Lettori fissi

31 mag 2010


PUBBLICHIAMO IL DOSSIER SULLA PENA DI MORTE CON UNA PARTICOLARE ATTENZIONE ALLA SITUAZIONE IRACHENA

IL RAPPORTO 2004, la pena di morte nel mondo
Il Rapporto 2004 di Nessuno tocchi Caino, curato anche quest'anno da Elisabetta Zamparutti ed edito da Marsilio, è dedicato al Presidente dello Zambia, Levy Mwanawasa, che è anche autore della Prefazione.
Cristiano battista di forti sentimenti abolizionisti, da quando è stato eletto Presidente nel 2001, Levy Mwanawasa ha dato un impulso notevole al processo di democratizzazione del paese e si è sempre rifiutato di firmare i decreti di esecuzione delle condanne a morte.
Nell'aprile 2003, il Presidente Mwanawasa ha istituito una commissione per la revisione della Costituzione con il compito di decidere anche sulla abolizione della pena di morte.
L'ultima esecuzione in Zambia è avvenuta nel gennaio 1997, quando in un giorno furono giustiziati otto detenuti. Da allora, in Zambia c'è una moratoria di fatto della pena di morte, che regge grazie soprattutto alle convinzioni del Presidente Mwanawasa, il quale ha dichiarato: "Le persone non possono essere mandate al macello come fossero polli, e finché sarò presidente non firmerò alcun ordine di esecuzione. Non voglio essere il capo dei boia."

La situazione ad oggi
I paesi o i territori che a vario titolo hanno deciso di rinunciare a praticarla sono oggi 133. Di questi 81 sono totalmente abolizionisti; 14 sono abolizionisti per crimini ordinari; 1 (la Russia) in quanto membro del Consiglio d'Europa è impegnato ad abolirla e, nel frattempo, attua una moratoria delle esecuzioni; 5 hanno stabilito una moratoria delle esecuzioni; 32 sono abolizionisti di fatto (non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni). I paesi mantenitori della pena di morte sono 63 (erano 66 nel 2002), anche se non tutti la praticano con assiduità. Nel 2003, solo 29 di questi paesi hanno compiuto esecuzioni (erano stati 34 nel 2002) che sono state almeno 5.599, un numero nettamente superiore alle 4.101 registrate nel 2002 e che si spiega con il fatto che per la prima volta dall'interno della Cina hanno cominciato a filtrare dati sulle esecuzioni che superano di gran lunga quelli diffusi negli anni scorsi dalle organizzazioni abolizioniste o dagli organi di stampa.
L'Asia rimane comunque il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo.
L'Africa conferma la tendenza ad abbandonare l'uso della pena di morte: nel 2003 sono state registrate 56 esecuzioni contro le 63 del 2002.
L'Europa sarebbe un continente totalmente libero dalla pena di morte se non fosse per la Bielorussia che nel 2003 ha effettuato almeno 1 esecuzione.
Anche le Americhe sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per le 65 persone giustiziate negli Stati Uniti (erano state 71 nel 2002) e le 3 giustiziate a Cuba dopo alcuni anni che ciò non avveniva.

Cina, Iran e Iraq i primi paesi boia del 2003
Dei 63 mantenitori della pena di morte, 48 sono paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In questi paesi, nel 2003, sono state compiute almeno 5.525 esecuzioni, pari al 98,7% del totale mondiale. Un paese solo, la Cina, ne ha effettuate almeno 5000, circa l'89,3% del totale mondiale; l'Iran ne ha effettuate almeno 154; l'Iraq almeno 113 (fino al 9 aprile 2003, quando l'applicazione della pena di morte è stata sospesa dall'Autorità Provvisoria della Coalizione); il Vietnam almeno 69; l'Arabia Saudita 52; il Kazakistan almeno 19; il Pakistan almeno 18; Singapore almeno 14; il Sudan almeno 13. Molti di questi paesi non forniscono statistiche ufficiali sulla pena di morte, per cui il numero reale delle esecuzioni potrebbe essere molto più alto. Sul terribile podio dei primi tre paesi al mondo che nel 2003 hanno compiuto più esecuzioni figurano quindi tre paesi autoritari: la Cina, l'Iran e l'Iraq (fino al 9 aprile 2003).

Cina, la realtà della pena di morte supera le stime più pessimistiche
Il numero delle condanne inflitte, così come quello delle esecuzioni, è coperto in Cina dal segreto di Stato, ma una cosa è certa: la Cina è il primo paese-boia al mondo, e i dati reali sulla carneficina giudiziaria cinese cominciano a filtrare dall'interno dello stesso regime comunista.
Secondo quanto pubblicato nel volume "Disidai" o "La Quarta Generazione", scritto da un membro interno del partito, 15.000 persone sono state mandate a morte ogni anno in Cina per presunti crimini dal 1998 al 2001.
Secondo quanto riferito da una fonte giudiziaria, nel 2003 in Cina sono state giustiziate circa 5.000 persone.
Secondo Chen Zhonglin, deputato al Congresso Nazionale del Popolo (Parlamento) di Pechino, la Cina effettua ogni anno circa 10.000 esecuzioni.

Il 28 giugno 2003, il Presidente cinese Hu Jintao ha elogiato i meriti della campagna "colpire duro" che ha portato all'esecuzione di migliaia di cinesi dall'aprile 2001, quando è stata inaugurata, e ha annunciato che la campagna durerà almeno un altro anno. L'11 dicembre, Xiao Yang, Presidente della Corte Suprema del Popolo ha invitato il Paese a proseguire nella campagna durante la quale 819.000 persone sono state condannate a morte o a pene detentive di cinque anni o più. Nel tritacarne della pena capitale sono finiti imputati di reati violenti e nonviolenti: attentatori dinamitardi e militanti separatisti, assassini e rapinatori, sequestratori e stupratori, narcotrafficanti e spacciatori, contrabbandieri di armi e di sigarette, contraffattori di banconote e di fatture, protettori e tombaroli, corrotti e corruttori, sono stati processati in grandi adunate, esposti al pubblico, costretti a tenere al collo un cartello con il loro nome e il reato e infine giustiziati.


 

Iran, di nuovo sul podio della disumanità
Anche nel 2003 l'Iran è salito sull'orribile podio olimpico dei primi paesi-boia del mondo. Si è piazzato dopo la Cina, ma in rapporto alla popolazione la pena di morte in Iran è praticata tanto quanto in Cina. Non c'è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche le frustate per chi ha rapporti sessuali prima del matrimonio, le fustigazioni per chi consuma alcool, il taglio delle mani e dei piedi per i ladruncoli.

Iraq, le ultime esecuzioni di Saddam
Esecuzioni di oppositori politici e "cospiratori" militari si sono verificate in Iraq fino al giorno della caduta del regime di Saddam Hussein, il 9 aprile 2003. Il 6 giugno 2004, il neo ministro della giustizia iracheno, Malek Dohan al Hassan, ha affermato che dopo il 30 giugno il suo paese avrebbe ripristinato la pena di morte e che l'ex presidente Saddam Hussein potrebbe esserne passibile. L'Autorità Provvisoria della Coalizione in Iraq ha detto che almeno 300.000 persone sono state sepolte in fosse comuni. Funzionari di organizzazioni per i diritti umani parlano di 500.000 persone e alcuni partiti politici iracheni stimano che siano più di un milione le persone giustiziate e sepolte in luogo segreto.

Democrazia e pena di morte
Rispetto all'anno precedente, nel 2003 è diminuito il numero delle esecuzioni, delle condanne e dei detenuti nel braccio della morte degli Stati Uniti.
Le condanne a morte eseguite sono state 65, a fronte delle 71 del 2002. Inoltre, dai sondaggi risulta che si sta riducendo anche il sostegno della popolazione alla pena capitale. L'ultimo sondaggio della Gallup, che è dell'ottobre 2003, ha trovato il 64% degli americani a favore della pena di morte e il 32% contrari. Un dislivello sempre consistente, ma il 64% di favorevoli è la percentuale più bassa degli ultimi 25 anni.
A contribuire a riaprire il dibattito sono state le modalità con cui viene applicata la pena di morte, i pregiudizi razziali (nel 2003 nessun bianco è stato giustiziato per casi di omicidio in cui la vittima fosse solo un nero) e di classe, ma soprattutto le continue scoperte di casi di errori giudiziari.


Abolizioni legali, di fatto e moratorie
Dall'inizio del 2003, 5 paesi sono passati dal fronte dei mantenitori a quello a vario titolo abolizionista: Benin, Ghana, Malawi e Marocco, paesi mantenitori, hanno superato i dieci anni senza praticare la pena di morte e quindi sono diventati abolizionisti di fatto.


Ripresa delle esecuzioni e tentativi di reintroduzione
Nel 2003, tre paesi hanno ripreso a praticare la pena di morte dopo anni di sospensione: Repubblica Democratica del Congo, Cuba e Ciad. Le Filippine, che avevano annunciato la ripresa, non hanno però effettuato nessuna esecuzione nel corso dell'anno.
Nel gennaio del 2004, il Libano ha ripreso le esecuzioni dopo cinque anni di moratoria di fatto.
Ad aprile 2004, l'Afghanistan ha compiuto la prima esecuzione dalla caduta dei Talebani.

Pena di morte nei confronti dei minori
In aperto contrasto con quanto stabilito dai patti internazionali, nel 2003 sono state giustiziate 3 persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato. E' accaduto in 3 paesi: Iran, Cina e Stati Uniti (Oklahoma).
Nel dicembre 2003, il parlamento iraniano ha approvato una legge che stabilisce tribunali speciali per giudicare i minorenni ed esclude l'esecuzione di persone che avevano meno di 18 anni al momento del fatto. La proposta, che dopo l'approvazione del parlamento attende quella dell'organo superiore di controllo legislativo, il Consiglio dei Guardiani, escluderebbe i minori anche dall'ergastolo e dalle frustate.


La "guerra alla droga"

Anche per il 2003, il proibizionismo sulle droghe ha dato un contributo consistente alla pratica della pena di morte. Nel nome della guerra alla droga e in base a leggi sempre più restrittive, sono state effettuate esecuzioni in Arabia Saudita, Cina, Iran, Singapore, Tailandia e Vietnam.
Delle 52 esecuzioni nel 2003 in Arabia Saudita, 30 sono avvenute per reati di droga. A Singapore la pena di morte è obbligatoria per il traffico di 15 grammi o più di eroina, 30 grammi di cocaina o 500 grammi di cannabis. Delle 14 esecuzioni note per il 2003, almeno 6 sono state effettuate per traffico di droga.
Tre delle quattro persone giustiziate in Tailandia nel 2003 erano state condannate per droga. Nel 2003, si è registrata in Vietnam una escalation nell'applicazione della pena di morte, in particolare per reati di droga. Secondo notizie uscite sui giornali del regime, delle 110 persone condannate a morte, 63 sono state per droga.

La persecuzione di appartenenti a movimenti religiosi o spirituali
Nel 2003, sono continuati in alcuni paesi gli attacchi, gli interrogatori, le incarcerazioni e i maltrattamenti fisici nei confronti di membri di movimenti religiosi o spirituali non autorizzati dallo Stato. In Cina, tra giugno e agosto del 2003, più di 50 aderenti al Falun Gong sarebbero morti nei campi di detenzione, molti a causa delle torture subite.
Nella Corea del Nord è continuata la persecuzione di protestanti, cattolici, buddisti e membri di chiese cristiane clandestine. Fedeli cristiani sono stati imprigionati, picchiati, torturati o uccisi per aver letto la Bibbia e predicato su Dio, in particolare per aver avuto legami con gruppi evangelici operanti oltre confine in Cina.

La pena di morte "top secret"

Molti paesi, per lo più autoritari, non forniscono statistiche ufficiali sulla pratica della pena di morte.
In Cina, la questione è considerata un segreto di stato e, a parte alcune centinaia di esecuzioni riportate dai giornali locali, la stima sui dati reali relativa a migliaia di esecuzioni ogni anno si è basata in passato su fonti diplomatiche o giornalistiche occidentali e, a partire dal 2001, è stata fornita con più precisione da fonti interne al regime.
In piena continuità con la tradizione sovietica, la pena di morte è considerata un segreto di stato anche in Bielorussia, Tagikistan e Uzbekistan.
La "civiltà" dell'iniezione letale
Alcuni paesi hanno deciso recentemente di passare alla iniezione letale come metodo di esecuzione. Il cambio è stato presentato come una conquista di civiltà e un modo più umano per mandare all'altro mondo i condannati a morte.
Nel marzo 2003, il Dipartimento di Giustizia della provincia dello Yunnan, nel sud della Cina, ha inviato ai tribunali intermedi diciotto furgoni opportunamente modificati per giustiziare i condannati mediante

iniezione letale direttamente sul luogo del processo. Liu Huafu, 21 anni, e il suo complice Zhou Chaojie, 25, due contadini condannati per traffico di eroina, "hanno beneficiato del più recente progresso del sistema giudiziario cinese," ha scritto il quotidiano ufficiale "Pechino Oggi". "L'uso dell'iniezione letale dimostra che il sistema della pena di morte in Cina sta diventando più civile e umano," ha dichiarato Zhao Shijie, presidente dell'Alta Corte dello Yunnan.
Il 12 dicembre 2003, in Tailandia, sono state eseguite nel famigerato carcere di Bang Kwang le prime esecuzioni tramite iniezione letale dopo 68 anni e 319 giustiziati tramite fucilazione. "Abbiamo adottato l'iniezione letale per motivi umanitari, perché è un metodo che provoca meno sofferenza", ha detto il direttore generale del Dipartimento di Correzione il quale ha precisato che per le esecuzioni sono state utilizzate tre droghe: la prima ha sedato i condannati, la seconda ne ha rilassato i muscoli e la terza ne ha fermato il cuore.


 

Boia cercasi
Anche nel 2003, si sono registrati casi in cui la macchina della morte non ha potuto funzionare per la mancanza di un esecutore materiale della sentenza.
In India, nel carcere di Hazaribag, l'unico con il braccio della morte nello Jharkhand, l'ultima impiccagione è avvenuta nel 1964, quando un prigioniero condannato all'ergastolo è stato trasformato in boia poiché non si trovava nessuno disposto a fare questo servizio. Nel 1995 le autorità del carcere avevano cercato di convincere alcuni detenuti a giustiziare dei condannati a morte, ma non ci sono riusciti. Grazie a questo, sui 12 uomini condannati a morte dello Stato continua a vigere una moratoria di fatto delle esecuzioni. Ma dal 1999, anche a Bhagalpur nessuna condanna a morte è stata eseguita: i 36 detenuti nel braccio della morte non sono stati giustiziati perché non c'era il boia. L'ultimo è morto e non è stato trovato nessuno che lo voglia sostituire.
Nel febbraio 2003, le guardie carcerarie e i dirigenti della prigione di Bomana a Papua Nuova Guinea hanno comunicato che non avevano nessuna intenzione di impiccare un condannato per omicidio e che il giudice responsabile della condanna a morte avrebbe dovuto "eseguirla lui stesso". "Non vogliamo impiccare la gente. Il nostro ruolo dovrebbe essere quello di prenderci cura dei detenuti," ha dichiarato il sovrintendente David Melange.

Almeno 5.606 esecuzioni sono state effettuate in 29 paesi nel 2003.

SITUAZIONE in Iraq, date importanti
La normativa sulla pena di morte
Nel sistema giuridico iracheno, la pena di morte è in vigore dal 1921, in pratica dalla fondazione dello stato iracheno (1920), ma il suo campo di applicazione è stato allargato da quando il Partito Baath è salito al potere nel 1968 e, in particolare, dal 1979, anno che segna l'inizio della presidenza di Saddam Hussein.
L'11 febbraio 2003, il regime iracheno ha emesso una serie di nuovi decreti che prevedono la pena di morte nel caso in cui soldati provassero a fuggire o si rifiutassero di combattere una volta scoppiata la guerra. E' importante sottolineare che non esiste in Iraq proporzionalità tra gravità del crimine commesso e sentenza emanata. Il Codice Penale iracheno prevede la pena di morte per: chi tenta di uccidere il Presidente (art. 223); chi svolge attività politica al di fuori del Partito Baath (come pure chi diventa membro del Partito senza averlo preventivamente informato o chi lascia il Partito per aderire a un altro partito, art. 200); chi compie azioni rivolte a sovvertire il regime (art. 156) o chi è accusato di complotto contro lo stato (art. 175); chi cerca asilo all'estero, chi si oppone al regime e divulga segreti di stato (incluso il riferire la situazione relativa ai diritti umani). Il 31 marzo 1980 Saddam Hussein ha firmato il decreto n. 461 che condanna alla pena capitale tutti i membri del Partito Islamico al-Dawa, senza distinzione di età (minori di 18 anni o anziani).Oltre all'omicidio e a reati connessi al traffico di droga, decreti stabiliti dal CCR puniscono con la pena di morte anche il furto d'auto (decreto 13/92), il conio di denaro (decreto 9/93), la falsificazione di documenti relativi al servizio militare. Il decreto 95 prevede la pena di morte per "chiunque esporti illegalmente un'automobile fuori dal territorio iracheno o fornisca segretamente un'automobile a un nemico".

La sopravvivenza di Saddam per un quarto di secolo è dipesa dalla risposta spietata a ogni accenno di dissenso. Tortura e maltrattamenti sono all'ordine del giorno nelle carceri irachene dove le condizioni di vita sono di per sé insopportabili. I metodi utilizzati nelle prigioni irachene comprendono scariche elettriche per mutilare le mani, estrazione delle unghie, violenze sessuali e "stupri autorizzati". I detenuti nella prigione "Qurtiyya" (la gattabuia) a Baghdad, situata in una struttura della Direzione della Sicurezza Generale, sono rinchiusi in 50-60 box metallici delle dimensioni di una vecchia cassa di tè. Ogni "cella" ha un rubinetto per l'acqua e un pavimento a rete per consentire ai detenuti di defecare. In una situazione analoga si trovano i detenuti a "Sijn Al-Tarbut" (la bara), una prigione sempre della Sicurezza posta al terzo livello sotto terra e fatta di 100-150 box di acciaio simili ai loculi nei cimiteri che vengono aperti solo per una mezzora al giorno per far entrare un po' d'aria e di luce. Ai detenuti vengono dati solo cibi liquidi. Se non confessano li si lascia morire. Alla periferia di Baghdad c'è un'altra prigione: la famigerata Abu Ghraib, il complesso carcerario più grande dell'Iraq che si trova a circa 30 chilometri a ovest della capitale. Contiene varie sezioni, alcune delle quali aperte alle visite dei parenti mentre altre sono interdette. L'unico modo per acquisire informazioni è tramite qualcuno che è stato liberato o che ha fatto visita a un familiare detenuto. Ma molti prigionieri di Abu Ghraib sono tenuti in luoghi segreti dove sono portati con gli occhi bendati in celle senza nessuna vista sugli ambienti circostanti. Vi sono altre tristemente note prigioni in Iraq come quella di Radhwaniya. E' una casa di reclusione, dove in generale si sta peggio che in un carcere giudiziario, ma Radhwaniya è considerato uno dei peggiori posti esistenti nel paese.A seguito di una sua missione in Iraq nel luglio 2002, la Federazione Internazionale dei Diritti dell'Uomo (FIDH) ha reso pubblica una lista di 199 carceri sparse nel paese, ma ci sono anche molti centri di detenzione non dichiarati. Secondo l'Iraqi Human Rights Group le prigioni segrete sarebbero 300, dislocate in alcuni magazzini, depositi, edifici governatici o nei ministeri come quello dell'agricoltura. Tutti i presidi militari hanno poi un loro centro di detenzione riservato di solito ai prigionieri politici, stimati in circa 4.000 su un totale di 60.000 detenuti, migliaia dei quali non verranno mai processati e attendono un'amnistia perchè altrimenti non potranno essere liberati.

Il 20 ottobre 2002, il governo iracheno ha annunciato un'ampia amnistia "per ringraziare il popolo iracheno" che aveva rieletto Presidente Saddam Hussein col 100% dei voti nel referendum di cinque giorni prima. In alternativa alle amnistie, il regime iracheno ha spesso messo in atto "campagne di pulizia delle prigioni" che consistono nello svuotamento di quelle sovraffollate tramite l'esecuzione di centinaia di detenuti alla volta. La prima "campagna di pulizia" è avvenuta nel 1984: circa 4000 persone sono state giustiziate nella prigione di Abu Ghraib. 3000 persone sono state eliminate nella prigione di Mahjar tra il 1993 e il 1998 e circa 2500 nella prigione di Abu Ghraib tra il 1997 e il 1999. Ra'id Qadir Agha, un membro dell'Unione Patriottica del Kurdistan, ha rivelato che il giorno dopo l'attentato al primogenito di Saddam, Uday, avvenuto nel dicembre 1996, circa 2000 detenuti sono stati giustiziati in una sola notte in una prigione di Baghdad dove era detenuto. Per l'occasione fu portata in carcere una ghigliottina in grado di decapitare dodici persone alla volta. Altri detenuti sono stati portati in una speciale "stanza di impiccagione". Nell'eliminazione selvaggia di detenuti nelle prigioni del regime, nel novembre 2001 ve ne è stata una di 15 tramite gas letale alla quale Qusay Saddam Hussein ha supervisionato. L'esecuzione è stata effettuata riunendo i detenuti in una camera e aprendo i rubinetti del gas letale. Almeno 128 detenuti sono stati giustiziati a più riprese ad Abu Ghraib nel 2001. Esecuzioni in massa di detenuti si sono verificate anche nel 2002. Nell'atto d'accusa pronunciato il 7 febbraio 2003 davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro Saddam Hussein e la presenza in Iraq di armi di distruzione di massa, il Segretario di Stato americano Colin Powell ha richiamato il fatto che scienziati di Saddam avevano testato armi chimiche e batteriologiche direttamente sui detenuti, 1600 dei quali nel 1995 erano stati trasferiti dal braccio della morte in una speciale unità di sperimentazione.

Nel dossier di 23 pagine sui diritti umani in Iraq presentato il 2 dicembre 2002 dal Foreign Office britannico si afferma che nella regione settentrionale kurda dell'Iraq, solo nel 1987-88, 100.000 kurdi sono stati uccisi o fatti sparire, mentre centinaia di civili musulmani sciiti, che costituiscono più della metà della popolazione, sono morti quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro una manifestazione pacifica all'inizio del 1999. In base a notizie pubblicate sulla stampa irachena e riportate da fonti dell'opposizione, Nessuno tocchi Caino ha registrato almeno 214 esecuzioni in Iraq nel 2002. Erano state almeno 179 nel 2001.Notizie sulle numerose esecuzioni in Iraq non sono solo riportate dai governi occidentali o da fonti dell'opposizione. In un Rapporto presentato il 1° aprile 2002 alla Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite, lo special rapporteur sull'Iraq Andreas Mavrommatis ha riportato notizie secondo le quali il governo iracheno avrebbe giustiziato circa 4.000 persone dal 1998 al 2001. Nell'ambito della lotta contro la prostituzione, 130 donne sarebbero state decapitate tra il giugno 2000 e l'aprile 2001. Le teste di trenta di loro decapitate ad ottobre 2000 sarebbero state poi lasciate sull'uscio della loro casa. Ma secondo quanto riferiscono associazioni per i diritti umani, molte delle donne non erano prostitute e sono state uccise per motivi politici.Il maggiore dei figli di Saddam Hussein, Uday, è considerato un vero e proprio patito delle esecuzioni pubbliche e, con il fratello Qusay, avrebbe firmato un numero di decreti di esecuzione stimato in 10.000.

8 novembre 2002: Un'inchiesta condotta dal canale televisivo inglese Channel 4 ha portato nuovi riscontri alla notizia che nell'ottobre 2000 decine di donne accusate di prostituzione sono state decapitate senza alcun processo. La televisione inglese ha scoperto testimoni oculari dell'esecuzione di 15 donne in una piazza nel porto di Bassora. Ashraq Jabr, un'irachena di 32 anni in esilio, afferma che è pronta a testimoniare davanti alle Nazioni Unite di aver assistito nell'ottobre 2000 alla decapitazione in pubblico di 15 donne compiuta da membri dei "Commandos di Saddam", la milizia privata creata nel 1994 e capeggiata da Uday, il figlio maggiore di Saddam Hussein e un vero e proprio patito per le esecuzioni pubbliche. Ashraq, alla quale era stato ordinato dal partito Baath di assistere all'esecuzione insieme a centinaia di altre persone, ha dichiarato che le era stato detto che le donne sarebbero state uccise perché erano delle prostitute - anche se la prostituzione in genere non è considerata un reato capitale in Iraq. Ma secondo quanto riferiscono associazioni per i diritti umani, molte delle donne non erano prostitute e sono state uccise per motivi politici. Ad esempio, una delle donne uccise nell'ottobre 2000, Najat Mohammed Haidar, era una ostetrica di mezza età che è stata uccisa perché aveva protestato contro il mercato nero delle medicine nel suo ospedale.Dei testimoni hanno inoltre fornito dettagli dell'esecuzione pubblica di Umm Liq'a, una madre di tre figli il cui marito era un attivista sciita in carcere. A quanto è stato riferito la donna è stata rapita dagli uomini di Uday e portata in una piazza polverosa nei pressi dello Sheraton Hotel di Baghdad dove le è stata tagliata la testa con un solo colpo di spada sbalzata in oro inferto pronunciando le seguenti parole: "Per l'onore di Saddam Hussein". Secondo quanto riferito da un testimone oculare che ha assistito all'esecuzione, c'erano segni di tortura sul corpo della donna provocati da percosse e ferite da armi da taglio. Rasha Juma, 34 anni, madre di due bambini, che ha assistito all'esecuzione dal suo appartamento che dava sulla piazza e che ora vive in Gran Bretagna, ha detto: "Conoscevo la donna, aveva i capelli biondi, ma era stata rasata a zero. Dopo l'esecuzione, la sua testa è rimasta attaccata al suo corpo attraverso una sottile striscia di pelle. Quando l'hanno sollevata, la testa si è staccata dal corpo: l'hanno presa e l'hanno buttata nel bidone della spazzatura." (Fonti: Scotsman, 09/11/2002)

2 gennaio 2002: le autorità del regime iracheno hanno giustiziato nella prigione di Abu Ghraib un pilota dell'aviazione, il maggiore Abdul Mun'im Farhan Shehab. La sentenza è stata eseguita in ottemperanza al decreto presidenziale n. 806. Era stato accusato di aver tentato di scappare dal paese attraverso la Giordania. Durante l'esecuzione, i bracci delle sezioni "Pene Gravi" e "Sentenze Speciali" del carcere sono state chiuse e nessun movimento è stato autorizzato da un locale all'altro. Due giorni prima dell'esecuzione è stato consentito alla famiglia, del distretto Al-Shu'la a Baghdad, di vedere il giustiziato. Dopo l'esecuzione, il suo corpo è stato consegnato ai parenti, i quali sono stati diffidati dall'effettuare qualsiasi rito funebre. (Fonti: Partito Comunista Iracheno, 08/02/2002)
14 febbraio 2002: dieci alti ufficiali dell'esercito sono stati giustiziati nell'ambito dell'azione intrapresa dalle autorità per reprimere l'ennesimo tentativo delle forze armate di rovesciare il regime di Saddam Hussein. Secondo fonti irachene, i "cospiratori" tra i quali figuravano i più alti ufficiali dell'esercito avevano stabilito cellule fin dentro i reparti d'elite delle Guardie Repubblicane. Tra i dieci ufficiali uccisi vi era il Generale Mohammed al-Dulaimi, comandante di una delle principali divisioni del reparto su cui conta Saddam per mantenere il suo potere. Il complotto è stato scoperto da elementi della Special Security Force, sezione incaricata della protezione di Saddam, della sua famiglia e dei suoi più stretti complici. (Fonti: Damascus, Iraqi Press, 14/02/2002)
18 marzo 2002: L'ufficio per i diritti umani del Partito Comunista Iracheno ha detto che le autorità irachene hanno giustiziato tre alti ufficiali dell'esercito nei primi di marzo, con l'accusa di essersi opposti a Saddam Hussein. I tre ufficiali sono il maggiore Muhammad Abdallah Shahin, il maggiore Muhammad Najib e il maggiore Muwaffaq, tutti della città settentrionale di Mosul. (Fonti: Al-Sharq al-Awsat, monitorato da BBC, 18/03/2002)
22 marzo 2002: secondo un comunicato del Partito Comunista Iracheno, agli inizi di marzo il regime di Bagdad ha giustiziato tre militari, tra cui un membro eminente del Baath, il partito unico al potere. I tre uomini - Jiwad Kdhim Lia'ybi, di Hilla, Abdul Hussein Jassim, di Shamiya, Abdu-Haq Ismail, del Governatorato di Babil - erano in forza al battaglione "Sayf al-Qa'ed" della 10ma divisione e sarebbero stati giustiziati con l'accusa di aver fatto esplodere munizioni del battaglione e ucciso un luogotenente. Abd alBaqi Sa'dun, membro del comando regionale del partito Baath, ha preso personalmente parte all'esecuzione avvenuta nella prigione di Abu Ghraib sparando il colpo di grazia alla testa dei tre uomini con la sua pistola d'ordinanza. I loro corpi sono stati restituiti alle famiglie il 6 marzo. (Fonti: Kuna news agency, monitorata da BBC, 22/03/2002)
19 agosto 2002: a seguito del bombardamento ai danni del battaglione 64 compiuto dall'aviazione americana la notte fra il 18 ed il 19 luglio, il regime iracheno avrebbe fatto arrestare gli ufficiali del battaglione e li avrebbe poi sottoposti a giudizio. Secondo la notizia che non ha trovato conferma ufficiale, il giudice Dawud Salman Al-Azzawi ha presieduto la corte che avrebbe condannato a morte alcuni degli arrestati mentre gli altri hanno avuto l'ergastolo. Tra gli ufficiali condannati a morte vi sarebbe Jasim Abd-al-Rasul Al-Jabiri. (Fonti: Regay Yekdun, monitorato da BBC, 21/08/2002)
21 ottobre 2002: è stata riportata la notizia che all'inizio di ottobre le autorità irachene hanno consegnato alle rispettive famiglie i cadaveri del colonnello Ahmad Rashid al-Dulaymi e del capitano Anwar Muhammad al-Bakri. Entrambi piloti, sono stati giustiziati per tradimento. (Fonti: Kurdistani Nuwe, Al-Sulaymaniyah, monitorato da BBC, 23/10/2002)

30 gennaio 2002: le autorità irachene hanno giustiziato tre persone e condannato altre sei a lunghe pene detentive con l'accusa di aver attaccato e ucciso membri del partito Baath al potere. Erano stati arrestati insieme ad altri dopo un assalto a una sezione del Baath a Baghdad nella quale erano rimasti uccisi due alti esponenti del partito, Hadi al-Muaid e Moussa Abedziboun. Le esecuzioni e le pene detentive sono state decise da un tribunale speciale a seguito di un processo sommario. Come è noto, in Iraq operano una serie di tribunali speciali amministrati dai vari servizi di sicurezza del paese, le cui decisioni non possono essere appellate e davanti ai quali agli imputati non è consentito avvalersi di avvocati difensori. (Fonti: Amman, Iraq Press, 30/01/2002)
27 febbraio 2002: il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica, un gruppo di opposizione in Iraq, ha denunciato che due impiegati dell'ente petrolifero Al-Shuaiba di Bassora sono stati giustiziati i primi di febbraio. Il cugino del presidente Saddam Hussein, Ali Hassan Al-Majeed, aveva ricevuto informazioni secondo cui i due impiegati erano membri di un gruppo di opposizione e ne ha ordinato l'esecuzione sulla base di accuse per omissioni e negligenze e per la loro influenza negativa sugli altri membri dello staff. (Fonti: Kuna news agency, 27/02/2002)
15 aprile 2002: l'Ufficio per i Diritti Umani del Partito Comunista Iracheno ha detto che il regime di Saddam Hussein ha giustiziato 17 persone in marzo, alcune settimane dopo la visita nel paese dello Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui diritti umani Andreas Mavromatis, il quale aveva chiesto al regime di porre fine alle esecuzini. Nei primi del mese, le autorità avrebbero ucciso 5 persone del villaggio di Al-Wahhabi nel Governorato di Al-Najaf con l'accusa di aver provocato scontri con la polizia e di aver preso parte insieme agli abitanti del paese all'uccisione di un poliziotto e di un membro del partito al governo. La polizia avrebbe arrestato i cinque uomini a dicembre 2001 durante un raid nel villaggio di Al-Wahhabi mentre cercava degli evasi. Inoltre 4 detenuti della prigione di Abu Ghraib, vicino Baghdad, sarebbero stati giustiziati il 15 marzo, mentre altri 8, del governorato di Al-Muthanna, il 21. (Fonti: Al-Sharq al-Awsat, monitorato da BBC, 16/04/2002)
12 agosto 2002: il giornale del Partito Comunista iracheno, Tariq al-Sha'b, ha riportato che il 25 giugno le autorità irachene hanno restituito alle rispettive famiglie i cadaveri di tre oppositori che avevano giustiziato nel Distretto di Al-Hindiyah e dintorni. I loro nomi sono: Karim Muhammad Al-Nashmi, 35 anni; Aid Jasim Abd Ayub; Ali Abbis Khashan. Le autorità hanno proibito alle famiglie degli uccisi di tenere le cerimonie funebri. Altre esecuzioni sarebbero avvenute in giugno nei confronti di persone che avrebbero tenuto un comportamento ostile al regime o per aver espresso opinioni considerate "ostili" dal regime. Il 23 giugno cinque persone sono state giustiziate nella prigione di Abu Ghraib, tre delle quali per ragioni politiche: Jabbar Sadiq Ali, di Bassora, nato nel 1962; Fadil Mahdi Jawad, di Al-Shatrah, nato nel 1971; Khalil Baqir Hashim, di Baghdad, nato nel 1973. Le autorità non hanno restituito alle famiglie i cadaveri dei congiunti che sarebbero stati seppelliti in un luogo segreto.
Una settimana prima, attorno alla metà di giugno, nella prigione di Abu Ghraib sono stati uccisi altri cinque detenuti arrestati per ragioni politiche. Solo due di loro erano stati condannati a morte: Naji Hamid Zahid, di Baghdad, nato nel 1975; Abd-al-Salam Hadi Jawad, di Bassora, nato nel 1964. Gli altri tre detenuti non erano stati nemmeno condannati: Ghanim Ala Mahdi, di Al-Nasiriyah, nato nel 1962; Mahmud Hadi Nasif, di Baghdad, nato nel 1969; Faris Abbas Wadi, nato nel 1965. Neanche in questo caso le autorità hanno permesso alle famiglie di seppellire i loro parenti. I cinque cadaveri sono stati portati al cimitero Sayd Ibrahim nel Distretto di Al-Jadiriyah a Baghdad scortati da una pattuglia della Direzione della Sicurezza Generale e seppelliti nell'oscurità della notte. (Fonti: Tariq al-Sha'b, monitorato da BBC, 12/08/02)
9 settembre 2002: il giornale Regay Kurdistan ha riportato una notizia diffusa dall'ufficio per i diritti umani del Partito Comunista Iracheno secondo la quale 18 cittadini sarebbero stati giustiziati dal regime di Baghdad a luglio. Un gruppo di 13 persone era accusato di lavorare per l'opposizione. I loro nomi sono: Hatim Husayn Mish'al, Farhan Qasim Husayn, Dawud Ali Awni, Basim Ali Wa'il, Nasir Muhsin Jawad, Ubayd Husayn Hasan, Khaz'al Ibrahim Naji, Mahmud Wadi Salman, Abbas Makki Hatam, Salman Muhsin Aba, Ra'd Makki Farhan, Qays Ali Ubayd, Riyad Hisa Adil.L'articolo riporta inoltre i nomi di altri cinque cittadini giustiziati in quanto accusati di lavorare per la resistenza islamica: Fadil Mirud Khaya Al-Hamdani, Salah Jabir Al-Hamdani, Falah Jabir Al-Hamdani, Jasim Ahmad Al-Hamdani, Ali Jawad Al-Haydari. Alle famiglie dei 18 giustiziati è stato chiesto di pagare 75.000 dinari, dopo essergli stato spiegato che il denaro era destinato a coloro che hanno effettuato le esecuzioni. (Fonti: Regay Kurdistan, monitorato da BBC, 10/09/2002)
30 settembre 2002: l'Istituto per i Diritti Umani, legato al Partito Comunista Iracheno, ha detto che 15 dissidenti politici sono stati giustiziati nella prigione di Abu Ghraib, a ovest della capitale. Le esecuzioni sarebbero avvenute il 21 luglio e i corpi sarebbero stati bruciati di notte in una fossa comune nel cimitero di al-Karkh a Baghdad. Il gruppo di opposizione che ha sede nella regione autonoma kurda dell'Iraq settentrionale ha riportato 33 esecuzioni di prigionieri politici in luglio e ha chiesto alla comunità internazionale di mandare osservatori sui diritti umani in Iraq insieme agli ispettori sugli armamenti. "Mentre il governo afferma ipocritamente di proteggere il popolo iracheno dai rischi di un attacco USA e altre cose del genere, le esecuzioni proseguono," ha dichiarato il gruppo. (Fonti: AP, Sun Herald, 30/09/2002)
28 ottobre 2002: Jamawar, un giornale indipendente diffuso nella zona settentrionale dell'Iraq popolata dai kurdi, ha riportato la notizia della esecuzione di 6 prigionieri politici sospettati di avere legami con l'opposizione irachena. I nomi delle persone giustiziate dal commissariato di pubblica sicurezza di Baghdad sono: Abbas Faraj, Naji Dulaimi, Mohammad Omar, Mohammad Ridha Ismael, Ryad Fadhel e Abbas Nasser. Il giornale non ha chiarito se le esecuzioni avrebbero avuto luogo prima o dopo il decreto di amnistia nei confronti di "tutti" i prigionieri detenuti in Iraq, emesso dal presidente Saddam Hussein il 20 ottobre. (Fonti: Al-Bawaba News, 28/10/2002)

9 settembre 2002: il giornale Regay Kurdistan ha riportato una notizia diffusa dall'ufficio per i diritti umani del Partito Comunista Iracheno secondo la quale 18 cittadini sarebbero stati giustiziati dal regime di Baghdad a luglio. Un gruppo di 13 persone era accusato di lavorare per l'opposizione. I loro nomi sono: Hatim Husayn Mish'al, Farhan Qasim Husayn, Dawud Ali Awni, Basim Ali Wa'il, Nasir Muhsin Jawad, Ubayd Husayn Hasan, Khaz'al Ibrahim Naji, Mahmud Wadi Salman, Abbas Makki Hatam, Salman Muhsin Aba, Ra'd Makki Farhan, Qays Ali Ubayd, Riyad Hisa Adil.L'articolo riporta inoltre i nomi di altri cinque cittadini giustiziati in quanto accusati di lavorare per la resistenza islamica: Fadil Mirud Khaya Al-Hamdani, Salah Jabir Al-Hamdani, Falah Jabir Al-Hamdani, Jasim Ahmad Al-Hamdani, Ali Jawad Al-Haydari. Alle famiglie dei 18 giustiziati è stato chiesto di pagare 75.000 dinari, dopo essergli stato spiegato che il denaro era destinato a coloro che hanno effettuato le esecuzioni. (Fonti: Regay Kurdistan, monitorato da BBC, 10/09/2002)
30 settembre 2002: l'Istituto per i Diritti Umani, legato al Partito Comunista Iracheno, ha detto che 15 dissidenti politici sono stati giustiziati nella prigione di Abu Ghraib, a ovest della capitale. Le esecuzioni sarebbero avvenute il 21 luglio e i corpi sarebbero stati bruciati di notte in una fossa comune nel cimitero di al-Karkh a Baghdad. Il gruppo di opposizione che ha sede nella regione autonoma kurda dell'Iraq settentrionale ha riportato 33 esecuzioni di prigionieri politici in luglio e ha chiesto alla comunità internazionale di mandare osservatori sui diritti umani in Iraq insieme agli ispettori sugli armamenti. "Mentre il governo afferma ipocritamente di proteggere il popolo iracheno dai rischi di un attacco USA e altre cose del genere, le esecuzioni proseguono," ha dichiarato il gruppo. (Fonti: AP, Sun Herald, 30/09/2002)
28 ottobre 2002: Jamawar, un giornale indipendente diffuso nella zona settentrionale dell'Iraq popolata dai kurdi, ha riportato la notizia della esecuzione di 6 prigionieri politici sospettati di avere legami con l'opposizione irachena. I nomi delle persone giustiziate dal commissariato di pubblica sicurezza di Baghdad sono: Abbas Faraj, Naji Dulaimi, Mohammad Omar, Mohammad Ridha Ismael, Ryad Fadhel e Abbas Nasser. Il giornale non ha chiarito se le esecuzioni avrebbero avuto luogo prima o dopo il decreto di amnistia nei confronti di "tutti" i prigionieri detenuti in Iraq, emesso dal presidente Saddam Hussein il 20 ottobre. (Fonti: Al-Bawaba News, 28/10/2002)


 

14 febbraio 2002: in base a quanto deciso da una corte, due detenuti sono stati giustiziati nella prigione di Mahattah, ad Arbil. I due, di cui si conoscono solo le iniziali S e F, erano stati arrestati dai reparti dell'esercito di Barzan, nella regione di Mergasur. Successivamente avevano confessato di aver ucciso quattro persone rubando loro le macchine. (Fonti: Hawlati, monitorato da BBC, 14/02/2002)
25 febbraio 2002: il Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI), un gruppo di opposizione, ha dichiarato in una nota che i primi di febbraio le autorità irachene hanno giustiziato 60 detenuti nella prigione di Abu Ghraib alla periferia di Baghdad. 35 erano sospettati di essere oppositori al regime di Saddam Hussein. I detenuti erano stati incarcerati con l'accusa di aggiotaggio, condotta monopolistica, rifiuto di arruolarsi nell'Al-Quds Army [esercito volontario costituito da Saddam Hussein per combattere a fianco dei palestinesi per la liberazione di Gerusalemme dal controllo israeliano] o di pagare una somma per la protezione alle bande di Uday, figlio del dittatore iracheno. (Fonti: Kuna news agency, monitorata da BBC, 25/02/2002)
4 marzo 2002: le autorità irachene hanno giustiziato 52 detenuti nella famigerata prigione di Abu Ghraib vicino Baghdad. Parlando in condizioni di anonimato, parenti dei detenuti hanno riferito che Saddam Hussein aveva emesso il decreto di esecuzione appena un giorno dopo una rivolta di grandi proporzioni nel carcere durante la quale molti detenuti sono rimasti feriti. La rivolta era iniziata quando le guardie avevano aperto i cancelli per distribuire il cibo ai detenuti. Continuando la protesta ed essendosi estesa ad altri bracci, le autorità della prigione hanno aperto il fuoco sui rivoltosi, molti dei quali sono stati feriti. I parenti hanno detto che la rivolta è stata la più imponente che si sia mai registrata ad Abu Ghraib ed è stata così preoccupante che il secondo giorno i responsabili della prigione hanno ricevuto ordini da Saddam di giustiziare tutti quelli coinvolti. Almeno 52 detenuti, la maggior parte dei quali per motivi politici, sono stati immediatamente giustiziati.Le autorità tentano ogni volta di imporre un rigido blackout alle notizie sulle rivolte, le quali si sono verificate finora in numerosi centri di detenzione nel paese. All'inizio dell'anno, tre soldati sono stati uccisi durante una rivolta in un centro di detenzione dell'esercito presso il campo militare di Habaniya, a ovest di Baghdad. Verso la fine dell'anno scorso, le autorità avevano aumentato la sicurezza ad Abu Ghraib anche a seguito di scontri tra detenuti e guardie. Centinaia di detenuti avevano assalito i loro custodi che pretendevano cifre esorbitanti perchè i parenti potessero portare nella prigione cibo, medicine ed altri beni di prima necessità. I familiari hanno detto che le condizioni di vita ad Abu Ghraib sono spaventose a causa del sovraffollamento e dei maltrattamenti a cui sono sottoposti i detenuti. (Fonti: Sulaimaniya, Iraq Press, 04/03/2002)
25 settembre 2002: il governo britannico ha reso pubblico un dossier sul Rais iracheno dal titolo "Saddam Hussein: crimini e violazioni dei diritti umani". Il Rapporto redatto dal Foreign Office, ha riportato tra l'altro che: "Organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch e lo Special Rapporteur sui diritti umani in Iraq, hanno confermato le esecuzioni di massa per "ripulire" le prigioni. 4000 prigionieri politici sono stati giustiziati nella sola prigione di Abu Ghraib nel 1984. Circa 2500 detenuti sono stati giustiziati tra il 1997 e il 1999 in un'altra campagna di "pulizia delle prigioni". Nel febbraio 2000, 64 prigionieri sono stati eliminati ad Abu Ghraib, seguiti a marzo da altri 58: prima si erano fatti tutti un periodo di isolamento. 23 prigionieri politici, prevalentemente musulmani sciiti, sono stati giustiziati nella stessa prigione nell'ottobre 2001. Tra il 1993 e il 1998, circa 3000 detenuti nella prigione di Mahjar sono stati giustiziati in una zona vicino il carcere detta "Hadiqa" (il giardino), un'area all'aperto fatta di dune e coperta da un tetto in lamiera. I prigionieri di "Mahjar" sono stati eliminati a colpi di mitragliatrice. L'esecuzione di massa è stata decisa da un Comitato Speciale di Supervisione presso la prigione." (Fonti: Foreign and Commonwealth Office Report, 25/09/2002)


 

20 febbraio 2002: un alto esponente del partito Baath al potere è stato giustiziato nella città meridionale di Bassora per aver preso mazzette e per appropriazione indebita. Ali Hassan al-Majeed, un cugino e fidatissimo luogotenente di Saddam Hussein, ha soprinteso all'esecuzione avvenuta in una piazza nel centro della città alla presenza di una enorme folla. Il giustiziato è stato identificato come Jaber Zugheir. Era appartenente alla sezione di Bassora del Baath e a capo di un'associazione di iracheni decorati di guerra e animati da una fede incrollabile verso Saddam. (Fonti: Amman, Iraq Press, 20/02/2002)18 marzo 2002: Saddam Hussein ha giustiziato due guardie del corpo e un maggiordomo accusati di aver rubato oggetti personali in uno dei palazzi del Rais. I tre sono stati uccisi nei giardini del fastoso complesso presidenziale sulle rive del lago artificiale di al-Tharthar a nord di Baghdad. Saddam aveva compiuto una visita improvvisa nel palazzo agli inizi di marzo dopo un'assenza di dieci mesi. Era rimasto di sasso nello scoprire che una pittura, un televisore e alcune paia di scarpe erano spariti. Saddam ha riunito le guardie della sicurezza e i servitori nel palazzo chiedendo una spiegazione. Due guardie e un maggiordomo hanno prima confessato il furto e poi implorato il perdono, ma Saddam li ha fucilati sul posto davanti ai loro colleghi. Uno dei due ufficiali era originario di Hamam al-Alil, alla periferia di Mosul, l'altro di Diyali.Saddam possiede 43 grandi complessi residenziali in giro per il paese. Sono tutti arredati con sfarzo e tenuti puliti e in ordine 24 ore su 24. I servitori, i guardiani e il personale amministrativo sono tenuti rigorosamente a disporre i palazzi come se Saddam e la sua famiglia vivessero lì permanentemente. Pasti abbondanti vengono cucinati tre volte al giorno mentre le camere da letto e le sale fornite di aria condizionata sono tenute in ordine costantemente. Non è stata la prima volta che il Rais ordina l'esecuzione di servitori di palazzo e guardiani sorpresi a rubare. (Fonti: Arbil, Iraq Press, 18/03/2002)14 luglio 2002: il Presidente iracheno ha fatto giustiziare numerosi pescatori appartenenti alla tribù Duleimi. Il massacro ha avuto luogo presso il lago al-Tharthar, 120 chilometri a nord di Baghdad, dove il Rais ha fatto costruire una serie di palazzi e rifugi. Il lago artificiale è ricco di pesce e altra fauna marina. Una volta riforniva di cibo Mosul, la seconda città dell'Iraq, e altre città. Ma Saddam ha dichiarato off-limits l'immenso lago dopo la costruzione sulle sue rive di numerosi palazzi presidenziali. Egli ha posto anche un bando all'uso di armi da fuoco ed esplosivi nelle sue vicinanze. L'ultima volta che era stato a Tharthar aveva sentito delle esplosioni che le sue guardie del corpo avevano attribuito a pescatori della tribù Duleimi che stavano pescando nel lago. Il fatto lo aveva irritato al punto di far ordinare la loro immediata esecuzione nel timore che le esplosioni potessero avere a che fare con un tentativo di golpe nei suoi confronti.Le fonti non hanno riportato esattamente quanti pescatori sono stati messi a morte da Saddam. L'esecuzione avrebbe mandato in bestia gli anziani della tribù Duleimi, i cui appartenenti vivono nel deserto a ovest-nordovest di Baghdad. Gli indocili Duleimi si erano sollevati contro il regime nella nota ribellione del 1996 a Ramadi nella quale uno dei suoi membri, un alto ufficiale dell'aviazione, venne giustiziato con l'accusa di aver tentato di uccidere Saddam.La pesca è una vera passione per Saddam il quale possiede palazzi e rifugi sulle rive dei principali laghi del paese. Laghi e laghetti, usati anche come vivai, fanno da cornice ai suoi palazzi. L'uso di esplosivi e veleno nella pesca sono banditi in Iraq. Sui trasgressori incombe la minaccia di conseguenze serie che vanno da una multa pesante fino a lunghe pene detentive. (Fonti: London, Iraq Press, 14/07/2002)

20 febbraio 2002: i miliziani noti come i Commandos di Saddam hanno strappato la lingua di un uomo che aveva criticato pubblicamente il Rais. La lingua di Faris Ukla è stata amputata a Diwaniya, nella parte centrale della provincia di al-Qadissiya, alla presenza di una folla di persone. Ukla è la seconda persona della stessa città e la quinta in Iraq a subire questa orrenda punizione. L'anno prima, i temuti commandos che fanno direttamente capo al figlio maggiore di Saddam, Uday, avevano tagliato la lingua al diciassettenne Zuheir Kadhem, anche lui accusato di aver mandato al diavolo Saddam. (Fonti: Amman, Iraq Press, 20/02/2002)
1° marzo 2002: due giovani iracheni hanno avuto tagliato un pezzo della loro lingua per aver criticato pubblicamente Saddam Hussein. Faris Kadhem e Zuheir Jabbar sono le ultime vittime di questa punizione crudele di solito applicata davanti a una folla di persone.Testimoni hanno riferito che i due sono stati trascinati da una pattuglia dei temutissimi Commandos di Saddam al centro della città meridionale di Diwaniya. Tenendoli con le mani legate dietro la schiena, due membri della milizia gli hanno aperto a forza la bocca mentre un altro ha tirato fuori un coltello affilato, gli ha estratto la lingua e gliel'ha mozzata. I testimoni hanno notato che la pattuglia di miliziani era la più imponente che si fosse mai vista a Jadeeda, alla periferia di Diwaniya. I commandos hanno persino incitato la gente a festeggiare l'amputazione lanciando slogan a favore di Saddam. Ma alcune donne nella folla hanno levato voci di protesta, il che ha spinto i miliziani a sparare alcuni colpi in aria per disperderle.Con questa sono diventati sette i cittadini iracheni vittime di amputazione della lingua. (Fonti: Amman, Iraq Press, 01/03/2002)
13 febbraio 2003: due medici iracheni hanno preferito abbandonare il loro paese e ora vivono nel South Yorkshire (Inghilterra) per non dover commettere su ordine di Saddam Hussein atrocità nei confronti dei propri concittadini. I loro casi sono stati resi pubblici da Denis MacShane, deputato di Rotherham e Ministro per l'Europa. Uno dei due è andato via dall'Iraq dopo che gli era stato chiesto di mozzare le orecchie a 150 soldati che avevano disobbedito agli ordini del Rais. Al medico era stato anche chiesto di verificare se le vittime di una esecuzione di massa fossero tutti morti. All'altro - un chirurgo ortopedico di successo che vive ora a Rotherham con la moglie ginecologa - uomini di Saddam avevano chiesto di produrre falsi certificati di morte. MacShane ha reso noto che entrambi sono ora in procinto di chiedere asilo politico nel Regno Unito. (Fonti: Sheffield Star, 13/02/2003)


 

6 agosto 2002: il regime iracheno ha ordinato il rilascio di alcuni prigionieri per rimarcare il quattordicesimo anniversario della fine della guerra tra Iran ed Iraq. Non sono stati resi noti i dati sul numero dei prigionieri da liberare, ma il decreto emanato dal Consiglio del Comando della Rivoluzione e firmato da Saddam è sembrato escludere i prigionieri politici. Il decreto, diffuso dai mezzi di comunicazione statali, prevedeva il rilascio di prigionieri che avevano scontato almeno un anno di una condanna fino a cinque anni di carcere, due anni di una condanna fino a dieci anni e cinque anni di una condanna a più di dieci anni. Per i prigionieri nel braccio della morte, eccetto quelli condannati per reati di droga, omicidio durante rapina o con accuse di spionaggio, era prevista la commutazione in ergastolo. Le autorità irachene definiscono "spie" tutti coloro che sono stati arrestati per aver attaccato obiettivi del governo o perché appartenenti ai vari gruppi di opposizione fuori legge. L'Iran ha accettato un cessate-il-fuoco delle Nazioni Unite l'8 agosto 1988, dopo una guerra di otto anni con l'Iraq che è costata circa un milione di vite. L'Iraq celebra il cessate-il-fuoco come un "grande giorno di vittoria" contro l'Iran. (Fonti: Reuters, 06/08/2002)
20 ottobre 2002: il governo iracheno ha annunciato un'ampia amnistia "per ringraziare il popolo iracheno per la rielezione del Presidente Saddam Hussein" nel referendum del 15 ottobre che ha fatto registrare il 100% di voti favorevoli a Saddam. La televisione ha mostrato decine di uomini che lasciavano la prigione portando i propri effetti in borse di plastica cantando: "Sacrifichiamo il nostro sangue e le nostre anime per Saddam". Non sono state fornite cifre ufficiali sul numero di detenuti interessati dall'amnistia. Una dichiarazione attribuita a Saddam Hussein, letta alla televisione di stato dal Ministro dell'Informazione Mohammed Saeed al-Sahhafa, ha precisato che la "amnistia generalizzata è applicata a chiunque sia imprigionato o arrestato per ragioni politiche o di altra natura". Quelli condannati per omicidio, ha detto il comunicato, saranno liberati solo se le famiglie delle vittime acconsentiranno ed i condannati per furto dovranno trovare il modo di risarcire le loro vittime. Sono stati inclusi i soldati disertori ed i condannati a morte in attesa dell'esecuzione. "Diamo la responsabilità di recuperarli alle loro famiglie e alla società dopo avergli concesso questa opportunità", è detto nella dichiarazione. "Preghiamo Dio di non doverci pentire per questa decisione". Alcuni prigionieri hanno promesso che in futuro non commetteranno più reati e altri hanno detto di essere "pronti a difendere l'Iraq e il grande leader".Ma associazioni irachene a difesa dei diritti umani hanno denunciato questa amnistia come una farsa. Numerose voci si sono levate, ad esempio, per chiedere conto a Saddam della sorte di migliaia di Kurdi fayli, dai 7 ai 10.000, inghiottiti dalle prigioni del regime. Altre fonti hanno riferito di decessi di persone qualche giorno dopo la loro liberazione: sarebbero stati avvelenati col Tallio. Il Kuwait ha accusato l'Iraq di non dare notizie su più di 600 kuwaitiani e cittadini di altri paesi scomparsi durante la Guerra del Golfo del 1991. La televisione governativa ha detto in seguito che altri arabi detenuti in Iraq sono stati inclusi nell'amnistia, ma non quelli condannati per spionaggio a favore di Israele o degli USA. Il Segretario di Stato americano Colin Powell ha detto che l'amnistia è stato uno stratagemma politico di Saddam. "E' una mossa tipica di quest'uomo che usa gli esseri umani per i suoi fini politici", ha detto Powell. "E' una manipolazione che usa nel tentativo di dare una immagine di sé diversa dalla sua realtà di brutale dittatore." Gli esuli iracheni e gli USA hanno anche ridicolizzato il referendum di Saddam e il risultato riportato. Saddam era il solo candidato e gli iracheni dovevano rispondere "si"o "no" ad altri sette anni di suo governo. In un paese in cui gli oppositori subiscono torture e uccisioni, secondo gli esuli ed i gruppi internazionali per i diritti umani, è difficile stabilire la sincerità dei votanti. (Fonti: AP, Guardian, 21/10/2002)


 

febbraio 2003: il governo iracheno ha abolito una serie di pene previste dai codici tra cui il Decreto 115 del 1994 che stabilisce l'amputazione delle orecchie per i militari disertori e il Decreto 313 del 1984 che prevede la pena di morte per chi smercia moneta straniera nel paese. (Fonti: Al-Iraq, Baghdad, monitorato da BBC, 02/02/2003)
11 febbraio 2003: poco dopo l'annuncio della presunta "amnistia generale" per "tutti" i prigionieri e l'abolizione di alcune pene particolarmente crudeli dai suoi codici, il regime iracheno ha emesso una serie di nuovi decreti che introducono nuovi reati che prevedono la pena di morte. Queste nuove disposizioni sono state stabilite dall'ufficio militare del partito Baath al potere e firmate dal figlio di Saddam Hussein, Qusay. I nuovi reati capitali riguardano il personale delle Forze di Difesa Aerea e la "Corte Speciale" presso il suo Comando ha già ricevuto le istruzioni del caso. La pena di morte è prescritta per gli appartenenti alle unità delle Forze di Difesa Aerea i quali: 1. abbandonino la loro unità sotto bombardamento; 2. provochino danni alle basi lanciamissili; 3. provochino danni ai missili terra-aria; 4. siano trovati in possesso di opuscoli lanciati dagli aerei americani sulle loro unità; 5. provochino danni alle fonti di energia che alimentano le stazioni radar e le basi lanciamissili; 6. rivelino segreti e informazioni sulle perdite a persone al di fuori della loro unità; 7. diffondano voci incontrollate nella propria unità. Il regime ha costituito comitati per l'esecuzione delle sentenze capitali tramite fucilazione in vari punti lungo il confine con le zone controllate dai kurdi nel caso in cui soldati provassero a fuggire o si rifiutassero di combattere una volta scoppiata la guerra. (Fonti: Tariq al-Sha'b, Arbil, monitorato da BBC, 11/02/2003)
La morte di Abu Nidal
26 agosto 2002: secondo quanto riportato dall'Herald Sun, dissidenti del regime di Saddam Hussein avrebbero dichiarato che il terrorista palestinese Abu Nidal non si sarebbe suicidato ma sarebbe stato ucciso dai servizi segreti del presidente iracheno. Sarebbe stato proprio Saddam Hussein ad ordinare l'omicidio dopo il rifiuto di Nidal di addestrare terroristi di Al-Qaeda, una versione supportata anche da Con Coughlin, esperto della situazione in Medio Oriente e che ha scritto che Nidal è stato giustiziato perché si sarebbe rifiutato di rimettere in moto tutta la sua rete di conoscenze nell'ambiente terroristico. Abu Nidal è stato trovato morto a 65 anni in un appartamento di Baghdad fornitogli dal governo. Secondo la versione ufficiale, si sarebbe suicidato con un colpo di pistola. (Fonti: Herald Sun, 26/08/2002)


 

1 aprile 2002: Andreas Mavrommatis, Special Rapporteur sulla situazione dei diritti umani in Iraq, ha relazionato alla Commissione Diritti Umani. La sua missione legata ai diritti umani che si è svolta nel mese di febbraio, è stata la prima autorizzata dalle Nazioni Unite in Iraq dal 1992. Mavrommatis ha incontrato Bakhtiar Amin, direttore dell'Alleanza Internazionale per la Giustizia in Iraq, secondo cui il governo iracheno avrebbe giustiziato circa 4.000 persone dal 1998. L'Alleanza Internazionale per la Giustizia ha raccolto le testimonianze di rifugiati iracheni sia in Giordania che in Siria. I rifugiati hanno anche parlato della decapitazione di 130 donne tra il giugno 2000 e l'aprile 2001. Secondo l'agenzia di stampa francese AFP, le decapitazioni sono avvenute nell'ambito della lotta che il governo iracheno ha intrapreso contro la prostituzione. Ma secondo le informazioni ottenute dal dipartimento diritti umani dell'Unione Patriottica del Kurdistan, almeno tre delle donne - Jinan al-Na'imi, Naja Muhammad Sadar e 'Afaf Isma'il - erano medici, ed una quarta, Wajiha Sabir Muhammad, era un assistente medico. (Fonti: IPR, 21/04/2002)
6 novembre 2002: alla Terza Commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, lo Special Rapporteur sull'Iraq Andreas Mavrommatis ha presentato il suo rapporto limitandosi a considerare brevemente poche questioni principali, tra cui: l'elenco di crimini che attualmente prevedono la pena di morte; l'elenco delle esecuzioni compiute in Iraq nel 2000 e nel 2001; le condizioni di detenzione e le riforme. Prima di concludere, ha chiesto al governo iracheno di fornire ulteriori informazioni in relazione alla pena di morte; di imporre una moratoria sulle esecuzioni; di mettere fine ad azioni e politiche che direttamente o indirettamente provocano o incoraggiano l'intolleranza religiosa; di abolire i tribunali speciali; di assicurare che l'intera legislazione, decreti e pratiche siano compatibili con gli impegni presi dall'Iraq verso gli strumenti dei diritti umani internazionali. (Fonti: M2 Presswire, 06/11/2002)

27 mag 2010



 

Angiolo Berti così ricordava la figura dell'amico e collega


 

WALTER TOBAGI: NO AL RIVOLUZIONARISMO VERBALE


 

La Fondazione "Berti",a 30 anni dalla scomparsa, ripropone un pensiero quanto mai attuale. Cerimonia al Campo degli Eroi (Casciana Terme,Pisa)


 


 


 

CASCIANA TERME ( Pisa) – A trent'anni dal barbaro assassinio è stata ricordata al Campo degli Eroi di Casciana Terme (Pisa),la figura del giornalista del Corrirere della Sera,Walter Tobagi. L'iniziativa è della Fondazione "Angiolo e Maria Teresa Berti" che ha sede nel comune toscano al Campo degli Eroi.


 

Il Campo degli Eroi è una creazione del giornalista parlamentare Angiolo Berti,nativo di Casciana,che dal 1984 ha eretto 26 lapidi e cippi a chi sia caduto per la liberta. Berti,amico e collega di Tobagi, in particolare ne ha dedicato uno al ricordo di Tobagi. Venne ad inaugurarlo il 31 agosto 1991,l'allora presidente del Senato, Giovanni Spadolini. Il monumento,opera dello scultore livornese Bruno Cialdini,raffigura le pagine aperte del Corriere della Sera,simbolo della libertà di stampa,tranciate dall'ascia della violenza. L'iscrizione sulla lapide è altrettanto emblematica:"Noti gli esecutori,ma non i mandanti…".


 

Editorialista del quotidiano L'Umanità, Berti così ricordava il 30 maggio 1990,nel decimo anniversario dell'evento,il coraggio di Tobagi:


 

Partendo da una lucida espressione di Sciascia, "Lo hanno ammazzato perché aveva metodo", Berti riporta un giudizio di Bettino Craxi. "Tobagi era un combattetene vero. Il volantino che ne rivendicò l'uccisione affermava che i comunisti non sparano nel mucchio. Era dunque un prescelto,un predestinato,un cervello da eliminare."


 

"Walter,così prosegue lo scritto di Berti, dava fastidio anche per la posizione di minoranza che aveva assunto in seno alla Federazione Nazionale della Stampa pur dopo aver conquistato una posizione di leader all'Associazione Lombarda dei giornalisti di cui poi divenne presidente".


 

"Si impongono scelte coraggiose,sostenne. Non si tratta di rinnegare niente del passato ma di voltar pagina,aprire una fase nuova,smetterla con certi ritualismi che ogni giorno diventano più vacui. Perché i giornalisti sindacalisti devono recitare la parte dei piccoli politici,ognuno con i suoi amici influenti,con i consiglieri saldamente installati nel Palazzo e via,rattristando? Perché non cerchiamo di rilanciare la sfida per un sindacalismo giornalistico serio ,indipendente,meno popolo o più comportamenti concreti e conseguenti che punti a diventare il motore di un nuovo sviluppo dell'editoria pubblica e privata,in questo Paese?"


 

Trent'anni dopo, questi ammonimenti appaiono espressione ancor più di una attuale,pericolosa realtà.


 

GIAN UGO BERTI


 

( riproduzione vietata )

24 mag 2010



La leggenda del Piave

1. STROFA:
Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio


Dei primi fanti il ventiquattro maggio:
l’Esercito marciava per raggiunger la frontiera,
per far contro il nemico una barriera.
Muti passaron quella notte i fanti;
tacere bisognava e andare avanti.
S’udiva intanto dalle amate sponde
Sommesso e lieve il tripudiar de l’onde:
era un passaggio dolce e lusinghiero.
Il Piave mormorò: “NON PASSA LO STRANIERO.

2. STROFA:
Ma in una notte triste si parlò di tradimento,
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento.
Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
per l’onta consumata a Caporetto!
Profughi ovunque! Dai lontani monti
Venivan a gremir tutti i suoi ponti.
S’udiva allor dalle violate sponde
Sommesso e triste il mormorio de l’onde:
come un singhiozzo in quell’affanno nero.
Il Piave mormorò: “RITORNA LO STRANIERO.

3. STROFA:
E ritornò il nemico, per l’orgoglio e per la fame
Volea sfogar tutte le sue brame.
Vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
Sfamarsi e tripudiare come allor

NO” disse il Piave, “NO” dissero i fanti,
mai più il nemico faccia un passo avanti

Si vide il Piave rigonfiar le sponde!
E come i fanti combattevan l’onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
Il Piave comandò: “INDIETRO VA’ STRANIERO!”

4. STROFA:
E indietreggiò il nemico fino a Trieste, fino a Trento
E la Vittoria sciolse le ali al vento.
Fu sacro il patto antico: tra le schiere furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro e Battisti.
Infranse alfin l’italico valore
Le forche e l’armi dell’impiccatore.
Sicure l’Alpi… libere le sponde
E tacque il Piave: si placaron l’onde.
Sul patrio suol, vinti i torvi imperi,
la pace non trovò NE’ OPPRESSI, NE’ STRANIERI.

E.A. Mario (pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta)

   

Cenni storici (significato dei versi e cronologia degli eventi)

 
 

 
 

 
 

Nella notte tra il 23 e il 24 maggio del 1915 l’Italia entrava in guerra: era l’occasione per completare il processo di unità nazionale e liberare il Trentino e la Venezia Giulia dal dominio austriaco. Il nostro esercito, nel marciare coraggioso e silenzioso verso la frontiera con l’Austria, passò sul fiume Piave, che espresse poeticamente la sua gioia con il tripudio delle onde.

 
 

 
 

 
 

 
 

24 ottobre del 1917, il nemico ruppe il fronte orientale italiano a Caporetto; tutte le nostre forze ebbero l’ordine di arretrare onde evitare l’accerchiamento. Le perdite furono pesanti e ad esse si accompagnarono le polemiche.

Si dovettero richiamare le riserve e arruolare i giovani di 18 anni, classe 1899, che per il valore ed il coraggio dimostrato meritarono l’appellativo di “classe di ferro”. Il Piave divenne il simbolo della Patria che fu difesa con rinnovata determinazione sotto la guida del Gen. Armando Diaz.

 
 

 
 

 
 

Sulla nuova frontiera Monte Grappa-Piave si decidevano le sorti della guerra. La poderosa offensiva scatenata dagli austriaci nel giugno 1918 cozzò contro l’eroica resistenza degli italiani; le divisioni nemiche dovettero “ripassare in disordine il Piave, sconfitte e incalzate dalle nostre valorose truppe” come si espresse nel bollettino di guerra il Gen. Diaz.

La battaglia del Piave è stata una delle più gloriose della storia d’Italia: costò all’Austria 150.000 uomini e fu l’inizio della sconfitta. Gli austriaci e gli alleati tedeschi videro “cadere come foglie morte” nelle acque del Piave le loro speranze di vittoria, come scrisse il comandante tedesco Ludendorff dopo la guerra.

 
 

Il 24 ottobre 1918, proprio nel giorno anniversario della sconfitta di Caporetto, l’esercito italiano lanciò una massiccia e generale offensiva che portò alla vittoria dell’Italia, chiamata di Vittorio veneto, dal luogo dove avvenne per prima lo sfondamento delle linee nemiche.

L’avanzata italiana fu travolgente; dopo aver catturato centinaia di migliaia di prigionieri, il 3 novembre le truppe italiane entrarono in Trento e Trieste. Lo stesso giorno l’Austria si arrese e firmò l’armistizio, che sanciva la cessazione della guerra per il 4 novembre.

Solo allora si placarono le acque del Piave, quando furono sconfitti gli imperi oppressori e la Pace trovò gli italiani liberi sul patrio suolo, dalle Alpi al mare.

 
 

Questa la Grande Storia condensata nella “Leggenda del Piave”, la Storia di una guerra non di offesa ma di difesa della Patria, sostenuta dal popolo e valorosamente combattuta da nostri soldati per il completamento dell’unità d’Italia.

(A cura di Fortunato Galtieri, Cav. O.M.R.I., Via R. Viganò 4, 40037 Pontecchio Marconi, BO - Tel./Fax 0516781026, Cell. 3394220093
Sito: http://www.fortunatogaltieri.it/, E-Mail: info@fortunatogaltieri.it)

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"La leggenda del Piave"


21 mag 2010




Charles Lindbergh



 

20 maggio 1927

Alle 7:52 del mattino, Charles Lindbergh decolla dal Roosevelt Field di Long Island (New York) per la prima trasvolata atlantica senza scalo (toccherà terra a Le Bourget, Parigi alle 10:22 della sera del 21 maggio); Lindbergh suscitò l?entusiasmo del mondo intero effettuando a bordo del suo « Spirit of St. Louis»  il primo volo diretto New York ? Parigi. Impiegò circa 33 ore. Il dirigibile inglese R?100 impiegò invece 79 ore per andare da Londra a Montreal.

La storia

Charles Augustus Lindbergh (Detroit, 4 febbraio 1902 – Maui, 26 agosto 1974) è stato un celebre aviatore statunitense. Figlio di immigranti svedesi, crebbe a Little Falls, Minnesota. Il padre era avvocato e successivamente sarebbe stato membro del Congresso degli Stati Uniti (e forte oppositore dell'intervento degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale); la madre era insegnante di chimica.

La prima trasvolata atlantica
Lindbergh compì il 20 maggio 1927 la prima traversata in aereo in solitario dell'Oceano Atlantico senza scalo. Partì alle 7.52 dal Roosevelt Field, vicino a New York, ed arrivò alle 22.00, dopo 33 ore e 39 minuti di volo, nel Chan de Le Bourget vicino a Parigi. Il suo aereo, lo Spirit of Saint Louis, era un monoplano leggero. Quel magico volo, agli albori dell'aviazione, lo consegnò direttamente alla leggenda. Il presidente Calvin Coolidge gli concede la Distinguished Flying Cross e lo nomina colonnello della riserva dell'aviazione degli Stati Uniti. Il governo francese per questo gli concesse la Legion d'Onore.Lo stesso anno viene eletto dal Time «Man of Year»:

Il rapimento di Baby Lindbergh
Il nome di Lindbergh è legato anche alla triste vicenda del rapimento e uccisione del figlioletto Charles August, uno dei primi casi di kidnapping (rapimento) che ebbe una risonanza internazionale. Il piccolo, di due anni d'età, fu rapito dall'abitazione dei Lindbergh in circostanze misteriose l'1 marzo 1932. Vane risultarono le ricerche durate oltre due mesi: il piccolo fu ritrovato privo di vita il 12 maggio in una località del New Jersey, Hopewell, distante poche miglia da casa Lindbergh.



 


 

Del rapimento di Baby Lindbergh fu accusato Bruno Hauptmann, un immigrato tedesco, carpentiere ed ex detenuto, processato tre anni dopo e – sebbene si fosse sempre dichiarato innocente – giustiziato sulla sedia elettrica. La sentenza fu eseguita il 3 aprile 1936. Per difendere la propria privacy, i Lindbergh, nel dicembre del 1935 furono costretti a trasferirsi in Europa con i loro due bambini piccoli e, fino al loro ritorno nella primavera del 1939, risiedettero principalmente in Inghilterra. Ad ogni modo la triste vicenda ebbe ancor piu' amare ripercussioni sulla vita della famiglia Lindbergh, continuamente sotto assedio da giornalisti, fotografi, scrittori, curiosi.

La vicenda del rapimento Lindbergh ispirò anche una serie di saggi e romanzi, il più famoso dei quali è sicuramente Murder on the Orient Express (Assassinio sull'Orient-Express), scritto nel 1934 da Agatha Christie, da cui è stato tratto il film (1974) di Sidney Lumet (film rimasto famoso soprattutto per lo straordinario cast che comprendeva Albert Finney, Ingrid Bergman, Jacqueline Bisset, Sean Connery, Anthony Perkins, Vanessa Redgrave, Richard Widmark e Michael York).

Il sostegno di Lindbergh al regime nazionalsocialista

Su invito dell'esercito americano, Lindbergh si reca in Germania per raccogliere informazioni sugli sviluppi dell'aviazione nazista; a tale scopo compie ripetute visite fra il 1936 ed il 1939. Assiste alle Olimpiadi di Berlino, che si svolgono alla presenza di Adolf Hitler, e più tardi scriverà di Hitler ad un amico: « ? sicuramente un grand'uomo, e credo che abbia fatto molto per il popolo tedesco» .


 

Nell'ottobre del 1938, la Croce di Servizio dell'Ordine dell'Aquila – un medaglione d'oro con quattro piccole svastiche, concesso agli stranieri per servizi prestati al Terzo Reich – viene offerta a Lindbergh, per ordine del Führer, dal Maresciallo dell'Aria Hermann Göring durante una cena all'ambasciata americana di Berlino. Nel 1939 al suo ritorno negli Stati Uniti, entra in servizio attivo come colonnello nell'aviazione militare americana.

Nella primavera del 1940, alla Yale University viene fondato l'America First Committee per contrastare la linea interventista di Franklin Delano Roosevelt e promuovere l'isolazionismo; in ottobre Lindbergh, a Yale, parla a tremila persone chiedendo che l'America « riconosca le nuove potenze europee»  e dichiarando che « la razza ebraica»  è tra coloro che con più forza ed efficacia spingono gli Stati Uniti, « per ragioni che non sono americane» , verso l'intervento nella guerra. La moglie Anne Morrow Lindbergh pubblica il suo terzo libro, The Wave of the Future, definito dall'allora Ministro degli Interni Harold Ickes « la Bibbia di ogni nazionalsocialista americano» .

Invitato da Roosevelt a restituire la decorazione nazista, rifiuta, definendola « una inutile offesa alla leadership tedesca» . Il presidente mette in dubbio apertamente la sua lealtà e ciò spinge Lindbergh a presentare le dimissioni da colonnello al Ministro della Guerra. Parla ancora a vasti pubblici contro l'intervento americano nella guerra europea fino al dicembre del 1941, quando in seguito all'attacco giapponese a Pearl Harbor, gli Stati Uniti dichiarano guerra all'Impero giapponese.
Pochi giorni dopo la Germania dichiara guerra agli Usa seguita dall'Italia. Nel gennaio del 1942 si reca a Washington per cercare di farsi reinserire nell'aeronautica militare, ma l'amministrazione americana e la stampa lo osteggiano, e Roosevelt dice di no. Falliscono anche diversi tentativi di trovare lavoro nell'industria aeronautica fino alla primavera del 1942, quando, con l'approvazione del governo, diventa consulente al programma di sviluppo dei bombardieri della Ford.


 

Nel 1943 diventa istruttore dei piloti del Vought F4U Corsair della Marina e nel 1944, dopo un periodo di lavoro in Florida per collaudare diversi tipi di nuovi aerei, tra cui il bombardiere B-29 Superfortress della Boeing, riceve il permesso di recarsi nell'Oceano Pacifico per studiare i Corsair in azione. Una volta sul posto comincia a svolgere missioni di combattimento e bombardamento contro obiettivi giapponesi di base in Nuova Guinea. Partecipa a 50 missioni ed abbatte un caccia giapponese. Alla fine della guerra riprende il lavoro al programma di sviluppo dei caccia per la United Aircraft.

Lindbergh al cinema
L'exploit di Lindbergh è stato raccontato nel film L'aquila solitaria (The Spirit of St. Louis) diretto da Billy Wilder e con James Stewart nella parte di Lindbergh.

Lindbergh nella letteratura
Nel romanzo Il Complotto contro l'America (2004), Philip Roth immagina una storia alternativa in cui Lindbergh sconfigge Franklin Delano Roosevelt nelle elezioni del 1940 e diventa Presidente degli Stati Uniti portando il paese, dietro una neutralità di facciata, all'alleanza con la Germania Nazista.


 



 


 


 


 

 

16 mag 2010




TRA APRILE E MAGGIO :RIVOLTA DEL GHETTO DI VARSAVIA
 

L'insurrezione del ghetto di Varsavia.

Tra i rarissimi episodi di resistenza degli ebrei contro le persecuzioni e lo sterminio attuati dai nazisti, l'insurrezione del ghetto di Varsavia (o di quanto restava di esso) fu certamente il più significativo per la sua valenza simbolica.

La resistenza interna al ghetto di Varsavia si costituì nell'inverno del 1941, per iniziativa del Zukunft ("l'Avvenire"), organizzazione giovanile del Bund ("Lega"), il partito socialista ebraico attivo in Polonia già nell'anteguerra. La scelta dell'inverno del 1941 per abbozzare una qualsivoglia forma di resistenza non fu casuale: i massacri degli ebrei dell'Europa orientale ebbero inizio soltanto dopo il giugno del 1941, ovvero dopo l'aggressione tedesca all'URSS. Nel febbraio del 1941 giunsero a Varsavia, tramite i canali di comunicazione delle organizzazioni politiche ebraico-polacche, le prime notizie sulle pratiche di sterminio attuate nel campo di Chelmno e sulle fucilazioni di massa avvenute in Bielorussia e in Ucraina. Il Zukunft decise di pubblicare un foglio clandestino per diffondere le notizie conosciute su tali pratiche tra gli ebrei, in maggioranza rassegnati a subire le persecuzioni e ignari del destino che veniva riservato loro.

Nel gennaio del 1942 le diverse organizzazioni politiche ebraiche tennero una conferenza unitaria all'interno del ghetto. Le organizzazioni Hashomer Hatzair (associazione di scoutismo ebraico di ispirazione sionista, fondata nel 1915) e Hechalutz (organizzazione giovanile del movimento sionista) proposero di creare un movimento di lotta comune, mentre il Zukunft, pur concordando sulla necessità di dar vita ad una vera e propria resistenza armata, cercò di raccordare le iniziative politiche interne al ghetto con la resistenza polacca e soprattutto con il Partito Socialista Polacco.
Mentre l'organizzazione della resistenza seguiva percorsi tortuosi anche per evitare di essere scoperta e distrutta sul nascere dai tedeschi, vennero messi in circolazione fogli d'informazione il cui scopo era quello di diffondere la consapevolezza della necessità di resistere con ogni mezzo ai nazisti. Soltanto il Zukunft pubblicava nell'inverno 1941-1942 ben 6 giornali clandestini: Der Werker ("Il Risveglio", settimanale, in yiddish), Biuletjn ("Il Bollettino", mensile, in polacco), Cajtfragn ("Problemi del Tempo", pubblicazione irregolare, in yiddish), Za nasza i wasza wolnosc ("Per la nostra libertà e la vostra", mensile, in polacco), Jungt Sztime ("La voce di giovani", mensile, in yiddish) e Nowa Mlodziez ("Nuova gioventù", mensile, in polacco).
Questa diffusione di stampa clandestina, sebbene molto difficile nelle condizioni vigenti nel ghetto, ebbe una importanza indiscutibile, poiché costituiva un chiaro segnale dell'esistenza almeno di frange di ebrei disposti a resistere ad ogni costo alle violenze naziste.

Nel giugno del 1942 le autorità naziste ordinarono allo Judenrat di Varsavia di pubblicare il decreto che ingiungeva a circa 380.000 ebrei di recarsi nella Umschagplatz, raccordo ferroviario ai confini del ghetto, per dare inizio ad una operazione di Umsiedlung. Pochi giorni dopo la pubblicazione del decreto, il presidente del Judenrat, Czerniakov, si suicidò, non sopportando la vergogna di essere stato costretto a collaborare attivamente alla distruzione annunciata degli ebrei rinchiusi nel ghetto. Il gesto di Czerniakov, peraltro, lasciava pochi dubbi agli ebrei che avessero voglia di comprendere cosa stava per accadere: il presidente del Judenrat aveva collaborato con le autorità tedesche al solo scopo di salvare gli abitanti del ghetto; il suo suicidio era la più evidente testimonianza che egli stesso non riteneva possibile raggiungere lo scopo che si era prefissato.

Il suicidio di Czerniakov segnò un punto di svolta per la resistenza interna al ghetto. Mentre da Treblinka, per mezzo della resistenza polacca, giungevano le prime notizie sul destino riservato agli ebrei deportati, le organizzazioni giovanili ebraiche decisero di dare un chiaro segnale della loro esistenza e di de-legittimazione di ciò che restava dello Judenrat e delle sue istituzioni: il 20 agosto 1942, mentre erano ancora in corso i rastrellamenti nazisti per la deportazione, Szerynski, capo della polizia ebraica del ghetto, venne gravemente ferito in un attentato: si trattava di un avvertimento a tutti i membri della polizia ebraica, che nei giorni del rastrellamento avevano attivamente collaborato con i nazisti.

Il 20 ottobre 1942 i diversi organismi politici che nell'anno precedente avevano diffuso la stampa clandestina si unirono tra loro, formando l'Organizzazione Ebraica di Combattimento (OEC), sotto la guida di Mordechai Anielewicz. L'OEC iniziò immediatamente a reperire armi leggere per il tramite della resistenza socialista polacca e pochi giorni dopo la sua costituzione diede inizio alle azioni armate: il 29 ottobre 1942 venne ucciso in un attentato Jacob Lejkin, nuovo capo della polizia ebraica del ghetto e il 29 novembre venne gravemente ferito Jacob First, membro del Judenrat incaricato di collaborare con i tedeschi alle deportazioni.

Ma la fase decisiva della resistenza ebraica ebbe inizio il 18 gennaio 1943, quando i tedeschi accerchiarono e bloccarono il ghetto, cercando di avviare la seconda fase delle deportazioni. A quell'epoca restavano nel ghetto non più di 40.000 ebrei (su circa 600.000) scampati alle deportazioni di luglio e agosto. Quando i tedeschi cercarono di penentrare nel ghetto per dare inizio ai rastrellamenti, si trovarono di fronte ad una inattesa resistenza armata e furono costretti a desistere per non subire perdite indesiderate. Da quel momento e sino all'aprile del 1943, l'OEC assunse di fatto il controllo del ghetto, contrastando qualunque azione tedesca

Il 19 aprile 1943 ebbe inizio l'attacco finale dell'esercito tedesco contro il ghetto di Varsavia. Malgrado l'evidente disparità delle forze in campo e la totale inadeguatezza dell'equipaggiamento militare dell'OEC (i rivoltosi disponevano di un centiunaio di pistole, meno di cento fucili e di rudimentali bombe "Molotov" costruite con mezzi di fortuna), i combattenti ebrei opposero una strenua resistenza alle truppe tedesche, guidate dal generale delle SS Stroop. Malgrado l'intervento dei carri armati, diverse centinaia di tedeschi e di ucraini ausiliari delle SS vennero uccisi. Il 6 maggio, vista la pessima piega presa dagli eventi, il generale Stroop ordinò alle sue truppe di cannoneggiare e di incendiare il ghetto.

L'8 maggio i tedeschi circondarono il comando dell'OEC, i cui dirigenti preferirono suicidarsi piuttosto che farsi catturare. Soltanto un piccolissimo numero di rivoltosi riuscì a sfuggire all'accerchiamento, utilizzando il sistema fognario per raggiungere la parte "ariana" di Varsavia. Al termine dei combattimenti, il 10 maggio 1943, il ghetto era stato letteralmente raso al suolo. Ciò nonostante, gli insorti erano riusciti ad ottenere un risultato straordinariamente importante, almeno sul piano simbolico. Non solo avevano dimostrato che la resistenza era impossibile: il loro esempio testimoniava del fatto che una opposizione più decisa alle violenze da parte di tutti gli ebrei avrebbe forse reso impossibile la realizzazione dello sterminio.


 


 


 

© G. Camatarri : 1996-2004

14 mag 2010


Panchen Lama


 

QUINDICI ANNI FA SPARIVA L?ULTIMO PANCHEN LAMA;ARRESTATO DALLA POLIZIA CINESE:

DI LUI NON SE NE SA PIU'NULLA

Nome: Gedhun Choekyi Nyima
Nato il: 25 aprile 1989
Luogo di nascita: Lhari, Tibet

Il Panchen Lama aveva sei anni quando, nel 1995, il governo Cinese lo ha rapito assieme ai suoi genitori. All’epoca, Amnesty International lo definì “il più giovane prigioniero politico del mondo”.
Panchen Lama è il titolo che i tibetani conferiscono alla seconda più importante personalità del Tibet. "Panchen" (pronuncia : Pàncen) significa "Grande Studioso" e “Lama” è un termine usato dai tibetani per indicare un maestro spirituale. I tibetani ritengono che il Panchen Lama sia il protettore di tutti gli esseri senzienti del mondo.
Questo significa che il bambino raffigurato in questa fotografia, la sola esistente, diverrà uno dei maggiori leader del Tibet.

Perché il Governo cinese ha sequestrato il Panchen Lama e i suoi genitori?
Il motivo è essenzialmente di natura politica. Per tradizione, dopo la morte del Panchen Lama, il Dalai Lama ne riconosce la reincarnazione e, viceversa, il Panchen Lama riconosce la reincarnazione del Dalai Lama. Crescendo un Panchen Lama “di regime”, le autorità cinesi ritengono che, alla morte dell’attuale Dalai Lama, il falso Panchen Lama riconosciuto da Pechino sceglierà, come massima autorità del Tibet, una figura “fantoccio”, gradita al Partito.

I fatti
Il 14 maggio 1995 il Dalai Lama, massima autorità spirituale del Tibet e capo del governo tibetano in esilio, riconosceva in Choekyi Nyima, un bambino nato a Lhari, nel Tibet centrale, il 25 aprile 1989, l’undicesima reincarnazione di una delle più alte personalità religiose tibetane: il Panchen Lama.
Malgrado l’assoluta legittimità della scelta del Dalai Lama che, in accordo con una tradizione antichissima, ha agito in modo conforme al suo ruolo, le autorità della Repubblica Popolare Cinese hanno accusato il Dalai Lama di voler creare, con il riconoscimento del piccolo Panchen Lama, tensioni e conflitti in Tibet. Non appena il Dalai Lama ha annunciato l’avvenuto riconoscimento, Choekyi Nyima e i suoi genitori sono stati prelevati dal loro villaggio e, da allora, se ne sono letteralmente perdute le tracce. E’ inoltre iniziata, in Tibet, una durissima campagna di denuncia del Dalai Lama e di tutti quei tibetani, religiosi e laici, che si dichiarano favorevoli alla sua scelta. Il monastero di Tashilunpo, tradizionale sede dei Panchen Lama, è stato sottoposto ad un regime di rigido controllo di polizia e diverse decine dei suoi monaci sono stati arrestati o espulsi per avere pubblicamente espresso la loro solidarietà al Dalai Lama.
Come è facile immaginare, il comportamento delle autorità cinesi, in questa situazione, non solo ha urtato profondamente i sentimenti spirituali del popolo tibetano ma ha evidenziato cosa le autorità della Repubblica Popolare veramente intendano quando affermano che in Tibet esiste la più completa libertà religiosa.

Al di là di ogni altra considerazione, resta comunque il fatto, gravissimo, che, dal maggio 1995, Choekyi Nyima e la sua famiglia sono scomparsi e il governo cinese non ha mai voluto dire con precisione dove e come stiano. Di fronte alle richieste di chiarimenti inoltrate da organizzazioni umanitarie, gruppi di sostegno alla causa tibetana, movimenti sindacali, partiti politici e parlamentari di numerose nazioni, le autorità della Repubblica Popolare Cinese hanno solo ammesso che il bambino e i suoi genitori "sono stati affidati al Partito Comunista per essere protetti dai tentativi di rapimento messi in atto dai seguaci del Dalai Lama e della sua cricca".
Il 25 aprile 2005 Choekyi Nyima compie sedici anni e da dieci vive segregato. La vicenda del piccolo Panchen Lama si è aggiunta alla lunga serie di torti e di violenze che la Repubblica Popolare Cinese sta infliggendo da 50 anni agli uomini e alle donne del Tibet. Il sequestro e la detenzione continuata di un bambino di sei anni "colpevole" solo di essere stato riconosciuto come reincarnazione di un importante maestro spirituale, dovrebbe spingere ogni coscienza democratica a mobilitarsi perché questa intollerabile violenza possa cessare al più presto.

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