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30 gen 2011


1886 - First Home Rule Bill
It was at the end of January 1886, that the Salisbury ministry resigned. On February 1, 1886, William Gladstone, the "Grand Old Man" of British politics, began his third premiership determined to complete a twenty-year effort to pacify Ireland. Although the introduction of his Irish Home Rule bill was still several months away, some constituencies in Ireland and Britain were already feverish with excitement or fear over the prospects of Irish self-government. Foremost among the latter group were Ulster Protestants. An astute assessor of political opportunity, Lord Randolph Churchill had previously decided, "If the GOM went for Home Rule, the Orange card would be the one to play." Churchill would begin the process of playing that card with a much-publicized trip to Belfast on February 22-23, 1886. Prominent loyalists had organized Churchill's visit, which featured numerous addresses from Orange lodges and noisy public affirmations of Ulster's Protestant identity and loyalty.

Two methods of meeting the Irish demand had been considered by Gladstone, repeal of the Act of Union and statutory home rule. There seems to have been a slight hesitation at first in his mind as to which of these plans it would be best to pursue; but in December, 1885, when there was still the possibility that home rule would be adopted as a Tory policy, Gladstone wrote to Lord Hartington that "a statutory basis seems to me better and safer than a revival of Grattan's Parliament."

A statutory measure of home rule would leave the British Parliament still supreme and able to legislate for Ireland over the head of any Irish Parliament it might create. Repeal would have revived a condition of things under which the acts of the Irish Parliament could be disallowed by the crown on the advice of the ministers, but under which any alteration in the government of Ireland would have to be accomplished by the act of the Irish Parliament — the condition which had made union in 1800 possible only with the aid of unlimited bribery and corruption.

From the time that Gladstone decided upon a home rule bill, no other method of granting self-government to Ireland was under discussion; the supremacy of the Imperial Parliament was an essential part of each successive proposal. In the bill of 1913 this principle was expressly set out in the first clause, which reads: "Notwithstanding the establishment of the Irish Parliament or anything contained in this Act, the supreme power and authority of the Parliament of the United Kingdom shall remain unaffected and undiminished over all persons, matters and things within His Majesty's Dominions." No such explicit statement appeared in the Home Rule Jiill of 1886, but this bill never reached committee stage.

In 1893 imperial supremacy was affirmed both in the preamble and in the body of the bill. Even without any specific reservation of supreme power, the creation of an Irish Parliament could not affect the complete legal supremacy of the imperial Parliament. The Irish Parliament would be the creature of the imperial Parliament, and it could be modified or extinguished by the act of the Parliament that created it. Since the demand for statutory home rule took the place of the demand for repeal of the Act of Union, it has been clear to the Irish leaders that an Irish Parliament would not be a coordinate legislature, united with Great Britain only by the link of the crown, but would be in the same position as any colonial Parliament.

Five prominent members of Gladstone's previous cabinet refused office — Hartington, Derby, Northbrook, Goschen and Bright. Chamberlain waited until he had seen the draft of the bill before casting in his lot with the Unionists, but resigned in March, before the bill was made public. With his forces thus weakened, Gladstone introduced his first Home Rule Bill in the House of Commons on April 8, 1886. After four days of hot discussion, the bill was allowed to pass its first reading without division, and the second reading debate began on May 10. So great was the opposition offered to certain clauses of the bill by members of his own party that Gladstone offered to withdraw it and to bring forward an amended bill in the autumn session. This overture was refused, and the division was finally taken in the early morning of June 8. Gladstone was beaten by thirty votes — 313 to 343 — and as there was no possibility of getting a working majority for either Liberals or Conservatives, Parliament was dissolved. The general election which followed gave the Conservatives 316, the Liberal-Unionists 78, the Liberals 191 and the Irish Nationalists 85 seats. Conservatives and Unionists combined had thus a majority of 118 over Gladstone's party reinforced by the Nationalists.
S B F

26 gen 2011


Giorno della memoria 2011

Perchè anche l'oblio è colpa

Settimia Spizzichino


Tratto da "Gli anni rubati" Le memorie di Settimia Spizzichino, II edizione, Comune di Cava de' Tirreni

Poi ci portarono alle docce. La parola "doccia" non ci faceva ancora paura. Mentre rabbrividivo sotto l'acqua gelata sentii un tonfo. Una donna giaceva a terra. Era una giovane tedesca arrivata chissà come con noi. Si era avvelenata. Era la prima morta che vedevo; la prima di moltissime altre.
Passammo alla tosatura. Dico "tosatura" perché ci tosarono proprio, come le bestie. Sedevo su uno sgabello basso e la tosatrice mi passò tra i capelli - li portavo lunghissimi - al centro della testa. Sentii una lunga ciocca scivolarmi sulla schiena nuda. Ogni volta che ci ripenso risento quel brivido.
Ci dettero dei vestiti, degli stracci per coprirci. Per noi non c'erano neppure quei vestiti a strisce da carcerato che tutti conoscono. In compenso non avemmo neanche la stella gialla.
Ci misero di fila tutte e quarantotto, in fila per cinque, e ci avviarono verso l'interno del campo.
Si vedevano delle baracche e anche delle prigioniere. A parte i vestiti avevano un'aria abbastanza normale. Una di loro porse la mano a Giuditta. Lei la prese e si ritrovò sul palmo della mano una piccola radice. La gettò via; non aveva capito che la donna le aveva regalato un giorno di vita.
Era ormai sera. Ci fecero entrare in una baracca.
Eravamo in dieci e c'era un solo tavolaccio di un metro e mezzo e una sola coperta. Non sapevamo come sistemarci e cominciammo a litigare; stanche com'eravamo, non si riusciva a dormire. Alla fine crollammo.
Mi ero appena addormentata - o così mi sembrava - quando arrivò la sveglia.
A colpi di nerbo, un affare di gomma durissima, ci buttarono giù dal tavolaccio, fuori dalla baracca, nell'aria gelida del primo mattino. Era quasi buio; ci fu un appello. Ci tennero in piedi per ore, mentre i soldati passavano e ammucchiavano davanti alle baracche i corpi di quelle che erano morte durante la notte.
Si avvicinarono delle prigioniere. Erano ben diverse da quelle che avevamo visto all'arrivo; queste erano scheletri coperti di stracci, il numero tatuato sul braccio. "Ma che posto è questo?" - chiedemmo inorridite.
"Questo è Auschwitz-Birkenau, in Polonia"

(.)

I giorni diventavano settimane e mesi mentre l'autunno, freddo più del nostro inverno, diventava inverno, l'inverno polacco che non vede mai il sole, fatto di neve, gelo, tormente. C'erano sempre più cadaveri congelati al mattino, fuori delle baracche. Era il freddo a segnare per noi il passaggio delle stagioni: sempre più freddo ed era arrivato l'inverno; poi il freddo diminuiva a poco a poco ed ecco arrivata la primavera e poi l'estate. Non c'erano altri segni di primavera o estate ad Auschwitz, non erba né fiori. Del resto, se fosse spuntato un filo d'erba qualcuno se lo sarebbe mangiato subito.
I giorni erano legati solo agli avvenimenti, non c'erano calendari o giornali a ricordarci le date, non potevamo quindi dire "il 10 dicembre"; dicevamo invece: "il giorno che mi hanno picchiata" o "il giorno in cui è morta Anna".
I cadaveri venivano portati via ogni mattina, ma i treni piombati portavano continuamente nuovi rifornimenti di prigioniere; giravano allora per il Campo facce nuove che rimanevano nuove per poco, perché dopo qualche tempo eravamo tutte uguali: teste rapate, occhi allucinati, corpi rattrappiti.
All'ospedale i giorni passavano lentamente.
Un mattino il medico, che era un prigioniero polacco, fu accompagnato da un soldato tedesco. Si rivolsero alla mia compagna di letto, tedesca anche lei. Avevo imparato qualche parola in quella lingua, sufficiente a capire quello che la tedesca diceva al soldato: "Prendete l'italiana". Purtroppo il mio tedesco non bastava a far comprendere le mie proteste o più probabilmente a quelli non importava niente. "Prendete l'italiana". Che volevano farmi? L'unica cosa di cui ero certa era che non si trattava di niente di buono.
Mi fecero scendere dal letto, mi avvolsero in una coperta - come al solito ero nuda - e mi portarono fuori al freddo. Avevo una terribile paura; non sapevo cosa volessero da me, ma ad Auschwitz le novità di solito erano brutte.
Arrivò una specie di ambulanza. Pensai subito alla camera a gas, ma poi mi dissi: "Ma la camera a gas per una persona sola, e l'ambulanza.". Ragionavo ma non tanto bene, avevo troppa paura. L'ambulanza mi portò da Birkenau ad Auschwitz, il Campo principale. Auschwitz era molto diversa da Birkenau: le costruzioni erano più fitte e tutte in muratura, la gente sembrava in condizioni anche peggiori delle nostre, persone ingrigite, con occhi senza speranza, con la divisa a strisce che si afflosciava sui corpi scheletrici, con l'immancabile numero tatuato sul braccio. Molti là portavano la stella gialla. Il filo elettrificato circondava dappertutto uomini e costruzioni.
Arrivammo ad un edificio più grande degli altri. Non era la camera a gas.
Entrammo in una stanza a due letti. Letti veri, non tavolacci, con lenzuola e coperte. E c'era un vero bagno in cui mi accompagnarono, un bagno come non ne vedevo da tanto tempo. Mi fecero lavare con del sapone - quasi non ricordavo più come si facesse - poi mi dettero una camicia da notte. Anche nella stanza c'era un lavandino. Tutto era pulito, in ordine. Credevo di sognare, ero sbalordita e molto spaventata. Avevo sete e andai a bere al lavandino. Arrivò di corsa un'infermiera: "Tu non bere, acqua inquinata, c'è tifo!".
"Ma che m'importa, sono mesi che bevo quest'acqua, me lo sarei già preso!"
"Tu aspetta". Uscì sempre di corsa e rientrò portandomi un bicchiere di latte.
"Ma che sta succedendo?" - mi chiesi.
Lo seppi anche troppo presto. Il mattino seguente arrivò il dottore e fu tremendo. Mi portarono in sala operatoria, mi cosparsero con una pomata, non so ancora cosa fosse, e due ore dopo ero tutta una piaga. Il dolore era insopportabile, piangevo e mi lamentavo. "Ti porto la marmellata". Così tentava di consolarmi il medico.
E me la portò davvero, ma non riuscii a mangiarla, stavo troppo male.
Vennero a trovarmi delle ragazze greche che erano ricoverate al piano di sopra. In quella specie di lingua internazionale che si parlava ad Auschwitz - un po' tedesco, un po' tutte le altre lingue e molto a gesti - mi spiegarono: "Siamo al Blocco Esperimenti. Provano su di noi delle medicine; ma prima devono farci ammalare".
Al Blocco rimasi parecchio tempo. Gli esperimenti erano sgradevoli e dolorosi (mi iniettarono la scabbia, il tifo, e una dozzina di altre malattie di cui non conosco il nome) e spesso le cure erano anche peggio della malattia. Per un mese andai avanti e indietro dalla sala operatoria e alla fine ero ridotta in uno stato pietoso, nonostante fossi al caldo, avessi da mangiare - non molto, ma certo più che al Campo - e fossi libera dai maledetti appelli.
Cristina, l'infermiera, era polacca ed era amica del dottore che mi aveva scelta per il blocco. Era una brava persona; il dottore veniva a trovarla tutti i giorni e le portava del cibo che lei divideva con noi. Quando si avvicinava al mio letto, il medico voltava la testa verso l'infermiera e la scuoteva, come a dire: "Questa non ce la fa". "Ce la faccio, vedrai." - pensavo io. Ma non riuscivo quasi più a scendere dal letto.
Mi passarono in una stanza più grande con una decina di ragazze. Un giorno Cristina fece nella sua camera una piccola festa per il suo compleanno e fummo tutte invitate. Ci andarono tutte tranne me, io stavo troppo male. Tuttavia, rimasta sola, decisi di fare una sorpresa alle compagne, di farmi trovare in piedi.
Pian piano mi alzai dal letto e sorreggendomi con la sedia mi trascinai fino al lavandino. Mi aggrappai al bordo con tutt'e due le mani, perché la testa mi girava.
Alzando gli occhi vidi una sconosciuta, uno scheletro sparuto coperto di piaghe. Pensai: "Dio, com'è ridotta questa!" E portai le mani al viso. La sconosciuta fece lo stesso gesto. Allora capii con orrore che stavo guardando la mia immagine allo specchio. Non mi ero più specchiata da quando avevo lasciato la mia casa.
Dio quanto piansi! Eppure ce la feci. Quando smisero di iniettarmi microbi, riuscii a rimettermi e a camminare.
E anche ad avere fame. Ero debolissima e quel poco di cibo che ci davano non mi era sufficiente. Una ragazza greca, una certa Elena, che era con me al Blocco, mi disse: "Va' sul tetto, ci sono degli operai belgi, quando vedono come sei ridotta ti danno da mangiare".
Salii faticosamente le scale e mi fermai sulla porta che dava sul tetto.
Gli operai mi videro: "Abbiamo finito tutto, torna domani" - dissero(.)

Se questo è un uomo
di Primo Levi - (Edizioni Einaudi)




Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

23 gen 2011


LA NASCITA DEI SOVIET DI PIETROBURGO


Nell’estate del 1905, mentre le sollevazioni ipopolari maturavano rapidamente in tutta la Russia, i bolscevichi tennero a Londra un congresso durante il. quale decisero di partecipare alla rivoluzione democratico-borghese per trasformarla, se possibile, in rivoluzione socialista con l’appoggio delle masse contadine. Ma il carattere spontaneo dei disordini, che intanto avevano raggiunto il culmine, determinò il fallimento del progetto. Da un punto di vista storico, fu comunque significativa la formazione dei primi soviet operai, che sorsero in quasi tutti i principali centri industriali. Il soviet dei deputati dei lavoratori di Pietroburgo, uno dei primi ad essere organizzato, fu costituito il 14 ottobre1905 ed ebbe una vita di poche settimane.

Il soviet dei deputati operai sorse come risposta ad una esigenza oggettiva, partorita dal corso stesso degli eventi, per una organizzazione che fosse autorevole senza avere una tradizione, che abbracciasse immediatamente le grandi masse disperse senza subire gli intoppi dell’organizzazione; che facesse confluire in un punto le correnti rivoluzionarie all’interno del proletariato, che fosse capace di prendere l’iniziativa, che controllasse automaticamente se stessa e, soprattutto, che potesse sorgere dal nulla in non più di ventiquattro ore[...]. Per godere di una certa autorità agli occhi delle masse il giorno dopo la propria nascita, questa organizzazione doveva essere costituita sulla base di una larghissima rappresentanza.
Su cosa fondarsi? La risposta era automatica. Poiché l’unico legame tra le masse proletarie, vergini da un punto di vista organizzativo, era costituito dal processo di produzione, non rimaneva che far coincidere la rappresentanza con le fabbriche e le officine[...]. L’iniziativa della creazione di un autogoverno operaio rivoluzionario fu presa da una delle due frazioni socialdemocratiche il 10 ottobre, quando già si avvicinava il più imponente degli scioperi. Il 13 sera, nell’edificio dell’Istituto Tecnologico, si svolse la prima assemblea del futuro soviet. Erano presenti non più di 30-40 delegati. Fu deciso di invitare tutti i lavoratori di Pietroburgo allo sciopero generale ed alle elezioni dei delegati. [...] Il soviet, dal momento della sua nascita a quello della sua morte, fu sempre sotto la poderosa spinta delle forze spontanee della rivoluzione che, nella maniera più irriguardosa, trapassava il lavoro compiuto dalla coscienza politica. Ogni passo della rappresentanza operaia era determinato in anticipo, la “tattica” era palese. I metodi di lotta non occorreva discuterli, si aveva appena il tempo di formularli.[...]

Da L. Trockij, 1905, a cura di V. Zilli,

La Nuova Italia, Firenze 1971, pp. 211-213



LA RIVOLUZIONE DEL 1905




Con l’avvento del capitalismo si era aperto in Russia un contrasto sempre meno componibile tra il processo di industrializzazione, con le nuove forze sociali che metteva in campo, e la mancata modernizzazione delle istituzioni politiche. Una contraddizione che si trasformò in conflitto aperto nel 1905, quando l’intero paese fu sconvolto da un’ondata di rivolte: vi furono scioperi nelle principali città industriali e soprattutto a Pietroburgo, sommosse contadine, ammutinamenti di truppe e rivolte nazionalistiche nel Caucaso. Si trattava di eventi diversi che mettevano però in luce una spinta prepotente alla democratizzazione del sistema politico. Alla testa di questo movimento vi erano la borghesia e il proletariato industriale, ma l’alleanza tra queste due classi sociali moderne non si verificò. La repressione ordinata dallo zar ebbe così ragione delle rivolte popolari.



Il 22 gennaio 1905 è passato nella storia russa con il nome di “domenica di sangue”. Quel giorno la polizia della capitale aprì il fuoco contro una grande folla di lavoratori che dimostravano sotto la guida di un avventuriero, un sacerdote a nome Georgij Gapon, uccidendo, stando alle stime ufficiali, 130 persone e ferendone parecchie centinaia. Ironia della sorte voleva che l’organizzazione di Gapon fosse in sostanza un “sindacato giallo”, parte integrante di un piano del funzionario di polizia Sergej Zubatov di infiltrarsi nel movimento sindacale per avviarlo in direzioni gradite alle autorità; e, sempre per ironia della sorte, i lavoratori stavano convergendo sul Palazzo d’inverno, all’oscuro del fatto che Nicola 11 non vi si trovasse, con icone e ritratti dello zar quali fedeli sudditi, anzi figli devoti del loro sovrano, per implorare da lui riparazione dei torti subiti e aiuto. L’intero, truce episodio rivelò pertanto sotto molti aspetti l’incompetenza delle autorità; il massacro provocò un grande scoppio di indignazione in tutto il paese dando nuovo slancio al movimento rivoluzionario. In particolare, come asseriscono molti autori, comportò una rottura definitiva tra lo zar e i molti lavoratori che fino alla ‘domenica di sangue” gli erano rimasti fedeli. Cedendo a crescenti pressioni, Nicola Il ai primi di marzo dichiarò la sua intenzione di convocare un’assemblea “consultiva”5 e, compiendo ulteriori sforzi verso la pacificazione, proclamò la tolleranza religiosa e abrogò certe disposizioni di legge contro le minoranze etniche, senza tuttavia impedire che la marea rivoluzionaria continuasse a crescere. Nell’estate del 1905 si ebbero nuovi scioperi, sollevazioni contadine di massa in molte province, manifestazioni di opposizione attiva, iniziative rivoluzionarie fra minoranze nazionali e persino, qua e là, ribellioni tra 16 forze armate (celeberrimo il caso della corazzata Potemkin appartenente alla flotta del mar Nero). Il 19 agosto un manifesto imperiale istituì una duma elettiva dotata di poteri consultivi, ma non riuscì a soddisfare né la pubblica opinione colta né le masse; il movimento rivoluzionario cuIminò in un gigantesco sciopero generale che durò dal 20 al 30 ottobre e che è stato descritto come il maggiore, il meglio realizzato e il più decisivo sciopero della storia. [...] Il 1905 si concluse dunque in Russia con sanguinosi combattimenti; ma la rivoluzione ormai si era esaurita in quell’ultimo sforzo. Durante l’inverno spedizioni punitive e processi sommari di fronte a corti marzia1i ristabilirono l’ordine in molte zone in preda alle agitazioni. La destra estrema si unì all’esercito e alla polizia organizzando squadracce, note con il nome di “centurie nere”, che pestavano e a volte uccidevano ebrei, liberali e intellettuali. Protofascista in sostanza, questa destra di nuovo conio prosperava sugli odi etnici e religiosi e faceva appello soprattutto ai contadini ricchi e, nelle città, ai membri della classe media inferiore. Ma, cosa più importante ancora, la gran massa della popolazione era stanca di empiti rivoluzionari e bramava la pace; s’aggiunga che Vitte rafforzò la presa del governo ottenendo un grosso prestito dalla Francia.

Da N.V. Riasanovsky, Storia della Russia, Dalle origini ai giorni nostri,

Bompiani, Milano 1993, pp. 408-409

20 gen 2011


I - La nascita del Partito comunista in Italia

Il 21 gennaio del 1921 nel teatro S.Marco di Livorno nacque il Partito Comunista d’Italia (Pcd’I[1]) sezione italiana della III Internazionale. Il luogo che avrebbe dato i natali a quello che in futuro sarebbe diventato il più grande ed importante partito comunista dell’Europa occidentale, era stato utilizzato durante la guerra appena conclusa come deposito e si presentava, come ricordò Terracini[2], come un luogo angusto, senza luce, privo di sedie e di panche, con finestre senza vetri ed il tetto sfondato. Coloro che costituirono il Pci furono una minoranza dei delegati del XVII Congresso del Psi, che si tenne in quei giorni a Livorno in un altro teatro, il Goldoni.

Il Congresso socialista aveva appena rifiutato, con solo un quarto di voti contrari, come previsto nelle 21 condizioni per l’adesione all’Internazionale Comunista, di espellere i membri della corrente riformista del Partito. La minoranza, che rappresentava 58.783 iscritti su 216.337, e che abbandonò il Goldoni riunendosi al S.Marco, era costituita dal gruppo “astensionista” che faceva capo a Bordiga, futuro primo leader del nuovo Partito, dal gruppo dell’Ordine Nuovo[3] di Gramsci, Togliatti, Terracini e Tasca, dalla corrente massimalista di Marabini e Graziadei e dalla stragrande maggioranza della Federazione giovanile socialista (Fgs)[4]. Questi gruppi oltre a dichiarare la nascita del nuovo partito elessero anche un primo Comitato Centrale[5], nel quale erano ben visibili i rapporti di forze interni.

Le cause che provocarono la scissione del Psi vanno ricercate in primo luogo oltre i confini italiani. Infatti erano diventate fortissime le pressioni del nuovo centro mondiale della politica comunista, la Terza Internazionale, che era nata a Mosca nel 1919 e che, essendo certa della possibilità di esportare in tutta Europa il proprio modello vincente, con le 21 condizioni che poneva per l’adesione alla stessa, chiedeva, oltre che l’epurazione delle correnti riformiste, l’assunzione del nome comunista in luogo di quello socialista. Ma se è indubbio che la Rivoluzione d’Ottobre facesse da catalizzatore, in tutti i paesi, per i settori più rivoluzionari dei partiti operai, allo stesso tempo non possono essere dimenticate le particolarità del Psi, che si era già caratterizzato per un proprio atteggiamento autonomo durante la I Guerra Mondiale, quando diversamente dagli altri partiti socialisti europei che appoggiarono le rispettive borghesie, lanciò la parola d’ordine “né aderire né sabotare”.

All’interno del Partito, si erano acuite, anche a causa della situazione post bellica, le divisioni politiche tra le tre correnti principali: la destra riformista e socialdemocratica di Turati, i massimalisti di Serrati, che erano la vera maggioranza del Partito, e la componente di Bordiga e Gramsci. Ma come ricorda Agosti, l’analisi teorica fu sempre piuttosto carente nei socialisti di quel periodo[6], che amavano parlare di rivoluzione, senza mai, ed in questo era chiara la differenza con i bolscevichi, preoccuparsi di discutere di cosa fare per arrivarci, magari confidando nell’ineluttabilità della stessa. Queste peculiarità proprie del socialismo italiano fecero sì che si arrivasse alla nascita di un partito comunista rivoluzionario con molto ritardo rispetto agli altri paesi europei, e senza un sufficiente dibattito ideologico, come quello che ad esempio era avvenuto nella socialdemocrazia tedesca. Si giunse per questi motivi al paradosso che il Pci, che era il partito che doveva nascere per fare la rivoluzione, fu formato proprio nel momento in cui sfumarono le condizioni per la rivoluzione, che erano sicuramente più mature nel biennio del 1919-20.


[1] Il Pcd’I cambiò la denominazione in “Partito Comunista Italiano” (Pci) in seguito dello scioglimento dell’Internazionale Comunista (Comintern) avvenuta nel 1943. Utilizzando un metodo di semplificazione adotteremo sempre la dicitura Pci.
[2] Cfr. “La storia del futuro Livorno 1921 – 2001” numero unico edito dalla Direzione nazionale del P.r.c. in occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita del Pci.
[3] L’”Ordine Nuovo” fu una rivista diretta da Gramsci e stampata per la prima volta il I maggio del 1919. La rivista diventerà ben presto l’organo dei Consigli di Fabbrica.
Cfr. Mordenti “Introduzione a Gramsci”, Datanews Editrice.
[4] La Fgs, con il 90% dei voti, nel suo ultimo Congresso si trasformò in Federazione giovanile comunista italiana (Fgci).
I primi Segretari nazionali della Fgci furono Giuseppe Berti e, dopo il 1923, Giuseppe Dozza, storico futuro Sindaco di Bologna.
La Fgci in seguito ebbe un ruolo importante soprattutto durante la Guerra di Liberazione: furono create, in particolare, due organizzazioni parallele, il Fronte della Gioventù al Nord e, dopo l’8 settembre 1943, il MGC nell’Italia centro meridionale.
[5] I 15 componenti del Comitato Centrale furono, in ordine alfabetico: Belloni, Bombacci, Bordiga, Fortichiari, Gennai, Gramsci, Grieco, Marabini, Misiano, Parodi, Polano, Repossi, Sessa, Tarsia, Terracini. Di questi otto erano Bordighisti, cinque massimalisti e due di Ordine Nuovo.
Cfr. Togliatti “Gramsci”, Editori Riuniti.
[6] Cfr Agosti “Storia del Pci”, Editori Laterza.

Pubblicato da Salvatore Speranza

Congresso di Livorno del 1921
di Antonio Gramsci

Il Congresso di Livorno è destinato a diventare uno degli avvenimenti storici più importanti della vita italiana contemporanea (1). A Livorno sarà finalmente accertato se la classe operaia italiana ha la capacità di esprimere dalle sue file un partito autonomo di classe, sarà finalmente accertato se le esperienze di quattro anni di guerra imperialista e di due anni di agonia delle forze produttive mondiali hanno valso a rendere consapevole la classe operaia italiana della sua missione storica.

La classe operaia è classe nazionale e internazionale. Essa deve porsi a capo del popolo lavoratore che lotta per emanciparsi dal giogo del capitalismo industriale e finanziario nazionalmente e internazionalmente. Il compito nazionale della classe operaia è fissato dal processo di sviluppo del capitalismo italiano e dello Stato borghese che ne è l'espressione ufficiale. Il capitalismo italiano ha conquistato il potere seguendo questa linea di sviluppo: ha soggiogato le campagne alle città industriali e ha soggiogato l'Italia centrale e meridionale al Settentrione.

La questione dei rapporti tra città e campagna si presenta nello Stato borghese italiano non solo come questione dei rapporti tra le grandi città industriali e le campagne immediatamente vincolate ad esse nella stessa regione, ma come questione dei rapporti tra una parte del territorio nazionale e un'altra parte assolutamente distinta e caratterizzata da note sue particolari. Il capitalismo esercita così il suo sfruttamento e il suo predominio: nella fabbrica direttamente sulla classe operaia; nello Stato sui più larghi strati del popolo lavoratore italiano formato di contadini poveri e semiproletari.

E certo che solo la classe operaia, strappando dalle mani dei capitalisti e dei banchieri il potere politico ed economico, è in grado di risolvere il problema centrale della vita nazionale italiana, la questione meridionale; è certo che solo la classe operaia può condurre a termine il laborioso sforzo di unificazione iniziatosi col Risorgimento. La borghesia ha unificato territorialmente il popolo italiano; la classe operaia ha il compito di portare a termine l'opera della borghesia, ha il compito di unificare economicamente e spiritualmente il popolo italiano.

Ciò può avvenire solo spezzando la macchina attuale dello Stato borghese, che è costruita su una sovrapposizione gerarchica del capitalismo industriale e finanziario sulle altre forze produttive della nazione; questo rivolgimento non può avvenire che per lo sforzo rivoluzionario della classe operaia direttamente soggiogata al capitalismo, non può avvenire che a Milano, a Torino, a Bologna, nelle grandi città da cui partono i milioni di fili che costituiscono il sistema di dominio del capitalismo industriale e bancario su tutte le forze produttive del paese.

In Italia, per la configurazione particolare della sua struttura economica e politica, non solo è vero che la classe operaia, emancipandosi, emanciperà tutte le altre classi oppresse e sfruttate, ma è anche vero che queste altre classi non riusciranno mai a emanciparsi se non alleandosi strettamente alla classe operaia e mantenendo permanente questa alleanza, anche attraverso le più dure sofferenze e le più crudeli prove. Il distacco che avverrà a Livorno tra comunisti e riformisti avrà specialmente questo significato: la classe operaia rivoluzionaria si stacca da quelle correnti degenerate del socialismo che sono imputridite nel parassitismo statale, si stacca da quelle correnti che cercavano di sfruttare la posizione di superiorità del Settentrione sul Mezzogiorno per creare aristocrazie proletarie, che accanto al protezionismo doganale borghese (forma legale del predominio del capitalismo industriale e finanziario sulle altre forze produttive nazionali) avevano creato un protezionismo cooperativo e credevano emancipare la classe operaia alle spalle della maggioranza del popolo lavoratore.

I riformisti portano come «esemplare» il socialismo reggiano, vorrebbero far credere che tutta l'Italia e tutto il mondo può diventare una sola grande Reggio Emilia. La classe operaia rivoluzionaria afferma di ripudiare tali forme spurie di socialismo: l'emancipazione dei lavoratori non può avvenire attraverso il privilegio strappato, per una aristocrazia operaia, col compromesso parlamentare e col ricatto ministeriale; l'emancipazione dei lavoratori può avvenire solo attraverso l'alleanza degli operai industriali del Nord e dei contadini poveri del Sud per abbattere lo Stato borghese, per fondare lo Stato degli operai e contadini, per costruire un nuovo apparecchio di produzione industriale che serva ai bisogni dell'agricoltura, che serva a industrializzare l'arretrata agricoltura italiana e a elevare quindi il livello del benessere nazionale a profitto delle classi lavoratrici

III - La dittatura ed il fermento antifascista

Nel 1926 il Fascismo portò a compimento la propria trasformazione e alle azioni degli squadristi si aggiunse, a tutti gli effetti, la dura repressione dello Stato. Nel corso di quell’anno Mussolini fece approvare delle misure speciali che rafforzarono i poteri del Capo del Governo al quale non era più richiesto di rispondere del proprio operato davanti al Parlamento, che fu ridotto a semplice luogo di rappresentanza. I giornali furono chiusi e, allo stesso tempo, tutte le associazioni furono sottoposte al controllo della polizia e, di fatto, furono aboliti anche i sindacati, essendo riconosciuti quali interlocutori solo i sindacati fascisti. Inoltre furono abolite le amministrazioni comunali e provinciali e sostituite con autorità governative, i Podestà. Infine i partiti d’opposizione furono sciolti e fu dato mandato al Tribunale speciale per la difesa dello Stato, i cui giudici erano membri della milizia o militari, di disporre per gli antifascisti il carcere, o più spesso, il confino. Le cosiddette leggi "fascistissime" costituirono, quindi, il fondamento sul quale si costruì il regime, che era caratterizzato dalla sostanziale coincidenza tra le strutture dello Stato e del Partito fascista, che rimaneva in questo modo l’unica forza politica legittimata ad esistere. Nel 1926 quindi l'Italia cessò di essere uno Stato liberale e divenne uno Stato totalitario.

Il Partito comunista fu duramente colpito dalla repressione e i suoi maggiori dirigenti finirono in carcere. Durante il “ventennio” il Pci fu il partito antifascista che pagò il prezzo maggiore alla repressione[1]. Il quartier generale del Pci fu spostato a Parigi, mentre in Italia si cercò di mantenere un’organizzazione clandestina. Con l’arresto di Gramsci, Togliatti, che era sfuggito all’arresto solo perché si trovava all’estero, divenne Segretario generale, mentre, almeno in un primo momento, l’azione clandestina in Italia fu affidata a Camilla Ravera. Anche se il Pci era l’unico partito antifascista che aveva organizzato una rete di questo tipo, a causa della repressione della Polizia fascista che utilizzava con efficacia il metodo degli “infiltrati”, ben presto l’iniziativa politica interna si indebolì, come testimonia il numero degli iscritti passati dai 10.000 del 1927 ai circa 7.000 del 1928[2] . Il Pci che era nato ritenendo che la rivoluzione fosse imminente fu colto di sorpresa dal consolidamento del Fascismo, ma nonostante tutto continuò a ritenere che quella fase politica sarebbe stata solo una breve parentesi autoritaria e che ben presto sarebbero ritornate le condizioni per la presa del potere.

I rapporti con l’Internazionale comunista, che erano stati fortemente rafforzati da Togliatti, si deteriorarono bruscamente nel 1929 a causa della presa di posizione di Tasca, che aveva sostituito Togliatti a Mosca, in favore di Bucharin, che si contrapponeva in quel periodo a Stalin. Dopo che tutta la linea del Pci, da Lione in poi, fu messa in discussione, Togliatti espulse Tasca e allineò di nuovo il Partito sulle posizioni dell’Internazionale, che, a causa di Stalin, erano ritornate ad essere piuttosto settarie. Infatti il Pci fu costretto ad associare ai socialisti italiani e al giovane movimento di Giustizia e Libertà, la teoria del “socialfascismo”, che poneva le sue basi sull’equiparazione tra Fascismo e Socialdemocrazia, intesi, entrambi, come metodi utilizzati dalla borghesia per conservare il potere. Furono escluse, inoltre, le ipotesi, avanzate a Lione da Gramsci, di una fase intermedia che ci sarebbe dovuta essere dopo la caduta del Fascismo.

Queste posizioni provocarono la più grave crisi che il Partito aveva conosciuto nei suoi primi dieci anni di vita[3]: Gramsci e Terracini, dal carcere, fecero sentire la loro voce di dissenso e tre dirigenti nazionali, Leonetti, Ravazzoli e Tresso, furono espulsi dal Partito. Nonostante il settarismo, questo cambio di indirizzo politico generò una ripresa dell’attività in Italia del Pci, che fu spinta in particolare da Longo, e un forte ringiovanimento della base dei militanti. Il passaggio generazionale da chi aveva costituito il Partito a chi ne era entrato in una situazione di clandestinità pose le basi di un nuovo radicamento del Pci nella società, che sarà visibile soprattutto negli anni successivi al Fascismo. A quel periodo e quelle condizioni vanno fatte risalire le basi per la nascita delle roccaforti in Emilia e Toscana, vecchi feudi socialisti, e la crescita nelle campagne. Il Pci si era riuscito a caratterizzare come l’unica forza antifascista realmente attiva in Italia e questo aveva attratto molti giovani che provenivano anche da altre culture, di cui molti erano di famiglie socialiste o popolari, che andavano spesso a sostituire i quadri che finivano in carcere. Nelle campagne, infine, era molto più facile, rispetto che nelle città, organizzare una rete clandestina.

Quando il Fascismo pose mano alle leve del consenso, militarizzando, organizzando e canalizzando le masse, il Pci, pur nelle accresciute difficoltà che impedivano un’azione che potesse essere in qualche modo “di massa”, fu attento e flessibile nel capire l’importanza che di suddetti strumenti. Le strutture fasciste, sia perché erano gli unici luoghi in cui era possibile parlare di politica, sia per rifuggire dalle accuse di “carbonarismo”[4] che spesso l’Internazionale rivolgeva al Pci, divennero un fondamentale bacino di utenza, soprattutto negli anni tra il 1931-32 per propagandare le idee comuniste e soprattutto per mettere in evidenza le contraddizioni del Regime.

Con la crescita del pericolo nazista l’Internazionale comunista cambiò strategia e tra il 1934 e il 1935 lanciò la linea di riunire in un “fronte popolare” tutte le forze che si opponevano all’avanzata dei Fascismi. Se la Francia fu il “paese pilota” in cui si realizzò l’unità delle sinistre, nei partiti antifascisti italiani la situazione fu leggermente diversa. Il Pci, che aveva faticato molto per accettare la “svolta” del 1929, ebbe una sofferenza ancora maggiore per uscire dal settarismo a cui quella svolta sembrava averlo destinato, in quanto, nell’Italia fascista, i militanti si erano trovati da soli a fronteggiare la dittatura. Ma un po’ per volta il lavoro di Togliatti e di Grieco, che fu segretario dal 1934 al 1938[5], diede i suoi frutti, e, nell’agosto del 1934, fu sottoscritto il “patto d’unità d’azione” tra socialisti e comunisti, che, nonostante i distinguo, segnò la riapertura del dialogo tra i due partiti operai.

La speranza di un eventuale insuccesso della campagna in Etiopia, che avrebbe potuto destabilizzare il Regime, andò ben presto delusa con la vittoria italiana e al Pci non restò altro che riprendere la vecchia strategia di operare nelle organizzazioni di massa del Fascismo, lanciando una campagna di “fraternizzazione verso i fratelli in camicia nera”[6]. La campagna che fu lanciata attraverso l’appello pubblicato dallo “Stato operaio” dal titolo “La salvezza dell’Italia riconciliazione del popolo italiano!”[7] non fu accolta molto bene delle altre forze antifasciste e dei militanti italiani del Partito.

Con l’inizio della guerra civile in Spagna, inoltre, riprese con ancora maggiore forza nei militanti della sinistra il sentimento antifascista. A questo punto la Direzione del Pci a Parigi assecondò le richieste che provenivano dal Partito e mise da parte la linea di “fraternizzazione con le masse fasciste” per organizzare la solidarietà ai compagni spagnoli con le “Brigate internazionali” nelle quali si arruolarono 3000 comunisti italiani che avevano tra i loro comandanti Longo e Di Vittorio. L’esperienza spagnola fu utilissima, e non solo perché preparò quadri e militanti del Partito a quella che sarebbe stata la Resistenza in Italia, ma anche perché l’obiettivo di una “democrazia di tipo nuovo”, che si basava sulla cacciata del Fascismo e sull’egemonia dei partiti operai e che si era pensata per la situazione spagnola, costituì la base per un accordo ben più profondo del precedente tra Psi e Pci, che fu sancito da un nuovo “patto d’unità d’azione” nel luglio del 1937.

Si cominciò in quei mesi a saldare il fronte antifascista che risiedeva all’estero: già da qualche mese era stata fondata “l’Unione popolare” che vedeva la presenza dei comunisti, di Giustizia e libertà e dei repubblicani (in seguito aderirono anche i socialisti), ma il Pci, che era l’unico partito organizzato anche in Italia, era attento non solo all’unità antifascista dei partiti emigrati, ma anche, e soprattutto, alla capacità di incidere realmente nel paese[8]. Questa posizione, chiaramente pragmatica, finiva per mettere in secondo piano gli altrettanto importanti aspetti programmatici, come ad esempio il riempire di contenuti il concetto di “democrazia di nuovo tipo”, ai quali sembrarono prestare più attenzione le altre forze antifasciste.

L’azione politica del Pci andò in crisi a causa del rapporto con l’Unione Sovietica, in primo luogo a causa dell’autoritarismo di Stalin, che costrinse Togliatti a prendere duramente posizione contro i crimini del Trotskismo e il Partito a subire l’accusa di “scarsa vigilanza” che portò molti problemi interni culminati con lo scioglimento del Comitato centrale. Ma fu soprattutto il Patto Ribbentrop-Molotov a creare le difficoltà più grosse[9] in quanto fu impossibile conciliare l’unità antifascista con l’approvazione del patto fra sovietici e nazisti e il Pci fu costretto ad appiattirsi sulle posizioni dell’Internazionale che teorizzava per i comunisti l’equidistanza tra i diversi imperialismi. La situazione si aggravò ulteriormente, quando con l’invasione tedesca il Pci si ritrovò in clandestinità anche a Parigi. Togliatti fu arrestato, ma non essendo stato riconosciuto, se la cavò con pochi mesi di carcere e dopo aver riorganizzato un embrione di centro estero del Partito, andò a Mosca dove l’Internazionale, avendo sciolto definitivamente l’Ufficio politico e il Comitato centrale, gli affidò la direzione solitaria del Pci.

La situazione all’interno del Partito, che si era deteriorata con le rotture di Terracini e Ravera, si tranquillizzò grazie alla Dichiarazione di Guerra di Mussolini a Francia ed Inghilterra del 1940, che fece si inoltre che si ricreassero le condizioni per una nuova unità antifascista, che fu suggellata nel 1941 a Tolosa da un accordo tra Pci, Psi e Gl.


[1] Nel “ventennio” fascista i comunisti condannati dal Tribunale speciale furono 4000 per complessivi 230 secoli di galera. Cfr. Togliatti “il Partito”, Edito dalla sezione centrale di stampa e propaganda del Pci.
[2] Cfr. Agosti op. cit.
[3] Cfr. Pistillo op. cit.
[4] Cfr. Agosti op. cit.
[5] Disse Bruno Grieco, figlio di Ruggero, nella scheda di presentazione del libro:
“La storia del Partito Comunista è incompleta: molto del periodo in cui Ruggero Grieco ne è stato segretario, ossia dalla seconda metà del 1934 alla primavera del 1938, viene ignorata o liquidata in poche pagine. Togliatti ha occultato gran parte delle carte di quel periodo, timoroso della popolarità che Grieco aveva acquistato negli ambienti dell’antifascismo italiano, tra i quali era stimato per essersi fatto promotore del patto di Unità d’azione Pci-Psi, dei ripetuti contatti con Giustizia e Libertà, degli appelli rivolti dal Comitato Centrale ai cattolici. È proprio in quegli anni, infatti, che il Comitato Centrale del Pci rompe con la teoria del socialfascismo. Il Comitato Centrale, sotto la guida di Grieco, tese ad applicare tutte le indicazioni che pervenivano direttamente o indirettamente da Gramsci, a costruire un partito che tesseva le fila dell’antifascismo, capace di preparare il terreno all’insurrezione e alla Resistenza in Italia. A rivelare per primo alcuni di questi aspetti oscuri è stato nel 1966 Giorgio Amendola che fece sapere pubblicamente che Grieco era stato per quattro anni segretario del partito. Grieco stesso, al figlio Bruno, non l'aveva mai comunicato. I documenti d’archivio relativi a quel periodo sono tuttora "riservati". Ma molto, moltissimo è stato possibile portare comunque alla luce. Le carte del Comintern, contenute nel libro, sono rivelatrici e vengono pubblicate per la prima volta.” Cfr. Grieco "Un partito non stalinista. Pci 1936: «Appello ai fratelli in camicia nera»", Marsilio.
[6] Cfr. Agosti op. cit. e Pistillo op. cit.
[7] Cfr. Agosti op. cit.
[8] Cfr. “Problemi e discussioni” , editoriale di Stato Operaio del 15 maggio 1939, tratto da “I comunisti e l’unità della classe operaia” a cura della sezione centrale Scuole di Partito del Pci.
[9] Cfr. Pistillo op. cit.

Pubblicato da Salvatore Speranza

(foto di Elisa Figoli)


E' Morto Lido Galletto

Lido Galletto (7 giugno 1924 - 18 gennaio 2011) comandante partigiano «Orti», nasce a Caniparola di Fosdinovo (MS), in una famiglia contadina. Durante gli anni della guerra frequenta l’Accademia di Belle Arti a Firenze, classe di Architettura. Dopo la caduta del regime avvenuta il 25 luglio del ’43 ritorna a casa e insieme ad altri giovani della Valle d’Isolone e ad alcuni militari sbandati in seguito all’8 settembre organizza uno dei primi nuclei resistenti, la formazione autonoma «Orti» di ispirazione comunista e anarchica. Dall’agosto del ‘44 il gruppo di partigiani della «Orti» aderirà alla Brigata Garibaldi “Ugo Muccini” carrarese e, dal settembre successivo, sarà il distaccamento “Ubaldo Cheirasco”, una delle formazioni più attive della sarzanese Brigata Garibaldi “Ugo Muccini” di Federico Galantini e Paolino Ranieri.

Dopo la lotta di Liberazione Lido è stato insegnante di materie artistiche nella scuola superiore, pittore, scrittore e documentarista. Ha scritto diversi libri di storia della Resistenza e di memorie sulla sua esperienza partigiana, tra i quali vanno ricordati la storia di Nello Masetti “Il ribelle Carlin” e “La lunga estate” (1995 e in una edizione ampliata nel 2006, alla quale aveva collaborato anche la nostra associazione) che è uno dei più bei libri dedicati alla Resistenza sulla Linea Gotica occidentale. Dalla sua nascita Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani ha avuto un rapporto molto stretto con Lido Galletto, di vicinanza intellettuale, politica e soprattutto di grande affetto. Alcuni documentari del collettivo sono nati da suoi libri o dalle sue suggestioni e certamente dal suo pungolo: il partigiano «Orti» compare in “Un popolo alla macchia. 29 novembre 1944” e “Fino al cuore della rivolta. Breve storia del partigiano «Carlin»” e, ancora, in alcune trasmissioni radiofoniche realizzate in collaborazione con Contatto Radio Popolare Network. Lido era il partigiano che prima di ogni altro aveva visto nascere, e in parte aveva anche propiziata, la nostra associazione. Ci aveva sostenuto e insegnato molto ci aveva fatto scoprire partigiani e partigiane che nessuno ricordava più, era anche orgoglioso che avessimo deciso di fare della sua Fosdinovo il centro delle nostre attività.

Lido è stato la testimonianza vivente di quella “moralità della Resistenza” e di quell’etica della responsabilità (che lo portavano a prendere sempre una posizione su tutto, senza mai rimanere alla finestra) ma in lui questi valori si innestavano (è questa una metafora che avrebbe usato lui stesso) su un’originalità di pensiero e una visione profondamente poetica dell’umanità. Lido riusciva a coniugare il suo rivendicato (non meno che connaturato) ribellismo (ovvero l’appartenenza a quel giacobinismo contadino che lo inorgogliva) alla raffinatezza estetica che conquista chi si avvicina alla cultura. Senza però che queste conoscenze si rivelassero mai vacue o diventassero strumento di prevaricazione. Lido o «Orti», come ancora è conosciuto nei borghi di montagna dove ha combattuto, era un uomo che sapeva parlare a tutti, costituiva un esempio concreto dell’uomo nuovo teorizzato da Gramsci. Nelle sue superbe narrazioni si alternavano con una facilità che poteva spiazzarti, una scena di combattimento riferita analiticamente (con tutti i più minuti e scabrosi dettagli) alla contemplazione quasi estasiata del paesaggio, soprattutto quello delle adorate Alpi Apuane o, ancora, metteva in risalto un odore, un colore o un suono. A conoscerlo più a fondo, si capiva che non era tanto la necessità di impreziosire la pagina, ma qualcosa di più urgente ed essenziale che scaturiva dal profondo. Così era per la sua lingua ricercata e uno stile sempre prezioso, anche nelle conversazioni di tutti i giorni. Forse Lido vedeva in questa raffinatezza un antidoto agli orrori che aveva visto in guerra, alle tante perdite tra i compagni e i civili, che lo tormentavano ancora e lo facevano sentire in dovere di non dimenticare ciò che è stato (qui nasce la necessità di scrivere molto), di indignarsi per le ingiustizie passate come per le presenti.

Archivi della Resistenza

18 gen 2011


IL PARTITO POPOLARE (1919-1926)fondato da STURZO E GIOVANNI BERTINI,MAURI,VIGORELLI,RODINO',LONGINOTTI

Il Partito Popolare Italiano (PPI) fu un partito politico nato il 18 gennaio 1919 e ispirato alla dottrina sociale della Chiesa, fondato da Luigi Sturzo insieme a Giovanni Bertini, Giovanni Longinotti, Angelo Mauri, Remo Vigorelli e Giulio Rodinò.

Il PPI rappresentò per i cattolici italiani il ritorno organizzato alla vita politica attiva dopo lunghi decenni di assenza a causa del non expedit conseguente alle vicende dell'unificazione nazionale.



L'idea di Romolo Murri di costituire una formazione operante in campo politico aveva trovato ostilità da parte del Vaticano; il suo mancato accoglimento poteva riferirsi a una contrapposizione dottrinale che investiva più il campo religioso che quello politico. Così, diversi democratici cristiani subirono la condanna insieme ai modernisti. In seguito il clima cominciò a cambiare e in questo contesto don Sturzo diede vita al PPI.

Nel PPI confluirono le varie componenti del variegato mondo cattolico italiano:

i conservatori nazionali di Carlo Santucci e Giorgio Jacini;
i clerico-moderati di Alcide De Gasperi;
i giovani democratici cristiani di Romolo Murri;
i cattolici sindacalisti di Achille Grandi, Guido Miglioli e Giovanni Gronchi.
Le direttive programmatiche del nascente partito furono affidate all'Appello ai liberi e forti. L'Appello accettava ed esaltava il ruolo della Società delle Nazioni, difendeva "le libertà religiose contro ogni attentato di setta", il ruolo della famiglia, la libertà d'insegnamento, il ruolo dei sindacati. Si poneva particolare attenzione a riforme democratiche come l'ampliamento del suffragio elettorale, compreso il voto alle donne, si esaltava il ruolo del decentramento amministrativo e della piccola proprietà rurale contro il latifondismo. Bisogna rammentare che molte di queste posizioni non erano del tutto accettate dalla società di inizio '900. Il ruolo delle donne nella società, come quello dei sindacati o dei comuni non era patrimonio comune della nazione. Soprattutto da parte della gerarchia il ruolo dei sindacati, nonostante l'enciclica Rerum novarum di papa Leone XIII, continuava ad essere poco gradito.

Il partito, grazie alla buona diffusione dell'Azione Cattolica al Nord, delle leghe dei contadini in Italia centrale e delle società di mutuo soccorso al Sud, ottenne una facile diffusione organizzativa. A questo si aggiunse il favore di molti sacerdoti che lo videre come il "partito cattolico" e per questo vicino alle posizioni del Vaticano. Il PPI, però, secondo l'espressa volontà di Sturzo, era apertamente laico (partito di cattolici e non cattolico), interclassista, che traeva la sua ispirazione dalla dottrina sociale cristiana, ma che non voleva dipendere dalla gerarchia cattolica. Durante il primo congresso del 1919 Sturzo, motivando la scelta di non avere riferimenti alla religione cattolica nel nome del partito, affermava: "È superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico. I due termini sono antitetici; il cattolicismo è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall'inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, ed abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione". Questo iniziale confusione del ruolo del partito, non contribuì a farne comprendere la vera natura, forse troppo moderna per l'Italia di quegli anni. Sturzo, infatti, faticò molto a mantenere l'autonomia del partito dalle gerarchie, anche perché il partito aveva raccolto anime tenute spesso insieme solo dalla comune ispirazione religiosa.

L'emblema scelto dal partito, conservato, poi, dalla Democrazia Cristiana, fu lo Scudo Crociato con il motto Libertas, rappresentante da un lato la difesa dei valori cristiani dall'altro il legame con i Liberi Comuni medievali italiani, da qui il forte impegno per il decentramento amministrativo ed uno Stato più snello.

Elezioni del 1919
Appena fondato, il PPI poté contare in Parlamento su 19 deputati, eletti in precedenza con il cosiddetto Patto Gentiloni. Alle elezioni del 16 novembre 1919 (le prime dopo la riforma elettorale in senso proporzionale), raccolse il 20,5% dei voti, cioè 1.167.354 preferenze, e 100 deputati, dimostrando di essere una forza indispensabile per la formazione di qualsiasi governo.

Nel suo programma il PPI ricalcò sostanzialmente i principi-cardine della Dottrina sociale della Chiesa Cattolica sostenendo, fra l'altro:

l'integrità della famiglia,
il voto alle donne,
la libertà di insegnamento,
il riconoscimento giuridico e la libertà dell'organizzazione di classe nell'unità sindacale,
la legislazione sociale nazionale ed internazionale,
l'autonomia degli enti pubblici ed il decentramento amministrativo (Regioni),
la riforma tributaria sulla base dell'imposta progressiva,
il sistema elettorale proporzionale,
la libertà della Chiesa,
la Società delle Nazioni,
il disarmo universale.
in particolare il PPI si prefisse di svolgere e svolse un'azione antitrasformista ed antimoderata.

Nel campo politico nazionale del primo dopoguerra il PPI, forte dei 100 deputati, esercitò una funzione di equilibrio combattendo gli estremismi ed i privilegi di classe. Tale azione, peraltro a causa del massimalismo socialista e della diffidenza verso questi di Sturzo, impedì la collaborazione tra i due partiti, che avrebbe garantito al Paese un Governo stabile, che avrebbe impedito la conquista del potere del fascismo. In ciò, incisero ugualmente sia l'anticlericalismo socialista che la forte diffidenza della gerarchia ecclesiastica e della destra popolare, che impedirono l'accordo.

Elezioni del 1921
Alle elezioni del 19 maggio 1921, il PPI confermò la sua forza elettorale con il 20,4% dei voti e 108 deputati. Nel frattempo le squadracce fasciste cominciarono ad attaccare non solo le sedi socialiste, ma anche quelle popolari e quelle delle associazioni cattoliche. Al 3º Congresso, a Venezia, il partito influenzato dalla paura verso i socialisti e condizionato dal clima generale di "moralizzazione" della vita del Paese, preferì assumere una posizione attendista nei confronti del fascismo.

Dopo la marcia su Roma (1922), per frenare l'irrompere dello squadrismo fascista e l'azione di asservimento dello Stato da parte del partito fascista e nell'illusione di una normalizzazione, il PPI accettò, contro il parere di don Sturzo (il quale si era espresso invece a favore di una collaborazione con i socialisti proprio in chiave antifascista), che alcuni suoi uomini entrassero, nell'ottobre del 1922, nel primo governo Mussolini: (Vincenzo Tangorra ministro del Tesoro e Stefano Cavazzoni ministro del Lavoro e Previdenza Sociale) . Nell'aprile del 1923, però, la collaborazione venne meno perché il 4º Congresso del partito, svoltosi a Torino, chiedendo il mantenimento del sistema elettorale proporzionale e l'inserimento del fascismo all'interno del quadro istituzionale, provocò le ire di Benito Mussolini. Il partito visse una crisi interna perché la destra del partito si allineò sulle posizioni filo-fasciste e di fatto abbandonò il partito. L'unico deputato del Partito Popolare a negare il suo voto alla legge Acerbo fu Giovanni Merizzi di Sondrio
Elezioni del 1924
Nelle elezioni del 6 aprile 1924, svoltesi in un clima di violenze e brogli elettorali perpetrati dai fascisti, il PPI riuscì comunque ad ottenere il 9,0% dei voti e 39 deputati e divenne il primo tra i partiti non-fascisti. Visto vano ogni tentativo di impedire l'instaurazione della dittatura, dopo l'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924), il PPI partecipò, contro la volontà delle gerarchie ecclesiastiche, alla secessione dell’Aventino e passò all'opposizione, dove rimase fino al suo forzato scioglimento avvenuto il 5 novembre 1926. Tutti i maggiori esponenti furono costretti all'esilio (don Sturzo, Donati, Ferrari) o a ritirarsi dalla vita politica e sociale (De Gasperi).

Breve fu la vita del PPI (sette anni in tutto), la cui esperienza incise però a fondo nella società italiana. Lo storico Federico Chabod definì la comparsa del PPI come "l'avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo"; ed il comunista Antonio Gramsci ebbe a scrivere che con il PPI "avrebbe assunto una forma organica e si sarebbe incarnato nelle masse il processo di rinnovamento del popolo italiano"[senza fonte].

14 gen 2011




Gennaio 1943:la ritirata di Russia

LA GUERRA PERDUTA :NELLA SOLA RITIRATA 95.000 SOLDATI MORTI



NASCE IL CORPO DI SPEDIZIONE ITALIANO IN RUSSIA
C.S.I.R.


Hitler, dopo aver sconfitto la Francia ed aver occupato mezza Europa, ritenne giunto il momento di attaccare l’Unione Sovietica, ormai confinante con la Germania, dopo la spartizione della Polonia con i russi che lui stesso aveva voluto. Il piano – nome in codice “Barbarossa” – aveva lo scopo di distruggere l’Armata Rossa ed il regime comunista di Stalin. Il 22 giugno del 1941 le Armate hitleriane irrompono in territorio sovietico ed avanzano rapidamente distruggendo uno dopo l’altra – dopo averle circondate – imponenti forze russe.Mussolini, lusingato dalle spettacolari vittorie iniziali tedesche, chiede di partecipare alla Campagna con una presenza militare italiana. I Generali tedeschi sono contrari, ma Hitler accontenta l’alleato. Viene allestito in tutta fretta un Corpo di Spedizione composto dalle due Divisioni di fanteria Torino e Pasubio, dalla Divisione Celere (formata da Bersaglieri e Cavalleria) e dalla Legione Camicie Nere Tagliamento. Tale forza, che assume il nome di CSIR, è posta al comando del Generale Giovanni Messe e conta 60.000 uomini, 150 cannoni, 5.5oo automezzi, 4.600 quadrupedi. La copertura aerea è assicurata da 51caccia, 22 ricognitori e 10 bombardieri. Lo CSIR parte dall’Italia alla fine di luglio 1941 e raggiunge in treno la Romania. Di qui con mezzi propri passa in Bessarabia e Botasani, base di partenza delle operazioni. Con molte difficoltà, derivanti dalla insufficiente ed inidonea dotazione di mezzi di trasporto, le Divisioni italiane seguono con molta fatica l’Armata Corazzata tedesca alla quale erano aggregate. Tuttavia, nonostante le antiquate artiglierie e la mancanza di mezzi corazzati, si comportano valorosamente; superano i fiumi Bug e Dnjeper ed avanzano verso il bacino minerario del Donetz. A metà novembre 1941 conquistano gli importanti centri di Stalino, Nikitovka, Gorlovka e Rikovo. L’inverno incombente e l’estremo logoramento subito dai reparti italiani in questa guerra di movimento, per la quale non sono equipaggiati, né sono stati addestrati, obbliga lo CSIR a fermarsi sulle posizioni raggiunte e ad organizzarsi per trascorrere un inverno chr si annuncia estremamente rigido. Il giorno di Natale i russi sferrano contro le nostre posizioni, tenute dai bersaglieri e dalla Camicie Nere, una vigorosa offensiva che viene però contenuta e respinta con notevoli perdite. A metà febbraio giunge in Russia il primo reparto alpino : il Battaglione Monte Cervino. Un mese dopo lo CSIR viene potenziato con l’invio del 6° Reggimento Bersaglieri e del 120° Reggimento Artiglieria Motorizzata.


COSTITUZIONE DELL’A.R.M.I.R.
Armata Italiana in Russia
Mussolini, intanto, è deciso ad incrementare il nostro impegno militare sul fronte russo, invano dissuaso del Generale Giovanni Messe che si era reso conto della impreparazione del nostro Esercito ad affrontare una guerra di movimento in un ambiente nel quale le nostre armi, il nostro equipaggiamento, i nostri mezzi di trasporto non erano idonei. A partire dal giugno 1942 viene inviato in Russia il 2° Corpo d’Armata con le Divisioni di Fanteria Cosseria, Ravenna e Sforzesca. Tre Legioni di Camicie Nere ( Montebello, Leonessa e Valle Scrivia ) sono messe a disposizione dei Comandi di Corpo d’Armata della Fanteria. Ad agosto sono raggiunte dalle tre Divisioni Alpine Tridentina, Cuneense e Julia e dalla Divisione di Fanteria Vicenza destinata a compiti di occupazione. Queste nuove Unità, insieme a quelle già presenti in Russia, costituiscono l’ARMIR ( Armata Italiana in Russia ) al cui comando è posto il Generale Italo Gariboldi. Essa ha una forza di 220.000 uomini, 988 cannoni, circa 42° mortai, 17.000 automezzi, 25.000 quadrupedi e 64 aerei. I tedeschi riprendono l’iniziativa in questo settore solo in luglio del 1942 e le Divisioni gà in posto, unitamente alle altre Divisioni di Fanteria arrivate da poco in Ucraina, si spostarono 300 chilometri in avanti fino ad attestarsi sul fiume Don. La Celere, l’unica nostra Divisione ad essere motorizzata, venne lanciata dai tedeschi ancora più ad Est, fino a Serafimovic con il compito di eliminare la testa di ponte che i russi avevano in quel settore. I bersaglieri, in quell’azione, subirono notevoli perdite. Lo schieramento imposto dai Comandi tedeschi alle nostre truppe sul fronte del Don, era insensatamente diluito in quanto a ciascuna delle nostre Divisioni era assegnata la difesa di circa 30 chilometri di fronte, quando le più elementari norme strategiche ne prevedevano al massimo 6 chilometri. La debolezza di questo schieramento fu subito messa a dura prova, quando, alla fine di agosto, i sovietici attaccarono in forze la Sforzesca che, dopo alcuni giorni di accanita resistenza, cedette ai russi che si impadronirono di un’ampia testa di ponte. L’immediato intervento della Celere ( richiamata da Serafimovic ), del Battaglione Monte Cervino, del Reggimento Savoia Cavalleria e della Tridentina ( richiamata mentre stava marciando verso il Caucaso ) fermarono lo slancio dei russi. Il Savoia Cavalleria si distinse particolarmente nella carica di Tcebotarevskij ( Isbuchenskij ). Questo periodo operativo è chiamato “Prima Battaglia Difensiva del Don “. Le perdite furono di 1.100 Caduti e 5.500 feriti. Dopo alcuni spostamenti le Divisioni dell’ARMIR assunsero il seguente schieramento a difesa del Don: Tridentina all’estrema sinistra a contatto con l’Armata Ungherese; Julia, Cuneense, Cosseria, Ravenna, Pasubio, Torino, Celere, Sforzesca a contatto con l’Armata Romena. Tra la Ravenna e la Pasubio venne inserita la 298* Divisione di Fanteria tedesca. Tutte le nostre Unità, in particolare quelle del Corpo d’Armata Alpino, avevano provveduto alla loro sistemazione sul terreno in modo da sopportare ilo lungo periodo invernale, nella convinzione che i russi non avrebbero intrapreso nessuna iniziativa prima della primavera.


LA RITIRATA DELLE DIVISIONI DI FANTERIA
16 dicembre 1942
Mentre i tedeschi, fin dall’agosto, stavano strenuamente combattendo per la conquista di Stalingrado, senza riuscire ad occuparla completamente, i russi preparavano la contromossa che avrebbe portato all’accerchiamento dell’Armata di von Paulus che assediava la città. Il 15 novembre con una violentissima offensiva rompevano il fronte dell’Armata Romena, schierata a fianco dei tedeschi e tagliavano fuori da ogni rifornimento terrestre gli assedianti di Stalingrado. Imbaldanziti da questo successo, i russi prepararono una seconda offensiva questa volta contro le nostre Divisioni Cosseria e Ravenna, in modo da tagliare in due il fronte dell’ARMIR. Il 15 dicembre, con un potenziale d’urto sei volte superiore a quello delle nostre Divisioni ( basti pensare che impiegarono 750 carri armati e noi no avevamo nè carri, né efficienti armi controcarro ) dilagarono nelle retrovie accerchiarono le Divisioni Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca schierate più ad Est. Esse dovettero sganciarsi alle posizioni sul Don, iniziando quella terribile ritirata che, su un terreno ormai completamente in mano al nemico, le avrebbe in gran parte annientate con una perdita di 55.000 uomini tra Caduti e prigionieri.


LA RITIRATA DEL CORPO D’ARMATA ALPINO
16 GENNAIO 1943

Mentre le Divisioni della Fanteria si stanno ritirando, il Corpo d’Armata Alpino riceve l’ordine di rimanere sulle posizioni a difesa del Don per non essere a sua volta circondato. A difesa del suo fianco destro , ormai completamente scoperto, viene spostata la Divisione Julia, il cui posto fra la Tridentina e la Cuneense viene preso dalla Divisione Vicenza. Per un intero mese la Divisione Julia , con immenso sacrificio, resiste ai martellanti attacchi sovietici. Il 15 gennaio i russi partono per la terza fase della loro grande offensiva invernale e, senza spezzare il fronte tenuto dagli alpini, ma infrangendo contemporaneamente quello degli ungheresi a Nord e quello dei tedeschi a Sud. li chiudono in una tenaglia. Inizia così la disastrosa ritirata su un terreno ormai completamente in mano ai russi, in cui le Divisioni Alpine devono conquistarsi con duri combattimenti ogni chilometro verso la salvezza. Solo una parte della Tridentina e piccoli reparti di altre Divisioni, appoggiati dai resti del Corpo Corazzato tedesco,riuscirà il 26 gennaio a sfondare l’ultimo sbarramento russo a Nikolajevka mentre la Cuneense, la Julia e la Vicenza saranno praticamente distrutte a Valuiki dopo 100 chilometri di ritirata. In questa terza fase altri 40.000 uomini tra il Corpo d’Armata Alpino e personale direttamente dipendente dall’Armata rimarranno nella steppa.



BILANCIO DELLA CAMPAGNA DI RUSSIA

Nel marzo del 1943 i resti di quella che era l’ARMIR vengono rimpatriati e si fanno i primi conti delle perdite. La forza complessiva presente all’inizio della offensiva russa era di 220.000 uomini e, secondo i dati pubblicati dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore, mancavano all’appello 84.830 uomini. Oggi, dopo approfondite indagini presso ciascun Comune e ciascun Distretto Militare, da parte dell’Ufficio dell’Albo d’Oro – Sezione del Ministero della Difesa ce funziona da anagrafe di tutti i militari – il numero degli italiani che non hanno fatto ritorno dal fronte russo è di circa 100.000. Tenuto conto che 5.000 erano caduti per i fatti d’arme antecedenti il 15 dicembre, le perdite della ritirata sono di 95.000 uomini. Secondo i dati più recenti , desunti dalla documentazione esistente negli archivi russi, finalmente aperti ai ricercatori italiani, 25.000 sono morti combattenti o di stenti durante la ritirata e 70.000 sono stati fatti prigionieri. Questi prigionieri furono costretti a marciare per centinaia di chilometri e poi a viaggiare su carri bestiame per settimane, in condizioni allucinanti, senza mangiare, senza poter riposare la notte, con temperature siberiane. Cloro che riuscirono a raggiungere i lager di smistamento – improvvisati, disorganizzati, con condizioni igieniche medioevali – erano talmente denutriti e debilitati che le epidemie di tifo e dissenteria ne falciarono ben presto la maggio parte. Siamo in possesso dei nominativi degli italiani deceduti nei lager, quasi tutti nei primi mesi del 1943. Solo nel 1945 ed in parte nel 1946, 10.000 sopravvissuti furono restituiti dall’Unione Sovietica. Dalla documentazione russa risulta la presenza di italiani in circa 400 diversi lager, quelli più tristemente famosi sono quelli di Tambob – dove morirono circa 10.000 italiani – quelli di Miciurinsk. Khrinovoje, di Tiomnikov.



Tratto dal sito
Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia

9 gen 2011



ADDIO A LUGANO
(Pietro Gori - 1895)



(*)

(**)

Addio Lugano bella
o dolce terra pia
scacciati senza colpa
gli anarchici van via
e partono cantando
con la speranza in cor.
E partono cantando
con la speranza in cor.

Ed è per voi sfruttati
per voi lavoratori
che siamo ammanettati
al par dei malfattori
eppur la nostra idea
è solo idea d'amor.
Eppur la nostra idea
è solo idea d'amor.

Anonimi compagni
amici che restate
le verità sociali
da forti propagate
è questa la vendetta
che noi vi domandiam.
E questa la vendetta
che noi vi domandiam.

Ma tu che ci discacci
con una vil menzogna
repubblica borghese
un dì ne avrai vergogna
noi oggi t'accusiamo
in faccia all'avvenir.
Noi oggi t'accusiamo
in faccia all'avvenir.

Banditi senza tregua
andrem di terra in terra
a predicar la pace
ed a bandir la guerra
la pace per gli oppressi
la guerra agli oppressor.
La pace per gli oppressi
la guerra agli oppressor.

Elvezia il tuo governo
schiavo d'altrui si rende
d'un popolo gagliardo
le tradizioni offende
e insulta la leggenda
del tuo Guglielmo Tell.
E insulta la leggenda
del tuo Guglielmo Tell.

Addio cari compagni
amici luganesi
addio bianche di neve
montagne ticinesi
i cavalieri erranti
son trascinati al nord.
E partono cantando
con la speranza in cor.






Pietro Gori


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Addio a Lugano, la cui musica, di autore anonimo, è sicuramente di origine popolare, toscana, è la più famosa, insieme con Stornelli d'esilio, fra le canzoni di Pietro Gori. Egli la scrisse nel luglio del 1895 in Svizzera, dov'era dovuto riparare dopo l'omicidio del Presidente francese Sadi Carnot, ucciso da Sante Caserio. Era stato infatti fermato dalla polizia crispina, nel corso di una vasta operazione repressiva contro anarchici e socialisti, con l'accusa di essere il mandante "spirituale" del delitto, in quanto amico e difensore del Caserio. Costretto all'emigrazione, si trasferì a Lugano e, sfuggito a un misterioso attentato (gennaio 1895), venne espulso dalla Svizzera stessa insieme con altri dodici esuli. Fu allora che scrisse le parole del suo canto immortale.




(…) Gori, arrestato con altri 17 profughi italiani, viene espulso dalla Svizzera dopo una breve prigionia durante la quale compone due poesie, una delle quali titola Il canto degli anarchici espulsi che poi sarebbe Addio a Lugano presumibilmente nella sua prima versione “...che presenta alcune varianti, sia nel testo che nella disposizione delle strofe, rispetto a quelle comunemente pubblicate e diffuse”(1) . Un’altra testimonianza sull’origine del canto la troviamo nel libro Gli scariolanti di Ostia antica. Storia di una colonia socialista (2) allorché Pietro Gori si reca ad Ostia presso la comunità dei braccianti ravennati per passare con loro alcuni giorni. Siamo nel 1902 dopo il suo rientro in Italia dall’America del Sud dove si reca nel 1898 per sfuggire ad una condanna (3) in seguito ai tumulti contro il carovita che si sono succeduti in tutta Italia con epilogo a Milano dove la monarchia ordina a Bava Beccaris la violenta repressione costata oltre 80 morti.
Scrive Liliana Madeo: “...Era un poeta, e aveva un bel viso, un corpo snello, elegante. Si accarezzava il baffo appuntito, e sapeva ascoltare i coloni ravennati che raccontavano la loro storia. Provava un profondo rispetto per il coraggio che avevano speso in quella impresa, e glielo diceva con calore. Gli ricordavano gli uomini della Pampa, ripeté. Avevano anche cantato insieme, fino a sgolarsi, quella notte. Avevano cantato le sue canzoni, gli Stornelli dell’esilio, Sante Caserio, Amore ribelle... Di Addio Lugano Bella Gori aveva raccontato com’era nata. Dopo che Caserio aveva pugnalato a morte Carnot, lui era dovuto riparare in Svizzera. Qui l’avevano arrestato, insieme con altri 150 fuorusciti italiani, anarchici e socialisti. Tutti poi erano stati espulsi. Quando li conducevano alla frontiera, avevano le manette ai polsi e i loro passi affondavano nella neve...Con le lacrime agli occhi, si era girato indietro a guardare Lugano e pensava agli anarchici scacciati senza colpa che partono cantando con la speranza in cuor...” (4)
Addio a Lugano diviene popolarissimo con l’inizio del nuovo secolo anche grazie a numerose edizioni de Il Canzoniere dei Ribelli (5 ) apparso per la prima volta nel 1904 a Barre - Vermont - e ancor oggi è uno dei canti politici più eseguito.
Con lo stesso titolo Addio a Lugano esiste una romanza del 1830 circa che canta anch’essa di un esilio politico in terra elvetica con testo siglato D. P.e musica di Fabio Campana
(Santo Catanuto-Franco Schirone, Il canto anarchico in Italia nell'ottocento e nel novecento, Edizioni Zero in condotta, Milano 2001, pp. 112-113)

Ricorrono i 150 anni della morte di un altro famoso livornese,l'anarchico,il poeta ,il musicista Pietro Gori.
Nell'occasione il Comune di Rosignano ,sua cittadina natale,ha inagurato un nuovo museo a lui dedicato

Pietro Gori (1865 - 1911)




Pietro Gori nacque il 14 agosto 1865 a Messina da Francesco Gori e da Giulia Lusoni.

Nel 1878 si trasferì con la famiglia a Livorno.
Qui giovanissimo aderì ad un'associazione monarchica da cui venne espulso per indegnità e iniziò a collaborare con "La Riforma", un periodico moderato.

Nell’ambiente universitario pisano, entrò in contatto con il mondo anarchico diventandone ben presto una delle figure più influenti.
Nel 1889 conseguì la laurea in giurisprudenza discutendo una tesi di sociologia criminale.
Ebbe i primi scontri con le autorità a causa della diffusione del suo primo opuscolo anarchico dal titolo “Pensieri Ribelli”.
Il 13 maggio 1890 venne arrestato, processato e condannato ad un anno di reclusione per avere organizzato la manifestazione e lo sciopero del primo maggio a Livorno.
Restò recluso per alcuni mesi prima a Livorno poi a Lucca, fu scarcerato il 10 novembre.

Nel 1891, a Capolago, aderì con altri esponenti dell’anarchismo italiano (Malatesta, Galleani, Merlino e Cipriani) al congresso di costituzione del Partito Socialista Anarchico Rivoluzionario.
Partecipò a Milano, come rappresentante della “Federazione cappellai del lago Maggiore” al congresso del Partito Operaio Italiano.
Tradusse per la biblioteca popolare socialista “il Manifesto del partito comunista” di K. Marx e F. Engels.

Si trasferì a Milano dove lavorò nello studio di Filippo Turati e fondò il giornale l’“Amico del popolo” i cui 27 numeri usciti furono tutti sequestrati dalle autorità.
Pubblicò le sue prime opere poetiche “Alla conquista dell’Avvenire” e “Prigioni e Battaglie”: l'intera tiratura, circa 9.000 copie, andò esaurita in un breve tempo.

Nel 1892, il 14 agosto, al congresso nazionale delle organizzazioni operaie e socialiste, tenutosi a Genova, fu tra i più strenui oppositori della maggioranza riformista che diede vita al Partito dei Lavoratori Italiani che si trasformò in seguito nel Partito Socialista Italiano.

Nel 1893 fondò la rivista “La Lotta Sociale”, ben presto costretta a sospendere le pubblicazioni per i continui sequestri.

Dopo l’attentato da parte di Sante Caserio contro il presidente della repubblica francese Sadi Carnot, Gori venne accusato dalla stampa borghese di esserne l’ispiratore.
In conseguenza di ciò, nel 1894, dopo l'approvazione voluta dal governo Crispi di tre liberticide leggi anti-anarchiche e per sfuggire ad una condanna a cinque anni, fu costretto ad espatriare clandestinamente.

Nel gennaio del 1895, a Lugano, fu arrestato con altri diciassette esuli politici italiani e dopo due settimane di prigione venne espulso ed accompagnato alla frontiera con la Germania.
Nell’occasione scrisse la famosa canzone “Addio Lugano Bella”.

Dalla Germania, passando per il Belgio giunse a Londra dove incontrò i principali esponenti dell’anarchismo internazionale da Kropotkin, a Louise Michel, da Carlo Malato a Sebastian Faure oltre naturalmente al solito Enrico Malatesta.

Nel 1895 si trasferì negli Stati Uniti d’America per un viaggio di propaganda, dove in un anno circa, viaggiando in tutto il paese tenne oltre 400 conferenze.
Qui collaborò al periodico di Patterson (New Jersey) “La Questione Sociale”.

L’anno seguente fu colpito da una grave malattia e venne ricoverato al National Hospital di Londra, dove fu assistito da Loiuse Michel.
Per l'interessamento dei compagni e dei parlamentari Bovio e Imbriani, il governo italiano gli concesse di rientrare in Italia ma lo obbligò, almeno inizialmente, a risiedere all’isola d’Elba.
A dicembre dello stesso anno si trasferì a Rosignano Marittimo presso la famiglia.
Riprese i contatti con il movimento anarchico e continuò l'attività di avvocato.

Nel 1898 difese, davanti alla Corte d’Assise di Casale, i compagni protagonisti delle rivolte di Carrara ed ad Ancona i compagni, fra cui il Malatesta, della redazione dell’"Agitazione".
Collaborò a diversi periodici anarchici fra cui l’"Agitazione" di Ancona.

Fu costretto ancora una volta ad emigrare.
A Marsiglia si imbarcò per il sud America, mentre le autorità italiane lo condannarono a 12 anni di carcere.
In sud America si fece conoscere oltre che la sua attività politica anche per le sue qualità di studioso.
A Buenos Aires fondò la rivista scientifica “Criminalogia Moderna” che ebbe decine di collaboratori in tutto il mondo.

Nel 1902 rientrò in Italia sia per motivi familiari che di salute, agevolato da un’amnistia.

Nel 1903, con Luigi Fabbri, fondò a Roma la rivista “Il Pensiero”.
Il 27 novembre dello stesso anno muorì a Rosignano Marittimo la madre.

Nel 1904 intraprese un viaggio in Egitto e in Palestina di cui diede una relazione in una brillante conferenza tenuta all’Associazione della Stampa in Roma.
Continuò poi a tenere conferenze di propaganda e a seguire la propria professione di avvocato, difendendo molti compagni nei numerosi processi penali.
Partecipò al Congresso sindacalista di Bologna organizzato da O. Dinale tenendo una relazione sul tema dei rapporti fra sindacato e partiti politici.
Partecipò alle agitazioni che si verificarono all’Isola d’Elba per la morte di tre operai ed il ferimento di molti altri per lo scoppio di un altoforno.

Nel 1909 a Portoferraio tenne la sua ultima conferenza in commemorazione di Francisco Ferrer.

L’8 gennaio del 1911 morì a Portoferraio circondato dalla sorella Bice e dall’operaio anarchico Pietro Castiglioli lasciando un'ampia produzione letteraria che spazia dal saggio politico al teatro, dalla criminologia alla poesia oltre alle arringhe e alle conferenze.
La città di Portoferraio gli ha dedicato la piazza principale del Paese, dove ha sede il municipio.

8 gen 2011





Russia 1917

Il controllo della cultura



Nell'ottobre del 1917 i bolscevichi conquistarono il potere in Russia.

I comunisti imposero immediatamente uno stretto controllo su ogni forma di espressione culturale per eliminare alla radice ogni pensiero non conforme alla loro ideologia.

Il 18 ottobre 1927 lo scrittore V. Nabokov scrisse:

"Disprezzo il credo comunista in quanto idea meschina dell'uguaglianza, pagina grigia nella storia festosa del genere umano, negazione della bellezza terrena e ultraterrena; una cosa che stupidamente viola il mio libero Io, un incoraggiamento all'ignoranza, all'ottusità e all'autocompiacimento".

La censura prima dei boscevichi

In Russia la censura era stata istituita nel 1826 e abrogata nel 1906. Nel 1914 venne introdotta la censura militare a causa dello stato di guerra. Il 27 aprile 1917 il governo provvisorio tolse le restrizioni esistenti sulla stampa, ad eccezione di quelle inerenti la rivelazione di segreti militari.

La censura bolscevica

Appena preso il potere i bolscevichi con il decreto del 27 ottobre 1917 ordinarono la chiusura di tutti i giornali "controrivoluzionari", come misura temporanea.

Nel febbraio 1918 il decreto venne sostituito da una legge che concedeva teoricamente ai cittadini il diritto di pubblicare. La stessa legge imponeva di notificare alle autorità i nomi degli editori e gli indirizzi delle imprese. I quotidiani vennero obbligati a pubblicare in prima pagina i decreti e i regolamenti governativi.

I commissariati della stampa

Nel frattempo il regime aveva costituito nelle città importanti i "commissariati della stampa", organo del Sovnarkom. I commissariati potevano sospendere le pubblicazioni ostili e porre sotto sequestro le tipografie a loro discrezione. Lo stesso potere con decreto del dicembre 1917 venne esteso ai soviet.

Il tribunale rivoluzionario della stampa

Il 28 gennaio 1918 venne istituito il "Tribunale rivoluzionario della stampa" con il compito di giudicare editori e autori colpevoli di aver pubblicato informazioni "false o distorte". Era la Ceka a fornire gli imputati al tribunale. Tra ottobre 1917 e maggio 1918 vennero chiusi 130 quotidiani.

Il controllo della pubblicità

Il 7 novembre 1917 la pubblicità era divenuta monopolio di stato. Di conseguenza la stampa perse gran parte della propria libertà economica.

La nazionalizzazione delle imprese editoriali

Il regime intraprese fin dall'inizio l'opera di nazionalizzazione delle imprese editoriali che vennero concesse in gestione ad organizzazioni bolsceviche.

La chiusura dei giornali non bolscevichi

Il 7 luglio 1918 venne ordinata la chiusura di tutti i giornali non bolscevichi di Mosca. Il divieto venne ben presto esteso a tutta la Russia.

La costituzione russa

Il 19 luglio 1918 venne pubblicato il testo della costituzione della RSFSR. All'articolo 14 si stabiliva che per garantire la autentica libertà di opinione il governo doveva abolire la difesa del capitale effettuato dalla stampa e doveva affidare l'editoria a operai e contadini poveri. In base a questi principi entro dicembre 1918, solo a Mosca, vennero chiusi 150 quotidiani che avevano una tiratura complessiva di 2 milioni di copie. Analoga ostilità si manifestò anche contro i periodici.

Monopolio di stato nell'editoria dei libri

Nel dicembre 1917 venne istituita la Casa editrice di stato (Gosizdat), organo del Narkompros. Alla Casa editrice venne affidato il monopolio della pubblicazione dei libri. Il 12 dicembre 1921 la Casa editrice ebbe anche il compito di gestire la censura libraria.

Monopolio di stato nell'editoria dei giornali

Il 27 maggio 1919 venne stabilito il monopolio di stato sui giornali.

Monopolio di stato per la vendita dei libri e dei giornali

Nel 1920-21 venne stabilito il monopolio di stato sulla vendita dei libri e dei giornali.

Epurazione delle biblioteche

Nel 1920 venne creato il Comitato principale per l'Istruzione politica (Glapolitprosvet) che ordinò l'eliminazione dalle biblioteche della "letteratura obsoleta". Furono eliminate da tutte le biblioteche le opere di 94 autori. Tra questi:

- i filosofi Platone, Cartesio, Kant, Schopenhauer, H. Spencer, Nietzsche

- lo scienziato E. Mach

- lo psicologo W. James

- il mistico V. Soloviev

- il rivoluzionario P. Kropotkin

- lo scrittore L. Tolstoj.

Due copie delle loro opere venne chiuse in un deposito speciale.

Il controllo totale sulle pubblicazioni e sulle arti

Il 6 giugno 1922 venne istituito l'organo ufficiale di censura con il nome di "Amministrazione generale per le questioni letterarie ed editoriali" (Glavit). Questa agenzia ebbe il compito di:

- esercitare la censura preventiva su tutte le pubblicazioni e il materiale illustrativo

- redigere l'indice della letteratura proibita

- combattere le pubblicazioni clandestine

- impedire l'mportazione di libri con "contenuto idealistico, religioso e antiscientifico"

- scrivere il piano orientativo generale delle pubblicazioni

- nominare i consiglieri di amministrazione dei periodici.

Il Glavit lavorava in collaborazione con il GPU, che era succeduto alla Ceka.

Nel 1923 le competenze del Glavit vennero estese alle arti dello spettacolo: teatro, cinema, spettacoli musicali e di varietà, registrazioni discografiche, ecc.

La fine della censura

Nell'edizione del 1934 della "Grande Enciclopedia Sovietica" si legge che "la rivoluzione d'ottobre pose fine alla censura zarista e a quella borghese".

SBF

7 gen 2011





Ilio Barontini un livornese anarchico ed un anarchico livornese.
A Ilio Barontino ,capo partigiano è dedicata la famosa Coppa Barontini.

Nato a Cecina, provincia di Livorno, il 28 settembre 1890. Operaio tornitore meccanico. A 13 anni già milita nel movimento anarchico di Livorno. Quando, due anni più tardi entra come apprendista tornitore al Cantiere Orlando, si iscrive al Partito Socialista. iovanissimo è già sul fronte del non intervento nella prima guerra mondiale; successivamente è tra i gruppi organizzati di Ordine Nuovo; nel ’21 è tra i fondatori del Pci ed è eletto consigliere comunale, segretario provinciale del PCd’I, responsabile della Camera del lavoro livornese. E’ il periodo del più brutale terrore fascista; nel ’22 subisce i primi mesi di galera. Perseguitato, arrestato, denunciato più volte, ma sempre pronto a riprendere, subito dopo, il suo posto di battaglia. Condannato a tre anni dal tribunale speciale, appena libero, torna in campo; nel ’31 è costretto ad emigrare (raggiunge la Francia, molto avventurosamente, su una barca via Corsica). Non è che l’inizio di una milizia politica, condotta tutta sul campo e quasi sempre in clandestinità, che doveva durare fino al 1945. A Marsiglia, per ordine del partito, organizza il movimento antifascista ed è in contatto con gli esuli politici di mezza Europa. Passato in Urss, studia e lavora, seguendo corsi di formazione presso l’Armata Rossa. Nel '36 è tra i primi ad accorrere in Spagna, è lui a condurre la battaglia di Guadalajara. Ricorda Pesce: «Barontini sostituì Pacciardi che era stato ferito e si rivelò uno stratega e un galvanizzatore eccezionale. La battaglia fu lunghissima, dall’8 al 24 marzo, un tempo da cani. Barontini non stava seduto al quartier generale, lui. Ogni giorno passava tra le postazioni. Ci spiegava la situazione, ci incoraggiava. Sempre tranquillo». Nel ’38 l’Internazionale comunista decise di aiutare la resistenza in Etiopia. Di Vittorio chiama Barontini e forma un terzetto con lo spezzino Rolla e il triestino Ukmar. Si chiamavano "i tre apostoli". Barontini era Paulus, Rolla era Petrus e Ukmar Johannes. Il loro compito è di saldare le forze abissine. Malgrado il pugno di ferro di Graziani, l’Etiopia non si era sottomessa. Barontini, Rolla e Uckmar avevano un lasciapassare del Negus. Organizzarono in Abissinia un forte movimento partigiano e un governo provvisorio di patrioti, diffondendo in due lingue un giornale ebdomadario "La Voce degli Abissini". In seguito il Negus dette a Barontini il titolo di vice-imperatore. Ras Destà, rappresentante etiopico alla Società delle Nazioni, li accompagnò fino a Khartoum. Graziani aveva messo una taglia sulla sua testa, ma lui riesce a sfuggire, a Khartoum è accolto da Alexander, dal quale sarà poi decorato.
Quando la Francia di Petain e di Laval è in ginocchio davanti a Hitler vincitore, Barontini è già in Francia dove organizza il maquis, i franchi tiratori del Ftp. «I tedeschi - ebbe a scrivere Antonio Roasio ricordando quegli anni - calcavano il suolo di Parigi, i lavoratori francesi mordevano il freno; era in quell’atmosfera che si organizzarono i primi nuclei di partigiani - FTP -... Dai piccoli colpi con la rivoltella si passò ad azioni combinate tra diversi gruppi eseguite a colpi di bombe. Bombe di vario tipo, che i Ftp chiamavano bombe "Giobbe", il nome di battaglia di Ilio Barontini». In Francia si faceva chiamare Barone; in Italia il suo nome di battaglia è Dario. Il generale Dario.
La sua epopea partigiana la racconta, con vera ammirazione, lo stesso Amendola ("Comunismo, antifascismo, resistenza", Editori Riuniti): «E poi il ritorno in Italia, primo istruttore dei gappisti. Egli organizzò Sap e Gap a Torino, Milano ed in altre parti d’Italia, in Emilia e anche a Roma». Dal settembre 1943 Dario è infatti in Italia, al lavoro nella resistenza. «Da Bologna, città-base, Barontini cominciò il suo "giro d’Italia" - scrive sempre Antonio Roasio ("Figlio della classe operaia", Vangelista) - cioé a visitare le città dell’Italia centro-settentrionale per organizzare e far funzionare i gruppi gappisti. Studiava gli uomini, le loro caratteristiche, insegnava i primi elementi sulla costruzione di bombe a mano, bombe a scoppio ritardato, come far deragliare un treno, ecc... Aveva sempre con sé una vecchia borsa sgualcita, che certa non poteva passare per quella di un avvocato. Un giorno gli chiesi che cosa custodisse tanto gelosamente: l’aprì, c’erano dei panini, alcuni oggetti personali e dei candelotti di dinamite». In Emilia ha il comando; è sotto la sua guida che è condotta la battaglia decisiva sulla Linea Gotica, e agli Alleati consegna una Bologna liberata. Il generale Alexander gli appunta sull’uniforme la bronze star. Dozza gli conferirà la cittadinanza onoraria. Ilio Barontini muore (insieme a Leonardo Leonardi e Otello Frangioni) in un incidente d’auto il 22 gennaio 1951, mentre torna da Firenze dove ha partecipato al XXX congresso del Pci.

SBF

nelle foto I capi partigiani,da sinistra Ilio Barontini,Walter Audisio,Moranico.

foto d'archivio della Coppa Barontini

5 gen 2011

Breve storia della bandiera italiana scritta da Lucio Villari


Il Tricolore è una bandiera politica e ideologica, come gran parte delle bandiere che, a cominciare da quella americana, sono nate tra '700 e '800 da rivoluzioni, guerre di liberazione e indipendenza, conflitti sociali, rivolte popolari. Che per quasi cento anni, dal 1848 al 1946, sia stato il vessillo, con al centro la bianca croce di Savoia, prima del regno di Sardegna poi del regno d' Italia, non deve far dimenticare che fu adottata da Carlo Alberto non quando promulgò lo Statuto (il 4 marzo 1848), ma quando il Piemonte intervenne militarmente nella prima guerra d'indipendenza contro gli austriaci, cioè dopo le Cinque giornate di Milano. Dunque, anche in questo caso, il Tricolore fu accettato dal re come simbolo di una guerra rivoluzionaria. Cioè fu restituito al suo atto di nascita che fu appunto rivoluzionario, repubblicano e unitario.

Repubblica Cispadana
Repubblica Cisalpina (1797 - 1802)
Repubblica Italiana (1802-1805)



Da Unificazione italiana

Era il 7 gennaio 1797 e da meno di un mese era stata proclamata a Reggio Emilia la repubblica Cispadana che riuniva popolazioni e città dell'Emilia e di Modena ribellatesi al loro Duca e le Legazioni dello Stato pontificio. Il tricolore repubblicano, ispirato a quello francese, adottò il verde invece del blu per richiamare il colore delle pianure della Val Padana . Quando, con l'entusiasmo per una libertà sempre sognata, a Milano fu fondata la repubblica Cisalpina (che comprendeva la Cispadana), il Tricolore della libertà sventolò dovunque. Rimase con questo preciso e indiscutibile segno politico quando la Cisalpina si trasformò, nel 1802, in repubblica italiana, con capitale Milano e tre anni dopo in regno d'Italia. In nome di questo regno sventolò dalla Lombardia al Veneto all'Istria alla Dalmazia fino alle Marche. Nel 1809 fu issato nel Trentino dove rimase fino al 1814, fino a quando gli austriaci non tornarono in forze a occupare tutti i territori italiani del nord e dell'est .Vi tornerà nel 1918.

Con il Congresso di Vienna la vecchia Europa monarchica rinacque con i vecchi sovrani e le vecchie bandiere dinastiche. Nell'Italia divisa in sette Stati il Tricolore si inabissò nelle sette segrete rivoluzionarie (tra i primi i Carbonari) o sventolando, a dispetto di polizie, censure, arresti e processi, in tutte le insurrezioni e nei movimenti liberali e democratici che per più di 30 anni attraversarono la penisola dalle Alpi alla Sicilia, fino al 1848. Fu sulle barricate di Palermo, Milano, Napoli e persino tra i volontari di Pio IX nella guerra combattuta da Carlo Alberto. L'anno dopo tornò bandiera repubblicana nella repubblica romana di Mazzini e nella repubblica di Venezia di Manin: fu impugnato dagli unitari monarchici e mazziniani e dai federalisti, dai liberali, dai democratici e dai primi socialisti: Pisacane lo portò con sé nella sfortunata spedizione di Sapri del 1857 ( la "Spigolatrice di Sapri" canterà la barca dei 300 giovani e forti che "andava a motore e batteva la bandiera tricolore"). Garibaldi e i Mille, tre anni dopo, lo pianteranno a Marsala, Salemi, Calatafimi, Palermo, Reggio Calabria, Napoli. La profezia del 1847 del 21enne Goffredo Mameli nel "Canto degli Italiani" (il nostro inno nazionale): "Raccolgaci un'unica bandiera", va letta con i versi successivi (che nessuno, mi pare, riesce a cantare negli stadi e nelle manifestazioni pubbliche), "Una speme: di fonderci insieme già l'ora suonò". (Lucio Villari)