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24 apr 2012

Donne e resistenza

- Le donne nella resistenza Il femminismo: le donne nella resistenza La seconda guerra mondiale coinvolge le donne ancor più della prima, fra distruzioni della guerra aerea, restrizioni alimentari, perdita dei propri cari e i drammi estremi delle persecuzioni naziste, fino all'Olocausto, al sacrificio di milioni di donne ebree. Entro questo lungo incubo matura, un nuovo sentimento femminile di autosufficienza, di autostima, legato alle supplenze esercitate, alle necessità cui ci si dimostra capaci di far fronte. Un grande apporto alla liberazione nazionale è stato fornito dalla società civile, società che naturalmente comprendeva sia uomini che donne. Ma la storia "politica" ha sempre privilegiato gli uomini dando loro i più grandi meriti, senza tenere troppo in considerazione quello che è stato il ruolo delle donne. In Italia solo verso la fine degli anni settanta si è diffusa finalmente una storia di genere che ha fornito nuove interpretazioni sulla lotta di liberazione in Italia e che ha permesso di saperne di più sul rapporto tra le donne e la resistenza. Si è rivisitata l'intera vicenda della guerra e della resistenza "attraverso un diverso approccio, una diversa prospettiva, quella della storia delle donne, per rileggere processi, scansioni, questioni che hanno segnato i momenti fondativi e il successivo svolgersi dell'Italia repubblicana". Le donne vi incarnano due diversi profili, ora coesistenti ora alternativi: la dilatazione del sentimento materno oltre i confini familiari, un esercizio del maternage sentito come responsabilità pubblica, che ispirò già fin dall'8 settembre, una cura corale dei soldati sbandati, dei prigionieri fuggiti, e poi via via degli ebrei, dei renitenti alla leva, dei ricercati, dei bambini; ma anche una volontà forte di protagonismo personale, di cittadinanza, da vivere accanto e analogamente a quella maschile, che esaltasse il proprio essere individuo libero, responsabile, la propria autodeterminazione. Moltissime sono state le donne che, senza imbracciare le armi, hanno contribuito con azioni antagonistiche e in modo determinante alla caduta del nazismo e del fascismo, consentendo di modificare la concezione di una resistenza unicamente armata, affiancandogli anche una resistenza civile. Ma l'introduzione di una categoria di resistenza civile implica delle forme di opposizione sia individuali che collettive: si opera per la salvaguardia della dignità propria e altrui. Non si pensava infatti solamente a se stessi: molte persone nascondevano i "perseguitati" nelle loro case, nonostante un proclama che condannava a morte tutti coloro che davano rifugio a qualcuno. Era in uso la pratica del "tesseramento" che comportava un razionamento di tutti i prodotti di prima necessità (dai 100 ai 200 gr. di pane al giorno; 300 gr. di carne al mese…) e chi nascondeva qualcuno si arrangiava come poteva dividendo con "gli ospiti" quel poco che aveva. Le autorità fasciste infatti tardarono ad adottare misure di controllo nella distribuzione di generi alimentari e di prima necessità, che scarseggiarono già subito dopo l'abbandono della non - belligeranza. Per la messa a punto di un sistema strutturato di razionamento bisognò attendere il marzo 1941. Ogni categoria di cittadini ricevette una tessera da riempire con bollini riferiti al genere di beni e alle date di acquisto. Il razionamento andava caratterizzando la vita delle persone e le tessere e i punti giunsero a scandire la quotidianità della gente. Il mercato nero si diffuse immediatamente: ci si rese infatti subito conto che era molto più conveniente recarsi in città per uno scambio diretto in denaro o altra merce. Furono soprattutto le donne a dare un rifugio alle persone che fuggivano, dal momento che per mettersi completamente in salvo si aveva bisogno di ingenti somme di denaro e di relazioni forti che garantissero l'incolumità; questo era sicuramente uno degli esempi di resistenza civile. Boldrini, socialista e comandante partigiano, sosteneva che un esercito normale avesse bisogno di un rapporto 1:7, cioè ogni combattente aveva bisogno dell'aiuto di sette civili; altri ancora sostenevano che il rapporto fosse di 1:15 e di questi 15 circa il 90% costituito da donne che cucinavano, portavano le armi, rivestivano il ruolo di staffette: ragazze di 16, 17 o 18 anni che garantivano i collegamenti tra le varie collocazioni partigiane; erano utilizzate giovani donne per questo compito perché si credeva che destassero meno sospetti e fossero meno soggette alle perquisizioni. Una delle staffette a cui è stato riconosciuto il giusto merito è stata Carla Capponi, medaglia d'oro per la resistenza. Quello della staffetta era un ruolo molto più pericoloso di quello del combattente, della partigiana perché questi avevano in mano un'arma con la quale difendersi, mentre la staffetta se veniva catturata, doveva star zitta, lasciarsi torturare. Inoltre per questo ruolo serviva o comunque si sviluppava una grande inventiva e capacità di mimesi (contadine poco acculturate andavano in giro con le ceste piene di armi sulla testa e se venivano fermate inventavano le storie più assurde). Si faceva di tutto pur di aver salva la pelle: un ufficiale nazista si reca nella casa di una donna, moglie di un capo partigiano, per arrestare il marito; la donna subito avverte della visita ricevuta e si ricorda di aver già visto quell'ufficiale, era lo stesso che tempo prima gli aveva dato la carrozzina per il suo bambino, così, essendo a conoscenza di dove abita, lo minaccia e riesce a salvare il marito dalle Fosse Ardeatine. Ci si chiede a questo punto per quale motivo non si sa niente di tutte queste donne? Basti pensare che si riconosce come partigiano combattente solamente chi ha militato per almeno 6 mesi in una banda riconosciuta e ha preso parte ad almeno 3 scontri armati. Le donne non vengono riconosciute come partigiane perché non hanno tutti questi "requisiti", ma alcune vengono riconosciute come partigiane non combattenti. Tutte le altre persone che hanno contribuito alla resistenza e che non sono state riconosciute come partigiani sono finite nel dimenticatoio. Alcune di queste donne sono rimaste famose, provenivano da famiglie colte e avevano avuto la possibilità di studiare, sono donne che si sono raccontate troppe volte la loro esperienza e così le loro narrazioni risultano ingessate, strutturate. È difficile far emergere la loro soggettività, parlano di ciò che hanno fatto, ma non dei loro sentimenti. Le altre sono donne comuni, che hanno raccontato la loro esperienza solo in famiglia, per cui riescono veramente a far vivere il loro racconto.

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