Lettori fissi

27 mag 2011


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Pio IX
Ex aliis nostris Ovvero indicazioni chiare su come comprare indulgenze


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Da altra Nostra Lettera Enciclica a Voi rivolta con la data di questo stesso giorno già sapete, Venerabili Fratelli, con quanta premura abbiamo sollecitato la vostra esimia pietà a provvedere perché in così grandi calamità della società cristiana e civile fossero nelle vostre diocesi elevate pubbliche preghiere per implorare la divina misericordia. E poiché nella medesima Lettera abbiamo preannunciato che in questa occasione avremmo offerto di nuovo i tesori celesti della Chiesa, vi mandiamo questa Lettera con la quale quei tesori stessi dischiudiamo.

Confidando dunque nella misericordia di Dio onnipotente e nell’autorità dei Santi Pietro e Paolo Suoi Apostoli, con il potere di legare e sciogliere che il Signore Ci ha, per quanto indegni, affidato, con questa Lettera concediamo ed elargiamo in forma di Giubileo la più ampia indulgenza di tutti i peccati – che a mo’ di suffragio potrà essere applicata anche alle anime del purgatorio – a tutti i fedeli e a ciascuno singolarmente di entrambi i sessi delle vostre diocesi: a) che entro un mese, da stabilirsi da ognuno di voi e da calcolare a partire dal giorno che ognuno di voi avrà indicato, abbiano confessato i propri peccati umilmente e con sincero pentimento e, purificati dall’assoluzione sacramentale, abbiano ricevuto con venerazione il santissimo sacramento dell’Eucarestia; b) che abbiano visitato tre chiese da voi designate o tre volte una di esse e vi abbiano elevato per un conveniente spazio di tempo pie preghiere a Dio per l’esaltazione e la prosperità della Santa Madre Chiesa e della Sede Apostolica, per l’estirpazione delle eresie e per la pace e concordia tra i Principi Cristiani, e per la pace e unità di tutto il popolo cristiano; c) che inoltre nello spazio di tempo sopra indicato abbiano digiunato una volta e abbiano, ciascuno secondo la propria carità, erogato qualche elemosina ai poveri e una pia elargizione a favore della venerabile opera della Propagazione della Fede (che raccomandiamo caldamente al vostro zelo episcopale).

Affinché possano lucrare questa indulgenza anche le monache e le altre persone che vivono in perpetuo nel chiostro, e chiunque viva in carcere, o per infermità fisica o qualunque altro impedimento non sia in grado di compiere qualcuna delle opere sopra indicate, concediamo ai Confessori che dovranno essere scelti per essi con le modalità dette più avanti, la potestà di commutarle in altre opere di pietà e di differirle in altro prossimo tempo, con la facoltà anche di dispensare dalla Comunione i fanciulli che non siano ancora stati ammessi alla prima Comunione. Parimenti agli stessi fedeli delle vostre diocesi, sia laici che ecclesiastici, secolari e regolari, e appartenenti a qualsivoglia Istituto, compresi quelli che esigerebbero speciale menzione, concediamo licenza e facoltà di scegliersi per questa ragione come Confessore un qualunque Presbitero secolare o regolare tra coloro che riterrete di designare come i più idonei per questo fine. (Di questa facoltà potranno usufruire pure le monache, anche se esenti dalla giurisdizione dell’Ordinario, e le altre donne che vivano nei chiostri, purché il Confessore sia approvato per le monache).

Essi potranno in foro interno, e per questa volta soltanto, assolvere da scomunica, sospensione, interdetto e dalle altre sentenze e censure ecclesiastiche inflitte per qualunque motivo dalla legge o dal giudice, tranne quelle eccettuate più avanti, e da tutti i peccati, trasgressioni, crimini e delitti, per quanto gravi ed enormi, anche quelli riservati agli Ordinari dei luoghi o, in forma speciale, alla Sede Apostolica e la cui assoluzione altra volta non si intendeva concessa attraverso un Indulto generale di questa natura.

Inoltre, al fine di rendere a tutti più agevole la via per potere ritornare sul cammino della salvezza, concediamo ai medesimi Confessori, richiamando il periodo di un solo mese, anche la facoltà di assolvere tutti coloro che disgraziatamente si sono iscritti a sette vietate e si accostino sinceramente pentiti al Sacramento della riconciliazione, e il potere di dispensarli, al fine di conseguire la medesima Indulgenza Plenaria, dall’obbligo di denunciare i complici, applicando le condizioni consuete ed eccettuati i casi nei quali la denuncia appaia assolutamente necessaria per evitare maggiori e più gravi danni.

Oltre a ciò concediamo che i Confessori, imponendo in ogni caso salutare penitenza e tutto ciò che di norma deve essere imposto, possano dispensare e commutare in altre pie opere i voti di ogni genere, anche giurati e riservati alla Sede Apostolica (di castità, di religione e obbligazione, eccettuati sempre quelli accolti da una terza persona e quelli nei quali si tratti del danno di un terzo, oltre ovviamente alle penali che sono considerate tali da preservare dai peccati, a meno che l’eventuale commutazione sia giudicata tale da distogliere dal peccato non meno che la precedente natura del voto).

Concediamo anche la facoltà di dispensare dalla irregolarità contratta a seguito di violazione di censure, in quanto non sia stata deferita, o non sia facilmente deferibile al foro esterno; oltre a questa però i predetti Confessori non avranno, in base alla presente Lettera, nessuna facoltà di dispensare da altra irregolarità, sia pubblica sia occulta, derivante da colpa o da omissione o da altra incapacità o inabilità comunque contratta.

Non intendiamo poi con la presente Lettera derogare in alcun modo dalla Costituzione promulgata con le aggiunte interpretazioni dal Nostro Predecessore di felice memoria Benedetto XIV, che comincia "Sacramentum Poenitentiae" per ciò che si riferisce alla incapacità di assolvere il complice e all’obbligo di denuncia, e non intendiamo concedere la facoltà di assolvere coloro che siano stati scomunicati, sospesi e interdetti nominativamente da Noi e dalla Sede Apostolica o da qualche altro Prelato o giudice ecclesiastico o siano stati dichiarati incorsi in altre sentenze e censure, fatta eccezione per il caso che abbiano entro il mese predetto soddisfatto il loro obbligo. Se entro il tempo prestabilito a giudizio del Confessore non avranno potuto soddisfare tale obbligo, concediamo che essi possano essere assolti unicamente al fine di conseguire 1’indulgenza di questo Giubileo, a condizione che sia ingiunto loro l’obbligo di dare soddisfazione non appena potranno.

Concediamo queste indulgenze nonostante le Costituzioni e le Disposizioni Apostoliche di ogni genere in contrario, dalle quali tutte insieme e singolarmente deroghiamo, anche nel caso di provvedimenti a norma dei quali esistesse una speciale, specifica, espressa e particolare menzione, parola per parola, per clausole generali e importanti, o qualsiasi altra forma minuziosa che intendesse mantenerle; in questa vicenda particolarmente ed espressamente deroghiamo per la realizzazione di quanto premesso, respinta ogni altra cosa contraria.

Infine come pegno della Nostra specialissima benevolenza verso di Voi impartiamo con grande affetto l’Apostolica Benedizione a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i Chierici e Laici fedeli affidati alla vostra cura.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 21 novembre 1851, nell’anno sesto del Nostro Pontificato.

24 mag 2011




24 Maggio 1915:1 guerra mondiale.Entrata in guerra dell'Italia.

Fu la guerra dei contadini,ne morirono,chiamati alle armi,a milioni e lasciarono spopolate le campagne.


L'ITALIA NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE



Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l'Italia assunse una posizione di neutralità rimanendo in linea con l'articolo 7 del trattato che univa l'Italia alla Germania e all'Austria. Questo punto prevedeva la discussione preventiva dei territori da dare in compenso al termine della guerra, cosa che però non era avvenuta. Ma il problema della posizione italiana rimaneva irrisolto.

All'interno dell'Italia si erano formati due schieramenti: i neutralisti e gli interventisti. Al gruppo dei Neutralisti primi appartenevano:

i socialisti, che ritenevano la guerra fosse voluta dalle grandi potenze europee imperialiste e capitaliste, ma il loro scieramento era isolato e la loro posizione era indebolita dalle posizioni interventiste dei socialisti europei;
i cattolici seguivano l'orientamento dato dal pontefice che si schierò contro la guerra, anche se rimaneva ancora il contrasto tra l'obbligato neutralismo dettato Chiesa e la lealtà allo Stato di cui facevano parte;
i giolittiani, i quali sostenevano che l'Italia non era preparata a sostenere una guerra che sarebbe durata molto tempo e richiesto numerose risorse economiche e militari. Giolitti non si limitò solamente a manifestare la sua posizione sulla situazione italiana, ma formulò un'analisi sulla situazione internazionale. Giolitti riteneva che l'Italia avrebbe potuto ottenere numerosi vantaggi senza la guerra, indicando l'opportunità di contrattare la neutralità come se fosse una vittoria. L'Austria non poteva resistere all'urto di altre diverse nazionalità, nonostante questo di dimostrava contraria a qualsiasi cessione di territori, nonostante le pressioni tedesche.
Allo schieramento degli interventisti appartenevano:


gli "interventisti democratici" e i "socialisti riformisti": i primi erano sostenitori di una pronta cessione delle terre irredente mentre i secondi ritenevano che solo sconfiggendo gli imperi centrali si potevano sostenere le aspirazioni di indipendenza nazionale e di democrazia dell'Europa intera. Un ruolo importante fu dato dagli esponenti del sindacalismo rivoluzionario guidato da Mussolini, che criticando la posizione dei socialisti italiani credevanella prospettiva rivoluzionaria generata dalla sconfitta degli imperi centrali ;

i nazionalisti che vedevano nella guerra la possibilità di sostenere le loro ambizioni espansionistiche
i liberali conservatori che vedevano nella guerra la possibilità di dare al parlamento poteri straordinari tali da far finire per sempre le riforme giolittiane, inoltre e puntavano a riottenere i territori del Trentino e Trieste e di far acquistare all'Italia lo status di grande potenza.
La rottura da parte dell'Italia della Triplice Alleanza sancita nel 1915 con il Patto di Londra tra Italia, Inghilterra, Francia, Russia fu invevitabile. In caso di vittoria l'Italia avrebbe ottenuto il Trentino e Trieste, l'Istria, la Dalmazia, il porto di Valona e altri territori da stabilire.


Rimaneva il problema di convincere il parlamento di maggioranza giolittiana ad entrare in guerra. Molte furono le manifestazioni a favore ed alla fine il re e Salandra riuscirono nell'impresa attraverso uno stratagemma. Salandra finse di dare le dimissioni e al suo posto fu convocato Giolitti, che saputo parzialmente del patto di Londra, si rese conto che le sue tesi non erano più sufficiente e rifiutò l'incarico. Allora il re non accettò le dimissioni di Salandra e il governo ebbe poteri speciali. Il 24 maggio 1915 l'Italia dichiarò guerra all'Austria entrando così nella Prima Guerra Mondiale.

Le prime battaglie in cui fu coinvolto l'esercito italiano ebbero esito disastroso: nei territori del Carso i soldati italiani subirono quattro cruente disfatte (Battaglie dell'Isonzo). Nel frattempo la Bulgaria si schierava dalla parte degli imperi centrali, aggravando la posizione russa nei Balcani ma soprattutto quella serba. L'unico presidio dell'intesa nei Balcani fu Salonicco, città greca ufficialmente neutrale ma in realtà alleata dell'Intesa.


Protagonista del cattolicesimo sociale, frequentò la facoltà di Giurisprudenza di Pisa ed ebbe come maestro Giuseppe Toniolo. Fu parlamentare e tra i fondatori della Confederazione Italiana del Lavoro. Partecipò al congresso di fondazione del Partito popolare di don Sturzo. Ministro dell’Agricoltura nel 1922, venne eletto all'Assemblea Costituente nel 1946 e senatore dal 1948.

Nel giorno della sua nascita ,il 24 maggio ,la Fondazione Berti,con il Presidente Gian Ugo Berti,nipote del senatore,lo ricordano per il suo incessante impegno per la libertà del popolo italiano.


Biografie dei pratesi illustri

Giovanni Bertini
(1878 – 1949)

Giovanni Bertini nacque a Prato il 24 maggio 1878 e già da studente al Collegio Cicognini si impegnò a orientare l’azione dei cattolici con concretezza nel campo sociale. All’Università di Pisa, dove frequentò la facoltà di Giurisprudenza, ebbe come maestro Giuseppe Toniolo.
L’incontro a Roma con Romolo Murri lo spinse su posizioni più estreme. Intanto era stato eletto consigliere comunale a Prato nel 1903, poi ancora nel 1906, 1909 e 1912. L'ambiente cattolico pratese, come Bertini denunciò, non era ricettivo alle idee rivoluzionarie agitate dai giovani, per questo lasciò Prato e si trasferì a Bologna per fare l’avvocato e continuare la politica al fianco di Murri. In seguito aderì alle tesi più realistiche di Luigi Sturzo.
Eletto nel 1913 in Parlamento, fu tra i fondatori della Confederazione Italiana del Lavoro e nel 1919 partecipò con un ruolo di primo piano al congresso di fondazione del Partito popolare di don Sturzo. Sottosegretario nei governi di Nitti e Giolitti, grazie a lui ebbero notevole impulso i lavori della Direttissima e venne approvato il progetto della nuova stazione di Prato. Lo stesso Bertini intervenne alla posa della prima pietra il 12 giugno 1921.
Fu poi ministro dell’Agricoltura nei due governi Facta (1922). Dopo l’avvento del Fascismo abbandonò la politica e si dedicò all'esercizio della professione forense, come penalista.
Partecipò alla Resistenza e riprese l'attività politica dopo la Liberazione, entrando nelle file della Democrazia Cristiana. Eletto all'Assemblea Costituente nel 1946,senatore dal 1948, fu presidente della giunta delle elezioni di cui facevano parte, tra gli altri, Nilde Iotti, Piero Calamandrei, Giuseppe Dossetti e Sandro Pertini. Giovanni Bertini morì a Bologna, il 29 dicembre 1949, stroncato da un infarto.
Due giorni dopo la salma venne trasportata a Prato, secondo le sue ultime volontà.

22 mag 2011


GIOVANNI FALCONE




Nato a Palermo (via Castrofilippo) il 20 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna, Giovanni Falcone conseguì la laurea in Giurisprudenza nell'Università di Palermo nell'anno 1961, discutendo con lode una tesi sull' "Istruzione probatoria in diritto amministrativo". Era stato prima, dal '54, allievo del Liceo classico "Umberto"; e quindi aveva compiuto una breve esperienza presso l'Accademia navale di Livorno.
Dopo il concorso in magistratura, nel 1964, fu pretore a Lentini per trasferirsi subito come sostituto procuratore a Trapani, dove rimase per circa dodici anni. E in questa sede andò maturando progressivamente l'inclinazione e l'attitudine verso il settore penale: come egli stesso ebbe a dire, "era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava", nel contrasto con certi meccanismi "farraginosi e bizantini" particolarmente accentuati in campo civilistico.

A Palermo, all'indomani del tragico attentato al giudice Cesare Terranova (25 settembre 1979), cominciò a lavorare all'Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio '80 le indagini contro Rosario Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità statunitense, e che, d'altra parte, aveva visto il procuratore Gaetano Costa - ucciso poi nel giugno successivo - ostacolato da alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di ordini di cattura. Proprio in questa prima esperienza egli avvertì come nel perseguire i reati e le attività di ordine mafioso occorresse avviare indagini patrimoniali e bancarie (anche oltre oceano), e come, soprattutto, occorresse la ricostruzione di un quadro complessivo, una visione organica delle connessioni, la cui assenza, in passato, aveva provocato la "raffica delle assoluzioni".
Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, in via Pipitone Federico; lo sostituì Antonino Caponnetto, il quale riprese l'intento di assicurare agli inquirenti le condizioni più favorevoli nelle indagini sui delitti di mafia. Si costituì allora, per le necessità interne a queste indagini, il cosiddetto "pool antimafia", sul modello delle èquipes attive nel decennio precedente di fronte al fenomeno del terrorismo politico. Del gruppo faceva parte, oltre lo stesso Falcone, e i giudici Di Lello e Guarnotta, anche Paolo Borsellino, che aveva condotto l'inchiesta sull'omicidio, nel 1980, del capitano del Carabinieri Emanuele Basile.

Si può considerare una svolta, per la conoscenza non solo di determinati fatti di mafia, ma specialmente della struttura dell'organizzazione Cosa nostra, l'interrogatorio iniziato a Roma nel luglio '84 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della Criminalpol, del "pentito" Tommaso Buscetta.
I funzionani di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, furono uccisi nell'estate '85. Fu allora che si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due magistrati. I quali furono indotti, per motivi di sicurezza, a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell'Asinara.

Si giunse così - attraverso queste vicende drammatiche - alla sentenza di condanna a Cosa nostra del primo maxiprocesso, emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di assise di Palermo, presidente Alfonso Giordano, dopo ventidue mesi di udienze e trentasci giorni di riunione in camera di consiglio. L'ordinanza di rinvio a giudizio per i 475 imputati era stata depositata dall'Ufficio istruzione agli inizi di novembre di due anni prima.
Gli avvenimenti successivi risentirono con tutta evidenza in senso negativo di tale successo. Nel gennaio il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell'Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l'incarico, il consigliere Antonino Meli. Il quale avocò a sè‚ tutti gli atti. Sopraggiunse poi un nuovo episodio ad accentuare ulteriormente le tensioni nell'ambito dell'Ufficio stesso, un episodio che ebbe gravissime conseguenze su tutte le indagini antimafia. In seguito alle confessioni del "pentito" catanese Antonino Calderone, che avevano determinato una lunga serie di arresti (comunemente nota come "blitz delle Madonie"), Il magistrato inquirente di Termini Imerese si ritenne incompetente, e trasmise gli atti all'Ufficio palermitano. Ma il Meli, in contrasto con i giudici del pool rinvio le carte a Termini, in quanto i reati sarebbero stati commessi in quella giurisdizione. La Cassazione, allo scorcio dell'88, ratificò l'opinione del consigliere istruttore, negando la struttura unitaria e verticisti delle organizzazioni criminose, e affermando che queste, considerate nel loro complesso, sono dotate di "un ampia sfera decisionale, operano in ambito territoriale diverso ed hanno preponderante diversificazione soggettiva". Questa decisione sanciva giuridicamente la frantumazione delle indagini, che l'esperienza di Palermo aveva inteso superare. Il 30 luglio Falcone richiese di essere destinato a un altro ufficio. In autunno Meli gli rivolse l'accusa d'aver favorito in qualche modo il cavaliere del lavoro di Catania Carmelo Costanzo, e quindi sciolse il pool, come Borsellino aveva previsto fin dall'estate in un pubblico intervento, peraltro censurato dal Consiglio superiore. I giudici Di Lello e Conte si dimisero per protesta.

Su tutta questa vicenda del resto, nel giugno '92, durante un dibattito promosso a Palermo dalla rivista "Micromega", Borsellino ebbe a ricordare: "La protervia del consigliere istruttore Meli l'intervento nefasto della Corte di cassazione cominciato allora e continuato fino a oggi, non impedirono a Falcone di continuare a lavorare con impegno". Nonostante simili avvenimenti, infatti, sempre nel corso dell'88, Falcone aveva realizzato una importante operazione in collaborazione con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, denominata "lron Tower": grazie alla quale furono colpite le famiglie dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di eroina.
Il 20 giugno '89 si verificò il fallito e oscuro attentato dell'Addaura presso Mondello; a proposito del quale Falcone affermò "Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno

spinto qualcuno ad assassinarmi". Seguì subito l'episodio, sconcertante, del cosiddetto "corvo", ossia di alcune lettere anonime dirette ad accusare astiosamente lo stesso Falcone e altri. Le indagini relative furono compiute anche dall'Alto commissario per la lotta alla mafia, guidato dal prefetto D. Sica.
Una settimana dopo l'attentato il Consiglio superiore decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo. Nel gennaio '90 egli coordinò un'inchiesta che portò all'arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani, inchiesta che aveva preso l'avvio dalle confessioni del "pentito" Joe Cuffaro' il quale aveva rivelato che il mercantile Big John, battente bandiera cilena, aveva scaricato, nel gennaio '88, 596 chili di cocaina al largo delle coste di Castellammare del Golfo.
Nel corso dell'anno si sviluppa lo "scontro" con Leoluca Orlando, originato dall'incriminazione per calunnia nei confronti del "pentito" Pellegriti, il quale rivolgeva accuse al parlamentare europeo Salvo Lima. La polemica proseguì col ben noto argomento delle "carte nei cassetti": e che Falcone ritenne frutto di puro e semplice "cinismo politico".
Alle elezioni del 1990 dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura, Falcone, fu candidato per le liste "Movimento per la giustizia" e "Proposta 88" (nella circostanza collegate), con esito però negativo.
Intanto, fattisi più aspri i dissensi con l'allora procuratore P. Giammanco - sia sul piano valutativo, sia su quello etico, nella conduzione delle inchieste - egli accolse l'invito del vice-presidente del Consiglio dei ministri, C. Martelli, che aveva assunto l'interim del Ministero di grazia e giustizia, a dirigere gli Affari penali del ministero, assumendosi l'onere di coordinare una vasta materia, dalle proposte di riforme legislative alla collaborazione internazionale. Si apriva così un periodo - dal marzo del 1991 alla morte - caratterizzato da una attività intensa, volta a rendere più efficace l'azione della magistratura nella lotta contro il crimine. Falcone si impegnò a portare a termine quanto riteneva condizione indispensabile del rinnovamento: e cioè la razionalizzazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, e il coordinamento tra le varie procure. A quest'ultimo riguardo, caduta l'ipotesi iniziale, di affidare il delicato compito alle procure generali, la costituzione di procure distrettuali facenti capo ai procuratori della Repubblica parve la soluzione più idonea. Ma si poneva altresì l'istanza di un coordinamento di livello nazionale. Istituita nel novembre del '91 la Direzione nazionale antimafia, sulle funzioni di questa il giudice dunque si soffermò anche nel corso della sua audizione al Palazzo dei Marescialli del 22 marzo '92. "Io credo - egli chiarì in tale circostanza, secondo un resoconto della seduta pubblicato dal settimanale "L'Espresso" (7 giu. '92) - che il procuratore nazionale antimafia abbia il compito principale di rendere effettivo il coordinamento delle indagini, di garantire la funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni. Ritengo che questo dovrebbe essere un organismo di supporto e di sostegno per l'attività investigativa che va svolta esclusivamente dalle procure distrettuali antimafia".

La sua candidatura a questi compiti, peraltro, fu ostacolata in seno al Consiglio superiore della magistratura, il cui plenum, tuttavia, non aveva ancora assunto una decisione definitiva, quando sopraggiunse la strage di Capaci del 23 maggio. Frattanto - giova ricordarlo - una sentenza della prima sezione penale della Corte suprema di cassazione il 30 gennaio, sotto la presidenza di Arnaldo Valente (relatore Schiavotti) aveva riconosciuto la struttura verticale di Cosa nostra, e quindi la responsabilità dei componenti della "cupola" per quei delitti compiuti dagli associati, che presuppongano una decisione al vertice; inoltre aveva ribadito la validità e l'importanza delle chiamate in correità.

Insieme a Falcone, a Capaci, persero la vita la moglie Francesca Morvilio, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. All'esecrazione dell'assassinio, il 4 giugno si unì il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l'impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente.

(Profilo biografico tratto dal sito della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone )

"Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni.
Questa è la base di tutta la moralità umana."
(J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)

19 mag 2011


Massimo D'Antona

Il 20 maggio 1999, alle 8.30 circa in Via Salaria, viene ucciso Massimo D'Antona, giurista e docente universitario.Un omicidio apparentemente inspiegabile ed imprevedibile. Docente di Diritto del Lavoro a Roma , è soprattutto conosciuto come il consulente dell'allora Ministro Antonio Bassolino.

Poche ore dopo, arriva la rivendicazione, 14 pagine stampate fronte retro, con la stella a cinque punte e il gergo criptico e oscuro tipico delle Nuove brigate Rosse.
"La nostra organizzazione ha individuato il ruolo politico-operativo svolto da Massimo D'Antona ne ha identificato la centralità e, in riferimento al legame tra nodi centrali dello scontro e rapporti di forza e politici generali tra le classi ha rilanciato l'offensiva combattente."




I brigatisti Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, in attesa dentro un furgone Nissan, scendono e lo apostrofano. Secondo la deposizione di Cinzia Banelli, fu Galesi, armato di una pistola automatica calibro 9x19 senza silenziatore, a far fuoco su D'Antona, svuotando i 9 colpi del caricatore sul professore e infliggendogli il colpo di grazia al cuore. I due si danno poi alla fuga, e poco dopo arrivano i soccorsi: D'Antona ciene immediatamente portato al Policlinico Umberto I ma inutile: il medico dichiara nel certificato di morte che l'uomo si è spento alle 9.30 di mattina.

Qui il racconto della moglie di Massimo D'Antona che racconta: "Mi chiedevo da che parte potesse venire quell'aggressione, perchè io non avevo idea. Sgomento si. Il senso di perdita era il sentimento prevalente. Ci tenevano sotto controllo da parecchi giorni"
E ancora: "Era un intellettuale, un lavoratore, attraverso la consultazione delle parti sociali cui cercava soluzioni possibili, concrete, realizzabili...per questo lo hanno ucciso" Era un lottatore, un uomo di sinistra, stimatissimo dai suoi colleghi, convinto che modernizzazione dello Stato e delle amministrazioni pubbliche non è terreno di scontro politico.

Dopo anni d'indagini l'8 luglio 2005 arriva il verdetto da parte della Corte d'Assise di Roma: ergastolo per Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma; Federica Saraceni viene assolta dall'accusa di concorso nell'omicidio, ma condannata a 4 anni e 8 mesi perché ritenuta responsabile di associazione sovversiva. Quattro le assoluzioni: Alessandro Costa e Roberto Badel non sono stati ritenuti colpevoli di banda armata; i fratelli Maurizio e Fabio Viscido sono stati prosciolti dall'accusa di banda armata. Per Costa e Badel è stata disposta la scarcerazione dal presidente della Corte.

05 mag 2011


L'eccidio del Padule di Fucecchio, una strage a lungo dimenticata

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Il 23 agosto 1944 morivano 175 innocenti per mano nazi-fascista nella valle del Padule. A settembre un processo sottoporrà a giudizio quattro dei soldati tedeschi che presero parte alla strage
Uno dei bassorilievi che adornano il monumento in memoria dei caduti del Padule di Fucecchio Seconda solo alla strage di Sant'Anna di Stazzema, l'eccidio della valle del Padule di Fucecchio rappresenta ancora una ferita aperta. Una lunga scia di ricordi indicibili lega il presente di questa zona, e i pochissimi sopravvissuti in grado di testimoniare i fatti, a quel 23 agosto 1944.

Una data indelebile, di quelle intorno alle quali si costruisce una memoria condivisa, e si solidifica il doveroso tabù per un fatto, un avvenimento, che faccia esclamare a tutto il consesso sociale, nessuno escluso: "mai più".

La storia è tristemente nota. Il 23 agosto 1944 il Padule di Fucecchio diventa improvvisamente il teatro di un'azione di guerra dell'esercito tedesco in ritirata. Durante la notte, i militari coordinati dal generale Crasemann delimitano la zona. All'alba, senza che gli sfortunati abitanti avessero il tempo di approntare alcuna difesa, i tedeschi aprono il fuoco. Si tratta di un'esecuzione sommaria che non risparmia nessuno: neonati, giovani madri, uomini inermi, anziani, con l'accusa generica di appartenere ai partigiani e di sosterne le operazioni, vengono brutalmente uccisi.

Alla fine dell'operazione si conteranno ben 175 vittime. Pochissimi i sopravvissuti e tutti per fatalità e coincidenze che a raccontarle oggi sfiorano l'inverosimiglianza, il virtuosismo narrativo. Eppure appartengono all'ordine della storia, quella storia che gli stessi sono stati in grado di riproporre con lucidità e precisione di particolari. Nessuna ricostruzione, nessuna analisi accademica riuscirà mai a spiegare le ragioni dell'azione del Padule di Fucecchio. Ragioni che troppo spesso si riconnettono con le avulse pretese della rappresaglia, con l'epica nera di un brutale sfogo di crudeltà che, sebbene poco coincida con le necessità belliche, riguarda da vicino la qualità disumana del nazi-fascismo.

La strage coinvolge Querce e Massarella, piccole frazioni del comune di Fucecchio, Ponte Buggianese, Castelmertini, Cintolese, Stabbia. Tra i corpi trucidati tanti cittadini dei diversi luoghi citati ma anche, orrore della sorte, molti rifugiati arrivati in campagna per sfuggire i rischi della città in guerra. 62 donne, 25 persone sopra i 60 anni, 16 sotto i 18 anni, 10 sotto i 10 anni, 8 sotto i 2 anni. Tutti da quelle parti ricordano il caso della famiglia Malucchi, originari del Cintolese, che perse nell'eccidio ben 16 membri. Le tre bambine, Norma, Maria e Franca, tutte sotto gli 8 anni d'età, sono diventate il simbolo dell'assurda crudeltà di quella strage.

Tristemente noto l'eccidio del Padule del Fucecchio anche, paradosso indegno, per essere stata a lungo "dimenticato". Solo la scoperta del cosiddetto "armadio della vergogna" - dove dai pirmi anni '60 erano stato archiviate "provvisoriamente" documentazioni fondamentali realtive agli eccidi nazi-fascsiti in Italia durante l'occupazione - ha consentito di avviare le indagini sui fatti intercorsi la notte del 22 e la mattina del 23 agosto 1944.

Lo scorso 5 giugno si è concluso il sopralluogo del pool investigativo sui luoghi della strage. Gli investigatori hanno registrato le testimonianze dei sopravvissuti, studiando a lungo le fasi che hanno condotto alla sanguinosa operazione e le presunte ragioni militari. Ci sono 4 indagati per l'eccidio. Quattro nomi ancora sconosciuti.

Il muro di gomma intorno al Padule, lo spesso silenzio è durato più di mezzo secolo, generato da quella commistione di ragion si stato e cinismo post-bellico che troppo imbarazzo avrebbe generato nelle istituzioni della neonata Repubblica nei confronti di una nazione, la Germania, rientrata negli alleati della Nato, così come nei confronti di quegli stati che l'Italia Fascista stessa aveva occupato e per la quale sarebbe stata interrogata in merito ai crimini commessi.

Quello che oggi è concesso conoscere ai tanti che attendono giustizia è che tre dei quattro indagati hanno già eletto il loro domicilio in Italia e i loro difensori, mentre per il quarto, ancora residente in Germania, sarà necessaria una faticosa rogatoria internazionale.

L'udienza prelilminare è prevista per la seconda metà di settembre presso il Tribunale Militare di Roma, con una quasi certa richiesta di rinvio a giudizio da parte del Pm. La notizia ha raggiunto il Padule di Fucecchio proprio alla vigilia delle commemorazioni. Nella giornata del 23 agosto, alla presenza del procuratore militare Antonino Intelisano, che ha a lungo indagato su quei crimini, si è fatta incisiva e chiara la richiesta di dare assoluta importanza alla memoria dei fatti chiedendo la partecipazione dei livelli più alti dello Stato. Un passaggio necessario perché la vicenda del Padule di Fucecchio diventi un altro, necessario limite invalicabile alla costruzione di una società più giusta e alla conferma che la Repubblica Italiana affonda le sue giovani radici nella condanna e nel rifiuto dal fascismo e dei suoi crimini.

D.Soscia


Su invito della Fondazione “Berti” a Casciana Terme
I BERSAGLIERI AL “CAMPO DEGLI EROI”

CASCIANA TERME (Pisa) – L’Associazione Nazionale Bersaglieri ha reso omaggio al Campo degli Eroi, in Località Fichino, a Casciana Terme (Pisa), su invito della Fondazione “Angiolo e Maria Teresa Berti”. Erano presenti,per gli ospiti, il presidente regionale toscano Alfio Coppi,Danilo Baldi ed il responsabile della sede di Ponsacco, Franco Citi.
Soddisfazione è stata espressa da parte della Fondazione per la visita e per il nutrito programma delle manifestazioni (152 quelle ufficiali) messo in atto dall’Associazione.
E’ stato un incontro importante e significativo – così si è sottolineato - perché si è parlato in particolare di un percorso comune nell’ambito delle prossime manifestazioni per la ricorrenza del 175° anniversario della fondazione del Corpo. Dopo la visita alla biblioteca storica ed ai 26 monumenti che compongono il Campo,nato nel 1984 per iniziativa di Angiolo Berti,giornalista parlamentare e cascianese di nascita, è stata ricordata la figura storica ed umana di Alessandro La Marmora,fondatore del Corpo.

GIAN UGO BERTI