Lettori fissi

28 set 2011


Quando Garibaldi disse no a Lincoln
Non accettò la guida dei nordisti nella guerra di secessione
L'eroe dei due mondi non accettò perché l’emissario mandato dal presidente americano non garantì che la guerra in territorio americano si stava combattendo soprattutto per liberare gli schiavi



Il New York Times ritorna sull’offerta che proprio nel settembre di 150 anni fa il presidente Abramo Lincoln fece arrivare all’Eroe dei due mondi di guidare le forze dell’Unione contro quelle della Confederazione degli stati del sud che con l’attacco a Fort Sumter, il 12 aprile, avevano dato inizio alla loro secessione.

Ma l’emissario mandato dal presidente americano non riusci’ a rispondere alla domanda pressante di Garibaldi, riguardo al fatto che la guerra che si stava combattendo sul suolo americano - che l’eroe italiano considerava come una sorta di seconda patria dopo il suo esilio a New York - fosse principalmente motivata dalla necessita’ di garantire la liberta’ degli schiavi.

Questa costituisce una novita’ nella ricostruzione della vicenda che e’ stata rievocata piu’ volte per esaltare la concomitanza di anniversari che l’Italia e gli Stati Uniti si trovano a vivere quest’anno: 150 anni fa mentre “gli Stati Uniti rischiavano di disintegrarsi, l’italia proclamava la sua esistenza come nazione unita. Garibaldi aveva fatto l’Italia, forse questo straordinario generale poteva aiutare a rifare gli Stati Uniti”, si legge nel lungo e dettagliato articolo scritto da Don Doyle, professore di storia dell’universita’ della Carolina del Sud.

Doyle ricostruisce - sulla base di documenti trovati negli archivi del dipartimento di Stato - la missione segreta che Herry Shelton Sanford, che Lincoln aveva nominato suo rappresentante in Belgio - “e che era anche a capo delle operazione segrete dell’America in Europa, coordinando le spie, alimentando la propaganda e pianificando attivita’ segrete” - a Caprera, raggiunta da Genova nella notte dell’otto settembre a bordo di “una nave affittata in segreto per dare pubblicita’ al suo viaggio”.

Il giorno seguente, “dopo aver camminato un chilometro e mezzo in un stretto sentiero nell’isola rocciosa spazzata dal vento”, l’emissario di Lincoln pote’ incontrare, “in un rustico casolare”, il famosissimo generale italiano di cui ormai da mesi la stampa americana parlava con insistenza come il possibile condottiero delle forze nordiste. “Garibaldi sta arrivando in America”, “Urra’ per Garibaldi, ha accettato”, recitavano alcuni dei titoli dei giornali americani di quell’estate.

Ora a Sanford, che in tasca aveva finalmente un’offerta ufficiale firmata da Lincoln e dal segretario di Stato William Seward, Garibaldi - che nei mesi precedenti aveva effettivamente avuto dei contatti non ufficiali con il console americano a Antwerp, James Quiggle - disse che sarebbe stato “molto felice di servire un paese al quale sono cosi’ affezionato”. Ma chiese piu’ volte, con insistenza, se l’Unione voleva considerare e rappresentare la guerra come una guerra contro la schiavitu’.

Una guerra del genere, era il ragionamento di Garibaldi - sarebbe stata facilmente vinta considerato che “il nemico era indebolito dai suoi vizi e disarmato dalla sua coscienza”. E non solo, il movimento di abolizione della schiavitu’ si sarebbe mossa dal nord al sud, nei Caraibi e nel Brasile dove milioni di “miserabili schiavi potranno sollevare la propria testa ed essere cittadini liberi”.

Insomma, l’obiettivo umanitario era prioritario per il grande idealista del nostro Risorgimento: se la guerra non sara’ per liberare gli schiavi, disse a Sanford, “la guerra apparira’ come una qualsiasi guerra civile non riuscendo ad attirare particolare interesse e simpatia nel mondo”. Il giorno dopo Sanford lascio’ Caprera, dopo aver “ancora parlato per ore fina quando Sanford ammise di non poter dare una risposta soddisfacente alla domanda di Garibaldi”, scrive lo storico americano.

Per alcuni mesi la notizia di Garibaldi diretto in America rimase sui giornali, ma “lentamente scomparve sia dalla stampa che dalla memoria storica, ritornando di tanto in tanto come una semplice curiosita’ della storia della Guerra Civile”. Ma invece, conclude lo storico, la domanda rimasta senza risposta di Garibaldi e’ quanto mai attuale nel dibattito sulla guerra di secessione, “se si e’ trattata di una semplice guerra civile o di una battaglia per la democrazia”.

Eppure, come testimonia la lettera successivamente inviata da Garibaldi a Lincoln, in sostegno e ammirazione per il Proclama dell’abolizione della schiavitu’ degli Stati dell’Unione, l’Eroe dei due mondi ebbe finalmente risposta alla sua domanda due anni dopo. Una copia anastatica di quella lettera, datata 6 agosto 1863, e’ stata donata dal vicepresidente Usa Joe Biden al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della sua visita a Roma per le celebrazioni del 2 giugno e dei 150 anni dell’Unita’ d’Italia. “Un cimelio di grande significato”, commento’ Napolitano nel ricevere copia della lettera, che e’ ora ospitata al Quirinale.

26 set 2011



Nella ricorrenza della nascita di Francesco Fondazione pubblica un articolo di Franco Cardini
San Francesco «cataro»? Anzi era il contrario
di Franco Cardini

Che Francesco fosse vicino al catarismo, o simpatizzasse per i catari, o fosse addirit­tura cataro egli stesso, sono temi che ogni tanto riemergono in una letteratura che - senz’ombra di di­sprezzo - non solo non è speciali­stica (vale a dire non ha alcun con­notato di specializzazione scienti­fica relativa ai temi che affronta), ma che in genere parte da una tesi: quella del «mistero», della «parola perduta», o semplicemente dell’«inganno» messo in atto dalla Chiesa per appro­priarsi di qualcu­no o di qualcosa. Che poi tale lette­ratura possa an­noverare tra i suoi esempi anche casi di libri ben scritti, frutto della fatica e dell’impegno di persone appassio­nate e dotate di buon livello di cul­tura generale, è abbastanza raro: ma può capitare.

Solo che non ag­giunge nulla al fatto che si tratta di voci scientificamente irrilevanti.
Davanti a un libro di storia di un personaggio del primo Duecento importante sotto il profilo religio­so, chi si trova tra le mani un nuo­vo libro deve anzitutto controllare se l’autore conosce tre cose: le fon­ti specifiche dell’argomento, la let­teratura scientifica relativa, il con­testo storico in cui collocare perso­naggio e vicenda di cui si parla. Ta­li competenze non risultano dal­l’esame de L’albero del Bene, re­cente libro di Giuseppe A. Spadaro che azzarda nel sottotitolo addirit­tura la definizione di «san France­sco teologo cataro» (Arkeios, pp. 292, € 24,90). In realtà, al di là dell’impostazione esoterica della presentazione del cristianesimo, si tratta di un elenco di rilievi estra­polati senza ordine alcuno dalle fonti e dalla bibliografia francesca­ne e riordinate arbitrariamente in modo da consentire all’autore dell’escamotage di rispondere af­fermativamente alla questione se Francesco fosse cataro o se la sua dottrina avesse punti di contatto con quella catara (il che, palesemente, non è la stessa cosa). Il tut­to alla luce d’una conoscenza eru­dita piuttosto generica e schemati­ca del catarismo e di pochissimi dati su Francesco, la sua persona­­lità, il suo tempo, il contesto stori­co nel quale egli si mosse. Oggi sappiamo bene - e su ciò v’è un’ampia concordia degli speciali­sti - che il catarismo fu il comples­so risultato dell’incontro tra movi­menti religiosi a carattere evangeli­co e sette cristiane d’origine balca­nica (i «bogomili»), a loro volta ere­di di una tradizione che attraverso il paulicianesimo anatomico si riallacciava al manicheismo. I pre­dicatori catari, che verso la metà del XII secolo ebbero un grande successo in un’ampia area tra Pro­venza, Renania, Lombardia e To­scana, si presentavano come buo­ni cristiani che proponevano una riforma morale della Chiesa che giungesse a rifondare la pura co­munità delle origini.

Il catarismo corrispondeva però a una setta iniziatica, fonda­mentalmente basata su due li­velli: al primo, quello dei «creden­ti », s’insegnava la «pura dottrina cristiana» soprattutto attraverso il Vangelo di Giovanni; al secondo, quello dei «perfetti», si riceveva u­na sorta di rito di iniziazione, il consolamentum (un «battesimo spirituale»). Gli eretici «consolati» o «perfetti» erano obbligati a mo­strarsi in pubblico austeramente vestiti di nero, a non assumere cibi carnei o derivanti dall’accoppia­mento animale (uova, latte, ecce­tera) e - quando lo ritenevano op­portuno - si suicidavano lascian­dosi morire di fame («endura»). Data la durezza della dottrina nella sua fase più alta, la maggior parte dei «credenti» riceveva il consola­mentum solo in punto di morte. La teologia catara, che ci è nota attraverso testi recentemente ripubbli­cati anche in Italia dal filologo Francesco Zambon, sosteneva che l’universo assiste a una lotta eterna tra Bene e Male, che Dio è sostanza spirituale purissima dal quale e­manano il Cristo e gli angeli, che la materia è totale dominio del Male ed è stata creata da un Demiurgo corrotto che si può identificare con il satana dei cristiani. L’uomo, in cui Spirito e Materia coabitano, deve liberare in sé il primo dalla seconda. Questa dottrina, di evi­dente origine manichea, ha difatti rapporti strettissimi con il mazdai­smo persiano e con lo stesso bud­dismo, ma non ha nulla a che ve­dere con il cristianesimo. D’altron­de, dal momento che i catari ave­vano conquistato la Provenza, fu necessaria per sradicarli una vera e propria crociata (la «crociata degli albigesi», 1209-44), che fu episodio d’inaudita violenza. Francesco vis­se appunto in questo periodo e fu pellegrino a Santiago de Compo­stela proprio negli anni in cui la crociata era in atto, attraversando­ne i luoghi. Non ci dice nulla di ciò. Egli non era certo un cataro «per­fetto», in quanto sappiamo che mangiava tutto quel che gli veniva posto dinanzi, come recita anche la sua regola. Poteva essere cataro «credente», o simpatizzante per i catari? No, in quanto sappiamo che tratto comune al catarismo era l’avversione al sacerdozio e alla Chiesa «corrotta»: Francesco, al contrario, raccomanda di rispetta­re i preti anche quando si sa che sono peccatori.

Tutta la sua predicazione è imperniata su temi che ap­paiono anche di propagan­da anti-catara: non che lo facesse espressamente, ma quello era il suo tempo e quelli gli interlocutori che doveva contrastare. Il Cantico delle creature è un vero e proprio manifesto anti-cataro, in cui la po­tenza e la misericordia di Dio si manifestano nel creato e tutte le creature tendono a Dio: se per Francesco è insensata l’accusa di «panteismo», ancora più lo è il so­spetto di «catarismo». Da dove ri­sulta che Francesco ritenesse il creato un male e vedesse in Sata­na il creatore dell’universo? Pari­menti ridicole le altre argomenta­zioni. «Disprezzo del corpo», detto «frate asino»? Siamo nella più sem­plice tradizione mistico-ascetica cristiana, e del resto Francesco di­sprezzava tanto poco il suo corpo che il suo ultimo pensiero, in pun­to di morte, fu di mangiare dei dol­ci… Preferenza per la preghiera del Pater? Ma è la preghiera più comu­ne di tutti i cristiani. Predilezione per la vita eremitica e la tradizione itinerante: siamo nella più assoluta ortodossia! Scelta di non farsi sa­cerdote? Un atto di umiltà, che in ogni modo non gl’impedì di essere diacono, quindi inserito nella ge­rarchia ecclesiastica. Assoluto ri­fiuto della ricchezza? Siamo anco­ra nella tradizione ascetico-mistica cristiana, con il fatto nuovo che Francesco non impedì mai a chi non appartenesse al suo ordine di arricchirsi e non parlò mai della ricchezza come di un male assolu­to. E così via. I punti di contatto, se ci sono, sono tra catarismo e cri­stianesimo, non tra catarismo e Francesco.

Anche per l’immagine «sera­fica» del Cristo delle stim­mate, portata come prova di adesione alla dottrina catara per cui Cristo era in realtà un angelo, anzitutto le fonti presentano l’epi­sodio in vario modo e in secondo luogo il rapporto tra il Cristo e le forme angeliche ha una lunga tra­dizione nell’angelologia cristiana. E quanto all’uso francescano dei vangeli apocrifi, come nell’episo­dio del presepio di Greccio, l’ico­nografia cristiana del medioevo è largamente ispirata agli apocrifi, mentre sono semmai proprio i ca­tari che usano il solo Vangelo di Giovanni. Ultimi e decisivi punti. Primo: l’autore ignora quasi tutti gli scritti di Francesco, escluso il Cantico, e in particolare le sue pre­ghiere e i piccoli trattati che rispet­tano la più rigorosa ortodossia lati­na. Secondo: Francesco non ha mai disobbedito alla Chiesa; e que­sto è il suo tratto decisamente e definitivamente anti-cataro. Non basta insomma conoscere qualche elemento di teologia e di filosofia per affrontare un tema come quel­lo proposto da questo libro, l’as­sunto del quale è improponibile. Si tratta di un lavoro senza fonda­mento scientifico e senza valore. Il santo d’Assisi chiamava il corpo «frate asino», ma solo per ascesi: il Cantico delle Creature è infatti un manifesto d’amore per la natura e per la materia, che i manichei odiavano.

20 set 2011


Ripreso da allAfrica.com

Sud Sudan e carestia nel Corno d'Africa




TRADOTTO DA ELENA INTRA

La Repubblica del Sud Sudan ha dichiarato il proprio impegno a contribuire con un milione di dollari USA alle iniziative in corso per combattere gli effetti devastanti della siccità che ha colpito il Corno d'Africa.
Lo ha annunciato qualche giorno fa il Presidente Salva Kiir Mayardit, durante il vertice sulla crisi del Corno d'Africa tenutosi a Nairobi, in Kenya. Il Presidente ha affermato che anche se il contributo può sembrare modesto rispetto alle enormi necessità da soddisfare, rappresenta comunque un gesto simbolico importante che sottolinea l'impegno del Sud Sudan verso questa regione.

"Il Sud Sudan sosterrà in ogni modo possibile il Kenya e i Paesi della regione del Corno d'Africa. Insieme potremo ricostruire le comunità colpite, aiutarle a recuperare le proprie terre, i mezzi di sussistenza e gradualmente a riguadagnare fiducia per raggiungere l'auto-sufficienza alimentare", ha detto Kiir Mayardit.

Il Presidente ha anche espresso la solidarietà del popolo del Sud Sudan nei confronti dei fratelli e sorelle nel Corno d'Africa pesantemente colpiti dalla siccità, soprattutto in Somalia e nella parte settentrionale del Kenya.

Ha aggiunto che la crisi non comporta solo la perdita di raccolti e bestiame, ma anche la perdita di vite umane, di habitat "ecologico", di serenità e cultura. Ha anche avvertito che l'impatto della crisi sulla sicurezza si è fatto allarmante. "Parlo della sicurezza nel senso più ampio del termine, vale a dire, la sicurezza alimentare, fisica, nazionale e anche sanitaria".

Kiir ha inoltre richiamato l'attenzione sulla condizione dei rifugiati, riferendo che alcuni centri di accoglienza internazionali e numerosi campi profughi ospitano più persone di quelle che possono permettersi, e ha messo in guardia sulle possibili crisi interne. Ha richiesto urgenti misure concertate per mitigare la crisi incombente. "Questo è il momento giusto per mettere in pratica azioni mirate a evitare la futura carestia nella nostra regione".

Il Presidente ha inoltre sollecitato le autorità preposte a imparare dai disastri e a prepararsi adeguatamente a gestirli in futuro. Ha espresso preoccupazione riguardo i moderni sistemi di allarme per la siccità e la scarsità di cibo: per quanto generalmente accurati, il governo risponde comunque in ritardo e i finanziamenti non sono sufficienti per coprire i le necessità e affrontare adeguatamente la crisi alimentare.

Ha anche richiesto una vasta diffusione delle informazioni per aumentare la consapevolezza della comunità sulla siccità e sulla crisi alimentare, invitando i Paesi colpiti a mobilitare l'intera società inclusi il settore privato, le organizzazioni religiose e i partiti politici.

Kiir ha infine spiegato che anche il Sud Sudan è stato colpito dall'attuale crisi, segnalando l'aggravarsi della situazione per via del blocco di commercio transfrontaliero attuato dal governo del Sudan verso i quattro Stati confinanti, mentre i recenti combattimenti nel Nilo Azzurro e nell'area del Kordofan meridionale provocano l'arrivo di rifugiati nel Paese. Tutte queste persone, ha spiegato, sono ora completamente dipendenti dagli aiuti alimentari. Il Presidente Salva Kiir Mayardit ha infine assicurato che il suo governo destinerà risorse adeguate per la riabilitazione dei settore agricolo, ittico e forestale al fine di colmare la carenza di cibo e migliorare la sicurezza alimentare.

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Post originale: East Africa: Country Pledges U.S. $1 Million to Mitigate Effects of Drought in the Horn of Africa , ripreso da allAfrica.com.

sbf

Ripreso da Radio Free Europe, Radio Liberty

Afghanistan: cresce il traffico di bambini




TRADOTTO DA ELENA INTRA

La povertà endemica di alcune zone dell'Afghanistan sta costringendo molte famiglie in condizioni di miseria a vendere i propri figli per sopravvivere, segnala Radio Free Afghanistan.
Associazioni a tutela dei diritti umani hanno riferito che nella provincia settentrionale di Jawzjan - una delle regioni meno sviluppate del Paese - questo triste fenomeno è in continuo aumento.

Un rapporto pubblicato nel 2010 dalla ONG Internazionale 'Save the Children', dedicata all'abolizione del lavoro minorile nel mondo, rivela che circa il 28% di tutti i bambini tra i 5 e i 15 anni residenti a Jawzjan è stato venduto dai propri genitori o tutori.

Dopo la morte del padre avvenuta otto mesi fa, Farid, 4 anni, è stato venduto a un parente. La madre, nel frattempo risposatasi, ha ricevuto in cambio 12.000 afgani (280 dollari) promettendo che il bambino avrebbe lavorato per lui.





Farid al momento si trova in un letto dell'ospedale pediatrico di Jawzjan con gravi ustioni a braccia e piedi. Completamente ricoperto dalle bende, il bambino urla dal dolore.

"Quando è stato portato in ospedale una settimana fa, le bruciatore sul corpo erano gravemente infette e gonfie," racconta il Dottor Khalil Hidari, direttore dell'ospedale. "Si trovava in uno stato di malnutrizione e di salute molto precaria."

La nonna di Farid ha dichiarato a Radio Free Liberty che la famiglia non è responsabile del pessimo stato di salute del bambino e ha raccontato che si è procurato le ferite quando ha accidentalmente dato alle fiamme un sacchetto di plastica.

Ma i medici dell'ospedale sono scettici su questa spiegazione, e addirittura alcuni credono che qualcuno abbia cercato di uccidere Farid perché non era utile e non potevano più permettersi di prendersene cura.

"Purtroppo, molti afghani non sono a conoscenza dei propri diritti, o di quelli di donne e bambini", afferma Maghferat Samimi, responsabile dell'ufficio provinciale di Jawzjn della Commissione indipendente per i diritti umani. "La violenza che ne deriva è una grossa preoccupazione per tutti noi."

Nonostante il Paese abbia firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dei bambini, il lavoro minorile in Afghanistan è dilagante; numerose famiglie povere mandano i propri figli ai lavori forzati, li vendono per lo sfruttamento sessuale, o li costringono a matrimoni precoci. Molti dei bambini - alcuni di soli tre anni - vengono oberati di lavoro e sono soggetti a malnutrizione e malattie.

Purtroppo però il governo afghano, che secondo la convenzione è obbligato a fermare la vendita e il commercio dei minori, non possiede ancora gli strumenti adatti per frenare la tendenza di questo traffico verso il lavoro minorile e non solo.

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Post originale: Afghan Children Being Sold Into Forced Labor, ripreso da Radio Free Europe, Radio Liberty.
sbf

19 set 2011



società degli Indiani d’America
ANALISI antropologico-sociale
di Domenico Letizia
rivista: InStoria


Lo studio delle tribù, clan e delle popolazioni indiane d’America è stato alla base di studi antropologici e sociali dei secoli scorsi rivelando anche numerose sorprese per i sostenitori delle società centralizzate e statali.
Lewis Henry Morgan, senatore repubblicano e proprietario di ferrovie visse e lavorò con gli irochesi dello stato di New York e dell’Ontario nei decenni 1840 e 1850. Studiò soprattutto il loro sistema di parentela e le loro istituzioni politiche tradizionali attivandosi a loro fianco nelle rivendicazioni del diritto alla terra. Analizzò “il sistema classificatorio di relazione” cioè la classificazione dei cugini paralleli con lo stesso termine usato anche per fratelli e sorelle, il loro era un sistema matrilineare di discendenza ed eredità, ma l’analisi maggiore su cui si soffermarono gli antropologi dei secoli scorsi e che continua con la ricerca attuale è Il principio di base del governo indiano che era sempre stato il rifiuto del governo stesso, concezione che portò gli europei a considerarli degli uomini selvaggi.
L’uomo indiano non aveva obblighi di lavoro o di tributi verso alcun suo simile: cacciava e lavorava per soddisfare i bisogni propri e del proprio clan, e una volta soddisfatti questi bisogni, dedicava il tempo alle arti e alle usanze tribali.
Il rispetto delle regole veniva assicurato da associazioni su base volontaria, che erano di due tipi: di polizia e civili. Queste associazioni mantenevano l’ordine, avevano funzione di controllo e sorveglianza dei campi, e regolavano la caccia e l’abbattimento degli alberi.
Un bracconiere non veniva privato della libertà, ma gli veniva imposta la consegna delle armi. Le decisioni più importanti della tribù erano prese da un “consiglio” formato dagli anziani, dal capo e spesso dai vari membri delle associazioni.

Ciò che colpisce nella gestione delle scelte decisionali e la necessità delle democrazia diretta e per ogni iniziativa l’unanimità, ma nessuna decisione poteva mai attentare alla libertà individuale di un consociato, i vari membri del consiglio, come i capi, erano scelti da tutti gli adulti della comunità.

L’omosessualità non fu vissuta mai come un problema e alcune tribù avevano un grande rispetto per omosessuali ed ermafroditi soprattutto da un punto di vista cerimoniale.
La società indiana era caratterizzata da una grande libertà sessuale, vi erano tisane usate come contraccettivi e non esisteva obbligo di castità prematrimoniale, furono poche le proibizioni sociali riguardanti le donne.
A differenza delle società moderne europee il divorzio poteva essere ottenuto semplicemente se entrambi i coniugi fossero d’accordo.


Lo studio della società degli indiani d’America risulta piacevole, soprattutto per le particolarità sociali e individuali, anzi, il rispetto per le libertà e le decisioni individuali riscontrato risulta essere davvero forte rispecchiando gli ideali di una società libertaria e non coercitiva, libertà che finì per affascinare anche i coloni europei

13 set 2011




LE TRE VERITA’ DI USTICA

L’annunciato risarcimento per le vittime del disastro di Ustica, dopo trentuno anni d’attesa, è senz’altro un atto dovuto sia sul piano finanziario che quello morale. Le motivazioni del Tribunale di Palermo a carico di due Ministeri sono inoltre sintomatiche di quanto ancora non si sappia sugli avvenimenti che precedettero e seguirono la caduta dell’aereo dell’ITAVIA e sugli errori compiuti dalle istituzioni. Elementi, che hanno finito per cancellare anche la dignità delle vittime e dei loro familiari.
Ricordando però le modalità con cui stampa ed informazione diffusero la notizia,la nostra critica è dedicata alla volontà di addossare subito alla struttura dell’apparecchio,definito antiquato e non sottoposto alle necessarie verifiche,le responsabilità dell’evento. Si tendeva cioè, a priori di qualsiasi informazione alternativa, gettare sopratutto la colpa sul settore del trasporto privato che, per quei tempi, si muoveva pur fra tante difficoltà.
L’unico quotidiano a sostenere la possibilità di altre motivazioni e quindi sottolineando l’adeguatezza del vettore, fu il quotidiano L’Umanità. Nei suoi articoli, Angiolo Berti, a lungo sostenne la necessità di verificare tanti particolari ignoti, sollecitando fra l’altro anche l’indispensabilità del recupero del relitto ( che avvenne solo anni dopo): una base di partenza, pur se certo costosa,dalla quale però cominciarono ad emergere inequivocabilmente elementi che scagionavano la compagnia aerea.
Oggi, alla conclusione di tutto un percorso legale,nessuno fa menzione a questa ottica quantomeno precipitosa di condanna. In un suo fondo, Berti concludeva . “Con il ritrovamento della carcassa, verrà piano piano a galla anche la verità. O meglio, l’altra verità,quella tenuta fino ad ora nascosta”. E dalla Libia, trentuno anni dopo, con la caduta di Gheddafi, potremmo attenderne addirittura una terza. Ma intanto una prima giustizia è arrivata, anche se troppo tardi.
GIAN UGO BERTI

9 set 2011


11 settembre 1973: Il golpe militare in cile



I FATTI

L’11 settembre 1973, i corpi speciali dell’esercito cileno comandati dal generale Pinochet destituirono con la forza il governo democraticamente eletto di Unidad popular, uccidendo 50000 militanti del movimento operaio, tra cui il presidente Salvador Allende.

Il golpe, venne non solo sostenuto ma preparato nei minimi dettagli dalla Cia. I servizi segreti della "più grande democrazia del mondo" finanziarono e incoraggiarono diversi tentativi di golpe a partire dal 1970. John Ranelagh, autore del libro "L’agenzia: ascesa e declino della Cia", spiega che la decisione di preparare un golpe venne presa in una riunione segreta del Comitato 40, composto da alti funzionari della Casa Bianca, tra cui Henry Kissinger; il quale ebbe modo di sostenere: "Non vedo perchè dobbiamo stare a guardare mentre un paese va verso il comunismo a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. Il movimento operaio cileno era pronto a prendere il potere, il 4 settembre 800mila lavoratori sfilarono a Santiago, chiedendo di fermare la controrivoluzione che si stava organizzando armi alla mano. Il 29 giugno c’era già stata un insurrezione del reggimento Tacna, che venne fermata da migliaia di lavoratori che scesero in sciopero, occuparono le fabbriche e, lasciando dei picchetti a difenderle, marciarono verso il Palazzo della Moneda, sede del governo urlando slogan come: "mano dura , mano dura, non viviamo di aria pura!"; "Creare, creare, potere popolare!"; "Allende, Allende, il popolo ti difende".


Salvatore Allende

I lavoratori cileni si fidavano dei loro dirigenti, ai quali chiesero armi e un piano di lotta. Se invece di bastoni avessero avuto armi, seppure poche e scadenti, la storia del Cile oggi sarebbe stata molto diversa. Purtroppo i dirigenti, invece di armi, offrirono solo belle parole e appelli alla "calma", che servì solo a fare in modo che le masse tornassero a casa, proprio alla vigilia del golpe di Pinochet. Allende, fino all’ultimo, confidava nel fatto che i generali non avrebbero rotto la legalità e avrebbero difeso il suo governo e macabra ironia della storia, poco prima del golpe, nominò i generali Leigh Guzman e Pinochet capi dell’Aviazione e dell’Esercito rispettivamente.
Allende credeva che "le tradizioni democratiche dell’esercito cileno" non avrebbero mai portato i militari a sparare contro il proprio governo. Pagò tragicamente con la vita.

L’11 settembre ricorre l' anniversario del golpe militare fascista in Cile, che introdusse una lunga epoca di sanguinosa dittatura delle forze della borghesia dei compradores sul popolo cileno sotto la guida degli USA. Nell’11 settembre del 1973, guidate dalla giunta militare del generale Pinochet, le forze armate attaccarono un Cile impegnato nella battaglia per la costruzione di una società socialista. Nel 1970 era stato eletto legalmente al vertice dello Stato il Presidente Allende, quale candidato del Partito Socialista (un partito piuttosto simile a quelli socialdemocratici). Egli fu ucciso durante questo colpo di stato e con lui furono uccisi migliaia di cileni rivoluzionari e democratici appartenenti a diversi schieramenti politici. Alla dittatura fascista cilena fecero seguito in America Latina altre dittature, portando alla rovina i rispettivi paesi.

Rinviamo qui ad altri articoli già pubblicati in questo contesto, come ad esempio nel sito internet www.kommunisten-online.de così come in diversi giornali.


Sommossa popolare cilena

Non è possibile comprendere la rivoluzione cilena di quei giorni se non si prendono in considerazione il contesto internazionale e gli scontri col revisionismo sia a livello internazionale che a livello cileno. E’ una cosa nota che la giunta militare fascista abbia sfruttato col suo golpe il sabotaggio sistematico dell’economia cilena operato dal sistema dei trasporti attraverso cui venne alimentato lo scontento nei confronti del governo Allende. E’ necessario tuttavia analizzare in quale misura la politica di tale governo abbia saputo correttamente coinvolgere le masse contadine e la grande maggioranza delle persone. In genere non sono sufficienti le azioni degli imperialisti e dei loro galoppini sanguinari a spiegare simili sovvertimenti. La giunta militare approfittò, col colpo di stato favorito e guidato dagli USA, anche delle debolezze politiche del governo di unità popolare, il quale non seppe prepararsi ad un simile attacco nonostante esso si stesse annunciando già dal 1972. Nell’anno 1973 si sapeva già da più di un secolo che la borghesia ricorre ai mezzi armati, anche laddove, in seguito a circostanze particolari, una parte delle forze borghesi simpatizza con le forze del fronte popolare, anche allora ricorre una minoranza borghese unitamente agli alleati nello stato e col sostegno di alcune grandi potenze internazionali ai mezzi violenti. Non permettere che si dimentichi la realtà del dominio violento borghese, che a livello mondiale è sempre esistito, ed appropriarsene in quanto strategia fondamentale, è uno dei doveri di ogni partito socialista degno di questo nome.

Gli avvenimenti in Cile dal 1970 al settembre 1973 non furono dovuti solo al confronto con gli USA bensì anche allo scontro che aveva luogo a livello mondiale all’interno del movimento comunista. Non solo l’Unione Sovietica era dominata dal revisionismo moderno, ma apparivano addirittura nella sua politica elementi di collaborazione con gli USA che di fatto rappresentavano una minaccia per tutti i rivoluzionari al mondo. Questa politica fu continuata, nonostante un certo mascheramento, anche sotto Leonid Breznev; peggio ancora: si fecero sempre più distinti i segni di una politica da grande potenza. L’Unione Sovietica parve voler sostenere la via parlamentare cilena. Si vedeva confrontata con la critica della Repubblica Popolare Cinese di Mao Tse Tung, che aveva pubblicamente rifiutato questo revisionismo moderno e premeva per un mantenimento del marxismo-leninismo. Con la rivoluzione culturale e col proseguimento della lotta di classe nel periodo socialista fu combattuto il pericolo reale di uno sviluppo analogo nella repubblica popolare cinese fino al 1976. Gli USA dal canto loro versavano olio nel fuoco di questo conflitto tentando di mettere ambedue gli stati l’uno contro l’altro ed intervenendo essi stessi ovunque nel mondo in tale conflitto.

La Repubblica Popolare Cinese non prese quasi posizione sul golpe cileno del 1973. Ciò è dovuto in parte al fatto che la corrente all’ore dominante del moderno revisionismo, che puntava a una liquidazione globale del comunismo, si serviva della cosiddetta via parlamentare pacifica quale preparatrice del terreno onde poter progredire sul piano internazionale. Questa linea influenzò anche gli stessi avvenimenti in Cile. È pertanto comprensibile che da parte cinese vi fosse una certa riservatezza nei riguardi degli sviluppi cileni. Sullo sfondo però probabilmente altri fattori hanno svolto un certo ruolo. Il 1973 si trova nel periodo in cui la destra di Deng Xiao Ping otteneva sempre più influenza in Cina, dopo c

e alla rivoluzione danni erano stati inflitti da uomini dell’estrema sinistra come Lin Piao. Dietro le apparenze del riconoscimento formale della politica del Partito Comunista Cinese sotto Mao Tse Tung, queste persone tentarono di operare, una volta riottenute le loro cariche, la loro intrigante politica di destra contro il movimento comunista internazionale. Dobbiamo tener conto che queste forze, collegate soprattutto al nome di Deng Xiao Ping, hanno influenzato diverse prese di posizione della politica cinese. La destra di Deng Xiao Ping esercitava

un influsso dominante non solo nell’apparato diplomatico della Repubblica Popolare Cinese bensì anche, come più tardi si apprese, nell’ufficio responsabile dei contatti internazionali con gli altri partiti. Da questo luogo essa poteva effettuare un enorme lavoro di divisione ai danni del movimento internazionale.

La destra intorno a Deng Xiao Ping operò unilateralmente una linea cosiddetta „anti-Mosca“, la quale, dopo la morte di Mao Tse Tung 1976, venne apertamente propagata e trovò anche certi alleatisul piano internazionale. Tutto ciò era pretestuoso e servì a falsificare e combattere la linea rivoluzionaria, che si profilava attraverso la critica al moderno revisionismo senza peraltro abbellire l’imperialismo statunitense e il capitalismo. Lo stesso Deng Xiao Ping, che durante gli anni ’70 aveva operato la sua cosiddetta „linea anti-Mosca“, si risolse agli inizi degli anni ’80 per una diretta fusione col revisionismo sovietico e avviò ancor prima la restaurazione capitalistica in Cina. Per quanto in certi settori si registrarono dei successi nella rapida e voluminosa costruzione capitalistica, e in tal modo furono schiusi nuovi potenziali, al tempo stesso tuttavia venne liquidata la linea rivoluzionaria in Cina. Questi processi spinsero ad alcuni rivoluzionari ad attaccare nel suo complesso anche la politica precedente della Repubblica Popolare Cinese, danneggiando in tal modo e addirittura distruggendo il loro stesso fondamento.

Questa contraddittorietà di Deng Xiao Pingo trova peraltro espressione nelle analisi di Mao Tse Tung rispetto a Deng Xiao Ping. Lo sviluppo del capitalismo in Cina così come il processo in parte gigantesco di tale sviluppo dimostrano come questo potenziale capitalistico si trovasse all’interno della Cina stessa. La sinistra non fu in grado di conservare di fronte ad esso la sua posizione dominante. Una delle debolezze dei rappresentanti del proletariato, una delle ragioni della loro sconfitta risiedete nella loro separazione dal movimento comunista internazionale.


Parlando del tema Cile è inevitabile intrattenersi su questi problemi della lotta interna alla Cina. La sconfitta cilena ha anche a che fare coi conflitti all’interno del Partito Comunista Cinese e del movimento comunista.

Vi sono sempre state, insieme ai punti trattati da Helmut Lucas di Kommunisten-online.de, delle critiche ai processi interni in Cile. A questo proposito rimandiamo al libro di Jorge Palacios, membro dell’allora Partito Comunista Rivoluzionario Cileno, apparso in lingua inglese nel 1979 („Chile. An Attempt at ‘Historic Compromise’. The Real Story of the Allende Years“, Banner Press, Chicago 1979).

Vi sono stati anche in Germania dei tentativi di occuparsi in modo dettagliato di questi avvenimenti. Ad esempio in un libro del KPD/ML (Roter Morgen), Ideologie und Entwicklung der Gruppe Rote Fahne 1970-75 [„Ideologia e svilupp

o del gruppo Bandiera Rossa 1970-75], vengono trattate le contraddizioni inerenti del Cile. Allende viene visto come un rappresentante della borghesia nazionale cilena, che aveva operato diverse modificazioni progressiste, ma questo libro vedeva con occhio alquanto critico il ruolo del Partito Comunista Cileno sotto la guida di Luis Corvalan . Manteniamo rispetto a questo libro una netta distanza poiché, rispetto alla discussione sul partito in Germania, esso sottrae, come già a quei tempi tipico per questa organizzazione, troppe cose essenziali. Ciò nonostante il libro riassume senz’altro una serie di opinioni sviluppate in quell’epoca sul piano internazionale.

L’autore del libro accenna, nella prospettiva del Partito Comunista Rivoluzionario, al ruolo sabotatore svolto dal revisionismo moderno in Cile, proprio perché esso perseguì obiettivi diversi da quelli che la situazione cilena esigeva. Contrariamente agli sforzi dei combattenti rivoluzionari e progressisti in Cile, tra i quali annoveriamo senz’altro la maggior parte dei membri del partito di Allende così come del partito comunista, questa politica mirava, anche grazie gli sviluppi cileni, a rinforzare l’influenza sovietica in America Latina. Il revisionismo moderno

Quando negli articoli di Kommunisten-online viene accennato che fu una mancanza non prendere in considerazione e non prepararsi alla lotta armata contro la controrivoluzione, si è certamente nel giusto; non bisogna tuttavia dimenticare che fu soprattutto il moderno revisionismo a non dare ascolto a questo insegnamento ed appunto a contrastarlo ovunque , la qual cosa ebbe naturalmente le sue conseguenze anche in Cile. Nel libro di Palacios troviamo parecchie citazioni prese dalla politica del Partito Comunista Cileno, nelle quali, perfino di fronte ai preparativi palesemente golpisti dei comandanti delle forze armate unitamente alla CIA, si evocava la loro presunta lealtà nei riguardi della democrazia parlamentare, cosicché vennero rifiutati i tentativi di organizzare una resistenza popolare.

Per quanto concerne la letteratura di quel periodo, non si può ignorarla solo perché essa contiene elementi sgraditi, è necessario bensì analizzarne i limiti e prendere posizione sulle opinioni di allora. Certamente alcune trattazioni contengono delle imperfezioni, tuttavia esse toccano anche quei punti che sono essenziali per l’analisi di una simile sconfitta.

A noi potrà forse essere rimproverato, nel ricordare il colpo di stato in Cile, di aver fatto molte osservazioni sullo sviluppo del movimento comunista di quei giorni. Tuttavia, se ciò viene trascurato, non è affatto possibile trattare la storia di questo golpe.

1 set 2011




Camillo Berneri

l’Anarchico dall’ethos liberale
di Domenico Letizia



Camillo Berneri, un anarchico sincero, di quelli che dovrebbe essere considerato culturalmente e politicamente alla pari di Gobetti e Gramsci. Invece la sua figura soprattutto agli studenti è sconosciuta. Ripercorriamone allora la storia e il pensiero. Berneri era nato il 20 maggio 1897. Quindicenne era seguace del socialista reggiano Prampolini, e nel 1915 si trovò, ad una riunione antimilitarista, costernato davanti a due manifestanti morti. Torquato Gobbi gli fu maestro, lungo la via Emilia, sotto questi portici convenne d’essere nato anarchico entusiasta.

Anche perciò si sposò minorenne, ad Arezzo, con un’allieva della madre. Arruolato nella Grande Guerra continuò a diffondere la propaganda libertaria, scoperto, venne spedito in prima linea e ferito. Quindi, a guerra finita, venne confinato dalla Regia Questura a Pianosa, insomma un anarchico schedato.

A fianco di Malatesta e Fabbri, che l’amavano come un figlio, fu avversario della tirannia fascista. Ma Berneri era un anarchico troppo libertario perfino per gli anarchici.

Amante della cultura e della politica si laureò con Gaetano Salvemini e divenne amico di Ernesto Rossi, Gobetti e Rosselli. Berneri intervenne nel dibattito sulla religione, la generalità degli anarchici si professava atea, lui riteneva il concetto di ateismo errato, una nuova teologia, si considerava agnostico, lui non pensava a Dio.

La maggior parte degli anarchici erano a favore di un economia comunista, collettivista e molte volte ricca di elementi marxisti, lui si considerava un anarchico liberista (questo termine, questo liberismo non va assolutamente confuso con il neo-liberismo e con il capitalismo nazionalista e assistenzialista del 900), Berneri voleva la concorrenza tra lavoro e commercio cooperativi e individuali e condannava ogni forma di collettivizzazione coatta e imposta, la sue idee erano libere da ogni pensiero staliniano (concedetemi il termine).

Profondamente anarchico negava l’autorità di ogni Stato centrale, però studiava e teorizzava forme di stato federale e con forte autonomia, senza mai ricredersi sul male dello stato e dello statalismo.

Non era simpatico ai comunisti, e nemmeno lui guardava con piacere a quelle idee, considerava questa ideologia bigotta, ottusa e profondamente dispotica, e sulla cultura proletaria diceva: «Non contenti della “anima proletaria”, hanno tirato fuori “la cultura proletaria”».

Un anarchico così, ovviamente, era profondamente antifascista e antitotalitarista e il fascismo gli negò la cattedra e iniziò a perseguitarlo.

Nel 1928, espulso in Belgio, elogiò l’attentato al principe Umberto di Savoia e, con gli evasi di Lipari di Giustizia e Libertà, fu implicato nel progetto d’attentato al ministro Rocco, finì altri mesi in prigione.

Prese parte alla guerra di Spagna, partecipò ai combattimenti come semplice miliziano. Mediò i contrasti tra gli anarchici e Giustizia e libertà; e avversò gli omicidi stalinisti; e quindi Togliatti, che Berneri riconobbe per il professorino pedante, di «perentorietà asinesca», che era.



Le gesta che gli costarono la vita.



Eppure in Italia abbondano le vie intitolate a quel “figlio di Stalin” Togliatti e agli altri complici dei suoi peccati. Non ce n’è un granché dedicate a Berneri. La storia parla di Togliatti di Berneri no, ovviamente la storia ufficiale quella dei governanti. Berneri culturalmente non aveva nulla da invidiare ai grandi del liberalismo e del comunismo, e come ha indicato Nico Berti se le sue opere non sono così dettagliate come quelle di Gramsci è solo perché Berneri è stato sempre in prima linea a combattere contro tutti i fascismi.



L’invito che lancio è quella di creare una Fondazione a Camillo Berneri, penso che sia nostro dovere farlo.



http://www.instoria.it/home/camillo_berneri.htm