Lettori fissi

30 apr 2012

Gli ultimi giorni di Hitler .Il giorno 30 aprile si ucciderà nel bunker con Eva Braun e i gerarchi

La battaglia di Monte Casale sul Mincio

LA BATTAGLIA DI MONTE CASALE La battaglia di Monte Casale si svolse il 30 aprile 1945 nel territorio di Ponti sul Mincio (MN) ed è ritenuta uno degli ultimi scontri della seconda guerra mondiale in Italia. Fu combattuta dai partigiani della Brigata Italia (Vr) comandata da Enzo (Fiorenzo Olivieri), dai partigiani della Brigata Avesani comandati da Bruto assieme agli Arditi del IX reparto d'assalto che ebbero un sanguinoso scontro con un reparto tedesco della Flak (la contraerea) che si era asserragliato sulla cima di una collinetta posta vicino alla strada che collega Peschiera del Garda a Monzambano. Nello scontro, che durò dalla mattina fin verso sera, morirono 5 arditi, il soldato americano Robert Carlson, e 4 partigiani. Da allora, ogni anno l'amministrazione comunale di Ponti sul Mincio ricorda con una cerimonia di commemorazione il sanguinoso combattimento. Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945 un forte reparto di tedeschi proveniente dalle difese sul Po e reduce dallo scontro con carri americani alla corte Podinare nel comune di Ceresara, arrivò in prossimità di Ponti sul Mincio. L’intenzione era quello di aspettare l'arrivo degli americani e di arrendersi a loro, e non ai partigiani per paura di rappresaglie, in quanto già le forze tedesche in pianura erano tagliate fuori dai collegamenti con i reparti germani a nord del lago di Garda in quanto già la 10a divisione da montagna americana aveva occupato il territorio. Il resto della colonna, un’ottantina di uomini, passò inosservato nei pressi del paese e poi salì sul Monte Casale dove, un anno prima, aveva condotto esercitazioni. Il primo gruppo fu subito attaccato dai partigiani di Monzambano e Castellaro che riuscirono ad avere la meglio e ridurlo prigioniero. Il secondo, attestato sul monte, venne via via segnalato dalle vedette partigiane ai vari distaccamenti. Già dal mattino i tedeschi dalla sommità cominciarono a sparare sulla strada di Monzambano per aprirsi un varco. Un colpo freddò l’ortolano Giuseppe Bompieri che accorso a una finestra voleva rendersi conto di cosa succedeva. Ormai le raffiche dalla collina si ripetevano costituendo una seria minaccia per tutti quelli che transitavano. In poche ore sotto il colle si concentrarono non solo le squadre della Scarpina, ma anche quelle di Ponti, Peschiera del Garda, Castelnuovo del Garda, Valeggio sul Mincio, Pozzolengo, Cavalcaselle, tutte appartenenti al Battaglione «G. Dusi» della Brigata «Avesani», il cui comandante era «Bruto» (Luigi Signori). Anche la Brigata «Italia» che operava nell’area di Valeggio inviò alcune sue pattuglie agli ordini dei comandanti Adalberto Baldi, Ezzelino Marangoni e Lorenzo Grassi. «Bruto» chiese varie volte, mediante megafono, la resa, ma in risposta ebbe soltanto raffiche di mitragliatrice. Vista la situazione difficile, si consultò allora con un soldato americano lì presente, tale Richard A. Carlson, artigliere inquadrato nella 10ª divisione da montagna Usa. L’americano si mise subito in contatto con gli Arditi della 104ª compagnia, IX reparto d’assalto del Gruppo di combattimento «Legnano», che stazionavano a Peschiera. Una trentina di questi al comando del capitano Agostino Migliaccio giunse prontamente sul posto con armi leggere e mortai. Al momento dell’arrivo i partigiani avevano già spostato un cannone dalla stazione di Monzambano per essere impiegato. Intanto nel corso delle prime scaramucce 15 militari tedeschi scesero dal monte e si consegnarono come prigionieri. Ma dalla cima, nonostante gli inviti alla resa – ora ci si era messo anche l’americano – si continuava a sparare. Fu a quel punto che Arditi e partigiani decisero, nonostante il grande rischio, di avanzare carponi, terrazza dopo terrazza, fino alla linea del filo spinato. Ormai era piena battaglia: crepitavano le armi automatiche, i mortai martellavano la cima e le granate del cannone investivano la casamatta della sommità. Alle 17.30, dopo un fuoco durato quattro ore, Monte Casale fu conquistato. Venne catturato il comandante, un giovane tenente, si dice delle SS, gravemente ferito, e poi il resto della compagnia. Nelle trincee furono rinvenuti otto tedeschi uccisi, fra cui quattro o cinque per mano dello stesso tenente perché avevano tentato di arrendersi. Qualcun altro morì altrove o per ferite o perché giustiziato in modo sommario dai partigiani. In totale una decina di caduti e 38-40 prigionieri.

24 apr 2012

Donne e resistenza

- Le donne nella resistenza Il femminismo: le donne nella resistenza La seconda guerra mondiale coinvolge le donne ancor più della prima, fra distruzioni della guerra aerea, restrizioni alimentari, perdita dei propri cari e i drammi estremi delle persecuzioni naziste, fino all'Olocausto, al sacrificio di milioni di donne ebree. Entro questo lungo incubo matura, un nuovo sentimento femminile di autosufficienza, di autostima, legato alle supplenze esercitate, alle necessità cui ci si dimostra capaci di far fronte. Un grande apporto alla liberazione nazionale è stato fornito dalla società civile, società che naturalmente comprendeva sia uomini che donne. Ma la storia "politica" ha sempre privilegiato gli uomini dando loro i più grandi meriti, senza tenere troppo in considerazione quello che è stato il ruolo delle donne. In Italia solo verso la fine degli anni settanta si è diffusa finalmente una storia di genere che ha fornito nuove interpretazioni sulla lotta di liberazione in Italia e che ha permesso di saperne di più sul rapporto tra le donne e la resistenza. Si è rivisitata l'intera vicenda della guerra e della resistenza "attraverso un diverso approccio, una diversa prospettiva, quella della storia delle donne, per rileggere processi, scansioni, questioni che hanno segnato i momenti fondativi e il successivo svolgersi dell'Italia repubblicana". Le donne vi incarnano due diversi profili, ora coesistenti ora alternativi: la dilatazione del sentimento materno oltre i confini familiari, un esercizio del maternage sentito come responsabilità pubblica, che ispirò già fin dall'8 settembre, una cura corale dei soldati sbandati, dei prigionieri fuggiti, e poi via via degli ebrei, dei renitenti alla leva, dei ricercati, dei bambini; ma anche una volontà forte di protagonismo personale, di cittadinanza, da vivere accanto e analogamente a quella maschile, che esaltasse il proprio essere individuo libero, responsabile, la propria autodeterminazione. Moltissime sono state le donne che, senza imbracciare le armi, hanno contribuito con azioni antagonistiche e in modo determinante alla caduta del nazismo e del fascismo, consentendo di modificare la concezione di una resistenza unicamente armata, affiancandogli anche una resistenza civile. Ma l'introduzione di una categoria di resistenza civile implica delle forme di opposizione sia individuali che collettive: si opera per la salvaguardia della dignità propria e altrui. Non si pensava infatti solamente a se stessi: molte persone nascondevano i "perseguitati" nelle loro case, nonostante un proclama che condannava a morte tutti coloro che davano rifugio a qualcuno. Era in uso la pratica del "tesseramento" che comportava un razionamento di tutti i prodotti di prima necessità (dai 100 ai 200 gr. di pane al giorno; 300 gr. di carne al mese…) e chi nascondeva qualcuno si arrangiava come poteva dividendo con "gli ospiti" quel poco che aveva. Le autorità fasciste infatti tardarono ad adottare misure di controllo nella distribuzione di generi alimentari e di prima necessità, che scarseggiarono già subito dopo l'abbandono della non - belligeranza. Per la messa a punto di un sistema strutturato di razionamento bisognò attendere il marzo 1941. Ogni categoria di cittadini ricevette una tessera da riempire con bollini riferiti al genere di beni e alle date di acquisto. Il razionamento andava caratterizzando la vita delle persone e le tessere e i punti giunsero a scandire la quotidianità della gente. Il mercato nero si diffuse immediatamente: ci si rese infatti subito conto che era molto più conveniente recarsi in città per uno scambio diretto in denaro o altra merce. Furono soprattutto le donne a dare un rifugio alle persone che fuggivano, dal momento che per mettersi completamente in salvo si aveva bisogno di ingenti somme di denaro e di relazioni forti che garantissero l'incolumità; questo era sicuramente uno degli esempi di resistenza civile. Boldrini, socialista e comandante partigiano, sosteneva che un esercito normale avesse bisogno di un rapporto 1:7, cioè ogni combattente aveva bisogno dell'aiuto di sette civili; altri ancora sostenevano che il rapporto fosse di 1:15 e di questi 15 circa il 90% costituito da donne che cucinavano, portavano le armi, rivestivano il ruolo di staffette: ragazze di 16, 17 o 18 anni che garantivano i collegamenti tra le varie collocazioni partigiane; erano utilizzate giovani donne per questo compito perché si credeva che destassero meno sospetti e fossero meno soggette alle perquisizioni. Una delle staffette a cui è stato riconosciuto il giusto merito è stata Carla Capponi, medaglia d'oro per la resistenza. Quello della staffetta era un ruolo molto più pericoloso di quello del combattente, della partigiana perché questi avevano in mano un'arma con la quale difendersi, mentre la staffetta se veniva catturata, doveva star zitta, lasciarsi torturare. Inoltre per questo ruolo serviva o comunque si sviluppava una grande inventiva e capacità di mimesi (contadine poco acculturate andavano in giro con le ceste piene di armi sulla testa e se venivano fermate inventavano le storie più assurde). Si faceva di tutto pur di aver salva la pelle: un ufficiale nazista si reca nella casa di una donna, moglie di un capo partigiano, per arrestare il marito; la donna subito avverte della visita ricevuta e si ricorda di aver già visto quell'ufficiale, era lo stesso che tempo prima gli aveva dato la carrozzina per il suo bambino, così, essendo a conoscenza di dove abita, lo minaccia e riesce a salvare il marito dalle Fosse Ardeatine. Ci si chiede a questo punto per quale motivo non si sa niente di tutte queste donne? Basti pensare che si riconosce come partigiano combattente solamente chi ha militato per almeno 6 mesi in una banda riconosciuta e ha preso parte ad almeno 3 scontri armati. Le donne non vengono riconosciute come partigiane perché non hanno tutti questi "requisiti", ma alcune vengono riconosciute come partigiane non combattenti. Tutte le altre persone che hanno contribuito alla resistenza e che non sono state riconosciute come partigiani sono finite nel dimenticatoio. Alcune di queste donne sono rimaste famose, provenivano da famiglie colte e avevano avuto la possibilità di studiare, sono donne che si sono raccontate troppe volte la loro esperienza e così le loro narrazioni risultano ingessate, strutturate. È difficile far emergere la loro soggettività, parlano di ciò che hanno fatto, ma non dei loro sentimenti. Le altre sono donne comuni, che hanno raccontato la loro esperienza solo in famiglia, per cui riescono veramente a far vivere il loro racconto.

18 apr 2012


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Intellettuali e personalità che pubblicamente sostennero le leggi razziali

Alcune fonti riportano un elenco di personalità stilato da alcuni storici e giornalisti, tra cui il saggista Franco Cuomo nel libro I Dieci. Chi erano gli scienziati italiani firmatari del manifesto della razza che aderirono ufficialmente al manifesto oppure sostennero pubblicamente le leggi razziali fasciste. I più noti sono:

* Giacomo Acerbo
* Dino Alfieri
* Giorgio Almirante
* Ermanno Amicucci
* Mario Appelius
* Gaetano Azzariti
* Pietro Badoglio
* Piero Bargellini
* Gino Boccasile
* Carlo Borsani
* Giuseppe Bottai
* Guido Buffarini Guidi
* Luigi Cabrini
* Emilio Canevari[6]
* Aldo Capasso
* Giovanni Cazzani
* Luigi Chiarini
* Tullio Cianetti
* Galeazzo Ciano
* Giuseppe Cocchiara
* Gioacchino Colizzi
* Carlo Cossio



* Carlo Costamagna
* Alfredo Cucco
* Pier Lorenzo De Vita
* Ludovico di Caporiacco
* Julius Evola
* Amintore Fanfani
* Roberto Farinacci
* Cesare Frugoni
* Luigi Gedda[7]
* Virginio Gayda
* Agostino Gemelli
* Giovanni Gentile
* Alessandro Ghigi
* Niccolò Giani
* Domenico Giuliotti
* Ezio Maria Gray
* Rodolfo Graziani
* Giovannino Guareschi
* Telesio Interlandi
* Ugo Lanza
* Paolo Lorenzini
* Giuseppe Maggiore
* Mario Missiroli
* Walter Molino



* Benito Mussolini
* Umberto Notari
* Paolo Orano
* Biagio Pace
* Antonino Pagliaro
* Domenico Paolella
* Giovanni Papini
* Alessandro Pavolini
* Federico Pedrocchi
* Nicola Pende
* Raffaele Pettazzoni
* Concetto Pettinato
* Angelo Piccioli
* Giovanni Preziosi
* Massimo Scaligero
* Furio Scarpelli
* Sergio Sergi
* Ardengo Soffici
* Arrigo Solmi
* Achille Starace
* Giuseppe Tucci
* Emilio Villa
* Paolo Zerbino


Le leggi razziali fasciste sono un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi (leggi, ordinanze, circolari, ecc.) che vennero varati in Italia fra il 1938 e il primo quinquennio degli anni quaranta, inizialmente dal regime fascista e poi dalla Repubblica Sociale Italiana, rivolti prevalentemente – ma non solo – contro le persone di religione ebraica. Furono lette per la prima volta il 18 settembre 1938 a Trieste da Benito Mussolini dal balcone del Municipio in occasione della sua visita alla città.

Testo del Manifesto,poi pubblicato il 5 agosto 1938



« Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l'egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.

1. LE RAZZE UMANE ESISTONO. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
2. ESISTONO GRANDI RAZZE E PICCOLE RAZZE. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.
3. IL CONCETTO DI RAZZA È CONCETTO PURAMENTE BIOLOGICO. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
4. LA POPOLAZIONE DELL'ITALIA ATTUALE È NELLA MAGGIORANZA DI ORIGINE ARIANA E LA SUA CIVILTÀ ARIANA. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.
5. È UNA LEGGENDA L'APPORTO DI MASSE INGENTI DI UOMINI IN TEMPI STORICI. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un millennio.
6. ESISTE ORMAI UNA PURA "RAZZA ITALIANA". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico–linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
7. È TEMPO CHE GLI ITALIANI SI PROCLAMINO FRANCAMENTE RAZZISTI. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano–nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra–europee, questo vuol dire elevare l'italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
8. È NECESSARIO FARE UNA NETTA DISTINZIONE FRA I MEDITERRANEI D'EUROPA (OCCIDENTALI) DA UNA PARTE E GLI ORIENTALI E GLI AFRICANI DALL'ALTRA. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
9. GLI EBREI NON APPARTENGONO ALLA RAZZA ITALIANA. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.
10. I CARATTERI FISICI E PSICOLOGICI PURAMENTE EUROPEI DEGLI ITALIANI NON DEVONO ESSERE ALTERATI IN NESSUN MODO. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extra–europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani. »