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31 ago 2010


Il 31 agosto 1991 a Casciana Terme

QUELLA VISITA DEL PRESIDENTE DEL SENATO AL CAMPO DEGLI EROI

L'evento ricordato dalla Fondazione "Angiolo e Maria Teresa Berti"


 

CASCIANA TERME - Il 31 agosto del 1991,l'allora Presidente del Senato, Giovanni Spadolini,rendeva omaggio al Campo degli Eroi di Casciana Terme,poi sede della Fondazione "Angiolo e Maria Teresa Berti". Su espresso invito dell'amico Angiolo Berti, giornalista parlamentare e cascianese d'origine, Spadolini si soffermò in particolare davanti ai monumenti dedicati a Waletr Tobagi,giornalista del Corriere della Sera,trucidato trent'anni or sono ed ai rastrellati toscani nel Campo delle Caserme Rosse a Bologna, instradati in seguito dai tedeschi in Germania. Entrambi sono opera dello scultore livornese Bruno Cialdini.

Il primo raffigura le pagine aperte del Corriere della Sera,simbolo della libertà d'espressione e di pensiero, squarciate dall'ascia della violenza. Il secondo interpreta l'esperienza vissuta da Berti,allora giornalista de L'Avvenire d'Italia nel capoluogo emiliano. Furono decine gli internati che egli riuscì a salvare, nascondendoli nella propria abitazione e con il rischio di venire scoperto e fucilato assieme ai familiari. Per questi atti d'eroismo fu insignito di medaglia d'oro di benemerenza civile da parte del Comune di Lucca nel 1984 e della cittadinanza onoraria di Casciana Terme nel 1997

Nel suo applaudito intervento,il Presidente del Senato espresse sostegno alle parole iscritte sulla lapide "noti gli esecutori e non i mandanti assassini",sottolineando in particolare il ruolo della professione giornalistica a difesa della libertà di stampa. Di ferma condanna, furono anche le parole nel ricordo delle vittime della guerra e dei massacri delle popolazioni inermi.

La Fondazione "Berti", proprio nell'anniversario,ha voluto ricordare l'evento, posando una corona di fiori ai piedi delle lapidi.


 

GIAN UGO BERTI


 

(riproduzione vietata)


 

27 ago 2010


Il sito Internet dell'Agenzia ANSA

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I cento anni della santa dei poveri

La beata nacque a Skopje, in Macedonia, il 26 agosto 1910 / LE FOTO

26 agosto, 17:04

Le parole di Madre Teresa: 'Donate amore in quello che fate'


 

Una serie di eventi - messe, veglie di preghiera, novene, convegni, in programma in tutto il mondo - celebrerà il centenario della nascita di Madre Teresa di Calcutta, nata a Skopje, in Macedonia, il 26 agosto 1910, e morta a Calcutta il 5 settembre del 1997. Nata da genitori di etnia albanese, originari del Kosovo, la beata verrà ricordata il 26 agosto a Skopje - riferisce la Radio Vaticana - con una sessione del Parlamento macedone, cui seguirà la presentazione del Premio nazionale 'Madre Teresa'. Le celebrazioni in Macedonia proseguiranno fino alla fine del 2010.

In Albania, un pellegrinaggio nazionale è stato promosso il 26 agosto presso la Cattedrale di Vau-Dejs, che sarà dedicata a Madre Teresa con una messa presieduta da mons. Rrok Kola Mirdita, arcivescovo di Durres-Tirana. Il Kosovo, che ha proclamato il 2010 'Anno di Madre Teresa', festeggerà la beata il 5 settembre dedicandole una chiesa-santuario a Pristina.

A Roma, il cardinale Angelo Comastri, vicario del Papa per la Città del Vaticano, presiederà una messa nella Basilica di San Lorenzo in Damaso, il 26 agosto, cui parteciperanno le congregazioni e comunità religiose fondate dalla beata, insieme a volontari, benefattori e ospiti accolti nei conventi romani. La celebrazione è preceduta dall'inaugurazione di una mostra fotografica dal titolo "Beata Teresa di Calcutta, vita, opere, messaggio" allestita presso il Palazzo della Cancelleria.

Liturgie e novene sono previste in molte città italiane - Roma, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Reggio Calabria, Palermo, Cagliari - ed europee, tra cui Parigi, Madrid, Barcellona, Copenaghen, Monaco di Baviera.

In India, dove Madre Teresa ha trascorso gran parte della sua vita, le celebrazioni sono iniziate il 17 agosto con momenti di preghiera nelle parrocchie della diocesi di Calcutta, sede della Casa madre delle Missionarie della Carità, dove il centenario sarà aperto il 26 agosto da una messa del card. Telesphore Toppo, arcivescovo di Ranchi.

A New Delhi, un fitto programma di eventi, tra cui un simposio su Madre Teresa e spettacoli di danza e teatro, è previsto tra il 23 e il 31 agosto, su iniziativa della Conferenza episcopale indiana (Cbci) e con il concorso dell'Unesco.


 

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25 ago 2010


 

Lo strano caso della morte di Albino Luciani
A cura di Giuseppe Ardagna

Il 26 Agosto del 1978 Albino Luciani divenne ufficialmente Vescovo di Roma (cioè fu eletto Papa) e successore di Paolo VI. In Vaticano, parecchie persone non erano contente dell’elezione di Luciani al soglio pontificio ma, forse, il più scontento di tutti era monsignor Marcinkus che fino all’ultimo istante aveva sperato nell’elezione del candidato Giuseppe Siri.
Ma chi era questo Marcinkus? Era una delle pedine fondamentali di quella partita a scacchi che da anni si giocava fra Vaticano e grandi banche e che metteva in palio la possibilità di vedere il proprio capitale aumentare sempre di più[1]. Marcinkus era il più alto in grado all’interno dello I.O.R., l’Istituto per le Opere Religiose. Egli intuì immediatamente i pericoli dell’elezione di questo pontefice che, sin dai suoi primi discorsi, aveva lasciato chiaramente intendere di voler far tornare la chiesa cattolica a quegli ideali di carità cristiana propri del primo cattolicesimo, rinunciando alle ricchezze superflue che troppo avevano distolto gli uomini di chiesa dai propri sacri compiti. Figuratevi il capo della banca vaticana come avrebbe mai potuto vedere un tipo del genere sul più alto gradino del proprio stato…

Marcinkus diceva ai suoi colleghi: «Questo Papa non è come quello di prima, vedrete che le cose cambieranno»[2].
Su due punti Luciani sembrava irremovibile: l’iscrizione degli ecclesiastici alla massoneria, e l’uso del denaro della chiesa alla stregua di una banca qualunque[3]. E l’irritazione del Papa peggiorava al solo sentire nominare personaggi come Calvi e Sindona dei quali aveva saputo qualcosa facendo discrete indagini[4].
In coincidenza con l’elezione di Luciani venne pubblicato un elenco di 131 ecclesiastici iscritti alla massoneria, buona parte dei quali, erano del Vaticano. La lista era stata diffusa da un piccolo periodico «O.P. Osservatore Politico» di quel Mino Pecorelli destinato a scomparire un anno dopo l’elezione di Albino Luciani in circostanze mai chiarite.[5] Secondo molti, O.P. era una sorta di «strumento di comunicazione» adoperato dai servizi segreti italiani per far arrivare messaggi all’ambiente politico. Pecorelli, tra l’altro, era legato a filo doppio con Gelli come lo erano Sindona e Calvi[6].
Ma, tornando alla lista ecclesiastico-massonica, questa comprendeva, fra gli altri, i nomi di: Jean Villot (Segretario di Stato, matr. 041/3, iniziato a Zurigo il 6/8/66, nome in codice Jeanni), Agostino Casaroli (capo del ministero degli Affari Esteri del Vaticano, matr. 41/076, 28/9/57, Casa), Paul Marcinkus (43/649, 21/8/67, Marpa), il vicedirettore de «L’osservatore Romano» don Virgilio Levi (241/3, 4/7/58, Vile), Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana, 42/58, 21/6/57, Turo).[7]

Di Albino Luciani cominciò a circolare per la curia l’immagine di uomo poco adatto all’incarico, troppo «puro di cuore», troppo semplice per la complessità dell’apparato che doveva governare.
La morte subitanea, dopo trentatre giorni di pontificato, suscitò incredulità e stupore, sentimenti accresciuti dalle titubanze del Vaticano nello spiegare il come, il quando ed il perché dell’evento. In questo modo, l’incredulità diventò prima dubbio e poi sospetto. Era morto o l’avevano ucciso?[8]
Fu detto all’inizio che Luciani era stato trovato morto con in mano il libro «l’imitazione di Cristo», successivamente il libro si trasformò in fogli di appunti, quindi in un discorso da tenere ai gesuiti ed infine, qualche versione ufficiosa volle che tra le sue mani ci fosse l’elenco delle nomine che il Papa intendeva rendere pubbliche il giorno dopo.[9]

Dapprima, l’ora della morte fu fissata verso le 23 e, quindi, posticipata alle 4 del mattino. Secondo le prime informazioni, il corpo senza vita era stato trovato da uno dei segretari personali del Papa, dopo circolò la voce che a scoprirlo fosse stata una delle suore che lo assistevano. C’erano veramente motivi per credere che qualcosa non andasse per il verso giusto.

Qualcuno insinuò che forse sarebbe stato il caso di eseguire un’autopsia e questa voce, dapprima sussurrata, arrivò ad essere gridata dalla stampa italiana e da una parte del clero. Naturalmente l’autopsia non venne mai eseguita ed i dubbi permangono ancora oggi.

Di questo argomento si occuperà approfonditamente l’inglese David Yallop, convinto della morte violenta di Giovanni Paolo I.

Il libro dello scrittore inglese passa in rassegna tutti gli elementi di quel fatidico 1978 fino a sospettare sei persone dell’omicidio di Albino Luciani: il Segretario di Stato Jean Villot, il cardinale di Chicago John Cody, il presidente dello I.O.R. Marcinkus, il banchiere Michele Sindona, il banchiere Roberto Calvi e Licio Gelli maestro venerabile della Loggia P2.[10]
Secondo Yallop, Gelli decise l’assassinio, Sindona e Calvi avevano buone ragioni per desiderare la morte del Papa ed avevano le capacità ed i mezzi per organizzarlo, Marcinkus sarebbe stato il catalizzatore dell’operazione mentre Cody (strettamente legato a Marcinkus) era assenziente in quanto Luciani era intenzionato ad esonerarlo dalla sede di Chicago perché per motivi finanziari si era attirato le attenzioni non solo della sua chiesa ma addirittura della giustizia cittadina e della corte federale. Villot, infine, avrebbe facilitato materialmente l’operazione[11].
La ricostruzione fatta da Yallop degli affari di Sindona, di Calvi, di Gelli e dello I.O.R., conduce inevitabilmente all’eliminazione del Papa.
Tuttavia la ricostruzione dello scrittore inglese pone alcuni problemi, primo fra tutti la netta sensazione che, in alcuni passi della ricostruzione, gli episodi, le date e le circostanze, tendano ad «esser fatte coincidere» troppo forzatamente.

Tuttavia il lavoro investigativo di Yallop è comunque buono e non si può non tener conto del lavoro dell’inglese soprattutto considerando il fatto che troppi sono i dubbi inerenti le ultime ore di vita del Papa.

Perché e soprattutto chi ha fatto sparire dalla camera del Papa i suoi oggetti personali? Dalla stanza di Luciani scompariranno gli occhiali, le pantofole, degli appunti ed il flacone del medicinale Efortil. La prima autorità di rango ad entrare nella stanza del defunto fu proprio Villot, accompagnato da suor Vincenza (la stessa che ogni mattina portava una tazzina di caffè al Papa) che verosimilmente fu l’autrice materiale di quella sottrazione.

Perché la donna si sarebbe adoperata con tanta solerzia per far sparire gli oggetti personali di Luciani? Perché quegli oggetti dovevano sparire?

Domande destinate a restare senza risposta anche in considerazione del fatto che la diretta interessata è passata a miglior vita.
Una curiosità per chiudere l’argomento: sulla scrivania di Luciani fu trovata una copia del settimanale «Il mondo» aperta su di un’inchiesta che il periodico stava conducendo dal titolo: «Santità...è giusto?» che trattava, sotto forma di lettera aperta al pontefice, il tema delle esportazioni e delle operazioni finanziarie della banca Vaticana. «E’ giusto...» recita l’articolo «...che il Vaticano operi sui mercati di tutto il mondo come un normale speculatore? E’ giusto che abbia una banca con la quale favorisce di fatto l’esportazione di capitali e l’evasione fiscale di italiani?»[12].


 

  

23 ago 2010


Sacco e Vanzetti

Nicola Sacco (Torremaggiore, Foggia, 22 aprile
1891 - Charlestown, 23 agosto
1927) e Bartolomeo Vanzetti (Villafalletto, 11 giugno
1888- Charlestown, 23 agosto
1927) furono due anarchici italiani che vennero arrestati, processati e giustiziati negli Stati Uniti negli "anni '20", con l'accusa di omicidio di un contabile e di una guardia di una fabbrica di scarpe. Sulla loro colpevolezza vi furono molti dubbi già all'epoca del loro processo; non vennero nemmeno assolti dopo che un altro uomo ammise, nel 1925, la responsabilità di quei crimini.

Sacco, di origine pugliese, di professione faceva il ciabattino mentre Vanzetti - che gli amici chiamavano Tumlin, ed era originario di Villafalletto, Cuneo - gestiva una rivendita di pesci. Furono giustiziati sulla sedia elettrica a Dedham, Massachusetts, il 23 agosto
1927.


 

Nicola Sacco nasce Torremaggiore (Foggia) il 22 aprile
1891 presso una numerosissima famiglia, composta da 17 figli. Vissuto nella miseria, a quattordici anni lascia la scuola per iniziare a lavorare nei campi. A 17 anni deciderà di partire negli USA a cercar fortuna.

Bartolomeo Vanzetti invece nasce in Piemonte (Villafalletto) l'11 giugno
1888. All'età di 13 anni inizia a lavorare come apprendista presso un pasticciere, in seguito, divenuto orfano, decide di emigrare verso gli USA. E' il 9 giugno
1908.[1]

Arrivarono entrambi negli Usa nel 1908, senza conoscersi tra loro. Sacco aveva diciassette anni e Vanzetti venti. Quest'ultimo, al processo, descriverà così l'esperienza dell'immigrazione: : «Al centro immigrazione, ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America».

E in seguito scrisse: «Dove potevo andare? Cosa potevo fare? Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me».

Sacco, che in Italia era stato calzolaio di professione, trovò lavoro in una fabbrica di calzature a Milford, nel Massachusetts. Si sposò e andò ad abitare in una casa con giardino. Ebbe un figlio, Dante, e una figlia, Ines. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Nonostante ciò, partecipava attivamente alle manifestazioni operaie dell'epoca, attraverso le quali i lavoratori chiedevano salari più alti e migliori condizioni di lavoro. In tali occasioni teneva spesso dei discorsi. A causa di queste attività venne arrestato nel 1916.

Vanzetti fece molti lavori, prendeva tutto ciò che gli capitava. Lavorò in varie trattorie, in una cava, in un'acciaieria e in una fabbrica di cordami, la Plymouth Cordage Company. Leggeva molto: Marx, Charles Darwin, Victor Hugo, Gorkij, Lev Tolstoj, Emile Zola e Dante furono tra i suoi autori preferiti. Nel 1916 guidò uno sciopero contro la Plymouth e per questo motivo nessuno volle più dargli un lavoro. Si mise quindi in proprio, facendo il pescivendolo.

Fu in quell'anno che "Nick" e "Bart" si conobbero ed entrarono entrambi a far parte di un gruppo anarchico italoamericano. Tutto il collettivo fuggì in Messico per evitare la chiamata alle armi, non per vigliaccheria ma perché per un anarchico non c'è niente di peggiore che morire per uno Stato.

Nicola e Bartolomeo tornarono nel Massachussets dopo la guerra, ma non sapevano di essere inclusi in una lista di sovversivi compilata dal Ministero di Giustizia, nè di essere pedinate dagli agenti segreti Usa. Nella stessa lista era incluso anche un amico di Vanzetti, il tipografo Andrea Salsedo. Questi, il 3 maggio
1920, venne assassinato dalla polizia in un modo che non può non ricordare la storia di Giuseppe Pinelli: venne buttato dal quattordicesimo piano di un edificio appartenente al Ministero di Giustizia. Sacco e Vanzetti organizzarono un comizio per far luce su questa vicenda, comizio che avrebbe dovuto avere luogo a Brockton il 9 maggio. Purtroppo però i due vennero arrestati prima, e l'imputazione fu il possesso dei volantini che pubblicizzavano tale iniziativa. Per tale reato rischiavano fino a un anno di carcere. Nel mentre, però, vennero accusati del doppio omicidio del contabile e della guardia giurata, delitto che aveva avuto luogo circa un mese prima.


 


 

Alla base del verdetto di condanna - a parere di molti - vi furono da parte di polizia, procuratori distrettuali, giudice e giuria pregiudizi e una forte volontà di perseguire una "politica del terrore" suggerita dal ministro della giustizia Palmer e culminata nella vicenda delle deportazioni.

Sotto questo aspetto, Sacco e Vanzetti venivano considerati due "agnelli sacrificali" utili per testare la nuova linea di condotta contro gli avversari del governo. Erano infatti immigrati italiani con una comprensione imperfetta della lingua inglese (migliore in Vanzetti, che terrà un famoso discorso, in occasione della lettura del verdetto di condanna a morte); erano inoltre note le loro idee politiche radicali. Il giudice Webster Thayer li definì senza mezze parole due anarchici bastardi.

Si trattava di un periodo della storia americana caratterizzato da una intensa paura dei comunisti, la paura rossa del 1917 - 1920. Né Sacco né Vanzetti avevano avuto precedenti con la giustizia, né si consideravano comunisti, ma erano conosciuti dalle autorità locali come militanti radicali che erano stati coinvolti in scioperi, agitazioni politiche e propaganda contro la guerra.

Sacco e Vanzetti si ritenevano vittime del pregiudizio sociale e politico. Vanzetti, in particolare, ebbe a dire rivolgendosi per l'ultima volta al giudice Thayer:

«Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra; io non augurerei a nessuna di queste ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto soffrendo perché io sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano» [...] (dal discorso di Vanzetti del 19 aprile
1927, a Dedham, Massachusetts)

Lettera di Sacco al figlio Dante

«Mio carissimo figlio e compagno,
sin dal giorno che ti vidi per l'ultima volta ho sempre avuto idea di scriverti questa lettera: ma la durata del mio digiuno e il pensiero di non potermi esprimere come era mio desiderio, mi hanno fatto attendere fino ad oggi. Non avrei mai pensato che il nostro inseparabile amore potesse così tragicamente finire!
Ma questi sette anni di dolore mi dicono che ciò è stato reso possibile. Però questa nostra separazione forzata non ha cambiato di un atomo il nostro affetto che rimane più saldo e più vivo che mai. Anzi, se ciò è possibile, si è ingigantito ancor più. Molto abbiamo sofferto durante il nostro lungo calvario.
Noi protestiamo oggi, come protestammo ieri e protesteremo sempre per la nostra libertà. Se cessai il mio sciopero della fame, lo feci perchè in me non era rimasta ormai alcuna ombra di vita ed io scelsi quella forma di protesta per reclamare la vita e non la morte, il mio sacrificio era animato dal desiderio vivissimo che vi era in me, per ritornare a stringere tra le mie braccia la tua piccola cara sorellina Ines, tua madre, te e tutti i miei cari amici e compagni di vita, non di morte. Perciò, figlio, la vita di oggi torna calma e tranquilla a rianimare il mio povero corpo, se pure lo spirito rimane senza orizzonte e sempre sperduto tra tetre, nere visioni di morte. Ricordati anche di ciò figlio mio. Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici, più poveri e più deboli di te e non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime perchè essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i compagni che lottano e cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver reclamati felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del lavoro. In questa lotta per la vita tu troverai gioia e soddisfazione e sarai amato dai tuoi simili. Continuamente pensavo a te, Dante mio, nei tristi giorni trascorsi nella cella di morte, il canto, le tenere voci dei bimbi che giungevano fino a me dal vicino giardino di giuoco ove vi era la vita e la gioia spensierata - a soli pochi passi di distanza dalle mura che serrano in una atroce agonia tre anime in pena! Tutto ciò mi faceva pensare a te e ad Ines insistentemente, e vi desideravo tanto, oh, tanto, figli miei! Ma poi pensai che fu meglio che tu non fossi venuto a vedermi in quei giorni, perché nella cella di morte ti saresti trovato al cospetto del quadro spaventoso di tre uomini in agonia, in attesa di essere uccisi, e tale tragica visione non so quale effetto avrebbe potuto produrre nella tua mente, e quale influenza avrebbe potuto avere nel futuro. D'altra parte, se tu non fossi un ragazzo troppo sensibile una tale visione avrebbe potuto esserti utile in un futuro domani, quando tu avresti potuto ricordarla per dire al mondo tutta la vergogna di questo secolo che è racchiusa in questa crudele forma di persecuzione e di morte infame. Si, Dante mio, essi potranno ben crocifiggere i nostri corpi come già fanno da sette anni: ma essi non potranno mai distruggere le nostre Idee che rimarranno ancora più belle per le future generazioni a venire. Dante, per una volta ancora ti esorto ad essere buono ed amare con tutto il tuo affetto tua madre in questi tristi giorni: ed io sono sicuro che con tutte le tue cure e tutto il tuo affetto ella si sentirà meno infelice. E non dimenticare di conservare un poco del tuo amore per me, figlio, perchè io ti amo tanto, tanto... I migliori miei fraterni saluti per tutti i buoni amici e compagni, baci affettuosi per la piccola Ines e per la mamma, e a te un abbraccio di cuore dal tuo padre e compagno.

Nicola Sacco»

La protesta e l'esecuzione


 

Commemorazione di Sacco e Vanzetti (Carrara, 1° maggio 2010)

«Quando le sue ossa, signor Thayer, non saranno che polvere, e i vostri nomi, le vostre istituzioni, non saranno che il ricordo di un passato maledetto, il suo nome - il nome di Nicola Sacco - sarà ancora vivo nel cuore della gente. Noi dobbiamo ringraziarvi. Senza di voi saremmo morti come due poveri sfruttati: un buon calzolaio, un bravo pescivendolo......E mai, in tutta la nostra vita, avremmo potuto sperare di fare tanto in favore della tolleranza, della giustizia, della comprensione fra gli uomini.» (La Tragedia di Sacco e Vanzetti, Francis Russell.)

All'inizio Sacco e Vanzetti furono difesi dalla comunità italiana (un ruolo importante lo ebbe anche il giornale anarchico «L'Adunata dei Refrattari»), una delle più sfruttate e oppresse in quel periodo negli USA, poi soprattutto dai marxisti e dal movimento anarchico internazionale: «Le Libertaire», è il primo giornale francese a parlarne, a cui presto si aggiungerà Soccorso rosso internazionale e l'Internazionale comunista. Tutti insieme riuscirono a smuovere le coscienze di molti intellettuali, addirittura l'ateo anarchico francese Louis Lecoin non esitò a ichiedere al papa di intervenire. [2]

I comunisti americani fecero sentire la propria voce di protesta solo nel 1927 con l'intenzione di trarne un vantaggio politico[3]. In molti paesi del mondo sorsero comitati in difesa di Sacco e Vanzetti e ovunque ci furono manifestazioni. A molte ambasciate americane furono inviati pacchi bomba come segno estremo di protesta, ma fu tutto inutile...

Quando il verdetto di morte fu reso noto, si tenne una manifestazione davanti al palazzo del governo, a Boston. La manifestazione durò ben dieci giorni, fino alla data dell'esecuzione (Charlestown, 23 agosto
1927). Il corteo attraversò il fiume e le strade sterrate fino alla prigione di Charlestown. La polizia e la guardia nazionale li attendevano dinanzi al carcere e sopra le sue mura vi erano mitragliatrici puntate verso i manifestanti.

Dopo la morte dei due anarchici, due catafalchi furono eretti nella camera ardente. Kenneth Whistler vi si recò e spiegò sui catafalchi un enorme striscione, sul quale era scritta una frase pronunciata dal giudice Thayer, rivolta a un amico, pochi giorni dopo aver pronunciato la sentenza: «Hai visto che cosa ho fatto a quei due bastardi anarchici, l'altro giorno?».

Molti scrittori e artisti in genere contribuirono a svelare il crimine che si stava compinedo ai danni dei due anarchici italiani: si può citare l'opera di Upton Sinclair intitolata Boston e U.S.A. di John Dos Passos; sul piano artistico si possono menzionare i quadri di Ben Shahn o le caricature di Robert Minor. Non meno importante fu la critica alle procedure processuali irregolari, denunciate da Henry L. Mencken (uomo non di sinistra, ma uno dei primi ad intervenire in sostegno a Sacco e Vanzetti) e Felix Frankfurter (professore di diritto ad Harvard)[3].

Molti altri famosi intellettuali, compresi Dorothy Parker, Edna St. Vincent Millay, Bertrand Russell, John Dos Passos, Upton Sinclair, George Bernard Shaw e H. G. Wells, sostennero a favore di Nick e Bart una campagna per giungere ad un nuovo processo; l'iniziativa, tuttavia, non approdò ad alcun risultato. Il 23 agosto
1927, dopo sette anni di udienze, i due uomini vennero giustiziati sulla sedia elettrica e la loro esecuzione innescò rivolte popolari a Londra, Parigi e in diverse città della Germania.

Il 23 agosto
1977, esattamente 50 anni dopo, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis emanò un proclama che assolveva i due uomini dal crimine, dicendo:

«Io dichiaro che ogni stigma ed ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.»

Notizie tratte da Anarcopedia

20 ago 2010

20 AGOSTO :UN SICARIO DI STALIN UCCIDE LEV TROTSKY




 


 

Biografia



Lev Davidovic Bronstein nacque il 26 ottobre 1879 nel villaggio di Yanovka (oggi Bereslawka), nella provincia di Kherson (Ucraina meridionale).
Suo padre, David Leont'evich Bronstein (1847-1922), e sua madre, Anna L'vovna Zhivotovskaia (1850?-1910), erano agricoltori di origine ebraica e provenivano dalla provincia di Poltava.
I due possedevano una fiorente fattoria nella quale lavoravano e dove Lev, familiarmente soprannominato Liova, il quinto di otto figli (di cui quattro deceduti in tenera età), visse fino all'età di nove anni. Dei suoi fratelli: Aleksandr Davidovich Bronstein (1870-1938) verrà fucilato e riabilitato solo nel 1956; Elizaveta Davidovna Bronstein (1875-1924), sposerà Lev Naumovich Meilman e perirà in seguito ad una malattia; Ol'ga Davidovna Bronstein (1883-1941), prima moglie di Lev Kamenev, sarà giustiziata per ordine di Stalin.
Dal 1888 al 1895 Lev andò a vivere ad Odessa , accolto in casa di un nipote della madre, Moissei Filipovic Spentzer, per poter frequentare il ginnasio del Collegio San Paolo, facendo ritorno a Yanovka solo per le vacanze estive.
Nell'estate del 1896 si trasferì a Nikolajev per iscriversi all'anno di scuola preparatoria per l'università: all'età di diciassette anni la sua massima aspirazione era quella di essere ammesso all'ateneo per dedicarsi completamente allo studio della matematica. In questo periodo il giovane per la prima volta si imbatté casualmente nelle dottrine rivoluzionarie. I figli della sua affittacamere furono i primi a instradarlo al socialismo e ad introdurlo nel gruppo di un eccentrico giardiniere di nome Shvigovski, presso il quale si riunivano i giovani sovversivi della cittadina.
Le tesi politiche dibattute erano alquanto nebulose e semplicistiche; prevalevano i populisti mentre i pochi marxisti erano rappresentati da Aleksandra Lvovna Sokolovskaya, futura moglie di Trotsky.
Nel 1897 il giovane Bronstein ottenne la licenza liceale a pieni voti e poté iscriversi alla facoltà di matematica dell'Università di Odessa, con grande disappunto del padre che avrebbe preferito un indirizzo più pratico. Questo dissenso portò Lev a rifiutare gli assegni di mantenimento del padre ed a provvedere il proprio sostentamento dando ripetizioni private. Nel mondo universitario entrò in contatto con altri circoli rivoluzionari ed ebbe modo di reperire testi e giornali clandestini che migliorarono la sua preparazione politica.
Già alla fine di quel anno fondò un'organizzazione clandestina vera e propria: L'Unione operaia della Russia meridionale. Il gruppo contò in poco tempo circa duecento iscritti e stabilì contatti con gli ambienti culturali di Odessa e con il mondo del lavoro di Nikolajev, arrivando ad avere propri rappresentanti nelle fabbriche e negli scali. L'attività dell'Unione era concentrata sulla denuncia delle ingiustizie, considerate da un punto di vista che oscillava tra marxismo e populismo. Le delazioni del movimento venivano diffuse da volantini e da un giornale clandestino, Il Nashe Delo (La nostra causa), scritto, ricopiato e ciclostilato esclusivamente dal giovane Bronstein.
La polizia riuscì a risalire in poco tempo al gruppo di ragazzi a capo dell'organizzazione che furono tutti arrestati (1898). Il diciannovenne Lev Davidovic si ritrovò a scontare un anno di cella di isolamento prima di essere trasferito tra i detenuti comuni del carcere di Odessa per un ulteriore anno e mezzo. Infine trascorse sei mesi in un carcere di Mosca prima di essere deportato in Siberia per scontare ulteriori quattro anni.
Il primo periodo della detenzione in isolamento fu particolarmente duro: rinchiuso per tutto il tempo in una cella non riscaldata e infestata di parassiti, non poteva ne lavarsi ne cambiarsi, la biancheria, ne leggere e scrivere. Per non impazzire tenne la mente occupata nel comporre canzonette popolari, alcune delle quali saranno trascritte anni più tardi. Durante la prigionia a Mosca, nella primavera del 1900 Lev sposò Aleksandra Lvovna Sokolovskaya (1872-1938?) di quattro anni più grande di lui con la quale ottenne di poter affrontare la deportazione insieme a Verkholensk, sulle montagne del lago Bajkal (Siberia orientale). Da questo matrimonio nacquero due figlie, Zanaida (1901-1933) e Nina (1902-1928).
Il giovane rivoluzionario entrò in contatto con i membri locali del Partito Socialdemocratico russo del lavoro (Posdr) e cominciò a scivere per la Rivista dell'Est con lo pseudonimo di Antid Odo (dalla parola italiana antidoto). Nell'esilio siberiano ricevette una profonda impressione dalla prima lettura di un opera di Lenin Che fare?. Pochi mesi dopo decise di fuggire. Nell'estate del 1902, con la complicità della moglie, rimasta nel campo con le due figlie, Lev evase dirigendosi verso occidente sotto la falsa identità di Leon Trotsky, dal nome di un suo vecchio carceriere di Odessa (la taslitterazione corretta del russo Троцкий è Trockij, ma il nome con cui egli si firmò in tutti i propri scritti in alfabeto latino è Trotsky, è perciò quest'ultimo con cui lo si designa universalmente).
La sua prima destinazione fu Samara sul Volga, ma Lenin, a cui erano giunte notizie delle grandi capacità del giovane, lo invitò presso di sé a Londra dove l'evaso giunse nell'ottobre 1902. Egli entrò subito a far parte della redazione dell'Iskra, mettendosi in mostra per il suo acume straordinario e guadagnandosi il nomignolo di Pirò (Penna). Il suo operato ottenne l'apprezzamento incondizionato di Lenin il quale, ritenendolo indispensabile per il giornale, ottenne di renderlo membro permanente portando il numero degli effettivi da sei a sette. Così facendo Lenin sperava di contrastare la predominanza decisionale dei tre membri "anziani", Vera Zasulich, Axelrod e Plechanov; il giudizio di quest'ultimo, avendo diritto al doppio voto, risultava essere costantemente vincolante. Trotsky scrisse instancabilmente su ogni numero dell'Iskra, mettendo in mostra la sua bravura di giornalista, e tenne numerosi discorsi pubblici di grande successo, confermandosi un oratore formidabile. Gli esponenti del Posdr lo inviarono a far propaganda negli ambienti degli immigrati russi a Bruxelles, a Liegi e a Parigi, dove nel 1903 conobbe colei che sarebbe diventata la sua seconda moglie e la compagna di tutta la vita: Natalia Ivanovna Sedova (1882-1962), una giovane rivoluzionaria che aveva studiato storia dell'arte alla Sorbona.
Il matrimonio con Aleksandra Sokolovskaya si sciolse di comune accordo ed i due continuarono a mantenere un ottimo rapporto per tutta la vita. Dall'unione con Natalia Sedova, nacquero due figli maschi, Lev (1906-1938) e Sergei (1908-1937).
In quello stesso anno, al II° congresso del Posdr , in seguito alla spaccatura del partito in bolscevichi e menscevichi, il giovane Lev si schierò decisamente con questi ultimi, entrando in polemica infuocata con Lenin. Solo molti anni dopo egli capì le ragioni del capo dei bolscevichi, che intendeva estromettere dall'Iskra i tre anziani, a suo giudizio incapaci di essere al servizio della rivoluzione. Tutta la faccenda della divisione del partito era sembrata fino a quel momento di carattere del tutto personale, più che una divergenza politica profonda. Perciò Trotsky si allineò tranquillamente con i menscevichi, sicuro che la frattura si sarebbe ricomposta. In seguito però l'acuirsi delle divergenze tra i due schieramenti portò gli stessi alla rottura insanabile sulle questioni fondamentali. Man mano che i menscevichi si spostarono su posizioni sempre più moderatamente riformiste, in antitesi al radicalismo rivoluzionario dei bolscevichi, Trotsky aumentò il proprio dissenso verso queste scelte e, nel settembre 1904, annunciò la sua rottura dall'ala menscevica del partito con una lettera aperta all'Iskra.
Da Ginevra, dove era stata trasferita la redazione dell'Iskra, Lev Bronstein si spostò a Monaco prima di intraprendere la strada del ritorno in Russia nel febbraio 1905 insieme a Natalia Sedova, sull'onda dei moti rivoluzionari che stavano attraversando l'impero zarista. Nel gennaio di quell'anno infatti si verificò nel paese il primo tentativo di insurrezione contro il potere centrale, scatenata dalla feroce repressione da parte delle autorità di una manifestazione di lavoratori a San Pietroburgo ("la domenica di sangue").
Trotsky, sotto il falso nome del militare a riposo Arbuzov e poi del magnate Vikentiev, lavorò incessantemente alla stesura di opuscoli e volantini, acquistando in breve tempo grande notorietà. Il 1° maggio la polizia arrestò durante una manifestazione sua moglie, per sfuggire alla cattura Lev dovette rifugiarsi in Finlandia. Il 14 giugno 1905 si verificò l'ammutinamento clamoroso della corazzata Potiomkin, seguito da quello di altre due navi della marina russa, ma l'iniziativa rivoluzionaria arrivò rapidamente a subire una battuta d'arresto, sotto l'azione tenace della repressione, e la situazione sembrò evolvere per la trattazione di un certo numero di riforme. Trotsky rientrò a Pietroburgo in ottobre proprio quando gli operai riaccesero la protesta. La nuova offensiva portò allo sciopero generale, cominciato dai tipografi, al quale aderirono 750.000 ferrovieri. La nazione venne paralizzata completamente quando l'astensione dal lavoro coinvolse anche i commercianti, gli impiegati ed i mezzi di trasporto urbani. Nella necessità di dotarsi di un nucleo direttivo per il coordinamento delle azioni di lotta, gli scioperanti cominciarono ad eleggere dei delegati che avrebbero formato dei consigli direttivi. Fecero la loro comparsa così i primi organi rappresentativi delle masse lavoratrici russe: i Soviet.
I menscevichi appoggiarono la creazione dei soviet e in quello di Pietroburgo Trotsky occupò da subito un posto di rilievo. Nei primi mesi presidente del soviet della capitale fu l'avvocato Krustalev-Nossar, ma il ruolo di Lev Bronstein, si rivelò fondamentale per dirigere l'assemblea. Grazie alle sue capacità di saper percepire l'evolversi della situazione politica, fu il primo a profetizzare che riforme contenute nel Manifesto del 17 ottobre, sarebbero state facilmente disilluse. D'altro canto, giudicate inadeguate le forze sulle quali i rivoltosi avrebbero potuto contare, suggerì ed ottenne che il movimento adottasse una tattica di lotta moderata, basata sopra tutto su azioni di disturbo e su ritirate strategiche.
Questo condotta era l'unica strada percorribile nell'incerta situazione del 1905, in quanto ancora era assente sia l'elemento che avrebbe sostenuto la rivoluzione del 1917, cioè l'appoggio dell'esercito, sia il coinvolgimento delle masse contadine, le quali erano invece rimaste escluse dal movimento. Il 19 ottobre Trotsky stesso suggerì l'interruzione dello sciopero generale. Tre giorni dopo lo zar fece arrestare il presidente Kustalev-Nossar ed altri esponenti del Consiglio. Il Soviet, su indicazione di Trotsky, rinunciò a rappresaglie immediate e riprese i suoi lavori, sotto la sorveglianza della polizia, dopo aver nominato un presidium di tre persone, Trotsky, Sverchkov e Zlydniev. I rivoluzionari attuarono la strategia del "boicottaggio finanziario" contro lo zar, rifiutandosi di pagare le tasse, ritirando i depositi dalle banche ed esigendo solo oro per i pagamenti. Per l'occasione venne compilato il "Manifesto finanziario" nel quale si annunciava il proposito di scompigliare il regime tagliando le entrate, constatata l'impossibilità di ricorrere alle armi.
Il pomeriggio del 3 dicembre 1905 la polizia, penetrata in forze nella sala di riunione, arrestò tutti i membri dell'esecutivo del soviet. Questa iniziativa delle autorità scatenò una violenta reazione popolare, soprattutto a Mosca, dove si combatté sulle barricate per dieci giorni. L'insurrezione venne soffocata e una serie di spedizioni punitive, volute dal nuovo primo ministro Stolypin, mirarono a scoraggiare qualsiasi ulteriore tentativo di rivolta. Al processo dei membri del soviet assistettero soltanto un centinaio di persone, ma lo scontro in aula fu quanto mai duro. Il 5 gennaio 1907 Trotsky, insieme ad altri quattordici delegati, iniziò il viaggio verso la deportazione a vita in Siberia. Il luogo prescelto per la detenzione era particolarmente ostico: si trattava di Obdorsk, un piccolo insediamento nella tundra gelida del circolo polare artico, raggiungibile solo con le renne. Mentre il treno percorreva il territorio di Berezov, ultima parte del viaggio su rotaia, Lev Davidovic si gettò dal convoglio iniziando così una avventurosa fuga attraverso la Siberia. Il fuggitivo raggiunse la moglie a Pietroburgo e partì con lei alla volta di Londra.
Nell'aprile 1907 partecipò al congresso del Posdr, che si tenne nella capitale inglese, dove espose per la prima volta la sua teoria della "Rivoluzione permanente". Dopo il congresso, con la moglie ed un figlio neonato, si trasferì prima a Berlino, poi a Vienna dove visse sette anni di tranquilla vita familiare e di intensa attività culturale. Frequentando i caffè e le case dei più prestigiosi rappresentanti degli ambienti intellettuali mitteleuropei, ebbe modo di conoscere uomini come Bebell, Kautskij, Adler, Renner e Hilferding.
Nell'ottobre 1908 lanciò un giornale rilevato da un gruppo menscevico ucraino, rinominato Pravda (in russo: Verità) a cui diede subito una nuova linea editoriale ed una vasta tiratura. Il primo numero della Pravda uscì a Vienna il 3 ottobre 1908. Lo staff editoriale iniziale fu formato, oltre che da Trotsky, dagli intellettuali Victor Kopp, Adolf Joffe e Matvey Skobelev. Questi ultimi due, discendenti da famiglie benestanti, erano anche i finanziatori del progetto.
Il quotidiano provò più volte a rappresentare un punto di incontro tra le diverse correnti del partito socialdemocratico. Per il suo linguaggio vivace e comprensibile, la Pravda, introdotta clandestinamente in Russia per sfuggire la censura del governo zarista, divenne presto molto popolare.
Nel gennaio 1910 il comitato centrale del partito in riunione plenaria, votò il finanziamento del giornale che divenne l'organo ufficiale del RSDLP. Nel tentativo di risolvere le controversie interne tra le fazioni, Lev Kamenev, esponente di spicco del gruppo bolscevico, fu invitato alla collaborazione editoriale nel giornale, ma pochi mesi dopo (agosto 1910), essendo tramontata ogni ipotesi di riconciliazione, si tirò indietro dall'incarico. Nello stesso periodo in cui la Pravda di Trotsky cessò le sue pubblicazioni, uscì a S.Pietroburgo il primo numero della nuova Pravda dei bolscevichi (22 aprile 1912), che, pubblicato legalmente sotto la rigida censura del governo, divenne l'organo di stampa del neonato partito bolscevico.
Trotsky continuò a scrivere anche per altri giornali articoli non solo politici ma anche letterari ed artistici. Nonostante i proventi derivati dai suoi lavori venissero interamente utilizzati per finanziare la Pravda, quest'ultima, per mancanza di fondi, spesso si trasformò da quindicinale a mensile o bimestrale.
Nel settembre 1912 Lev partì come corrispondente della Guerra dei Balcani (1912-1913) per il Kievskaia Mysl' (Pensiero di Kiev) e per altri periodici. La nuova attività di reporter lo appassionò totalmente mettendolo in luce tra le più considerevoli firme del giornalismo europeo; ma il clima di guerra che si apprestava a propagarsi in tutta Europa, lo costrinse a tornare a Vienna per ricongiungersi con la sua famiglia. I suoi articoli di quel periodo furono successivamente raccolti nel volume Le guerre balcaniche 1912-1913 pubblicate nel 1926.
Trasferitosi in seguito a Zurigo, Trotsky pubblicò l'opera La guerra e l'Internazionale nella quale venivano accusati i socialisti di non essersi opposti in modo compatto al conflitto incombente e di essersi lasciati coinvolgere in atteggiamenti nazionalistici. Questo scritto riportò l'autore vicino alla collocazione politica di Lenin e lo separò sempre più dalle scelte mensceviche. Alla fine di novembre 1914 Lev Davidovic si trasferì in Francia dove continuò a scrivere per il "Pensiero di Kiev" per mantenersi, e per il Golos e il Nashe Slovo per finanziare il proprio impegno rivoluzionario. Partecipò alla conferenza di Zimmerwald (Svizzera) nel 1915.
La sua permanenza parigina venne interrotta nel settembre 1916, quando il governo francese, per compiacere l'alleato russo, chiuse i giornali socialisti in lingua russa e fece scortare Trotsky fino alla frontiera spagnola. Rifiutato anche dalla Spagna, Lev venne imbarcato su un bastimento il 13 gennaio 1917 e raggiunse il porto di New York due mesi più tardi.
Alle prime notizie giunte negli Stati Uniti sulla rivoluzione scoppiata in Russia, Trotsky decise di riprendere di nuovo il mare (27 marzo) per far ritorno in patria. Ma allo scalo di Halifax (Canada) la polizia, salita a bordo, lo prelevò a forza per internarlo in un campo di prigionia. Soltanto l'intervento del ministro degli esteri del governo provvisorio russo, Miljukov, presso l'ambasciata inglese consentì il rilascio del prigioniero che poté ripartire ed arrivare a Pietrogrado il 4 maggio 1917.
Quando Trotsky giunse in patria si era appena formato il secondo governo provvisorio, composto da una coalizione di cadetti menscevichi e socialisti rivoluzionari. Questo esecutivo si trovò a dibattersi tra compromessi e contraddizioni causate dalle opposte tendenze dei suoi componenti. I menscevichi infatti consideravano completata la fase rivoluzionaria con la deposizione dello zar, mentre i socialisti rivoluzionari richiedevano l'abolizione della proprietà terriera e la distribuzione dei latifondi ai contadini. L'ambiguità della scelta del proseguimento del conflitto e nello stesso tempo la condanna delle "mire imperialiste" insite nello stesso, così come il riconoscimento dell'urgenza di riforme sociali e il continuo rimando delle stesse, rivelarono la debolezza di fondo dei socialisti moderati.
Trotsky aderì al partito di Lenin avendo oramai realizzato una comune identità di vedute e fece confluire nel partito bolscevico il suo gruppo Mezrayonka (Organizzazione intercittadina) fondato nel 1913 e composto da eminenti personalità come Lunaciarskij, Riazanov, Joffe, Uritskij ecc. Il 10 maggio 1917 Lenin e Trotsky si incontrarono per la prima dopo molti anni anni per discutere i dettagli della fusione dei due gruppi che avvenne formalmente solo ai primi di agosto. Lenin accolse Trotsky e i suoi senza porre condizioni e offrì loro cariche direttive e collaborazione nella Pravda. I bolscevichi vennero incolpati per le sommosse popolari delle "giornate di luglio". Ciò provocò l'arresto della maggioranza dei capi del movimento, compresi Trotsky e Lunaciarskij, che vennero rinchiusi nella prigione di Kresty il 23 luglio.
Per fronteggiare il tentativo di colpo di stato (in agosto) del comandante in capo delle forze armate, generale Kornilov, il primo ministro Kerenskij fu costretto a chiedere aiuto anche ai suoi avversari bolscevichi, in particolare ai marinai della fortezza di Krostadt. Trotsky convinse i marinai a combattere per difendere quello stesso governo che lo aveva incarcerato. Il 4 settembre, dopo che Kornilov era stato sconfitto, Trotsky venne rilasciato mentre i bolscevichi guadagnavano vasti consensi in tutto il paese, fino a ritrovarsi in maggioranza al soviet di Pietrogrado, del quale Trotsky venne eletto presidente. Il nuovo soviet rappresentò tutti i partiti minoritari e il suo presidente si affrettò a proclamare che "nessuna mano del presidium si allungherà mai su alcuna minoranza per soffocarla".
Avendo ottenuto una sempre maggiore influenza grazie al suo impegno organizzativo ed alle sue indiscusse capacità persuasive, nel luglio Trosky entrò a far parte del Comitato centrale del partito bolscevico. Appoggiò la richiesta di Lenin, rifugiatosi in Finlandia, che si preparasse subito l'insurrezione armata per rovesciare il governo provvisorio, mentre si erano schierati contro questa proposta Zinov'ev e Kamenev, che giudicavano il momento non adatto. A differenza di Lenin tuttavia, Trosky chiese che l'azione coincidesse con il Congresso nazionale panrusso dei Soviet, in modo da presentare la rivolta socialista come la volontà del popolo russo e non quella di un solo partito.
Lev Davidovic cominciò a pianificare l'insurrezione, lavorando in modo da non generare sospetti su quanto stava per accadere. Il 9 ottobre venne organizzato il Comitato militare rivoluzionario da una sessione dell'esecutivo del Soviet, che aveva il compito di assicurare la difesa della capitale. Il Comitato era composto da sette sezioni, ad ognuna delle quali era affidato un compito specifico come l' approvvigionamento, le informazioni, i collegamenti con la flotta del Baltico e con i reparti dell'esercito impegnati sul fronte settentrionale, la formazione delle milizie operaie ecc. Vennero quindi nominati dei commissari in rappresentanza del Comitato in tutti i distaccamenti delle truppe.
Il 16 ottobre i reggimenti della guarnigione di Pietrogrado si ribellarono all'ordine di Kerenskij di trasferirsi al fronte, nello stesso tempo venne diramato un ordine del Comitato militare rivoluzionario affinché fossero consegnati dagli arsenali cinquemila fucili alla Guardia rossa. Il momento che coincise con punto di maggior debolezza del governo provvisorio, fu quello in cui Trotsky poté saggiare l'effettiva efficienza del Comitato. Intorno al 20 ottobre, in un incontro segreto con Lenin, Lev poté approntare un piano accurato che avrebbe garantito il successo della rivoluzione. Picchetti armati erano pronti ad occupare tutte le posizioni strategiche della capitale mentre Trotsky avrebbe atteso un pretesto provocatorio da parte di Kerenskij, che arrivò il 23 ottobre, quando venne chiusa d'autorità la redazione della Pravda.
I tipografi del giornale ottennero dal Comitato il consenso di rompere i sigilli governativi e la pubblicazione riprese sotto la protezione armata della Guardia rossa. Il primo ministro ordinò l'incriminazione dell'intero Comitato militare rivoluzionario e l'arresto dei suoi dirigenti, scatenando con quel gesto l'inizio della sollevazione. Lev Davidovic diramò ai soldati della capitale l'ordine di mobilitazione, dichiarando il Soviet di Pietrogrado in pericolo, e ordinò all'incrociatore Aurora di posizionarsi nella Neva per tenere sotto tiro il Palazzo d'inverno, sede del governo provvisorio.
La notte tra il 24 e 25 ottobre i soldati e le guardie rosse occuparono tutti i punti nevralgici della città: centrali elettriche, centrali telefoniche, uffici postali, stazioni ferroviarie ecc. Kerenskij fuggì da Pietrogrado su un automobile dell'ambasciata americana poco prima che Trotsky annunciasse al Soviet la caduta del governo. Il palazzo d'inverno venne facilmente conquistato in quello stesso giorno ed i ministri che si erano asserragliati al suo interno, condotti alla fortezza di Pietro e Paolo.
Il 26 ottobre si riunì il II° Congresso panrusso dei Soviet, nel quale i bolscevichi avevano una maggioranza di due terzi, e venne dichiarata solennemente la destituzione di Kerenskij. Il primo governo della R.S.F.S.R. presieduto da Lenin e con il trentottenne Trotsky al Commissariato del popolo per gli Affari esteri, dovette fare i conti fin da subito con le promesse di pace e di assegnazione della terra ai contadini. Nei disegni dei bolscevichi vi era l'intenzione di proporre una trattato ai paesi belligeranti, "senza annessioni ne indennizzi", convincendo tutti a deporre le armi.
L'invito non fu raccolto dalle potenze dell'Intesa (Francia, Inghilterra, Italia e Stati Uniti) ma ottenne il consenso degli imperi Austro-ungarico e germanico. Il 14 novembre Russia e Germania iniziarono i negoziati per l'armistizio che si materializzarono il 27 dicembre, quando la delegazione russa guidata da Trotsky giunse a Brest-Litovsk per trattare con il capo della delegazione tedesca Kuhlmann. Dalla pretesa della Germania di annettere la Polonia ed i Paesi Baltici nacque una lunga ed estenuante trattativa, che si concluse senza un accordo poiché le condizioni imposte dalla controparte tedesca furono giudicate troppo gravose.
Trotsky dichiarò che il suo paese non avrebbe dovuto accettare quelle proposte di pace ma nemmeno avrebbe dovuto riprendere a combattere, confidando nel fatto che gli imperi centrali avrebbero rivolto le loro forze verso i fronti occidentali e che non avrebbero avuto la forza di andare contro l'opinione pubblica interna che chiedeva a gran voce la fine del conflitto. Nel partito bolscevico invece Lenin era propenso ad accettare qualsiasi condizioni di pace, convinto della assoluta impossibilità di difendere il paese, mentre Bukharin prospettava la trasformazione del conflitto in "guerra rivoluzionaria" cullando l'illusione che gli operai e i contadini russi avrebbero trovato nuove energie per combattere a favore di una causa più sentita.
La linea di Trotsky ottenne la maggioranza dei consensi nel partito ed egli stesso ritornò a Best-Litovsk il 19 febbraio 1918, ma i negoziati furono interrotti quando le truppe tedesche penetrarono in Russia senza incontrare resistenza. Nei giorni seguenti, visto il precipitare degli eventi, venne approvata d'urgenza la mozione di Lenin, anche con il favore di Trotsky, ed il governo sovietico, che si era per sicurezza spostato a Mosca, si arrese alle condizioni del Kaiser.
La Russia cedette, oltre alla Polonia e gli Stati baltici, anche la Finlandia e l' Ucraina, oltre a concedere ingenti risarcimenti per i danni di guerra. La resa fu firmata il 3 marzo 1918.
Già a pochi mesi dalla rivoluzione d'ottobre si erano andati costituendo sul Don i primi battaglioni di Guardie bianche, i cui generali miravano esplicitamente alla dittatura personale o alla restaurazione della monarchia. Questi gruppi di militari reazionari, inizialmente in compagini piuttosto esigue, indussero il governo a creare un esercito in grado di farli fronte. Il compito fu assegnato a Trotsky che fondò l' Armata rossa il 23 febbraio 1918 (in principio chiamata Armata socialista volontaria) iniziando ad arruolare dei volontari e degli ex ufficiali zaristi, per sfruttarne le competenze. Al fine di mantenere il controllo su questi ultimi venne affiancato loro un commissario politico, con il compito di rispondere della loro lealtà.
Trotsky sottolineò il fatto che non venivano tradite le conquiste rivoluzionarie dei soldati, che avevano ottenuto il diritto di eleggere propri comandanti e comitati, bensì si intraprendeva una nuova fase della rivoluzione che avrebbe addestrato gli individui ad una nuova disciplina sociale. L'arruolamento divenne poi obbligatorio (22 aprile 1918) per "difendere la pace perpetua" e "la cooperazione tra i popoli".
Il primo attacco rilevante alla Russia bolscevica venne dalla legione cecoslovacca, composta da ex prigionieri di guerra. La legione occupò gran parte della Russia asiatica, si alleò con le truppe del generale Kolciak e con le forze alleate sbarcate ad Arcangelo e Murmansk e si impadronì prima di Samara e poi di Kazan (6 agosto 1918). Trotsky fece allestire un treno formato da otto vagoni armati di mitragliatrici e cannoni, che utilizzò come quartier generale e si mosse per le regioni del Volga. Sul convoglio era presente la segreteria particolare del comandante delle forze armate dove prestavano servizio numerose dattilografe ed impiegate, un ufficio propaganda con tipografia e una stazione radio che manteneva i collegamenti con Mosca. Giunto all' ultimo avamposto sovietico, rinvigorì il morale dei combattenti e guidò di persona una temeraria incursione notturna nella città di Kazan. L'azione dell'Armata rossa permise di bloccare sulla riva orientale del Volga l'avanzata del nemico il quale, in caso contrario, avrebbe avuto la strada spianata verso Mosca.
Kazan venne riconquistata il 10 settembre, mentre due giorni dopo il generale Tukacievskij entrava a Simbirsk. Sul suo treno blindato, divenuto presto leggendario, Trotsky continuò ad agire su tutti i fronti ,apparendo quasi onnipresente. Nel novembre 1918 l'impero austro-ungarico e germanico uscirono sconfitti dal conflitto mondiale e si ritirarono dai territori russi occupati, annullando di fatto le conseguenze della pace di Brest-Litovsk.
A quel punto la presenza degli interventisti stranieri sul suolo russo venne a non essere più giustificata ed i paesi dell'Alleanza, dovendo dar conto alla propria opinione pubblica, scelsero di fornire alle armate bianche solo un sostegno economico. Nel marzo 1919 Kolciak sferrò un nuovo attacco sul fronte orientale, costringendo Trotsky a ripartire per il territorio delle operazioni belliche. Dopo una ritirata disordinata, l'esercito rosso venne riordinato e preparato per il contrattacco. Ad aprile le milizie del generale bianco furono sbaragliate con un'abile manovra di accerchiamento; una sorte simile toccò alle truppe del generale Denikin in estate ed a quelle del generale Judenic in autunno.
L'offensiva portata avanti in particolare da Judenic, che aveva puntato decisamente su Pietrogrado, fu particolarmente dura da respingere per la repubblica dei soviet. Trotsky rimase a Pietrogado quando sembrava irrimediabilmente perduta e convinse tutti gli abitanti della città a combattere con "eroica follia", come affermato dallo stesso avversario bianco. Nel giro di una settimana i rossi passarono al contrattacco e respinsero Judenic.
A due anni esatti dalla rivoluzione d'ottobre la guerra civile poteva dirsi praticamente conclusa con la totale disfatta dei tre più forti eserciti bianchi. Il quarantenne Trotsky venne insignito dell'ordine della Bandiera rossa. L'ultima impresa bellica di Trotsky fu quella di soffocare la rivolta antibolscevica scoppiata tra i marinai della base navale di Kronstadt (1-7 marzo 1921), che fu repressa con decisione nel timore che l'agitazione si fosse potuta estendere.
Terminati gli impegni di guerra, Lev Daviovic poté dedicarsi ad affrontare problemi di ordine economico e di ricostruzione che attanagliavano la Russia. Nel 1920 fu nominato Commissario per le ferrovie, in aggiunta al Commissariato per la guerra. Lenin riuscì a far approvare la NEP (Nuova Politica Economica), una serie di riforme di liberalizzazione del mercato capaci di favorire la ripresa dell'economia, mentre Trotsky proponeva un maggiore industrializzazione. I due tuttavia, sebbene avessero alcune divergenze di vedute, costituivano agli occhi della Russia un binomio quasi inscindibile: in loro si identificava il potere sovietico.
Gli altri leaders di partito erano assai distanziati in quanto a prestigio, popolarità e potere. Quando Lenin venne bloccato dalla malattia, aveva da poco cominciato la sua battaglia contro gli abusi della burocrazia, dominata direttamente da Stalin, appena divenuto segretario generale del partito (1922). Egli mise a punto una revisione della politica del commercio estero, contando sull'appoggio di Trotsky.
I burocrati erano stati accusati di aver diminuito il controllo statale, Trotsky riuscì a convincere la maggioranza del Politburo a ripristinare la supremazia del governo. Nel dicembre 1922 Lenin scrisse al Politburo sull' importanza della pianificazione proposta da Trotsky ma un secondo attaccò di ictus lo colpì prima che potesse elaborare un piano definito. Pochi mesi dopo il leader bolscevico dettò una lettera per il Politburo nella quale veniva criticato duramente l'operato del Rabkrin (Ispettorato degli operai e dei contadini) e del suo responsabile Stalin. Il 5 marzo 1923 incaricò formalmente Trotsky di difendere la questione georgiana nella imminente seduta del Comitato centrale, leggendo un suo scritto nel quale condannava esplicitamente la politica di Stalin nei confronti delle nazionalità non russe.
Approfittando dell'assenza di Lenin, che non poté più presenziare ad alcuna riunione, Stalin aveva trasformato l'ufficio politico secondo le sue convenienze, stringendo alleanze mirate con Zinov'ev e Kamenev. Prima ancora di cominciare ad enunciare le indicazioni di Lenin, Trotsky si ritrovò isolato, con la sola eccezione di Bukarin. Per settimane egli si adoperò affinché la critica di Lenin e il suo schema di riorganizzazione del Comitato centrale venissero resi pubblici ma il gruppo di alleati di Stalin riuscì abilmente a trovare il modo di insabbiarli. Prendendo a pretesto alcune differenze tra lo schema originale di Lenin e quello presentato da Trotsky, il Politburo riuscì ad accusare quest' ultimo di voler travisare il pensiero del leader.
Lenin esortò Trotsky a portare avanti la battaglia sulla questione georgiana al XII congresso del partito senza lasciarsi persuadere ad addivenire a nessun "precario compromesso" con Stalin. Tuttavia al Congresso Trotsky si accontentò di vincere ma, convinto dalle scuse e dai buoni propositi elargiti da Stalin, desistette dal denunciarlo e dal chiedere la sua rimozione dalla carica di segretario generale.
Lenin subì il terzo durissimo attacco della sua malattia che lo privò di ogni possibilità di azione e che il 21 gennaio 1924 lo condusse alla morte, lasciando aperta la questione della sua successione. Le sue ultime volontà furono riportate nella celebre Lettera al congresso, meglio conosciuta come Testamento, di cui fu data lettura pochi giorni dopo il decesso nel comitato centrale. Il documento dava precisi giudizi su tutti i principali esponenti del partito senza designarne nessuno alla successione ma dichiarando espressamente Stalin non adatto a ricoprire l'incarico di segretario generale.
Zinov'ev sostenne con convinzione che il giudizio su Stalin doveva essere stato dettato dalla mancanza di informazioni corrette ricevute da Lenin e rimarcò l'operato leale del georgiano. Alla fine il comitato, con il consenso di Trotsky, scelse di non divulgare il testamento al congresso del partito. Stalin così poté uscire indenne dalla più grave crisi della sua carriera.
Lev Davidovic condusse la sua battaglia incentrandola sul problema della democrazia all'interno del partito. Quest'ultimo avrebbe dovuto accogliere varie correnti di pensiero, in linea però con le sue direttive, e combattere i funzionari che avevano instaurato un centralismo eccessivo.
La troika (Stalin, Zinov'ev, Kamenev) ribadì che un partito unitario era alla base del leninismo ed accusò Trotsky di non aver mai accettato quel principio, essendo stato per lungo tempo menscevico. Già il 16 gennaio 1924, nel corso di una conferenza, era stata scagliata per la prima volta contro Trotsky l'accusa di "deviazionismo piccolo borghese dal leninismo", questa imputazione venne ratificata al XIII congresso del PCUS (maggio 1924).
Ancora una volta Trotsky scelse di non controbattere direttamente alle accuse ma preferì affidare la propria difesa alle "Lezioni di ottobre", una prefazione al terzo volume delle sue opere. Lo scritto dissertava sul ruolo ambiguo tenuto da alcuni membri del partito bolscevico durante la rivoluzione: in particolare Zinov'ev e Kamenev venivano accusati di esitazioni ed ostruzionismo.
L'opera venne presto ritirata dalle librerie e si diede l'avvio ad imponenti controaccuse e ad un graduale processo di falsificazione della storia. Il ruolo di Trotsky nell' Ottobre venne ridimensionato agli occhi dell'opinione pubblica e fu propagandato invece il messaggio che a capo dell'insurrezione vi fosse stato Stalin.
Ebbe inizio così l'emarginazione dell'ala trotzkista, che iniziò a farsi chiamare Opposizione di sinistra. Trotsky si schierò contro la politica stalinista del "socialismo in un solo paese". I punti fondamentali su cui si accese la disputa furono la critica al regime autoritario instaurato all'interno del partito da Stalin, la condanna dello sviluppo di deformazioni burocratiche nell'apparato statale, la denuncia della creazione di una nuova borghesia causata dall'estensione incontrollata delle misure economiche della NEP. L'Opposizione di sinistra rivendicò la necessità di una politica di forte industrializzazione, di un piano di collettivizzazione volontaria nelle campagne (da realizzarsi in tempi lunghi) e soprattutto di un impegno ad appoggiare le iniziative rivoluzionarie negli altri paesi, l'unico mezzo per far fronte ai pericoli di involuzione del regime sovietico.
Il 17 gennaio 1925 la troika riuscì a far destituire Trotsky dalla carica di Commissario per la guerra, escludendo così di fatto la sua candidatura alla successione a Lenin.
Negli anni 1925-1926 la lotta interna sembrò essersi arrestata finché Kamenev e Zinov'ev non la riaccesero, passando all'opposizione con Trotsky. I tre si allearono per contrastare il potere divenuto dispotico di Stalin e formarono l'Opposizione unificata. Il movimento raccolse numerosi adepti e tentò di organizzare incontri e comizi per cercare l'appoggio della popolazione operaia e contadina nel tentativo di sovvertire l'apparato tenuto in mano da Stalin. Ma le masse avevano perso gli antichi entusiasmi rivoluzionari e rimasero apatiche alle iniziative dell'Opposizione anche dopo la tragica sconfitta della rivoluzione cinese del 1927, quando Stalin aveva ordinato ai comunisti locali di appoggiare Chang Kai-Shek e questi li aveva fatti trucidare. Fu facile per gli agenti stalinisti scoraggiare e neutralizzare gli avversatori che avevano colpevolizzato la politica stalinista.
Nell'ottobre 1926 Trotsky ed i suoi alleati furono espulsi dal Politburo e, un anno dopo, dal Comitato centrale. Di lì a breve giunse anche l'espulsione dal partito (insieme a Zinov'ev, Kamenev e altri) e l'allontanamento dal Cremlino. Gli altri due esponenti dell'Opposizione capitolarono definitivamente di fronte a Stalin nel dicembre 1927.
Il 12 gennaio 1928 gli agenti della GPU (organismo politico incaricato di vigilare sulla sicurezza dell'Unione Sovietica) notificarono a Trotsky il provvedimento di deportazione per attività controrivoluzionaria. Il 16 gennaio Lev Davidovic fu prelevato di forza e accompagnato ad Alma Ata, nel Turkestan, presso la frontiera orientale. Nella piccola città Trotsky si stabilì abbastanza bene, guadagnandosi da vivere traducendo le opere di Marx per l'amico Rjazanov, direttore dell'Istituto Marx-Engels di Mosca, e lavorando ad alcune sue importanti opere come: La rivoluzione permanente (1930), La mia vita (1932) e Storia della Rivoluzione russa (1932).
Intanto Stalin varava per la Russia i piani di industrializzazione forzata e di collettivizzazione dell'agricoltura.
Nel febbraio 1929 Trotsky venne espulso dalla Russia e su una nave vuota, insieme a Natalia Sedova ed al loro figlio maggiore, raggiunse l'isola di Prinkipo in Turchia. Da quella data e fino al luglio 1933 Lev Davidovic e la sua famiglia rimasero nel villaggio di Bujuk Ada, il principale centro dell'isola. Questo soggiorno fu caratterizzato dal seguire sia gli avvenimenti politici che si stavano succedendo in Europa (Trotsky evidenziò con estrema lucidità la pericolosità della ascesa del nazismo in Germania) sia la grave forma di depressione psichica in cui si dibatteva la sua secondogenita Zanaida (detta Zina), giunta presso di lui nel gennaio 1931 che la condurrà di lì a breve al suicidio.
Nel luglio 1933 la Francia, dietro le insistenti pressioni di militanti trotskisti, concesse l'asilo politico a Lev Davidovic purché si mantenesse lontano dalla capitale e conservasse l'incognito. Egli visse per due mesi a St. Palais, sulla costa atlantica per poi trasferirsi a Barbizon. Un banale incidente smascherò la sua falsa identità e la sua scoperta suscitò clamore in tutta la nazione. I conservatori e i socialisti francesi condannarono la presenza dell'esule sul proprio territorio e ne chiesero l'espulsione. Il governo cedette alle pressioni di costoro e emanò l'ordine di lasciare la Francia, ma per quattordici mesi non si trovò paese disposto ad ospitarlo.
Nella primavera del 1935 la Norvegia gli concesse asilo su richiesta dei laburisti appena saliti al potere. Trotsky si stabilì a Honefoss, un tranquillo luogo di campagna a circa sessanta chilometri da Oslo, accolto in casa dalla famiglia Knudsen, dove poté dedicarsi alla scrittura de La rivoluzione tradita, una violenta denuncia dei crimini dello stalinismo. Nell'opera egli previde che "la caduta della attuale dittatura burocratica, se non verrà sostituita da un nuovo potere socialista, porterà al ritorno alle relazioni capitalistiche con un declino catastrofico dell'industria e della cultura".

La tranquillità della famiglia durò pochi mesi: il 1936, "l'anno di Caino", vide l'inizio dei grandi processi di Mosca e delle purghe staliniane. Lev Davidovic Bronstein era l'imputato primario di tutti i processi a carico dei membri del partito: l'accusa principale che portò alla condanna a morte di gran parte dei quadri dirigenti fu quella di complicità con Trotsky. Quest'ultimo, secondo gli accusatori congiurava contro l'Unione sovietica, coordinava il terrorismo e tramava per sopprimere Stalin.
Agli imputati, tramite agghiaccianti torture, venivano estorte confessioni di tradimento su istigazione di Trotsky. Sebbene Lev Davidovic negò sempre ogni addebito, le false accuse produssero imbarazzo nel governo norvegese che, per non inimicarsi il dittatore georgiano, finì per relegare il rivoluzionario nel fiordo di Hurum, in attesa che qualche altra nazione si offrisse di ospitarlo.
Nessuna nazione democratica occidentale concesse asilo a Trotsky, finchè fu il presidente socialista messicano Cardenas ad offrirsi di accoglierlo sul suo territorio. Lev e sua moglie giunsero a Tampico il 9 gennaio 1937 a bordo della petroliera Ruth. Furono ospiti nella "Villa azzurra" del pittore Diego Rivera a Coyoàcan, un sobborgo di Città del Messico.
Nel 1937-38 furono indetti nuovi processi pubblici a Mosca, durante i quali molti degli esponenti del Pcus, dell'Armata rossa e del Servizio civile, vennero giustiziati. Nello stesso periodo una commissione costituita sotto la presidenza del filosofo americano John Dewey, dichiarò Trotsky innocente di tutte le accuse attribuitegli nei processi di Mosca.
Dopo aver perso ogni speranza di poter riformare il Comintern, oramai irrimediabilmente caduto nelle mani della burocrazia stalinista, Trotsky iniziò a lavorare alla costruzione di una nuova Internazionale. Tre movimenti socialisti europei si unirono alla Opposizione Internazionale di Sinistra firmando un documento scritto da Trotsky invocante la Quarta Internazionale, che divenne nota come "Dichiarazione dei Quattro". Di queste organizzazioni, due se ne distanziarono presto, ma il Partito Socialista Olandese lavorò con l'Opposizione per avviare la Lega Comunista Internazionale. Lo scopo della Quarta Internazionale sarebbe stato quello di assistere la costituzione di nuovi movimenti rivoluzionari di massa, capaci di guidare alla rivoluzione i lavoratori dei vari paesi.
Trenta delegati in rappresentanza di diversi stati europei, nordamericani e asiatici si riunirono in un congresso per la fondazione della Quarta Internazionale nel settembre 1938 vicino Parigi, nella casa del trotskista Alfred Rosmer. L'impegno del nuovo gruppo, nato come "organizzazione internazionale del movimento operaio e dei lavoratori", per riaffermare i veri principi socialisti in contrapposizione al Comintern, divenne uno dei compiti più importanti della vita di Trotsky. In Messico la lotta contro Stalin continuò attraverso la pubblicazione di un Bollettino dell'opposizione, diffuso clandestinamente in URSS.
Negli anni che precedettero la sua morte, Trotsky vide la scomparsa dei suoi figli, lo sterminio di amici e collaboratori, e il disfacimento delle conquiste della rivoluzione d'Ottobre. Il figlio maggiore di Trotsky, Leon Sedov, membro dell'Opposizione di sinistra internazionale, perì misteriosamente durante una banale operazione di appendicite in una clinica di Parigi nel febbraio del 1938. L'altro figlio maschio, Sergei, sicuro di non correre alcun pericolo vista la sua estraneità ad ogni impegno politico, rimase in Russia ma venne incarcerato e fucilato in segreto (1938), essendosi rifiutato decisamente di incriminare suo padre.
La prima moglie, Aleksandra Sokolovskaya, arrestata nel 1935, scomparve circa tre anni più tardi nel Gulag di Kolyma. Due dei suoi segretari europei, Rudolf Klement e Erwin Wolff, vennero assassinati. Ignace Reiss, un funzionario della Gpu che si schierò pubblicamente con Trotsky, fu massacrato da un agente stalinista in Svizzera.
Nel 1939, mentre in Europa era scoppiata la seconda guerra mondiale, rovinatisi i rapporti con Rivera, Trotsky, insieme ai suoi familiari e ad alcuni collaboratori, si trasferì in una casa dell'Avenida Viena, successivamente trasformata in fortezza.
Nella notte del 23 maggio del 1940 la nuova casa di Trotsky fu oggetto di un raid eseguito in pieno stile militare. I membri della famiglia scamparono miracolosamente al fuoco incrociato delle mitragliatrici. Il partito comunista messicano dichiarò questo attentato una messa in scena per denigrare Stalin. Trotsky smentì energicamente.
In questa ultima dimora si insinuò Ramon Mercader del Rio (detto "Jacson"), agente segreto di Stalin, dopo un lungo e paziente lavoro teso a procurarsi la fiducia dei risiedenti. L'uomo aveva sposato due anni prima Sylvia Ageloff, una fervente trotskista americana che aveva partecipato alla costruzione della IV° Internazionale.
Nel tardo pomeriggio del 20 agosto Jacson chiese di essere ricevuto da Trotsky per sottoporgli un articolo. Nonostante la stranezza della pretesa, Lev Davidovic si sentì in dovere di dargli un occhiata e ricevette l'uomo nel suo studio.
All'improvviso il sicario di Stalin estrasse una piccozza, tenuta nascosta tra le pieghe dell'impermeabile, e sferrò un violento colpo alla testa del vecchio rivoluzionario, che gli sfondò il cranio. Lev Davidovic riuscì ancora a trovare la forza di impegnarsi in un drammatico corpo a copro col suo assalitore e a chiamare aiuto.
Trasportato d'urgenza all'ospedale Puesto Central de Socorro de la Cruz Verde, Trotsky spirò alle 18,48 del giorno successivo (21 agosto 1940).
Scomparve così uno dei maggiori protagonisti della rivoluzione sovietica, nonché uno dei massimi teorici del marxismo del Novecento e uno scrittore di finissimo talento. Il suo ultimo articolo, lasciato incompiuto sulla sua scrivania, riguardava la difesa del marxismo dai revisionisti e dagli scettici contemporanei.
La villa di Trotsky a Coyoacán è stata conservata nelle stesse condizioni in cui si trovava il giorno del suo assassinio ed è oggi un museo. La sua tomba si trova nel giardino accanto alla casa.


Il 27 febbraio 1940 Trotsky scrisse quello che sarebbe divenuto il suo testamento, qui di seguito riportato nella sua versione integrale:

"La mia pressione alta (e in continuo aumento) inganna chi mi sta vicino sullo stato reale della mia salute. Sono attivo e abile al lavoro, ma la fine, evidentemente, è vicina.
Queste righe saranno rese pubbliche dopo la mia morte. Non ho bisogno di confutare ancora una volta le stupide e vili calunnie di Stalin e dei suoi agenti: non v' è una macchia sul mio onore rivoluzionario.
Né direttamente né indirettamente non sono mai sceso ad accordi, o anche solo a trattative dietro le quinte, coi nemici della classe operaia. Migliaia d'oppositori di Stalin sono cadute vittime d'accuse analoghe, e non meno false. Le nuove generazioni rivoluzionarie ne riabiliteranno l'onore politico e tratteranno i giustizieri del Cremlino come si meritano.
Ringrazio con tutto il cuore, gli amici che mi sono stati fedeli nei momenti più difficili della mia vita. Non ne nomino nessuno in particolare, perché non posso nominarli tutti. Mi ritengo tuttavia nel giusto facendo un'eccezione per la mia compagna, Natalja Ivanova Sedova. Oltre alla felicità di essere un combattente per la causa socialista, il destino mi ha dato la felicità d'essere suo marito. Durante i circa quarant'anni di vita comune, ella è rimasta per me una sorgente inesauribile d'amore, di generosità e di tenerezza. Ha molto sofferto, soprattutto nell'ultimo periodo della nostra esistenza. Mi conforta tuttavia, almeno in parte, il fatto che abbia conosciuto anche giorni felici.
Per quarantatré anni della mia vita cosciente sono rimasto un rivoluzionario; per quarantadue ho lottato sotto la bandiera del marxismo. Se dovessi ricominciare tutto dapprincipio, cercherei naturalmente di evitare questo o quell'errore, ma il corso della mia vita resterebbe sostanzialmente immutato. Morirò da rivoluzionario proletario, da marxista, da materialista dialettico, e quindi da ateo inconciliabile.
La mia fede nell'avvenire comunista del genere umano non è meno ardente, anzi è ancora più salda, che nei giorni della mia giovinezza.
Natascia si è appena avvicinata alla finestra che dà sul cortile, e l'ha aperta in modo che l'aria entri più liberamente nella mia stanza. Posso vedere la lucida striscia verde dell'erba ai piedi del muro, e il limpido cielo azzurro al disopra del muro, e sole dappertutto.
La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla da ogni male, oppressione e violenza, e goderla in tutto il suo splendore."


 

15 ago 2010

E'IL 16 AGOSTO:VIENE RITROVATO IL CADAVERE DI GIACOMO MATTEOTTI

Giacomo Matteotti

Giacomo Matteotti (Fratta Polesine, Rovigo, 1885-Roma 1924). Deputato socialista, nell'ottobre del 1922 fu nominato segretario del Partito Socialista Unificato. Avverso alla politica di compromessi praticata anche da molti compagni, fu tra gli oppositori più efficaci e decisi del governo Mussolini che attaccò più volte alla Camera sino al duro discorso del 30 maggio 1924 con cui denunciò le violenze e i brogli commessi per vincere le elezioni del 6 aprile. Assalito pochi giorni dopo (10 giugno) da una banda di sicari fascisti (A. Dumini, A. Volpi, A. Poveromo, A. Putato, A. Malacria e G. Viola), fu ucciso e sepolto alla Quartarella, località deserta della campagna romana. Il cadavere fu ritrovato il 16 agosto successivo. La notizia del delitto suscitò un'ondata di orrore e di indignazione che parve mettere in pericolo le basi dello stesso governo, ma le opposizioni non seppero agire con sufficiente energia e Mussolini poté in poco tempo superare la grave crisi. Solo nel 1947 fu celebrato il processo contro i superstiti esecutori materiali del delitto (Dumini, Poveromo e Viola), che furono condannati a 30 anni di reclusione.

Bibliografia
E. Bassi, Giacomo Matteotti, Milano, 1945; P. Gobetti, Matteotti, Milano, 1945; G. Spagnuolo, Ceka fascista e delitto Matteotti, Roma, 1947; G. Salvemini, Nuova luce sull'affare Matteotti, in «Il Ponte», 1955; G. Arfè, Giacomo Matteotti uomo e politico, in «Rivista Storica Italiana», 1966; A. G. Casanova, Matteotti. Una vita per il socialismo, Milano, 1974; S. Merli, Fronte antifascista e politica di classe. Socialisti e comunisti in Italia 1923-1939, Bari, 1975; C. Carini, Giacomo Matteotti. Idee giuridiche e azione politica, Firenze, 1984.

 
 
 
 


 

L'ultimo fatale discorso alla Camera di Giacomo Matteotti

E' il 30 maggio del '24. La Camera è chiamata a convalidare in blocco quasi tutti i deputati eletti il mese prima. Davanti a Mussolini (che resterà muto e immobile per tutta la seduta), il socialista Giacomo Matteotti denuncia con forza violenze e brogli delle squadracce ai danni dei candidati dell'opposizione. Scorro le ingiallite pagine dei resoconti stenografici di quella seduta di settantasei anni or sono. Matteotti: <<…Contestiamo in tronco la validità delle elezioni di aprile. La vostra lista ha ottenuto con la forza i voti necessari per far scattare il premio di maggioranza...>>. Voci da destra: <<Basta, la finisca! Non possiamo tollerare che ci insulti>>. Matteotti: <<Avete sostenuto che le elezioni avevano un valore assai relativo, perché il governo non si sentiva soggetto al responso elettorale e era deciso a mantenere il potere anche con la forza...>>. Farinacci, il famigerato ras di Cremona: <<Sì, sì, è così! Noi abbiamo fatto la guerra!>>. Matteotti: <<...Per vostra stessa conferma, dunque, nessun elettore è stato libero di decidere>>. Voce da destra: <<E i due milioni che hanno preso le minoranze?>>. <<Potevate fare la rivoluzione!>>, chiosa per scherno l'animoso Farinacci. Il presidente della Camera, Alfredo Rocco (che si farà più tardi truce nomea con un vergognoso codice penale) non tacita i camerati ma cerca di intimidire Matteotti: <<Si attenga all'argomento!...>>. Matteotti: <<Presidente, forse ella non m'intende: ma stiamo parlando di elezioni!>>. E riprende la denuncia. <<Esiste una milizia che durante le elezioni...>>. Guai a toccare gli sgherri armati di Mussolini. Si grida: <<La milizia non si tocca! Viva la milizia fascista!>>. E il solito Farinacci: <<Erano i balilla!>>. Matteotti: <<E' vero, onorevole Farinacci: in molti luoghi hanno votato anche i balilla>>. Di rimando, in un drammatico crescendo: <<Per voi hanno votato i disertori! Imboscati!>>. Matteotti: <<In sei circoscrizioni su quindici le operazioni che si compiono normalmente nello studio di un notaio sono state impedite con la violenza>>. Per quanto purgati, i resoconti fanno intendere che in aula è scoppiato il putiferio. Matteotti, imperturbabile, riprende: <<A Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata...>>. Ancora Farinacci: <<Va finire che faremo davvero quel che non abbiamo fatto!>>. Matteotti: <<A Melfi s'impedì con la violenza la raccolta delle firme...In Puglia fu bastonato persino un notaio...A Genova rubarono i fogli con le firme già raccolte…>>. Da destra: <<Per voi ci vuole il domicilio coatto! Andatevene in Russia!>>. Matteotti non raccoglie le continue, crescenti provocazioni: <<...Presupposto essenziale di ogni libera elezione è che i candidati possano esporre pubblicamente e liberamente le loro opinioni. Ma questo non fu possibile. L'onorevole Gonzales, al quale fu impedito di tenere a Genova un comizio, convocò di una conferenza privata: i fascisti invasero la sala e a bastonate impedirono all'oratore di aprire bocca...>>. Urla, interruzioni. Il presidente Rocco urla: <<Onorevole Matteotti, sia breve e concluda!>>. Ma lui, imperterrito: <<A Napoli, con il ricorso alla milizia armata, fu impedito di tenere una conferenza all'onorevole Amendola, capo dell'opposizione costituzionale...>>. <<Ma che costituzionale!>>, gridano i deputati fascisti. <<E' un sovversivo come voi!>>. Ma il caso-Amendola non è isolato. <<Su cento nostri candidati – denuncia il leader socialista –, sessanta non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!>>. <<Per paura, avevano paura!>>, si grida. Filippo Turati reagisce, tra il commosso e lo sdegnato: <<Sì, paura! Come nella Sila quando c'erano i briganti, avevamo paura!>>. E Rocco intigna a provocare: <<Onorevole Matteotti non provochi incidenti e concluda!>>. Di rimando Matteotti: <<Protesto! Non sono io a provocare, ma gli altri che m'impediscono di parlare!>>. E Rocco: <<Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l'onorevole…>>. Matteotti scatta: <<Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare!>>. Scoppia un nuovo casino, di cui il presidente della Camera approfitta per ammonire Matteotti: <<Se ella vuole parlare, continui, ma prudentemente!>>. E lui: <<I candidati non avevano libera circolazione. L'onorevole Piccinini fu assassinato nella sua casa, davanti a moglie e figli, per avere accettato la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato il destino suo! E i seggi elettorali? Quasi ovunque erano composti solo di fascisti. In altri luoghi furono incettati i certificati elettorali, e certuni votarono dieci, venti volte: un giovane di vent'anni votò per un vecchio di settanta!>>. Il sottosegretario Finzi, seduto davanti a Mussolini, scatta in piedi e gli grida: <<Le prove! Lei deve provare quando dice!>>. E Matteotti: <<Tutto documentabile. E non ho parlato ancora della provincia di Rovigo, che è la mia ed anche la sua, onorevole Finzi: la vostra responsabilità è gravissima!>>. Finzi: <<Me ne onoro!>>. Matteotti: <<Noi difendiamo la libera sovranità popolare: ne rivendichiamo la dignità chiedendo l'annullamento delle elezioni inficiate dalla violenza!>>.Dieci giorni dopo, il 10 giugno 1924, Matteotti verrà rapito all'uscita di casa, a Roma, sul Lungotevere, da quattro uomini di Mussolini. Ucciso a pugnalate, il cadavere sarà nascosto nella macchia della Quartarella, poco lontano dalla Capitale, dove verrà ritrovato solo il 16 agosto. Poi l'Aventino dei deputati antifascisti (che i comunisti interromperanno per riprendere, ancora per poco, la battaglia in Parlamento). Il 3 gennaio, al culmine di quella che è la più grave crisi del fascismo, Mussolini tiene alla Camera il famoso discorso in cui si assume <<io, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di quanto è accaduto. Se il fascismo è stato ed è un'associazione a delinquere, io sono a capo di questa associazione a delinquere!>>. Il colpo di stato è definitivamente consumato. 

  Giorgio Frasca Polara

dal sito dei Democratici di sinistra