Lettori fissi

28 dic 2009


29 settembre 2009

LA FONDAZIONE BERTI nel 60°anniversario della morte ricorda il SENATORE GIOVANNI BERTINI

Giovanni Bertini (politico)

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Parlamento Italiano
Assemblea costituente

On. Giovanni Bertini

[[File:|200px|Giovanni Bertini]]

 

Luogo nascita

Prato

Data nascita

24 maggio
1878

Luogo morte

Prato

Data morte

29 dicembre
1949

Titolo di studio

dottore in giurisprudenza

Professione

avvocato

Partito

Democrazia Cristiana

Legislatura

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Gruppo

Democratico Cristiano

Coalizione

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Circoscrizione

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Regione

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Collegio

XV (Firenze)

 

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Elezione

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Senatore a vita

Investitura

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Data

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Incarichi parlamentari

  • Presidente della Giunta delle elezioni
    • Componente della Commissione degli Undici

[{{{sito}}} Pagina istituzionale]

Giovanni Bertini (Prato, 24 maggio
1878Prato, 29 dicembre
1949) è stato un politico e avvocato
italiano, tra i fondatori del Partito Popolare Italiano di Luigi Sturzo.

[modifica] Biografia

Nel 1919 partecipa, con don Sturzo, alla fondazione del partito che segnerà l'ufficializzazione dell'impegno politico attivo dei cattolici: il PPI.

Per i Popolari, sarà ministro dell'Agricoltura dei governi Facta I e II.

Dopo la notte del fascismo e la seconda guerra mondiale sarà deputato dell'Assemblea costituente per la Democrazia Cristiana.

[modifica] Collegamenti esterni



Nonno Giovanni, a 60 anni dalla scomparsa,rimane per me una fonte inesauribile di novità. Ne ricordo sì la voce tonante,il portamento eretto,lo sguardo fiero e penetrante ed al contempo la dolcezza dei modi,la bontà dell'animo.


 

Immagini d'un tempo,care ed indelebili come qualche foto che mi ritrae fra le sue lunghe braccia, oltre alla testimonianza, seppur amorevolmente di parte,dei miei genitori. Ma a darmi una più esatta ed obiettiva dimensione dello spessore umano, sono soprattutto i risultati di tante ricerche compiute proprio nella preparazione al convegno di oggi ed il riscontro storico fra gli illustri relatori che daranno vita a questo incontro.


 

Un incontro che la Fondazione "Angiolo e Maria Teresa Berti", seguendo i suoi programmi, ha fermamente voluto per valorizzare a pieno la figura di un uomo semplice, immotivatamente relegato in sott'ordine nella storia del Paese, il cui grande pregio è stato quello di precorrere largamente i tempi.


 

Leggendo oggi i suoi editoriali ( scriveva già nel 1906 su "Il Savio", periodico della Democrazia Cristiana a Cesena) lo si potrebbe definire un "progressista", al limite un "radicale" e, nello specifico settore, un"femminista" convinto. Questo perché proprio da quelle pagine, a fronte di una realtà sociale e politica oltremodo conservatrice, lui, profondamente cattolico, stimolava con veemenza e coraggio un'opinione pubblica bigotta,politicizzata e distratta, su quei principi di uguaglianza che anche ora vengono disattesi e confutati.


 

Rispondendo ad un giornale americano che all'epoca si chiedeva "Cosa ne faremo delle nostre figliole?", Bertini "non ne faremo giovanette né svaporite,né inutili, ma giovinette serie,amanti laboriose e del lavoro,giudiziose. E dopo ciò sappiano pure la musica,la pittura e le altre arti d'ornamento".

Stava dalla parte dei poveri, come testimonia il fattivo impegno nelle "leghe bianche" del pratese fra il 1918 ed il 1921, a fianco di una classe sociale quella rurale che si trovò in grosse difficoltà al termine della guerra, per le esperienze vissute al fronte e le mancate promesse dello Stato, una volta terminato il conflitto. Un impegno di massa – in cui Bertini credeva - che rendesse visibile, in particolare, il cambiamento avvenuto anche nelle loro coscienze e nella propria sfera culturale. Fecero epoca, una volta ministro dell'Agricoltura nel Governo Facta, le sue innovative leggi sul "latifondo".


 

Era amico intimo del beato Pier Giorgio Frassati, ( il "facchino degli sfruttati" come veniva chiamato per l'apostolato fra i poveri del Piemonte) che a lui si rivolse con un'accorata lettera prima di morire ( 1925):"Caro Giovanni, non appena avrò i mezzi,costruirò un grande edificio per i bambini che ne avranno bisogno".


 

E fu proprio per la fraterna amicizia con Frassati che Bertini, attraverso il movimento cattolico universitario,entrò in contatto con don Luigi Sturzo, figura di primo piano nella storia politica italiana d'allora e costante presenza poi nella vita personale e politica di Bertini, che lo volle con sé nella creazione del Partito Popolare, fino al suo ultimo congresso nel 1925.


 

Firmò con Sturzo,infatti,il 18 gennaio del 1919,momento delicato dell'immediato dopoguerra, l'appello ai "Liberi e Forti", perché "uniti insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà".


 

Un altro tassello importante di un pensiero politico che condurrà poi Bertini, non incline ad alcun compromesso, ad uscire dal parlamento dopo il delitto Matteotti nel 1924,facendo parte degli "aventiniani". Quindi l'inesorabile decisione di lascaire il parlamento e ritirarsi a Bologna a continuare la professione di avvocato. Un'attesa dolorosa,ma meditata perché comprendeva – così riferisce suo genero,giornalista parlamentare Angiolo Berti, riportando alcune valutazioni – che il Fascismo avrebbe avuto la sua fine come tutti i regimi. E così fu, quando, terminato il conflitto, fu richiamato di diritto al seggio di senatore, facendo parte della Commissione degli Undici, assieme a Piero Calamandrei.



Commemorazione del Senatore Giovanni Bertini scritta dal nipote Gian Ugo Berti,presidente della Fondazione Angiolo e Maria Teresa Berti,in occasione del convegno storico del 29 settembre 2009 organizzato dalla Fondazione :"IPadri della Costituzione Italiana :Sturzo,Calamandrei ,Bertini"

19 dic 2009


giovane Ghandi

Partecipiamo.it

  

  

Susanna Franceschi

  

  

Mohandas karamchard Ghandi

  

  

  

  

Mohandas karamchard Ghandi nasce a Portandbandar in India nel 1869 da una agiata famiglia di commercianti.

La sua è una famiglia gi insta appartenente alla comunità Modh.

Il significato del nome Ghandi è infatti "droghiere" e la casta Modh era ed è una casta di ricchi commercianti.

Mohandas fin da piccolo manifesta un indole decisa e forte: i suoi valori principali sono,fin dall'adolescenza la libertà individuale ed il rispetto di questa.

E per tutta la sua vita il valore del rispetto della vita e della sua libertà ed autonomia sarà prioritario.

Intendo poco parlare della biografia di Ghandi

facilmente riscontrabile in ogni accreditata biografia, quanto soffermarmi sulle sue idee e sul suo stile di vita che hanno strutturato un pensiero e una filosofia.

 Pochi ed essenziali accenni, dunque, e solo per inquadrare e definire un percorso, quello di un uomo che sconvolse, come solo gli eletti sanno e possono fare, la storia di un secolo.

Come molti giovani e ricchi indiani Ghandi si reca a Londra, la capitale dell'impero a completare i suoi studi.

Diventa avvocato, anche se per tutto il periodo della permanenza in Inghilterra viene dichiarato fuori-casta.

Era d'altra parte nei costumi indiani di allora: non si potevano certo applicare in Inghilterra i precetti religiosi induisti, per cui si veniva momentaneamente dichiarati fuori-casta per poi venire riammessi una volta rientrati in patria.

È in Inghilterra che Mohandas si laurea in legge e a 24 anni, giovane avvocato modh si reca in Sudafrica dove la comunità indiana presenta problemi di integrazione.

Deve rimanere in sud africa un mese, ma il suo impegno per la comunità indiana e il suo carisma personale è tanto che finirà per rimanere venti anni.

È in Sudafrica che Mohandas struttura il suo pensiero libertario e pacifista.

Il Satyagraha letteralmente: fermezza nella verità, è il credo di vita che Ghandi elabora spiritualmente  nella sua permanenza in Sudafrica:  prima cerca una qualsiasi forma di collaborazione con il regime inglese, poi il distacco è totale.

Migliaia di persone mettono in atto le regole del Satyagraha e in poco tempo le prigioni inglesi sono piene di seguaci del Ghandi.

Il futuro Mahatma, dopo anche un arresto, torna in India nel 1915, gennaio.

Lo scontento in India è ormai ad un punto estremo e l'arroganza degli occupanti inglesi non fa nulla per stemperare i toni.

È il tempo del Satyagraha e del suo maestro .

La storia della resistenza indiana sotto la guida del maestro è talmente nota che non ritengo utile riproporla.

Voglio invece parlare del suo pensiero rivoluzionario e della universalità dei suoi principi.

 Il Mahatma, colui che è caro a dio, predica innanzi tutto la non violenza ed il suo pensiero si incunea nelle dottrine di perlomeno tre religioni: l'induista, la buddista e la religione cattolica.

Il pensiero del Mahatma è talmente vicino a quello del Cristo dei vangeli da lasciare per lo meno stupiti:

povertà, verità e non violenza, ricerca di verità al di là dell'ideologia, ahimsa: amore per il prossimo tuo, non violenza come strada per il progresso, rispetto per qualsiasi forma di vita.

È in questa strada che il Mahatma cessa di essere un indiano ribelle e diventa voce di una umanità dolorante.

E la vittoria politica e strategica contro l'occupazione inglese diviene marginale e secondaria nei confronti di un pensiero che oggi più che mai è attuale.

Il Mahatma, colui che è stato vicino a Dio, muore a Delhi il 30 gennaio 1948, durante la sua preghiera, ucciso da un estremista indù.

È vecchio e ormai solo ma la Satya, la forza della verità, sopravvivrà al suo corpo mortale.

  

  

Qualche citazione

Spesso l'uomo diventa quello che crede di essere.

Perché cambiare il mondo quando possiamo cambiare noi stessi?

Solamente chi e' forte e' capace di perdonare. Il debole non sa ne perdonare ne punire.

L'uomo è l'immagine dei suoi pensieri.

Bisogna combattere la violenza. Il bene che pare derivarne e' solo apparente; il male che ne deriva rimane per sempre.

Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori. E' bene che una volta ogni tanto si brucino le dita.

Gli uomini che aspirano ad essere liberi difficilmente possono pensare di rendere schiavi gli altri. Se cercano di farlo, non fanno che rendere più strette anche le proprie catene di schiavitù.

Non c'è occasione in cui le donne debbano considerarsi subordinate o inferiori agli uomini. Le lingue proclamano che la donna è metà dell'uomo e, a parità di ragionamento, l'uomo e' la metà della donna. Essi non sono due entità separate, ma metà di una sola cosa. La lingua inglese va oltre e chiama le donne la metà migliore dell'uomo.

Un fedele della Verità non dovrebbe fare nulla per rispetto delle convinzioni. Deve essere sempre pronto a correggersi e ogni qualvolta scopra di essere nel torto deve confessarlo, costi quel che costi, ed espiare.

Un oggetto, anche se non ottenuto con il furto, e' tuttavia come rubato se non se ne ha bisogno.

Nulla consuma il corpo quanto l'ansia e chi ha fede in Dio dovrebbe vergognarsi di essere preoccupato per qualsivoglia cosa.

Non vale la pena avere la libertà se questo non implica avere la libertà di sbagliare.

Ci sono cose per cui sono disposto a morire, ma non ce ne e' nessuna per cui sarei disposto ad uccidere.

La forza non deriva dalle capacità fisiche, ma da una volontà indomita.

La felicità e la pace del cuore nascono dalla coscienza di fare ciò che riteniamo giusto e doveroso, non dal fare ciò che gli altri dicono e fanno.

Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre.

Non ho nulla di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la non violenza sono antiche come le montagne.

Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma e' molto importante che tu la faccia.

 

 

14 dic 2009




LA violenza è sempre disfunzionale a qualsiasi scopo ci si proponga.
La giustificazione della violenza è ancora più violenza dell'atto stesso.

"LA VERITA' NON E'MAI STATA RIVENDICATA CON LA VIOLENZA"(M.K.GHANDI)

PER PRATICARE LA NON VIOLENZA BISOGNA SSERE INTREPIDI(M.K.GHANDI)

12 dic 2009


ANGIOLO BERTI:IL GIORNALISTA CHE "VEDEVA LONTANO"

 
 

 
 

 Angiolo Berti,giornalista =parlamentare per  mezzo secolo (1949 -1999), verrà ricordato come =l'uomo che vedeva lontano".Da sempre impegnato nel settore previdenziale della categoria,comprese ancor prima dell'avvento della tanto attesa Riforma sanitaria ( 1978),come nè il sistema pubblico,nè l'Istituto di Previdenza Giornalisti,avrebbero potuto mantenere il livello assistenziale d'allora.

 
 

 Fu così che,anticipando i tempi d'una svolta epocale per il nostro Paese con la riunificazione del sistema mutualistico,ideò la prima cassa integrativa ( la CASAGIT nacque nel 1976),a fronte di uno scetticismo diffuso. In quei giorni inziali,la nuova struttura veniva chiamata dagli stessi giornalisti, a titolo diminutivo,la "Cassina". Ma Angiolo Berti ebbe la forza di respingere le critiche e propose un passo coraggioso,quanto innovativo.Oggi,la mutualità integrativa rappresenta una realtà quanto mai diffusa in Italia.

 
 

 Fu presidente per tre mandati,consolidando l'esigenza di acquisire una mentalità vincente,là  dove si fosse veramente creduto nei propri principi. I suoi intendimenti furono pian piano compresi ed accettati. Attualmente la CASAGIT è solida realtà per i giornalisti e le loro famiglie. Ed il riconoscimento alla lungimiranza delle sue idee,si materializzò appena quattro settimane dopo la sua scomparsa. A maggio del 2005,infatti, il Consiglio d'Amministrazione decise di intitolare la CASAGIT al suo nome. "Possono morire gli uomini - era solito dire - non certo le idee".

 
 

 Ma Angiolo Berti, per quanto compì in un breve arco della vita (la Guerra di Resistenza), deve essere senz'altro considerato un eroe "silenzioso". Fu insignito della medaglia d'oro di Benemerenza Civile dal Comune di Lucca (1984) per aver salvato dal campo di concentramento delle Caserme Rosse a Corticella (Bologna) decine e decine d' internati. Li nascose per mesi fino nella propria casa fino alla Liberazione,ricorrendo anche ad ingegnosi sistemi d'alleggerimento della prigionia con lavori socialmente utili che i prigionieri eseguivano all'esterno e dunque d'allunmgamento dei tempi di trasferimento in Germania.

 
 

 Un lavoro costante e meticoloso,svolto a sprezzo della vita,agendo con documenti falsi della Propaganda tedesca Staffel. Il Comune di Casciana Terme (suo luogo d'origine in provincia di Pisa),per atti compiuti a favore di tanti abitanti rastrellati dai nazi -fascisti nell'estate del 1944 e deportati a Corticella,gli concesse la Cittadinanza Onoraria ( 1997).


per non dimenticare

11 dic 2009


ANGIOLO BERTI

L'uomo che fece dei propri sogni rocce nel tempo.

Angiolo siede sotto il bel porticato della sua casa di campagna.
E' tornato là,nella campagna toscana,dove è nato ,dove sono le sue origini.
Parlascio.il suo paese e quello dei suoi genitori e dei suoi nonni è poco lontano.
La vita l'ha portato altrove ,lontano ,ad altre carriere che non quelle umili della campagna,ma le radici sono ben salde e i suoi sogni sono nati lì ed è lì che li ha voluti riportare.
Il luogo si chiama da sempre Fichino,per quelle denominazioni simboliche che fanno assumere ad un luogo il nome della caratteristica naturale dominante.
Tra antichi alberi di ulivo ,infatti,al Fichino,si stagliano forti e maestosi antichi ed imponenti alberi di fico che sembano dare al luogo quell'anima di eternità ed indistruttibilità.
E' quasi sera e sul crinale della collina di fronte si cominciano ad accendere le luci di Volterra che segnano la strada al sole che di lì a poco calerà sul fianco delle colline.
L'autunno è arrivato e le larghe foglie dei platani del parco si rincorrono ,cadendo come in un'antica danza portate dalla brezza che sempre si leva al tramonto.
Angiolo si guarda attorno quasi ad assorbire immagini:domani torna a Roma,e vuole portare con sè almeno piccole foto che si stampano nella sua mente.
Guarda ed intorno,tutt'intorno ci sono i suoi sogni,i suoi ideali ,le cose per cui ha combattuto ed ha rischiato,i sogni a cui ha dedicato la vita.
I monumenti che lui ha fatto costruire si illuminano ,alla sera,di una luce speciale che sembra dare vita alle pietre.E' "Il Campo degli Eroi",il giardino monumentale che lui ha voluto costruire in quel posto lontano dal mondo.
Ogni monumento è dedicato ad un uomo,ad un popolo,a gente conosciuta e sconosciuta che è morta per difendere la libertà,o è morta ,senza volerlo,per un sopruso della violenza e della sopraffazione della guerra.
Ogni monumento ha un anima ed alla sera è come se i morti facessero sentire le loro voci e chiedessero il perchè.
Eroi senza nome,eroi per caso,eroi che la storia,quella dei libri di scuola tende a dimenticare.
E' a loro che Angiolo ha voluto dare parola e memoria.
Un ultimo sguardo prima di rientrare ,perchè il freddo ora si fa più pungente:uno sguardo di abbraccio ai suoi sogni,a quelli della gioventù e a qelli di ora:libertà,amore,tolleranza,rispetto:quelle rocce dure,quei monoliti semplici ed essenziali come primitive sculture ,sono qualcosa di più di monumenti.
Sono gli ideali di un uomo buono e giusto che si sono fatti roccia per portare la memoria nel tempo.

nella foto:il monumento di Angiolo Berti e Maria Teresa Bertini,sua moglie e compana di ideali

3 dic 2009


statua di Maria Teresa Bertini Berti nel parco della Fondazione

MARIA TERESA BERTINI


 


 

Maria è nel suo letto,ben rincalzata nelle coperte pulite,come una bambina.

E come una bambina guarda le sue bambole di pezza,messe vicino al cuscino,in modo che riesca a vederle bene.

Maria ha 90 anni ,un corpo ormai consunto:un passerotto su cui sono aperte piaghe che mostrano le ossa.

Una carezza ai capelli della bambola bionda:Maria è affetta da malattia di Alzheimer,la sua mente vaga nell'assenza del tempo,i suoi ricordi sono visioni rapide e scollegate.

Ulisse,il suo fidato amico,il grosso meticcio la veglia,immobile:in attesa.

Ma non è stato sempre così:c'è stato un tempo in cui una bella ragazza dai capelli mori e ondulati ,si guardava di nascosto allo specchio e si pizzicava le guance per darsi colore.

C'è stato un tempo.

Molti anni prima.

Maria nasce a Bologna il 30 gennaio del1917.

Il mondo freme in attesa di grandi cambiamenti: intanto le donne accorciano le gonne e tagliano i capelli.

E' figlia di Giovanni Bertini,un giovane ed intraprendente avvocato con la vocazione del giornalismo e di Jenny Gironi che, a dispetto del nome eccentrico, è semplice donna dai saldi principi religiosi.

La sua non è una famiglia: è una tribù. Sono sette i fratelli Bertini. Lei è la quinta.

Il padre, teso ad una carriera politica brillante che lo vedrà senatore e dopo la seconda guerra mondiale uno dei padri della costituzione italiana,vigila da lontano. La madre, da vicino, cercando di tenere a bada specialmente le quattro figlie femmine, belle, allegre ed un po' troppo libere per i suoi gusti.

Maria è però difficile da domare: quieta, educata, modi gentili ed un sorriso sempre pronto, nasconde in realta' un carattere di ferro.

La dolcezza in lei si accompagna ad una determinazione e ad una costanza che è propria solo di coloro che hanno in sé l'intuizione della verità.

E' un'alunna diligente ed interessata: si diploma al liceo classico "Luigi Galvani" di Bologna nel 1936.

Per una ragazza di quell'epoca ,in odore di buon matrimonio, è anche troppo.

Ma non è troppo per Maria. Lei ha ben altro nella testa che un buon matrimonio borghese.

Maria vuole diventare medico.

Non chiede al padre, il signor padre senatore, lo "informa" soltanto della propria decisione.

Inaspettatamente, forse anche per lei, il padre non dice una parola contraria.

Forse quella ragazza minuta gli ricorda la sua gioventù e l' avventura di giovane cattolico liberale: non era lui che dalle pagine di un giornale della Romagna auspicava la parità dei diritti e l' emancipazione femminile?

Nessuno rinnega i sogni,tanto meno davanti ad uno sguardo limpido e sicuro: Maria andrà all'università.

S' iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia dell'università di Bologna.

Figura femminile tra tanti giovani dottori, sa tenere sempre a bada corteggiatori ed ammiratori: lei sa di avere altro sulla propria strada.

E' una studentessa brillante, diventa allieva del clinico pediatra, professor Salvioli e dopo la laurea conseguita a pieni voti il 9 novembre del 1942, in piena guerra, si specializza in pediatria.

Sono comunque i deboli che l' interessano anche professionalmente e chi è più indifeso di un bambino?

Un bambino malato ed ancor di più un bambino povero: a loro la dottoressa Bertini dedicherà una parte importante della vita.

E' pediatra dell'OMNI(organizzazione maternità ed infanzia)e poi dell'ENPAS fino alla pensione nel 1987: era un medico di vecchia generazione. Le sue dita ed il suo sguardo attento valevano quanto un intero pacchetto di attuali, costose analisi di laboratorio.

Ma la vita di Maria fu votata anche ad altro.

Nel 1942, giovane dottoressa, presta servizio

volontario presso il campo di concentramento di Mezzaselva di Roana, come medico chirurgo.

Ed è nel campo di Roana che la vita di Maria subisce una svolta repentina ed è in quel momento che trova

L' altra metà del cielo.


 

Angiolo Berti è tutto ciò che lei non è e, nello stesso tempo, è tutto ciò in cui lei crede: l'amore è forte saldo. Lui si trova in quel luogo perché prigioniero politico, è malato per il riaprirsi di grosse ferite chirurgiche di un intervento di peritonite subito d' urgenza vent' anni prima. Non può stare nelle celle comuni, perde sangue, ha bisogno di cure e lei , per mesi, gli cede il suo letto di medico di guardia.


 

Ma sarà Maria a tenere per tutta la vita le redini di quell'unione ,crescendo i figli che Angiolo le darà:cinque, tra maschi e femmine,sopportando assenze ed intemperanze di un uomo geniale.

Tacendo e nello stesso tempo non venendo mai meno alla sua dignità di persona anche nell'ambito di un rapporto forte ed indubbiamente penalizzante per la sua immagine professionale, la piccola donna dai capelli mori e ondulati seppe non solo tenere per sempre l'amore di Angiolo,ma al contempo conquistare la sua ammirazione e la sua devozione.

Quando,ormai anziana,compaiono i primi segnali della terribile malattia,tutti coloro che vivono intorno a Maria sono increduli,perplessi ,spaventati.

Colei che reggeva con redini salde la vita di tutti,compresa quella del grande Angiolo Berti,si sta trasformando lentamente in una bambina bisognosa di tutto.

Ma è forse nella malattia e nel martirio del corpo e della mente che si deteriorano che la grandezza di questa donna assume il valore di insegnamento e di monito.

Ricorderò per tutto ciò che resta della mia vita il sorriso dolce,quasi a scusarsi ,durante le dolorose medicazioni quotidiane effettuate su quella carne scoperta,la gioia tenera davanti ad un cibo che le piaceva,le carezze antiche alle bambole di pezza,sue ultime compagne di giochi da tempo dimenticate.

Maria Teresa Bertini muore dolcemente,com'era vissuta,in una notte di fine primavera.

Furono inutili i ventilatori portati dall'impresa funebre per ovviare all'odore forte di morte:da subito, la stanza fu invasa dal profumo dolce di rosa e gelsomino.

E le finestre aperte con la leggera brezza primaverile che muoveva le tende non lo dispersero.


 

Susanna Franceschi