Lettori fissi

07 dic 2011




I dimenticati:tra i grandi che si ricordano come vittime degli anni di piombo ,ci sono decine di dimenticati,nè eroi nè volontari al sacrificio,semplicemente ignare persone ,sempre di umile estrazione che si trovarono per caso nel passaggio della STORIA.OGGI,(MA CHI LO RICORDA?)moriva Romiti,un poliziotto .Era il 1979.


Fu assassinato da un commando di terroristi delle Brigate Rosse il 7 dicembre in via Casilina, nel quartiere romano di Torre Spaccata.

Il maresciallo Romiti era responsabile da circa 11 anni della Squadra di Polizia Giudiziaria del Commissariato Centocelle. Il mattino del 7 Dicembre, intorno alle 7,45 si stava dirigendo a piedi verso la fermata dell’autobus che lo avrebbe portato al Tribunale di Roma, dove avrebbe dovuto testimoniare in un processo. Poco prima di raggiungere la fermata da dietro un muretto sbucarono 3-4 giovani armati di pistola che aprirono il fuoco contro il poliziotto, ferendolo mortalmente. Prima di fuggire uno dei terroristi gli sparò un colpo di grazia alla testa.

Gli assassini vennero arrestati negli anni successivi e condannati all’ergastolo.

Il maresciallo Romiti era stato uno dei promotori della formazione del primo sindacato di Polizia.

Mariano Romiti era sposato e padre di quattro figli. Il giorno del suo assassinio avrebbe dovuto festeggiare il quindicesimo compleanno del figlio minore.

Tra il 1971 ed il 2003 le Brigate Rosse si resero responsabili dell’ assassinio di 89 persone, per la maggior parte membri delle Forze dell’Ordine.

Fonte: Corriere della Sera, “la notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, ed. Nuova Eri- Mondadori


Il delitto di Romiti viene ricordato per caso,con indifferenza delle BR e della magistratura,quasi fosse una pecora morta in un gregge.


Non meno importante si rivelava l'interrogatorio di Emilia Libera che, avendo condiviso con Savasta "la scelta esistenziale definitiva", poteva avallare le ammissioni del "Diego" e arricchire il quadro probatorio con ulteriori, utilissimi elementi di fatto.
Così, la "Nadia" asseriva di essere impegnata negli anni 1975-1976 nel "Comitato Comunista Centocelle" in "un'attività politica di quartiere, nelle scuole del quartiere, per autoriduzioni ed occupazione di case"; ribadiva che nel Co.Co.Ce. "c'era una struttura di servizio d'ordine che aveva una funzione di braccio armato"; confermava di essere entrata nelle Brigate Rosse dopo la riunione, convocata da Bruno Seghetti nell'abitazione della zia di Anna Laura Braghetti, a cui erano intervenuti anche Arreni, Savasta e Morucci.
Inserita nella brigata "Centocelle", con Savasta e Arreni, aveva cominciato il suo lavoro occupandosi "all'interno del territorio di competenza dei personaggi che si facevano carico di portare avanti quella che a livello centrale avevamo individuato come linea dello Stato. In quel periodo si prestava soprattutto attenzione al discorso di rinnovamento della Democrazia Cristiana, al discorso della ricerca da parte di questo partito di costruirsi un volto popolare".
Sul piano concreto, era stata "bruciata, con una tanica di benzina, la macchina di Sodano Ugo, un consigliere circoscrizionale della D.C." e, su segnalazione del Seghetti, quella di Filippo Mario, segretario di una sezione del Tiburtino.
Finché, "verso la fine del 1977", la Libera era stata, insieme a Savasta, "spostata alla brigata universitaria" ed aveva "incontrato per la prima volta Spadaccini e Piunti".
"Ancora in presenza di quello che era stato il cosiddetto movimento del 77, l'università era un grosso punto di aggregazione; c'erano continuamente assemblee, si erano costituiti diversi collettivi e diverse strutture", per cui i membri della brigata si erano posti principalmente il compito di "propagandare" con volantinaggi e contatti individuali la necessità della lotta armata.
Ma oltre a ciò, costoro avevano danneggiato le auto di due professori notoriamente democristiani ed avevano condotto a termine alcune "verifiche" su docenti rei soltanto "di accreditare questa immagine di rinnovamento della Democrazia Cristiana".
Una indagine "autonoma" aveva riguardato anche il prof. Franco Tritto, assistente dell'on. Moro, al quale si intendeva incendiare la vettura.
Sennonché, "all'incirca un mese prima" del 16 marzo 1978, ci si era resi conto che pure Bruno Seghetti stava "svolgendo per conto suo un'inchiesta sulla stessa persona seguendone i movimenti" e l'iniziativa originaria era stata abbandonata.
"Al momento la cosa era sembrata strana", ma poi, "quando era uscito fuori che erano state fatte delle telefonate al prof. Tritto" durante "la prigionia di Moro", la circostanza aveva acquisito un chiaro significato.
Nel medesimo periodo, peraltro, i brigatisti erano stati tutti mobilitati "perché c'era in preparazione una azione grossa" ed era stata approntata una lista "molto lunga" di veicoli da rubare.
Emilia Libera ammetteva di avere "gestito" con i suoi compagni la Renault rossa consegnata, proprio da lei e "da Spadaccini che la guidava", a Bruno Seghetti in Piazza Albania e di avere "distribuito volantini e comunicati nell'Ateneo", ma escludeva categoricamente di avere avuto un ruolo più determinante negli eventi in questione.
Però da Bruno Seghetti aveva appreso che "lui aveva condotto la macchina con cui era stato portato via Moro", mentre, più tardi, allorché era stata catturata la Braghetti, Maurizio Iannelli le aveva confidato che "non si erano accorti che la casa di "Camilla" era stata la prigione di Moro".
E sempre Seghetti aveva sostenuto che ad uccidere il parlamentare "era stato Gallinari", che appunto abitava nell'appartamento della Braghetti.
Ancora, Barbara Balzerani, in una diversa occasione, aveva aggiunto "che erano stati necessari diversi colpi "giacché" quando si spara ad una persona al cuore questa non cessa subito di vivere".
La giovane asseriva, tuttavia, di esser intervenuta nel dibattito che si era aperto sulla conclusione della "campagna" e di avere manifestato l'opinione che l'ostaggio ...
In realtà, Morucci e Faranda "pensavano che fosse meglio liberare Moro" secondo "una linea che privilegiava le contraddizioni all'interno della classe e non quelle all'interno dello stato", prendendo atto "del fatto che era un livello di scontro troppo alto a cui il movimento in quel momento non era assolutamente preparato".
Era, invece, prevalsa la tesi opposta nel convincimento che " l'organizzazione, rispetto al tipo di richieste avanzate e alla mancata accettazione, avrebbe saputo scaricare la morte di Moro come una contraddizione sulla classe politica che non aveva voluto prestarsi alla trattativa".
La Libera non aveva difficoltà a confessare le proprie responsabilità, specie in ordine all'assalto della sede del Comitato Romano della Democrazia Cristiana, compiuto da un commando formato da 15 unità - oltre ai brigatisti citati da Savasta, menzionava tra i partecipanti anche "Carlo" - e precisava di esser divenuta "regolare" in coincidenza "con la partenza per la Sardegna nel novembre 1979".

Con estrema lucidità la "Nadia", rispondendo a specifiche domande dei giudici e delle parti, era in grado di ricostruire momenti salienti di un'attività criminale che dal 1976 al maggio 1980 aveva insanguinato le vie della capitale.
E giustificava il suo mutato atteggiamento con una serie di argomentazioni che partivano dalle considerazioni della sconfitta politica delle Brigate Rosse.
"Il problema è che ho maturato una crisi rispetto alla mia appartenenza alle Brigate Rosse, nel senso che mi sono resa conto di tutta una serie di problemi: le spaccature che ci sono state, l'uscita di molti compagni dall'organizzazione, l'incapacità dell'organizzazione di costruire una linea politica che si collegasse realmente con i problemi della classe. Mi sono resa conto che non soltanto non eravamo riusciti a fare questa cosa, cioè a dare quella che pensavamo essere una soluzione politica più alta in termini di potere e di cambiamenti alla classe, ma avevamo contribuito a chiudere tutta una serie di spazi che il movimento si era conquistato e a distruggere anche la ricchezza delle lotte che si erano prodotte. Il problema era stato costituito dal fatto che abbiamo fatto un'analisi un po' superficiale: siamo partiti dalla crisi - una crisi inevitabile, sempre più acuta - e da questo ci siamo allacciati all'antagonismo che la classe esprimeva ai livelli di ristrutturazione; il problema è stato che questa cosa, invece di leggerla come semplice antagonismo, come semplice contrapposizione di interessi, nella nostra mente, nel nostro progetto, l'abbiamo letta come tendenza alla guerra civile, come possibilità di costruire una guerra di lunga durata che sostituisse lo Stato con il potere del proletariato... Oggi c'è una grossa scollatura con la classe e il livello scelto conduce le Brigate Rosse a uno scontro sempre più e soltanto militare".

Le conseguenze negative di una simile impostazione la spingevano, dunque, ad assumersi "la responsabilità di dire tutto quel che sapeva e contribuire a sconfiggerle politicamente, oltre che dagli altri punti di vista".
Antonio Savasta ed Emilia Libera indicavano, per quanto a loro conoscenza, gli autori materiali di ulteriori gravi episodi rivendicati dal sodalizio terroristico, consentendo in tal modo alla Corte di apprendere che:
- all'attentato incendiario in danno di Ferrari Vittorio aveva partecipato anche Barbara Balzerani;
- all'attentato contro Perlini Mario avevano partecipato "Camillo" e "Marzia";
- all'attentato contro Cacciafesta Remo avevano partecipato Balzerani, Faranda e Brioschi;
- all'attentato contro Fiori Publio avevano partecipato anche Seghetti, Balzerani e Gallinari;
- all'omicidio di Riccardo Palma aveva preso parte un nucleo guidato da Prospero Gallinari, il quale aveva dovuto personalmente far fuoco sul magistrato, poiché "la persona che doveva sparargli all'ultimo momento non se l'era sentita";
- all'assalto della Caserma "Talamo" avevano partecipato anche Arreni, Piccioni e Seghetti;
- all'omicidio di Tartaglione Girolamo avevano preso parte Cianfanelli, "Camillo", "Marzia" ed altri;
- all'agguato nei confronti degli agenti della "Volante IV" avevano preso parte Piccioni, Morucci, Cacciotti, May e Cianfanelli;
- alla rapina in danno di Ferretti Riziero con lo stesso Savasta erano presenti Seghetti, Petrella Stefano e "Silvia";
- all'attentato contro gli agenti della scorta dell'on. Galloni avevano partecipato Gallinari, Loiacono e Faranda che aveva nell'occasione usato la pistola in seguito passata al Savasta;
- alla rapina compiuta nel garage di Via Salaria avevano partecipato Morucci, Piccioni, Cianfanelli, May e Cacciotti;
- all'omicidio di Schettini Italo avevano partecipato anche Seghetti e "Marzia", mentre "l'inchiesta era stata effettuata da Pancelli e Padula";
- all'attentato contro Pecora Gaetano avevano partecipato Iannelli, "Marco" e Ricciardi che, anzi, aveva redatto il volantino di rivendicazione;
- alle rapine nelle autorimesse di Via Magnaghi e Via Chisimaio avevano partecipato Seghetti, Piccioni e Vanzi;
- all'attentato in danno di Tedesco Michele aveva partecipato Arreni;
- all'omicidio di Granato Michele avevano partecipato Ricciardi, Di Rocco, "Silvia" e "Nanà";
- all'omicidio di Taverna Domenico avevano partecipato anche la Braghetti e Iannelli;
- all'omicidio di Romiti Mariano avevano partecipato Arreni, Iannelli, Cacciotti e "Livio", mentre l'inchiesta era stata portata a termine proprio da Savasta;
- all'omicidio di Vittorio Bachelet avevano partecipato Seghetti e Braghetti, che aveva sparato contro la vittima;
- alla rapina in danno della Banca Nazionale delle Comunicazioni aveva partecipato un gruppo formato da Seghetti, Arreni, Vanzi, Piccioni, Pancelli, "Silvia" ed altri;
- all'omicidio di Minervini Girolamo avevano partecipato anche Piccioni e Padula;
- all'attentato in danno di Digiacomoantonio Savino avevano partecipato Iannelli e "Silvia";
- all'attentato contro Pirri Pericle avevano partecipato Iannelli, Vanzi e Padula;
- all'attentato in danno di Gallucci Domenico avevano partecipato Arreni, Di Rocco e "Silvia".

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