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28 feb 2010


il dibattito sulle radici della corruzione

L'Italia ipocrita e quelle domande
alle quali non si vuole rispondere

il dibattito sulle radici della corruzione

L'Italia ipocrita e quelle domande
alle quali non si vuole rispondere

Di chi può mai essere la colpa della corruzione italiana se non della politica? Di chi se non dei politici - beninteso di quelli per cui votano gli “altri”? Si mettano dunque l’una e gli altri sul banco degli accusati per la meritata, inevitabile condanna. Così la pensano oggi moltissimi italiani i quali non vogliono sentirsi dire che la corruzione di questo Paese - anche quella pubblica - è invece qualcosa che viene dal profondo, che rimanda alla storia vischiosa, oltre che del nostro Stato, della nostra società; ai suoi meccanismi e vizi inveterati. No, guai a dirlo: si è subito sospettati di voler cancellare le responsabilità individuali, di voler salvare i ladri”. Che c’entriamo noi con la corruzione? La colpa è solo della politica.

In questo modo sta per ricominciare oggi il circolo perverso avviatosi nel
’92-’93. Infatti, se si mettono così le cose è fatale che agli occhi dell’opinione pubblica l’immagine di tutta la politica e di tutti i politici ne esca complessivamente a pezzi. Con l’ovvia conseguenza, che più ciò accadrà e più solo i mediocri o gli spregiudicati accetteranno di entrare nell’arena pubblica, e che quindi, alla fine, la politica risulterà ancora di più inetta e/o corrotta, accrescendo ulteriormente la sfiducia e la disistima generali. Sta per ricominciare alla grande, insomma, il meccanismo implacabile dell’antipolitica. Il meccanismo che si mise in moto all’epoca di “Mani pulite” e i cui risultati nonostante l’avvicendarsi di governi di destra e di sinistra, sono sotto gli occhi di tutti: allora svergognata e vilipesa la politica non si è rinnovata per nulla, la qualità dei suoi protagonisti è anzi in media peggiorata, ed essa non è stata capace né allora né poi di correggere un bel nulla del sistema che aveva portato a Tangentopoli.

Non è questione di pensare che la corruzione sia
“connaturata” alla società italiana. Bensì di convincersi che essa è innanzi tutto della società italiana. Di convincersi cioè che, in Italia, in tanto la politica può ospitare un così alto numero di traffichini e di lestofanti, in tanto può rappresentare un ambito d’elezione per un così gran numero di scambi e guadagni più o meno loschi, in quanto, e solo in quanto, ha come sponda, come interlocutrice permanente, una società moralmente opaca come la nostra. Perché alla fine delle due l’una, insomma: o si nega che quella italiana sia una società di tal fatta (e mi sembra davvero difficile), o si deve sostenere che tra lo standard morale della politica e lo standard morale della società non c’è alcun rapporto necessario (e si dice una palese assurdità). Naturalmente c’è sempre una terza possibilità (che sospetto sia proprio quella fatta ipocritamente propria da molti abitanti della penisola): e cioè credere, o fingere di credere, che in una società di diavoli i politici, non si sa per quale miracolo, possano - anzi debbano – essere degli angeli; e la politica, di conseguenza, una specie di anticamera del paradiso terrestre. Tutti coloro che, come
Marco Vitale, rimproverano alla politica in genere, e dunque anche alla sinistra, di non aver preso le misure necessarie per una vasta e radicale opera di moralizzazione pubblica, dovrebbero innanzi tutto chiedersi: ma siamo sicuri che quel partito o quello schieramento che lo avesse fatto avrebbe avuto il consenso degli elettori italiani? O non sarà forse che un’opera del genere - per come è l’Italia, il suo mercato del lavoro, i suoi rapporti patrimoniali, per come sono abituati i suoi pubblici dipendenti, per come sono le sua abitudini diciamo così fiscali - non sarà forse che un’opera del genere avrebbe suscitato molte più opposizioni che consenso? E perché altrimenti nessun partito, nessuno schieramento, ha mai preso questa strada?

Di fronte agli scandali in cui è coinvolta la politica (anche o soprattutto la politica) molti uomini e donne impegnati nelle attività private, nel mondo del fare come oggi si dice, amano invocare rispetto delle regole, meritocrazia, presenza di poteri contrapposti, trasparenza, orgoglio di ruolo. Lo ha fatto l
’altro giorno anche
Franco Bernabè su queste colonne. Confesso di non aver ben capito a chi fosse rivolto di preciso una tale astratta invocazione - che anche in questo caso come in altri casi, di altri autori, evita di fare nomi e cognomi - ma spero che comunque il presidente della Telecom mi perdonerà se gli rivolgo una domanda impertinente: in che misura a suo giudizio il sistema delle imprese italiane e quello bancario - e la stessa Telecom, aggiungo, toccando davvero il colmo dell’impertinenza - si attengono alle prescrizioni da lui messe nero su bianco? Personalmente penso che lo facciano parecchio meno di quanto dovrebbero e di quanto accada di solito in altri Paesi, a cominciare per esempio dagli Stati Uniti. Basta vedere l’accanimento tenace con il quale tutto quel mondo si è opposto ad un’efficace legislazione sulla “class action”; e se non sbaglio senza che nessun suo esponente alzasse la minima voce contraria. Non è solo la politica, insomma, a non avere le carte in regola.

Se non cominceremo una buona volta con il dirci tutto questo, con il dircelo ad alta voce e dircelo di continuo, potremo pure mandare periodicamente all
’ergastolo tutti i “marioli” e i “birbantelli” del caso, potremo pure in un raptus suicida nominare Marco Travaglio ministro della giustizia, ma rimarremo sempre quello che siamo: una società malandrina, spietata e al tempo stesso accomodante, un Paese sostanzialmente senza legge e senza verità.

Ernesto Galli della Loggia

20 febbraio 2010(ultima modifica: 21 febbraio 2010)
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<; font-size:8pt'>Il codice penale prevede diverse ipotesi di corruzione:

Art. 318 c.p. (Corruzione per un atto d'ufficio) Il pubblico ufficiale, che, per compiere un atto del suo ufficio, riceve, per sé o per un terzo, in denaro o altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
Se il pubblico ufficiale riceve la retribuzione per un atto d'ufficio da lui già compiuto, la pena è della reclusione fino a un anno.

Art. 319 c.p. (Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio) Il pubblico ufficiale, che, per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve, per sé o per un terzo, denaro od altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da due a cinque anni.
La pena è aumentata se il fatto di cui all'art. 319 c.p. ha per oggetto il conferimento di pubblici impieghi o stipendi o pensioni o la stipulazione di contratti nei quali sia interessata l'amministrazione alla quale il pubblico ufficiale appartiene.
La pena è aumentata (art. 319-bis c.p.) se il fatto di cui all'art. 319 c.p. ha per oggetto il conferimento di pubblici impieghi o stipendi o pensioni o la stipulazione di contratti nei quali sia interessata l'amministrazione alla quale il pubblico ufficiale appartiene.

Art. 319-ter c.p. (Corruzione in atti giudiziari) Se i fatti indicati negli artt. 318 e 319 c.p. sono commessi per favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo, si applica la pena della reclusione da tre a otto anni.
Se dal fatto deriva l'ingiusta condanna di taluno alla reclusione non superiore a cinque anni, la pena è della reclusione da quattro a dodici anni; se deriva l'ingiusta condanna alla reclusione superiore a cinque anni o all'ergastolo, la pena è della reclusione da sei a venti anni.

Art. 320 c.p. (Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio) Le disposizioni dell'art. 319 si applicano anche all'incaricato di un pubblico servizio; quelle di cui all'art. 318 c.p. si applicano anche alla persona incaricata di un pubblico servizio, qualora rivesta la qualità di pubblico impiegato.
In ogni caso, le pene sono ridotte in misura non superiore ad un terzo.

Art. 321 c.p. (Pene per il corruttore) Le pene stabilite nel primo comma dell'articolo 318, nell'art. 319, nell'art. 319-bis, nell'articolo 319-ter e nell'art. 320 c.p. in relazione alle suddette ipotesi degli artt. 318 e 319 c.p., si applicano anche a chi dà o promette al pubblico ufficiale o all'incaricato di un pubblico servizio il denaro o altra utilità.

Art. 322 c.p. (Istigazione alla corruzione) Chiunque offre o promette denaro od altra utilità non dovuti ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio che riveste la qualità di pubblico impiegato, per indurlo a compiere un atto del suo ufficio, soggiace, qualora l'offerta o la promessa non sia accettata, alla pena stabilita nel primo comma dell'art. 318 c.p., ridotta di un terzo.
Se l'offerta o la promessa è fatta per indurre un pubblico ufficiale o un incaricato di un pubblico servizio a omettere o a ritardare un atto del suo ufficio, ovvero a fare un atto contrario ai suoi doveri, il colpevole soggiace, qualora l'offerta o la promessa non sia accettata, alla pena stabilita nell'art. 319 c.p., ridotta di un terzo.
La pena di cui al primo comma si applica al pubblico ufficiale o all'incaricato di un pubblico servizio che riveste la qualità di pubblico impiegato che sollecita una promessa o dazione di denaro od altra utilità da parte di un privato per le finalità indicate dall'art. 318 c.p.
La pena di cui al secondo comma si applica al pubblico ufficiale o all'incaricato di un pubblico servizio che sollecita una promessa o dazione di denaro od altra utilità da parte di un privato per le finalità indicate dall'art. 319 c.p.

Art. 322-bis c.p. (Peculato, concussione, corruzione e istigazione alla corruzione di membri degli organi delle Comunità europee e di funzionari delle Comunità europee e di Stati esteri) Le disposizioni degli articoli 314, 316, da 317 a 320 e 322 c.p., terzo e quarto comma, si applicano anche:

  1. ai membri della Commissione delle Comunità europee, del Parlamento europeo, della Corte di giustizia e della Corte dei conti delle Comunità europee;
  2. ai funzionari e agli agenti assunti per contratto a norma dello statuto dei funzionari delle Comunità europee o del regime applicabile agli agenti delle Comunità europee;
  3. alle persone comandate dagli Stati membri o da qualsiasi ente pubblico o privato presso le Comunità europee, che esercitino funzioni corrispondenti a quelle dei funzionari o agenti delle Comunità europee;
  4. ai membri e agli addetti a enti costituiti sulla base dei Trattati che istituiscono le Comunità europee;
  5. a coloro che, nell'ambito di altri Stati membri dell'Unione europea, svolgono funzioni o attività corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di un pubblico servizio.

Le disposizioni degli articoli 321 e 322 c.p., primo e secondo comma, si applicano anche se il denaro o altra utilità è dato, offerto o promesso:

  1. alle persone indicate nel primo comma del presente articolo;
  2. a persone che esercitano funzioni o attività corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di un pubblico servizio nell'ambito di altri Stati esteri o organizzazioni pubbliche internazionali, qualora il fatto sia commesso per procurare a sé o ad altri un indebito vantaggio in operazioni economiche internazionali.

Le persone indicate nel primo comma sono assimilate ai pubblici ufficiali, qualora esercitino funzioni corrispondenti, e agli incaricati di un pubblico servizio negli altri casi.

Diversi dalla corruzione sono i reati di:

  1. concussione (art. 317 c.p.): Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni.
  2. abuso d'ufficio (art. 323 c.p.): Il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
    La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità.
  3. rifiuto od omissione di atti d'ufficio (art. 328 c.p.): Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.
    Fuori dei casi previsti dal primo comma, il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l'atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a lire due milioni. Tale richiesta deve essere redatta in forma scritta ed il termine di trenta giorni decorre dalla ricezione della richiesta stessa.

 

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27 feb 2010


Il 27 febbraio del 1933 ,in piena campagna elettorale,l'incendio della sede parlamento di Berlino scatena una feroce repressione ed inizia la scalata irreversibile al potere del nazionalsocialismo di Adolf Hitler.
Fu atto di protesta di un dissidente o incendio funzionale alla distruzione pressochè totale delle voci dell'opposizione?
S.F
       
       
       


 


 

REPUBBLICA DI WEIMAR

 
 

Assemblea e Costituzione

 
 

Eletta nel gennaio 1919, l’Assemblea nazionale di Weimar si riunì il 6 febbraio dello stesso anno per stabilire l’assetto politico-costituzionale della Repubblica tedesca nata alla fine della Prima guerra mondiale (il cosiddetto Secondo Reich). Dopo aver eletto alla presidenza della Repubblica F. Ebert (11 febbraio), che a sua volta nominò cancelliere P. Scheidemann (il quale si dimise però in giugno per protesta contro il Trattato di Versailles, approvato invece dall’Assemblea il 12 maggio), l’Assemblea procedette all’elaborazione, lunga e controversa, di una Costituzione che nella versione finale, approvata il 31 luglio con voto contrario delle opposizioni di destra e di sinistra, ricalcò solo in parte il progetto governativo tracciato dal leader democratico H. Preuss. Contrariamente al disegno unitario di quest’ultimo, venne approvata una soluzione federalistica (pur corretta da una forte accentuazione del potere centrale) che mantenne praticamente in vita i vecchi Länder imperiali, a cominciare dalla Prussia con la sua schiacciante preponderanza in termini di popolazione. Per la rappresentanza al Reichstag, la principale Camera del Parlamento, si scelse il sistema proporzionale, che doveva favorire una larga frammentazione delle forze politiche; la dipendenza dell’esecutivo dal legislativo venne controbilanciata dagli ampi poteri attribuiti al presidente della Repubblica, eletto a sua volta dal popolo. Nonostante l’indubbia ispirazione democratica della Costituzione di Weimar (entrata in vigore il 14 agosto 1919) nel suo insieme, queste sue caratteristiche non mancarono di influire negativamente sulla sorte del Secondo Reich, la cui instabilità divenne proverbiale. Si trasferì a Berlino nel settembre 1919 per esercitare provvisoriamente le funzioni del Reichstag, che divenne un’autentica Camera parlamentare (fu concesso il voto alle donne) con potere di destituire il cancelliere che aveva bisogno anche della fiducia del presidente. La necessità di questa doppia fiducia portò a un conflitto irriconciliabile tra il presidente e la maggioranza della Dieta e favorì l’avvento dei nazisti al potere.

L’Assemblea si sciolse solo nel maggio 1920.

 
 

L’incendio del Reichstag

 
 

Il 27 febbraio 1933, durante la campagna elettorale, il palazzo del Reichstag di Berlino fu distrutto da un incendio. I nazisti, autori del gesto, accusarono i comunisti e il processo che ne seguì (Lipsia, settembre-dicembre 1933) portò alla condanna a morte del comunista van der Lubbe, mentre i maggiori indiziati furono assolti. Da allora fu scatenata una vasta repressione ai danni dei nemici del nazismo e il potere di Hitler fu definitivamente consolidato.

 
 

 
 

IT.CULTURA.STORIA.MILITARE ON-LINE: Articoli: Ricerche: II GM: Il Reichstag in fiamme

IT.CULTURA.STORIA.MILITARE ON-LINE: Articoli: Ricerche: II GM: Il Reichstag in fiamme

26 feb 2010

Il Parlamento europeo su Internet, libertà di espressione e privacy

Il Parlamento europeo su Internet, libertà di espressione e privacy


 

LA POLEMICA

All'estero e in Italia la rete difende Google
"In pericolo la libertà di espressione"

Commenti duri sulle grandi testate internazionali online. E parte la protesta dei blogger di MAURO MUNAFO'


 


Già poche ore dopo la sentenza del Tribunale di Milano, che ha condannato tre dirigenti di Google per violazione della privacy nel caso del video delle violenze a un bambino down, la notizia rimbalzava su blog e testate digitali di tutto il mondo, sollevando un vespaio di polemiche. Da un punto di vista quantitativo buona parte dei commenti in rete si esprimono in difesa del motore di ricerca e criticano la decisione dei giudici milanesi, in particolare per le implicazioni che questa potrebbe avere sulla libertà di espressione in rete. Ma i commenti più duri arrivano dall'estero, dove la stampa punta il dito contro il pericolo di censura del web italiano.

In Italia. I commentatori più influenti della blogosfera italiana sono quasi tutti dalla parte di Google. Il tema è stato lanciato ieri, a pochi minuti dalla notizia, da Vittorio Zambardino (LEGGI) su Repubblica.it. Guido Scorza, avvocato esperto di diritto della rete, esprime la sua preoccupazione per le sorti del web se il fornitore della piattaforma viene considerato anche responsabile dei contenuti. "Se passa il principio secondo il quale l'intermediario risponde dei contenuti immessi in rete dagli utenti  -  scrive Scorza (LEGGI), la Rete che conosciamo è condannata all'estinzione". Critico nei confronti della sentenza è anche Beppe Grillo che rilancia: (LEGGI) "I dirigenti di Google  dovrebbero ricevere una medaglia. La sentenza è un monito: i disabili nelle scuole italiane si possono pestare, ma in incognito". Elvira Berlingieri su Apogeo (LEGGI) sottolinea invece i possibili problemi per i provider italiani nel caso in cui venga loro richiesta una più attiva vigilanza per la tutela della privacy. Più variegata è la posizione della stampa generalista nazionale che esprime pareri diversi e in alcuni casi difende la sentenza rilanciando la necessità di una più rigida regolamentazione del web.



All'estero. La decisione del Tribunale di Milano non si è però limitata ad alimentare il dibattito nazionale. Fuori dai confini italiani, e soprattutto Oltreoceano, la notizia della condanna dei dirigenti di Google è rimbalzata in poche ore tra testate generaliste e siti specializzati. Dai commenti esteri emerge una preoccupazione diffusa per le sorti della rete italiana e per la possibilità che la sentenza costituisca un precedente pericoloso a livello europeo. "Il verdetto  -  scrive il New York Times (LEGGI)  -  suggerisce che Google non fornisce solo uno strumento ai suoi utenti e che non è diversa dalle altre compagnie editoriali, come giornali e televisioni, che forniscono contenuti". La testata della grande mela non manca poi di soffermarsi su come la rete italiana sia di questi tempi soggetta a numerosi tentativi di "burocratizzazione" e di come il caso Vividown si collochi in questo scenario.

Il quotidiano inglese Guardian (LEGGI) si concentra invece sulle implicazioni economiche della decisione che, se interpretata in maniera restrittiva, potrebbe portare all'obbligo per Google e gli altri provider di verificare che ogni video non leda la privacy di nessuno. Un procedimento che condannerebbe al fallimento YouTube e siti simili a causa dell'enorme quantità di video costantemente caricati dagli utenti (20 ore di filmati ogni minuto nel solo caso di YouTube). Un parere simile è espresso anche dalla BBC (LEGGI) che segnala come l'obbligo di un controllo umano sui contenuti significherebbe un lavoro impossibile per i provider di servizi.

Molto più esplicita è poi la stampa di settore. L'autorevole blog TechCrunch (LEGGI) ), i cui contenuti sono sindacati sul sito del Washington Post, chiede che "qualcuno spieghi al giudice italiano che cosa è YouTube", puntualizzando come la decisione sia "ridicola" e condividendo le preoccupazioni di Google circa il pericolo per la libertà della rete che l'intera vicenda pone. Non sono da meno Business Insider (LEGGI) che, senza mezzi termini, definisce la sentenza di "una stupidità imbarazzante" e ReadWriteWeb (LEGGI) che titola "L'Italia attacca la democrazia della rete".

(25 febbraio 2010)

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CRITICA ALLA SENTENZA DI MILANO

L'ambasciatore Usa difende Google:
"Libertà sul web vitale per la democrazia"

David Thorne: «Siamo colpiti. Gli abusi non sono una scusa per violare il diritto a un Internet libero»

CRITICA ALLA SENTENZA DI MILANO

L'ambasciatore Usa difende Google:
"Libertà sul web vitale per la democrazia"

David Thorne: «Siamo colpiti. Gli abusi non sono una scusa per violare il diritto a un Internet libero»

David Thorne (Ap)

MILANO - La reazione di Google alla sentenza di Milano era più che attesa. Come quella dei blogger e dei siti specializzati in tecnologie di mezzo mondo, altrettanto negativa. Ma contro la condanna dei tre dirigenti di Google arrivano parole dure dall'ambasciatore americano a Roma, David Thorne. «Siamo negativamente colpiti dall’odierna decisione di condanna di alcuni dirigenti della Google Inc. Per la pubblicazione su Google di un video dai contenuti offensivi - afferma Thorne in un comunicato - . Pur riconoscendo la natura biasimevole del materiale non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli Internet service provider». Nel suo comunicato, Thorne fa diretto ed esplicito riferimento alla posizione del governo Usa, diventata netta dopo il caso della censura in Cina, che ha coinvolto proprio Google. «Il principio fondamentale della libertà di Internet è vitale per le democrazie che riconoscono il valore della libertà di espressione e viene tutelato da quanti hanno a cuore tale valore- dice Thorne - . Il Segretario di Stato Hillary Clinton lo scorso 21 gennaio ha affermato con chiarezza che Internet libero è un diritto umano inalienabile che va tutelato nelle società libere. In tutte le nazioni è necessario prestare grande attenzione agli abusi. Tuttavia, eventuale materiale offensivo non deve diventare una scusa per violare questo diritto fondamentale».

Redazione online
24 febbraio 2010
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Libertà su internet a rischio per una sentenza del Tribunale di Milano

Libertà su internet a rischio per una sentenza del Tribunale di Milano

Sentenza Google, un bel problema per i provider

Sentenza Google, un bel problema per i provider

25 feb 2010


 

La rivoluzione tedesca. La società sta diventando più femminile: e in molti fanno fatica ad adattarsi
Molte richieste per creare una nuova figura un incaricato per le pari opportunità maschili

"Tuteliamo gli uomini
il nuovo sesso debole"

dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI


 


BERLINO - Povero maschio, stai messo male. Hai perso la guerra dei sessi, almeno nelle società più avanzate. Le donne, in realtà moderne come quella tedesca ma non solo, ti hanno sorpassato o ti stanno detronizzando in ogni campo. Hanno imparato a conciliare carriera e figli, studiano di più e meglio, hanno un approccio più flessibile con le nuove tecnologie. Fumano e bevono meno, sono più sane, hanno una vita più lunga, è più raro che scelgano il crimine. La situazione degli uomini oggi, in Germania e nelle altre società postindustriali, è talmente drammatica e desolata che rende necessaria una nuova istituzione, una nuova figura: un incaricato governativo o un ombusdman, che si prenda cura delle pari opportunità per gli uomini. I quali ormai, non c'è nulla da fare, sono divenuti il nuovo sesso debole.

La proposta dell'ombudsman per le pari opportunità maschili sembra provocatoria, e vuole esserlo. Viene dal congresso sulla condizione maschile "Nuovi uomini. Ma è davvero necessario? Dibattito sull'approccio degli uomini a sentimenti ed emozioni" che si è tenuto all'università Heinrich Heine di Duesseldorf, per ironia della sorte anch'essa ormai un bastione del potere femminile: 60 studenti su cento sono ragazze. Come il 57 per cento dei maturandi nei ginnasi, le scuole superiori di qualità. Insomma, bisogna inventare un nuovo uomo, adattarlo al mondo nuovo, ma senza strappargli la sua virilità. Non è uno scherzo, hanno ammonito sociologi e psicologi nella conferenza al capezzale del maschio.

"La promozione delle pari opportunità negli anni Sessanta e Settanta è stata un successo", dice il sociologo Klaus Hurrelmann, ma inevitabilmente le donne hanno vinto a spese degli uomini. "Ci siamo dimenticati di loro, associandoci alla lotta del femminismo e delle donne". Con il risultato, tra l'altro, per le nuove donne vincenti di sempre maggiori difficoltà per trovare il "signor giusto". Donne vincenti ma a corto di uomini.



È colpa anche dei maschi, ovviamente. Attraverso le tempeste della rivoluzione femminista, della caduta dei Muri, di Internet, hanno continuato ad aggrapparsi al loro ruolo tradizionale di capofamiglia che lavora, ammonisce Hurrelmann. Non hanno capito appieno che le donne, specie le giovani d'oggi, vogliono e sanno far coesistere carriera e successo con famiglia e ruolo di genitrice. Il quadro generale descritto dal professor Matthias Franz lascia poche speranze. Vediamolo: ben più ragazzi che non ragazze (60 su cento) interrompono gli studi. Le donne in media vivono 5 anni più a lungo. Sanno condurre una vita più sana, indulgono meno dei maschi ai malsani piaceri di fumo, alcol e droghe, sono colpite più raramente da infarto o altre malattie cardiovascolari. A scuola e nelle università sono più brave, si applicano con più concentrazione, e con idee più chiare su cosa vogliono fare da grande. "Insomma, nell'istruzione, nella salute ma anche quanto a conoscenza della propria identità, i maschi offrono un quadro desolato". E senza un aiuto, istituzionale e politico, rischiano di non farcela.

Persino sul futuro della coppia non sono più loro, i tradizionali 'capofamiglià da secoli, a decidere. Il più delle volte è la donna a scegliere il divorzio o la fine della relazione, nota il sociologo Gerhard Amendt. E aggiunge: l'uomo che deve accettare divorzio o fine di un amore, il più delle volte non reagisce con un feeling di nuovo inizio della vita, ma ripiegandosi su se stesso. Per anni o per sempre. Così come a scuola e nelle università, i maschietti che si vedono e si sentono sorpassati dalle ragazze reagiscono chiudendosi su se stessi, lasciandosi andare nella quasi tossicodipendenza dai videogiochi, esplodendo in disperati accessi di aggressività. O cercando rifugio in famiglia, nel nido di mamma e papà, comodo ma senza domani.

L'uomo forte insomma è leggenda macho di ieri, passé, nota lo svizzero Walter Hollstein, studioso della psicologia maschile. Il maschio di oggi non ha saputo adattarsi a un mondo divenuto più femminile, nel potere ma anche nella cultura e nei costumi. "Agli uomini si chiedono sempre più spesso qualità femminili: più comunicazione, più capacità di mostrare sentimenti ed emozioni". Meno decisionismo, meno potere. E il maschio va in tilt. "Deve imparare più empatia, capire meglio se stesso". Di questo passo, forse sembrerà necessaria persino una politica delle quote. Non più quote rosa, ma quote per i maschi. Con le quote, con l'ombudsman, con nuovi sforzi per capire se stessi, urge inventare l'uomo nuovo. Capace di adattarsi al nuovo potere delle donne. Magari anche pronto a cercare carriera o vocazione della vita in campi tradizionalmente femminili, dall'insegnamento agli asili. Povero maschio, dicono i congressisti di Duesseldorf, ha perso la guerra tra i sessi e va aiutato. Se non nascerà pian piano l'uomo nuovo, anzi il maschio nuovo, ci perderanno anche le nuove donne: mancheranno loro partner affidabili.

© Riproduzione riservata (25 febbraio 2010)


 

24 feb 2010




 

BIOGRAFIA

Attore e regista. Nato a Roma nel 1920.
Figlio di un direttore d'orchestra, il trasteverino Sordi affrontò sin dal 1936 diversi campi dello spettacolo: fantasista, comparsa in alcuni film, imitatore da avanspettacolo, boy di rivista, doppiatore (aveva vinto il concorso della MGM come doppiatore di Oliver Hardy). Nel 1942 diventò, per un vero colpo di fortuna, il protagonista de I tre aquilotti, di Mario Mattoli, a fianco di Leonardo Cortese. Affermatosi definitivamente nel mondo, allora fulgido, del teatro leggero proprio nei duri anni della guerra, intrattenne serrati rapporti con il cinema, ma ancora poveri di soddisfazioni. Nel 1947 esordì alla radio, dove in soli tre anni si impose all'interesse entusiastico degli ascoltatori; i personaggi-guida delle sue trasmissioni (dal Signor Dice a Mario Pio, dal Compagnuccio della parrocchietta al Conte Claro), delinearono il primo abbozzo di quello che rimarrà per anni un marchio di fabbrica: un giovanotto petulante, catastrofico, ingenuo nella sostanza, ma involontariamente maligno nella forma, che da un lato recupera i toni lunari di un certo giornalismo umoristico, e dall'altro esercita un'acutissima capacità di percezione deformante sulla realtà romanesco-italiota che lo circonda. Il suo primo film da vero protagonista fu diretto da Roberto Savarese con il titolo Mamma mia, che impressione!, e fu accolto freddamente (alla sua uscita, nel 1951) dalla critica e dal pubblico. Nello stesso anno, però, Fellini -che lo conosceva da tempo e ne aveva intuito le straordinarie potenzialità-, lo scelse per la parte del gaglioffo divo di fotoromanzi de Lo sceicco bianco. Nel 1953 uscirono altri due film destinati a esercitare un influsso importantissimo nella carriera dell'attore: I vitelloni, di Fellini, e Un giorno in pretura di Steno, il cui personaggio Moriconi Fernando, detto l"americano", segnò una svolta decisiva nel cinema italiano di costume. A metà del decennio, Sordi divenne un mattatore del box-office e la critica iniziò a occuparsi della dimensione insieme tragica e ridicola della sua maschera. Dal 1954, inoltre, Rodolfo Sonego divenne suo sceneggiatore di fiducia: un sodalizio di incredibile affiatamento, che continuerà a funzionare negli oltre 100 film segnati dalla presenza di Albertone, tutt'ora capofila (insieme a Gassmann e prima di Tognazzi e Manfredi) dei cosiddetti Mostri della commedia all'italiana. Un genere che conobbe il suo apogeo nella metà degli anni '60, quando inventiva degli sceneggiatori, tempestività e "occhio" dei registi e versatilità scatenata -appunto- dei divi comici, produssero un repertorio di eroi piccolo-borghesi di emblematica negatività, e una serie di congegni caricaturali d'inimitabile forza satirica. Sordi firmò con il suo professionismo addirittura pedante (oltre che col travolgente carisma fisiognomico) quasi tutti gli esiti più graffianti e grotteschi di quella stagione: da La Grande guerra (1959) a Tutti a casa (1960), da Il vigile (1960) a Una vita difficile (1961), da Mafioso (1962) a I complessi (1965), da Detenuto in attesa di giudizio (1971) a Lo scopone scientifico (1972). Nel 1966 licenziò il suo primo film da regista, l'ottimo Fumo di Londra, in cui riusciva a limare l'esuberanza del proprio personaggio e a "circoscriverla" in un alone di inedito struggimento esistenzial-generazionale. Negli altri film successivamente -e abbastanza regolarmente- diretti, non è invece riuscito a rinnovare il macchiettismo del clichè e ad andare al di là di un umorismo di routine. Un problema che si è riproposto più spesso negli ultimi anni della sua più che trionfale carriera (punteggiata, tra l'alòtro, da un'infinità di riconoscimenti nazionali e internazionali), dai Nuovi mostri (1977) in poi: sin troppo padrone di uno smisurato talento, Sordi ha perso via via le rappresentative "doti" di fondo -la vigliaccheria e il cinismo, il provincialismo e l'utopismo, la cialtroneria e il patetismo-, per rifugiarsi in un equivoco, e poco divertente, pedagogismo benpensante. Considerazione doverosa che oscura solo marginalmente la figura più colossale di un'epoca d'oro del nostro cinema. Come ha ampiamente riaffermato Storia di un italiano, realizzato da Sordi per la RAI a partire dal 1980, il collage di sequenze tratte dai film da lui interpretati, che ricostituisce un'ideale storia dei valori e dei costumi dell'italiano medio dall'inizio del Novecento ad oggi.

Altri film: -1954 Il seduttore. -1956 Mi permette babbo! -1957 Il conte Max. -1959 I magliari; Brevi amori a Palma di Maiorca. -1960 Gastone. -1961 Il giudizio universale. -1968 Il medico della mutua. -1969 Nell'anno del Signore. -1973 Polvere di stelle. -1977 Un borghese piccolo piccolo. -1978 Dove vai in vacanza? -1981 Il marnchese del Grillo. -1984 Il tassinaro; Tutti dentro. -1986 Troppo forte.

Muore Martedì 25 febbraio 2003 l'affetto è grandissimo e migliaia di persone corrono a vederlo, la sua tomba al cimitero del Verano a Roma è piena di testimonianze di affetto


 

   

 

 

Biografia di Alberto Sordi - Biografieonline.it

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23 feb 2010



 

SANDRO PERTINI


 

 IL PRESIDENTE

PIU’ AMATO DAGLI

ITALIANI


(

di Luca Molinari

Sandro Pertini nacque nel 1896 a Stella, in provincia di Savona e, dopo gli studi ed il conseguimento della laurea in giurisprudenza, si avvicinò alla vita politica aderendo e militando nel Partito Socialista Italiano di Filippo Turati.

Rimarrà fedele a tali idee ed al Partito Socialista per quasi un secolo, fino alla morte avvenuta nel 1990, vivendo due guerre mondiali, la dittatura fascista ed infine, finalmente, la democrazia repubblicana di cui fu un indubbio ed indiscusso protagonista.

Fin da allora la visione del socialismo di Pertini fu rappresentata dal tentativo di far coesistere la libertà con la giustizia sociale, ritenendo impossibile la realizzazione dell’ideale socialista senza tenere in considerazione gli elementi prima citati; Non vi è libertà senza giustizia sociale e non vi è giustizia sociale senza libertà, amava ripetere l’anziano esponente socialista.

Fu uno dei massimi esponenti dell’antifascismo e, durante il ventennio, fu esule in Francia dove, per guadagnarsi un misero stipendio, fece i lavori più umili.

Innumerevoli furono le condanne giudiziarie infertegli dal regime, alcune prevedevano anche la pena capitale, ma in ogni caso Pertini seppe salvarsi riuscendo a mantenere ruoli di primo piano nel mondo dell’antifascismo, prima, e, poi, della Resistenza.

Dopo il 25 luglio 1943 Pertini rientrò in Italia assumendo, con Nenni, Saragat e Basso, la guida del Partito Socialista e, con il comunista Emilio Sereni e l’azionista Leo Valiani, la guida del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (C.L.N.A.I.).

Fu proprio in virtù di tale carica che, il 25 aprile 1945, promosse l’insurrezione nazionale contro i nazi-fascisti: l’Italia era finalmente libera e si apriva una nuova era di pace e di sviluppo.

Pertini partecipò fin da subito alla vita politica del Paese e del suo partito in seno al quale fondò una piccola corrente il cui compito era quello di mediare tra le posizioni di Nenni e quelle di Saragat: ciò non gli riuscì e vi fu la scissione di Palazzo Barberini.

Custode dell’autonomia socialista e dell’unità del movimento dei lavoratori si oppose all’esperienza del Fronte Popolare in quanto minava l’indipendenza del PSI rispetto al PCI e non fu entusiasta del centro-sinistra poiché discriminava i comunisti e metteva fine alla stretta collaborazione tra i due principali partiti della sinistra.

In piena contestazione studentesca del 1968 Pertini divenne Presidente della Camera dei Deputati, il primo uomo politico non democristiano e di sinistra a ricoprire tale incarico e, dieci anni dopo, in pieno terrorismo a pochi mesi dall’omicidio di Aldo Moro e della strage di via Fani, fu eletto alla Presidenza della Repubblica con l’appoggio di tutti i partiti democratici ed antifascisti dopo essere stato candidato a tale carica dal democristiano Benigno Zaccagnini, dal comunista Alessandro Natta e dal repubblicano Ugo La Malfa.

La Presidenza Pertini fu caratterizzata da una svolta, da una nuova concezione della massima carica dello Stato: ogni suo atto, ogni sua azione avevano il compito di rinsaldare il legame tra i cittadini e lo Stato.

Furono anni duri il terrorismo ancora forte, le sciagure naturali, la crisi economica e sociale, ma furono anche anni di eventi lieti come la vittoria al mondiale di calcio in terra di Spagna nel 1982: in tutte queste occasioni, brutte o belle che fossero, vi era una certezza: la presenza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Tale comportamento fecero dell’anziano esponente socialista il presidente più popolare e più amato dagli Italiani, poiché, come ha scritto Indro Montanelli “Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità”.

di Luca Molinari

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un'altra biografia scritta da GIACOMO FRANCIOSI

 
 

Sandro Pertini
(1896 – 1990)

Di Giacomo Franciosi


Alessandro Pertini, per tutti Sandro, non è stato solo uno degli ad oggi undici presidenti della Repubblica Italiana, è stato senz’alcun dubbio o paura di essere confutato, il più significativo e apprezzato in Italia e nel mondo tra i rappresentati del nostro paese.
Combattente per la libertà, antifascista, socialista, insigne rappresentante delle istituzioni e simbolo di unità della patria, Alessandro Pertini nasce a Stella (Savona) il 25 settembre del 1896, da Alberto proprietario terriero e Maria Nunzia, ha tre fratelli (dei quali, Alberto, morto drammaticamente nel campo di concentramento di Flossemburg in Germania il 25 aprile 1945), e una sorella.

Svolge studi liceali, consegue la laurea in giurisprudenza presso l’università di Genova, nel 1917 viene chiamato alle armi, si troverà a combattere seppur simpatizzante socialista e dunque neutralista , viene inviato quale sottotenente di complemento sul fronte dell’isonzo e sulla bainsizza (l’altopiano carsico a nord-est di Gorizia, la cui conquista da lì a poco, costerà all’esercito italiano la disfatta di caporetto).
Al fronte, Pertini si distingue per operatività e temerarietà, viene proposto per la medaglia d’argento al valor militare, per il suo ruolo guida nell’assalto al monte Jelenik.

Nel 1918 rientrato dal pantano della guerra, inizia la sua militanza nelle fila del partito socialista italiano, in questi anni si trasferisce a Firenze ospite del fratello Luigi, nel 1924 consegue una seconda laurea in scienze politiche, ed entra con più vigore nel circolo delle personalità osteggianti il fascismo, allora da poco al potere, al suo fianco i fratelli Rosselli, Guido Rossi, Gaetano Salvemini.
Oggetto di rappresaglie squadriste, nel 1925 viene arrestato per volantinaggio, e l’anno seguente viene nuovamente condannato per la sua opera di fiero oppositore al regime e condannato al confino per 5 anni sull’isola di S.Stefano, nel cui imponente carcere transitarono altri illustri antifascisti (Amendola, Romita, Spinelli, Terracini).

Entrato in clandestinità, e sfuggito alla cattura, Pertini ripiegò prima a Milano, quindi espatriò verso la Francia assieme a Filippo Turati (padre del partito dei lavoratori italiani, poi Partito socialista italiano) e con l'aiuto di Carlo Rosselli (teorico del socialismo liberale) e Adriano Olivetti (L’industriale dell’azienda Olivetti).

Pertini non frenò il proprio attivismo neppure in esilio e nel 1929 tornò in Italia con passaporto falso, ma di lì a poco venne arrestato e condannato dal tribunale speciale per la difesa dello Stato a 11 anni di reclusione. Riacquistò la libertà solo nell'agosto del 1943 per rigettarsi subito nella resistenza antifascista. Catturato dalle SS (le spietate unità paramilitari naziste) assieme a Giuseppe Saragat ( futuro presidente della repubblica e leader del PSDI) venne condannato a morte; la sentenza non ebbe seguito per l'azione di un gruppo partigiano che permise la fuga.

Nel 1945 è membro attivo del comitato di liberazione nazionale (CNL), partecipa alla liberazione di Firenze, e con Longo e Valiani guida la rivolta di Milano, in questi mesi conosce la sua futura compagna la giovane staffetta partigiana Carla Voltolina (1921-2005) che sposerà l’8 giugno 1946.
E’ sua la voce che via radio, il 25 aprile 1945 comunica al popolo italiano la vittoria sul Nazifascismo ( come su citato il fratello Alberto questo stesso giorno troverà la morte).

Nel 1946 anno in cui l’Italia si diede l’assetto repubblicano con lo storico e delicato referendum popolare del 2 giugno, Sandro Pertini venne eletto membro dell’assemblea costituente chiamata a definire la carta fondante dell’Italia libera.
Sul finire degli anni quaranta è direttore del quotidiano socialista l’Avanti nonché segretario nazionale del partito, il socialismo che intende Pertini è autonomo, esaltatore di democrazia e libertà, con rispetto e considerazione verso le classi meno agiate.

Nel corso della quarta e quinta legislatura repubblicana (dal 5 giugno 1968 al 4 luglio 1976) ricopre la carica di presidente della camera dei deputati, ruolo svolto con grande equilibrio e rispetto per le istituzioni, in questi anni inizia i suoi incontri coi giovani studenti, una costante che lo accompagnerà nel suo prossimo impegno istituzionale, nonché il più prestigioso la presidenza della repubblica italiana.

L’8 luglio 1978 Alessandro Pertini alla rispettabile età di 82 anni è eletto al 16 scrutinio con 882 voti su 995 record assoluto di preferenze finora ineguagliato.
Erano questi gli anni di piombo e del terrorismo, della crisi economica e della crisi politico-parlamentare seguita al fallimento dell'esperienza della solidarietà nazionale successiva al rapimento e delitto Moro.
Nel corso del suo mandato, Pertini incaricherà per la prima volta dal 1946 un laico alla guida del governo, Spadolini nel 1982 e Craxi nel 1983.

Ma ben oltre i formalismi che il ruolo istituzionale conferisce, Sandro Pertini (non a caso il presidente più amato dagli italiani), rivoluzionò il rapporto tra la prima carica dello stato e i suoi concittadini, la sua forte personalità, la sua straordinaria, sofferta e fiera esperienza umana ridiedero slancio e fiducia agli italiani ormai delusi dalla politica fatta non tra la gente ma nella stanza dei bottoni.
Il modo con cui ad un età considerevole, rappresentò il nostro paese in moltissimi viaggi all’estero e in Italia, sia in occasioni liete ( su tutte il mondiale spagnolo del 1982) che infauste (la strage di Bologna, Ustica, la tragedia del bambino di Vermicino, il terremoto in Irpinia, l’assasinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa) lui c’era sempre con il suo spirito critico, la sua forte carica umana, a dimostrare la presenza delle istituzioni e il loro sostegno vero, il loro dolore composto e partecipe.
Grande comunicatore, non perse mai la sua straordinaria schiettezza, e la forte carica emozionale che le sue parole effondevano.
Nessun capo di Stato o uomo politico italiano ha conosciuto all'estero una popolarità paragonabile. Ricevette lauree honoris causa nelle più prestigiose università, divenne accademico di Francia, fu costantemente ricercato dagli organi di informazione stranieri. L’immagine dell’Italia con lui migliorò.

Finito il suo mandato nel 1985, proseguì l’attività parlamentare come senatore a vita, si spense a Roma il 24 febbraio del 1990.
Il riempirsi la bocca di tanti illustri politicanti della parola libertà, in ogni luogo e in ogni circostanza, senza alcun pudore, mi richiama alla mente inevitabilmente tutti coloro che la libertà se la sono guadagnata lottando, vivendo negli stenti, nelle rinunce, nella sopraffazione, Sandro Pertini assurge a simbolo della lotta per la conquista della libertà e della sua imprescindibile difesa in ogni dove, come, perché.

Di Giacomo Franciosi


 

  

Presidenza della Repubblica

SANDRO PERTINI

Presidente della Repubblica, 1978 - 1985.

il discorso di insediamento

 
 


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22 feb 2010





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    La corruzione inconsapevole che affonda il Paese

    di Roberto Saviano

    


    La cosa enormemente tragica che emerge in questi giorni è che nessuno dei coinvolti delle inchieste napoletane aveva la percezione dell'errore, tantomeno del crimine. Come dire ognuno degli imputati andava a dormire sereno. Perché, come si vede dalle carte processuali, gli accordi non si reggevano su mazzette, ma sul semplice scambio di favori: far assumere cognati, dare una mano con la carriera, trovare una casa più bella a un costo ragionevole. Gli imprenditori e i politici sanno benissimo che nulla si ottiene in cambio di nulla, che per creare consenso bisogna concedere favori, e questo lo sanno anche gli elettori che votano spesso per averli, quei favori. Il problema è che purtroppo non è più solo la responsabilità del singolo imprenditore o politico quando è un intero sistema a funzionare in questo modo.

    Oggi l'imprenditore si chiama Romeo, domani avrà un altro nome, ma il meccanismo non cambierà, e per agire non si farà altro che scambiare, proteggere, promettere di nuovo. Perché cosa potrà mai cambiare in una prassi, quando nessuno ci scorge più nulla di sbagliato o di anomalo. Che un simile do ut des sia di fatto corruzione è un concetto che moltissimi accoglierebbero con autentico stupore e indignazione. Ma come, protesterebbero, noi non abbiamo fatto niente di male!

    E che tale corruzione non vada perseguitata soltanto dalla giustizia e condannata dall'etica civile, ma sia fonte di un male oggettivo, del funzionamento bloccato di un paese che dovrebbe essere fondato sui meccanismi di accesso e di concorrenza liberi, questo risulta ancora più difficile da cogliere e capire. La corruzione più grave che questa inchiesta svela sta nel mostrarci che persone di ogni livello, con talento o senza, con molta o scarsa professionalità, dovevano sottostare al gioco della protezione, della segnalazione, della spinta.

    Non basta il merito, non basta l'impegno, e neanche la fortuna, per trovare un lavoro. La condizione necessaria è rientrare in uno scambio di favori. In passato l'incapace trovava lavoro se raccomandato. Oggi anche la persona di talento non può farne a meno, della protezione. E ogni appalto comporta automaticamente un'apertura di assunzioni con cui sistemare i raccomandati nuovi.

    Non credo sia il tempo di convincere qualcuno a cambiare idea politica, o a pensare di mutare voto. Non credo sia il tempo di cercare affannosamente il nuovo o il meno peggio sino a quando si andrà incontro a una nuova delusione. Ma sono convinto che la cosa peggiore sia attaccarsi al triste cinismo italiano per il quale tutto è comunque marcio e non esistono innocenti perché in un modo o nell'altro tutti sono colpevoli. Bisogna aspettare come andranno i processi, stabilire le responsabilità dei singoli. Però esiste un piano su cui è possibile pronunciarsi subito. Come si legge nei titoli di coda del film di Francesco Rosi "Le mani sulla città": "I nomi sono di fantasia ma la realtà che li ha prodotti è fedele".

    Indipendentemente dalle future condanne o assoluzioni, queste inchieste della magistratura napoletana, abruzzese e toscana dimostrano una prassi che difficilmente un politico - di qualsiasi colore - oggi potrà eludere. Non importa se un cittadino voti a destra o a sinistra, quel che bisogna chiedergli oggi è esclusivamente di pretendere che non sia più così. Non credo siano soltanto gli elettori di centrosinistra a non poterne più di essere rappresentati da persone disposte sempre e soltanto al compromesso. La percezione che il paese stia affondando la hanno tutti, da destra a sinistra, da nord a sud. E come in ogni momento di crisi, dovrebbero scaturirne delle risorse capaci di risollevarlo. Il tepore del "tutto è perduto" lentamente dovrebbe trasformarsi nella rovente forza reattiva che domanda, esige, cambia le cose. Oggi, fra queste, la questione della legalità viene prima di ogni altra.

    L'imprenditoria criminale in questi anni si è alleata con il centrosinistra e con il centrodestra. Le mafie si sono unite nel nome degli affari, mentre tutto il resto è risultato sempre più spaccato. Loro hanno rinnovato i loro vertici, mentre ogni altra sfera di potere è rimasta in mano ai vecchi. Loro sono l'immagine vigorosa, espansiva, dinamica dell'Italia e per non soccombere alla loro proliferazione bisogna essere capaci di mobilitare altrettante energie, ma sane, forti, mirate al bene comune. Idee che uniscano la morale al business, le idee nuove ai talenti.

    Ho ricevuto l'invito a parlare con i futuri amministratori del Pd, così come l'invito dell'on del Pdl Granata ad andare a parlare a Palermo con i giovani del suo partito. Credo sia necessario il confronto con tutti e non permettere strumentalizzazioni. Le organizzazioni criminali amano la politica quando questa è tutta identica e pronta a farsi comprare. Quando la politica si accontenta di razzolare nell'esistente e rinuncia a farsi progetto e guida. Vogliono che si consideri l'ambito politico uno spazio vuoto e insignificante, buono solo per ricavarne qualche vantaggio. E a loro come a tutti quelli che usano la politica per fini personali, fa comodo che questa visione venga condivisa dai cittadini, sia pure con tristezza e rassegnazione.

    La politica non è il mio mestiere, non mi saprei immaginare come politico, ma è come narratore che osserva le dinamiche della realtà che ho creduto giusto non sottrarmi a una richiesta di dialogo su come affrontare il problema dell'illegalità e della criminalità organizzata. Il centrosinistra si è creduto per troppo tempo immune dalla collusione quando spesso è stato utilizzato e cooptato in modo massiccio dal sistema criminale o di malaffare puro e semplice, specie in Campania e in Calabria. Ma nemmeno gli elettori del centrodestra sono felici di sapere i loro rappresentanti collusi con le imprese criminali o impegnati in altri modi a ricavare vantaggi personali. Non penso nemmeno che la parte maggiore creda davvero che sia in atto un complotto della magistratura. Si può essere elettori di centrodestra e avere lo stesso desiderio di fare piazza pulita delle collusioni, dei compromessi, di un paese che si regge su conoscenze e raccomandazioni.

    Credo che sia giunto il tempo di svegliarsi dai sonni di comodo, dalle pie menzogne raccontate per conforto, così come è tempo massimo di non volersela cavare con qualche pezza, quale piccola epurazione e qualche nome nuovo che corrisponda a un rinnovamento di facciata. Non ne rimane molto, se ce n'è ancora. Per nessuno. Chi si crede salvo, perché oggi la sua parte non è stata toccata dalla bufera, non fa che illudersi. Per quel che bisogna fare, forse non bastano nemmeno i politici, neppure (laddove esistessero) i migliori. In una fase di crisi come quella in cui ci troviamo, diviene compito di tutti esigere e promuovere un cambiamento.

    Svegliarsi. Assumersi le proprie responsabilità. Fare pressione. È compito dei cittadini, degli elettori. Ognuno secondo la sua idea politica, ma secondo una richiesta sola: che si cominci a fare sul serio, già da domani.

     
     


     

    clan



IL 22 Febbraio del 1943 inizia a Berlino il processo ai "ragazzi della Rosa Bianca",uno dei pochi movimenti di dissidenza al partito nazista

La Rosa Bianca è il nome di un gruppo di studenti tedeschi che pagarono con la vita la loro opposizione al regime nazista. La Weiße Rose era composta da Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf, tutti poco più che ventenni, cui si unì successivamente il professor Kurt Huber.
Hans e Sophie Scholl sono due dei figli di Robert Scholl, sindaco di Ingersheim, liberale, pacifista e anti-nazionalista, e Magdalene Müller, infermiera.
Nel 1932 la famiglia Scholl si trasferisce a Ulm.
Nonostante la contrarietà del padre, anche Hans e Sophie subiscono il fascino del regime nazista e iniziano a partecipare alle attività delle organizzazioni giovanili, a cominciare dalla Hitler-Jugend, la Gioventù Hitleriana. Tuttavia, dopo un paio di anni, se ne allontanano, avendo compreso che non sono quegli spazi di realizzazione personale e comunitaria che avevano inizialmente immaginato.
Al distacco degli Scholl dalle idee naziste contribuisce la vasta preparazione culturale che acquisiscono nel loro cammino di ricerca umana e spirituale. Leggono Platone, Aristotele, Agostino, Anselmo di Canterbury, Abelardo, Tommaso d'Aquino, Pascal, Kierkegaard, Newman, Maritain, Bernanos, Nietzsche, Dostoevskij, Tommaso Moro, Lao-Tze, scritti buddhisti e confuciani, il Corano, e tanti altri testi. Ma al centro della loro attenzione restano il Vangelo e le ragioni di un cristianesimo depurato dai compromessi con il potere. La lettura degli autori del rinnovamento cattolico francese, sarà alla base del loro progressivo avvicinamento al cattolicesimo.
Ad influenzare le loro scelte è anche l'amicizia con Otto (Otl) Aicher, che vive a Söflingen, un quartiere in cui è presente una forte resistenza cattolica al nazismo, animata dal parroco Franz Weiss. Otl diffonde le idee del "Quickborn (Sorgente di vita)", un movimento cattolico guidato da Romano Guardini, che si propone di rinnovare la liturgia e la concezione della Chiesa, vede solo in Cristo la guida della gioventù e proclama il triplice diritto dei giovani nella formula "Gioventù, Libertà e Gioia".
Nel 1937 comincia il rapporto sentimentale ed epistolare tra Sophie e Fritz Hartnagel, allievo della scuola ufficiali di guerra a Potsdam e poi ufficiale in servizio attivo su diversi fronti della seconda guerra mondiale. Pur volendo rimanere fedele al suo compito, Fritz condivide lo stesso desiderio di giustizia e libertà di Sophie, che lo porterà ad abbracciare idealmente le ragioni della resistenza.
Il 1° settembre 1939, con l'invasione della Polonia, comincia la seconda guerra mondiale.
La primavera del 1941 è l'anno dell'incontro dei membri della futura Rosa Bianca con Carl Muth e Theodor Haecker, due intellettuali cattolici anti-nazisti, il cui pensiero influenzerà molto le scelte di resistenza del gruppo.
A dare ad Hans l'idea dei futuri volantini è probabile che sia stato l'arrivo in casa Scholl dei fogli clandestini con le prediche e le lettere pastorali del vescovo cattolico di Münster Clemens August von Galen, che si schiera coraggiosamente contro il nazismo.
Nel giugno 1941 inizia l'attacco all'Unione Sovietica.
Nel gennaio 1942 Robert Scholl è denunciato da una sua impiegata per aver espresso critiche verso Hitler e la guerra alla Russia. Prelevato dalla Gestapo e interrogato, viene rilasciato, ma successivamente verrà condannato a quattro mesi di carcere, che significheranno anche la rovina economica della famiglia.
All'inizio di maggio 1942 Sophie Scholl si trasferisce a Monaco per iniziare a frequentare l'Università, e qui conosce le persone con cui condividerà le sorti della Rosa Bianca: i commilitoni di suo fratello nella seconda compagnia studentesca Willi Graf e Alexander Schmorell, l'amico di quest’ultimo Christoph Probst, e il professor Kurt Huber, che tiene un corso di filosofia su Leibniz.
I primi quattro volantini della Rosa Bianca sono scritti a macchina da Hans Scholl e Alexander Schmorell, ciclostilati e spediti in qualche centinaio di copie, tra il 27 giugno e il 12 luglio 1942, a indirizzi scelti a caso negli elenchi telefonici, privilegiando professori e intellettuali, o lasciati in locali pubblici, alle fermate dell'autobus, nelle cabine telefoniche, o gettati dai tram di notte.
Subito la Gestapo si mette a indagare sugli autori degli scritti, senza esito.
Nell'estate 1942, Hans Scholl, Schmorell e Graf partono per un tirocinio medico di tre mesi sul fronte russo, un viaggio attraverso la Polonia che li rende ulteriormente consapevoli degli orrori della guerra, e fa loro conoscere la grandezza del popolo russo e dei suoi intellettuali.
Rientrati a Monaco, nelle notti del 1, 8 e 15 febbraio 1943, i membri della Rosa Bianca scrivono sui muri dell'Università e di altri edifici un'ottantina di slogan anti-hitleriani.
Distribuiscono un quinto volantino, firmato "Movimento di resistenza in Germania", cui collabora Kurt Huber, l'unico professore di Monaco che osa fare commenti anti-nazisti nelle sue lezioni, autore anche del volantino successivo.
Il 18 febbraio 1943 Hans e Sophie Scholl si recano all'Università con una valigia contenente 1500 copie del sesto volantino, da distribuire clandestinamente. Dopo averli diffusi per i vari piani dell'edificio, Sophie dà una spinta ad una risma di volantini appoggiata sulla balaustra del secondo piano, che volano nell'atrio. Un impiegato dell'Università li nota e li ferma, portandoli dal rettore, senza che essi oppongano resistenza. Vengono arrestati. Nel giro di pochi giorni, la stessa sorte tocca agli altri membri della Rosa Bianca e a circa ottanta persone ad essi anche lontanamente collegate.
I fratelli Scholl e Cristoph Probst vengono processati a Monaco il 22 febbraio 1943. Dichiara Sophie durante il processo: «Sono in tanti a pensare quello che noi abbiamo detto e scritto; solo che non osano esprimerlo a parole». Dopo cinque ore, il giudice Roland Freisler emette il verdetto, condannandoli a morte per aver «propagandato idee disfattiste, fatto appello al sabotaggio dell'organizzazione militare e all'abbattimento del sistema di vita nazionalsocialista del nostro popolo e insultato il Führer nel mondo più infame e con ciò favorito il nemico del Reich e demoralizzato le nostre forze armate». Nello stesso giorno, vengono ghigliottinati.
Altri membri esponenti della resistenza riconducibile all'attività della Rosa Bianca verranno successivamente giustiziati, reclusi in carcere, deportati nei lager.


21 feb 2010



A lONDRA NEL FEBBRAIO DEL 1848 ,A SOLI TRE GIORNI DALLO SCOPPIO DELLA RIVOLUZIONE DI pARIGI,VIENE PUBBLICATO ,DA K.MARX E F.ENGELS \IL MANIFESTO \

 
 

 
 

KARL MARX

 
 


 

 
 

 
 

Dice Marx: << Gli uomini per vivere devono anzitutto mangiare, bere vestirsi, abitare, quindi, il

rapporto originario sul quale si costituisce la coscienza è il rapporto che nasce dall'azione materiale per produrre i beni necessari alla vita, cioè il rapporto economico.>> La base reale della coscienza è l'economia; l'uomo è ciò che produce.

In ogni periodo della storia, i beni si producono e si distribuiscono in un dato modo, che è quindi il modo di produzione. Il "modo di produzione" e distribuzione dei beni prodotti crea determinati rapporti economici fra gli uomini e l'insieme di questi rapporti è ciò che si chiama struttura economica della società. Siccome la struttura economica è la base di tutto il resto, tutto il resto è il modo in cui essa si esprime: Diritto e politica sono le soprastrutture o epifenomeni. Morale, religione, filosofia, arte sono le ideologie, cioè il modo di sentire e di pensare (la coscienza) in cui si esprime una determinata struttura sociale. In questa dottrina, quindi, arte, morale, religione e filosofia non hanno una loro propria storia ma assieme al diritto e alla politica hanno la storia della struttura economica, che è a base di esse. La priorità della struttura economica non significa che il movente economico sia l'unica causa determinante delle soprastrutture e delle ideologie, ma significa che ne è la prima e fondamentale causa.

Non soltanto il fattore economico non è l'unico fattore determinante delle soprastrutture e delle ideologie, ma queste, una volta consolidatesi, hanno la capacità di reagire sulla situazione che le ha generate, facendosi de determinate a determinanti. Siccome questa dottrina spiega la storia umana, mediante l'azione materiale di produzione dei beni economici, è detta materialismo storico in contrapposizione all'idealismo che la spiega come estrinsecazione dell'Idea. E siccome "materia" non è la corporeità del materialismo tradizionale ma è l'azione umana, e questa si realizza secondo la dialettica hegeliana rovesciata, questo materialismo è detto materialismo dialettico per distinguerlo dal materialismo tradizionale.

Il materialismo storico, contro il "materialismo tradizionale" che riduce l'uomo e la sua storia ad un meccanico e necessario prodotto dell'ambiente, afferma il valore dell'iniziativa dell'uomo che pur essendo figlio del suo ambiente e del suo tempo, è capace di agire su di esso per trasformarlo.

Se, dice Marx rivolgendosi ai liberali della Sinistra, la storia fosse l'estrinsecarsi dell'Idea e quindi fosse intrinsecamente razionalità per trasformarla basterebbe criticarla, perché un errore scoperto è un errore superato.

Siccome, invece, essa è il prodotto della concreta azione umana la sola critica efficace è l'azione rivoluzionaria. Quindi la filosofia dell'uomo non può essere che una filosofia dell'azione, una "filosofia della prassi", una interpretazione che sia anche impegno di trasformazione, un'attività critico-pratica; e il materialismo storico vuole essere proprio questo, perché intende non soltanto interpretare il mondo ma interpretandolo vuole trasformarlo.

Le fasi storicamente accertate del processo dialettico sono: la comunità primitiva, il regime schiavista, il regime feudale e il regime borghese. Esse sono precedute dal periodo dell' "orda primitiva" (gruppo di poche persone, che vive spostandosi di luogo in luogo e cibandosi di ciò che trova), periodo in cui non vi sono ancora veri e propri rapporti di produzione, perché l'unico strumento di produzione è la mano, e questa non è un mezzo di produzione ma di appropriazione dei beni. Quando per produrre i beni è necessario riunire le forze di ciascuno e affidare a ciascuno un determinato lavoro il modo di produzione si fa collettivo e nasce la comunità primitiva. In essa, come è collettivo il modo di produzione, collettivo è il modo di distribuzione della ricchezza: assieme si batte la preda e assieme la si consuma.

A questa struttura economica corrisponde una struttura sociale e politica fondata sull'eguaglianza: ognuno dà a seconda delle sue capacità e riceve secondo i suoi bisogni, e la comunità si governa mediante l'assemblea dei membri, presieduta dai più anziani e dagli esperti. In questo stadio della storia dell'umanità non vi sono quindi classi sociali.

 
 

L'analisi della societa' nelle varie epoche

 
 

- IL REGIME SCHIAVISTA

 
 

Il passaggio dalla comunità primitiva al regime schiavista avviene a causa delle guerre fra le diverse comunità: i vinti vengono asserviti e i loro beni passano ai vincitori; nasce la proprietà privata e la società senza classi cede il posto alla società divisa in padroni da una parte e schiava dall'altra.

Ora chi ha è soggetto di diritto chi non ha non può esserlo.

Il diritto fondato sulla proprietà privata deve essere mantenuto e difeso con la forza. Questa forza è lo STATO, che sorge, quindi, come strumento di una classe su un'altra classe. A questa non rimangono che le catene e la speranza di un aiuto soprannaturale. Questa speranza si esprime in "culti proibiti" dallo stato che parlano di un "liberatore" che dovrà salvare l'uomo, "pagando il prezzo del riscatto". Sorge il Cristianesimo.

 
 

- IL REGIME FEUDALE

 
 

Nel regime feudale il modo della produzione continua ad essere individuale ed individuale continua ad essere la distribuzione della ricchezza. Ma il padrone ha capito che la terra rende di più se si da al contadino l'uso personale di un pezzo di terreno e la proprietà di una parte del prodotto che rimane dopo che il padrone è stato soddisfatto. Così lo schiavo viene "liberato" e viene trasformato in servo. Esso ora non appartiene più al padrone ma appartiene alla terra nella quale lavora, e solo con questa può essere venduto o comprato (Servitù della gleba).

In questo periodo esiste una libertà privilegiata, nel senso che alcuni servi ricevono dal loro signore dei privilegi, delle immunità, dei diritti.

 
 

- IL REGIME BORGHESE

 
 

Segue al regime feudale quello borghese. Questo è il periodo in cui il modo di produzione della ricchezza, da individuale che era si va facendo collettivo, ma rimane individuale il modo di produzione. Prima infatti, il prodotto, frutto dell'opera di un artigiano, era naturale che restasse proprietà di uno; ora che esso, è diventato opera della collettività, è naturale che appartenga alla collettività. Tale contraddizione e la sua necessaria soluzione sono esaminate da Marx nel "CAPITALE" Egli analizza quindi il materialismo storico.

 
 

Lavoro e valore: Si intende per merce ciò che soddisfa ad un bisogno ma non si può scambiare, ha soltanto un valore di uso. Perché lo scambio avvenga correttamente è necessaria che fra le due merci ci sia equivalenza. Il criterio con cui si stabilisce ciò deve essere fondato sul valore delle merci, e siccome tutte le merci hanno la quantità di lavoro necessario per produrle , il valore della merce dipende dal lavoro necessario per produrle (lavoro contenuto). Dunque VALORE = LAVORO. Nella società borghese però questa legge d'uguaglianza non è rispettata ma vale la legge LAVORO > VALORE , si parla dunque di produzione capitalista. Questa è la teoria del plus-valore, cioè la differenza fra il valore del lavoro e il valore pagato. Questo plus-lavoro cioè lavoro non pagato è un furto, denaro rubato, ciò su cui si basa l'economia capitalista. Il sorgere dell'economia capitalista è l'esistenza del proletariato, il quale poiché nullatenente non può far altro che vendere se stesso e divenire "merce".

Queste due classi sociali, (Borghesia e proletariato) essendo nate assieme, non possono far altro che morire assieme. Quando il salario non sarà più sufficiente a mantenere il proletario allora questo non produrrà più abbastanza e non producendo non produrrà più capitale.

 
 

Alienazione: Marx considera l'alienazione come una scissione dell'uomo dal vero sé stesso e di un suo sottomettersi a quest'ultimo (cosa non coscienziale, come per Feuerbach, ma reale): il lavoratore è alienato rispetto al prodotto, che produce ma che non gli appartiene; è alienato rispetto alla sua attività, considerata come un obbligo per conto terzi (il profitto del capitalista); è alienato rispetto alla sua essenza, che lo porterebbe ad un lavoro libero, creativo e universale e non ad uno forzato, ripetitivo ed unilaterale; è alienato rispetto al prossimo, identificato con il capitalista che lo sfrutta, portando così l'umanità ad un rapporto conflittuale. Tale alienazione è causata dalla proprietà privata e potrà quindi essere superata solo con l'attuazione del comunismo (la storia è quindi vista, come in Hegel, come perdita e successiva riconquista della propria essenza). E' dunque un pensiero fortemente dipendente da Hegel, che però Marx critica perché ha considerato il processo di alienazione e disalienazione in senso astratto e non pratico, e pratica deve essere la risoluzione del problema: la rivoluzione.

Marx accetta da Feuerbach le critiche ad Hegel (mettendo in rilievo la naturalità dell'uomo) , però in Tesi su Feuerbach lo rimprovera perché non ne ha considerato la storicità: l'uomo è quello che è a causa della società in cui vive e della sua storia. Inoltre Marx apprezza il concetto della religione nata come alienazione, ma la considera nata non da un uomo astratto, ma (essendo l'uomo storicizzato) da un tipo storico di società. Secondo Marx, infatti, la religione è il prodotto di un'umanità già alienata dal lavoro che in un illusorio aldilà sogna di ottenere ciò che in questo mondo gli è negato ("la religione è l'oppio dei popoli"). La religione quindi non va combattuta con la critica filosofica (come pensava Feuerbach), ma, ancora una volta, cambiando in modo rivoluzionario il mondo. Marx infatti, infine, accusa Feuerbach di aver semplicemente studiato il mondo: ma il mondo, oltre ad essere studiato, bisogna cambiarlo, con la prassi: l'azione rivoluzionaria.

Nella prima parte del Manifesto del Partito comunista, Marx analizza la vicenda storica della borghesia, classe che (al contrario delle statiche classi precedenti) è dinamica e non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione (suo grande merito è, per trovare nuove vie di importo ed esporto, aver unificato il genere umano). Gli sono però sfuggite di mano le forze da essa stessa create, generando terribili crisi tanto che il proletariato (classe oppressa per eccellenza) non può fare a meno di avviare la lotta di classe. Per Marx, dunque, il soggetto della storia è la lotta di classe, che porta sempre ad una rivoluzione che elimina sia la classe degli oppressori sia quella degli oppressi. Egli fa però una distinzione fra classe in sé (insieme di persone accomunate da stessa situazione economico – sociale) e classe per sé (unità autocosciente che lotta in modo solidale): è solo quest'ultima quella che porta alla rivoluzione.

 
 


 

 
 

 
 

LA SOCIETA' DI DOMANI: Il Comunismo

 
 

La rivoluzione mondiale, che verrà innescata dalla concentrazione del capitale nelle mani di una minoranza, dovrà essere eseguita da un periodo di dittatura del proletariato durante il quale la società dovrà trasformarsi da società capitalistica a società comunista attraverso la fase preparatoria della società socialista. La differenza fra questi due tipi di società è la seguente <<nella società socialista, vengono socializzati i mezzi di produzione, secondo la formula "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni"; nella società comunista non vi sono classi sociali, vi è uguaglianza sociale, e non vi è lo Stato, in quanto strumento di oppressione di una classe su un'altra. Essendoci bilancio economico, e poiché l'economia è la struttura che guida le altre sovrastrutture, la società godrà di pace, serenità e con una certezza del futuro.

 
 

Ecco come Marx pensa di risolvere i problemi sociali, ma attenzione il suo socialismo non è utopistico ma bensì scientifico. La società comunista dice Marx:<< non ha niente a che fare con l'Utopia di Tommaso Moro e con la Città del Sole di Campanella. Quelli sono sogni ad occhi aperti, la società comunista sarà invece una realtà[13]>>