. Poi è cambiato anche grazie al grande numero di “complaints” arrivati sul sito della persona incaricata dall’amministrazione comunale di prendere nota delle proteste contro il comportamento della polizia in città. Adesso non posso dire che l’atteggiamento dei poliziotti sia cordiale ma certo è meglio di prima.
Verso le undici è previsto l’arrivo della tradizionale manifestazione che commemora l’insurrezione di Lhasa del 1959 in una piazza a poche decine di metri da qui dove si terranno i discorsi conclusivi e una rappresentazione teatrale di un gruppo artistico tibetano. Gli organizzatori hanno invitato i digiunatori a presenziare e così Shingza Rinpoche, Dorje Gyalpo e Yeshi Tenzin vengono messi sulle sedie a rotelle e portati nella piazza e fatti sedere sotto il palco.
Verso le 12 arriva la manifestazione. E’ davvero imponente. Pochissimi occidentali ma una vera marea di tibetani. A occhio dovrebbero essere più di quattromila. Forse cinquemila. Sono arrivati da tutti gli Stati Uniti. Una distesa di bandiere tibetane e cartelli che chiedono la libertà per il Tibet. Vengono vendute delle magliette verdi con Pö Rangzen (Indipendenza per il Tibet) scritto in tibetano che i manifestanti indossano sopra cappotti e giacche. I ritratti dei 26 martiri immolatosi con il fuoco sono portati in processione da un gruppo di donne. Gli slogans chiedono tutti la libertà per il Paese delle Nevi. Da tempo non vedevo una manifestazione così dura e determinata.
Poco dopo mezzogiorno sale sul palco Lobsang Nyantak, il rappresentante dell’Amministrazione Tibetana in Esilio per USA e Canada, che legge il discorso del nuovo Kalon Tripa Lobsang Sangay. Dal 1960 è la prima volta che il 10 marzo il Dalai Lama non rilascia un suo statement e per uno come il sottoscritto che ha partecipano a decine di queste commemorazioni, la cosa fa un certo effetto.
Dopo la lettura del discorso del Kalon Tripa, non ho capito bene se il fatto era programmato o meno, gli organizzatori chiedono a Shingza Rinpoche di intervenire. Il giovane lama, nonostante le condizioni di salute (ha perso 12 chili dall’inizio del digiuno), riesce a parlare e a farsi sentire distintamente aiutato dal microfono che amplifica la sua esile voce. Ma se la voce è esile il contenuto delle sue parole è forte e chiaro. Spiega le ragioni della protesta in corso. Chiede ai tibetani di rimanere uniti e combattere per l’indipendenza del Tibet, di non lasciar perdere la speranza e termina ribadendo la assoluta determinazione dei tre digiunatori ad andare avanti con la loro protesta fino a quando l’ONU non avrà dato delle risposte convincenti.
Un uragano di applausi segna la fine del discorso di Shingza Rinpoche. E a questo punto vengono invitati a salire sul palco una serie di leader che si battono per l’indipendenza del Tibet. Nella concitazione del momento non sono riuscito a comprendere quanto la cosa fosse prevista o invece sia stata decisa all’ultimo momento. Fatto sta che dopo Rinpoche parlano (prima in tibetano poi in inglese) Tsewang Ringzin, il carismatico presidente del Tibetan Youth Congress, e a seguire lo scrittore e attivista Jamyan Norbu (evidentemente molto amato qui negli USA a giudicare dagli applausi ricevuti) e il poeta Tenzin Tsundue, anche lui molto impegnato nella lotta politica per l’indipendenza del Tibet. Tutti i discorsi sono a lungo applauditi e spesso interrotti dal grido ritmato e ripetuto di Pö Ranzen, Pö Rangzen.
Dopo il discorso di Tsundue, è il turno di Lhamo Tso, moglie del filmmaker Dhondup Wangchen arrestato e condannato nel 2009 a sei anni di carcere per aver girato e prodotto il documentario “Leaving Fear Behind”. Anche quello di questa giovane donna è un discorso intenso, reso ancor più drammatico dalle lacrime che sovente le incrinano la voce e la costringono a interrompersi.
Terminata questa commovente testimonianza i tre digiunatori e il gruppo di persone che li accudiscono tornano al presidio davanti al Palazzo delle Nazioni Unite mentre la folla, in un silenzio commosso, fa ala al loro passaggio e si inchina a mani giunte in segno di devozione.

New York, 19 giorno
Oggi, complice il giorno festivo, la situazione è molto più tranquilla di ieri. Sono però venuti due giornalisti indipendenti francesi che stanno producendo un video sulle proteste nel mondo contro il potere globale. Sono rimasti molto impressionati dalla compostezza e dalla determinazione dei tre digiunatori. Hanno detto che faranno di tutto per rendere noto al mondo cosa sta succedendo qui.
Già perché sarebbe bene che la pressione internazionale sull’ONU cominci a farsi sentire dal momento che i tre scioperanti iniziano a dare segni di cedimento fisico. Soprattutto Dorje Gyalpo, il più anziano dei tre (è nato il 5 marzo del 1953 nel Tibet meridionale), è di una debolezza impressionante e fatica persino a parlare. La sua voce è ormai ridotta ad un sussurro il più delle volte incomprensibile. Purtroppo dall’ONU, a parte una generica rassicurazione di “esaminare la pratica” di cui abbiamo dato notizia l’altro ieri, non viene alcuna risposta. Ho parlato pochi minuti fa con tutti e tre i digiunatori e sono sempre più decisi ad andare avanti in assenza di un risultato. Anche a costo di minare seriamente la loro saluto o peggio.
Quindi sarebbe bene che le organizzazioni internazionali di sostegno al Tibet facessero qualche cosa di significativo a favore di queste tre persone le quali, se non verrà una risposta positiva da parte delle Nazioni Unite (anche parziale rispetto alle richieste complessive), temo siano avviati a fare la medesima fine di Bobby Sands e degli altri tredici martiri irlandesi del blocco H della prigione di Maze.

New York, 20 giorno
Oggi la primavera è finalmente scoppiata a New York e il vento gelido che sffiava su Manhattan fino a poche ore fa si è trasformato in una piacevole, tiepida, brezza. E con il miglioramento del clima sembrerebbe arrivata anche la prima buona notizia, per quanto non ancora confermata ufficialmente. Ho saputo da una fonte estremamente attendibile che il peggioramento della salute dei tre digiunatori e la crescente attenzione dei media verso questa protesta stanno creando non poco imbarazzo ai piani alti delle Nazioni Unite. In modo particolare alcuni componenti della Commissione per i Diritti Umani premerebbero perché si invii ai digiunatori almeno un segnale che le loro domande sono prese in seria considerazione. Come scrivevo ieri, la possibilità di trovarsi sul portone di casa e sotto i riflettori dei media uno o più Bobby Sands tibetani, non appare entusiasmante agli occhi della Presidenza delle Nazioni Unite. Vedremo nelle prossime ore se, ed eventualmente in che misura, queste indiscrezioni saranno confermate. Ma certo la breve e non ufficiale visita fatta questa mattina ai digiunatori da Ivan Simonovic, un collaboratore del Segretario Generale dell’ONU, sembrerebbe confermare un crescente disagio all’interno almeno di alcuni settori delle Nazioni Unite. Dopo la visita ai tre digiunatori Simonovic ha inoltre invitato nel suo ufficio il Presidente del Tibetan Youth Congress, Tsewang Ringzin, per discutere della situazione in Tibet e della continuazione dello sciopero della fame.
Tornando a questo 20° giorno di Hunger Strike c’è da segnalare la piacevole sorpresa di un gruppo di dissidenti cinesi che si sono raccolti a pochi metri dal presidio per protestare contro il regime cinese e l’oppressivo ruolo del Partito Comunista in Cina. In particolare i dimostranti chiedevano la liberazione dell’avvocato Zhisheng Gao arrestato tre anni fa per aver difeso un membro del gruppo spirituale Falun Dafa e poi scomparso nel gorgo del Laogai, il sistema concentrazionario di Pechino. L’aspetto interessante di questa presenza cinese di fronte al Palazzo di Vetro, è l’estrema simpatia che tutti i cinesi hanno dimostrato nei confronti dei digiunatori tibetani. Simpatia resa ancor più evidente da un prolungato coro di “Free Tibet! Free Tibet!” che l’intero gruppo ha scandito più volte prima di dare vita a una sorta di conferenza all’aperto in cui hanno esposto le ragioni della loro lotta. Non vorrei sembrare retorico ma vedere il responsabile di questo gruppo abbracciarsi con il Presidente del Tibetan Youth Congress e rendere omaggio ai digiunatori, è stato proprio un bello spettacolo.

4 mar 2012


«Quel tragico giovedì in cui sul monte Serra morirono i miei amici»




Esattamente 35 anni fa, sulle pendici del Monte Serra nel territorio del Comune di Calci, si schiantava il C 130 H Hercules dell'allora 46° Aerobrigata di Pisa. Morirono 38 allievi dell'Accademia Navale, l'ufficiale accompagnatore e cinque membri dell'equipaggio. Partito dall'aeroporto di S.Giusto, l'apparecchio, dopo aver effettuato una incomprensibile virata a sinistra, imboccò la vallata del Serra, rivelatasi fatale per il volo a bassa quota e la scarsa visibilità. Sulle cause la Procura archiviò il caso. Alle esequie,il 5 marzo 1977, partecipò, oltre ad una folla immensa, anche il presidente della Repubblica Giovanni Leone. «La straordinaria partecipazione al lutto d'intere città o comunità, di fabbriche e scuole, ha un significato profondo che merita d' essere sottolineato - scriveva proprio quel giorno su Il Telegrafo, il giornalista Angiolo Berti - perché ci offre la misura di quanto tale patrimonio sia veramente addentro anche al sentimento di chi operi lontano dal mondo militare e risponda ad un'effettiva e comune esigenza di comprensione». Questa «spietata decimazione di ragazzi meno che ventenni» - sono sempre sue parole - vuole ricordare ai "più grandi" «i rischi che comporta la scelta dello stato militare e quindi la necessità d'una contropartita diversa, che non sia soltanto materiale, ma anche morale». (g.u.b.) di Gian Ugo Berti wLIVORNO Quel 3 marzo di trentacinque anni fa era un giovedì. Per gli allievi un giorno particolare, perché la possibilità d' uscire qualche ora in franchigia dava fin dal mattino un sapore diverso, quasi di festa. Pino, uno dei tanti del primo Corso, anche per questo non aveva avuto problemi ad anticipare la sveglia e andarsi ad allenare con una lunga sgroppata sul viale a mare, in vista delle gare di atletica leggera. Anzi. Si sentiva in forma e pregustava già la meritata libera uscita. Una mattinata proseguita tranquilla, con il solito copione delle lezioni, l'assemblea sul Piazzale, il pranzo, il corroborante e caldo caffè in sala ricreazione nel consueto assalto al bancone. Per lui un primo pomeriggio di studio, per l'amico Michele invece il programmato volo d'addestramento a Pisa, con altri 37 allievi, fra cui Roberto,il capo del Corso. Lui, l'aveva già fatto la settimana precedente, una semplice formalità. Un saluto quindi prima di lasciarsi, incrociandosi sulle scale: «Ci vediamo stasera», un cenno della mano e via. Fu il loro ultimo saluto. Il destino, di lì a poco, sarebbe giunto implacabile a separarli per sempre. La notizia dello schianto del “Vega 10” sul Monte Serra, in cui morriono 44 persone (di cui 38 accademisti) arrivò in Accademia pochi minuti dopo le 15,10. «È un'ora che rivedo ogni giorno ancora sul quadrante dell' orologio – ricorda oggi Pino – ma non fummo subito informati nel dettaglio della dimensione della tragedia. Solo dell'incidente. Fu poi il comandante, Franco D'Agostino, non senza emozione a fornirci altri particolari. Fu bloccata la franchigia e ci vennero consegnati dieci gettoni telefonici ciascuno, con l'ordine di chiamare le famiglie e rassicurarle personalmente della nostra incolumità». L'allievo Pino è oggi l'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, comandante dell'Accademia Navale. «Rinnovare quei ricordi – conclude – è angosciante. Il volto di Michele è sempre davanti a me. Con il suo nome ho chiamato il primo dei miei tre figli, che oggi ha 24 anni ». I ricordi di quella tragedia si fanno confusi per l’ex allievo Pino che ora è diventato comandante: quei giovani ragazzi erano da mesi a contatto di gomito 24 ore al giorno. «Nessuno parlava, nessuno piangeva. Troppo forte – racconta – l'impatto emotivo. Eravamo tutti amici, avevamo già fraternizzato fin dall'epoca della spivolatura, quando avevamo fatto istintivamente corpo nel tradizionale confronto cameratesco con gli anziani. Tutte le premesse per costruire il giusto spirito di corso che ci avrebbe sorretto ed accompagnato nel futuro». «Rivivo le ore successive con immagini che mi passano automaticamente davanti agli occhi, sfumate ma incancellabili. Le bare sul piazzale, la veglia per l'intera notte ed il giorno seguente, i funerali, l'immensa folla che voleva testimoniare assieme al Capo dello Stato il tributo di affetto ai nostri compagni, alle famiglie ed a noi. Infine la scelta del Comando per una breve licenza, a staccare la spina ed a voltare pagina». «Una pausa importante che poteva incidere non poco sull'animo di ciascuno. Un rischio inevitabile. Ricordo invece che tutti ritornammo a Livorno ancor più convinti della nostra scelta. Se la leggenda dice che lo spirito di corpo degli allievi si materializza nella crociera d'addestramento a bordo dell’”Amerigo Vespucci” – prosegue – devo dire che per noi quell'esperienza ci aveva ulteriormente maturato e reso consapevoli d'un cammino comune». «Fu la sosta nel porto di Helsinki in Finlandia – sottolinea ancora Pino – forse perché la più a nord nel lungo viaggio, a far scattare quelle decisioni che, in un attimo, fanno di un gruppo di tanti allievi, un solo Corso. All'unanimità decidemmo di scegliere il nome "Invicti" e l'urlo, con una frase in finlandese che significa "Non vi dimenticheremo mai". Il nostro stemma raffigura la metà di una lira per indicare l'aereo Vega 10 su cui morirono gli amici, la prua di una nave vichinga in omaggio al Paese ospitante, una sciabola capovolta dedicata all'equipaggio dell'apparecchio ed al nostro ufficiale accompagnatore, Emilio Attramini, certo fra i sottordini alla classe il più vicino a noi, non cattivo né sanguigno, ma pacato e semplice: un gentiluomo, un signore». Oggi, una lapide con i nomi delle vittime è visibile nella cappella. «La cerimonia sul Monte Serra è un momento irrinunciabile per essere loro vicino nel ricordo e rivedere i volti dei parenti e degli amici. Ma la giornata di tutti noi è legata ad immagini e pensieri che vivono oltre la morte, ciascuno portando nel cuore una ferita mai richiusa». ©RIPRODUZIONE RISERVATA Gian Ugo Berti

La citta' e la sua nave




di Gian Ugo Berti

La Vespucci non è Livorno, né Livorno può essere la Vespucci. Ma fra gli scali costieri, certo Livorno vanta - complice la presenza dell'Accademia Navale - una priorità non tanto logistica, quanto e soprattutto sentimentale ed affettiva. E' il pensiero che Angiolo Berti, giornalista e storiografo della Marina Militare, ha voluto trasmettere attraverso riflessioni scritte, ormai infermo per la malattia, maturate comunque nel tempo da cittadino di questa città. Un rapporto con il mare e le vele da sempre vissuto con rispetto e fierezza dalla sua gente, a contatto con gli elementi della natura, dai venti alle onde, indomabili, unici ed eterni. Tra breve, la Vespucci tornerà a Livorno per rinnovare una tradizione indissolubile, come espressione al contempo di quella Marina velica italiana che, non per nulla, è chiamata la "Grande silenziosa". Ed è anticipando appunto quel fatidico giorno che rimane quanto mai attuale il suo spirito labronico, intriso di salsedine e forgiato dal vento di sud-ovest. «Ogni volta che toglierà gli ormeggi o calerà le ancore - usava dire - i livornesi saranno con lei ed io, anche quando non ci sarò più, continuerò ad essere sul porto ad ammirarla». Sette anni dopo la scomparsa, sono parole che - siamo certi - risuonano sempre vive e palpitanti nella mente, nel cuore e nell'animo di tanti. Singoli ricordi, lontane immagini, persone ed avvenimenti, capaci di muoversi come semplici attori o grandi protagonisti, in ogni caso tali da accompagnare chi li abbia vissuti per tutta la vita. Ecco perché proponiamo questo toccante ricordo della Vespucci e del suo particolare, inimitabile rapporto con la città e la propria gente, affinché anche le nuove generazioni facciano proprio un valore così genuino ed inestimabile. «Il vento che scuote le vele dei battelli - escluso s'intende il libeccio che può condizionare la stessa navigabilità dello scafo - è, al pari del rapporto umano un sentimento di forza ma, insieme, di prudenza», scriveva Angiolo Berti. «Quando, issate a bordo le ancore per avviarsi al mare aperto, il veliero si china sul fianco, spesso piegato dal soffio del maestrale, non solo si richiama alla realtà oltre le righe, ma rende testimonianza di bravura agli uomini di bordo ed alla loro professionalità, fatta d'esperienze ed assieme di coraggio». «Le navi a vela - aggiungeva - pur essendo romantici esempi o ricordi d'un lontano passato, mai verranno cancellate dalla realtà del mare. Sono le onde, pur se talvolta infide e violente, che sanno unire il mondo velico di oggi a quello di ieri. Ardimento ed impegno tecnico testimoniano così una memoria, anche umana, ormai millenaria e che mai verrà meno. Nostro dovere, come uomini che amano il mare, è mantenere, nel sentimento e nel rapporto col prossimo, il ricordo del trapasso dalla leggenda di ieri alla realtà ed all'immagine ugualmente vive di oggi». Ed ecco il punto ,forse il più significativo. «La nave scuola Vespucci - si legge nelle memorie custodite alla Fondazione che porta il suo nome a Casciana Terme - non è il solo battello che ci richiama alla storia del mare. Anche Palinuro, Corsaro 2° e Stella Polare sono vascelli che, pur a tonnellaggio ridotto, sono essenziali per le esercitazioni veliche». «Chi ami il mare - era il suo pensiero - non può non vedere l'esempio prioritario di tale vocazione nella nave scuola Vespucci. La severità della vita di bordo è una vocazione, appunto testimoniata anche dal silenzio dei marinai. Non per nulla la Marina velica italiana è chiamata la "Grande silenziosa». «Elemento fondamentale rimane però il vento, quale ne sia la forza, che dà alla nave vita propria, come un risveglio dal sonno. Se dunque il rapporto uomo-tempesta può talvolta preoccupare i naviganti, un pensiero sempre li tranquillizza, perché dopo l'uragano sempre giunge il sereno». «Vivere allora sulla nave velica testimonia una vocazione: se spesso la giornata è fatta di tanti pensieri, il sentimento che unisce i marinai alle famiglie lontane possiede un severo messaggio d'eccezione. Testimonia, in sostanza, l'affetto profondo, senza precedenti, che unisce il mare e le persone. Non solo le onde aiutano cioè a superare le distanze, ma danno alla giornata un valore, si può ben dire, d'apertura ai rapporti umani che aiutano a guardare oltre l'orizzonte». Le navi da guerra, però, sono un mondo parallelo. «La realtà del mare, quale ne sia la spinta delle onde, ci conduce alle esperienze delle navi da guerra. I conoscitori di quel mondo militare ben sanno che il fascino di siluri e cannoni, solo chi l'avverte giorno per giorno può ben conoscerlo e ne vive la leggenda anche storica». «Sono esperienze, con risvolti umani, che fanno riflettere: la vita di bordo non è semplice, ma il suo fascino arricchisce la giornata. Il marinaio con la nave - quella a vela - testimonia la propria forza personale, il coraggio, l'abilità. La vita del mare, va sottolineato, rappresenta una vera e propria vocazione, non un mestiere. Il carattere dei marinai,semplice e schietto, riservato e composto, è tipica espressione d'un valore morale di enorme spessore. Ma soprattutto è la nave a vela che rende migliore l'uomo, anche sul piano del carattere». «Pur a contatto con la fragilità della persona rispetto alle onde - sono sue parole - è il mare che esalta l'impegno dell'uomo, quale che sia l'età,ad operare meglio. E' quindi il vento che dà alla nave a vela una vita propria. Soprattutto perché l'uomo che opera sulla nave a vela vive di rinunce. Il sentimento poi che unisce i marinai alle famiglie lontane possiede un valore d'eccezione. Non solo aiuta a superare le distanze, ma dà alla giornata sicuro sostegno - quello del mare e dei venti - che fa dell'uomo un personaggio particolare». «Operare sulla nave velica testimonia, dunque, una vocazione: posto che la giornata sovente è caratterizzata da tanti e difficili momenti, un sentimento nostalgico unisce al pari della leggenda gli uomini di mare alle famiglie nelle loro case. Tale sentimento testimonia quindi l'affetto profondo che unisce la persona degli scali costieri al mare, in una realtà sola, alla pari delle onde. Non solo allora i marosi ed il vento sostengono l'uomo a vivere a contatto della natura - concludeva - ma danno alla giornata trascorsa sul mare - vedi appunto la tradizione livornese - un valore aperto ai rapporti umani che sanno guardare lontano alla pari della storia tirrenica». Per la cronaca, Angiolo non è mai salito a bordo della Vespucci, né su alcuna altra nave. Livornesi, dunque, si nasce. E la sua livornesità la seppe validamente esprimere anche in un momento particolarmente difficile, quando cioè nel 1971 venne decisa la messa in disarmo perché - si diceva - troppo onerosi sarebbero stati i costi di una radicale ristrutturazione (in quell'occasione la Vespucci compiva quarant'anni). Così Angiolo, di propria iniziativa, dedicò in tempo reale un'intera pagina sull'allora Il Telegrafo spiegando, con la partecipazione di esperti fra cui lo stesso Capo di Stato Maggiore della Marina, che mai si sarebbe più potuta ricostruire un'altra Vespucci. Ed al tempo stesso, in qualità di giornalista parlamentare, pose quelle Istituzioni davanti all' alternativa. E se oggi la "Vespucci" continua a solcare sempre i mari del mondo e Livorno s'appresta dal canto suo a darle di nuovo la benvenuta, lo si dovrà anche al coraggio e, perché no, ad una spregiudicatezza tutta labronica, schietta, forte ed istintiva, di uno dei suoi figli. Quella "pagina" è stata poi donata, in ricordo dell'avvenimento, all'Accademia Navale da parte della Fondazione. Questo dunque era Angiolo, un livornese come tanti, suo padre era operaio, sua madre una donna analfabeta. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

SCIOPERI OPERAI DEL MARZO 1943

Eccezionale rilievo internazionale: primi colpi d'ariete contro il nazifascismo

Il pinerolese nella Storia cancellata - Agnelli e Mussolini - l'impegno di operaie e operai

Quanti sono gli intellettuali, quanti gli insegnanti delle scuole medie e superiori locali, quanti sono gli studenti universitari che conoscono o hanno mai sentito parlare dei grandiosi scioperi del marzo 1943 avvenuti nella loro terra, e messi in atto dalla loro gente in pieno periodo di guerra e sotto il regime nazifascista.

Con questa "Scheda" ci, proponiamo di approfondire alcuni aspetti politici e sociali della prima lotta di massa, il primo colpo di ariete contro le impalcature della ,dittatura fascista, mentre infuriava la guerra di Mussolini e di Hitler mettendo a ferro e a fuoco l'intera Europa. E, allo stesso tempo, rivolgere un doveroso ricordo e omaggio a quelle operaie e a quegli operai, a quelle donne e a quegli uomini i quali seppero assumere un ruolo di avanguardia rispetto all'intero popolo italiano e di mettersi alla testa del più grande moto di rinnovamento che il Paese avesse conosciuto dalla sua unificazione,

Da questo testo risulteranno anche alcune delle motivazioni di fondo per le quali, soprattutto nel pinerolese, questi aspetti di fondamentale importanza vengono non solo marginalizzati ma più generalmente cancellati dalla memoria collettiva.

Per comprendere l'importanza e la novità rivoluzionaria del marzo '43, è necessario riandare con la memoria ai mesi decisivi a cavallo tra l'inverno 1942 e 1943 quando il corso della Seconda guerra mondiale prese la sua piega definitiva: il 13 ottobre 1942, le Armate italiane e tedesche di Rommel sono duramente sconfitte ad El Alamein nell'Africa settentrionale; l'8 novembre gli alleati anglo-americani sbarcavano in Marocco e quattro giorni dopo in Algeria; la grande offensiva nazifascista sul Don che avrebbe dovuto spalancare le porte dell'Oriente e portare alla conquista dei preziosi pozzi petroliferi del Caucaso, si è tramutata a Stalingrado in una sconfitta totale, senza precedenti nella storia: l'intera IV Armata di Von Paulus è costretta alla resa con oltre 300 mila fra morti e prigionieri. Nella rovinosa ritirata è coinvolta l'Armir, l'armata inviata da Mussolini con gli scarponi di cartone, ad affrontare il terribile inverno russo. Restava però la minaccia della "nuova arma segreta", in grado di capovolgere le sorti della guerra, brandita da Hitler.



Nessuno avrebbe potuto immaginare che gli scioperi del marzo potessero avere una portata internazionale, attraverso le potenti trasmissioni di Radio Londra, riprese dalle Radio di tutti gli Alleati, le quali mettevano in primo piano e con profondo stupore, che si trattava del "primo grande sciopero antifascista in un Paese dell'Asse".

Sul piano locale, va anche ricordato che - come riporteremo in seguito - l'unica azienda citata da Mussolini nella riunione del direttorio fascista del 17 aprile 1943, sulle "interruzioni dal lavoro" in Italia, è la Riv di Villar Perosa.

E' anche utile citare quanto scrivono, in merito a questi scioperi, da un lato un grande storico e, dall'altro, un ufficiale di Stato maggiore del Regio esercito, addetto al Comando supremo, presente al fianco del generale Castellano alle trattative per l'armistizio del '43.

Claudio della Valle: "Una pagina poco nota perché non trova spazio nei libri di storia per le scuole, la scrissero gli operai delle fabbriche...Con la sola arma che essi hanno per farsi sentire: quella dello sciopero. Dal 5 marzo '43 alla metà del mese successivo, gli operai...scioperano, contribuendo in modo decisivo per far precipitare la crisi del regime fascista".

Generale Luigi Marchesi, riferendosi al 25 luglio 1943, dopo aver documentato l'enorme sproporzione di forze armate a nostro favore rispetto a un'invasione tedesca e la loro fedeltà accertata, aggiunge: e ci rimaneva ancora quella tremenda forza che, seppure non organizzata, avrebbe portato un contributo fondammentale: le masse popolari. Queste avevano già fatto sentire il loro peso decisivo con gli scioperi di Torino e Milano, che contribuiscono sostanzialmente a far superare al re i suoi indugi, prima del 25 aprile.



Osservazioni su quanto finora scritto su questa pagina di storia

Il caso più strano è certamente quello, generalmente affermato, della presenza nel pinerolese per gli scioperi del marzo '43 del vecchio compagno antifascista Gustavo Comollo (Pietro), già di servizio all' "Ordine nuovo" di Gramsci nel 1920. Tralasciamo le sue vicissitudini tra galera fascista e attività clandestina. E' un fatto che esso subì un ennesimo arresto nel giugno 1935. Deportato al confine fascista, prima a Ponza, poi a Ventotene e, nel maggio



1943, trasferito per punizione a Pisticci (Metaponto) da dove fuggì dopo il 25 luglio dello stesso anno partendo per Torino, per salutare i parenti e partire subito dopo per Trieste e ricongiungersi con la sua compagna, anche lei già deportata a Ventotene. .

Come poteva Comollo essere presente agli scioperi nel pinerolese del marzo '43, come affermano, prima il giovane Vittorio Morero, poi, a distanza di anni, anche il compagno Mario Nebiolo? Infatti, quest'ultimo nelle sue "memorie" afferma di essere stato informato della preparazione dello sciopero, e di avere tenuto un comizio alla Turati il 5 marzo '43. assieme a Walter Giai, quando, in realtà, lo sciopero in quell'azienda ebbe luogo ben dieci giorni dopo, confermando nel contempo la presenza a Pinerolo del Comollo, il quale come abbiamo accertato, era al Confine di polizia. Tralasciamo altre inesattezze non secondarie, forse legate all'età.

In realtà si stava, in effetti, decidendo, nella più assoluta clandestinità, del resto più che comprensibile. in merito all'effettuazione del primo grande sciopero antifascista, in tempo di guerra, nel maggior stabilimento industriale italiano, direttamente impegnato nella produzione bellica, e cioè la Fiat Mirafiori, con 21 mila dipendenti; ben sapendo che la forza più o meno organizzata interna era limitata a una ottantina di compagni; mentre sarebbe stato più facile partire dalla Rasetti o dalla Microtecnica, aziende importanti (dove la presenza politica era, in confronto, decisamente maggiore), ma non certo tali da avere lo stesso significato politico e di carattere esemplare sulla possibilità di scontrarsi frontalmente con la dittatura fascista, per "la pace separata", e condizioni di vita più civili.

. Nel suo libro "Deputato per caso?", il giovane Carlo Borra, dipendente Riv che partecipò agli scioperi, riferendosi a quel periodo, si limita scrivere "Lo sciopero partì dalle grandi fabbriche torinesi, ma si propagò rapidamente anche in provincia. Così anche la Riv di Villar...si fermò. Operai e impiegati incrociarono le braccia senza uscire dalla fabbrica, e inutili furono i richiami dei dirigenti. Si era in tempo di guerra e pertanto fu mandata la truppa a presidiare lo stabilimento....Ma ci pensarono soprattutto le donne...a convincere i soldatini..."

"Lo sciopero, se ben ricordo, durò tre o quattro giorni e si concluse in seguito di un'assemblea degli operai".

Terminando in senso positivo, con: "ma in fondo il risultato principale, far sentire al regime che non si poteva contare sul mondo operaio era raggiunto".