Lettori fissi

24 nov 2011

20 nov 2011




IL PROCESSO DI NORIMBERGA









IL TERZO REICH MUORE IN PALESTRA di Enzo Biagi



Sono passati tanti anni, 20 novembre 1945. A Norimberga molte case erano senza muri esterni; si vedevano letti, armadi, cucine. Gran parte della gente viveva negli scantinati. C'erano montagne di macerie che il gelido inverno tedesco copriva di neve. Racconta Kenneth Mattews, corrispondente della BBC, che sui marciapiedi vagavano Fräulein disperate, pronte ad offrirsi per un pacchetto di sigarette. I giornalisti erano alloggiati allo Schloss Faber, un castello che apparteneva a quei signori delle matite: dormivano tutti in uno stanzone; i giudici stavano al Grand Hotel, sistemato alla svelta dai genieri.

Gli imputati erano ventiquattro: tre, però, mancavano all'appello. Il dottor Robert Ley, capo del Fronte del lavoro, si era impiccato, con un pezzo di lenzuolo, allo scarico d'acqua del gabinetto; di Martin Bormann non si è più saputo nulla, scomparso nel disastro di Berlino; Gustav Krupp era gravemente malato.

Trovarono «il grasso Hermann» molto dimagrito: trentacinque chili di meno. Gli avevano tolto la morfina e doveva stare alle regole di una alimentazione controllata. Ma si dimostrò subito il più deciso, dominava la situazione. Disse al colonnello Andrus, direttore del carcere: «Non dimenticate che avete a che fare con figure storiche».

Hermann Göring si era consegnato agli alleati con la sua Mercedes bianca, dai cristalli a prova di pallottola, e la intera corte: chef, valletto, maggiordomo, aiutanti e molti bauli che contenevano uniformi da cacciatore, da comandante supremo della Luftwaffe, da presidente del Reichstag.

Per avere insultato un testimone gli proibirono per due settimane il tabacco e la passeggiata, ma non si smarrì. Aveva dato disposizioni ai camerati: «Mai nominare Hitler». La sua deposizione durò tre giorni, e secondo i cronisti mise in difficoltà il Procuratore. Teneva in mano un cartellino sul quale aveva scritto: «Dolcemente. Respirare. Calma. Contegno». Concluse: «La nostra sola colpa è di avere perduto». Schiacciò, come Himmler, la fialetta di cianuro.

Anche Himmler aveva deciso di togliersi di mezzo. Si era rivolto all'ufficiale che lo teneva in consegna con tono lamentoso: «Ma se mi toglie i vestiti, con che cosa mi coprirò? Non posso morire in uniforme inglese». La Military Police trovò poi in una stanza sconvolta il cadavere di un ometto calvo, obeso, la pelle gialla; in una mano stringeva gli occhiali. Notarono sulle labbra sottili delle schegge di vetro. «Voglio dedicare la mia esistenza a riabilitare la sua memoria» mi ha detto Gudrun, l'unica figliola. Un compito impegnativo.

Mancava Goebbels, e mancava Martin Bormann, braccio destro del Führer, capo della Cancelleria. Stava nel bunker: sparito. Joachim von Ribbentrop lo pescarono ad Amburgo, in una pensione: si faceva chiamare Riese. Stava a letto con una giovane donna. Aveva nervi fragili e cedimenti improvvisi. Disse al dottor Gilbert che lo esaminava: «Lei è uno psicologo; mi risponda dunque francamente: qualcuno di noi assomiglia a un assassino?».

Tutti gli accusati vennero sottoposti a un test: il più intelligente risultò il vecchio Hjalmar Horace Schacht, quoziente 143. Lo conobbi che aveva già passato gli ottantacinque, ed era presidente di una banca di Düsseldorf: lo sguardo duro dietro le lenti, l'aria assorta. L'unico che, sul banco degli imputati, rideva. «Sa perché?» mi spiegò: «Ero sorpreso, amareggiato, deluso, ma ridevo ugualmente della stupidità degli americani. Sono stato in trentadue Lager, anche nel campo di annientamento di Flossenburg. Il mio ragazzo è caduto in Russia. Ho riso a Norimberga. Io, in quel posto. Certo, la compagnia non era buona, ma [Franz] von Papen e [Konstantin] von Neurath, ad esempio, erano dei gentiluomini».

C'era Hans Frank, governatore a Varsavia, lo chiamavano «il re di Polonia», e stava vivendo la sua grande crisi. Confidava: «A Dio non si può nascondere la verità». Quando lo arrestarono stava ascoltando la Passione secondo Matteo di Bach. Era stato corrotto, diceva, dal gusto del potere. Ministro a trent'anni. «Ci deve essere un demonio dentro di me» confessava «dentro a ogni uomo».

L'ammiraglio Karl Dönitz si era presentato con dodici valigie; gliene lasciarono una. Mentre si allontanava dalla sua nave, la Vaterland, marinai e soldati gli rendevano gli onori. Durante l'ora dei pasti si consultava col collega Raeder e coi generali [Whilelm] Keitel e [Alfred] Jodl. Stavano tra di loro.

[Rudolf] Hess vaneggiava; Streicher, il persecutore degli ebrei, faceva ginnastica ogni mattina completamente nudo; Baldur von Schirach, capo della Hitlerjugend, scriveva poesie per la moglie Henriette: «Non ci rendemmo conto della felicità che ci appartenne e che ora è distrutta, il presente è minacciato, il passato non ritorna più». C'era Albert Speer, architetto, responsabile degli armamenti, che disegnava anche sulle pareti, e le guardie protestavano.

I camion avevano trasportato 1100 tonnellate di documenti. Alla prima solenne udienza ne seguirono quattrocentosei. L'atto di accusa, di cui venne data subito lettura, consisteva in un fascicolo di settanta pagine, trentamila parole in tutto. Alla fine, gli interrogatori vennero raccolti in quarantadue volumi. Ci furono aspre discussioni: «Nullum crimen, nulla poena sine lege», affermavano i sostenitori della illegalità: non si poteva giudicare secondo un codice messo in vigore in quel momento. Poi, alcuni capi di imputazione dovettero essere stralciati: se gli aerei nazisti avevano colpito le città, la U.S. Air Force aveva distrutto proprio Norimberga. Inopportuno parlare di aggressioni: tedeschi e russi si erano spartiti la Polonia, gli anglo-francesi avevano tentato di invadere la Norvegia, ma la Wehrmacht era stata più svelta. E poi, si era mai pensato di far causa a Napoleone o a Guglielmo II? La stampa era divisa: «Non è possibile essere nello stesso tempo giudice e parte in un processo» scrivevano.

Durò dieci mesi il dibattimento. Qualcuno conservò la sua fierezza. Disse Jodl: «Uscirò tenendo la testa alta come quando sono entrato. L'ubbidienza alla propria patria è sopra ogni cosa». Disse Ribbentrop: «Per me il Führer rimane colui che fece grande la Germania. Lo servii e gli rimasi fedele. Non posso urlare: crocifiggetelo. Ieri ho urlato: Osanna». Disse Raeder: «La nostra flotta inalbera una bandiera senza macchia. Sono convinto che gli ammiragli delle forze alleate mi capiscono, e sanno di non avere combattuto contro un delinquente».

Il primo giorno di ottobre del 1946 il presidente del Tribunale internazionale, lord Geofrey Lawrence, lesse la sentenza. La sua voce non aveva vibrazioni, il silenzio dominava. Dodici condanne per impiccagione, death by hunging [Göring, von Ribbentrop, Rosenberg, Streicher, Kaltenbrunner, Frank, Sauckel, Seyss-Inquart, Frick, Keitel, Jodl, Bormann (in contumacia)], tre ergastoli [Raeder, Funk, Hess], vent'anni a von Schirach e a Speer, quindici a von Neurath, dieci a Dönitz. Schacht, von Papen e Fritsche assolti. La corte aveva deciso a maggioranza.

L'esecuzione fu fissata per la notte del 16. Otto inviati speciali, estratti a sorte, poterono assistere. Tre gigantesche forche vennero issate in una palestra, la parte del boia toccò a un sergente americano, John Wood, che se ne è andato all'altro mondo collaudando una sedia elettrica; aveva deciso di continuare il mestiere, e per scrupolo professionale volle procedere a un collaudo di persona: la macchina funzionò perfettamente. Alla fine disse: «Dieci in centotré minuti. Un lavoro perfetto».

Frick gridò: «Viva la Germania immortale», Streicher: «Viva Hitler»; Sauckel: «Sono innocente. Che Dio protegga la Germania e la mia famiglia»; Jodl: «Ti saluto, Germania mia»; Seyss-Inquart: «Spero che questo sia l'ultimo atto della tragedia che è stata la seconda guerra mondiale».

La sentenza doveva insegnare alcuni principi, che poi hanno avute poche applicazioni: non basta per rendere lecita un'azione malvagia l'ordine superiore; il soldato ha il dovere di ribellarsi piuttosto che compiere gesti inumani. Non esistono più autorità che non possano essere chiamate a rispondere delle loro scelte. Ma in Indocina, in Algeria e nel Vietnam non sono stati applicati. Neppure i carri armati sovietici, spediti da Breznev come «aiuto fraterno» a Praga, possono rientrare in quello spirito di pace che doveva illuminare il verdetto pronunciato nell'aula di Norimberga.



ENZO BIAGI, 1989

11 nov 2011


La Prima Guerra MondialeIL RUOLO DEL CORRIERE DELLA SERA


Il ruolo del Corriere della Sera fu determinante nel favorire l’intervento italiano alla Grande Guerra, ed è ancora oggi argomento controverso tra critici e storici.
Inizialmente il sostegno del giornale alla parte interventista non era affatto scontato.
Il direttore, Luigi Albertini, in una lettera del 7 maggio del 1914 scriveva :
“Noi che siamo sempre stati triplicisti, noi che ripetutamente siamo stati accusati di austrofilia, se un bel giorno non abbiamo ritegno e lanciamo contro l’Austria grida così acute, possiamo creare una situazione veramente gravissima” .
Di contro alle riserve di Alberini vi era l’opzione esplicitamente nazionalistica di collaboratori autorevoli, primo tra tutti Gabriele D’Annunzio.
Il pluralismo di opinioni si esaurì quando Alberini decise di si schierarsi a favore dell’intervento, a fianco di Francia e Inghilterra.
Quando l’Italia entrò in guerra, il Corriere della Sera dimostrò il suo appoggio alla causa bellica.
Anche negli anni più duri della guerra, nonostante le difficoltà oggettive, le pubblicazioni non furono mai interrotte.
Alla guerra venne dato tutto lo spazio possibile.
Le copertine in tricromia illustravano e le operazioni dei diversi corpi dell’esercito italiano in modo estremamente realistico. Molti articoli avevano un tono apologetico e trionfalistico, simile a quello dei manifesti di propaganda.
Altri articoli, invece, erano scritti in modo decisamente più obiettivo e del tutto privo di retorica.
Vennero prese in considerazione tutte le diramazioni dell’industria bellica: illuminazione, areonautica, ingeneria marina, costruzione di strade, lavori di bonifica, i servizi ausiliari, fino alle mutilazioni più dolorose, affrontate con spirito addirittura positivistico in un articolo che loda i progressi della medicina nel campo delle protesi.
La stampa delle copertine veniva realizzata con delle macchine della ditta König & Bauer di Würzburg.
I disegni di Beltrame venivano convertiti in tricromie, scomponendo l’originale secondo i principi della sintesi sottrattiva.
Le restrizioni di guerra incidevano invece sul tipo di carta, molto fragile e non patinato.

9 nov 2011




Irena Sendler
Poco tempo fa è venuta a mancare una signora di 98 anni di nome Irena.

Durante la seconda guerra mondiale, Irena, ha ottenuto il permesso di lavorare nel ghetto di Varsavia, come Idraulica specialista.

Aveva un 'ulteriore motivo'.

Era al corrente dei piani che i nazisti avevano per gli ebrei (essendo tedesca).

Irena portò in salvo migliaia di neonati nascondendoli nel fondo della sua cassetta degli attrezzi che trasportava nel retro del suo camion.I bambini più grandi li nascondeva in un sacco di iuta ...

Teneva anche un cane nel retro del camion, che aveva addestrato ad abbaiare quando i soldati nazistientravano ed uscivano dal ghetto.I soldati, naturalmente, temevano il cane, inoltre il suo latrato copriva il pianto dei bambini.

Durante tutto questo tempo, è riuscita a salvare 2500 tra bambini e neonati.

Fu catturata, e i nazisti le ruppero entrambe le gambe e le braccia picchiandola selvaggiamente.

Irena aveva un registro dei nomi di tutti i ragazzi che clandestinamente aveva portato fuori dai confini e lo teneva in un barattolo di vetro, sepolto sotto un albero nel suo cortile.

Dopo la guerra, cercò di rintracciare tutti i genitori che potessero essere sopravvissuti, per riunire le famiglie.

La maggior parte di loro erano stati gasati. Irena ha continuato a prendersi cura di questi ragazzi, mettendoli in case famiglia, o trovando loro famiglie affidatarie o adottive.

L'anno scorso Irena è stata proposta per il Premio Nobel della Pace.

Non è stata nominata.




IN MEMORIA - 63 ANNI DOPO

3 nov 2011


UN OMAGGIO A PASOLINI
nell'anniversario dela morte

"Pagine corsare"
INVITO ALLA LETTURA. BRANI DALLE OPERE DI


DA
Ragazzi di vita
di Pier Paolo Pasolini
Einaudi, Torino 1972 (appendici)

Il metodo di lavoro
già in "Città aperta", 7-8 aprile-maggio 1958

Il fatto che leggendo frammenti e pagine da Una vita violenta si possa pensare di trovarsi di fronte a frammenti o pagine di Ragazzi di vita non è casuale: significa che il paradigma, lo spitzeriano periodo-campione, è lo stesso, e che quindi stilisticamente non c’è soluzione di continuità. E se non c’è trasformazione stilistica non ci sarà neppure più trasformazione interna, psicologica e ideologica.

Infatti ho pensato contemporaneamente tre romanzi, Ragazzi di vita, Una vita violenta e Il Rio della grana (titolo questo, provvisorio, forse sostituito da La città dl Dio) negli stessi mesi, negli stessi anni e insieme li ho maturati e elaborati. La sola differenza è che Ragazzi di vita è scritto per intero e fisicamente: gli altri due ancora no: sono scritti dentro e in parte stesi (Una vita violenta è pronto per soli due terzi). Mentre scrivevo dunque Ragazzi di vita erano già impostati gli altri due romanzi nella loro struttura e in parte nei loro particolari. Ragazzi di vita doveva essere una specie di, diciamo con cattivo gusto, «ouverture», accennando a mille motivi, fondando un mondo in quanto «particolare», in sé completo, del mondo. Gli altri due romanzi dovevano approfondire. Mentre in Ragazzi dl vita ciò che conta è il mondo delle borgate e del sottoproletariato romano vissuto nei ragazzi, e quindi il protagonista, il Riccetto, era, oltre che un personaggio abbastanza definito, un filo conduttore un po’ astratto, un po’ flatus vocis, come tutti i protagonisti-pretesto, in Una vita violenta e nel Rio della grana ciò che conta sono i due personaggi centrali, Tommasino Puzzilli nel primo, Pietro nel secondo. Due storie in certo modo interiori, interiori come possono essere in ragazzi del popolo, abbandonati per le strade, senza un mondo morale se non, rispetto al nostro, preistorico, o ad altro livello storico, malgrado il bombardamento ideologico intensissimo, Il «panem et circenses» della borghesia democristiana e americanizzante.

La storia di Tommasino Puzzilli è una introversione dovuta al fatto che si tratta di un ragazzo non bello, non forte e non sano: un debole, insomma, che deve per forza essere un forte, in un mondo dove ciò è obbligatorio. Egli cerca dunque continuamente di affermarsi: e si sa dove si va a finire per questa strada: alla pseudo-forza della delinquenza, del cinismo, della «dritteria». come la chiamano. Nella specie, la disperata tensione di Tommasino - che non è un delicato, al contrario, è molto volgare - è all’esterno, la storia dei suoi diversi credo politici: è fascista, anarchico, democristiano e infine comunista. Naturalmente all’interno, la storia è più monotona; il meccanismo che scatta è sempre lo stesso, sotto l’influenza delle circostanze esteriori (l’amicizia con dei ladri missini lo fa essere fascista; un certo miglioramento della sua famiglia che era sempre vissuta in baracche e tuguri e che finalmente ha un quartierino all’Ina-Case, lo fa diventare benpensante e democristiano; infine la tubercolosi e l’ambiente del Forlanìni, dove si trova una forte cellula del Pci, lo fa diventare comunista). Bene o male, alla fine, questa spinta «ad affermarsi», «ad esistere», questa sgangherata energia vitale, si illumina di qualche confusa luce morale.


Parlando di Gadda, su «Vie Nuove» trovavo in questo grande autore dei tipi diversi e apparentemente contraddittori di usare il dialetto, che catalogavo in quattro serie. La prima, scrivevo, «è una serie di tipi d’uso dialettale di specie verghiana: implicanti cioè una regressione dell’autore nell’ambiente descritto, fino ad assumerne il più intimo spirito linguistico, mimetizzandolo incessantemente, fino a fare di questa seconda natura linguistica una natura primaria, con la conseguente contaminazione».

Questa la formula definitoria, che, mentre descrive solo in parte Gadda, descrive me interamente. Perché questa selezione linguista mimetizzante? Per poter dare, come scriveva Contini, «un’imperterrita dichiarazione d’amore». Il fondo sentimentale e umanitario, appartiene è vero, alla mia preistoria: ma, si dice, «la nostra storia è tutta la storia» e io aggiungerei «e anche la preistoria». Il mio realismo io lo considero un atto d’amore: e la mia polemica contro l’estetismo novecentesco, intimistico e para-religioso, implica una presa di posizione politica contro la borghesia fascista e democristiana che ne è stata l’ambiente e il fondo culturale.


Non esiste, per me, un metodo esterno di lavoro: il metodo è unicamente stilistico, e quindi interno. Ci sono naturalmente dei dati di fatto che presi a sé possono suggerire l’idea, superficiale, aneddotica, di un metodo «applicato», «a formula». In una loro rivista satirica, Lina e il cavaliere Franca Valeri e i suoi collaboratori hanno inventato un tipo di scrittore, i dati fonetici del cui cognome corrispondono vagamente a quelli del mio. Questo scrittore (ch’era poi una scrittrice, impersonata dalla Valeri) teneva chiuse in un armadio due servette meridionali: quando doveva lavorare le tirava fuori dall’armadio e le faceva «parlare». Operazione da «magnetofono», dunque, con qualche leggera correzione nel senso della «contaminatio»: assoluto naturalismo corretto da un lieve ma a suo modo assoluto «stilismo puro». A parte la comicità della faccenda, la Valeri non aveva affatto intuito male. Spesse volte, se pedinato, sarei colto in qualche pizzeria di Torpignattara, della Borgata Alessandrina, di Torre Maura o di Pietralata, mentre su un foglio di carta annoto modi idiomatici, punte espressive o vivaci, lessici gergali presi di prima mano dalle bocche dei «parlanti» fatti parlare apposta. Questo, naturalmente accade in occasioni specifiche. Per esempio a un certo punto del racconto uno dei miei personaggi ruba una valigia e qualche borsa: c’è un termine gergale per indicare valigia e borsa? Come no! Valigia si dice «cricca», borsa «campana»: la refurtiva in genere, oltre che «morto», si dice «riboncia», ecc, (invece che dire «ecc.», o «cose di questo genere», nel mio romanzo metterò sempre «e santi benedetti» o «e tanti benedetti», quando non un meno vivace «e tante belle cose»). Non sempre questo materiale strumentale a livello bassissimo e particolarissimo lo trascrivo direttamente: lo faccio solo nei casi in cui mi si presenti una difficoltà o una necessità stilistica a tavolino, mentre scrivo tutto solo. Allora lascio in bianco la parte che necessita di espressività, e faccio la mia ricerca, di solito breve e fruttuosa (ho alla Maranella un amico, Sergio Citti. pittore, che finora non ha mai fallito alle mie richieste, anche più sottili). Esiste anche una mia passione generica: in tal caso annoto per conto mio, magari di nascosto, «fulgurato» da qualche improvvisa e ignota forma del patrimonio. Si tratta in tal caso di materiale di riserva, che a ogni buon conto metto da parte: in modo da non dover scendere alla Maranella nel caso mi si presenti la sopraddetta necessità espressiva. In fondo allo scartafaccio del romanzo ho dunque un bel mucchio di pagine di modi idiomatici, un tesoretto lessicale.

Cosi si esaurisce il «colore» del mio metodo di lavoro. Tutto il resto accade nella solitudine della mia stanza ormai in un quartiere borghese, dietro il Gianicolo.

La differenza tra Il personaggio della Valeri e me è che il rapporto coi «parlanti» in me è stato, ed è, necessario. Sia pure: ogni regressione richiede un tanto di aprioristico e di volontario. Ed è chiaro che ogni autore che usi una lingua «parlata», magari addirittura allo stato naturale di dialetto, deve compiere questa operazione esplorativa e mimetica di regresso - come accennavo - sia nell’ambiente che nel personaggio, in sede, cioè, sia sociologica che psicologica. Vista marxisticamente la cosa si presenta come una regressione più che da un livello culturale a un altro, da una classe all’altra.

Io mi sento assolto in questa operazione da ogni possibile accusa di gratuità, o cinismo, o dilettantismo estetizzante per due ragioni: la prima, di tipo, diciamo, morale (riguardante cioè il rapporto tra me e le persone particolari dei parlanti poveri, proletari o sottoproletari) è che, nel caso di Roma, è stata la necessità (fra l’altro la mia stessa povertà sia pure di borghese disoccupato) a farmi fare l’esperienza immediata, umana, come si dice, vitale, del mondo che ho poi descritto e sto descrivendo. Non c’è stata scelta da parte mia, ma una specie di coazione del destino: e poiché ognuno testimonia ciò che conosce, io non potevo che testimoniare la «borgata» romana. Alla coazione biografica si aggiunge la particolare tendenza del mio eros, che mi porta inconsciamente, e ormai con la coscienza dell’incoscienza, a evitare incontri che causino possibili (e sia pur molto leggeri, come m’insegna l’esperienza), traumi di sensibilità borghese, o di borghese conformismo: e a cercare le amicizie più semplici, normali presso i «pagani» (la periferia di Roma è completamente pagana: I ragazzi e i giovani sanno a stento chi è la Madonna), che vivono a un altro livello culturale, e nei quali il bombardamento ideologico non ha ancora toccato se non genericamente i problemi del sesso. Quindi - placatasi la necessità sociologica - io continuo comunque a vivere necessariamente nella periferia.

La seconda ragione è molto più importante, tanto che in fondo avrei anche potuto omettere i commi qui succintamente esposti della prima.

E chiaro che una liceità è possibile anche a una regressione momentanea, sperimentale dalla classe e dalla cultura alta, che avvenga per «scelta», per «volontà»: direi che una liceità è possibile anche nel caso che questa avvenga per ragioni puramente estetiche (se tali ragioni esistessero): poiché, per quanto irrelato, indissolubile da esse, c’è nel fondo sempre un dato documentario, un recupero in qualche modo oggettivo del mondo cosi esplorato.

Prima di usare la lingua dei «parlanti» della periferia romana, per analoghe ragioni biografiche, avevo usato un’altra lingua senza tradizione letteraria, il friulano di Casarsa: e, altrove, confessando, ho già descritto, a posteriori, ché allora male lo sapevo, quali fossero le ragioni interne di quell’adozione linguistica: ma, appunto, benché lo stile, malgrado le apparenze, fosse in realtà «sublimis» e non «humilis», obbedisse alle regole della più rigorosa selezione linguistica, trasvolasse tranquillamente su ogni dato naturalistico, e risultasse in definitiva appartenere all’area dell’ermetismo, alla poetica della Parola, con l’invenzione di una lingua assoluta, «per poesia» - tuttavia, non so se alle origini stesse dell’esperienza, o se nato in un secondo istante, coesisteva al furore stilistico, in quel friulano, un tanto di reale, di oggettivo, per cui il mondo contadino della Bassa friulana in qualche modo affiorava all’espressione. E non per nulla all’interno stesso di quel mio sistema - e non per applicazione - è nata tutta una sezione che si potrebbe anche dire «impegnata», dato l’anno, 1947-48, in cui è stata scritta: Il testament Coran, che è una delle parti più nutrite e forse meglio riuscite del mio libro di versi casarsesi.

Oggi le due componenti della mia ispirazione, quella sensuale-stilistica, e quella, diciamo, naturalistico-documentaria, a fondo politico, si sono, credo, spero, meglio equilibrate. Nello scendere al livello di un mondo storicamente e culturalmente inferiore al mio - almeno secondo una graduazione razionale, ché, irrazionalmente, esso gli è poi assolutamente contemporaneo, per non dire più avanzato, nel suo vitalismo puro, in cui «si fa» la storia - nell’immergermi nel mondo dialettale e gergale della «borgata» io porto con me una coscienza che giustifica la mia operazione né più né meno di quanto giustifichi, ad esempio, l’operazione di un dirigente di partito: il quale, come me, appartiene alla classe borghese, e da questa si allontana, ripudiandone momentaneamente le necessità, per capire e fare proprie le necessità della classe proletaria o comunque popolare. La differenza è che questa operazione coscientemente politica, nell’uomo di partito prevede o prepara l’azione: in me, scrittore, non può che farsi mimesis linguistica, testimonianza, denuncia, organizzazione interna della struttura narrativa secondo un’ideologia marxista, luce interna. Mai però letteratura di fiancheggiamento all’azione edificante, prospettivistica. L’ottimismo, la speranza aprioristica sono sempre dati superficiali: io so bene che la Libertà e la Giustizia non significano la felicità della pienezza morale: e sarebbe un inganno promettere quest’ultima come un corollario, un risultato meccanico del mutamento delle strutture.

Pier Paolo Pasolini