Lettori fissi

26 set 2011



Nella ricorrenza della nascita di Francesco Fondazione pubblica un articolo di Franco Cardini
San Francesco «cataro»? Anzi era il contrario
di Franco Cardini

Che Francesco fosse vicino al catarismo, o simpatizzasse per i catari, o fosse addirit­tura cataro egli stesso, sono temi che ogni tanto riemergono in una letteratura che - senz’ombra di di­sprezzo - non solo non è speciali­stica (vale a dire non ha alcun con­notato di specializzazione scienti­fica relativa ai temi che affronta), ma che in genere parte da una tesi: quella del «mistero», della «parola perduta», o semplicemente dell’«inganno» messo in atto dalla Chiesa per appro­priarsi di qualcu­no o di qualcosa. Che poi tale lette­ratura possa an­noverare tra i suoi esempi anche casi di libri ben scritti, frutto della fatica e dell’impegno di persone appassio­nate e dotate di buon livello di cul­tura generale, è abbastanza raro: ma può capitare.

Solo che non ag­giunge nulla al fatto che si tratta di voci scientificamente irrilevanti.
Davanti a un libro di storia di un personaggio del primo Duecento importante sotto il profilo religio­so, chi si trova tra le mani un nuo­vo libro deve anzitutto controllare se l’autore conosce tre cose: le fon­ti specifiche dell’argomento, la let­teratura scientifica relativa, il con­testo storico in cui collocare perso­naggio e vicenda di cui si parla. Ta­li competenze non risultano dal­l’esame de L’albero del Bene, re­cente libro di Giuseppe A. Spadaro che azzarda nel sottotitolo addirit­tura la definizione di «san France­sco teologo cataro» (Arkeios, pp. 292, € 24,90). In realtà, al di là dell’impostazione esoterica della presentazione del cristianesimo, si tratta di un elenco di rilievi estra­polati senza ordine alcuno dalle fonti e dalla bibliografia francesca­ne e riordinate arbitrariamente in modo da consentire all’autore dell’escamotage di rispondere af­fermativamente alla questione se Francesco fosse cataro o se la sua dottrina avesse punti di contatto con quella catara (il che, palesemente, non è la stessa cosa). Il tut­to alla luce d’una conoscenza eru­dita piuttosto generica e schemati­ca del catarismo e di pochissimi dati su Francesco, la sua persona­­lità, il suo tempo, il contesto stori­co nel quale egli si mosse. Oggi sappiamo bene - e su ciò v’è un’ampia concordia degli speciali­sti - che il catarismo fu il comples­so risultato dell’incontro tra movi­menti religiosi a carattere evangeli­co e sette cristiane d’origine balca­nica (i «bogomili»), a loro volta ere­di di una tradizione che attraverso il paulicianesimo anatomico si riallacciava al manicheismo. I pre­dicatori catari, che verso la metà del XII secolo ebbero un grande successo in un’ampia area tra Pro­venza, Renania, Lombardia e To­scana, si presentavano come buo­ni cristiani che proponevano una riforma morale della Chiesa che giungesse a rifondare la pura co­munità delle origini.

Il catarismo corrispondeva però a una setta iniziatica, fonda­mentalmente basata su due li­velli: al primo, quello dei «creden­ti », s’insegnava la «pura dottrina cristiana» soprattutto attraverso il Vangelo di Giovanni; al secondo, quello dei «perfetti», si riceveva u­na sorta di rito di iniziazione, il consolamentum (un «battesimo spirituale»). Gli eretici «consolati» o «perfetti» erano obbligati a mo­strarsi in pubblico austeramente vestiti di nero, a non assumere cibi carnei o derivanti dall’accoppia­mento animale (uova, latte, ecce­tera) e - quando lo ritenevano op­portuno - si suicidavano lascian­dosi morire di fame («endura»). Data la durezza della dottrina nella sua fase più alta, la maggior parte dei «credenti» riceveva il consola­mentum solo in punto di morte. La teologia catara, che ci è nota attraverso testi recentemente ripubbli­cati anche in Italia dal filologo Francesco Zambon, sosteneva che l’universo assiste a una lotta eterna tra Bene e Male, che Dio è sostanza spirituale purissima dal quale e­manano il Cristo e gli angeli, che la materia è totale dominio del Male ed è stata creata da un Demiurgo corrotto che si può identificare con il satana dei cristiani. L’uomo, in cui Spirito e Materia coabitano, deve liberare in sé il primo dalla seconda. Questa dottrina, di evi­dente origine manichea, ha difatti rapporti strettissimi con il mazdai­smo persiano e con lo stesso bud­dismo, ma non ha nulla a che ve­dere con il cristianesimo. D’altron­de, dal momento che i catari ave­vano conquistato la Provenza, fu necessaria per sradicarli una vera e propria crociata (la «crociata degli albigesi», 1209-44), che fu episodio d’inaudita violenza. Francesco vis­se appunto in questo periodo e fu pellegrino a Santiago de Compo­stela proprio negli anni in cui la crociata era in atto, attraversando­ne i luoghi. Non ci dice nulla di ciò. Egli non era certo un cataro «per­fetto», in quanto sappiamo che mangiava tutto quel che gli veniva posto dinanzi, come recita anche la sua regola. Poteva essere cataro «credente», o simpatizzante per i catari? No, in quanto sappiamo che tratto comune al catarismo era l’avversione al sacerdozio e alla Chiesa «corrotta»: Francesco, al contrario, raccomanda di rispetta­re i preti anche quando si sa che sono peccatori.

Tutta la sua predicazione è imperniata su temi che ap­paiono anche di propagan­da anti-catara: non che lo facesse espressamente, ma quello era il suo tempo e quelli gli interlocutori che doveva contrastare. Il Cantico delle creature è un vero e proprio manifesto anti-cataro, in cui la po­tenza e la misericordia di Dio si manifestano nel creato e tutte le creature tendono a Dio: se per Francesco è insensata l’accusa di «panteismo», ancora più lo è il so­spetto di «catarismo». Da dove ri­sulta che Francesco ritenesse il creato un male e vedesse in Sata­na il creatore dell’universo? Pari­menti ridicole le altre argomenta­zioni. «Disprezzo del corpo», detto «frate asino»? Siamo nella più sem­plice tradizione mistico-ascetica cristiana, e del resto Francesco di­sprezzava tanto poco il suo corpo che il suo ultimo pensiero, in pun­to di morte, fu di mangiare dei dol­ci… Preferenza per la preghiera del Pater? Ma è la preghiera più comu­ne di tutti i cristiani. Predilezione per la vita eremitica e la tradizione itinerante: siamo nella più assoluta ortodossia! Scelta di non farsi sa­cerdote? Un atto di umiltà, che in ogni modo non gl’impedì di essere diacono, quindi inserito nella ge­rarchia ecclesiastica. Assoluto ri­fiuto della ricchezza? Siamo anco­ra nella tradizione ascetico-mistica cristiana, con il fatto nuovo che Francesco non impedì mai a chi non appartenesse al suo ordine di arricchirsi e non parlò mai della ricchezza come di un male assolu­to. E così via. I punti di contatto, se ci sono, sono tra catarismo e cri­stianesimo, non tra catarismo e Francesco.

Anche per l’immagine «sera­fica» del Cristo delle stim­mate, portata come prova di adesione alla dottrina catara per cui Cristo era in realtà un angelo, anzitutto le fonti presentano l’epi­sodio in vario modo e in secondo luogo il rapporto tra il Cristo e le forme angeliche ha una lunga tra­dizione nell’angelologia cristiana. E quanto all’uso francescano dei vangeli apocrifi, come nell’episo­dio del presepio di Greccio, l’ico­nografia cristiana del medioevo è largamente ispirata agli apocrifi, mentre sono semmai proprio i ca­tari che usano il solo Vangelo di Giovanni. Ultimi e decisivi punti. Primo: l’autore ignora quasi tutti gli scritti di Francesco, escluso il Cantico, e in particolare le sue pre­ghiere e i piccoli trattati che rispet­tano la più rigorosa ortodossia lati­na. Secondo: Francesco non ha mai disobbedito alla Chiesa; e que­sto è il suo tratto decisamente e definitivamente anti-cataro. Non basta insomma conoscere qualche elemento di teologia e di filosofia per affrontare un tema come quel­lo proposto da questo libro, l’as­sunto del quale è improponibile. Si tratta di un lavoro senza fonda­mento scientifico e senza valore. Il santo d’Assisi chiamava il corpo «frate asino», ma solo per ascesi: il Cantico delle Creature è infatti un manifesto d’amore per la natura e per la materia, che i manichei odiavano.

Nessun commento:

Posta un commento