Lettori fissi

04 mar 2012


La citta' e la sua nave




di Gian Ugo Berti

La Vespucci non è Livorno, né Livorno può essere la Vespucci. Ma fra gli scali costieri, certo Livorno vanta - complice la presenza dell'Accademia Navale - una priorità non tanto logistica, quanto e soprattutto sentimentale ed affettiva. E' il pensiero che Angiolo Berti, giornalista e storiografo della Marina Militare, ha voluto trasmettere attraverso riflessioni scritte, ormai infermo per la malattia, maturate comunque nel tempo da cittadino di questa città. Un rapporto con il mare e le vele da sempre vissuto con rispetto e fierezza dalla sua gente, a contatto con gli elementi della natura, dai venti alle onde, indomabili, unici ed eterni. Tra breve, la Vespucci tornerà a Livorno per rinnovare una tradizione indissolubile, come espressione al contempo di quella Marina velica italiana che, non per nulla, è chiamata la "Grande silenziosa". Ed è anticipando appunto quel fatidico giorno che rimane quanto mai attuale il suo spirito labronico, intriso di salsedine e forgiato dal vento di sud-ovest. «Ogni volta che toglierà gli ormeggi o calerà le ancore - usava dire - i livornesi saranno con lei ed io, anche quando non ci sarò più, continuerò ad essere sul porto ad ammirarla». Sette anni dopo la scomparsa, sono parole che - siamo certi - risuonano sempre vive e palpitanti nella mente, nel cuore e nell'animo di tanti. Singoli ricordi, lontane immagini, persone ed avvenimenti, capaci di muoversi come semplici attori o grandi protagonisti, in ogni caso tali da accompagnare chi li abbia vissuti per tutta la vita. Ecco perché proponiamo questo toccante ricordo della Vespucci e del suo particolare, inimitabile rapporto con la città e la propria gente, affinché anche le nuove generazioni facciano proprio un valore così genuino ed inestimabile. «Il vento che scuote le vele dei battelli - escluso s'intende il libeccio che può condizionare la stessa navigabilità dello scafo - è, al pari del rapporto umano un sentimento di forza ma, insieme, di prudenza», scriveva Angiolo Berti. «Quando, issate a bordo le ancore per avviarsi al mare aperto, il veliero si china sul fianco, spesso piegato dal soffio del maestrale, non solo si richiama alla realtà oltre le righe, ma rende testimonianza di bravura agli uomini di bordo ed alla loro professionalità, fatta d'esperienze ed assieme di coraggio». «Le navi a vela - aggiungeva - pur essendo romantici esempi o ricordi d'un lontano passato, mai verranno cancellate dalla realtà del mare. Sono le onde, pur se talvolta infide e violente, che sanno unire il mondo velico di oggi a quello di ieri. Ardimento ed impegno tecnico testimoniano così una memoria, anche umana, ormai millenaria e che mai verrà meno. Nostro dovere, come uomini che amano il mare, è mantenere, nel sentimento e nel rapporto col prossimo, il ricordo del trapasso dalla leggenda di ieri alla realtà ed all'immagine ugualmente vive di oggi». Ed ecco il punto ,forse il più significativo. «La nave scuola Vespucci - si legge nelle memorie custodite alla Fondazione che porta il suo nome a Casciana Terme - non è il solo battello che ci richiama alla storia del mare. Anche Palinuro, Corsaro 2° e Stella Polare sono vascelli che, pur a tonnellaggio ridotto, sono essenziali per le esercitazioni veliche». «Chi ami il mare - era il suo pensiero - non può non vedere l'esempio prioritario di tale vocazione nella nave scuola Vespucci. La severità della vita di bordo è una vocazione, appunto testimoniata anche dal silenzio dei marinai. Non per nulla la Marina velica italiana è chiamata la "Grande silenziosa». «Elemento fondamentale rimane però il vento, quale ne sia la forza, che dà alla nave vita propria, come un risveglio dal sonno. Se dunque il rapporto uomo-tempesta può talvolta preoccupare i naviganti, un pensiero sempre li tranquillizza, perché dopo l'uragano sempre giunge il sereno». «Vivere allora sulla nave velica testimonia una vocazione: se spesso la giornata è fatta di tanti pensieri, il sentimento che unisce i marinai alle famiglie lontane possiede un severo messaggio d'eccezione. Testimonia, in sostanza, l'affetto profondo, senza precedenti, che unisce il mare e le persone. Non solo le onde aiutano cioè a superare le distanze, ma danno alla giornata un valore, si può ben dire, d'apertura ai rapporti umani che aiutano a guardare oltre l'orizzonte». Le navi da guerra, però, sono un mondo parallelo. «La realtà del mare, quale ne sia la spinta delle onde, ci conduce alle esperienze delle navi da guerra. I conoscitori di quel mondo militare ben sanno che il fascino di siluri e cannoni, solo chi l'avverte giorno per giorno può ben conoscerlo e ne vive la leggenda anche storica». «Sono esperienze, con risvolti umani, che fanno riflettere: la vita di bordo non è semplice, ma il suo fascino arricchisce la giornata. Il marinaio con la nave - quella a vela - testimonia la propria forza personale, il coraggio, l'abilità. La vita del mare, va sottolineato, rappresenta una vera e propria vocazione, non un mestiere. Il carattere dei marinai,semplice e schietto, riservato e composto, è tipica espressione d'un valore morale di enorme spessore. Ma soprattutto è la nave a vela che rende migliore l'uomo, anche sul piano del carattere». «Pur a contatto con la fragilità della persona rispetto alle onde - sono sue parole - è il mare che esalta l'impegno dell'uomo, quale che sia l'età,ad operare meglio. E' quindi il vento che dà alla nave a vela una vita propria. Soprattutto perché l'uomo che opera sulla nave a vela vive di rinunce. Il sentimento poi che unisce i marinai alle famiglie lontane possiede un valore d'eccezione. Non solo aiuta a superare le distanze, ma dà alla giornata sicuro sostegno - quello del mare e dei venti - che fa dell'uomo un personaggio particolare». «Operare sulla nave velica testimonia, dunque, una vocazione: posto che la giornata sovente è caratterizzata da tanti e difficili momenti, un sentimento nostalgico unisce al pari della leggenda gli uomini di mare alle famiglie nelle loro case. Tale sentimento testimonia quindi l'affetto profondo che unisce la persona degli scali costieri al mare, in una realtà sola, alla pari delle onde. Non solo allora i marosi ed il vento sostengono l'uomo a vivere a contatto della natura - concludeva - ma danno alla giornata trascorsa sul mare - vedi appunto la tradizione livornese - un valore aperto ai rapporti umani che sanno guardare lontano alla pari della storia tirrenica». Per la cronaca, Angiolo non è mai salito a bordo della Vespucci, né su alcuna altra nave. Livornesi, dunque, si nasce. E la sua livornesità la seppe validamente esprimere anche in un momento particolarmente difficile, quando cioè nel 1971 venne decisa la messa in disarmo perché - si diceva - troppo onerosi sarebbero stati i costi di una radicale ristrutturazione (in quell'occasione la Vespucci compiva quarant'anni). Così Angiolo, di propria iniziativa, dedicò in tempo reale un'intera pagina sull'allora Il Telegrafo spiegando, con la partecipazione di esperti fra cui lo stesso Capo di Stato Maggiore della Marina, che mai si sarebbe più potuta ricostruire un'altra Vespucci. Ed al tempo stesso, in qualità di giornalista parlamentare, pose quelle Istituzioni davanti all' alternativa. E se oggi la "Vespucci" continua a solcare sempre i mari del mondo e Livorno s'appresta dal canto suo a darle di nuovo la benvenuta, lo si dovrà anche al coraggio e, perché no, ad una spregiudicatezza tutta labronica, schietta, forte ed istintiva, di uno dei suoi figli. Quella "pagina" è stata poi donata, in ricordo dell'avvenimento, all'Accademia Navale da parte della Fondazione. Questo dunque era Angiolo, un livornese come tanti, suo padre era operaio, sua madre una donna analfabeta. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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