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24 gen 2010


 
 

Se questo è un uomo

 
 

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.


Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

 

 
 

Brani da Se questo è un uomo 

Haftling: ho imparato che io sono uno Haftling. Il mio nome è 174517; siamo stati battezzati, porteremo finché vivremo il marchio tatuato sul braccio sinistro

"Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli.
Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull'inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato allo scopo di formulare nuovi capi di accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell'animo umano. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che - Ogni straniero è nemico.

Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
Mi rendo conto e chiedo venia dei difetti strutturali del libro. Se non di fatto, come intenzione e come concezione esso è nato già fin dai giorni di Lager. Il bisogno di raccontare agli - altri -, di fare gli - altri - partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari; il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore. Di qui il suo carattere frammentario: i capitoli sono stati scritti non in successione logica, ma per ordine di urgenza. Il lavoro di raccordo e di fusione è stato svolto su piano, ed è posteriore.
Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato."

 
 

[...] 

"Il viaggio non durò che una ventina di minuti. Poi l'autocarro si è fermato, e si è visto una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni): ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi.
Siamo scesi, ci hanno fatti entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo! Il debole fruscio dell'acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c'è un rubinetto: sopra un cartello, che dice che è proibito bere perché l'acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio che il cartello è una beffa, -essi- sanno che noi moriamo di sete, e ci mettono in una camera, e c'è un rubinetto, e Wassertrinken Verboten. Io bevo, e incito i compagni a farlo; ma devo sputare, l'acqua è tiepida e dolciastra, ha odore di palude.
Questo è l'inferno. Oggi, ai nostri giorni, l'inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c'è un rubinetto che gocciola e l'acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa "goccia a goccia".

[...] "La notizia è giunta, come sempre, circondata da un alone di particolari contraddittori e sospetti: stamattina stessa c'è stata selezione in infermeria; la percentuale è stata del sette per cento del totale, del trenta, del cinquanta per cento dei malati. A Birkenau il camino del Crematorio fuma da dieci giorni. Deve essere fatto posto per un enorme trasporto in arrivo dal ghetto di Posen. I giovani dicono ai giovani che saranno scelti tutti i vecchi. I sani dicono ai sani che saranno scelti solo i malati. Saranno esclusi gli specialisti. Saranno esclusi gli ebrei tedeschi. Saranno esclusi i piccoli numeri. Sarai scelto tu. Sarò escluso io.
Il nostro Blockaltester conosce il suo mestiere. Si è accertato che tutti siano rientrati, ha fatto chiudere la porta a chiave, ha distribuito a ciascuno la scheda che porta la matricola, in nome, la professione, l'età e la nazionalità, e ha dato ordine che ognuno si spogli completamente, conservando solo le scarpe. In questo modo, nudi e con la scheda in mano, attenderemo che la commissione arrivi alla nostra baracca.
Uno scatenarsi di comandi, di bestemmie e di colpi indica che la commissione è in arrivo. Il Blockaltester e i suoi aiutanti, a pugni e a urla, a partire dal fondo del dormitorio, si cacciano davanti la turba dei nudi spaventati, e li stipano dentro il Tagesraum, che è la Direzione - Fureria. Ora siamo tutti nella Tagesraum, e, oltre che non esserci tempo, non c'è neppure posto per avere paura.

 

Il Blockaltester ha chiuso la porta Tagesraum - dormitorio e ha aperto le altre due che dal Tagesraum e dal dormitorio danno all'esterno. Qui, davanti alle due porte, sta l'arbitro del nostro destino, che è sottoufficiale delle SS. Ognuno di noi, che esce nudo dal Tagesraum nel freddo dell'aria di ottobre, deve fare di corsa i pochi passi fra le due porte davanti ai tre, consegnare la scheda alla SS e rientrare per la porta del dormitorio. La SS, nella frazione di secondo fra i due passaggi successivi, con uno sguardo di faccia e di schiena giudica della sorte di ognuno, e consegna a sua volta la scheda all'uomo alla sua destra o all'uomo alla sua sinistra, e questa è la vita o la morte di ciascuno di noi. In tre o quattro minuti una baracca di duecento uomini è - fatta -, e nel pomeriggio l'intero campo di dodicimila uomini.
Come tutti, sono passato con passo energico ed elastico, cercando di tenere la testa alta, il petto in fuori e i muscoli contratti e rilevati. Con la coda dell'occhio ho cercato di vedere alle mie spalle, e mi è parso che la mia scheda sia finita a destra.
A mano a mano che rientriamo nel dormitorio, possiamo rivestirci. Nessuno conosce ancora con sicurezza il proprio destino, bisogna anzitutto stabilire se le schede condannate sono quelle passate a destra o a sinistra. Tutti si accalcano intorno ai più vecchi, ai più denutriti, ai più - musulmani -; se le loro schede sono andate a sinistra, la sinistra è certamente il lato dei condannati.
 

"Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi a perso tutto, di perdere se stesso; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine - Campo di annientamento -, e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo."

 
 

Brani da I sommersi e i salvati

 

In questo libro, Primo Levi torna sull'esperienza dei lager nazisti, per leggerla come una vicenda esemplare attraverso cui è possibile capire fin dove può giungere l'uomo nel ruolo del carnefice e in quello della vittima. Anche in questa opera l'autore sente il bisogno di comunicare l'esperienza vissuta, in quanto per lui scrivere è una possibilità di rielaborare e capire il proprio vissuto. Egli, però, nello stesso tempo, sente la "vergogna" di chi si è salvato rispetto alle persone morte e si sente "colpevole".

 
 

[...] Esiste un quadro stereotipo, proposto infinite volte, consacrato dalla letteratura e dalla poesia, raccolto dal cinematografo: al termine della bufera, quando sopravviene "la quiete dopo la tempesta", ogni cuore si rallegra. "Uscir di pena / è diletto fra noi". Dopo la malattia ritorna la salute; il soldato ritorna, e ritrova la famiglia e la pace.
A giudicare dai racconti fatti da molti reduci, e dai miei stessi ricordi, il pessimista Leopardi, in questa sua rappresentazione, è stato al di là del vero: suo malgrado, si è dimostrato ottimista. Nella maggior parte dei casi, l'ora della liberazione non è stata lieta né spensierata: scoccava per lo più su uno sfondo tragico di distruzione, strage e sofferenza. In quel momento, in cui ci si sentiva ridiventare uomini, cioè responsabili, ritornavano le pene degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta, del dolore universale intorno a sé; della propria estenuazione, che appariva non più medicabile, definitiva; della vita da ricominciare in mazzo alle macerie, spesso da soli. Non "piacer figlio d'affanno": affanno figlio d'affanno. L'uscir di pena è stato un diletto solo per pochi fortunati, o solo per pochi istanti, o per animi molto semplici; quasi sempre ha coinciso con una fase d'angoscia.
L'angoscia è nota fra tutti, fin dall'infanzia, ed a tutti è noto che spesso è bianca, indifferenziata. È raro che rechi un'etichetta scritta in chiaro, e contenente la sua motivazione; quando la reca, spesso essa è mendace. Si può credersi o dichiararsi angosciati per un motivo, ed esserlo per tutt'altro: credere di soffrire davanti al futuro, e soffrire invece per il proprio passato; credere di soffrire per gli altri, per pietà, per com-passione, e soffrire invece per motivi nostri, più o meno profondi, più o meno confessabili e confessati; talvolta così profondi che solo lo specialista l'analista delle anime, li sa disseppellire. [...]

[...]  Esiste una violenza inutile? Purtroppo sì. La morte, anche non provocata, anche la più clemente, è una violenza, ma è tristemente utile: un mondo di immortali non sarebbe concepibile né vivibile, sarebbe più violento del pur violento mondo attuale. Né inutile, in generale, l'assassinio: Raskolnikov, uccidendo la vecchia usuraia si proponeva uno scopo, anche se colpevole; così pure Princip a Sarajevo e i sequestratori di Aldo Moro in via Fani. Messi da parte i casi di follia omicida, chi uccide sa perché lo fa: per denaro, per sopprimere un nemico vero o presunto, per vendicare un'offesa.

 

 
 

  

 Le guerre sono detestabili, sono un pessimo modo di risolvere le controversie tra nazioni o tra fazioni, ma non si possono definire inutili: mirano ad uno scopo, magari iniquo o perverso. Non sono gratuite, non si propongono di infliggere sofferenze; le sofferenze ci sono, sono collettive, strazianti, ingiuste, ma sono un sottoprodotto, un di più
.Ora, io credo che i dodici anni hitleriani abbiano condiviso la loro violenza con molti altri spazi-tempi storici, ma che siano stati caratterizzati di una diffusa violenza inutile, fine a se stessa, volta unicamente alla creazione di dolore; talora tesa ad uno scopo, ma sempre ridondante, sempre fuor di proporzione rispetto allo scopo medesimo.

Ripensando con il senno del poi a quegli anni, che hanno devastato l'Europa ed infine la Germania stessa, ci si sente combattuti fra due giudizi: abbiamo assistito allo svolgimento razionale di un piano disumano, o ad una manifestazione (unica, per ora, nella storia, e tuttora mal spiegata) di follia collettiva?
Logica intesa al male o assenza di logica? Come spesso nelle cose umane, le due alternative coesistevano. Non c'è dubbio che il disegno fondamentale del nazionalsocialismo aveva una sua razionalità: la spinta verso Oriente (vecchio sogno tedesco), la soffocazione del movimento operaio, l'egemonia sull'Europa continentale, l'annientamento del bolscevismo e del giudaismo, che Hitler semplicisticamente identificava tra loro, la spartizione del potere mondiale con Inghilterra e Stati Uniti, l'apoteosi della razza germanica con l'eliminazione "spartana" dei malati mentali e delle bocche inutili: tutti questi elementi erano fra loro compatibili, e deducibili da alcuni pochi postulati già esposti con innegabile chiarezza nel Mein Kampf. Arroganza e radicalismo, hybris e Gründlichkeit; logica insolente, non follia.[...]

 
 

La vita e le opere di  PRIMO LEVI

1919 Primo Levi nasce a Torino il 31 luglio, nella casa dove abiterà poi tutta la vita. I suoi antenati sono degli ebrei piemontesi provenienti dalla Spagna e dalla Provenza. Levi ne ha già scritto le abitudini, lo stile di vita e il gergo nel capitolo iniziale del sistema periodico. Il nonno materno era un mercante di stoffe, e morì nel 1941. Il padre, Cesare, nato nel 1878, si era laureato in ingegneria elettronica nel 1901. Dopo vari soggiorni di lavoro all'estero ( Belgio, Francia, Ungheria) , nel 1917 si sposò con Ester Luzzati, nata nel 1895.


1925-30 Frequenta le scuole elementari; è di salute cagionevole. Alla fine delle scuole elementari riceve lezione private per un anno.

1934 Si iscrive al Ginnasio- Liceo D'Azeglio, un istituto noto per aver ospitato docenti illustri, oppositori del Fascismo: Norberto Bobbio. Levi è uno studente timido e diligente, gli interessano la chimica e la biologia, assai meno storia e italiano. In prima liceo ha per qualche mese come professore

1937

Alla licenza liceale è rimandato a ottobre in italiano. Si iscrive al corso di chimica presso la facoltà di Scienze dell'Università di Torino.

1938

Il governo fascista emana le prime leggi razziali: è fatto divieto agli ebrei di frequentare le scuole pubbliche, tuttavia a chi è già iscritto all'Università è consentito di proseguire gli studi. Levi frequenta circoli di studenti antifascisti, ebrei e non. "La liberazione universitaria ha coinciso con il trauma di sentirmi dire: attenzione, tu non sei come gli altri, anzi, vali di meno: sei avaro, sei uno straniero, sei sporco, sei pericoloso, sei infido. Ho reagito inconsapevolmente accentuando l'impegno nello studio". Nella famiglia si accettava, con qualche insofferenza, il fascismo. Mio padre si era iscritto al partito di malavoglia, ma si era pur messo la camicia nera. Ed io fui balilla e poi avanguardista. Potrei dire che le leggi razziali restituirono a me, come ad altri, il libero arbitrio.

 1941

In luglio, Levi si laurea con pieni voti e lode. Il suo diploma reca la menzione "di razza ebraica". Levi cerca affannosamente un lavoro, perché la famiglia è accorto di mezzi. Trova un impiego semilegale in una cava d'amianto presso Lanzo.

 1942

 Trova una sistemazione economicamente migliore a Milano, presso la Wander, una fabbrica svizzera di medicinali. A dicembre Levi e i suoi amici prendono contatto con alcuni esponenti dell'antifascismo militare, e compiono la loro rapida maturazione politica. Levi entra nel Partito d'Azione clandestina.

 

1943 Nel luglio cade il governo fascista e Mussolini viene arrestato. Levi è attivo nella rete di contatti fra i partiti del futuro CLN. L'otto settembre il governo Badoglio annuncia l'armistizio. Levi si unisce a un gruppo partigiano operante in Val d'Aosta, ma all'alba il 13 dicembre è arrestato presso Brusson con altri due compagni. Levi viene avviato nel campo di concentramento di Carpi-Fossoli.

 1944

Nel febbraio il campo di Fossoli viene preso in gestione dai tedeschi, i quali, avviano Levi e altri prigionieri, tra cui vecchi, donne e bambini, su un convoglio ferroviario con destinazione Auschwitz. Il viaggio dura cinque giorni. All'arrivo gli uomini vengono divisi dalle donne e dai bambini, e avviati alla baracca n.30. Levi attribuisce la sua sopravvivenza ad una serie di circostanze fortunate. La sua conoscenza sufficientemente estesa del tedesco gli permette di comprendere gli ordini dei suoi aguzzini. Per tutta la durata della permanenza nel Lager, Levi riesce a non ammalarsi, ma contrae la scarlattina proprio quando nel gennaio 1945 i tedeschi, sotto l'avvicinarsi delle truppe russe, evacuano il campo, abbandonando gli ammalati al loro destino. "Devo dire che l'esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spezzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto... C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione di dilemma. La cerco, ma non la trovo."

 1945

 Levi vive per qualche mese a Katowice, lavora come infermiere. Nel giugno inizia il viaggio di rimpatrio, che protrarrà assurdamente fino all'ottobre. Levi e i suoi compagni percorrono un itinerario labirintico, che li conduce dapprima in Russia Bianca e poi finalmente in patria (il 19 ottobre) attraverso l'Ucraina, la Romania, l'Ungheria, l'Austria. E' questa l'esperienza che Levi racconterà ne la tregua.

 1946

 Difficile reinserimento nell'Italia disastrata del dopoguerra. Levi trova lavoro presso la fabbrica di vernici. E' ossessionato dalle traversie subite e scrive febbrilmente Se questo è un uomo.

 1947

 A settembre sposa Lucia Morpurgo. Levi presenta il dattiloscritto alla casa editrice Einaudi, ma la proposta viene declinata con una formulazione genica. Per intervento di Franco Antonicelli, il libro viene pubblicato dall'editore De Silvia in 2500 esemplari. Buone accoglienze critiche, ma scarso successo di vendita.

 1948

 Nasce la figlia di Lisa Lorenza.

1956 Una mostra della deportazione in Torino incontra uno straordinario successo. Levi è assediato da giovani che lo interrogano sulle sue esperienze, e riproposte Se questo è un uomo all'editore Einaudi, che questa volta decide di pubblicarlo nella collana "Saggi": da allora non cesserà di essere ristampato e tradotto.

1957 Nasce il figlio Renzo.

1962 Incoraggiato dal successo di Se questo è un uomo, inizia la stesura di La tregua. "La tregua è stato scritto 14 anni dopo Se questo è un uomo; è un libro più consapevole, più letterario, e molto più profondamente elaborato, anche come linguaggio. Racconta cose vere, ma filtrate.

   

 

  

1963 La tregua vince a Venezia la prima edizione del Premio Campiello.

1965 Torna ad Auschwitz per una cerimonia commemorativa.

 1967 Levi raccoglie i racconti in un volume intitolato Storie naturali.

1971 Levi raccoglie una seconda serie di racconti, Vizio di forma.

 1986 Aprile. Pubblica I sommersi e i salvati, che rappresenta la summa delle sue riflessioni suggerite dall'esperienza del Lager. Escono negli Stati Uniti le traduzioni di La chiave a stella e una scelta di racconti da Lilit.

1987 - 11 aprile. Muore nella sua casa di Torino, suicida. Sulla sua tomba, per sua volontà, viene inciso il numero tatuatogli ad Auschwitz..

 
 

 
 

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