Lettori fissi

19 feb 2011


+Elapso Proxime Anno è una enciclica di Papa Benedetto XIV, datata 20 febbraio 1751, con la quale il Pontefice stabilisce alcuni criteri a cui devono attenersi tutti gli Inquisitori del Sant'Uffizio per estrarre dai Luoghi immuni (soprattutto le chiese) i rei di eresia che vi si sono rifugiati.
Benedetto XIV
Testo di questo interessante documento

Elapso proxime anno




In data 15 marzo dello scorso anno 1750, fu da Noi pubblicata una Costituzione che incomincia Officii nostri sopra l’immunità locale delle Chiese.

In essa, inerendo alle Costituzioni dei Nostri Predecessori Gregorio XIV, Benedetto XIII e Clemente XII, dopo aver eliminati alcuni cavilli ed alcuni sotterfugi con i quali se ne impediva l’esecuzione, dichiarammo che – rifugiandosi qualche reo di delitto eccettuato in luogo immune – ne dovesse essere estratto ogni volta in cui vi fossero indizi sufficienti alla tortura comprovanti il delitto. Dichiarammo altresì che l’estrazione non si dovesse fare che con l’autorizzazione del Vescovo e con l’intervento di persona Ecclesiastica da designarsi da lui stesso; e che facendosi la consegna alla Curia secolare le si intimassero le censure previste qualora l’Estratto non fosse restituito alla Chiesa, ogni volta che nel prosieguo della causa fossero rimossi gl’indizi che erano contro di lui. E poiché i suddetti Nostri Predecessori avevano stabilito che l’estrazione dal luogo immune potesse essere effettuata soltanto dai Vescovi o da Prelati superiori ad essi, esclusi gl’inferiori, benché Ordinari e benché nullius Dioecesis ed aventi territorio separato, nel qual caso l’estrazione si devolvesse al Vescovo viciniore, Noi pure nella citata Nostra Costituzione stabilimmo nello stesso modo.

1. Come ben sapete, il delitto dell’Eresia è delitto eccettuato, ed il reo non gode dell’asilo nella Chiesa, anche ai sensi della Costituzione di Gregorio XIV che regola l’immunità locale. Poiché nella Congregazione della Santa Inquisizione tenuta, come al solito davanti a Noi, nella Feria quinta il 28 gennaio del corrente 1751, è stato sollevato il dubbio come dovesse praticarsi, ed in qual modo dovesse effettuarsi l’estrazione di un reo d’Eresia dalla Chiesa in cui si fosse rifugiato o per non essere imprigionato, o per essere fuggito dopo l’arresto, oppure condannato alla galera o ad opus o punito con altra pena detentiva, riservammo a Noi, che nell’anno precedente avevamo emanato la predetta Costituzione, di pronunciarci in materia. Questa è la Nostra risoluzione.

2. O si tratta di delitto di Eresia, che è la principale materia di competenza del Tribunale del Sant’Offizio; o si tratta di altri delitti eccettuati che non godono d’immunità; oppure di altri delitti non eccettuati che godono d’immunità ma che appartengono al Tribunale, essendo stati commessi da qualcuno che, essendo sottoposto alla sua giurisdizione, deve essere giudicato dallo stesso.

3. Se si tratta di delitto d’Eresia, essendo già stato determinato dal Nostro Predecessore Giovanni XXI, detto XXII, nella sua Costituzione che comincia Ex parte vestra (nel Bollario Romano al tomo 1) che gli Eretici, o sospetti d’Eresia, e che gli Ebrei convertiti alla Fede Cattolica e che successivamente cadono in apostasia, se si rifugiano nelle Chiese ne siano immediatamente estratti dall’Inquisitore, non intendiamo derogare alla predetta Costituzione. Anzi, ne prescriviamo l’osservanza, ma con la seguente aggiunta: facendosi l’estrazione dalla Chiesa, non si trascuri di effettuarla con il dovuto rispetto alla Casa di Dio; e giacché non è in alcun modo praticabile che prima dell’estrazione si comunichino al Vescovo gl’indizi che si hanno contro il reo, poiché lo vieta la legge del Segreto; e giacché, quand’anche ciò potesse farsi, sarebbe inutile dato che il Santo Tribunale non procede alla cattura se non dispone di una attendibile prova del delitto, non si trascuri però – o prima o dopo la cattura – di darne comunicazione al Vescovo e per il dovuto ossequio alla Dignità e per adempiere come si può a quanto stabilito nelle Costituzioni di Gregorio, Benedetto, Clemente e Nostra. Ciò viene ordinato anche da Noi, essendosi proposto il caso nella Congregazione del Sant’Offizio tenuta davanti al Nostro Predecessore Urbano VIII nella Feria quinta, il 10 giugno 1638, ed essendosi disputato il seguente dubbio: "An Reus de haeresi inquisitus, confugiens ad Ecclesiam, debeat extrahi ab Episcopo vel Inquisitore", il Pontefice "Auditis votis respondit: Reum posse extrahi ab Inquisitore, certiorato, ante, vel post, Ordinario".

4. Trattandosi poi di altri delitti eccettuati, ma che non sono d’Eresia, ancorché appartengano alla giurisdizione del Sacro Tribunale o per essere stati commessi da qualcuno ad esso sottoposto, o per altro capo d’imputazione, dichiariamo che i rei dei casi non eccettuati debbano godere dell’immunità, e che per i rei dei casi eccettuati, quando non sono rei di Eresia, dovendosi estrarli dalla Chiesa, si osservi puntualmente quanto stabilito nella Nostra Costituzione e nelle altre precedenti: si comunichino al Vescovo gl’indizi sufficienti alla tortura, non ostando qui la legge del Segreto; non si compia l’estrazione se non con l’autorizzazione del Vescovo e con l’intervento di persona Ecclesiastica da designarsi dallo stesso, e nel rispetto di tutto quanto è prescritto nelle predette Costituzioni.

5. Quanto si è detto finora deve essere praticato anche nei confronti di coloro che fuggono dalle carceri, o dalle galere, o dal luogo della loro relegazione e che si rifugiano in qualche Chiesa o luogo immune, in quanto, se sono rei o condannati per il delitto d’Eresia, l’estrazione dovrà essere effettuata dall’Inquisitore dandosene notizia, prima o poi, al Vescovo. Se si tratta di rei o condannati per altro delitto eccettuato, e non per quello d’Eresia, o per altro delitto non eccettuato: quanto ai primi si faccia l’estrazione con l’autorizzazione del Vescovo e con l’intervento di persona Ecclesiastica da designarsi dallo stesso; quanto ai secondi, si lascino nell’Asilo a cui sono ricorsi, ancorché siano scappati dalle galere con le catene, purché non siano ricercati dai Ministri di dette galere o da altri Ministri di giustizia, quando il Vescovo non abbia dalla Sede Apostolica l’indulto di poter estrarre dalle Chiese i fuggiti dalle galere. In questo caso si può ricorrere a lui per riavere nelle mani il fuggitivo e si può anche ricorrere alla Sede Apostolica quando il Vescovo non abbia il predetto indulto, in quanto la Santa Sede non rifiuta in casi particolari di dare ai Vescovi, quando il delitto lo richieda, l’autorità di estrarre dalle Chiese i fuggitivi dalle carceri e dalle galere, benché rei di delitto non eccettuato. Ciò è quanto dovevamo significare agl’Inquisitori, e frattanto impartiamo a ciascuno di loro l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 20 febbraio 1751, undicesimo anno del Nostro Pontificato.

18 feb 2011


– I Patti Lateranensi

1929 – I Patti Lateranensi sono accordi di mutuo riconoscimento tra il Regno d’Italia e la Santa Sede e sono tuttora, con alcuni mutamenti, il documento istituzionale che regola i rapporti Stato – Chiesa in Italia. Anche nella versione attuale il Concordato è vincolante per lo Stato italiano, non può essere proposto un referendum per l’abolizione o la sua modifica, o delle leggi collegate ad esso perché non sono ammessi, nel nostro ordinamento, referendum riguardanti i trattati internazionali.
L’11 febbraio ricorreva l’anniversario dell’apparizione di Nostra Signora di Lourdes; la scelta di firmare il Concordato in quell’occasione intendeva rimarcare la soddisfazione da parte vaticana per i nuovi patti e poteva avere altri significati politici. Il 13 febbraio 1929, Pio XI, tenne un discorso a Milano ad un’udienza concessa a professori e studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che passò alla storia per un passaggio in cui Benito Mussolini è indicato come «l’uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare». I Patti presero il nome del palazzo di San Giovanni in Laterano in cui avvenne la firma degli accordi. Il rapporto tra Stato e Chiesa era precedentemente disciplinato dalla cosiddetta «legge delle Guarentigie» del 1871 dopo la presa di Roma. La legge delle Guarentigie non venne mai riconosciuta dai Pontefici, da Pio IX in poi; la somma stanziata anno per anno dal governo italiano venne conservata in un apposito conto, in attesa di concludere un accordo con la Santa Sede.
)I Patti Lateranensi constavano di tre distinti documenti: il Trattato che riconosceva l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede e fondava lo Stato della Città del Vaticano; con diversi allegati, fra cui, importante, la Convenzione Finanziaria; e il Concordato che definiva le relazioni civili e religiose in Italia tra la Chiesa ed il Governo (prima d’allora, cioè dalla nascita del Regno d’Italia, sintetizzate nel motto: «libera Chiesa in libero Stato»). La “Convenzione Finanziaria” regolava le questioni sorte dopo le spoliazioni degli enti ecclesiastici. È stata poi prevista l’esenzione, al nuovo Stato denominato «Città del Vaticano», dalle tasse e dai dazi sulle merci importate ed il risarcimento di «1 miliardo e 750 milioni di lire e di ulteriori titoli di Stato consolidate al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire» per i danni finanziari subiti dallo Stato pontificio in seguito alla fine del potere temporale. Il governo italiano acconsentì di rendere le sue leggi sul matrimonio ed il divorzio conformi a quelle della Chiesa cattolica di Roma e di rendere il clero esente dal servizio militare.
I Patti garantirono alla Chiesa il riconoscimento di religione di Stato in Italia, con importanti conseguenze sul sistema scolastico pubblico, come l’istituzione dell’insegnamento della religione cattolica, già presente dal 1923 e tuttora esistente seppure con modalità diverse. Nel 1948 i Patti furono riconosciuti costituzionalmente nell’articolo 7, con la conseguenza che lo Stato non può denunciarli unilateralmente come nel caso di qualsiasi altro trattato internazionale, senza aver prima modificato la Costituzione. Qualsiasi modifica dei Patti deve inoltre avvenire di mutuo accordo tra lo Stato e la Santa Sede. La revisione dei Patti non richiede un procedimento di revisione costituzionale. L’articolo 7 non ha comunque inteso parificare il contenuto dei Patti alle norme costituzionali, ma soltanto costituzionalizzare il principio concordatario, con la conseguenza che essi, per il tramite della legge di esecuzione, avrebbero dovuto ritenersi soggetti al giudizio di compatibilità con i principi supremi dell’ordinamento da parte della Corte costituzionale. Con la sentenza 24 febbraio-1 marzo del 1971, i Patti lateranensi vennero posti tra le fonti atipiche dell’ordinamento italiano, vale a dire che le disposizioni dell’atto non hanno la stessa natura delle norme costituzionali, ma hanno un grado di resistenza maggiore rispetto alle fonti ordinarie. Il Concordato (ma non il Trattato) fu rivisto, dopo lunghissime e difficili trattative, nel 1984, fondamentalmente per rimuovere la clausola riguardante la religione di Stato della Chiesa cattolica in Italia. La revisione che portò al nuovo Concordato venne firmata a Villa Madama, dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, per lo Stato italiano, e dal cardinale Agostino Casaroli, in rappresentanza della Santa Sede. Il nuovo Concordato stabilì che il clero cattolico venisse finanziato da una frazione del gettito totale IRPEF, attraverso il meccanismo noto come otto per mille e che la nomina dei vescovi non richiedesse più l’approvazione del governo italiano. Inoltre, per quanto riguarda la celebrazione del matrimonio, si stabilirono le clausole da rispettare perché un matrimonio celebrato secondo il rito cattolico possa essere trascritto dall’ufficiale di stato civile e produrre gli effetti riconosciuti dall’ordinamento giuridico italiano, oltre a porre delle limitazioni al riconoscimento in Italia delle sentenze di nullità matrimoniale pronunciate dai tribunali della Chiesa che prima avveniva in modo automatico. Fu anche stabilito che l’ora di religione cattolica nelle scuole diventasse da obbligatoria a facoltativa, scelta che deve essere effettuata e comunicata all’atto dell’iscrizione all’anno scolastico successivo.
Anche oggi a fronte dei tanti privilegi economici della Chiesa che non paga l’ICI sull’immenso patrimonio immobiliare, di fronte al fatto che la cosiddetta ora alternativa nelle scuole sia pressoché lettera morta, e di fronte ad una sentenza del Tribunale di Strasburgo sull’ostensione del crocefisso nei luoghi pubblici, considerata come una violazione della libertà religiosa, il popolo italiano non può intervenire in alcun modo giuridico e costituzionale per modificare o cancellare il cosiddetto Concordato. Non può essere proposto un referendum per l’abolizione o la modifica del Trattato, del Concordato o delle leggi collegate ad esso perché non sono ammessi, nel nostro ordinamento, referendum riguardanti i trattati internazionali. Come prevede l’art. 7 della Costituzione, “le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”: ciò significa che le modifiche bilaterali possono essere adottate con legge ordinaria, mentre, argomentando a contrario, quelle unilaterali richiedono il procedimento aggravato ex art. 138 Cost.. Se le parole hanno ancora un senso, chiamare Concordato questo sbilanciamento di condizioni e conseguenze sui diritti singoli e collettivi degli Italiani /e, tutte a favore della Chiesa cattolica, è perlomeno ironico. In nessun paese democratico europeo e occidentale, esiste uno Stato genuflesso in questo modo davanti ad una Chiesa e ad una teocrazia. In tal senso la definizione ironica data da Pirgiorgio Oddifreddi dei Patti, come di “..uno scherzo da prete giocato agli Italiani..” è quanto mai calzante.

9 feb 2011


La verità sulle foibe. Di Marco Ottanelli

"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani". Benito Mussolini, 1920



Cosa sono, le foibe? Cioè, quale episodio della storia evocano?

In poche ed essenziali parole, sono le foibe (caverne e aperture carsiche del terreno) il luogo in cui, a fine guerra mondiale, furono uccisi e gettati, spesso dopo umiliazioni e tormenti, moltissimi italiani. Gli eccidi ebbero due momenti: il primo, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, quando si scatenarono vendette e rancori mai sopiti dopo 20 anni di italianizzazione forzata; il secondo, molto più grave per numero delle vittime, nella primavera del ’45, quando le truppe titine occuparono la Venezia Giulia, la Dalmazia, Trieste e parte del Friuli.

Le origini antiche di un odio feroce Sia nella Serenissima Repubblica Veneta, sia nell’Impero Austro-Ungarico, il concetto di nazionalità era tanto sfumato quanto poco “etnico”. È solo dopo la prima guerra mondiale, cioè quando i nazionalismi si affermano fino a sfociare nei razzismi di Stato, che il Regno di Italia comincia una politica di italianizzazione forzata delle “terre irredente”. Da ogni regione, piovono funzionari e impiegati pubblici, che sostituiscono i locali. La lingua ufficiale, anzi, obbligatoria, diventa l’italiano, e dialetti e lingue dei popoli presenti sul territorio sono vietati, proibiti. Se l’effetto di tale norma è assai violento nelle città della costa, dove comunque gli “italiani” erano in maggioranza o assai numerosi, e dove bi e trilinguismo erano la norma, è nelle zone rurali e nell’interno che gli slavi (sloveni, croati, dalmati, cici), in gran parte contadini poco alfabetizzati, si ritrovano ad essere stranieri in patria. Le durissime condizioni imposte dal Regno si fanno ancora più rigide ed intolleranti con il fascismo. Tra gli episodi da ricordare: la chiusura del liceo classico di Pisino, dell'istituto magistrale femminile di Pisino e del ginnasio di Volosca (1918), la chiusura delle scuole elementari slovene e croate, e il confino di alcuni esponenti Sloveni e Croati in Sardegna e in altre località italiane. A ciò si aggiungevano le violenze fasciste non contrastate dalle autorità, come gli incendi delle sedi associative a Pola e a Trieste. In Istria l'uso dello sloveno e del croato nell'amministrazione e nei tribunali era stato limitato già durante l'occupazione (1918-1920). Nel marzo 1923 il prefetto della Venezia Giulia vietò l'uso dello sloveno e del croato nell'amministrazione, mentre per decreto regio il loro uso nei tribunali fu vietato il 15 ottobre 1925. Il colpo definitivo al sistema scolastico sloveno e croato in Istria arrivò il 1 ottobre 1923 con la riforma scolastica del ministro Gentile. L'attività delle società e delle associazioni croate e slovene era stata vietata già durante l'occupazione, ma poi specialmente con l'entrata in vigore della Legge sulle associazioni (1925), Legge sulle manifestazioni pubbliche (1926) e Legge sull'ordine pubblico (1926). Nel 1927 fu il turno del cambiamento dei cognomi (la toponomastica era già stata italianizzata nel 1923). Così vennero italianizzati quasi tutti i cognomi sloveni e croati. Un vero atto di brutalità verso le identità personali. (Non dobbiamo dimenticarci che tali provvedimenti vennero presi anche a Zara e Fiume, città “extraterritoriali” che furono annesse a forza dopo la prima guerra mondiale.)

Le leggi razziali antiebraiche e genetiche del 1938 (che seguono le meno famose, meno organiche, ma altrettanto famigerate leggi razziali del ’36-’37 emanate nei confronti dei popoli di pelle nera, e altri “coloniali”) dividono ancor più la cittadinanza in due categorie, gli “italiani puri” e gli inferiori. Duramente colpita, in particolare, la numerosa e antica comunità ebraica di Trieste, da sempre città cosmopolita e multiculturale.

La seconda guerra mondiale

La ignobile aggressione alla Grecia obbliga i comandi italiani in difficoltà a chiedere l’intervento della Germania, mettendo così fine alla illusione della “guerra parallela”. Nel 1941, dopo un criminale bombardamento su Belgrado, che viene rasa al suolo, Tedeschi, Ungheresi e Italiani invadono la Jugoslavia, occupandola completamente in poche settimane.

All’Italia spettano: l’intera costa dalmata, parte del Montenegro, quasi l’intera Slovenia e la Croazia, sotto forma di protettorato.

La Slovenia viene annessa, e diventa la provincia di Lubiana. La Croazia diventa un regno “indipendente”, con primo ministro Ante Pavelic, un fascista feroce e sanguinario, amico di vecchia data di Mussolini, e come Re un cugino di Vittorio Emanuele III, Aimone di Aosta. Il partito fascista e razzista croato, gli Ustascia, formato da fanatici religiosi (cattolici) e nazionalisti, appoggiati dal vescovo di Zagabria e primate di Croazia Stepinac, intraprendono fin da subito una opera di pulizia etnica nei confronti di Serbi e altre minoranze, spesso spalleggiati dalle truppe italiane.

L’intera Jugoslavia diventa territorio di stragi e di crudeltà. Alla fine della guerra, sarà uno dei paesi che avrà pagato il più alto tributo di morti, da calcolarsi in circa 1 milione e mezzo di persone su 16 milioni di abitanti (si pensi che i caduti italiani tra civili e militari, fra battaglie e bombardamenti, repressioni e fucilazioni, non supera le 300 mila unità su 45 milioni di abitanti).

In particolare, sono da attribuirsi alla responsabilità diretta delle truppe di occupazione italiana almeno 250 mila morti, che le fonti serbe però portano ad un totale di 300 mila.

Di questi, i morti in combattimento sono una parte esigua, perché la stragrande maggioranza delle vittime fu dovuta a vere e proprie stragi e repressioni, a saccheggi e a brutalità. In particolare, è da ricordare il ruolo della II Armata Italiana, sotto il comando del generale Roatta.

La situazione è differenziata nei diversi territori: le peggiori e più inumane condizioni si verificarono nella Jugoslavia meridionale, dove si aprì una vera e propria caccia al serbo. Vere e proprie spedizioni italo-croate partivano alla volta dei villaggi e delle cittadine serbe, dove, in un’orgia di violenze di ogni tipo, centinaia di uomini, donne e bambini venivano torturati e uccisi. I villaggi jugoslavi distrutti dagli italiani sono non meno di 250, ai quali vanno aggiunti quelli distrutti in collaborazione con i tedeschi o con altre milizie dell’Asse. 250 Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema in cui i colpevoli, i macellai, eravamo noi. Gli episodi di efferatezza e di crudeltà non si contano, e le mutilazioni, gli stupri, gli accecamenti erano all’ordine del giorno. Il comandante partigiano cattolico Edvard Kocbek così descriveva un'offensiva sferrata dall'esercito italiano nell'agosto del 1942: "I villaggi bruciano, i campi di grano e i frutteti sono stati devastati dal nemico, le donne e i bambini strillano, quasi in ogni villaggio degli ostaggi vengono passati per le armi, centinaia di persone vengono trascinate nei campi di prigionia, i bovini muggiscono e vanno vagando per i boschi. La cosa più sconvolgente è che questi orrori non vengono perpetrati da un'accozzaglia di primitivi come al tempo delle invasioni turche, ma dai gioviali soldati del civile esercito italiano, comandati da freddi ufficiali che impugnano fruste per cani... ". Spesso i partigiani slavi, o gli indifesi abitanti delle campagne, erano bruciati vivi (su roghi di fascine, o chiusi nelle chiese ortodosse, che furono distrutte – in questo modo- in gran numero). Le deportazioni della “inferiore razza serba” furono massicce, e decine di migliaia di ex soldati o di cittadini serbi fu avviata ai campi di sterminio tedeschi o a quello della Risiera di San Sabba, a Trieste, assieme con ebrei ed altre minoranze.

In Croazia, nel “regno indipendente”, l’opera delle truppe italiane fu di supporto e affiancamento alle milizie ustascia, mentre nelle coste e isole annesse, la repressione della II armata fu assai più pianificata e scientifica. Stessa cosa in Slovenia, che, entrata a far parte del territorio nazionale, doveva essere completamente assimilata.

Gli occupanti italiani costruirono campi di concentramento che, seppur non scientificamente predisposti allo sterminio, furono la causa di migliaia di morti e di infinite sofferenze. Tutti conosciamo Auschwitz e Buchenwald, ma decenni di censure ci hanno impedito di sapere che noi, italiani, costruimmo e gestimmo i leger di Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Rab (isola di Arbe). Furono creati campi anche in Italia, per esempio a Gonars (Udine), a Monigo (Treviso), a Renicci di Anghiari (Arezzo) e a Padova. Secondo stime rapportate nel volume dell'A.N.P.P.I.A. Pericolosi nelle contingenze belliche, i fascisti internarono quasi 30.000 sloveni e croati, uomini, donne e bambini. In Slovenia, già dall’ottobre del 1941, il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori. Con l’intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti… prende corpo il progetto di deportazione di massa, con il trasferimento forzato degli abitanti di Lubiana, progetto che i comandi discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 . In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta, addirittura, la deportazione della intera popolazione slovena.



STRALCIO DELLE COMUNICAZIONI VERBALI FATTE DALL'ECC. ROATTA
NELLA RIUNIONE DI FIUME DEL GIORNO 23-5-1942

"Il DUCE è assai seccato della situazione in Slovenia perchè Lubiana è provincia italiana. /.../
Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario. /.../
L'Ecc. Roatta esprime il suo pensiero nei riguardi del sistema da usare per risolvere la situazione in Slovenia:
1) - Chiudere la frontiera con la provincia di Fiume e con la Croazia, specialmente nella zona di Gorjanci. /... /
2) - Ad oriente del vecchio confine sgombrare tutta la regione per una zona di una profondità variabile (3-4 km.). In tale zona sarebbe interdetta qualsiasi circolazione tranne che sulle ferrovie e sulle strade di grande comunicazione. Apposite pattuglie in servizio di vigilanza aprirebbero senz'altro il fuoco contro chiunque.
Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente - anche 20-30.000 persone.
Si può quindi estendere il criterio di internamento a determinate categorie di persone. Ad esempio: studenti. L'azione però deve essere fatta bene cioè con forze che limitino le evasioni. /.../
Il C. d'A. in base alle direttive suesposte dovrà compilare uno studio, da presentare entro 3-4 giorni, dal quale risulti:
1) - zone da sgomberare dalla popolazione, indicando l'entità della popolazione da internare, suddivisa in famiglie (per categorie);
2) - quali altri provvedimenti sono ritenuti necessari;
3) - intenzioni operative nei vari stadi della situazione.
/.../
Ricordarsi che tutti i provvedimenti di sgombero di gente, li dovremo fare di nostra iniziativa senza guardare in faccia nessuno.





Solo per quel che riguarda la piccola Slovenia, nei lager italiani morirono 13.606 sloveni e croati. Nel lager di Arbe (sull’isola di Rab) ne morirono dai 1.500 ai 2.500 circa. I civili e partigiani “fucilati sul posto”, cioè durante azioni belliche, furono non meno di 2.500. 1.500 invece i fucilati civili trattenuti come ostaggi, uccisi cioè mesi dopo il loro internamento, per stanare le bande partigiane o per vendetta contro azioni verso i nostri militari. I morti per sevizie, torture, o bruciati vivi arrivano ad un totale documentato di 187. Ripetiamo: questo solo nella “provincia di Lubiana”, dove più numerose sono le documentazioni giuntaci.

S L O V E N I !

- Al momento dell'annessione, l'Italia vittoriosa vi ha dato condizioni estremamente umane e favorevoli.
Dipendeva da voi, ed unicamente da voi, di vivere in un'oasi di pace.

- Invece molti di voi hanno impugnato le armi contro le autorità e le truppe italiane.

- Queste, per un alto senso di civiltà ed umanità, si sono limitate all'azione militare, evitando misure che gravassero sul'insieme della popolazione ed ostacolassero la normale vita economica del paese.
E' solo quando i rivoltosi sono trascesi ad orrendi delitti contro italiani isolati, contro vostri pacifici concittadini e persino contro donne e bambini, che le autorità italiane sono ricorse a misure di rappresaglia ed a qualche provvedimento restrittivo, di cui soffrite per causa dei rivoltosi

- Ora, poichè i rivoltosi continuano la serie di delitti, e poichè una parte della popolazione persiste nel favorire la ribellione, disponiano quanto segue:

1°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana:
- sono soppressi tutti i treni viaggiatori locali;
- è vietato a chiunque viaggiare sui treni in transito, tranne a chi è in possesso di passaporto per le altre provincie del regno e per l'estero;
- sono soppresse tutte le autocorriere;
- è vietato il movimento con qualsiasi mezzo di locomozione, fra centro abitato e centro abitato;
- è vietata la sosta ed il movimento, tranne che nei centri abitati, nello spazio di un chilometro dai due lati delle linee ferroviarie. (Sarà aperto senz'altro il fuoco sui contravventori);
- sono soppresse tutte le comunicazioni telefoniche e postali, urbane ed interurbane.

2°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana, saranno immediatamente passati per le armi:
- coloro che faranno comunque atti di ostilità alle autorità e truppe italiane;
- coloro che verranno trovati in possesso di armi, munizioni ed esplosivi;
- coloro che favoriranno comunque i rivoltosi;
- coloro che verranno trovati in possesso di passaporti, carte di identità e lasciapassare falsificati;
- i maschi validi che si troveranno in qualsiasi atteggiamento - senza giustificato motivo - nelle zone di combattimento.

3°) - A partire da oggi nell'intera Provincia di Lubiana, saranno rasi al suolo:
- gli edifizii da cui partiranno offese alle autorità e truppe italiane;
- gli edifizii in cui verranno trovate armi, munizioni, esplosivi e materiali bellici;
- le abitazioni in cui i proprietari abbiano dato volontariamente ospitalità ai rivoltosi.

- Sapendo che fra i rivoltosi si trovano individui che sono stati costretti a seguirli nei boschi, ed altri che si pentono di aver abbandonato le loro case e le loro famiglie, garantiamo salva la vita a coloro che, prima del combattimento, si presentino alle truppe italiane e consegnino loro le armi.

- Le popolazioni che si manterranno tranquille, e che avranno contegno corretto rispetto alle autorità e alle truppe italiane, non avranno nulla a temere, nè per le persone, nè per i loro beni.

gen. Roatta, Lubiana luglio 1942 - XX



Altrettanto duro, e crudele, è il campo di Gonas vicino Udine. Qua sono migliaia i bambini, soprattutto croati, lasciati a morire letteralmente di fame.

(A proposito di morte per fame, è da ricordare come una buona parte dei 100 mila greci deceduti sotto l’occupazione italiana, morì appunto di inedia, poiché, per mantenere i numerosissimi uomini del contingente di occupazione- al quale sono da includere anche i famosissimi reparti di Cefalonia e di Corfù- si procedette con una espoliazione totale delle risorse locali).

Nota del Generale Robotti
Al Capo di Stato Maggiore Galli,
chiarire bene il trattamento dei sospetti, perchè mi pare che su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po' troppo.
Cosa dicono le norme della 3° circolare, e quelle successive ?
Conclusione :
SI AMMAZZA TROPPO POCO !


Dopo l’otto settembre, ad una prima ritirata (precipitosa) delle truppe regie, subentrano i tedeschi e i repubblichini di Salò. I partigiani slavi (ai quali, è onesto e necessario dirlo, si sono uniti nel frattempo anche migliaia di soldati italiani) intensificano le loro azioni (è in questo senso istruttivo andare alle grotte di Postumia: si noterà che la prima grande caverna è completamente spoglia e annerita; essa infatti era un deposito di armi nazi-fascista che fu fatto esplodere dalla resistenza). Ciò provoca azioni sempre più feroci ed intense. Questa volta sono proprio i civili i primi obiettivi, e riprendono le deportazioni e le stragi, stavolta dirette dalle SS. Comandante delle SS era il triestino Odilo Globocnik, che si distinse per crudeltà. Se la Dalmazia e la Croazia sono ormai in mano ai partigiani jugoslavi (ricordiamo che la Jugoslavia è l’unico paese europeo che si liberò da solo dalla occupazione nazi-fascista), è nella Venezia Giulia e nella Slovenia che si concentrano le azioni militari.

Chiunque si addentri nel centro montano dell’Istria, troverà il piccolo villaggio di Vodice (Vodizza, in Italiano). Esso si trova, in linea d’aria, a non più di 20 km dal confine friulano, e si presenta ancor oggi con macerie e abitazioni distrutte. Una lapide sul palazzo principale ricorda come, nel 1944, il paese fu attaccato dalle camice nere e dall’esercito repubblichino. Circa 400 vecchi donne e bambini furono massacrati. Immediatamente dopo, in una operazione combinata, intervenne la Luftwaffe, che rase al suolo l’abitato e bombardò anche i dintorni, per annientare gli scampati alla strage. Ciò che più impressiona, oltre ovviamente al carico di sangue e sofferenze che ci ricorda, è che Vodice-Vodizza, nel 1944, faceva parte della provincia di Pola, era cioè italiana, ed italiani erano i suoi abitanti, da ben 26 anni. La loro colpa? Quella di essere di etnia cicik, insomma, istriani non latini. Un crimine rimasto impunito. Un crimine rimasto sconosciuto. Uno dei tanti. Uno dei troppi.

I morti italiani

Come accennato all’inizio di questo scritto, non vogliano, ne potemmo, negare né sottovalutare le sofferenze degli italiani (e dei giuliani, istriani e dalmati di lingua e “etnia” italiana). Ricordando, sempre e comunque, che la guerra di aggressione la dichiarò Mussolini contro la Jugoslavia, e che quindi siamo stati noi i diretti responsabili della guerra e indiretti responsabili di ogni sua più tragica conseguenza, illustriamo quanto accadde nei due periodi (1943 e 1945) della “vendetta slava”.

Crollato il regime fascista, si verificò un fenomeno alquanto strano e significativo: le “terre irredente” vennero precipitosamente abbandonate. Le autorità civili (composte in gran parte da ferventi fascisti, quasi tutti meridionali) fuggirono verso le loro città di origine, lasciando una terra che evidentemente non avevano mai riconosciuta come loro, nella più totale anarchia. Le autorità militari consegnarono alle poche centinaia di tedeschi presenti non solo l’intera regione, ma anche migliaia di soldati e carabinieri, che furono in gran parte uccisi, internati, deportati in Germania. Questa vera e propria strage in conto terzi, commessa dai comandi dell’esercito e fascisti, dagli stessi comandi che si erano macchiati dei peggiori crimini di guerra, non è considerata da quella propaganda patriottarda che enumera martiri ed eroi, ma che sa sempre tacere sui nomi e le responsabilità. Le recenti scuse per il decennale silenzio sui fatti d’Istria, scuse porte da eminenti politici della cosiddetta sinistra, non hanno avuto in contropartita le scuse di coloro che, per vigliaccheria e incompetenza, consegnarono migliaia di giovani al lager e alla morte.

Dunque, settembre 1943: dopo decenni di repressione e violenze, i contadini croati e altri elementi insorgono contro tutto ciò che è “fascismo”, purtroppo spesso identificato con “Italia”. Come purtroppo accade sempre, quando odio attira e crea odio, gli orrori furono tanti, quanto terribili. Il leader del partito comunista sloveno, Kardelj, aveva dato la direttiva di "epurare non sulla base della nazionalità ma del fascismo", ma, quasi inevitabilmente, è l’elemento italiano che patisce le peggiori persecuzioni, anche a causa del fatto che i posti di potere, sia economico, che terriero, che di responsabilità, sono tutti occupati da italiani. Come illustra nei suoi lavori Giacomo Scotti, con il quale abbiamo condotto la trasmissione radiofonica di cui sopra, nel caos generale di quei mesi, furono circa 250-300 i fucilati e “infoibati” dai partigiani o dal popolo in rivolta. La stima più pessimistica, ma anche la meno verosimile, parla di 600 morti. Paradossalmente, furono contestualmente salvati e protetti, rifocillati e ospitati, migliaia e migliaia di soldati delle armate italiane allo sbando, poiché le violenze si scatenarono quasi esclusivamente verso i carabinieri, i gerarchi, le camicie nere. Ripetiamo: quasi esclusivamente. Molte furono le vittime tra i civili, donne, vecchi. Furono passati alle armi anche fascisti sloveni e croati (d’altronde, nella guerra partigiana di ogni parte d’Europa, tali tristi fatti erano all’ordine del giorno), mentre ben maggiore fu il numero di caduti tra i partigiani stessi negli scontri con l’esercito tedesco. Il quale, come accennato, riprese presto il controllo del territorio.

Altre vittime, ma non da ascriversi nel capitolo “Foibe”, furono fatte in Dalmazia, a Fiume, a Zara, nelle isole. Si può parlare di un totale generale di circa 2.000 persone. La propaganda di destra ha da sempre gonfiato tali cifre, fino a farle giungere alle decine di migliaia. E parliamo solo del 1943.

Ben altro successe con l’occupazione titina di Trieste e della Venezia Giulia. Con il crollo della Germania, (che, ricordiamolo, si era annesso tutto il nord-est italiano strappandolo all’alleato di Salò), le formazioni jugoslave si gettarono in una corsa contro il tempo verso le coste adriatiche per impedire agli anglo-americani di prendere il controllo di quelle terre.

Giungono a Trieste, Gorizia, Fiume tra il 1° e il 3 maggio, e, per quaranta giorni circa, tengono sotto controllo –sotto occupazione- la fascia adriatica. In questi terribili quaranta giorni, si scatena una violenta epurazione. La volontà jugoslava è chiara: creare uno stato di fatto che preceda l’annessione. Le giunte del CNL partigiane vengono disarmate, destituite, in certi casi arrestate.

La “jugoslavizzazione”, il tentativo cioè di annessione, è reso chiaramente da questo dispaccio del partito comunista sloveno già nel 1944: “tenere preparato tutto l’apparato. Dappertutto, il più possibile, bandiere slovene e jugoslave. Ad eccezione di Trieste, non permettere in nessun caso manifestazioni italiane. Rinforzare l’Ozna (polizia politica, nda)”. Tutti coloro che possono essere considerati per un motivo o per l’altro, ostili, vengono arrestati, deportati, in parte uccisi. D'altronde, lo stesso stava accadendo in tutte le altre regioni della neonata repubblica titina, e non era una specifica anti-italiana. In quei giorni, dunque, si vive un clima di terrore. A Fiume i primi ad essere eliminati sono i fautori dello Stato Libero, coloro che negli anni a cavallo tra il 1919 e il 1925 si erano opposti alla annessione italiana; a Gorizia sono gli esponenti partigiani ad essere indicati come “concorrenziali” e fatti immediatamente prigionieri; ma è nella cruciale Trieste che si raggiunge l’apice: in città operano l’esercito popolare jugoslavo, l’Ozna, bande irregolari croate, serbe, slovene, (e anche italiane!), elementi del Partito Comunista… ognuno di questi elementi arresta, confisca, deporta, stupra, tortura, uccide “gli ustascia, i cetnici,gli appartenenti alle formazioni armate al servizio del nemico, i collaboratori, le spie, i delatori, i corrieri, tutti traditori della lotta popolare, tutti i disertori del popolo, tutti i demolitori dell’esercito popolare”. La situazione sfugge immediatamente di mano alle autorità militari e politiche jugoslave, che ammettono, fin dal 6 maggio: “ci sono stati arresti e fucilazioni arbitrarie. È necessario riprendere il controllo … l’Ozna si rifiuta di capire la situazione, e continua in arresti di massa…dobbiamo renderci conto che tali errori ci portano il danno maggiore” .

Le esecuzioni si susseguono a ritmo impressionante, e i cadaveri vengono gettati nelle foibe giuliane (la circostanza secondo la quale venivano infoibate anche persone vive legate a cadaveri è stata smentita da testimoni oculari, quali in parroco di Corgnale. Egli, che aveva dato l’estrema unzione ai disgraziati di Basovizza, dichiarò, con espressione un po’ burocratica, che le vittime erano “state fucilate in modo corretto prima di essere gettate dentro”. Ciò non esclude che, nel clima di violenza e sadismo, episodi come quello ipotizzato si siano verificati, anzi, quelli dei “sepolti vivi” sono stati casi crudeli e accertati, ma, comunque, sporadici). Chi non cade fucilato sul posto o nella mattanza carsica delle foibe, viene avviato verso inumani campi di prigionia, in particolare quello di Borovnica, alle porte di Lubiana. Fame, fatica, maltrattamenti… il destino atroce di tutti gli internati si abbatte sugli italiani d’Istria.

Le foibe localizzate con certezza: Basovizza, Corgnale, Opicina , Scadaicina , Casserova, Podubbo, Semich, Drenchia, Sesana e Orle, Vifia Orizi, Obrovo, Raspo, Brestovizza, Castelnuovo d'Istria, Cava di bauxite di Lindaro, Vescovado, Surani, Pucicchi, Treghelizza, Cava di Bauxite di Gallignana, Vines, Gropada, Gargaro o Podgomila, Zavni, Pinguente, Creogli , Cernovizza (più altre fosse e cave nell’arco tra Gorizia e Fiume)

Norma Cossetto.


Norma Cossetto era una ragazza di 24 anni di S. Domenico di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite). Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa (espropriazione proletaria). Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa vedova Mechis in Sciortino, Maria Valenti, Urnberto Zotter ed altri, tutti di San Domenico, Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo. Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la notte e trasportati con un camion nella scuola di Antignana, dove Norma iniziò il suo vero martirio. Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi e esaltati, quindi gettata nuda nella foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udí, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà...

Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, ricuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate. Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite d'arme da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri". Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti. Un'altra deposizione aggiunge i seguenti particolari: "Cossetto Norma, rinchiusa da partigiani nella ex caserma dei Carabinieri di Antignana, fu fissata ad un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata nella foiba".

La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier. Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, alla luce tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, fucilati a colpi di mitra ..."

8 feb 2011


COLLOQUIO DI MUSSOLINI CON CHAMBERLAIN (dai diari di Galeazzo Ciano)

Roma, 11 gennaio 1939 - XVII


Il Duce dopo aver dichiarato la sua soddisfazione nel vedere il signor Chamberlain e Lord Halifax ospiti in Italia, dice di voler precisare alcuni punti fondamentali della politica italiana.
1. L'Italia vuole la pace e farà una politica di pace oltre che per motivi di carattere generale anche perché l'Italia vuole mettere in valore i suoi territori d'oltremare.
2. L'Italia applicherà con la massima lealtà gli Accordi del 16 aprile.
3. La direttiva fondamentale della politica italiana è l'Asse Roma-Berlino. Tale Asse però non è di natura esclusiva e non ha impedito a noi di stabilire cordiali relazioni con l'Inghilterra né alla Germania di migliorare le sue relazioni con la Francia. L'Italia non esclude la possibilità di intese più vaste e permanenti fra le quattro Potenze occidentali, ma non intende assumere iniziative in materia.
4. I rapporti tra l'Italia e la Francia sono determinati dall'aver noi denunciato gli Accordi del 1935. Ciò prova in quali termini si debba porre la vertenza tra l'Italia e la Francia. Però c'è una questione che deve essere considerata come pregiudiziale: la liquidazione della questione spagnola che noi immaginiamo soltanto attraverso una completa vittoria del Generale Franco. È chiaro che l'Italia non ha nessuna ambizione diretta in Spagna: desidera soltanto che questo Paese trovi finalmente l'ordine e la pace sotto la guida di un Governo forte. Da parte nostra non sono stati aumentati gli effettivi in Spagna in questí ultimi mesi, anzi sono stati ritirati, come è noto, diecimila uomini senza richiedere alcuna contropartita. I volontari italiani rappresentano soltanto il tre per cento delle forze franchiste ed anche per quanto concerne le artiglierie e gli aeroplani, nessun aumento ha avuto luogo da parte italiana. Se però la campagna per l'intervento in massa che alcuni organi di stampa e alcuni partiti stanno svolgendo in Francia dovesse determinare un grosso intervento francese, anche noi dovremmo esaminare ulteriormente la nostra politica e prendere nuove decisioni.
5. Poiché ogni tanto torna in discussione la questione del disarmo, è opportuno precisare che l'Italia non crede possibile giungere ad un disarmo effettivo bensì ad una limítazione degli armamenti che potrebbe essere in un primo tempo qualitativa e in un secondo quantitativa. Ciò permetterebbe anche di fare degli accordi sulla umanizzazione della guerra.
Chamberlain è d'accordo sulla possibilità di raggiungere una intesa per la limitazione degli armamenti. Crede però che a tale intesa dovrebbe partecipare, oltre alle quattro Potenze occidentali, anche la Russia, poiché in fatto di armamenti aerei e navali la non partecipazione di uno Stato rende impossibile l'accordo di tutti gli altri. Il Duce si dichiara della medesima opinione.
Chamberlain chiede al Duce se ha delle proposte o dei suggerimenti da avanzare in relazione alla questione dei rifugiati. Il Duce, riferendosi al problema dei rifugiati ebrei mette al corrente il signor Chamberlain del messaggio pervenutoGli recentemente da Roosevelt, nonché delle risposte da Lui date all'Ambasciatore americano e poi confermate nella lettera diretta al Presidente degli Stati Uniti. Il signor Chamberlain è d'accordo sulle conclusioni cui è giunto il Duce nonché sulla soluzione da lui proposta. Dice però che nel frattempo bisognerebbe trovare un accordo per facilitare l'emigrazione dalla Germania degli ebrei. È però chiaro che nessuno Stato vorrà prendere questi ebrei se il Governo tedesco non accetterà di sottoporsi a qualche sacrificio, permettendo loro l'esportazione di una sia pur modesta quantità di denaro necessaria alla loro sistemazione.
Il Duce si dichiara d'accordo col signor Chamberlain e ritiene per parte sua che il Governo tedesco, intendendo risolvere in modo totalitario il problema ebraico, potrà fare qualche sacrificio per favorire il deflusso totale delle masse ebraiche dal territorio tedesco. Non bisogna però pretendere dalla Germania dei sacrifici troppo gravi perché il popolo tedesco ha molto sofferto a causa degli ebrei specialmente nell'immediato dopoguerra.
Avendo il signor Chamberlain fatto anche un accenno alla questione degli emigrati politici, il Duce risponde che non vede per essa una soluzione pratica tanto più che la questione degli emigrati politici è sempre esistita nei periodi della storia poiché la vittoria di un partito ha sempre determinato l'allontanamento di una parte degli avversari.
Il signor Chamberlain desidera rispondere ai punti precisati dal Duce e ringrazia per quanto Egli ha detto circa la necessità di svolgere una politica in favore della pace. Riconosce che essa è necessaria all'Italia per lo sviluppo dell'Impero ed il continuo progresso delle condizioni del popolo. Personalmente egli vede col piú vivo rammarico spendersi da parte del Governo inglese in armamenti quel denaro che egli aveva accumulato attraverso una molto prudente politica finanziaria e che avrebbe voluto destinare a migliorare le condizioni di vita del popolo.
Ringrazia anche per quanto il Duce ha detto circa la Sua volontà di applicare lealmente i termini del Patto italo-britannico. Né Chamberlain né Halifax hanno mai dubitato della buona fede del Duce. Per quanto concerne l'Asse egli è d'accordo che rappresenta la base fondamentale della politica italiana: non intende pertanto fare alcunché contro di esso, tanto piú che l'Asse non interferirà nella cooperazione tra l'Italia e l'Inghilterra cosí come questa cooperazione non tende a diminuire l'intimità dei rapporti esistenti fra la Gran Bretagna e la Francia. In queste condizioni è necessario che le quattro Potenze facciano una politica di pace e attraverso una cordialità di relazioni stabiliscano le condizioni stesse di questa pace. Dopo la Conferenza di Monaco ritenne possibile impegnare nuove conversazioni con i tedeschi, ma purtroppo non poté ottenere nessuna effettiva corresponsione di amicizia da parte della Germania e nessun negoziato è stato iniziato. Nonostante gli incidenti che sono avvenuti, egli però conserva la buona volontà di migliorare le relazioni tra la Germania e la Gran Bretagna.
È con vivo rammarico che constata che le relazioni tra l'Italia e la Francia sono difficili. Dopo il 1935, il Governo inglese riteneva che non vi fosse piú materia di controversia fra Roma e Parigi. Esiste è vero la questione spagnola, ma anche di questa il Governo britannico desidera vedere una soluzione al piú presto. Per quanto non sia possibile prevedere la durata della guerra civile spagnola, che già oggi è troppo lunga, il signor Chamberlain crede poter affermare che ormai non vi è piú pericolo di bolscevismo in Spagna.
Il Duce dice che non è d'accordo su questa affermazione. Da notizie precise pervenuteGli dallo stesso Generale Franco Gli risulta che la Polizia russa ha il pieno controllo delle zone della Spagna rossa e che se non fosse la G.P.U. ad alimentare la resistenza, il conflitto sarebbe finito da un pezzo.
Il signor Chamberlain domanda al Duce se ritiene possibile adottare il piano del Comitato di Non Intervento una vlta finita l'offensiva che attualmente si sviluppa sul fronte della Catalogna. Il signor Chamberlain si rende ben conto che in questo momento di cosí importante azione miitare, sarebbe vano chiedere a Franco di adottare il piano della Commissione di Non Intervento. Il Duce risponde che a Suo avviso se l'offensiva della Catalogna potrà raggiungere il Suo obiettivo piú lontano, il conflitto potrà considerarsi sostanzialmente liquidato. Ritiene però ugualmente che in tal momento si possa applicare i1 piano del Comitato di Non Intervento purché il ritiro dei volontari stranieri venga controllato in forma sicura ed al Governo di Franco siano riconosciuti i diritti di belligeranza.
Il colloquio ha termine alle ore 19.30 e verrà ripreso domani alle ore 17.30.

3 feb 2011


Il "Grande Gioco" e il XIII Dalai Lama



Gli ultimi anni del diciottesimo secolo segnano l'inizio di un lungo periodo di instabilità per il Tibet che nel 1792 poté respingere un attacco delle armate del vicino regno del Nepal solo grazie all'intervento degli eserciti Ch’ing. Nel 1804 muore l'VIII Dalai Lama e l'Impero di Mezzo riprende in grande stile i suoi tentativi di annettersi il Paese delle Nevi. Nonostante il XI, il X, l'XI e il XII Dalai Lama muoiano tutti in giovane o giovanissima età, il Tibet riesce a trovare la forza di resistere alla pressione manciù e alle ricorrenti aggressioni nepalesi. Pur tra mille difficoltà interne il governo di Lhasa mantiene il controllo della nazione e tenta di barcamenarsi come può in una situazione geopolitica che si va facendo sempre più complessa. Sono infatti entrati nel "Grande Gioco" asiatico due aggressivi imperi occidentali, la Russia zarista e la Gran Bretagna, ognuno dei quali teme che l’altro possa inglobare il Tibet nella propria sfera d'influenza.

Nell'anno del Topo di Fuoco (1876) nacque Thubten Gyatso, il XIII Dalai Lama. Questi, contrariamente ai suoi ultimi predecessori, non solo vivrà a lungo ma riuscirà anche a governare il Paese delle Nevi con tale intelligenza e lungimiranza da essere ricordato con l’appellativo di "Grande Tredicesimo". Nel periodo in cui il piccolo Thubten Gyatso veniva educato a Lhasa e trascorreva l’adolescenza dividendosi tra i giochi e gli studi, la Gran Bretagna, al culmine della sua espansione coloniale, cominciava ad interessarsi seriamente del Tibet. Preoccupato che il Tetto del Mondo potesse cadere sotto l’influenza russa dal momento che la forza dell’impero manciù declinava giorno dopo giorno, il Leone britannico voleva estendere la sua influenza sul grande vicino settentrionale dell’India inglese. Certo non si trattava di ambizioni militari, il sub-continente indiano era già abbastanza esteso, ma di mire economiche. Londra era intenzionata a concludere trattati commerciali con Lhasa, con le buone se possibile ma anche con le cattive ove necessario.

L’ottavo giorno dell’ottavo mese dell’anno della Pecora di Legno (1895), il XIII Dalai Lama assunse i pieni poteri e iniziò a guidare il Tibet nei non facili meandri del “Grande Gioco”. Nel 1904 la Gran Bretagna, dopo aver tentato inutilmente per oltre un anno di stabilire relazioni commerciali con il governo tibetano, armò una spedizione militare che al comando del colonnello Younghusband entrò in Tibet e giunse in breve tempo a Lhasa dopo aver sconfitto l’esercito tibetano. Younghusband stabilì alcuni accordi economici e dopo pochi mesi tornò in India con i suoi soldati. All’arrivo delle truppe britanniche il XIII Dalai Lama era partito per un lungo viaggio che lo aveva portato in Mongolia e poi a Pechino dove nel 1908, tra gli altri, incontrò sia il giovane imperatore Kuang-hsu sia l’Imperatrice vedova Tz’u-hsi poco prima che entrambi morissero nel novembre di quell’anno. Nel 1909 il Prezioso Protettore tornò a Lhasa dopo circa sei anni di assenza ma ben presto dovette partire nuovamente, questa volta per riparare in India, poiché il generale cinese Chung-yin era entrato in Tibet e muoveva minaccioso alla conquista di Lhasa. La capitale tibetana venne conquistata facilmente e sottoposta a una dura repressione. Per la prima volta nella sua storia il Paese delle Nevi era militarmente conquistato da una potenza straniera e gli Amban potevano direttamente governare a Lhasa.

L’occupazione fu però di breve durata. Nel 1911, travolto dalla rivoluzione di Sun Yat-sen, cade l’impero manciù e la Cina diventa una Repubblica. Sbandati e senza più alcuna effettiva guida militare, i soldati cinesi sono sopraffatti dalla popolazione di Lhasa e si arrendono dopo alcuni giorni di combattimenti. Il Tibet, dove non vi è più traccia di militari stranieri e da cui gli Amban sono stati definitivamente espulsi, torna ad essere governato dal Dalai Lama che rientra trionfalmente a Lhasa il sesto giorno del dodicesimo mese dell’anno del Topo d’Acqua (gennaio 1913). Il Prezioso Protettore, consapevole di quanto fosse difficile mantenere l’indipendenza raggiunta, iniziò un processo di apertura e modernizzazione del Paese pur nel rispetto delle tradizioni e delle sue radici culturali. Purtroppo una classe dirigente, sia laica sia religiosa, molto meno lungimirante della Presenza, non assecondò quei programmi con il necessario entusiasmo quando addirittura in segreto non li boicottò. Dunque la spinta riformatrice del XIII Dalai Lama non poté esprimersi in tutta la sua forza e quando, il tredicesimo giorno del decimo mese dell’anno dell’Uccello d’Acqua (17 dicembre 1933), Thubten Gyatso lasciò il suo corpo terreno a causa di un improvviso attacco di polmonite, le idee di modernizzazione e cambiamento morirono con lui.

Tratto da “Il Tibet nel Cuore”, di P. Verni

2 feb 2011


GULAG


Solovki


A 65° di latitudine nord, fra il 35° e il 36° meridiano, dal mare gelato si alzano delle isole, chiamate in Russia semplicemente Solovki. L'arcipelago delle Solovki, sorto nei pressi del Circolo polare artico circa 10.000 anni fa in seguito al ritrarsi di un gigantesco ghiacciaio, ha una superficie complessiva di oltre 260 km.² ed è considerato per le sue condizioni climatiche una delle regioni più inospitali del paese.

All'inizio del XV secolo sull'arcipelago fu fondato un monastero ortodosso, noto per la sua rigida regola e per la fiorente economia. Le costruzioni create dal monastero sono capolavori architettonici oggi posti sotto la tutela dell'UNESCO in quanto "Patrimonio dell'Umanità".

Con l'arrivo dei bolscevichi sulle isole, nel 1920, le Solovki si trasformarono in luogo di deportazione per gli oppositori dell'ideologia comunista, e nel 1923 qui venne creato il primo nucleo di quello che poi sarebbe diventato noto col nome di GULag: i lager a destinazione speciale delle Solovki. Qui, lontano da occhi indiscreti, si metteva a punto la pratica delle fucilazioni, l'organizzazione della sorveglianza, si definivano le norme di alimentazione dei detenuti, il loro abbigliamento, la tecnica di sepoltura dei cadaveri, si studiavano le possibilità d'impiego massiccio del lavoro coatto.

La "destinazione speciale" delle Solovki consisteva nel fatto che i prigionieri di questi lager non erano attivi oppositori del potere sovietico (chi scriveva volantini o imbracciava un fucile veniva subito eliminato dai bolscevichi), ma persone che per origine, posizione sociale o cultura erano estranee al potere "operaio e contadino”. L'assoluta maggioranza dei detenuti si trovava alle Solovki su indicazione dell'amministrazione sovietica, e non per decisione di un tribunale. Sulle isole si annientava il patrimonio genetico della nazione; e i primi prigionieri di questi lager furono proprio gli attivisti dei partiti politici che avevano favorito la presa del potere da parte dei bolscevichi.

Le guardie delle Solovki venivano scelte, di regola, fra i condannati che prima dell'arresto avevano prestato servizio nella milizia, negli organi della Sicurezza statale, o avevano militato nel partito comunista. Costoro venivano separati dalla massa dei detenuti, ricevevano un'uniforme e un'arma, e anche la speranza di ottenere uno sconto della pena per il buon lavoro di repressione dell'intelligencija "socialmente estranea". Più tardi queste guardie, istruite alla scuola delle Solovki, divennero dirigenti di lager in tutta l'Unione Sovietica.

Il periodo di formazione del sistema si concluse nel 1929. All'inizio degli anni '30 i lager delle Solovki sulle isole e i loro distaccamenti sulla terraferma ospitavano più di 70.000 detenuti. Il regime di detenzione diventava sempre più duro, e dalla metà degli anni '30 i lager si erano trasformati in carcere punitivo per gli altri campi del continente. Questo periodo della storia dell'arcipelago delle Solovki si concluse con le fucilazioni in massa del 1937, quando furono uccise più di 2.000 persone.

Dal 1937 le Solovki furono trasformate in un penitenziario di regime durissimo, con il quale il "sistema rieducativo" dell'URSS raggiunse il vertice, ma nel contempo entrò in una sorta di vicolo cieco. I due anni di funzionamento di questo carcere, che stroncò la vita di molte migliaia di persone, mostrarono l'insensatezza di quel modo di trattare masse così grandi di detenuti. Alla fine del 1937 la maggioranza dei prigionieri fu trasferita sul continente per essere utilizzata in qualità di forza lavoro gratuita nei "cantieri del socialismo", nei lager dell'Estremo Nord dell'URSS.

Nell'arcipelago delle Solovki e negli altri lager della Carelia sovietica lasciò la vita o parte della vita oltre un milione di detenuti. Non è il numero più alto nell'elenco delle vittime del terrore bolscevico. Ma è accaduto che la parola "Solovki" nella coscienza delle persone divenisse sinonimo della parola "GULag". E non a caso il monumento a tutte le vittime delle repressioni in URSS, eretto oggi di fronte al quartier generale del KGB a Mosca, è la "Pietra delle Solovki", un masso portato nella capitale della Russia dall'ex capitale dei lager.

Ju. Brodskij

1 feb 2011









Febbraio 1946:viene approvato il voto alle donne in Italia




Nell’Italia unita le donne vennero fin dall’inizio escluse dal godimento dei diritti politici. Basta ricordare che la Camera dei Deputati del Regno d’Italia respinse la proposta dell’onorevole Morelli volta a modificare la legge elettorale che escludeva dal voto politico e amministrativo le donne “al pari degli analfabeti, interdetti, detenuti in espiazione di pena e falliti” ed a concedere quindi alle donne tutti i diritti riconosciuti ai cittadini.

Nonostante Anna Maria Mozzoni avesse fondato nel 1879 una Lega promotrice degli interessi femminili, che si batteva per il diritto di voto alle donne, le prime femministe italiane si interessarono molto di più delle questioni sociali, anche per l’influenza del neonato partito Socialista. Tale partito però inizialmente non sostenne la causa della tutela del lavoro femminile, nonostante lo slogan socialista: “Le donne che lavorano come voi, sono uomini”.

Sul versante dei diritti politici, intanto, erano nate l’"Associazione nazionale per la donna" a Roma nel 1897, l’"Unione femminile nazionale" a Milano nel 1899 e nel 1903 il “Consiglio nazionale delle donne italiane”, aderente al “Consiglio internazionale femminile”.

Nel 1881 Anna Maria Mozzoni tenne un’accorata perorazione del suffragio femminile (il Comizio dei Comizi): “Se temeste che il suffragio delle donne spingesse a corsa vertiginosa il carro del progresso sulla via delle riforme sociali, calmatevi! Vi è chi provvede freni efficaci: vi è il Quirinale, il Vaticano, Montecitorio e Palazzo Madama, vi è il pergamo e il confessionale, il catechismo nelle scuole e.... la democrazia opportunista!!”. Ed infatti tutti i progetti di legge per garantire il voto alle donne, o meglio, ad alcune categorie di donne, vennero regolarmente bocciati (Minghetti 1861, Lanza 1871, Nicotera 1876-77, Depretis 1882, ecc...).

Sul fronte dell’istruzione venne permesso soltanto nel 1874 l’accesso delle donne ai licei e alle università, anche se in realtà le iscrizioni femminili continuarono ad essere respinte. Ventisei anni dopo, nel 1900, risultarono comunque iscritte alle università italiane 250 donne, 287 nei licei, 267 nelle scuole di magistero superiore, 1178 ai ginnasi e quasi 10.000 alle scuole professionale e commerciali. Quattordici anni dopo le donne iscritte agli istituti di istruzione media (compresi gli istituti tecnici) risultarono circa 1000.000.

Il titolo di studio non garantiva ancora l’accesso alle professioni. Nel 1881, infatti, una sentenza del Tribunale annullò la decisione dell’Ordine degli avvocati di ammettere l’iscrizione di una certa Lidia Poet, laureata in legge e procuratrice legale. Nel 1877 venne però approvata una legge che ammetteva le donne come testimoni negli atti di stato civile.

Nel 1903 venne convocato il primo “Consiglio nazionale delle donne italiane”, articolato in vari settori sui diritti sociali, economici, civili e politici. Negli anni seguenti nacquero associazioni orientate al raggiungimento dei diritti politici e civili – come “l’Alleanza Femminile” e il “Comitato nazionale pro suffragio”- e associazioni legate a partiti e ideologie di altro tipo – come “l’ UDACI” (Unione Donne di Azione Cattolica Italiana), che si batteva contro la laicizzazione della scuola, e “l’Unione nazionale delle donne socialiste” svolse interessanti inchieste sul lavoro femminile.

I socialisti però si scontrarono con le femministe, accusate di essere portatrici di interessi borghesi. Dal lato femminista, la Mozzoni sosteneva invece che: “L’emancipazione femminile è la suprema, la più vasta e radicale delle questioni sociali,capace di unire le donne di tutti i ceti per la causa della loro libertà e del loro riscatto”.

Intanto nel 1906 la studiosa di pedagogia Maria Montessori si appellò alle donne italiane attraverso le pagine de “la Vita” affinché si iscrivessero alle liste elettorali.

Un gruppo di studentesse affisse l’appello sui muri e molte donne tentarono di rispondere all’appello così come era stato fatto con successo negli USA.

Sulla stampa si scatenò un dibattito fra i sostenitori del voto alle donne e i contrari.

Le Corti d’Appello di molte città respinsero tali iscrizioni, tranne la Corte di Ancona, dov’era presidente Ludovico Mortara, ma anche questo tentativo fu annullato dalla Corte di Cassazione.

Nel 1910 il Comitato Pro- Suffragio chiese al Partito Socialista di pronunciarsi sulla questione del suffragio femminile. Turati si pronunciò contro il voto alle donne, mentre la compagna Anna Kuliscioff gli rispose nelle pagine di ”Critica Sociale” difendendo il suffragio femminile, anche se alla fine la stessa Kuliscioff finì col sostenere una posizione meno rigida.

Nel maggio del 1912 durante la discussione del progetto di legge della riforma elettorale che avrebbe concesso il voto agli analfabeti maschi, i deputati Mirabelli, Treves, Turati e Sonnino proposero un emendamento per concedere il voto anche alle donne. Giolitti però si oppose strenuamente, definendolo “un salto nel buio”. Secondo Giolitti il voto alle donne doveva essere concesso gradualmente, a partire dalle elezioni amministrative: le donne avrebbero potuto esercitare i diritti politici solo quando avessero esercitato effettivamente i diritti civili.

Nominò quindi un’apposita commissione per la riforma giuridica del Codice Civile, rimandando in pratica la questione sine die.

Con la Prima Guerra Mondiale i posti di lavoro persi dagli uomini richiamati dal fronte vennero occupati dalle donne, nei campi, ma soprattutto nelle fabbriche. Circolari ministeriali permisero infatti l’uso di manodopera femminile fino all’80% del personale, nell’industria meccanica e in quella bellica (da cui le donne erano state escluse con la legge del 1902). Con la fine della guerra, però, le donne accusate di rubare lavoro ai reduci, persero i loro posti di lavoro.

Nel dopoguerra riprese il dibattito sul voto delle donne.

Nel 1919 Papa Benedetto XV si pronunciò pubblicamente favorevole al diritto di voto alle donne.

Il 30 Luglio dello stesso anno venne abolita l’autorizzazione maritale, pur con notevoli limitazioni, dando così alle donne almeno l’emancipazione giuridica. Il 6 settembre del 1919 la Camera approvò la legge sul suffragio femminile con 174 voti favorevoli e 55 contrari. Le camere furono sciolte prima che anche il Senato potesse approvarla. L’anno successivo la legge venne di nuovo approvata dalla Camera , ma non fece in tempo ad essere approvata dal Senato , poiché vennero convocate le elezioni.

Nel 1930 Rocco scrisse il codice penale in cui si legge che l’adulterio della donna è reato mentre quello dell’uomo no.

Con l’avvento del fascismo la speranza del suffragio universale femminile svanì.

Se ne riparlò di nuovo solo a fascismo finito, nel 1945. Nel febbraio dello stesso anno il diritto al voto venne riconosciuto, ed effettivamente le donne italiane votarono nel 1946, quando fu chiesto al popolo, attraverso il referendum, di scegliere tra Monarchia e Repubblica.