Lettori fissi

29 lug 2010


Creò la Croce Rossa a Casciana Terme


 

ARTURO BICCHIERINI:IL GRANDE DIMENTICATO


 


 

Dopo 23 anni dalla morte,niente lo ricorda. Il "giallo" politico di una strada mai intestata


 


 


 


 

CASCIANA TERME – Il prossimo 28 luglio avrebbe compiuto 103 anni. Nessuno,se non i familiari,se lo sarebbe ricordato. Ad onor del vero,nessuno sarebbe obbligato a farlo. Spesso però chi fa del bene alla comunità in cui vive,viene presto dimenticato.


 

Da semplici cronisti lo abbiamo chiesto a tanti cascianesi,ragazzi,adulti e soprattutto anziani:"Chi è stato Arturo Bicchierini?" Da ciascuno un segno d'assenso e poi con determinazione,quasi mossi da campanilistico orgoglio:"Quello che ha creato la Croce Rossa,qui,a Casciana". La risposta è dunque unanime,le parole si sprecano,segno tangibile di un rispetto istintivo e dovuto. Pochi – per la cronaca- lo rammentano nel suo passato di bersagliere.


 

Eppure,al turista ignaro, nulla in città ricorda l'uomo,né una via,una piazza od altro. Perché? Basta scavare un po' ed una prima verità viene a galla. L'idea in effetti c'era. Molti all'epoca sostenevano una simile iniziativa, ma fu deciso di non farne di nulla perché, a rigor di legge,non erano ancora trascorsi dieci anni dalla scomparsa (Bicchierini si spense nell'agosto del 1990). Superato questo ostacolo burocratico (qualcuno ha sottolineato "un po' troppo" burocratico),ne sorse un secondo.


 

La strada che avrebbe portato il suo nome era ubicata troppo vicino alla via intitolata a Gino Bonicoli. Secondo il poeta dialettale Trilussa, tutti i morti sono uguali. Eppure, a Casciana – sostiene sempre la leggenda popolare – quando c'entra la politica, pare non sia così. Si sarebbe giunti quindi ad un compromesso:la via venne dedicata al


 


 


 

Corpo dei Bersaglieri,in cui Arturo militò e che valorizzò con numerose iniziative. Niente a che vedere – di fatto – con quanto la stragrande maggioranza dei concittadini lo ricorda ovvero la Croce Rossa,che nacque e vive tutt'ora grazie al suo impegno in anni difficili.


 

Ed anche per tale motivo,in occasione del 103° anniversario della nascita, il nostro giornale riprende un discorso interrotto e mai sopito,

per rinverdire una memoria storica,ingiustamente e frettolosamente accantonata, forte di testimonianze attendibili e sentite di chi lo ha conosciuto ed apprezzato come uomo ed amico.


 

Se aveste occasione di visitare i locali della Croce Rossa, vi colpirebbe il motto ideato e seguito da Arturo, "Non fu degno di vivere chi visse sol per sé". In una parola,al servizio degli altri. Come cita una pubblicazione edita nel 1997 dal Comune e dalla Pro Loco, "…dal suo rientro dalla prigionia…fu promotore e protagonista della ricerca, del censimento,dell'esumazione dei caduti in operazioni belliche (prevalentemente tedeschi),avvenute nell'estate del 1944,nel Comune di Bagni di Casciana ed aree limitrofe… L'incontro con i membri dell'Organizzazione internazionale ( un premio specifico)avvenne al caffè Minerva,una mattina di luglio del 1973,ad un'ora imprecisata…


 

Ed a valanga escono ricordi ed aneddoti. Alfredo Giannoni sciorina la storia della Croce Rossa attraverso i mezzi di soccorso impiegati. Una carrellata nel tempo,dove tutto o quasi parla di un uomo,della volontà a prodigarsi per il prossimo. Giannoni ha però un rammarico:la preoccupazione che ogni cosa vada perduta per l'impossibilità,fino ad oggi,di poter raccogliere tante memorie in un museo.


 

Più addentro alla personalità di Arturo è il ricordo di Franco Terreni che,accanto a lui dal 1958,come meccanico al Garage Italia,così lo rammenta:" Era un leader,perché manteneva ciò che prometteva e sapeva fare cose che altri non erano in grado di fare. Sapeva chiedere,riscuotendo al contempo stima,fiducia e rispetto. Donava del


 


 


 


 

suo pur di concretizzare ciò in cui credeva, una struttura che tutelasse la salute dei concittadini. Era un uomo di fede,retto ed orgoglioso."


 

"Accanto lui – così prosegue – una grande persona,la moglie,una famiglia che lo ha sempre sostenuto e nella quale fermamente credeva". Quindi un particolare inedito:" Come autista, un giorno portò da Livorno un gruppo di villeggianti. Una macchina stracolma per farci entrare tutti. Vicino a lui,una ragazza,così vicina per necessità di spazi,che decise (lo raccontò poi) di guidare sempre in terza marcia,perché non se la sentiva di muovere la mano per mettere la quarta,gesto che avrebbe potuto mettere in imbarazzo la persona. Si chiamava Lidia e,più tardi,divenne sposa devota ed inseparabile".


 

In sintonia, le parole di Paolo Noceti, che con lui condivise esperienze umane e toccanti:" Un galantuomo che servì Casciana senza compenso alcuno. Uno dei pochi cascianesi veramente bravo".


 

Ma qualcosa questo breve articolo potrebbe aver smosso. In una dichiarazione, il presidente della Croce Rossa,Luca Desideri, dice che si provvederà a dedicargli una stanza dell'edificio, dopo la prossima ristrutturazione,non potendogli dedicare per regolamento l'intera sede.


 

E' solo un primo passo,per il secondo, qualcuno rifletta.


 


 

GIAN UGO BERTI


 


 


 


 


 

28 lug 2010



Tra i personaggi che parteciparono alla prima guerra mondiale:un giovanissimo Ernest Hemingway ,che dalla tragedia della guerra trasse ispirazione per il suo libro"Per chi suona la campana",ed un imprevedibile Walt Disney

28 luglio 1914 :scoppia la prima guerra mondiale


LA PRIMA GUERRA MONDIALE


 

L' importanza


 

  • l'Europa finisce il suo grande ciclo, iniziato nel 1089 con le Crociate;
  • determinò la fine di imperi secolari: Russo, Tedesco, Turco e Asburgico;
  • nel 1920 inizia il fenomeno della decolonizzazione perché dopo l'aiuto fornito durante la guerra le popolazioni coloniali avevano nuove aspirazioni di libertà;
  • determinò una nuova posizione della donna all'interno della società;
  • fu una guerra di massa, combattuta non sono dai soldati ma anche da operai e contadini;
  • ebbe un consenso di massa come conseguenza alla propaganda fatta dai vari governi;
  • vide l'introduzione di nuove armi come i tanks, gli aerei , i gas e il lanciafiamme.


 

Le cause


 

Storico-politche


 

  • l'attentato di Sarajevo;
  • lo status dell'impero austro-ungarico, costituito da almeno 10 nazionalità diverse;
  • l'espansionismo e le mire nazionalistiche della Germania;
  • l'Alsazia e la Lorena, rivendicate dai francesi;
  • i Balcani, dove l'agonia dell'impero turco apriva prospettive alla Russia per il raggiungimento di uno sbocco sul mare nei Dardanelli e all'Austria per espandere la propria influenza;
  • l'Inghilterra, preoccupata dalla flotta tedesca che poteva contenderle il dominio sui mari;
  • l'Italia in competizione con la Francia nel Mediterraneo.


 

Economiche


 

L'intenso sviluppo del capitalismo nell'Europa occidentale e negli Stati Uniti aveva portato i paesi più industrializzati ad una politica imperialistica, con la ricerca di espansione dei propri mercati. In tale ottica era la Germania, ultima arrivata sulla scena economica e coloniale, la potenza più aggressiva, mentre in paesi come l'Inghilterra e la Francia i gruppi capitalistici imposero la difesa ad ogni costo dei rispettivi imperi e dei propri interessi. E non va dimenticato il mercato delle armi.


 

Socio-culturali


 

Per lo storico inglese Joll fu in particolare un dilagante nazionalismo a facilitare la scelta di entrare in guerra dei governi: una convinzione irrazionale dell'inscindibile legame dell'uomo al suo popolo e alla sua terra, unita a quella della superiorità, da affermarsi con qualunque mezzo, della propria nazione; per lo storico francese Marc Ferro, invece, va sottolineato soprattutto l'aspetto di "liberazione delle energie" che la guerra parve assumerne presso molta gioventù illusa.


 

La causa fondamentale


 

L'Europa si era schierata in due alleanze talmente rigide che una volta messe in moto non si potevano fermare: da piccole battaglie si arrivò alla guerra mondiale.


 

Lo scoppio e i caratteri principali della guerra


 

Nell'ultimatum che l'Austria presentò alla Serbia il 23 Luglio in seguito all'attentato di Sarajevo venivano formulate 3 richieste principali:

  • immediata soppressione delle organizzazioni irredentistiche;
  • divieto di ogni forma di propaganda anti-austriaca;
  • apertura di un'inchiesta sull'attentato di Sarajevo.


 

Il tono particolarmente duro non intendeva però scatenare un conflitto mortale, ma semplicemente rilanciare la politica estera austriaca. Alla scadenza dell'ultimatum, due giorni dopo, la Serbia, forse incoraggiata dalla Russia, lo respinse facendo precipitare la situazione: l'Austria, con il sostegno tedesco, rifiutò la mediazione inglese e il 28 Luglio dichiarò guerra alla Serbia. Quando la Russia mobilitò le sue truppe (30 Luglio) senza l'intento di entrare in guerra ma solo per dare appoggio alla Serbia, la Germania si mobilitò e inviò a Mosca un ultimatum al fine di revocare la mobilitazione russa. Non ricevendo risposta, il 1° Agosto la Germania dichiarò guerra a Francia e Russia e inviò al Belgio (neutrale) un ultimatum, respinto, con la minaccia di guerra in caso non avesse fatto passare l'esercito tedesco. Le dichiarazioni di guerra si susseguirono rapidamente.


 

Tattiche e fronti


 

Grande importanza ebbero i comandanti militari, vista la necessità di prendere i nemici alla sprovvista e la necessità di decisioni rapide. La prima parte del conflitto fu dunque dominata dai militari: dopo i primi sei mesi però i politici tornarono alla ribalta, visto anche che la guerra di movimento si trasformò nella logorante guerra di trincea. Tutti i principali generali di stato maggiore, che in principio avevano diretto le azioni di guerra, furono sostituiti. Inizialmente l'Alleanza (Germania e Austria) sembrava avvantaggiata, grazie all'artiglieria pesante tedesca e all'esercito austriaco; l'Intesa invece poteva contare sull'artiglieria leggera francese, sulla flotta navale inglese e sul "numero" russo. La guerra assunse subito il carattere di guerra totale, con un fronte interno impegnato a mantenere le truppe, che costituivano appunto il fronte esterno. Durante i quattro anni di battaglie, la produzione bellica e le innovazioni crebbero di pari passo e furono introdotte tecnologie sempre nuove, dai dragamine ai sottomarini ai gas velenosi.


 

L'andamento della guerra


 

Prima fase: 1914-1915


 

Scoppiata la guerra, le truppe tedesche invasero il Belgio, entrarono in Francia e giunsero a 35 Km da Parigi. Si sperava di conquistare velocemente la Francia e da lì, usando la rete ferroviaria, invadere la Russia, contando sulla sua lentezza di mobilitazione. Le truppe tedesche furono però bloccate sul fiume Marna dove in 6 giorni persero la vita 500.000 uomini. Iniziò così la guerra di trincea, che si divise su due fronti

  • occidentale, 800 km, dalle fiandre alla Svizzera
  • orientale, da Riga fino all'Austria.


 

I russi tentarono l'ingresso in Prussia, ma subirono pesanti sconfitte a Tannenberg e sui laghi Masuri. Il 31 Ottobre la Turchia entrò in guerra in appoggio degli imperi centrali. Nella primavera del 1915 gli austriaci e i tedeschi portarono una dura offensiva contro la Russia che, a causa dell'insufficiente produzione bellica, fu costretta ad allontanarsi dalla Polonia e dalla Bucovina. Intanto, nel Maggio 1915, l'Italia entrò in guerra a fianco di Francia, Inghilterra e Russia; l'Austria fu così costretta a impegnare altre forze su un nuovo fronte, quello italiano, che col tempo logorò l'esercitò asburgico.


 

L'intervento italiano


 

Sulla posizione che l'Italia avrebbe dovuto assumere in merito alla guerra, si formarono subito tre schieramenti opposti:

  • gli interventisti di destra volevano una guerra contro l'Austria che affermasse l'Italia come potenza; fra di loro c'erano i nazionalisti, gli irredentisti e la destra conservatrice antigiolittiana; alcuni cattolici conservatori volevano schierarsi invece con l'Austria contro la Francia;
  • gli interventisti di sinistra invocavano l'intervento a fianco dell'Intesa in prospettiva di una grande guerra di liberazione delle nazionalità oppresse; si trattava di democratici (Salvemini), repubblicani irredentisti, socialisti riformisti (Bissolati) e socialisti rivoluzionari (Labriola);
  • i neutralisti tendevano ad una neutralità condizionata: seguivano le tesi giolittiane, erano la quasi totalità della popolazione e la maggioranza del parlamento; si opponevano alla guerra anche la maggioranza dei socialisti (guerra = scontro tra interessi capitalistici da cui i proletari non avrebbero tratto niente) e dei cattolici (coerenti con la condanna della guerra espressa da Benedetto XV, che però in un secondo momento accettarono la guerra).


 

Intanto il governo cercò contatti con l'Alleanza che però non portarono a niente: anche se la Germania era favorevole ad un patto con l'Italia l'Austria voleva aspettare la fine della guerra prima di prendere decisioni sull'eventuale cessione del Trentino e di Trieste. Invece fu presto raggiunto l'accordo con l'Intesa: il 26 Aprile 1915 il governo Salandra sottoscrisse un trattato segreto (Patto di Londra) ignorando la volontà del parlamento. Tale patto però non era esclusivamente nazionalista, ma mirava ad acquisire territori al di là del Trentino e di Trieste. Il governo tentò di far approvare al parlamento l'entrata in guerra: le volontà interventiste di Salandra, Sonnino e del re piegarono il parlamento ad un si quasi forzato.

Il 24 Maggio 1915 fu dichiarata guerra all'Austria e nell'Agosto 1916 alla Germania.


 

Seconda fase: 1915-1916


 

Il 1915 vide la prevalenza degli imperi centrali, con il cedimento russo e con l'avanzata tedesca in Francia. Per indebolire Germania e Austria l'Inghilterra, grazie al suo predominio sui mari, aveva imposto il blocco continentale, bloccando tutte le navi mercantili che portavano agli imperi centrali rifornimenti di armi o generi alimentari.

L'Austria impiegò poco tempo a rafforzarsi sul fronte italiano: quest'ultimo, sebbene più numeroso e meno stanco di quello avversario, era sicuramente meno efficiente e sprovvisto di armi. Mancavano elmetti, mitragliatrici e le munizioni iniziarono ben presto a scarseggiare, l'aviazione era pressoché inesistente. Fu nominato comandante supremo dell'esercito italiano Luigi Cadorna (1850-1928), che rimase in carica fino alla disfatta di Caporetto. Egli portò immediatamente l'attacco alle truppe austriache, sull'Isonzo: fra il 23 Giugno e il 2 Dicembre si svolsero le famose 4 battaglie, senza però alcun successo significativo per i nostri.

Dal lato Francese ci fu la tremenda battaglia di Verdun: i tedeschi volevano portare l'attacco decisivo e tra il 21 febbraio e il 21 luglio si scagliarono contro la fortezza. Gli inglesi, per alleggerire il fronte tedesco, impegnarono l'esercito nemico anche alla Somme: questa mossa portò la vittoria per l'Intesa e fu fondamentale per evitare la caduta della fortezza strategica di Verdun.

Anche agli italiani e ai russi fu chiesto di impegnare l'Alleanza. Gli italiani sferrarono l'ennesimo attacco sull'Isonzo, che non portò risultati positivi; al contrario gli austriaci organizzarono un spedizione punitiva (strafexpedition) che tuttavia, nonostante i successi iniziali, non riuscì a giungere a Vicenza. Nel frattempo l'Austria era impegnata anche sul fronte russo dove l'esercito dello zar era entrato in azione: gli austriaci furono sconfitti e riuscirono a bloccare l'avanzata russa solo grazie all'intervento dei tedeschi. Questo ebbe esiti positivi in Italia dove Cadorna sferrò il contrattacco e il 9 agosto conquistò Gorizia.


 

Ritorno alla guerra di trincea


 

Alla fine del 1916 la guerra era favorevole all'Intesa, grazie al blocco economico inglese che logorava la resistenza degli avversari. Il 28 agosto la Romania entra in guerra a fianco dell'Intesa: viene subito invasa dalle truppe austro-tedesche, che la utilizzarono come fonte di approvvigionamento alimentare e petrolifero.

In Italia cade il governo Salandra, come conseguenza dell'impreparazione dell'esercito italiano alla guerra, e gli succede Borselli. In Inghilterra cade il governo Asquit, cui succede Lloyd George.

In novembre muore Francesco Giuseppe, imperatore austriaco: al successore Carlo I viene fatta una proposta di pace, ovviamente rifiutata.


 


 


 

Il movimento socialista


 

Particolare fu l'atteggiamento dei partiti socialisti di fronte all'eventualità e poi al protrarsi del conflitto. Negli anni prima della guerra la Seconda Internazionale aveva diffuso lo slogan del tipo:"Guerra alla guerra" perché il conflitto era estraneo agli interessi dei proletari, ma a livello nazionale prevalsero le ragioni del successo nazionale. Nel Settembre 1915 si tenne una conferenza internazionale a Zimmervald, dove veniva duramente condannata la guerra. Nel 1918 si formò la Terza Internazionale.


 

Terza fase: 1917-18


 

Nel 1917 la Germania proclamò la "guerra sottomarina totale" per isolare economicamente l'Inghilterra: questo provocò l'entrata in guerra degli USA (6 aprile 1917).

Nello stesso tempo il regime zarista russo venne rovesciato (creazione di una repubblica provvisoria guidata da Kerenskij, che decise di proseguire la guerra). I russi subirono un attacco da parte della Germania che penetrò in Russia. Assunto il potere dai bolscevichi, venne raggiunta con gli imperi centrali la pace di Brest-Litovsck (3 marzo 1918), che prevedeva la cessione alla Germania della Polonia e dei paesi Baltici e l'indipendenza dell'Ucraina. Il 6 Aprile gli USA entrano in guerra, ma arrivano in Europa solo alla fine di Giugno per l'insicurezza del presidente Wilson, causata dall'opposizione neutralista, contraria alla partecipazione ad un conflitto che gli americani non sentivano né vedevano minimamente come "loro" (politica tendenzialmente isolazionista).

Gli USA entrarono alla fine in guerra per:

  • la salvaguardia dei prestiti all'Intesa (2 miliardi di $) e all'Alleanza (5 milioni di $);
  • la tutela delle loro esportazioni, danneggiate dalla guerra sottomarina tedesca.


 

Nel frattempo le truppe italiane erano impegnate con quelle austro-tedesche. Il 24 Ottobre 1917 ci fu la disfatta di Caporetto, che portò ad un nuovo governo (Vittorio Emanuele Orlando) e ad un nuovo generale (Armando Diaz, sotto il cui comando fu instaurata una nuova linea di difesa sul Piave per impedire una ulteriore avanzata austriaca).

La disfatta di Caporetto diede ha dato luogo ad un grande dibattito che ha coinvolto storici e militari. Si è arrivati a fornire due cause di tale disfatta:

  • cause militari e strategiche

            - rafforzamento schieramento austriaco

- incomprensioni tra componenti dello stato maggiore italiano

- debolezza della linea difensiva in quella zona

  • cause generali e sociali

            - rapporto deteriorato tra le truppe italiane

- clima di forte sfiducia


 

Dopo tre anni di combattimento era chiaro che la brevità della guerra era stata un'illusione: i soldati erano stanchi e decimati, i civili erano ridotti in condizioni misere. Da questa situazione presero vita numerose manifestazioni e scioperi (strage a Torino nel 1917). In Francia il governo passò nelle mani di Georges Clemenceau.

La voglia di pace ormai era molto diffusa, la supplica di Benedetto XV di porre fine all'"inutile strage" fu solo la prima, ma anche gli interventisti vedevano ormai la guerra solo come massacro.

L'Intesa sconfisse i tedeschi nella battaglia di Amiens (11 agosto 1917). Per gli imperi centrali non c'erano più speranze di resistere:

  • la Bulgaria, attaccata dall'esercito franco-serbo, fu costretta alla resa
  • l'Austria si stava dissolvendo in seguito alle proclamazioni di indipendenza di Ungheria, Cecoslovacchia e Jugoslavia; fu sconfitta in modo definitivo a Vittorio Veneto e venne proclamata la repubblica
  • la Turchia si arrese (30 ottobre).


 

I trattati di pace


 

Nel gennaio 1919 si riunirono a Parigi i delegati degli stati vincitori: Wilson per gli USA, Clemenceau per la Francia, Lloyd George per l'Inghilterra, Orlando e Sonnino per l'Italia.

Wilson propose che sulla base dei suoi 14 punti si fondasse una grande Società delle nazioni, garante della libertà e della sicurezza dei popoli senza l'uso delle armi.


 

Trattato di Versailles (28 giugno 1919): la Germania deve


 

  • cedere alla Francia l'Alsazia e la Lorena
  • cedere alla Polonia la Posnania, parte della Slesia
  • rinunciare a tutte le sue colonie
  • risarcire gli stati dell'Intesa dei danni procurati
  • consegnare la flotta all'Inghilterra
  • accettare l'annullamento del trattato di Brest-Litovsk


 

Trattato di Saint-Germain (10 settembre 1919): l'Austria-Ungheria


 

  • si smembra in Austria, Ungheria e Cecoslovacchia
  • cede all'Italia il Trentino, l'Alto Adige e Venezia Giulia
  • cede alla Serbia la Croazia, la Slovenia, la Bosnia e l'Erzegovina.


 

Trattato di Neuilly (26 novembre 1919): la Bulgaria deve


 

  • rinunciare ai suoi porti nell'Egeo
  • cedere la Macedonia alla Serbia e alla Grecia


 

Trattato del Trianon (4 giugno 1920): l'Ungheria deve


 

  • cedere la Galizia alla Polonia e alla Cecoslovacchia
  • cedere la Transilvania alla Romania
  • riconoscere Fiume come stato indipendente


 

Trattato di Sevres (10 agosto 1920): la Turchia deve


 

  • ridurre i suoi possessi in Europa alla sola Costantinopoli
  • cedere Adrianopoli e Smirne alla Grecia
  • cedere la Cilicia e la Siria alla Francia
  • cedere la Mesopotamia e la Palestina all'Inghilterra
  • riconoscere l'Armenia e l'Arabia come stati indipendenti.


 

Questo trattato non fu rispettato dalla Turchia e fu quindi sostituito con il trattato di Losanna (luglio 1923), per il quale la Turchia riacquistava Adrianopoli e Smirne.


 

La questione di Fiume


 

Il patto di Londra non aveva accennato a Fiume. La città aveva proclamato la sua volontà di unirsi all'Italia, ma gli Jugoslavi ne pretendevano l'annessione. Gabriele D'Annunzio, a capo di una schiera di volontà, iniziò la famosa marcia di Ronchi (11-12 settembre) e, entrato in Fiume, allontanò le milizie alleate e vi proclamò un governo provvisorio.

  • Trattato di Rapallo (12 novembre 1920), stipulato dal ministero Giolitti:
    • Fiume riconosciuta stato indipendente
    • l'Italia rinunciò alla Dalmazia in favore della Jugoslavia
  • Trattato di Roma (27 gennaio 1924), stipulato dal ministero Mussolini:
    • Fiume fu annessa all'Italia
    • Porto Baros e il Delta furono ceduti alla Jugoslavia
    • la Dalmazia (eccetto Zara) rimase alla Jugoslavia.


 

Situazione dopo i trattati di pace


 

Stati vincitori: 

Conseguenze dei trattati di pace

Inghilterra

riacquistò in Europa il primato economico e politico

Francia

riacquistò in Europa il primato militare e con l'annessione di Alsazia e Lorena accrebbe la sua potenza industriale

Italia

ottenne Trento e Trieste

Jugoslavia

discordie a causa delle numerose minoranze interne

Cecoslovacchia:

discordie a causa delle numerose minoranze interne

Polonia

aveva ai confini la pressione di Russia e Germania

Romania

sentiva la forte pressione della Russia


 

Stati vinti: 

Conseguenze dei trattati di pace

Germania

perse in Europa il primato politico ed economico

Austria

privata delle sue regioni agricole e minerarie, fu ridotta ad un piccolo stato

Ungheria

privata delle sue regioni minerarie e industriali, fu ridotta ad un piccolo stato

Bulgaria

privata della Tracia orientale e di uno sbocco sul mare, entrò in crisi

Turchia

dopo il trattato di Losanna, risollevò le sue sorti

26 lug 2010


Italia - 24 luglio 1943, Ordine del giorno Grandi presentato al Gran Consiglio del Fascismo


 

Ordine del giorno Grandi presentato al Gran Consiglio del Fascismo

Dino Grandi

1943

Il Gran Consiglio, riunendosi in questi giorni di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti d'ogni arma, che fianco a fianco con la fiera gente di Sicilia, in cui più alta risplende l'univoca fede del popolo italiano, rinnovano le nobili tradizioni di estremo valore e l'indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze armate;

esaminata la situazione interna ed internazionale e la condotta politica e militare della guerra, proclama il dovere sacro pe tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l'unità, l'indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l'avvenire del popolo italiano;

afferma la necessità dell'unione morale e materiale di tutti gli italiani in quest'ora grave e decisiva per i destini della nazione;

dichiara che a tale scopo è necessario l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statali e costituzionali;

invita il Capo del Governo a pregare la Maestà del Re, verso la quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché egli voglia, per l'onore e per la salvezza della Patria, assumere, - con l'effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, - quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state, in tutta la storia nazionale, il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia.



Esito della votazione nominativa e riassuntiva dell'Ordine del Giorno Grandi

25 lug 2010



 


 

L'ARRESTO DI MUSSOLINI: ORDINATO DAL RE

MA SUGGERITO DAGLI ALTI GRADI MILITARI


 

Uno studio postumo di Angiolo Berti,giornalista parlamentare. Fu il generale dei Carabinieri,Cerica a condurre l'operazione,alle ore 12 del 25 luglio


 


 


 

ROMA - Fu Vittorio Emanuele III,pressato da non pochi generali,a decidere l'arresto di Benito Mussolini. Il piano – spiega in una ricerca postuma il giornalista parlamentare Angiolo Berti – venne studiato dal gen.Castellano su ordine del gen.Ambrosio,ma la decisione partì dal Quirinale.


 

Vennero fatte due ipotesi: la cattura al termine di un'esercitazione militare,l'arresto al Quirinale dopo l'udienza del lunedì. Fu una cattura che ovviamente – scrive ancora Berti – poteva essere decisa qualche mese prima,ma la preoccupazione del Governo si richiama sostanzialmente alla presenza,in Italia,di notevoli formazioni tedesche.


 

La decisione finale,comunque,è del 19 Luglio. Fu il generale dei carabinieri,Cerica che condusse l'operazione prima ancora che il Gran Consiglio si riunisse.


 

L'ordine del giorno che condusse l'Arma alla cattura è interessante. Si esortava in sostanza Mussolini a restituire al Re le prerogative statutarie ma, secondo informazioni attendibili, Vittorio Emanuele aveva già deciso di estromettere Mussolini dal Governo.


 

Fu dunque il gen.Cerica che il 25 luglio (a mezzogiorno) ricevette l'ordine dell'arresto. Brevi furono i passaggi: gen.Cerica – Ambrosio – Acquarone (Casa Reale) ma,in testa,il Re.


 


 


 


 


 


 

La scorta che accompagnò poi Mussolini alla residenza reale vi rimase fino alle 21. Non si era accorta infatti dell'arresto perché l'ambulanza, che trasportava il personaggio, era uscita da un cancello secondario.


 

Quella dunque di Mussolini fu un'avventura alla quale gli stessi antifascisti rimasero estranei. La notizia ufficiale dell'arresto giunse ad Hitler alle ore 19,trasmessa dal ministro Buffarini Guidi. In un primo tempo Hitler ritenne di dar vita alla "Operazione Alarico" (cioè occupazione dell'Italia, preparata da tempo),poi tutto,almeno per quei tempi,s'acquietò.


 


 

GIAN UGO BERTI


 

(riproduzione vietata)

18 lug 2010


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Domenica 18 Luglio 2010


 

DIRITTI GLOBALI

Dalle auto accuse per la strage Borsellino alla ritrattazione

Fonte: ATTILIO BOLZONI, FRANCESCO VIVIANO – la Repubblica | 02 Luglio 2010

Fu ritenuto attendibile per molti anni. Fino al ripensamento finale: ho inventato tutto  Un balordo manipolato dall´alto i misteri del "pentito" Scarantino  

La moglie denuncia: per fargli confessare il falso gli davano pane con i vermi I drammatici confronti con i boss di Cosa Nostra: sei un bugiardo, non ti conosciamo   ROMA - Sua moglie Rosalia raccontò che a suo marito, per farlo confessare, facevano mangiare «il pane con i vermi». Diceva che Enzino aveva paura di morire, impiccato a Pianosa o fulminato da un´iniezione con il virus dell´Aids. Rosalia piangeva, urlava - «Lo torturano e lo seviziano nel cervello» - ma nessuno le credeva. Sembrava una di quelle donne di mafia che sbraitava contro quei «cornuti degli sbirri», era perfetta per la sceneggiata palermitana nel giorno del pentimento del suo Enzino, Vincenzo Scarantino, il picciotto della Guadagna che il 24 giugno del 1994 aveva deciso di vuotare il sacco sulla morte di Paolo Borsellino.

Era stato arrestato due anni prima, a settembre, con l´accusa di avere fornito ai sicari l´auto carica di esplosivo per fare la strage. Un´indagine «classica» - cioè un´indagine senza l´aiuto di collaboratori di giustizia - tenne a precisare il procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra commentando la cattura dell´uomo chiave del massacro. Tutto sembrava a posto. Ma chi era questo Vincenzo Scarantino che non compariva negli organigrammi delle «famiglie» di Palermo, che mai era stato coinvolto in vicende di alta mafia, che praticamente era uno sconosciuto ai poliziotti e ai carabinieri delle sezioni investigative? Aveva l´aspetto di un balordo, un po´ spacciatore e forse anche un po´ magnaccia, imparentato sì con Salvatore Profeta che era della cosca di Santa Maria del Gesù ma lui - Enzino - era decisamente fuori dal giro del potere criminale che conta a Palermo: il giro di Cosa Nostra. I cronisti più dubbiosi chiesero a Tinebra: ma come è possibile che a uno così, nuddu miscatu cu nienti, nessuno mischiato con il niente, abbiano affidato la regia operativa della strage? Rispose ancora il procuratore di Caltanissetta, quello che aveva messo il «bollo» sull´intera operazione: «Non ci siamo posti la domanda. I fatti si sono svolti in un certo modo e Scarantino non è uomo da manovalanza». Qualche anno prima Enzino era stato giudicato non idoneo al servizio di leva, i medici dell´ospedale militare di Chieti l´avevano scartato perché «neurolabile». Chi era allora Vincenzo Scarantino?
È cominciata così l´incredibile storia del picciotto della Guadagna catapultato in uno dei grandi misteri d´Italia. È cominciato con il suo arresto favorito dalle soffiate di due complici (che poi si sarebbero rivelati bugiardi come lui) e con 18 ordinanze di custodia cautelare contro esecutori e mandanti di via D´Amelio. A niente sono servite le grida di sua moglie Rosalia Basile, che giurava sulla testa dei figli: «Enzino quella domenica, il 19 luglio, era in chiesa, lui è sempre stato un uomo religioso e fa parte della confraternita di Sant´Anna». La povera Rosalia voleva salvare suo marito, non sapeva di quella telefonata arrivata in Questura tre giorni dopo la strage: «Andate a vedere che cosa c´è nel cestino di rifiuti vicino all´edicola di via D´Amelio». C´era un foglio con il disegno di un uomo con la barba, un uomo che indossava la tunica di una confraternita. Era la fotografia di Enzino. Qualcuno l´aveva messa lì. Tutto sembrava a posto anche questa volta.
I colloqui investigativi dopo il suo arresto furono tre o quattro, ci andavano il capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera e i suoi fidati uomini, quei giovani funzionari che erano appena usciti dalla scuola di polizia. Poi, un giorno, Enzino si è pentito. Prima fa i nomi di «quelli di Borsellino», poi - è il suo primo interrogatorio, il 24 giugno 1994 - dice che Cosa Nostra riforniva di coca il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. «Attendibile» per la strage, «inattendibile» per tutto il resto. Logico, no? Chi era allora questo Vincenzo Scarantino?
Gli avvocati dei mafiosi vanno all´attacco. Dicono che è un falso pentito. Dicono che si è inventato tutto. Dicono che non può sapere niente di mafia perché lui è uno che va «con i trans». E uno che ha quelle tendenze non ispira certo fiducia ai boss. Gli avvocati portano la testimonianza di una vecchia amante di Enzino, tale Giuseppe conosciuto meglio come «Giusy la sdillabbrata». È un altro colpo alla credibilità del pentito venuto dal nulla. Ma non l´ultimo. Vincenzo Scarantino viene messo a confronto con tre ex stelle di Cosa Nostra. Uno è Salvatore Cancemi, che gli dice: «Io non ti conosco». Risponde Scarantino: «Io sì». Ribatte l´altro: «Tu non sai niente, tu non sai nemmeno cos´è un uomo d´onore, t´invito a dire la verità e a dire chi ti ha fatto questa lezione». E poi, Salvatore Cancemi, rivolgendosi ai procuratori di Caltanissetta: «State attenti, è falso, non credete a una virgola di quello che vi sta dicendo». Nel secondo faccia a faccia Scarantino si trova di fronte al pentito Santino Di Matteo, quello che aveva appena svelato i retroscena della strage di Capaci. La reazione di Di Matteo è ancora più diretta: «È la prima volta che ti vedo e non so da dove hai preso tutte queste cazzate... io non so come fai a dire che hai partecipato alla strage Borsellino». Poi è il turno di Giovanni Brusca: «Mai visto». Nonostante le tre autorevoli testimonianze a Caltanissetta sono andati avanti, gli hanno sempre creduto.
Passa qualche anno e Scarantino si pente di essersi pentito. Esita, parla un´altra volta, ritratta ancora. Per i procuratori di Caltanissetta, dietro i suoi ripensamenti «c´è l´ombra di Cosa Nostra». I giudici continuano a credergli: fino in Cassazione. Fino a quando Enzino si libera: «Io, Dio mi perdoni, ho giurato falsamente. Io di mafia non so niente: ho inventato tutto insieme alla polizia». L´ultima volta che l´hanno visto piangere è stato quando si è ritrovato accanto Gaspare Spatuzza. Anche lui gli ha dato del bugiardo. Anzi, gli ha detto: «Come puoi dire che hai rubato l´auto per la strage, quell´auto l´ho fatto rubare io». E da quel momento Enzino è diventato l´uomo più misterioso di Palermo.

Responsabile


La Fondazione Berti ricorda ,nell'anniversario della morte ,il giudice Paolo Borsellino.
Per ricordarlo pubblichiamo un'intervista concessa quattro anni fa ,dal figlio ,oggi funzionario della Polizia di Stato.

Polizia di Stato


Borsellino, la vita per un ideale, un ideale per la vita


"Il 19 luglio di quattordici anni fa avevo 21 anni. Ero uno studente universitario e di notte sognavo ciò che il pomeriggio di quel giorno, inesorabilmente, si verificò", racconta sulla terza rete Rai Manfredi Borsellino, figlio di Paolo.

E quello che si verificò scrisse una delle pagine più nere della storia contemporanea del nostro Paese: l'attentato che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e a cinque poliziotti della sua scorta, neanche due mesi dopo la strage di Capaci. Quella che gli italiani credevano - con la morte di Giovanni Falcone - rappresentasse il culmine della violenza, dell'arroganza e dell'attacco della mafia allo Stato, non era ancora l'apice della follia criminale: anche Borsellino fu colpito, e con lui tutta la società civile.

Manfredi Borsellino oggi è un funzionario della Polizia di Stato e ricorda anche quello che successe dopo il sogno premonitore. "Un silenzio assordante - dice - dopo un attentato nel cuore della mia città: fumo, sirene, corpi dilaniati". E poi il "silenzio surreale". "Quello stesso silenzio - ricorda Manfredi Borsellino - che mi accompagnò fino all'arrivo in via D'Amelio, quando il corpo, o ciò che ne era rimasto, di mio padre e dei suoi agenti di scorta era stato già rimosso".

Manfredi chiude così il ricordo del padre: "Ho perso un padre perché, nonostante tutte le avversità, ha svolto sino alla fine nient'altro che il suo dovere di magistrato e servitore dello Stato. Sono orgoglioso e onorato di esserne il figlio". E noi orgogliosi e onorati di essere stati rappresentati da un magistrato capace, onesto e tenace come lui.

18-07-2006

16 lug 2010




  • La Diaspora Greca ovvero il Genocidio Greco del Ponto (1908-1923)


     

    Definiamo "DIASPORA GRECA"  la persecuzione  seguite tra il 1908 e il 1923 da parte dalle autorità ottomane, il cui risultato fu lo sradicamento dei greci dalle terre rimaste sotto il dominio turco, peraltro ricordato anche come il "Genocidio Greco".Il  genocidio contro i greci ebbe luogo negli stessi anni del genocidio di popolazione armene e del genocidio di popolazione assire. I greci del Ponto , detti anche pontici o greci del Mar Nero (iΠόντιοι, Ποντιακοί), sono una popolazione greca originaria della regione Pontiaca,  che è una regione storica che si estendeva nella zona nordorientale sino all'Asia Minore,  comprendendo all'incirca le province di  Samsun, Amasya, Tokat, Ordu, Giresum, Gumushane, Trabzon, Rize, Artvin, sulle coste del "Mar Nero"  .  Il territorio del Ponto corrispondeva ai territori denominati Trebisonda, durante il periodo medievale.  Fin dall'epoca greca arcaica, il Ponto  è sempre stato di grande interesse politico-strategico a causa della sua posizione, che, tra il Mare Nero  rotta principale

    per i carichi  provenienti dal  Nord e dall' Europa orientale destinati all'occidente, ha spesso fruttato proficui guadagni e un grande peso politico. I greci del Ponto parlano una variante del greco detto pontico. 

     
     

    Tornando al periodo storico preso in esame cioè i primi due decenni del XX secolo, risulta difficile stimare il numero esatto dei greci del Ponto. Attualmente sono stati stimati coloro che lasciato il Ponto, si sono sparsi nel mondo. Secondo alcuni studi, le comunità di pontici o discendenti di pontici più numerose del mondo oggi risiedono in : Grecia (più di un milione di persone), Russia e altri paesi dell'ex-URSS (500.000), Ucraina (120.000), Georgia (50.000,), Stati Uniti (80.000), Australia (56.000), Kayakistan,  (25.000), Canada (20.000), Uzbekistan,  (11.000), Siria (5.000), Armenia (2.000). Secondi alcuni studiosi, tra cui soprattutto Omer Asan,  in Turchia vi sarebbero ancora 300.000 greci del Ponto, abitanti soprattutto nella provincia di Trebisonda. Si tratterebbe per lo più di greci convertiti in passato alla religione islamica e, proprio per questo, rimasti in Turchia.  Cospicua è la presenza dei greci del Ponto in Germania e a Cipro. 


     

    Il genocidio Ellenico è stato rappresentato dal massacro e dalla pulizia etnica di diversi milioni di  elleni  perpetrato dai turchi in Asia Minore, Costantinopoli (Istanbul chiamata dai turchi), Tracia orientale, Imvros,  Tenedos, Macedonia, Ponto e Cappadocia tra l'inizio del 1890 e la fine della 1950.  Milioni di bambini, uomini e donne sono stati torturati e massacrati o espulsi dalle loro case solo per essere Elleni. Negli stessi luoghi e spesso allo stesso tempo, sono stati torturati e massacrati  milioni di Armeni e Assiri di tutte le età.  La loro unica colpa di quei milioni di persone è stata quella di vivere dove i loro antenati avevano vissuto per migliaia di anni prima della invasioni turche. Alla luce dei documenti e delle ricostruzioni effettuate, si può asserire che i governanti turchi hanno posto in essere con crudeltà inimmaginabile il loro piano di creare un "Turchia per i turchi".  La politica di sterminio dei Greci era già state applicata alla popolazione dell'isola di Chios,  nel 1822, Esattamente un secolo dopo l'esercito turco ha distrutto la città di Smirne.  Circa tre quarti della popolazione greco-ortodossa pari a circa 120.000 vengono uccisi, ridotti in schiavitù o morire di malattia. Dei sopravvissuti, quasi tutti fuggono come rifugiati.  Il Genocidio dei Greci di Chios è stata un'anticipazione del genocidio ellenico, perpetrato   nel corso dei primi decenni del ventesimo secolo.

    Esattamente un secolo dopo, nel 1922  l'esercito turco distrusse  la città di Smirne.  Nei primi decenni del XX secolo,   Smirne aveva oltre 250.000 abitanti, dei quali 2/3 erano greci. Dopo l'invasione greca dell'Asia minore e la sconfitta greca a Dumlupinar,  la città fu riconquistata dall'esercito turco (1922) repubblicano comandato da Mustafa Kemal Ataturk .  L'esercito turco a Smirne  incendio e devastò gran parte della città vecchia, mentre la popolazione greca e armena (in parte massacrata) si imbarcava sulle navi delle nazioni aderenti all'INtesa,  alla fonda nel porto, trovando poi rifugio in Grecia.


    Il
    genocidio più noto, l' Olocausto, Perpetrato dai tedeschi  nella seconda guerra mondiale, non lo si può comprendere completamente,  senza capire prima i genocidi che lo hanno preceduto e reso possibile. Aggiungerei come mia personale opinione, l'aggravante dell'indifferenza politica, vista la superficiale attenzione riposta e quel che per me è ancora peggio, il fatto che questi crimini contro l'umanità siano poi rimasti impuniti. Non è forse questa impunità, questa fredda indifferenza, quasi che il problema non interessi se non quei poveri disgraziati che l'hanno subito, sia l'atavico rancore tra tanti popoli che basta una controversia per poi far riaffiorare.

    I fatti storici del genocidio greco ebbero inizio il 1908, quando i Giovani Turchi proclamarono che "la Turchia appartiene ai turchi", e terminarono con l'interscambio di popolazioni stipulato nel Trattato di Losanna nel 1923 che sancì la fine della Guerra d'indipendenza turca. Le vittime del Genocidio Greco, stimate da parte greca, durante questo periodo oscillano tra  1,5 – 2 milioni di persone, l'alto numero sarebbe dato sommando quelle dell'Asia Minore, di Costantinopoli, della Cappadocia e del Ponto.

    Il riconoscimento formale dell'esistenza del genocidio greco, è diventato recentemente un caso internazionale, amplificato dalla mai sopita conflittualità greco-turca e riacceso dai recenti riconoscimenti internazionali dati al genocidio armeno in concomitanza della richiesta turca di ingresso nella Comunità Europea. Ne sono risultate particolari prese di posizione nelle aree ove vivono minoranze di origine greca, come negli Stati Uniti, dove i governi di alcuni stati hanno preso un posizione di riconoscimento ufficiale del genocidio, tra questi il Massachusetts , la Florida , la Pennsylvania , la South Carolina, New Jersey (che peraltro nella sua risoluzione limita il numero delle vittime a 335000 greci del Pontico) .

    Nel dicembre 2007 la Scholars  Associazione internazionale di studiosi di genocidio un'organizzazione che riunisce importanti studiosi dei fenomeni di genocidio, ha approvato a larga maggioranza una risoluzione in cui afferma che la campagna del 1914-1923 contro i greci dell'Impero Ottomano costituì un vero e proprio genocidio.  In precedenza altri riconoscimenti erano arrivati quello dallo Stato greco, che con la legge del 1994 stabilisce il 19 maggio come giorno del ricordo ; e la proclamazione del governatore di New York George Pataki, in cui il 19 maggio viene dichiarato "Giorno in memoria del genocidio dei greci del Ponto". Da parte loro, i turchi sostengono che non sia mai esistito un tale genocidio, ma ricollocazioni delle popolazioni greche come risultato dell'incursione greca in Asia Minore.

                Pompeo Maritati

    Fonti utilizzate: Comune di Neas Kios nell'Argolide (Grecia)

      

14 lug 2010



 

14 LUGLIO 1789 – la presa della Bastiglia

fra rabbia popolare e volontà di democrazia si realizza uno dei principali eventi simbolo della nostra storia 


 

di Ercolina Milanesi

    
 

 
 

Tra il 27 giugno ed il 1° luglio il Re aveva già richiamato 20.000 uomini delle truppe reali nella regione di Parigi, apparentemente per proteggere l'Assemblea e prevenire disordini nel resto della città.

Il giorno 11 luglio il Re cacciò nuovamente Jacques Necker e questo fu per i parigini un segno che il Re stava cominciando ad organizzare una non democratica risposta contro i rivoluzionari. Gli oratori agli angoli delle strade, come Camille Desmoulins istigò i propri compatrioti a resistere e la mattina della domenica 12 luglio, il giovane ventinovenne, si reca nei giardini di Palays Royal e arringa la folla, dicendo:

"Cittadini ! I mercenari verranno a sgozzarci, sarà un'altra «Strage di San Bartolomeo»; uccidiamo la belva: quarantamila palazzi e castelli, i due quinti dei beni di Francia, saranno il premio dei vincitori".

La domenica sera i parigini fanno chiudere il palazzo dell'Opera. Due "paure" atterriscono la città: quella dei "briganti", che si dice in giro stanno affluendo dalla provincia per saccheggiare la capitale e quella dei reggimenti mercenari che circondano la città per proteggerla, ma che da un'ora all'altra potrebbero sparare sui cittadini, in difesa del dispotismo.

Il 13 luglio è una giornata di preparativi; nella notte tutta la città è in piedi a vegliare. Dalla provincia giungono notizie di insurrezioni popolari e di imprese di briganti. Il municipio ordina la creazione di una milizia borghese: "Ciascuno presterà servizio con le armi che ha potuto procurarsi". Tutti i parigini vogliono un fucile. A Parigi, alla porta daziaria della Conference, la folla brucia l'ufficio dei gabellieri e distrugge i registri delle tasse.

Escono numerosi improvvisati giornali ed uno scrive: "Circondati da soldati stranieri, ora sentiamo tutto il valore della libertà che ci si vuole togliere".

La folla si dirige a St. Lazare, dove vi è il convento che è invaso e saccheggiato, e si trova molta farina stipata; viene prelevata e portata al mercato per venderla ad un prezzo politico.

Un campanile all'imbrunire inizia a suonare a martello una campana, è quella del suono grave, la "dolens"che normalmente viene suonata ai funerali, subito imitato da altri campanili.

Per tutta la notte i lugubri rintocchi cadenzati fanno compagnia a tutta Parigi sveglia, in una lunga attesa, satura di tensione.

A Versailles l'Assemblea siede in permanenza, non per discutere, ma perché i deputati si sentono sicuri solo dentro nell'aula della grande reggia.

Bande di parigini assalgono negozi di armi per prepararsi a quello che ancora nessuno pensava potesse accadere, ma che invece stava già accadendo. Intanto, nella notte, si sparge la voce che è stato ordinato un attacco sulla città, partente dalla Bastiglia. 30.000 parigini assaltano il palazzo degli Invalidi per procurarsi armi e portano via 20.000 fucili e 24 cannoni; l'assalto lo guida il curato Du Mont di Saint Etienne. Ma le armi non bastano e Du Mont sprona la folla: "E allora con queste che abbiamo, andiamo a prendere le altre alla Bastiglia".

Il mattino del 14 luglio il popolo, buona parte armato, si dirige al carcere simbolo del dispotismo reale ma che ha, anche dentro la fortezza, un deposito di armi.

La BASTIGLIA, era una piccola fortezza dotata di 8 torri, fatta costruire da Carlo V°, tra il 1365 ed il 1383. Come mezzo di difesa non era mai servita a nulla. In quattro secoli di vita era stata assediata sette volte, da cittadini rivoltosi, e si era arresa in sei occasioni.

Dimessa come fortezza ai tempi di Richelieu, venne destinata ad essere una prigione: una prigione un po' speciale. Nella Bastiglia venivano rinchiusi certi personaggi, in base a speciale ordine del re (lettre de cachet), che dovevano essere fatti sparire con "discrezione", evitando processi pubblici che avrebbero potuto recare disdoro al clero, alla nobiltà ed alla corte stessa.

Per tale motivo simboleggiava l'aspetto più protervo, bieco ed incontrollato dell'assolutismo monarchico. Conquistare la Bastiglia significava, per il popolo, abbattere il simbolo della tirannia e dell'ingiustizia.

La vita nella prigione della Bastiglia era meno dura delle altre case di pena: In origine, il prigioniero che veniva incarcerato faceva venire i suoi mobili, i suoi domestici, i suoi pasti; se egli era povero, gli era destinata una certa somma per assicurare l'assistenza. Il vitto era ritenuto buono ed abbondante. Le camere furono ammobiliate a spese dello Stato; tuttavia i prigionieri poterono sempre migliorare l'arredamento con i loro oggetti personali.

Gli aristocratici, sempre vestiti elegantemente, si scambiavano visite e pettegolezzi come erano usi a Corte, forse per non pensare al futuro che li attendeva.

La Bastiglia non era né l'orribile carcere medioevale che alcuni si erano compiaciuti di descrivere, né un luogo di delizie. Era una prigione, dove i " lumi" avevano migliorato le condizioni del prigioniero.

Un aneddoto rese celebri i Mémoires di Linguet: il giorno del suo arrivo egli ricevette la visita del parrucchiere: "Con chi ho l'onore di parlare?" "Signore, io sono il parrucchiere della Bastiglia" " Eh, perché non la radete?"

Gli scritti di Laude servirono forse ancora di più dei Mémories di Linguet per diffondere e perpetuare la leggenda della Bastiglia che, in effetti, costava molto. Il governatore riceveva uno stipendio, enorme per l'epoca, di sessantamila lire all'anno. A ciò bisogna aggiungere le retribuzioni dei secondini, dei medici, dei chirurghi, dei farmacisti, dei cappellani, il soldo della guarnigione, il vitto e la manutenzione degli edifici. Sarebbe stato meglio utilizzare i fondi assorbiti dalla Bastiglia per aumentare le forze della polizia parigina. Durante il suo ministero, Necker pensò non soltanto alla chiusura della prigione, ma anche alla sua demolizione.

Alla fine del XVIII secolo, certe camere furono trasformate in celle, con sbarre alle finestre e chiavistelli alle porte. Vi erano anche delle segrete sotterranee molto umide che dal 1776 non erano però più usate. Anche le camere situate in cima alle torri, sotto le volte, erano particolarmente inospitali perché molto fredde in inverno e molto calde in e state; qui erano ospitati i prigionieri indocili.

Ritornando alla presa della Bastiglia alle ore 17 del 14 luglio inizia una lotta spietata, con molti parigini che perdono la vita nella battaglia davanti alla fortezza quando il governatore Launay da ordine di sparare sui rivoltosi. Ma il carcere è difeso da soli trenta svizzeri e da una ottantina di invalidi, subito sopraffatti. La delusione è grande quando dentro la fortezza viene trovato l'arsenale vuoto. La vittoria morale è però grande. Quando sono liberati i prigionieri (in verità pochi, solo 7 ai ceppi della tortura) la scena poi riportata sulla stampa da un abile illustratore, suscita nell'immaginario collettivo una immensa emozione. L'artista riassume con la sua opera pittorica gli orrori di quattrocento anni di arbitrio. La folla ricorda le migliaia di perseguitati di un tempo, li associa a quelle immagini e sfoga l'odio secolare facendo a pezzi il governatore.

Babeuf arringa la folla amaramente commentando "Furono i supplizi d'ogni genere, la tortura, i roghi, le forche a darci feroci abitudini. I governanti invece di educarci, ci hanno resi così barbari perché essi lo sono. Ora raccolgono i frutti".

Alla lanterna della piazza del municipio intanto la folla impicca il consigliere di Stato Foulon: "l'affamatore della città". Qualcuno interviene per fare un regolare processo, ma la folla risponde: "Questo uomo è già giudicato".

Altri soldati sono massacrati, mentre dall'altra parte della città due ufficiali sospettati di aver fatto parte del complotto Reale ai danni di parigini vengono linciati, la folla ne fa scempio.

Era il 14 luglio 1789 !!!

La caduta della Bastiglia, ed il martirio di alcuni parigini sacrificatisi per la libertà, fu un evento spettacolarmente simbolico, una specie di miracoloso trionfo del popolo contro il potere dei soldati Reali. Luigi XVI capitolò: non voleva che una guerra civile si svolgesse nelle strade e trasformasse la città in un campo di battaglia. A Parigi il Re stesso inaugurò il nuovo tricolore: Bianco per i Borboni, Rosso e Bleu per i Parigini (subito si fece fare un quadro, a cavallo, con in testa la coccarda tricolore).

E' la prima grande affermazione della Rivoluzione e la prima grave sconfitta della monarchia. Gli aristocratici più intransigenti, con in testa il Conte di Artois assieme ad altri nobili, protesi dalla paura, cominciano a lasciare di nascosto il Paese e a riparare all'estero.

La rivoluzione è appena agli inizi e la folla armata si accalca intorno alle mura e chiede venga abbassato il ponte levatoio e aperto l'ingresso ai cortili interni. Il governatore Launay cerca di negoziare, fa qualche concessione e permette ai rivoltosi di occupare alcuni cortili, ma non basta. Alcuni colpi di arma da fuoco, partiti dalla folla, danno inizio ad una vera e propria battaglia che durerà quattro ore, provocando almeno un centinaio di morti fra gli insorti.

Alle ore 17,30 il Governatore, onde evitare ulteriori massacri, ordina il cessate il fuoco e propone la resa purchè sia fatta salva la vita dei suoi uomini e la sua. Accettate le condizioni, i rivoltosi invadono il forte e per prima cosa decapitano il malcapitato Launay ed issano la sua testa su di una picca, come un trofeo. Si dice che ad ucciderlo sia stato un certo Jourdan detto "mozza-teste", suo ex attendente. Strano destino quello di Launay, nato e morto nello stesso posto; infatti era nato il 9-4-1740 all'interno della Bastiglia, essendo allora il padre il precedente governatore.

Gli insorti provano qualche delusione quando, aperte le segrete, trovano solo 7 prigionieri e cioè: 4 falsari (di documenti, non di denaro) – 1 pazzo (nobile rinchiuso con lettre de cachet sollecitata dai parenti) 1 accusato di incesto (Conte di Solages, rinchiuso con lettre de cachet richiesta dal padre) – 1 complice (Tavernier?) del mancato regicida Damien, contro Luigi XV. Portati in trionfo all'Hotel de Ville, i prigionieri liberati verranno interrogati da una commissione che deciderà la loro sorte: i 4 falsari ed il complice di Damien finiscono in galera, il pazzo finisce in manicomio, il giovane incestuoso torna a casa affidato alla custodia del padre. Durante le incontrollabili manifestazioni della folla, anche il sindaco Flesselles, che il giorno prima aveva esitato a consegnare la polvere da sparo agli insorti, viene decapitato e la sua testa portata in trionfo sulla punta di una picca.

Non tutti gli storici concordano sul numero dei prigionieri liberati. Alcuni parlano di un ottavo prigioniero: un suddito del Regno di Napoli, coinvolto nell'Affare del Collier e rinchiuso, per ordine di Luigi XVI, prima del processo. Confuso ed incredulo, frastornato da eventi che non riesce a capire, durante il corteo trionfale verso l'Hotel de Ville, l'infelice partenopeo si infila lestamente in quel dedalo di viuzze che si affacciano sulla rue Saint Antoine e fa perdere per sempre le sue tracce.

E' improprio dire che la Bastiglia è stata distrutta o demolita; è stata smontata con la stessa cura ed attenzione che un orologiaio dedicherebbe ad un delicato meccanismo.

Tutto questo ad opera del cittadino Pierre Francoise Palloy (1755-1835), imprenditore edile, che si vantava di essere uno dei vincitori della Bastiglia per aver preso parte agli eventi del 14 luglio. Ricevuto l'appalto per la demolizione, Palloy si rende subito conto della straordinaria fortuna che gli è capitata e si mette subito al lavoro, con il metodo e la determinazione di una termite. Attacca, inizialmente, le opere accessorie e recupera sistematicamente tutto, sino all'ultimo chiodo, nulla va perso: infissi, serramenti, catene, chiavistelli, piombi, chiavi, serrature, etc. e poi invece di vendere tutto come materiale di recupero, fraziona il bottino e lo rivende, pezzo a pezzo, come "Souvenir della Rivoluzione", incamerando una enormità di denaro.

Successivamente aggredisce le opere murarie smonta la fortezza, pietra su pietra. La maggior parte delle pietre viene ceduta ad altre imprese come materiale da costruzione, la maggior parte ma non tutte. Qualche centinaio di pietre vengono messe da parte e poi affidate a scalpellini che le scolpiscono e ne ricavano tanti modelli in scala della famigerata fortezza, rivenduti a collezionisti ed ai politici, con profitti che si possono solo immaginare.

Ma gli invidiosi sono sempre in agguato e nel 1794 viene accusato di concussione (o reato simile) ed è costretto a ritirarsi a Sceaux con il suo patrimonio dove, per molti anni, continuerà ad elaborare progetti e scrivere memorie che nessuno prenderà mai in considerazione. L'ultima trovata sarà una specie di "bando" con il quale offre la figlia in sposa a quell'uomo di conclamate virtù degne della pulzella in questione. Muore semipazzo nel 1835.

La demolizione della Bastiglia è durata sei mesi, e a fine lavoro Palloy consegna alla Municipalità un'area perfettamente spianata che verrà utilizzata per raduni, cerimonie e ricorrenze popolari.

 
 

 
 

8 lug 2010





 

IL COMANDANTE L'ACCADEMIA NAVALE

IN VISITA ALLA FONDAZIONE "BERTI"


 

L'Ammiraglio Pierluigi Rosati ha reso omaggio al "Campo degli Eroi".L'incontro con i giovani. "L'oblio è colpa",il messaggio.


 


 

CASCIANA TERME ( Pisa) – "Il Campo degli Eroi racchiude in sé un profondo significato. Per comprenderlo bisogna venire,osservare ed ascoltare". Sono le parole con cui il Comandante l'Accademia Navale di Livorno, Ammiraglio Pierluigi Rosati ha iniziato il proprio intervento nella visita alla Fondazione "Angiolo e Maria Teresa Berti" a Casciana Terme. "Una frase, fra le tante scolpite sulle lapidi, mi ha colpito: "L'Oblio è colpa". Sarebbe auspicabile un mondo senza la necessità di ricordare. Ma ricordare – ha così proseguito - serve soprattutto a non commettere errori".


 

Un messaggio toccante, destinato soprattutto ai giovani, che l'Ammiraglio Rosati ha voluto lasciare come segno della sua presenza al "Campo degli Eroi" . "E' un onore per me e per l'Accademia Navale rendere omaggio ad un luogo dove si ricordano coloro che hanno sacrificato la vita,nell'adempimento del proprio dovere,agli ideali di Patria e di Libertà".


 

Prima della cerimonia protocollare, l'Ammiraglio Rosati visionato i monumenti,soffermandosi in particolare sulle singole iscrizioni. "Ogni riga rappresenta un messaggio – ha detto - così come ogni parola appare quanto mai vera e sentita".


 

E' stata quindi la volta della Biblioteca e della Camera dedicata alla Marina Militare. Tante immagini fotografiche e scritti che rivelano il sentito rapporto di Angiolo Berti,cascianese,giornalista parlamentare e storiografo ufficiale della Marina, con il mondo dell'Accademia Navale,i suoi uomini e la sua storia.


 

Infine l'omaggio ai tre monumenti che ricordano i Caduti del Monte Serra, gli uomini dei Mezzi d'Assalto della Marina Militare, gli Ammiragli Mascherpa e Campioni fucilati dopo l'8 settembre 1943.

Prima di congedarsi,l'Ammiraglio Rosati si è intrattenuto a lungo con gli ospiti assicurando loro la volontà di creare ulteriori iniziative che coinvolgano l'Accademia Navale e la Fondazione "Berti".


 


 

GIAN UGO BERTI


 

(riproduzione vietata)