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28 dic 2011



La storia della famiglia Cervi

Conosciamo la storia della famiglia Cervi solo a partire dal padre di Alcide, Agostino Cervi. La famiglia Cervi dal 1893 lavora a mezzadria un podere in località Tagliavino di Campegine. Nel 1869 Agostino è uno dei protagonisti dei moti contro la tassa sul macinato, e passa sei mesi in carcere. Agostino Cervi e Virginia, sua moglie, hanno quattro figli: Pietro, Emilio, Alcide ed Ettore che è stato adottato. Nel 1899 Alcide Cervi sposa Genoeffa Cocconi di due anni più giovane di lui e tra il 1901 e il 1921 nascono nove figli, sette maschi e due femmine: Gelindo, Antenore, Diomira, Aldo, Ferdinando, Rina, Agostino, Ovidio ed Ettore. Nel 1920 Alcide Cervi esce dalla famiglia patriarcale del padre Agostino per formare la propria, e si trasferisce su un fondo a Olmo di Gattatico. Nel 1925 la sua famiglia si sposta su un fondo in località Quartieri, nella tenuta Valle Re di proprietà della contessa Levi SottoCasa, nel comune di Campegine.
Nel 1934 Alcide Cervi e i figli decidono di prendere un podere in affitto in località Campi Rossi, nel comune di Gattatico, rinunciando così alla condizione di mezzadri per quella di affittuari. La famiglia di Alcide Cervi, se nelle sue linee generali è riconducibile al modello patriarcale e solidale tipico delle famiglie contadine emiliano-romagnole, presenta però alcuni tratti di originalità: il protagonismo di alcuni dei figli, la forte personalità della madre Genoeffa Cocconi, la tendenza a prendere assieme le decisioni fondamentali. Questi caratteri specifici della famiglia dei Cervi hanno favorito e stimolato le innovazioni in ambito produttivo e la scelta di campo antifascista e partigiana che ha fatto di questa una famiglia contadina esemplare.
L'evoluzione della famiglia contadina dei Cervi si inserisce comunque in un processo più ampio che vede - a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, e con una forte accelerazione dopo la prima guerra mondiale - entrare progressivamente in crisi la struttura gerarchica e autoritaria delle famiglie contadine, ed affermarsi nelle campagne l'organizzazione socialista, fatta di cooperative, case del popolo, mutue, leghe di resistenza, camere del lavoro, protagoniste di numerose lotte per il rinnovo dei patti agrari. Il tutto in un quadro di profondo mutamento e modernizzazione dell'agricoltura emiliana.
La vicenda storica della famiglia Cervi parte dalla terra. I Cervi infatti sono una famiglia contadina, calata nel territorio e nella tradizione della media pianura padana, più precisamente la bassa reggiana. Nella loro casa, oggi trasformata in museo, è possibile percepire da subito questo carattere agricolo della loro identità: un luogo di memoria e di studio calato nella campagna coltivata, che ci parla di loro e del mondo contadino di cui facevano parte.




Alcide Cervi e Genoeffa Cocconi nascono negli ultimi decenni dell’800, nelle campagne tra Campegine e Gattatico. Hanno nove figli, sette maschi e due femmine: un numero non straordinario per le famiglie contadine di quel tempo, dove il nucleo domestico era una sorta di piccola società allargata a fratelli, nuore, zii e nipotini.
All’inizio del ‘900 la vita nei campi era dura e ai limiti della sopravvivenza, specialmente per quei contadini (ed erano la maggior parte) che non possedevano la terra che lavoravano. Era molto diffusa, infatti, la mezzadria: secondo questo contratto, gli agricoltori svolgevano tutto l’anno il proprio lavoro, per poi consegnare al padrone della terra la metà (spesso era una percentuale maggiore) dei raccolti. I mezzadri, per di più, erano costretti a trasferirsi molto spesso da un podere all’altro, senza mai la possibilità di costruire un futuro stabile per sé e per i propri figli.
Anche i Cervi erano stati mezzadri per lungo tempo: si erano stabiliti in diverse case e terreni delle campagne circostanti, ma costretti sempre al trasloco ogniqualvolta il contratto mezzadrile terminava, solitamente attorno alla metà di novembre. Ad ogni "San Martino" (l'11 di novembre, ndr), modo di dire ancora oggi in uso nella zona come sinonimo di trasloco, i mezzadri raccoglievano le poche masserizie di prorpietà, per trasferirsi altrove, e ricomincicare da capo il propio lavoro su una terra diversa. Per i Cervi, che avevano già sviluppato idee e progetti innovativi per la coltivazione e l'allevamento, significava una sofferenza ulteriore, da aggiungere alle difficoltà di sussitenza comuni a molti contadini. Fino al momento in cui la famiglia di Alcide arriva in questo grande podere, da tutti chiamato “ai Campi Rossi”.
Fu un grande salto di qualità: i Cervi lasciavano per sempre la mezzadria, per diventare affittuari. Il contratto prevedeva, cioè, che la famiglia, pur non essendo proprietaria, potesse condurre il fondo come meglio credeva, dopo aver pagato l’affitto al padrone. E’ il momento della svolta, l’occasione - per questa famiglia di contadini coraggiosi - di lavorare la terra e governare la stalla sulla base delle proprie idee all’avanguardia. I Cervi, infatti, non erano contadini che si accontentavano della sopravvivenza: avevano capito prima degli altri che per uscire dalla povertà e dallo sfruttamento occorreva soprattutto il cervello e la volontà, e non solo la fatica delle braccia. Con tale spirito arrivarono su questo podere dissestato, pronti a trasformarlo da cima fondo.
In casa di Alcide e Genoeffa era comune veder circolare libri ed opuscoli; nonostante la scolarizzazione nelle campagne fosse molto bassa a quel tempo, i loro figli erano stati allevati con l’amore per la lettura e il sapere. Una passione che i Cervi trasferirono subito nel loro lavoro, procurandosi volumi e pubblicazioni – per citarne alcuni – sulla coltivazione del frumento, sulla coltivazione e trasformazione dell’uva, e sulla grande passione di Ferdinando, l’allevamento delle api.
Contadini autodidatti che studiavano in proprio, dunque, attenti però ad ogni opportunità per crescere e formarsi, per imparare qualcosa di nuovo da sperimentare sul loro podere. E’ il caso dei numerosi corsi professionali e di specializzazione che i fratelli Cervi frequentano per migliorare conoscenze e applicazioni sia nei campi, sia nella stalla. Tutti i fratelli parteciparono ai corsi di formazione promossi nella zona, mentre il padre conseguiva diplomi e riconoscimenti che premiavano la "razionale conduzione del fondo" e la produttività.
Lo studio e la volontà di trasformare la propria condizione andando incontro al futuro iniziano a dare i propri frutti: a fianco della formazione teorica e degli studi agrari, i Cervi precorrono i tempi della meccanizzazione nelle campagne, con l’acquisto nel 1939 del trattore “Balilla” per il lavoro nei campi, tra i primi della zona. E’ il simbolo della scommessa sulla modernità, della voglia di progresso ed emancipazione, che non a caso è divenuto l'emblema del Museo Cervi oggi. Il trattore, oggi campeggia all'ingresso di Casa Cervi insieme al mappamondo di Aldo Cervi, che venne acquistato proprio insieme al trattore e incarna la grande apertura mentale, la curiosità intellettuale di questa famiglia fuori dal comune.
E’ soprattutto nella stalla, però, che si avvertono i maggiori benefici delle innovazioni applicate dai Cervi. Il latte è da sempre la vera “ricchezza” di queste terre, patria del Parmigiano-Reggiano, e la stalla rappresenta la cassaforte che custodisce la preziosa tradizione casearia reggiana. E’ qui, infatti, che anche i Cervi concentrano i propri maggiori sforzi, aumentando la produzione di latte e progettando nel 1938 il raddoppio del ricovero per il bestiame, realizzato poi nel 1941, che ancora oggi si può notare a partire dal secondo portico.
La stalla, insomma, è l’elemento attorno al quale ruota molta parte di questa vicenda esemplare: vanto della famiglia Cervi come agricoltori all’avanguardia, la stalla è più in generale il simbolo di questa terra ricca di tradizioni, dove il ricovero per le vacche non era soltanto il “cuore economico” della cascina di pianura, ma anche il centro della socialità rurale, il “salotto” della casa contadina. E’ qui che alcune delle lavorazioni invernali, come la filatura della canapa e il lavoro al telaio, avevano luogo. L’antica usanza di andér in filòs, l’abituale riunione delle famiglie contadine nelle stalle dei vicini, non era soltanto un’esigenza pratica – la stalla era l’unico ambiente caldo nelle serate d’inverno - ma una tradizione che rimanda alla trasmissione orale delle conoscenze e dei saperi, tra una generazione e l’altra, proprio tra quelle mucche che davano il principale sostentamento ai contadini della zona.
E proprio da qui si sviluppa la scelta consapevole dei Cervi: con “il cervello e la volontà”, il loro impegno per la giustizia si trasferirà dal lavoro alla politica, dalla stalla alla piazza.

DALLA STALLA ALLA PIAZZA

La storia della famiglia Cervi non può essere disgiunta da quella del novecento italiano e della propria terra, la provincia rurale emiliana. In particolare a Reggio Emilia, a cavallo tra ottocento e novecento si sviluppa una fitta rete di associazionismo e solidarietà, guidata dall’esperienza politica socialista. Nelle campagne, dove è più forte il messaggio religioso, sono le parrocchie e le organizzazioni confessionali a costituire la trama sociale di riferimento per i contadini. Alcide Cervi nel 1921 è iscritto al Partito Popolare, di ispirazione cattolica, pochi mesi prima dell’avvento della dittatura fascista in Italia.
La famiglia Cervi come tutti, assiste all’ondata repressiva che dal 1924 in poi il Fascismo scatenerà sulla nazione. Tanti antifascisti e dissidenti vengono colpiti dallo stato di polizia che il regime distende sulla vita pubblica degli italiani. Tra i Cervi, il primo a conoscere le pene del carcere è Aldo, il terzogenito, per una ingiusta condanna durante il periodo di leva. Mentre la famiglia continua a chiedere giustizia, Aldo passa 25 mesi dietro le sbarre a Gaeta, dove ha modo di conoscere i prigionieri politici: intellettuali e esponenti dei movimenti antifascisti che sono in carcere per le proprie idee contro il nuovo potere dittatoriale. E’ proprio il carcere che porta Aldo a conoscere le teorie politiche antifasciste, e a interpretare il proprio impegno per la libertà in modo più maturo e consapevole.
Essere antifascisti durante il regime, però, significava agire in stretta clandestinità, e al ritorno dalla detenzione nel 1932, Aldo Cervi è ben consapevole del rischio, insieme ai fratelli e ai familiari che iniziano da subito a condividere quell’impegno. Anche la cultura, a cui i Cervi sono tanto appassionati, era caduta sotto i colpi del regime. Non stupisce dunque l’iniziativa della famiglia per l’istituzione di una biblioteca popolare, allo scopo di diffondere liberamente libri e riviste di ogni tipo. Aldo e la sua famiglia sono consapevoli che lo studio e la circolazione delle idee sono il primo antidoto contro la propaganda e l’arroganza della dittatura: come amavano dire, “Studiate, se volete capire la nuova idea!”.
Nelle campagne, il regime faceva sentire la sua morsa attraverso l’ammasso, una sovratassa sui raccolti imposta a tutti gli agricoltori. In pratica una porzione dei prodotti agricoli veniva confiscata ed “ammassata” in depositi pubblici a disposizione delle autorità, togliendo letteralmente il pane di bocca alle famiglie contadine. I Cervi, ben consci della dura vita nei campi, coniugano la lotta ideale con una fiera opposizione alle vessazioni del fascismo sui contadini, e incitano alla rivolta contro l’ammasso i lavoratori dei campi, al grido “W il pane, W la Pace”.
Tutta la famiglia è ormai coinvolta nell’opposizione al regime. Uno dei più attivi insieme ad Aldo è Gelindo, il primogenito della famiglia: Già “ammonito” dalle autorità nel 1939 per la sua attività sediziosa, e successivamente incarcerato, Gelindo finisce in carcere anche nel 1942 (insieme al fratello Ferdinando), proprio per aver ostacolato l’ammasso della produzione agricola.
I Cervi non sono soli nella loro battaglia: altre famiglie e altri oppositori del fascismo collaborano con loro. Stringono rapporti soprattutto con la famiglia Sarzi, e in particolare con la giovane Lucia; le due famiglie, pur molto diverse tra loro (i Sarzi attori di teatro ambulanti, i Cervi contadini di scienza), condividono l’avversione per l’ingiustizia e si trovano fianco a fianco nell’attività clandestina.
Sarà la guerra ad accelerare gli eventi: trascinando l’Italia nel secondo conflitto mondiale nel 1940, il fascismo precipita la popolazione nella miseria e nella prostrazione. Mentre i soldati del Duce muoiono al fronte, il controllo del regime sul malcontento e la fame si sfalda, e prendono sempre più coraggio le voci degli antifascisti che chiedono, appunto, “Pane e Pace”. Il bilancio della guerra al fianco della Germania nazista si fa sempre più fallimentare, finchè il fascismo crolla il 25 luglio del 1943, e il suo dittatore Mussolini viene arrestato. Pare la fine dei lunghi anni di violenze ed ingiustizie, e anche a Casa Cervi si festeggia: tanta è la gioia per la notizia, che la famiglia porta una grande pentola di pastasciutta in piazza a Campegine, per festeggiare insieme alla popolazione la caduta del regime.
La guerra, però, non è ancora finita, e sta anzi per entrare nella sua fase più cruenta. Dopo l’8 settembre 1943, le truppe tedesche occupano militarmente il suolo italiano; la pianura padana e i monti del centro-nord Italia diventano un vero e proprio teatro di guerra, costellato di scontri e rastrellamenti, ma anche azioni di resistenza dei partigiani che difendono la propria terra.
I Cervi, abituati all’azione e ad anticipare i tempi, sanno che bisognerà combattere per la libertà dall’occupazione tedesca, e ancora una volta dal fascismo, resuscitato sotto la protezione delle armi naziste. Iniziano la lotta armata a partire da questa casa, che diventa un centro di smistamento per rifugiati e rifornimenti ai partigiani. La Resistenza dei Cervi è intensa ma molto breve: dopo le prime azioni in pianura, i sette fratelli e alcuni compagni cercano di organizzarsi nella montagna, ma in poco tempo sono costretti a ritornare a casa, sui propri passi.
E’ il 25 novembre dello stesso anno, quando tutta la “banda Cervi” viene sorpresa nella loro cascina ai Campi Rossi. I militi fascisti, dopo uno scontro a fuoco, appiccano un incendio al fienile e alla stalla. A questo punto la famiglia si arrende e i Cervi vengono trascinati via dai fascisti, lasciando nella casa che ancora brucia solo donne e bambini. I drammatici momenti di quella notte sono riportati con fredda precisione dal rapporto delle autorità locali.
I sette fratelli Cervi rimangono in carcere a Reggio sino al 28 dicembre, quando i fascisti decidono la loro fucilazione come rappresaglia ad un attentato dei partigiani. Nei ricordi di Papà Cervi, anch’egli imprigionato e ignaro della sorte dei figli, vi sono le ultime commoventi frasi di commiato di Gelindo e di Ettore, il più giovane dei sette.
L’estremo sacrificio dei sette fratelli Cervi e del loro compagno Quarto Camurri, consumato all’alba del 28 dicembre 1943 al poligono di Reggio Emilia, rappresenta uno spartiacque per la Resistenza reggiana: dapprima scompaginato dalla cattura e dalla barbara uccisione di quella che era di fatto la sua punta avanzata, il movimento partigiano si riorganizza, facendo di quel martirio un simbolo per gli altri resistenti. Molte altre vittime e fatti di sangue segnarono i venti lunghi mesi dell’occupazione nazifascista, come i massacri di Cervarolo e della Bettola, nella primavera-estate del ‘44. Seguendo anche l’esempio dei Cervi, la Resistenza reggiana istituisce una stamperia clandestina, per diffondere messaggi e volantini d’informazione, di incitamento alla lotta, di speranza. Soltanto il 25 aprile del 1945, il giorno della Liberazione, anche a Reggio Emilia, si potrà festeggiare, dopo tante sofferenze, la fine della guerra e l’inizio di una riconquistata libertà
Per la famiglia Cervi, la Liberazione è un momento di gioia, ma dal sapore diverso: dopo l’ennesima intimidazione dei fascisti alla famiglia, pur colpita già duramente dalla guerra, la madre Genoeffa Cocconi cede al dolore e si spegne nell’autunno del 1944, , lasciando gli undici nipotini, le quattro vedove e il vecchio Alcide. Per papà Cervi e il resto della famiglia sarà possibile riavere le spoglie dei sette fratelli soltanto diversi mesi dopo il 25 aprile, per tributare loro le solenni esequie. Davanti alla folla silenziosa che si raduna a Campegine, il 25 ottobre 1945, per l’ultimo saluto ai fratelli Cervi, Alcide ha la forza di prendere la parola, per dire con commossa ma lucida saggezza “Non chiedo vendetta, ma giustizia… Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”. Una coraggiosa dichiarazione d’intenti, che già apriva il futuro scenario del Museo Cervi come luogo di memoria e di studio. QUARTO CAMURRI (1921-1943)


“Arrivano alla prima collina, e trovano una capanna di paglia e canne, forse di un pastore, ci si mettono a dormire, come signori. Si svegliano verso mezzogiorno. Aldo guarda verso la porta, e ha una brutta sorpresa. C'è seduto davanti un fascista, che volta le spalle. Siamo in trappola, pensa Aldo, e studia cosa si può architettare per farlo fuori. Ma quello si volta e dice non pensate male, ho disertato la guardia repubblicana. Aldo ancora non si fida, ma il disertore non ha armi, ha gettato il moschetto dietro una siepe, e chiede di stare coi partigiani. Gli domandano dove ha gettato il moschetto. Lui li porta a una siepe, e ritrova il moschetto, ma manca l'otturatore.
L'ho gettato nel fiume, - dice il disertore.
Allora Aldo entra nell'acqua, dove quello ha indicato: e trova anche l'otturatore: così decidono di prenderlo con loro. Si cihama Quarto Camurri, è un bravo ragazzo.” (I miei sette figli di Alcide Cervi e Renato Nicolai)

Quarto Camurri, originario di Guastalla, arruolatosi volontario nella Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale nell'ottobre del 1943 e incorporato nel 1° battaglione 2' Cp. della 79° Legione, diserterà nel novembre successivo. Verrà arrestato a Casa Cervi il 25 novembre 1943 e sarà fucilato con i sette fratelli il 28 dicembre al poligono di tiro di Reggio Emilia.


LA RETE CLANDESTINA DEI CERVI
Nell'ottobre del 1943 i Cervi danno vita alla prima formazione partigiana della regione, anticipando un movimento che, nei mesi successivi – pur con ritardi, difficoltà e differenze da zona a zona -, riesce a radicarsi in modo non paragonabile a nessun'altra realtà regionale.


La volontà dei Cervi di iniziare subito la lotta armata, facilitata dalla presenza all'interno della loro formazione di ex prigionieri di guerra già addestrati al combattimento, si scontra con i dubbi e le contraddizioni che segnano l'organizzazione comunista locale ed emiliana dei primi mesi di lotta.
Se da un lato gli appelli alla lotta armata sono immediati, e provengono dalle organizzazioni di partito ma anche dagli organismi unitari nazionali e dagli stessi Alleati, il gruppo dirigente comunista ha difficoltà a tradurre in pratica tali indicazioni. Prevalgono i pregiudizi operaisti ( che fanno escludere che la lotta possa partire dalle campagne) e la convinzione che non sia possibile organizzare bande armate in montagna. L'obiettivo è dunque creare piccoli gruppi di partigiani – inquadrati nei gruppi di azione patriottica (GAP) – fortemente coesi e controllati dal partito, che compiano azioni in città.
I Cervi invece sono convinti della necessità di agire subito. Nel corso del mese di settembre mettono a frutto i tanti rapporti stabiliti nel corso della lotta antifascista, e contribuiscono a realizzare l'ossatura del movimento partigiano nella zona a ovest della bassa reggiana (Campegine, Gattatico, Sant'Ilario, Poviglio, Castelnovo Sotto). In ottobre saranno in montagna per costituire una formazione armata.
Le loro azioni generano difficoltà nel rapporto con alcuni dirigenti del Partito Comunista reggiano, che non condividono le modalità di azione della banda Cervi. Questa situazione spinge i Cervi a prendere contatti anche con la federazione comunista di Parma, ma si traduce in una situazione di parziale isolamento dal resto del movimento locale.
E' inoltre difficile mobilitare altre persone, come dimostra l'impossibilità di trovare ospitalità presso altre case per occultare i componenti della formazione: è questa la ragione per cui verranno tutti sopresi in casa Cervi dai fascisti il 25 novembre 1943.

Tratto da documentazione Archivio Museo Cervi

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