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26 dic 2010




In occasione dell'anniversario della firma di promulgazione della Costituzione Italiana


Piero Calamandrei
Discorso sulla Costituzione
Milano, 26 gennaio 1955
L’art. 34 dice: «I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi piú alti degli studi». Eh! E se non hanno mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il piú importante di tutta la costituzione, il piú impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice cosí: «E compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». È compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo – «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro» – corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto un’uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.
E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di

un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!
È stato detto giustamente che le costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito, è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.
Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.
Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana» riconosce con questo che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani.
Ma non è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società in cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.
Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito,
la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è – non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani.
«La politica è una brutta cosa», «che me ne importa della politica»: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: «Ma siamo in pericolo?», e questo dice: «Se continua questo mare, il bastimento tra mezz’ora affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, tra mezz’ora il bastimento affonda!». Quello dice: «Che me ne importa, non è mica mio!». Questo è l’indif-ferentismo alla politica.
È cosí bello, è cosí comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi di politica. E lo so anch’io! Il mondo è cosí bello, ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.
La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. È la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità d’uomo.
Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946: questo popolo che da 25 anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori – il caos, la guerra civile, le lotte, le guerre, gli incendi.

Ricordo ero a Firenze, lo stesso è capitato qui – queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.
Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventú, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto – questa è una delle gioie della vita – rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in piú, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo.
Ora, vedete – io ho poco altro da dirvi –, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.
Quando io leggo, nell’art. 2, «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», o quando leggo, nell’art. 11, «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie, dico: ma questo è Mazzini, questa è la voce di Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, «tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour; o quando io leggo, nell’art. 5, «la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate, «l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo, all’art. 27, «non è ammessa la pena di morte», ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani.
Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.

Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti.
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lí, o giovani, col pensiero perché lí è nata la nostra costituzione.

12 dic 2010





Milano, 12 dicembre 1969, ore 16,30

Esplode una bomba nel salone degli sportelli della Banca Nazionale dell'Agricoltura, al numero 4 di piazza Fontana. Ha inizio una nuova era tragica.

I terroristi non avrebbero potuto scegliere un momento migliore: la banca è infatti gremita per il "mercato del venerdì", che richiama gli agricoltori delle province di Milano e Pavia. L'ordigno è stato collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all'emiciclo degli sportelli. I locali devastati testimoniano la potenza dell'esplosivo impiegato.

L'attentato causa sedici morti, di cui quattordici sul colpo, e ottantotto feriti. La storia dirà se la strage di piazza Fontana, inaugurando la strategia della tensione, ha determinato i dieci anni più bui della vita politica italiana.

Nelle ore che seguono gli attentati, vengono compiute perquisizioni nelle sedi di tutte le organizzazioni dell'estrema sinistra. Viene visitata anche qualche organizzazione d'estrema destra, ma senza molta convinzione, visto che le indagini risparmiano Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, le più importanti. Fin dall'indomani, come preparata in anticipo, parte un'incredibile campagna contro gli estremisti di sinistra. Le indagini sono di una stupefacente rapidità; in tre giorni viene arrestata una decina di persone sulle quali, come dichiara la polizia, "gravano pesanti indizi". Sono tutti anarchici dei circoli Bakunin e 22 Marzo. Tra di loro vi sono: Giovanni Aricò, Annelise Borth, Angelo Casile, Roberto Mander, Emilio Borghese, Mario Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Per la polizia, insomma, oltre a quella anarchica, nessun'altra pista merita di essere presa in considerazione.

Iniziano gli interrogatori. Sono condotti con energia. Il 15 dicembre, a mezzanotte, nel cortile della questura di Milano, un corpo s'infrange quasi senza rumore ai piedi di un giornalista. È Giuseppe Pinelli, uno degli anarchici arrestati tre giorni prima, caduto senza un grido da una stanza del quarto piano. Causa ufficiale della morte: suicidio. Non ci crederà nessuno... Tra gli anarchici fermati subito dopo la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, il commissario Calabresi sembra interessarsi a una sola persona: Pietro Valpreda, di professione ballerino. Il giovane grida la propria innocenza. Essa non sarà riconosciuta che molto tempo dopo. Eppure, già all'epoca, tutto denunciava l'esistenza di una "pista nera", che verrà esplorata solo tardivamente.

15 dicembre 1969

Guido Lorenzon segretario di una sezione della Democrazia cristiana, si presenta da un avvocato della città dichiarando di essere a conoscenza di fatti che potrebbero essere in rapporto con gli attentati. Due giorni prima, cioè all'indomani delle esplosioni, ha avuto con l'editore Giovanni Ventura (amico di vecchia data), una conversazione che, da allora, l'ossessiona. Le informazioni che Ventura gli ha fornito sugli attentati sono state troppo precise e circostanziate perché possa essere totalmente estraneo alla strage.

Già in precedenza Ventura gli aveva parlato con la stessa precisione dei dieci attentati ai treni compiuti nel Nord Italia nella notte tra l'8 e il 9 agosto 1969. E gli aveva anche confidato di appartenere a un'organizzazione clandestina che progettava un colpo di stato mirante a instaurare un regime ispirato alla Repubblica di Salò. Fino a quel momento Lorenzon aveva taciuto. Dopo la strage di Milano non poteva più farlo: nell'ultima conversazione con Ventura, infatti, gli era parso di capire che questi stesse preparando altri sanguinosi attentati.

Il giorno dopo, in compagnia dell'avvocato, Lorenzon ripete la sua testimonianza di fronte a un magistrato di Treviso, il procuratore Pietro Calogero. Con l'aiuto di Lorenzon, che continua a frequentare Ventura, in qualche settimana Calogero raccoglierà una serie di solidi indizi contro quest'ultimo e un suo amico, Franco Freda, un avvocato di Padova ben noto nella regione per le sue opinioni neonaziste.

Franco Freda, poco più anziano di Ventura, grande ammiratore di Hitler e delle ss, fanatico antisemita, ha fatto la gavetta, come Ventura, nell'msi, di cui all'inizio degli anni Sessanta ha diretto l'organizzazione universitaria (fuan). Più tardi ha fondato i Gruppi d'aristocrazia ariana (Gruppi ar), vicini a Ordine Nuovo.

Giovanni Ventura, cresciuto nella nostalgia di Mussolini, s'è iscritto all'msi giovanissimo. Nel 1965, trovando questo movimento troppo moderato, entra in Ordine Nuovo, la cui politica più energica meglio corrisponde alle sue aspirazioni.

Novembre 1971

Un muratore, nell'eseguire alcune riparazioni sul tetto di una casa di Castelfranco Veneto, sfonda per errore il tramezzo divisorio di un'abitazione di proprietà di un consigliere comunale socialista, Giancarlo Marchesin, e scopre un arsenale di armi ed esplosivi, tra cui, in particolare, casse di munizioni siglate nato. Arrestato, Marchesin dichiara che quelle armi sono state nascoste lì da Giovanni Ventura qualche giorno dopo gli attentati del 12 dicembre, e che prima si trovavano presso un certo Ruggero Pan.

Interrogato a sua volta, Pan rivela che durante l'estate del 1969, dopo gli attentati ai treni, Ventura gli aveva chiesto di comprare delle casse metalliche tedesche di marca Jewell. Quelle di legno usate per collocarvi gli esplosivi negli attentati, aveva spiegato l'editore, non avevano prodotto l'effetto di "compressione esplosiva del metallo". Pan si era rifiutato. Il giorno dopo, notando da Ventura una cassetta di metallo, aveva capito che qualcuno era andato a comprarla al posto suo.

Pan aveva dimenticato l'episodio fino al 13 dicembre 1969, giorno in cui la televisione e i giornali avevano mostrato la riproduzione di una delle cassette impiegate negli attentati alle banche. Era una Jewell, identica a quelle acquistate da Freda e Ventura.

I magistrati di Treviso scoprono inoltre che il gruppo teneva le sue riunioni nella sala di un istituto universitario di Padova messa a sua disposizione dal custode, Marco Pozzan, braccio destro di Franco Freda.

Sottoposto dagli inquirenti, il 21 febbraio e il 1° marzo 1972, a due lunghi interrogatori, Marco Pozzan spiega che il piano, preparato da tempo, aveva ricevuto il via libera nel corso di una riunione notturna svoltasi a Padova il 18 aprile 1969. Dapprima reticente sull'identità di due dei partecipanti alla riunione, arrivati la sera stessa da Roma, Pozzan, dopo qualche esitazione, rivela il nome di uno di loro: Pino Rauti, all'epoca capo del movimento Ordine Nuovo. Quanto al secondo, assicura di saperne solo ciò che gli ha detto Franco Freda: "È un giornalista ed è membro dei servizi segreti...".

I magistrati, in verità, erano già a conoscenza di questa riunione grazie alle intercettazioni cui avevano sottoposto il telefono di Freda. Quello che ignoravano era l'importanza capitale che essa aveva avuto nell'organizzazione degli attentati del 1969.

3 marzo 1972

Franco Freda, procuratore legale a Padova, Giovanni Ventura e Pino Rauti, dirigente nazionale dell'msi e fondatore del movimento Ordine Nuovo, vengono arrestati. Sono accusati di aver organizzato gli attentati del 25 aprile 1969 (alla Fiera e alla Stazione Centrale di Milano) e dell'8 e 9 agosto dello stesso anno (a danno di alcuni treni). Il 21 marzo, aggiungendo ai capi d'imputazione contro il gruppo Freda-Ventura gli attentati del 12 dicembre 1969, il giudice Stiz trasmette il fascicolo, per competenza territoriale, alla procura di Milano.

A proseguire le indagini sono designati tre nuovi magistrati la cui prima iniziativa è rimettere in libertà Rauti, senza però far cadere il capo d'accusa.

Riprendendo le indagini da zero, i tre magistrati milanesi raccolgono in qualche mese una serie di prove decisive contro il gruppo Freda-Ventura e, nello stesso tempo, dimostrano che i poliziotti e i giudici che si sono precipitati sulla pista anarchica hanno commesso numerose irregolarità.

Una nuova perizia sui vari frammenti di esplosivi, sui timer e sulle borse contenenti le bombe ritrovati il 12 dicembre 1969 sul luogo degli attentati permette di accertare tre fatti importanti:

1) le bombe sono costituite da candelotti identici agli esplosivi nascosti da Ventura, qualche giorno dopo gli attentati, in casa dell'amico Giancarlo Marchesin;

2) i meccanismi di scoppio ritardato delle bombe provengono da una partita di cinquanta timer acquistati il 22 settembre 1969 da Franco Freda in un negozio di Bologna. Freda spiegherà ai magistrati di aver comprato i timer su richiesta di un fantomatico capitano Mohamed Selin Hamid dei servizi segreti algerini, per conto della resistenza palestinese. Da una verifica compiuta presso le autorità algerine risulta che questo capitano non esiste;

3) le borse in cui si trovavano le bombe erano state acquistate, due giorni prima degli attentati, in una pelletteria di Padova. Qualche giorno dopo, confrontando due foto della borsa di pelle ritrovata intatta alla Banca Commerciale Italiana, il giudice D'Ambrosio nota una differenza. Nella prima, scattata la sera stessa degli attentati, dal manico pende ancora l'etichetta del prezzo. Nella seconda, scattata un mese più tardi, l'etichetta e la cordicella cui era attaccata sono scomparse. Ancora una volta, qualcuno è intervenuto a sopprimere delle prove.

Ormai convinti di avere in mano, con Franco Freda e Giovanni Ventura, i personaggi chiave degli attentati, i magistrati milanesi si applicano a scoprire chi siano, dietro i due uomini, i veri ispiratori della strategia della tensione. L'istruttoria verrà abbattuta in volo nel 1974 dalla decisione della Corte di Cassazione di sottrarre loro indagini che dirigevano da due anni con coraggio esemplare. L'istruttoria viene trasferita a Catanzaro, dove erano già stati spostati l'inchiesta e il processo Valpreda per "motivi di ordine pubblico". A Catanzaro esse vengono affidate a due magistrati locali che, senza che si possa mettere in dubbio la loro onestà, non seguiranno mai le "piste nere" con l'ostinazione dei predecessori.

***

Da: http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2004/un10/art3164.html
(Umanità Nova, numero 10 del 21 marzo 2004, Anno 84 - articolo di Luciano Lanza)

La sentenza di appello per la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) non è scandalosa come molti dicono e scrivono: è la regola. Ripristinata. Dopo poche anomalie. Piccole e parziali.

I fatti. Il 12 marzo la corte d'appello di Milano ha assolto dal reato di strage (ergastolo) Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni quali responsabili dell'attentato che più di 34 anni fa causò 16 (più uno) morti e 84 feriti nella Banca nazionale dell'agricoltura. Nel giugno 2001 i tre erano stati condannati all'ergastolo. In più Stefano Tringali si era beccato tre anni per favoreggiamento. Ironia della sorte: è l'unico colpevole con una pena ridotta a un anno. Ma se non ci sono colpevoli per chi ha fatto favoreggiamento? Misteri della giustizia italiana. O meglio non ci sono misteri, c'è soltanto la volontà di "chiudere" una pagina che vede lo stato italiano come colpevole di complotti e stragi.

Perché è la regola in questo criminale affare? Molto semplice. Perché fin dallo scoppio di quelle bombe (una a Milano e due a Roma) gli apparati dello stato hanno fatto di tutto per depistare e occultare la verità. Ricordate? All'inizio il mostro che aveva messo la bomba era un anarchico, Pietro Valpreda, ma non solo anarchico anche ballerino, quindi uno spostato, un diverso con la bramosia del sangue e della rivoluzione. E da lì una campagna (ossessivamente orchestrata, neppure troppo intelligentemente, ma mediaticamente martellante) contro gli anarchici e la sinistra "rivoluzionaria". Con un contorno altrettanto drammatico: il "volo" di un anarchico milanese, Giuseppe Pinelli, dal quarto piano della questura di Milano. Ebbene quella montatura aveva funzionato per poco tempo, poi un oscuro giudice veneto di Treviso, Giancarlo Stiz se ne era uscito con un mandato di cattura contro due neonazisti: Franco Freda e Giovanni Ventura. Per Stiz erano loro i responsabili, non Valpreda, di quella strage.

Prima anomalia. Che contraddiceva l'istruttoria "istituzionale" dei magistrati romani Ernesto Cudillo e Vittorio Occorsio. I due avevano puntato subito (e come mai?) su Valpreda e sui suoi compagni del circolo 22 marzo. Da lì una sequenza di processi che definire ridicoli è poca cosa. Il 23 febbraio inizia il processo per la strage che vede sul banco degli imputati sia gli anarchici Valpreda e i suoi compagni (con un'aggiunta di Mario Merlino, nazista infiltrato nel gruppo 22 marzo) sia i nazisti Freda e Ventura. Tutti insieme appassionatamente per confondere le acque (la consunta, ma sempre sbandierata teoria degli "opposti estremismi") e non far capire che cosa è veramente successo. Ma il 6 marzo i magistrati romani (responsabili della montatura, ricordiamoli: Occorsio e Cudillo) capiscono che non ce la faranno ad andare avanti. Il processo viene così spostato a Milano: il luogo della strage. Il luogo dove, secondo le leggi dello stato italiano, si sarebbe dovuto tenere fin dall'inizio il processo. Ma che succede? Il procuratore generale del capoluogo lombardo, Enrico De Peppo, sostiene che Milano è una città in mano ai "rossi": legittima suspicione. Il processo viene dirottato (esiliato?) a Catanzaro. Ma bisognerà aspettare quasi dieci anni dalla strage (23 febbraio 1979 per arrivare alla prima sentenza. Freda e Ventura vengono condannati all'ergastolo per strage, Valpreda e compagni assolti (insufficienza di prove), ma condannati per associazione a delinquere. C'è però una postilla interessante. I giudici di Catanzaro rinviano a Milano gli atti che riguardano gli ex presidenti del consiglio Giulio Andreotti e Mariano Rumor e gli ex ministri Mario Tanassi, difesa, e Mario Zagari, giustizia. Dire che i quattro uomini politici escono quasi subito dal processo è come raccontare una di quelle vecchie barzellette che tutti conoscono. E infatti finisce come tutti già si aspettavano: "Scusate il disturbo".

E, di processo in processo, arriviamo al 27 gennaio 1987 in cui la prima sezione della Cassazione chiude la questione: nessun responsabile per la strage di piazza Fontana. Anarchici e nazisti sono innocenti. O meglio, rimane il fatto che per Freda e Ventura è confermata la condanna a 15 anni per gli attentati alla Fiera campionaria e alla stazione Centrale di Milano del 25 aprile 1969 e, sempre nello stesso anno, degli attentati ai treni (dieci bombe, otto esplose) tra l'8 e il 9 agosto.

Particolare non irrilevante: quei due attentati, inizialmente attribuiti agli anarchici, erano serviti per costruire il "teorema anarchico" di piazza Fontana. Che poi la responsabilità processuale venga definitivamente attribuita ai nazisti non sembra più rilevante.
Capacità dialettica della magistratura italiana.

Arriviamo a un'altra delle poche anomalie che contrassegnano questa vicenda. Il giudice istruttore Guido Salvini nel 1987 apre una nuova inchiesta sull'eversione di destra e sulla strage di piazza Fontana.

Un'inchiesta che nel 1995 arriva a un'ordinanza di rinvio a giudizio contro una serie di terroristi neonazisti. Ma bisognerà aspettare il giugno 2001 per assistere alla condanna all'ergastolo di Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. Più la condanna di tre anni a Stefano Tringali per favoreggiamento.

Anche l'anomalia creata da Salvini si è chiusa. Sepolta dalla volontà di non avere colpevoli per quella strage. E quando mai avete visto uno stato che condanna se stesso?

Perché la strage di piazza Fontana è stata realmente una strage di stato come la definirono gli anarchici del Ponte della Ghisolfa il 17 dicembre 1969 in una conferenza stampa che gli organi di stampa definirono "farneticante". Strage di stato perché vi troviamo coinvolti ministri, segretari di partito, servizi segreti italiani (tutt'altro che deviati, ma obbedienti agli ordini dei responsabili della politica) e servizi segreti esteri (americani e israeliani).

Per chi non ha vissuto quel periodo vale la pena ricordare che allora la classe dirigente italiana temeva uno spostamento a sinistra dell'asse politico nazionale, un cambiamento non voluto e osteggiato con tutti i mezzi. Anche con le bombe e i morti. Fu messa in atto una strategia che "doveva portare, nelle intenzioni degli esecutori, a un regime autoritario, ma che è stata gestita dai più alti organi dello stato per mettere fuori gioco gli avversari politici e per creare un clima di paura che perpetuasse la centralità della Democrazia cristiana e dei suoi alleati".

Oggi, tornati alla ribalta i successori della Democrazia cristiana (Forza Italia più satelliti), la strage di piazza Fontana deve tornare nel dimenticatoio. Se ne riparlerà fra alcuni anni, quando saranno passati quasi quarant'anni dalla strage. E allora sarà ancora di più e soltanto storia. Riveduta e corretta. Secondo i dettami del revisionismo imperante.

***

Associazione:
"Associazione Familiari vittime della strage di Piazza Fontana"
Presidente: LUIGI PASSERA

10 dic 2010


Introduzione

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani


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La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.

I trenta articoli di cui si compone sanciscono i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali, culturali di ogni persona. Vi si proclama il diritto alla vita, alla libertà e sicurezza individuali, ad un trattamento di uguaglianza dinanzi alla legge, senza discriminazioni di sorta, ad un processo imparziale e pubblico, ad essere ritenuti innocenti fino a prova contraria, alla libertà di movimento, pensiero, coscienza e fede, alla libertà di opinione, di espressione e di associazione. Vi si proclama inoltre che
nessuno può essere fatto schiavo o sottoposto a torture o a trattamento o punizioni crudeli, disumani o degradanti e che nessuno dovrà essere arbitrariamente arrestato, incarcerato o esiliato.
Vi si sancisce anche che tutti hanno diritto ad avere una nazionalità, a contrarre matrimonio, a possedere dei beni. a prendere parte al governo del proprio paese, a lavorare, a ricevere un giusto compenso per il lavoro prestato, a godere del riposo, a fruire di tempo libero e di adeguate condizioni di vita e a ricevere un'istruzione. Si contempla inoltre il diritto di chiunque a costituire un sindacato o ad aderirvi e a richiedere asilo in caso di persecuzione.

Molti paesi hanno compendiato i termini della Dichiarazione entro la propria costituzione. Si tratta di una dichiarazione di principi con un appello rivolto all'individuo singolo e ad ogni organizzazione sociale al fine di promuovere e garantire il rispetto per le libertà e i diritti che vi si definiscono. Gli stati membri delle Nazioni Unite non furono tenuti a ratificarla (la dichiarazione non essendo di per sé vincolante), sebbene l'appartenenza alle Nazioni Unite venga di norma considerata un'accettazione implicita dei principi della Dichiarazione.

Va sottolineato che in base alla Carta delle Nazioni Unite gli stati membri s'impegnano ad intervenire individualmente o congiuntamente, per promuovere il rispetto universale e l'osservanza dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali . Questo è un obbligo di carattere legale. La dichiarazione rappresenta un'indicazione autorevole di che cosa siano i diritti umani e le libertà fondamentali.

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell'uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti dell'uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'eguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni,

ASSEMBLEA GENERALE proclama LA PRESENTE DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Nella foto :un immagine della manifestazione a favore della liberazione del Tibet organizzata dalla Fondazione Berti il 10 Dicembre 2008

8 dic 2010




La Battaglia di Montelungo



Dopo lo sbarco a Salerno del 9 settembre 1943 dei due corpi d’armata, americano e inglese della Vª armata, rispettivamente il VI° e il X°, gli alleati con al comando il generale statunitense Mark W. Clark, avevano sostenuto duri combattimenti contro i tedeschi ed erano riusciti a congiungersi con l’VIIIª armata di Montgomery risalita dalla Calabria dopo lo sbarco a Reggio del 3 settembre. Napoli era stata occupata il 1° ottobre senza trovare opposizione, grazie alla rivolta dei napoletani contro i tedeschi.

I problemi per gli alleati iniziarono quando incapparono nella prima delle linee di resistenza predisposte dai tedeschi. La prima di queste linee partiva dalla riva destra del fiume Volturno, partendo dalla sua foce sul Tirreno e passando di fronte a Caiazzo, Telese, Campobasso per proseguire verso Termoli sulla costa adriatica. Questa linea venne superata dagli americani tra il 12 e il 13 ottobre a Caiazzo, poco sopra Caserta.

La successiva linea di resistenza era la Linea Barbara che, partendo da sud di Vasto sull’Adriatico si ricongiungeva con la Linea Bernhard a Colli al Volturno per distaccarsene a Venafro e continuare a sud del fiume Garigliano, sino a terminare all’altezza di Mondragone sul Tirreno. La linea Bernhard partiva dalla foce del Garigliano, passava per Mignano e proseguiva per Colli al Volturno. Toccava Palena e arrivava all’Adriatico. Qui gli americani, era il 15 novembre 1943, si trovarono a doversi fermare per l’aumento della resistenza tedesca che utilizzava ogni appiglio tattico per effettuare azioni di retroguardia con piccoli reparti. Vennero distrutti parecchi edifici che controllavano le vie di comunicazione per fungere da ostruzioni. Punto di forza della Linea Bernhard, che precedeva di pochi chilometri a sud la Linea Gustav, era la stretta di Monte Lungo, attraverso la quale passava la strada statale n°6 Casilina. Monte Lungo si trova al centro di due importanti rilievi montuosi, i massicci del Camino e del Sammucro.

Il terreno su cui preparava la resistenza agli alleati che avanzavano era stato scelto dal generale tedesco Hube, che aveva il comandato il XIV° Corpo d’Armata prima di essere trasferito sul fronte orientale e venire sostituito dal generale Frido von Senger und Etterlin. Hube riteneva la Linea Bernard più favorevole alla difesa di quanto lo fosse la retrostante Linea Gustav. Nei piani degli alleati lo sfondamento della linea d’inverno germanica (Winter Line), così gli alleati avevano ribattezzato la linea che passava per Monte Lungo, era suddiviso in tre fasi: per prima cosa doveva essere forzato il fronte destro tedesco il cui punto di forza era il massiccio del Camino, poi seguita dalla conquista e sgombero delle posizioni tedesche e infine lo sfondamento definitivo al centro lungo la Casilina.

L’attacco venne sferrato dal X° Corpo Britannico che faceva parte della Vª Armata di Clark. I tentativi furono svolti dalla 46ª e 56ª divisione di fanteria. E si conclusero con notevoli perdite inglesi e la ritirata della 15ª divisione granatieri corazzati tedesca. Preso il monte Camino il generale Clark decise di sfondare la linea con un attacco simultaneo che investisse sia Monte Lungo che il Monte Sammucro con l’occupazione del villaggio di S.Pietro. La conquista di questi obiettivi fu affidata alla 36ª divisione di fanteria americana del generale Walker.

Dello sfondamento al centro del fronte fu incaricato il Primo Raggruppamento Motorizzato Italiano. Questa unità era nata nell’Italia meridionale nella zona di Brindisi il 28 settembre 1943, era formata dal LI° Battaglione Bersaglieri, dall’11° Raggruppamento artiglieria dal V° Battaglione controcarro, da una compagnia mista del Genio e dei Servizi il tutto per un totale di 5300 uomini al comndo del generale Vincenzo Dafino. Verso la fine di ottobre vennero assegnati il 34° Nucleo chirurgico e il 244° ospedale da campo provenienti dalla divisione Legnano. Gli equipaggiamenti e l’armamento erano quelli standard del regio Esercito. Le artiglierie erano costituite dai pezzi da 75/18, 100/22, 105/28. Nel mese di novembre del 1943 il Raggruppamento fu messo a disposizione del II° Corpo della Vª Armata Americana. Il 6 dicembre 1943 il Primo Raggruppamento Motorizzato mosse da Avellino per avvicinarsi alla Winter Line.

Il reparto italiano era alle dipendenze del II° Corpo d’Armata americano del generale Keyes, comprendente anche la 3ª e la 36ª divisione di fanteria USA. Di fronte alla forza italiana si trovava la 23ª divisione Granatieri Corazzati tedesca, un’unità molto esperta che si era già contraddistinta in Sicilia, Calabria e a Salerno. La sera del 7 dicembre l’attacco italiano fu preceduto dalle prime azioni americane sul fronte di S.Pietro e del monte Sammucro. Le truppe italiane all’alba dell’8 dicembre iniziarono una lenta avanzata verso “quota 253”. La nebbia e l’oscurità portarono una certa disorganizzazione dei reparti e ne approfittarono i tedeschi per organizzare la difesa coprendo le vie di approccio con un nutrito fuoco di mitragliatrici. Ma prima che gli italiani potessero consolidarsi sul terreno i tedeschi iniziarono un contrattacco. Frastornati dalla rapidità della manovra tedesca e sfiancati dalla corsa in salita gli italiani cominciarono a ritirarsi. All’attacco parteciparono circa 1600 uomini e le perdite furono di 47 morti, 102 feriti e 151 dispersi. I motivi del fallimento erano dovuti al fatto che Monte Lungo era difeso più pesantemente di quanto non si fosse ipotizzato. Dopo l’insuccesso il morale tra le truppe si era molto abbassato e si registrarono 50 diserzioni nel LI° Battaglione Bersaglieri. Dopo il primo insuccesso venne ideato un secondo attacco. Il 15 dicembre alle ore 17.30 il 142° Reggimento di fanteria americano si mosse. Il 2° Battaglione verso il nord di Monte Lungo mentre il 1° Battaglione si mosse verso il centro di Monte Lungo. Il colle venne occupato alle ore 10.00 del 16.

Quasi contemporaneamente il Primo Raggruppamento Motorizzato scattò all’attacco, alle ore 9.15 del 16, per conquistare “Quota senza indicazione di numero” e la “343”. All’attacco parteciparono il 2° Battaglione fanteria e una compagnia del LI° Bersaglieri. I tedeschi minacciati di accerchiamento da parte degli americani si ritirarono precipitosamente e alle 10.20 le due quote furono occupate dagli italiani. Da parte italiana, nell’ultimo combattimento per Monte Lungo si registrarono 6 morti e 30 feriti. La caduta di Monte Lungo costrinse i tedeschi ad abbandonare la linea difensiva a S. Pietro Infine.

(a cura di Fabio Mosca)


Archivi della Resistenza

7 dic 2010





Incursione aerea su Pearl Harbor... Non è un'esercitazione

7 DICEMBRE 1941: "Incursione aerea su Pearl Harbor... Non è un'esercitazione"
L'incursione giapponese su Pearl Harbor forza l'intervento americano nella Seconda Guerra Mondiale. La situazione diplomatica e militare precedente all'attacco, l'operazione nel suo svolgimento e le conseguenze pratiche dell'azione che avrebbero influenzato i primi mesi della guerra nel Pacifico.
Verso le 8 di mattina del 7 dicembre 1941, una squadriglia di Aereo siluranti e caccia Giapponesi si abbatteva sulle navi Americane ancorate nella rada della base di Pearl Harbor nelle Hawaii. In due successive ondate i Giapponesi furono in grado di affondate e danneggiare più di 14 navi, in pratica a ridurre di molto le forze navali Americane nel Pacifico. Tuttavia la missione aveva mancato il suo obbiettivo primario: Le portaerei.

Come si è giunti all'attacco Giapponese a Pearl Harbor?
La politica di espansionismo Giapponese si dovette ben presto scontrare con gli interessi delle altre potenze che avevano grossi interessi in estremo oriente, come l'Olanda, la Francia, e l'Inghilterra e in particolare modo gli Stati Uniti. La guerra che il Giappone aveva cominciato nel 1937 con la Cina, aveva di fatto provocato, da parte degli Stati Uniti un embargo sulla fornitura di materie prime al Giappone. L'occupazione dell'Indocina nel 1940 d'accordo con il governo collaborazionista di Vichy aveva reso tesi i rapporti tra Giappone e USA. Furono pertanto avviati, nella primavera del 1941, i negoziati per risolvere pacificamente la situazione. Occorre far notare che fino all'ottobre del 1941 il governo Nipponico presieduto dal principe Konoye non voleva la guerra, erano invece i circoli militari, con l'eccezione della Marina Imperiale ad essere ansiosi di dimostrare la loro invincibilità.

Gli americani fedeli alla loro politica "della porta aperta" verso la Cina chiedevano un'immediata ritirata del Giappone dalla Cina e dall'Indocina, I Giapponesi offrivano di ritirare le truppe ma di conservare alcune delle loro ultime conquiste e soprattutto la fine dell'embargo. La situazione che si era venuta a creare da parte americana era di accettare le proposte Giapponesi, e quindi di evitare la guerra, ma lasciare al Giappone il Sud del continente. Non accetarle avrebbe significato guerra, perché il governo Konoye sarebbe stato sostituito da un governo più bellicoso. In questo clima il governo Konoye fu sostituito da un nuovo governo formato da una coalizione di militari presieduti dal generale Tojo (ottobre 1941). Questi decise per la guerra e in pratica i negoziati proseguivano con l'unico scopo di guadagnare tempo.

LE PREVISONI AMERICANE E LA PREPARAZIONE DEL PIANO D'ATTACCO
In caso di attacco a sorpresa Giapponese, gli americani erano dell'opinione che gli obiettivi sarebbero stati le Filippine, l'isola di Guam oppure le Midway. Era giudicato impossibile un attacco Giapponese alla base di Pearl Harbor, ed infatti l'Amm. Kimmel dispose le proprie navi come in tempo di pace e l'unica precauzione presa fu di ammassare gli aerei sulle piste d'atterraggio per prevenire atti di sabotaggio da parte della comunità Giapponese che viveva nell'arcipelago. Tuttavia il servizio segreto americano intercettava diverse trasmissioni Giapponesi che facevano supporre un attacco di sorpresa a Pearl Harbor che però non vennero prese sul serio, come non vennero presi sul serio diversi avvertimenti diramati dal generale Marshall.

L'idea di attaccare la base di Pearl Harbor fu dell'amm. Isoroku Yamamoto. Esaminando le operazioni belliche nel mediterraneo, Yamamoto era rimasto stupito dall'attacco Inglese alla base di Taranto, dove degli aerosiluranti Inglesi era riusciti ad affondate 3 corazzate e 1 nave da Guerra, in un porto dove i fondali erano ritenuti troppo bassi per un attacco condotto da aerosiluranti, e a Pearl Harbor i fondali erano altrettanto bassi. Per Yamamoto era necessario solamente modificate i siluri e addestrare i piloti a lanciarli da una angolazione che gli impedisse di conficcarsi sul fondale. Tuttavia Yamamoto si dovette scontrare con le vecchie idee dei comandanti che avrebbero preferito attirare la flotta americana nelle acque Giapponesi per una battaglia risolutiva, in pratica era la stessa tattica che nel 1905 permise all'Amm. Togo di riportare una schiacciante vittoria sulla Flotta Russa nella battaglia di Tsushima. A loro Yamamoto rispondeva che era necessario mettere subito fuori combattimento la Flotta americana del Pacifico perché in caso contrario gli americani avrebbero comodamente deciso quando iniziare le ostilità contro il Giappone, l'idea era di mettere fuori combattimento in un solo colpo la flotta americana del pacifico. Alla fine le tesi di Yamamoto fecero breccia nell'Amm. Nagumo (Comandante in capo della Marina Militare Giapponese) che diede il via libera.

L'organizzazione del piano venne affidata ai cap. freg. Fuchida e Genda, che presentarono la relazione finale del piano il 13 settembre. Il 5 ottobre Yamamoto lo spiegò agli ufficiali che avrebbero preso parte alla missione sulla portaerei Akagi.

Il piano precedeva l'invio di una flotta cosi composta:

6 Portaerei: (Akagi, Kaga, Soryu, Hyryu, Zuikaku, Shokaku)
2 Navi da Guerra: (Hiei, Kirishima)
1 Incrociatori Leggero: (Abukuma)
1 Incrociatore Pesante: (Tone Chikuma)
9 Cacciatorpediniere: (Urkaze, Kasumi, Akigumo, Kagero, Arare, Hamakaze, Isokaze, Tanikaze, Shiranuhi)
3 Sommergibili: (I-19, I-21. I-23)

Facevano inoltre parte della flotta un gruppo di 26 sommergibili con scopi di esplorazione e sorveglianza che però fallirono completamente il loro compito. In particolare alcuni portavano imbarcati dei piccoli sommergibili da lanciare in prossimità di Pearl Harbor, e per poco non fecero fallire l'intera operazione: uno di questi sommergibili portatili, fu affondato da un cacciatorpediniere americano alcune ore prima dell'attacco. Ma al messaggio di scoperta, non venne data la necessaria importanza.

Sulle portaerei avrebbero trovato posto 389 aerei che avrebbero attaccato Pearl Harbor divisi in due ondate composte da 183 e 167 aerei mentre i rimanenti 39 aerei sarebbero rimasti a guardia della stesse portaerei . La flotta si sarebbe avvicinata seguendo una rotta molto settentrionale per evitare di essere scoperta, giunta nei pressi di Pearl Harbor avrebbe lanciato i suoi aerei guidati da Fuchida che avrebbe deciso quale tattica d'attacco usare in base al grado di sorpresa avuto. L'attacco sarebbe incominciato la domenica mattina del 7 dicembre 1941 La flotta venne riunita in un porto poco frequentato delle Isole Curili (Etorofu) mentre le esercitazioni per gli aerosiluranti e bombardieri si svolgevano nella baia di Kagoshima che ricordava quella di Pearl Harbor.

Infine il 26 novembre la flotta salpò dalle Isole Curili con obbiettivo Pearl Harbor. Occorre ricordare che i Giapponesi avevano alle Hawaii un potente sistema di spionaggio che informava giornarialmente il Quartier generale Giapponese sui movimenti all'interno della base. Il primo dicembre il governo Giapponese decise di respingere l'ultima proposta del governo americano, e aveva approvato l'inizio delle ostilità, pertanto, venne comunicato alla flotta la frase in codice "Scalate il monte Niitaka" (Niitaka Yama Nobore) che confermava l'attacco a Pearl Harbor. La sera del 7 dicembre pervenne all'Amm. Nagumo l'ultimo rapporto sulla situazione a Pearl Harbor, veniva segnalata la presenza di 8 navi da Battaglia, 3 incrociatori, 17 cacciatorpediniere, ma nessuna portaerei, che secondo Yamamoto dovevano essere il principali bersagli da affondare. Le portaerei Americane invece si trovavano rispettivamente a Wake (Enterprise) a Midway (Lexington) e a San Diego (Saratoga).

La mattina successiva la Flotta di Nagumo raggiunse il punto di lancio degli aerei situato a 26° lat. Nord e 158° long. Ovest a una distanza di circa 275 miglia dalla base di Pearl Harbor. Alle 6:45 due soldati americani addetti al controllo Radar informarono il centro informativo di Fort Shafter di avere individuato il segnale di un aereo in avvicinamento, tuttavia l'esercito minimizzò dicendo di non preoccuparsi. Alle 7:02 i segnali Radar iniziarono con maggior intensità e ne informarono nuovamente il centro informazioni, l'ufficiale di guardia Tyler informo i due soldati che si trattava di una formazione aerea di Boeing B-17 in arrivo dal continente, che si stavano effettivamente avvicinando a Pearl Harbor ma da Nord-Est mentre i segnali captati dal Radar provenivano da Nord-Ovest: si trattava della prima ondata d'attacco Giapponese decollata alle 06:00 dalle piste delle Portaerei, i 183 aerei erano cosi suddivisi:

40 Aerosiluranti NAKAJIMA B5N "KATE"
49 Bombardieri NAKAJIMA B5N "KATE"
51 Bombardieri in picchiata AICHI D3A "VAL"
43 Caccia MITSUBISHI A6M "ZERO"

La squadriglia era personalmente guidata dal cap. freg. Fuchida che, come abbiamo già detto, doveva manovrare l'attacco.

Alle 7:53 Fuchida diramò alle portaerei il segnale "TORA-TORA-TORA" (Tigre) che significava il massimo grado di sorpresa. I giapponesi concentrarono il fuoco sugli obbiettivi già prefissati: Le navi da battaglia ancorate nella rada di Pearl Harbor, gli aeroporti Hickam, Wheeler, Kanehohe e Ewa. Le prime bombe caddero alle ore 7:55, tra la sorpresa generale dei militari, e dovettero passare alcuni minuti prima che si rendessero conto di essere sotto accatto nemico e di rispondere efficacemente, alle 7:58 venne diramato verso Washington la notizia dell'incursione aerea (Incursione aerea su Pearl Harbor... Non è un'esercitazione). Mentre i Bombardieri "Val" e "KATE" si occupavano delle Navi ancorate, i caccia "ZERO" colpivano gli aerei che erano stati ammassati sulle piste degli aeroporti. Frattanto le batterie di contraerea iniziavano a sviluppare un'adeguato volume di fuoco. Alle 8:12 comparvero nel cielo le fortezze volanti Boeing B-17 che furono costrette ad un atterraggio sotto il fuoco indiscriminato dei Giapponesi, analoga sorte toccò a 18 aerei della Portaerei Enterprise che rientravano dopo un volo di trasferimento. Verso le 8:30 la prima ondata aveva terminato i suoi compiti e si diresse verso le portaerei, da dove si stava alzando in volo la seconda ondata formata da 167 veicoli cosi divisi:

54 Bombardieri "KATE"
78 Bombardieri in picchiata "VAL"
35 Caccia "ZERO"

Comandava la squadriglia il cap. corv. Shimazaki.

L'accoglienza dalle batterie di contraerea americana procurarono notevoli perdite agli aerei Giapponesi della seconda ondata. La seconda incursione abbandonò il campo alle 9:55 esattamente due ore dopo l'inizio del bombardamento, rientrati tutti gli aerei sulle portaerei la flotta ripartì verso il Giappone alle ore 13:00.

Mentre a Pearl Harbor infuriava il bombardamento, a Washington l'ambasciatore Nomura stava compilando il documento spedito da Tokio dove il governo giapponese lamentava la politica americana e inglese verso il popolo giapponese. Il documento doveva essere consegnato alle ore 13:00 di Washington ovvero pochi minuti prima dell'inizio del bombardamento a Pearl Harbor, ma dato l'esiguo numero di funzionari all'ambasciata il documento venne consegnato verso le ore 14:20 quando Pearl Harbor era già da un'ora sotto attacco.

IL BILANCIO
Il Bilancio da parte americana dell'incursione aerea fu di 18 navi colpite cosi divise:

8 Corazzate: (Arizona, Oklahoma, West Virginia, California, Nevada, Pennsylvania, Tenesse, Maryland)
3 Incrociatori leggeri: (Raleigh, Helena, Honolulu)
3 Cacciatorpediniere: (Shaw, Cassin, Downes)
1 Nave Appoggio: (Curtiss)
1 Nave Officina: (Vestal)
1 Nave Bersaglio: (Utah)

Su 349 aerei parcheggiati sulle piste degli aeroporti 189 furono distrutti e 159 danneggiati.
Andarono persi anche un Boeing B-17 e 5 caccia. Tra i militari vi furono 2.335 morti e 1.143 feriti.

I giapponesi registrarono invece l'abbattimento di 29 aerei cosi suddivisi:

15 Bombardieri "VAL"
5Aerosiluranti "KATE"
9Caccia "ZERO"

CONCLUSIONI
Il principale effetto che ebbe l'attacco a Pearl Harbor, fu l'entrata in guerra degli stati Uniti a fianco degli alleati, Se prima, il popolo americano era dell'opinione di non intervenire in guerra contro i paesi dell'asse, ora era pervaso da un'ondata di odio e una feroce volontà di vittoria per vendicare il "giorno dell'infamia" come il presidente Roosvelt aveva soprannominato quel 7 dicembre 1941. Il giorno successivo Roosvelt dichiarò guerra al Giappone.

Il Giappone inaugurava con successo l'inizio delle ostilità contro gli USA, l'attacco aveva messo fuori combattimento le corazzate americane, ma aveva mancato le portaerei, che sarebbero state decisive per gli americani nella Battaglia del Mar dei Coralli e soprattutto di Midway.

FONTI: Storia generale della guerra in Asia e nel Pacifico (1937-1945) - Alberto Santoni.
I Grandi Fatti - AA.VV.
Storia della Seconda Guerra Mondiale - AA.VV.

F.Diana



LA FONDAZIONE “BERTI” RICORDA SANTA BARBARA

Cerimonia al Campo degli Eroi di Casciana Terme. Messaggio dell’ammiraglio Pierluigi Rosati, Comandante l’Accademia Navale


CASCIANA TERME - Anche la Fondazione “Berti”, come ogni anno,ha voluto ricordare a Casciana Terme la festività di Santa Barbara. In particolare,dopo la deposizione della tradizionale corona di fiori ai piedi del monumento dedicato agli “Uomini dei mezzi d’assalto” (Teseo Tesei, l’ideatore,Guastavo Stefanini ed Elios Toschi), è stato letto il messaggio dell’Ammiraglio Comandante l’Accademia Navale, Pier Luigi Rosati:” “I monumenti siti nel “Campo degli Eroi”,nel silenzio e nella splendida ed intensa cornice del luogo – scrive – ricordano uomini che hanno affrontato le varie difficoltà sempre a testa alta e con la massima trasparenza ed onestà,pronti a donare la propria vita per i loro ideali trasmettendo quindi un messaggio simile a quello di Santa Barbara”.

“Mi permetto di esprimere questa vicinanza fra entità solo storicamente e socialmente diverse,ma assolutamente permeate dalla medesima concretezza spirituale. Ho vissuto momenti intensi fra voi – conclude – provando emozioni forti e simili a quelle che percepisco tutti gli anni nel giorno della celebrazione della Patrona”.

Nel corso della cerimonia,inoltre, sono state ricordate le parole che, su Il Telegrafo del 4 dicembre 1977,pochi mesi dopo la tragedia del Monte Serra, scrisse il prof. Giuseppe Bruni, per mezzo secolo docente d’inglese in Accademia: “E’ nei giorni di festa che si sente struggente, quasi disumana,la mancanza di chi vorremmo ci stesse vicino. Santa Barbara, giorno di festa in Accademia: ci mancano i trentotto compagni, con i quali avevamo cominciato a vivere insieme. Ci sono mancati giorno per giorno: anche un vuoto fisico quello lasciato da loro. Per riempirlo,ci siamo dovuti stringere,accostarci più vicino, gli uni agli altri e la vicinanza ci ha reso più forti”.

GIAN UGO BERTI

(riproduzione vietata)

2 dic 2010


In ricordo di Nilde Iotti.

Il padre - un sindacalista socialista che faceva il deviatore alle Ferrovie e che, durante la dittatura, era stato perseguitato dai fascisti - aveva voluto che la figlia Leonilde - per tutti Nilde - studiasse. La ragazza si era così laureata (in Lettere e Filosofia, all'Università Cattolica di Milano) e, per alcuni anni, aveva insegnato all'Istituto tecnico industriale di Reggio Emilia. Dopo l'8 settembre 1943, per Nilde Iotti l'impegno che l'avrebbe accompagnata tutta la vita: la giovane insegnante era, infatti, entrata nelle file della Resistenza ed era diventata l'organizzatrice dei "Gruppi di difesa della donna" che, anche nella provincia di Reggio, hanno dato un grande contributo alla lotta contro i nazifascisti. Dopo la Liberazione, la Iotti è segretaria dell'UDI a Reggio e il 2 giugno 1946 è eletta all'Assemblea costituente, come indipendente nelle liste del PCI. Si iscrive poi al partito, entra nei suoi organismi dirigenti nazionali e, nel 1948, è eletta per la prima volta alla Camera dei deputati. È riconfermata per le successive legislature e il 29 giugno 1979 è eletta (al primo scrutinio e prima donna nella storia parlamentare italiana), Presidente della Camera. Per tredici anni Nilde Iotti ha ricoperto con grande prestigio quell'incarico, sino a che, il 18 novembre 1999, già gravemente malata, si era dimessa tra l'applauso unanime e ammirato dell'intero schieramento parlamentare. Sin dalla Resistenza, la Iotti è stata protagonista delle battaglie in difesa delle donne. Nel 1955 era stata la prima firmataria di una proposta di legge per istituire una pensione e un'assicurazione per le casalinghe. Nel 1974 aveva partecipato attivamente alla battaglia referendaria in difesa del divorzio. L'anno dopo promosse la legge sul diritto di famiglia. Nel 1978 contribuì a far approvare la legge sull'aborto. E così sino a che la malattia non la costrinse a dimettersi. Al nome di Nilde Iotti - che per diciotto anni fu la compagna di Palmiro Togliatti - sono intitolati, in molte parti d'Italia asili, organizzazioni giovanili, sedi dei Democratici di sinistra. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione della giornata commemorativa organizzata dal Comune di San Quirico d'Orcia (Siena) per ricordare Nilde Iotti ha inviato, il 28 marzo 2009, questo messaggio al Sindaco Marileno Franci: "Nilde Iotti, con la quale ho condiviso una lunga attività parlamentare e intrattenuto un rapporto di feconda amicizia, ha rappresentato un esempio altissimo di rigore morale, di forte passione civile, di intelligente e totale impegno al servizio delle istituzioni del paese. Nella sua vicenda umana e politica si riflette la storia stessa dell'Italia repubblicana, che ella ha accompagnato nel cammino di ricostruzione e di sviluppo dai banchi dell'Assemblea costituente e poi della Camera dei Deputati, di cui per lungo tempo fu presidente unanimemente apprezzata, garanzia di libero confronto per tutti i gruppi politici. La lezione politica di Nilde Iotti, anche nella costante affermazione del principio costituzionale dell'uguaglianza della donna nella società, nel lavoro e nelle professioni, mantiene oggi intatta tutta la sua forza e attualità, e la manifestazione di oggi costituisce un giusto riconoscimento ad una eredità che è patrimonio dell'intero paese".
ANPI

30 nov 2010


In occasione della festa della Toscana

(Trascrizione del Proemio e dell’articolo LI Abolizione della pena di morte
della Legge di riforma criminale del 30 novembre 1786, n. LIX.)
_______________________________________________________________________________
PIETRO LEOPOLDO
PER GRAZIA DI DIO
PRINCIPE REALE D’UNGHERIA E DI BOEMIA
ARCIDUCA D’AUSTRIA
GRANDUCA DI TOSCANA

Fino dal Nostro avvenimento al Trono di Toscana riguardammo come uno dei Nostri principali doveri l’esame, e riforma della Legislazione Criminale, ed avendola ben presto riconosciuta troppo severa, e derivata da massime stabilite nei tempi meno felici dell’Impero Romano, o nelle turbolenze dell’Anarchia dei bassi tempi, e specialmente non adattata al dolce, e mansueto carattere della Nazione, procurammo provvisionalmente temperarne il rigore con Istruzioni, ed Ordini ai Nostri Tribunali, e con particolari Editti, con i quali vennero abolite le pene di Morte, la Tortura, e le pene immoderate, e non proporzionate alle trasgressioni, ed alle contravvenzioni alle Leggi Fiscali, finché non ci fossimo posti in grado mediante un serio, e maturo esame, e col soccorso dell’esperimento di tali nuove disposizioni di riformare intieramente la detta Legislazione.

Con la più grande soddisfazione del Nostro paterno cuore Abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene congiunta con la più esatta vigilanza per prevenire le reazioni, e mediante la celere spedizione dei Processi, e la prontezza, e sicurezza della pena dei veri Delinquenti, invece di accrescere il numero dei Delitti ha considerabilmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci, e quindi Siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della Legislazione Criminale, con la quale abolita per massima costante la pena di Morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla Società nella punizione dei Rei, eliminato affatto l’uso della Tortura, la Confiscazione dei beni dei Delinquenti, come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità nel delitto, e sbandita dalla Legislazione la moltiplicazione dei delitti impropriamente detti di Lesa Maestà con raffinamento di crudeltà inventati in tempi perversi, e fissando le pene proporzionate ai Delitti, ma inevitabili nei respettivi casi, ci Siamo determinati a ordinare con la pienezza della Nostra Suprema Autorità quanto appresso.

(…omissis…)

LI. Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti anco non gravi, ed avendo considerato che l’oggetto della Pena deve essere la soddisfazione al privato, ed al pubblico danno, la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza nei Rei dei più gravi ed atroci Delitti che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il Pubblico esempio, che il Governo nella punizione dei Delitti, e nel servire agli oggetti, ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al Reo; che tale efficacia, e moderazione insieme si ottiene più che con la Pena di Morte, con la Pena dei Lavori Pubblici, i quali servono di un esempio continuato, e non di un momentaneo terrore, che spesso degenera in compassione, e tolgono la possibilità di commettere nuovi Delitti, e non la possibile speranza di veder tornare alla Società un Cittadino utile, e corretto; avendo altresì considerato, che una ben diversa Legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo, e specialmente nel popolo Toscano, Siamo venuti nella determinazione di abolire come Abbiamo abolito con la presente Legge per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo, sia presente, sia contumace, ed ancorché confesso, e convinto di qualsivoglia Delitto dichiarato Capitale dalle Leggi fin qui promulgate, le quali tutte Vogliamo in questa parte cessate, ed abolite.

(…omissis…)

Tale è la Nostra volontà, alla quale Comandiamo che sia data piena Esecuzione in tutto il nostro Gran-Ducato, non ostante qualunque Legge, Statuto, Ordine, o Consuetudine in contrario.

Dato in Pisa li 30. Novembre 1786.

PIETRO LEOPOLDO.
V. ALBERTI.
CARLO BONSI.
__________________________________________________________________
In Firenze l’Anno 1786. Per Gaetano Cambiagi Stampator Granducale.

25 nov 2010


La canzone di Fabrizio De Andrè sulla strage di Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent'anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent'anni
figlio d'un temporale

c'è un dollaro d'argento sul fondo del Sand Creek.

I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte
e quella musica distante diventò sempre più forte
chiusi gli occhi per tre volte
mi ritrovai ancora lì
chiesi a mio nonno è solo un sogno
mio nonno disse sì

a volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek


Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
il lampo in un orecchio nell'altro il paradiso
le lacrime più piccole
le lacrime più grosse
quando l'albero della neve
fiorì di stelle rosse

ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek

Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte
c'erano solo cani e fumo e tende capovolte
tirai una freccia in cielo
per farlo respirare
tirai una freccia al vento
per farlo sanguinare

la terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent'anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent'anni
figlio d'un temporale

ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek

Fabrizio De André - Massimo Bubola

I Popoli non dimenticano! > 1864: la strage di Sand Creek


Il fatto

Nell'ottobre del 2000 il Congresso degli Usa chiede scusa agli Indiani per la strage del Sand Creek del 29 novembre 1864, quando un gruppo armato di truppe irregolari del Colorado massacrò un tranquillo accampamento Cheyenne a Sand Creek, infliggendo gravissime mutilazioni sessuali su uomini, donne e bambini.



Il fatto

John M. Chivington (1821-1894)

Il campo Cheyenne che si trovava in un'ansa a ferro di cavallo del Sand Creek a nord del letto di un altro torrente quasi secco. Vi erano quasi seicento indiani nell'ansa del torrente, due terzi dei quali donne e bambini. I capi dei Cheyenne erano Pentola Nera, Antilope Bianca, Copricapo di Guerra. Poco distante vi era il campo Arapaho di Mano Sinistra.

All'alba del 29 novembre 1864, il colonnello Chivington fece circondare l'accampamento, nonostante gli accordi presi e anche se nel mezzo del villaggio sventolava la bandiera americana, comandò l'attacco contro una popolazione inerme che quasi niente fece per reagire. Gli episodi sconvolgenti - come venne testimoniato dagli stessi indiani e da molti altri bianchi che parteciparono al massacro - non si contarono. Gli uomini vennero scalpati e orrendamente mutilati, i bambini usati per un macabro tiro al bersaglio, le donne oltraggiate, mutilate e scalpate.



Scuse del Congresso Usa agli indiani
Strage di Sand Creek condannata dopo 136 anni
Le "giacche blu" attaccarono un accampamento massacrando senza pietà 150 Cheyenne e Arapaho, soprattutto donne e bambini
Washington. Uno degli episodi più brutali della storia del West, il massacro di 150 indiani sulla sponda del Sand Creek, ha fatto scattare con 136 anni di ritardo le scuse del Congresso. Sul luogo della strage, avvenuta il 29 novembre 1864 lungo un torrente del Colorado, sarà posta una lapide per ricordare i Cheyenne e Arapaho, in gran parte donne e bambini, massacrati da un migliaio di "giacche blu" del colonnello John Chivington.

Come rievoca una sequenza memorabile del film di Arthur Penn "Piccolo grande uomo", (ndr, in realtà il film è "Soldato Blu" di Ralph Nelson - segnalazione di Licia Oddino) i soldati circondarono all'alba un accampamento pellerossa aprendo improvvisamente il fuoco. Quando il capo Pentola Nera sentì fischiare i primi proiettili alzò una bandiera americana e un vessillo bianco per segnalare agli aggressori che gli indiani non intendevano difendersi. Ma questo concentrò solo un volume ancora maggiore di fuoco sul capo pellerossa.

Il Congresso ha approvato una legge per trasformare in un sito storico il luogo del massacro, 250 km a sud-est di Denver. La legge era stata presentata da Ben Cavallo Notturno Campbell, l'unico senatore pellerossa della storia Usa, discendente delle vittime del massacro.

Nel 1865, le testimonianze della strage portarono il Congresso ad aprire una inchiesta. Ma i colpevoli non furono mai puniti, la strage non venne mai ufficialmente condannata. L'episodio innescò dodici anni di Guerre Indiane sfociate poi nella uccisione di George Custer a Little Big Horn.


George Custer
Una città situata vicino al luogo della carneficina sul Sand Creek reca ancora oggi il nome del colonnello Chivington. Non vi è invece alcuna menzione delle vittime del massacro.

La carneficina ispirò anni fa anche una canzone di Fabrizio De Andrè

La legge del Congresso, conferendo valore storico al sito, consentirà agli indiani di proteggere la sacralità dell'area. I pellerossa chiedono da tempo al Congresso di riconoscere con memoriali anche il loro ruolo nella storia della regione: gran parte dei monumenti esistenti nel West onorano solo i pionieri bianchi e i soldati.

Le scuse formulate dal Congresso americano ai pellerossa Cheyenne e Arapaho hanno illustri precedenti. Fu la Regina Elisabetta, vestita con un manto di piume, a chiedere scusa ai Maori per l'invasione della Nuova Zelanda avvenuta nel 1863. Le «incondizionate scuse» per le pene inferte alla popolazione locale furono pronunciate solo nel 1995, ma aprirono la strada alla legge per un indennizzo in denaro e la restituzione di 38 mila acri di terra.

Dopo un iter travagliato e diverse brusche battute d'arresto, anche il Parlamento australiano arrivò nel 1999 a esprimere «profondo e sincero rammarico» per «le sofferenze e i traumi» causate alla popolazione indigena.

Nell'aprile scorso, per la festa dei 500 anni dell'arrivo in Brasile dei portoghesi, la Chiesa cattolica, nella persona del cardinal Sodano, chiese perdono per gli abusi commessi in mezzo millennio di evangelizzazione del paese.

66°Anniversario

IN RICORDO DEL RASTRELLAMENTO DEL 29 NOVEMBRE 1944



Un ricordo dell'ANPI SARZANA

L’ obiettivo primario del rastrellamento era quello di distruggere le due Brigate Garibaldi operanti sul territorio, la “Ugo Muccini” e la “Gino Menconi”, e la “II Carrara” di ispirazione azionista.

Un rastrellamento, quindi, certamente studiato da tempo e, probabilmente, favorito dalla situazione in cui si trovavano in quel momento le formazioni partigiane, che dal 13 novembre 1944 erano state formalmente invitate a sospendere l’ attività dal generale Alexander.

Un’ azione che, in realtà, si protrasse ben oltre quella singola giornata, concludendosi a Massa circa una settimana dopo e per la quale furono impiegati migliaia di soldati della Wehrmacht (sempre condotti dalle Brigate Nere locali).



All’ alba del 29 novembre 1944, nella Lunigiana interna, alcune staffette avvistarono un numero insolito di soldati nemici che si apprestavano a risalire le colline fosdinovesi, lungo la direttrice della “Spolverina” (la statale che collega l’ Alta Lunigiana con Carrara e Massa). Intanto, nella bassa Val di Magra, i tedeschi stavano formando un cordone di lunghezza inimmaginabile, che lungo la Via Aurelia si dispiegava da Santo Stefano Magra (SP) fino ai confini con Carrara: l’ accerchiamento era compiuto.



Dopo aver combattuto l'intera giornata i comandanti dei Distaccamenti della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini” si ritrovarono, nella notte, a Giucano (Fosdinovo) e decisoro per lo “sganciamento” a piccoli gruppi, poiché in tal modo sarebbe stato più facile sottrarsi all’ accanimento nemico.

«Se si fosse trattato di un normale attacco, avremmo reagito diversamente», dice Paolino Ranieri “Andrea”, Commissario Politico di Brigata, «ma così non c’ erano vie di scampo. Allora abbiamo deciso che io e il Vice Comandante “Walter”, Flavio Bertone, ci saremmo fermati sul posto con pochi uomini, mentre il Comandante “Federico”, Piero Galantini, avrebbe guidato i distaccamenti verso l’ unica direzione possibile».



Sotto i fitti bombardamenti tedeschi, provenienti dai fortini militari di Punta Bianca e Bocca di Magra, quasi tutta la Brigata si riversò nella Val d’ Isolone, soprattutto nel paese
di Gignago, territorio che in quel momento era controllato capillarmente dall’ «Ubaldo Cheirasco» di “Orti”. «Gignago - racconta quest’ ultimo - fino al 29 novembre era
considerato una fortezza inespugnabile. Avevamo diffuso la voce che il territorio circostante fosse minato, mentre facevamo esplodere dei semplici petardi».



Le speranze di salvezza erano sostanzialmente due: trovare un rifugio che garantisse sicurezza per diversi giorni; sfuggire all’ accerchiamento incamminandosi verso la Li-
nea Gotica, lungo la quale da diversi mesi si era attestato il fronte di avanzamento degli eserciti alleati.


La prima scelta fu praticata soprattutto dai civili, alcuni sfruttando delle vere e proprie “tane” preparate da tempo in previsione di un attacco del genere, altri inventandosi qualcosa lì per lì.

C’ è chi ha passato giornate intere dentro una botte sotterrata mentre la moglie, facendo finta di tagliare dell’ erba, gli portava informazioni sui movimenti del nemico. Altri avevano scavato dei fossati attorno alla propria casa, lunghi abbastanza per accogliere decine di persone. Rifugi preparati da tempo, per una vita nella clandestinità, «che era terribile» dice Nella Marchini, che passò quella notte a cuocere frittelle per i partigiani che passavano dalla sua casa, «ma dalla quale, senza l’ aiuto delle spie, non avrebbero tirato fuori nessuno».



La Brigata Garibaldi “Gino Menconi”, che era di Carrara, aveva a disposizione le cave di marmo delle Alpi Apuane, un territorio che se durante l’ anno costituiva un problema per gli approvvigionamenti («qui c’ era solo marmo e il marmo non si mangia mica!», dice Anna Maria Vignolini, staffetta, in un’ intervista conservata presso il Museo Multimediale della Resistenza di Fosdinovo (MS) ), in frangenti come questo garantiva l’ impenetrabilità di fronte a qualsiasi tipo di attacco.


Tanto che Ernesto Carpini, “Lo Spezzino”, decise di fermarsi da solo con la sua MG 42 nei pressi di Codena, ad aspettare l’ arrivo dei tedeschi. Tenne la postazione per ore,
consentendo ai compagni che poco prima erano con lui di incamminarsi verso le cave. Poi, come forse anche lui si aspettava quando prese quella decisione, fu sopraffatto ed ucciso dai nemici.



Ad avviarsi verso i “territori liberati” fu, invece, il grosso della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini”, che era di Sarzana e se prima del rastrellamento contava quasi mille uomini dopo dovette ripartire da poche decine. Turiddo Tusini, “Volga”, ricorda le guide ad aspettarli ad Antona, l’ attraversamento del passo dell’ Altissimo con la neve e il terreno minato, i mortai tedeschi che li bersagliavano. «Giunti fuori dal loro tiro, trovammo dei soldati neri americani che, dopo averci frugato, ci caricarono su un carro bestiame, diretti nei centri di raccolta profughi».


Bruno Brizzi, “Nino”, il 29 novembre non era sul territorio, tornò il 2 dicembre per trovare la sua gente allo sbando, ma anche per continuare le sue azioni notturne in compagnia dell’ amico “Carlin”, Nello Masetti.

«Ci vestivamo da tedeschi, con vestiti presi ai nemici catturati, poi andavamo a fare puntate fin sull’ Aurelia. Eravamo in giro così ogni notte. Roba da farsi ammazzare!».



Intanto, tra i civili, si stava consumando l’ altro aspetto, l’ altra tragedia del rastrellamento: i catturati, dopo essere stati radunati, venivano scelti in base all’ età e alle condizioni di salute; per chi superava questa prima selezione, c’ era l’ ex colonia “Italo Balbo” di Marinella (SP) trasformata per l’ occasione in centro di permanenza temporaneo; da lì, se non si veniva giudicati fin troppo giovani da un tedesco o da una Brigata Nera (ma era un rischio remoto, dato che i quindicenni erano già arruolati), si ripartiva alla volta di Genova dove, una volta caricati su carri bestiame, si veniva spediti in Germania, a Turkheim, nei pressi di Monaco e di Dachau, per diventare la nuova forza lavoro del Terzo Reich.

Guglielmo Pucci all’ epoca aveva sedici anni, era di Massa e aveva dovuto sfollare nella Val d’ Isolone. Ricorda ancora quando, nella piazza centrale di Castelnuovo Magra, durante la prima selezione lo separarono da suo padre, e ricorda i vani tentativi di sua madre per convincere le guardie della “Italo Balbo” a rilasciarlo, perché troppo giovane. Avrebbe fatto ritorno a casa soltanto nel giugno del ‘ 45.



Il 29 novembre 1944 segnò una svolta per la Resistenza apuana e lunigianese.

Ripresasi dal trauma, durante l’ inverno la “Muccini” cominciò a ricostituirsi «riallacciando i rapporti con la popolazione, recuperando chi era andato a nascondersi e trovando nuove leve per sostituire chi aveva superato il fronte», spiega Paolo Ambrosini, “Gurj”, uno dei pochi a fermarsi, «il tutto sotto la guida del nostro nuovo Comandante “Walter”».

«Sembrava che tutto fosse finito, invece poi scoprimmo che non tutto era finito», fa ancora in tempo a dire “Volga” prima che Wanda Bianchi, “Sonia” il suo nome da staffetta, chiuda così: «Mio padre mi diceva che non dovevo perdermi d’ animo - vedrai che ce la facciamo - continuava a ripetermi. Io, per la verità, dopo il rastrellamento mi ero un po’ persa. Il giorno dopo, però, quando sono tornata ai monti ho visto che qualcuno c’ era ancora, e che stavano cercando di riorganizzarsi.


Allora ho pensato che forse aveva ragione lui. Certo, la lotta dopo è diventata più dura, i rastrellamenti erano sempre più frequenti e le Brigate Nere, chi prendevano, li massacravano sempre di più. Però, alla fine, ce l’ abbiamo fatta».

dal sito Viceversa

16 nov 2010


Discorso di Sandro Pertini ai terremotati d'Irpinia(1980)
Lucida previsione sulle inefficienze della protezione civile

Il presidente Sandro Pertini in visita ai paesi colpiti del terremoto dell'80. ''Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi'.


ROMA- Il terremoto che il 23 novembre 1980 colpi' l'Irpinia e la Basilicata, costitui' un punto di svolta nell'organizzazione di un sistema di protezione civile in Italia. Fu la "requisitoria" dell'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini - che parlo'in tv dopo aver verificato di persona, tra le macerie, l'inefficienza dello Stato nell'organizzazione dei soccorsi - che segno' un'inversione di tendenza e determino' in pochi mesi l'elaborazione di un sistema di cooperazione tra Stato, Regioni ed enti locali sul quale si fonda oggi la struttura della Protezione Civile nazionale. Questo il testo integrale del discorso che Pertini fece agli italiani, in televisione, a reti unificate, il 27 novembre 1980, dopo essere stato il giorno prima nelle aree colpite dal sisma. "Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione poi dei sopravvissuti vivrà nel mio animo. Sono arrivato in quei paesi subito dopo la notizia che mi è giunta a Roma della catastrofe, sono partito ieri sera. Ebbene, a distanza di 48 ore, non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari. E' vero, io sono stato avvicinato dagli abitanti delle zone terremotate che mi hanno manifestato la loro disperazione e il loro dolore, ma anche la loro rabbia. Non è vero, come ha scritto qualcuno che si sono scagliati contro di me, anzi, io sono stato circondato da affetto e comprensione umana. Ma questo non conta. Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi. E i superstiti presi di rabbia mi dicevano: 'ma noi non abbiamo gli attrezzi necessari per poter salvare questi nostri congiunti, liberarli dalle macerie'. Io ricordo anche questa scena: una bambina mi si è avvicinata disperata, mi si e' gettata al collo e mi ha detto piangendo che aveva perduto sua madre, suo padre e i suoi fratelli. Una donna disperata e piangente che mi ha detto 'ho perduto mio marito e i miei figli'. E i superstiti che li' vagavano fra queste rovine, impotenti a recare aiuto a coloro che sotto le rovine ancora vi erano. Ebbene, io allora, in quel momento, mi sono chiesto come mi chiedo adesso, questo.

Nel 1970 in Parlamento furono votate leggi riguardanti le calamità naturali. Vengo a sapere adesso che non sono stati attuati i regolamenti di esecuzione di queste leggi. E mi chiedo: se questi centri di soccorso immediati sono stati istituiti, perché non hanno funzionato? Perché a distanza di 48 ore non si è fatta sentire la loro presenza in queste zone devastate? Non bastano adesso… Vi è anche questo episodio che devo ricordare, che mette in evidenza la mancanza di aiuti immediati. Cittadini superstiti di un paese dell'Irpinia mi hanno avvicinato e mi hanno detto: 'Vede, i soldati ed i carabinieri che si stanno prodigando in un modo ammirevole e commovente per aiutarci, oggi ci hanno dato la loro razione di viveri perché noi non abbiamo di che mangiare'. Non erano arrivate a quelle popolazioni razioni di viveri. Quindi questi centri di soccorso immediato, se sono stati fatti, ripeto, non hanno funzionato. Vi sono state delle mancanze gravi, non vi è dubbio, e quindi chi ha mancato deve essere colpito, come è stato colpito il prefetto di Avellino, che è stato rimosso giustamente dalla sua carica. Adesso non si può pensare soltanto ad inviare tende in quelle zone. Sta piovendo, si avvicina l'inverno, e con l'inverno il freddo. E quindi è assurdo pensare di ricoverarli, pensare di far passare l'inverno ai superstiti sotto queste tende. Bisogna pensare a ricoverarli in alloggi questi superstiti. E poi bisogna pensare a una casa per loro. Su questo punto io voglio soffermarmi, sia pure brevemente. Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice. Io ricordo che sono andato in visita in Sicilia. Ed a Palermo venne il parroco di Santa Ninfa con i suoi concittadini a lamentare questo: che a distanza di 13 anni nel Belice non sono state ancora costruite le case promesse. I terremotati vivono ancora in baracche: eppure allora fu stanziato il denaro necessario. Le somme necessarie furono stanziate. Mi chiedo: dove è andato a finire questo denaro ? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere in carcere? Perché l'infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui. Quindi, non si ripeta, per carità, quanto è avvenuto nel Belice, perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un'offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani, della nazione intera e della mia prima di tutto.

Quindi si provveda seriamente, si veda di dare a costoro al più presto, a tutte le famiglie, una casa. Io ho assistito anche a questo spettacolo. Degli emigranti che erano arrivati dalla Germania e dalla Svizzera e con i loro risparmi si erano costruiti una casa, li ho visti piangere dinanzi alle rovine di queste loro case. Ed allora: non vi è bisogno di nuove leggi, la legge esiste. Ecco perché io ho rinunciato ad inviare, come era mio proposito in un primo momento, un messaggio al parlamento. Si applichi questa legge e si dia vita a questi regolamenti di esecuzione, e si cerchi subito di portare soccorsi ai superstiti e di ricoverarli non in tende ma in alloggi dove possano passare l'inverno e attendere che sia risolta la loro situazione. Perché un appello voglio rivolgere a voi, italiane e italiani, senza retorica, un appello che sorge dal mio cuore, di un uomo che ha assistito a tante tragedie, a degli spettacoli, che mai dimenticherò, di dolore e di disperazione in quei paesi. A tutte le italiane e gli italiani: qui non c'entra la politica, qui c'entra la solidarietà umana, tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi".

6 nov 2010



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Guy Fawkes: A Biography
by David Herber


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Born: 13 April 1570, Stonegate, Yorkshire
Died: 31 January 1606, Old Palace Yard, Westminster

Guy Fawkes was the only son of Edward Fawkes of York and his wife Edith Blake. Prior to Fawkes's birth, Edith had given birth to a daughter Anne on 3 October 1568, but the infant lived a mere seven weeks, being buried on 14 November of the same year. Two sisters followed Guy, another Anne (who later married Henry Kilburns in Scotton in 1599) on 12 October 1572, and Elizabeth (who later married William Dickenson, also in Scotton, in 1594) on 27 May 1575.

Edward Fawkes, who was descended from the Fawkes family of Farnley, was a notary or proctor of the ecclesiastical courts and advocate of the consistory court of the Archbishop of York. On his mother's side, he was descended from the Harrington family who were eminent merchants and Aldermen of York.

Fawkes became a pupil of the Free School of St. Peters located in "Le Horse Fayre", which was founded by Royal Charter of Philip and Mary in 1557. He counted there amongst his schoolfellows, John and Christopher Wright, Thomas Morton (afterwards Bishop of Durham), Sir Thomas Cheke and Oswald Tesimond. His time there was under the tutelage of a John Pulleyn, kinsman to the Pulleyns of Scotton and a suspected Catholic who some believe may have had an early effect on the impressionable Fawkes.

On 17 January 1578, Edward Fawkes was buried at St. Michael-le-Belfry. Edith spent nine years as a sedate and respectable widow before moving to Scotton between 18 April 1587 and 2 February 1588-89. There she married Dionysius (or Dennis) Bainbridge, son of Philip Bainbridge of Wheatley Hall and Frances Vavasour of Weston (who had previously allied herself to the Fawkes family through her first marriage to Antony Fawkes of York who died in 1551). Dionysius was described by a contemporary as "more ornamental than useful", and both he and Edith appeared to have made use of Guy's meagre inheritance while it was still in their powers to do so.

It is possible that Fawkes married, for the International Genealogy Index (IGI) compiled by the Church of Jesus Christ of Latter-day Saints records a marriage between Guy Fawkes and Maria Pulleyn in 1590 in Scotton, and it also records the birth of a son Thomas to Guy Fawkes and Maria on 6 February 1591. However, these entries appear to be taken from a secondary source and not from actual parish register entries, and so they cannot be clarified further.

Fawkes came of age in 1591 and proceeded to dispose of parts of his inheritance. The first documentary proof of this is through an indenture of lease dated 14 October, 33 Eliz.

A transaction is recorded between "Guye Faux of Scotton in the Co. of Yorke, gentilman, and Christopher Lomley of Yorke, tailor", to whom Fawkes leased for twenty one years, "three and a half acres in Clifton, with one other acre there, and a barn and garth attached to Gilligaite", a suburb of York. Robert Davies who found these documents in 1830, says that "On the seal appended to one of them, though the impression is nearly effaced, the figure of a bird is just discernible, apparently a falcon". This apparently confirms Fawkes' descent for the falcon is the crest of the family of Fawkes of Farnley.

Another document, an indenture of conveyance is dated 1 August, 34 Eliz., between "Guye Fawkes of the cittie of Yorke, gentilman, and Anna Skipseye, of Clifton, spinster", which indicates that Fawkes was no longer in Scotton. For a brief period after this, he was employed as a footman by Anthony Browne, 2nd Lord Montague, a member of a leading recusant family.

Fawkes is believed to have left England in 1593 or 1594 for Flanders, together with one of his Harrington cousins who later become a priest. In Flanders he enlisted in the Spanish army under the Archduke Albert of Austria, who was afterwards governor of the Netherlands.

Fawkes held a post of command when the Spaniards took Calais in 1596 under the orders of King Philip II of Spain. He was described at this time as a man "of excellent good natural parts, very resolute and universally learned", and was "sought by all the most distinguished in the Archduke's camp for nobility and virtue". Tesimond also describes him as "a man of great piety, of exemplary temperance, of mild and chearful demeanour, an enemy of broils and disputes, a faithful friend, and remarkable for his punctual attendance upon religious observance".

Fawkes's appearance by now was most impressive. He was a tall, powerfully built man, with thick reddish-brown hair, flowing moustache, and a bushy reddish-brown beard. He had also apparently adopted the name or affectation Guido in place of Guy. His extraordinary fortitude, and his "considerable fame among soldiers", perhaps acquired through his services under Colonel Bostock at the Battle of Nieuport in 1600 when it is believed he was wounded, brought him to the attention of Sir William Stanley (in charge of the English regiment in Flanders), Hugh Owen and Father William Baldwin.

Fawkes severed his connection with the Archduke's forces on 16 February 1603, when he was granted leave to go to Spain on behalf of Stanley, Owen and Baldwin to "enlighten King Philip II concerning the true position of the Romanists in England". During this visit he renewed his acquaintance with Christopher Wright, and the two men set about obtaining Spanish support for an invasion of England upon the death of Elizabeth, a mission which ultimately proved fruitless.

Upon return from this mission, Fawkes was informed in Brussels that Thomas Wintour had been asking for him. About Easter time, when Wintour was about to return to England, Stanley presented Fawkes to him. It cannot be proved, but perhaps Wintour had already informed Fawkes of the conspirators' intentions, because in Fawkes' confession he states that "I confesse that a practise in general was first broken unto me against his Majesty for reliefe of the Catholique cause, and not invented or propounded by myself. And this was first propounded unto me about Easter last was twelve month, beyond the Seas, in the Low Countries of the Archduke's obeyance, by Thomas Wintour, who came thereupon with me into England".

Between Easter and May, Fawkes was invited by Robert Catesby to accompany Thomas Wintour to Bergen in order to meet with the Constable of Castile, Juan De Velasco, who was on his way to the court of King James I to discuss a treaty between Spain and England.

In May of 1604, Guy Fawkes met with Robert Catesby, Thomas Percy, John Wright and Thomas Wintour at an inn called the Duck and Drake in the fashionable Strand district of London, and agreed under oath along with Percy to join the other three in the gunpowder conspiracy. This oath was then sanctified by the performing of mass and the administering of the sacraments by the Jesuit priest John Gerard in an adjoining room. Fawkes assumed the identity of John Johnson, a servant of Percy and was entrusted to the care of the tenement which Percy had rented. Around Michaelmas, Fawkes was asked to begin preparations for work on the mine, but these plans were delayed until early December as the Commissioners of the Union between England and Scotland were meeting in the same house. Eventually the work in the mine proved slow and difficult for men unused to such physical labours, and further accomplices were sworn into the plot.

About March 1605, the conspirators hired a cellar beneath Parliament, once again through Thomas Percy, and Fawkes assisted in filling the room with barrels of powder, hidden beneath iron bars and faggots. He was then despatched to Flanders to presumably communicate the details of the plot to Stanley and Owen.

At the end of August, he was back in London again, replacing the spoiled powder barrels, and residing at "one Mrs. Herbert's house, a widow that dwells on the backside of St. Clement's Church". He soon left this accommodation when his landlady suspected his involvement with Catholics. On 18 October he travelled to White Webbs for a meeting with Catesby, Thomas Wintour, and Francis Tresham to discuss how certain Catholic peers could be excluded from the explosion. On 26 October, the now famous Monteagle Letter was delivered into the hands of William Parker, 4th Baron Monteagle. Concern quickly erupted amongst the conspirators, but the letter's apparent vagueness prompted Catesby to continue with their plans.

On Wednesday 30 October, Fawkes, apparently ignorant of the letter's existence inspected the cellar again and satisfied himself that the gunpowder was still in place and had not been disturbed. On Sunday 3 November, a few of the leading conspirators met in London and agreed that the authorities were still unaware of their actions. However, all except Fawkes made plans for a speedy exit from London. Fawkes had agreed to watch the cellar by himself, having already been given the task of firing the powder, undoubtedly because of his munitions experience in the Low Countries where he had been taught how to "fire a slow train". His orders were to embark for Flanders as soon as the powder was fired, and to spread the news of the explosion on the continent.

On the following Monday afternoon, the Lord Chamberlain, Thomas Howard, Earl of Suffolk, searched the parliament buildings accompanied by Monteagle and John Whynniard. In the cellar they came upon an unusually large pile of billets and faggots, and perceived Fawkes whom they described as "a very bad and desperate fellow". They asked who claimed the pile, and Fawkes replied that it was Thomas Percy's in whose employment he worked. They reported these details to the King, and believing, by the look of Fawkes "he seemed to be a man shrewd enough, but up to no good", they again searched the cellar, a little before midnight the following night, this time led by Sir Thomas Knyvett, a Westminster magistrate and Gentleman of the Privy Chamber. Fawkes had gone forth to warn Percy that same day, but returned to his post before night. Once again, the pile of billets and faggots was searched and the powder discovered, and this time Fawkes was arrested. On his person they discovered a watch, slow matches and touchwood. Fawkes later declared that had he been in the cellar when Knyvett entered it he would have "blown him up, house, himself, and all".

Early in the morning of 5 November, the Privy Council met in the King's bedchamber, and Fawkes was brought in under guard. He declined to give any information beyond that his name was Johnson and he was a servant of Thomas Percy. Further interrogations that day revealed little more than his apparent xenophobia. When questioned by the King how he could conspire such a hideous treason, Fawkes replied that a dangerous disease required a desperate remedy, and that his intentions were to blow the Scotsmen present back into Scotland.

King James indicated in a letter of 6 November that "The gentler tortours are to be first used unto him, et sic per gradus ad mia tenditur [and so by degrees proceeding to the worst], and so God speed your goode worke", as it [torture] was contrary to English common law, unless authorised by the King or Privy Council. Eventually on 7 November Guido's spirit broke and he confessed his real name and that the plot was confined to five men. "He told us that since he undertook this action he did every day pray to God he might perform that which might be for the advancement of the Catholic Faith and saving his own soul". The following day he recounted the events of the conspiracy, without naming names, then on the 9 November he named his fellow plotters, having heard that some of them had already been arrested at Holbeche. Guido's final signature, a barely legible scrawl, is testament to his suffering. There is no direct evidence as to what tortures were used on Guy Fawkes, although it is almost certain that they included the manacles, and probably also the rack.

On Monday 27 January 1606, the day of the capture of Edward Oldcorne and Henry Garnet, the trial of the eight surviving conspirators began in Westminster Hall. It was a trial in name only, for a guilty verdict had certainly already been handed down. The conspirators pleaded not guilty, a plea which caused some consternation amongst those present. Fawkes later explained that his objection was to the implication that the "seducing Jesuits" were the principal offenders.

On Friday, 31 January 1606, Fawkes, Thomas Wintour, Ambrose Rookwood and Robert Keyes were taken to the Old Palace Yard at Westminster and hanged, drawn and quartered "in the very place which they had planned to demolish in order to hammer home the message of their wickedness". Thomas Wintour was followed by Rookwood and then by Keyes. Guido, the "romantic caped figure of such evil villainy" came last. A contemporary wrote:

"Last of all came the great devil of all, Guy Fawkes, alias Johnson, who should have put fire to the powder. His body being weak with the torture and sickness he was scarce able to go up the ladder, yet with much ado, by the help of the hangman, went high enough to break his neck by the fall. He made no speech, but with his crosses and idle ceremonies made his end upon the gallows and the block, to the great joy of all the beholders that the land was ended of so wicked a villainy".

David Jardine, in his book "A Narrative of the Gunpowder Plot" (1857), says that "according to the accounts of him, he is not to be regarded as a mercenary ruffian, ready for hire to do any deed of blood; but as a zealot, misled by misguided fanaticism, who was, however, by no means destitute of piety or humanity".

Reproduced by kind permission of the Gunpowder Plot Society

Susanna Berti Franceschi