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10 gen 2010

 

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IL BRIGANTAGGIO E LA QUESTIONE MERIDIONALE

 

L'EMIGRAZIONE E L'ITALIA MERIDIONALE

 di Francesco Saverio Nitti

da: "Scritti sulla questione meridionale" - Editrice Laterza, Bari, 1958

  

 

  

L'emigrazione ha trovato in tutti i tempi fautori ed avversari numerosi. Però dalle opere di coloro che l'han combattuta come dannosa, si vede chiaramente la miseria di argomenti degli avversari; quando tutte le ragioni sono esaurite e la statistica ha dimostrato chiaramente i numerosi vantaggi che da una larga e continua

emigrazione possono venire, essi invocano i vecchi argomenti, che facevano commuovere i nostri nonni, e tirano fuori l'amor della patria, questo santo amore in nome del quale tutte le ingiustizie sì sono coperte, e tutte le tirannie si sono legittimate. Parlare d'amor di patria a chi emigra per fame, perché il lavoro gli manca e perché la ricompensa, che nella dolce patria riceve, è così esigua da non poter nemmeno bastare ai primi bisogni della vita, è una stupidità che non ha nome. La patria intesa in questo senso è un carcere duro. Gli avversari dell'emigrazione mostrano, come ho detto, una così grande ignoranza dei fatti sociali, una conoscenza così incompleta della vita italiana e della vita delle campagne, da poter credere che una semplice retorica a sangue freddo possa far breccia nell'animo di una persona, che forse la sola emigrazione salva dal diventare un malfattore. Entrate nei paesi dove grande è l'emigrazione, girate un po' per quei tristi villaggi di Basilicata, della Calabria, del Salernitano, dove famiglie intere emigrano dopo lunghe lotte per raccogliere le poche centinaia di lire necessarie al viaggio, e parlate di patria a quei disgraziati, che la sola fame costringe ad abbandonare il proprio paesello. Il contadino, specialmente il contadino del Mezzogiorno, tranne la passione brutale per la terra, ch'egli ha coltivata con tanti stenti e con tanto poco frutto, non intende altro amore ed altra passione. La sua passione per la terra è soltanto grandissima; io ne ho visto moltissimi ricorrere al fitto elevato, soggiacere alle usure più crudeli, pur di coltivare un pezzo di terreno, assai spesso sterile e pietroso. Poi i contadini, come tutte le nature vergini che la civiltà non ha guaste e lo studio non ha infiacchite, sono lenti nelle loro risoluzioni; ma quando si sono indotti a qualche cosa, che credano utile, non vi è ragione al mondo che possa persuaderli in contrario. Credete voi che essi emigrino leggermente, e senza aver prima lungamente meditato sulle conseguenze del loro proposito? Ogni giorno essi sono costretti a subire da parte delle classi dirigenti soprusi e ingiustizie, che in paese civile sembrano impossibili. Il loro lavoro duro e senza tregua per tredici o quattordici ore al giorno (lavoro quasi improficuo e che non frutta che scarso guadagno) non basta quasi sempre a sostentare le famiglie miserabili. E così, per una paga, che difficilmente sorpassa i trenta centesimi, le donne sono costrette anch'esse a lavorare in duri lavori, in cui l'organismo femminile si sciupa e si logora. I bambini, quando per la tenera età dovrebbero ancora non occuparsi di nulla, sono costretti ad aiutare i loro genitori nell'opera laboriosa ed improficua. Credete veramente che le leggi siano per il contadino una estrinsecazione della morale e della giustizia? Egli spesso non vede in esse che dei soprusi alla sua miserabile condizione. Se voi osservate le statistiche vedrete che nelle campagne il numero dei reati che si denunziano è assai scarso. Il contadino ricorre assai raramente alla giustizia; se ha i mezzi di vendicarsi, si vendica, se no sopporta in silenzio tutte le ingiustizie che gli si fanno. Osservate un poco il numero degli attentati contro la proprietà, nelle province meridionali specialmente; in certi luoghi è grandissimo. Così, chi non riesce a vendicarsi in altro modo, si vendica devastando i beni del suo nemico. Il contadino, che non crede alla legge, che teme soltanto gli esecutori di essa, accumula ogni giorno nell'animo le ragioni di odio contro i signori del suo villaggio: " crescono - dice l'on. Fortunato - alla sorda e si avviluppano i contrasti, le ire, i sospetti, le invidie fra la borghesia e il proletariato; avari sono i possessori, cupidi i diseredati dalla fortuna, profondi e implacabili gli odi dall'una parte e dall'altra". Così, ad ogni partenza di piroscafo, dal fondo delle province, torme di emigranti vanno ad imbarcarsi, e danno un addio, per fortuna non eterno, alla patria, che è stata crudele con essi. Nobile sentimento l'amore della patria; ma, inteso nel senso in cui lo intendono gli avversari dell'emigrazione, farebbe l'uomo schiavo della terra. Del resto il concetto di patria si è venuto ogni giorno più allargando e oggi, dice Jules Duval: "la patrie n'est pas mème le territoire, elle est l'unité morale que constitue l'accord des traditions, des intérèts et des idées, unité qu'anime l'àme collective d'un peuple, qui se personnifie dans un gouvernement, et que protége le drapeau, bien loin souvent du centre principal du corps de nation". Dopo una invocazione alla dolce patria, gli avversari dell'emigrazione cominciano quasi sempre dal narrare i danni che da essa derivano: mancanza di braccia destinate all'agricoltura, rialzo dei salari, ribasso del valore venale dei terreni nei paesi di grande emigrazione. Noi abbiamo visto come per grande che possa essere la emigrazione di un paese come l'Italia, è assai difficile che questa venga a subire un notevole spopolamento. Vedete che i paesi di maggiore emigrazione in Europa, come la Svezia, la Norvegia, l'Inghilterra e la Scozia, hanno tutti una natività assai maggiore di quella dell'Italia, della Francia, della Spagna e della Grecia. Notate pure un altro fenomeno interessantissimo: dove, come negli Stati Uniti d'America, e in Russia, la densità è scarsa, il numero dei matrimoni e grandissimo in paragone di quello dei paesi di maggiore densità, e la mortalità è minore. Direi quasi che la popolazione tenda a circoscriversi in certi limiti, e che le cause sociali esterne vi apportino mutamenti assai limitati. Gli altri danni, che si fanno ordinariamente derivare dall'emigrazione, non hanno certo un maggiore fondamento. Io sarei lieto, per esempio, se veramente l'emigrazione avesse potuto produrre un generale aumento dei salari; e la conseguenza, che fa inorridire i buoni economisti da strapazzo, avrebbe agli occhi miei rappresentato uno dei più notevoli benefizi dell'emigrazione. Dare a chi lavora tredici o quattordici ore al giorno, 60 centesimi, come retribuzione del suo lavoro, è tale vergogna che non certamente si deve esser dolenti, se una qualunque causa possa metter fine a una consimile ingiustizia. I salari dei contadini, pur troppo, dal 1860 ad oggi, non hanno avuto nessun notevole aumento. Questo fatto, dunque, distrugge anche certe strane argomentazioni che l'on. Salandra adopera per difendere la legge, affamatoria ed ingiusta, dell'aumento del dazio sui cereali. Dice di credere l'on. Salandra che un maggior costo del grano possa rialzare nell'Italia meridionale il salario degli agricoltori; i produttori, egli dice, quando venderanno la loro merce a prezzo più elevato, potranno meglio retribuire le fatiche dei lavoratori. Però, dicendo questo, l'on. Salandra mostra d'ignorare, poiché è impossibile ch'egli ignori, che quando nel 1873 il prezzo del grano arrivò a L.38,54 l'ettolitro, le mercedi degli agricoltori erano quelle di ora e fors'anche in certi punti più scarse, e che invece i generi alimentari di prima necessità costavano più di ora. Che venga dunque questo benefico aumento dei salari; sarà un altro benefizio dell'emigrazione, e, chi non giudichi le cose dal lato del proprio interesse, ne sarà certo lietissimo. Finora però il prezzo della mano d'opera nei paesi di emigrazione è rimasto quasi invariato. Le province che danno maggior numero di emigranti per paesi non europei sono: Potenza che nel 1886 n'ebbe 10.642, Salerno 7824, Campobasso 6847, Cosenza 6749, Torino 4336, Genova 4158, Cuneo 5535, Milano 3068, Avellino 2582, Alessandria 2507, Catanzaro 2462, Caserta 2263, Como 2300, Chieti 2197, Pavia 2122, ecc. Sentite ora le relazioni prefettizie. "La mancanza di braccia nei comuni che forniscono il maggior contingente all'emigrazione ha fatto aumentare di pochi centesimi il meschino salario degli operai, mentre, per contrario, appezzamenti di terreno rimangono incolti e crescono i prezzi dei prodotti. Aggiungasi che i lavoratori della terra non trovano garanzia, se non raramente, ed a patti onerosissimi per l'affitto delle terre, o il prelevamento del grano e del danaro dai Monti frumentari o dagli istituti di prestiti e risparmi, e quindi i terreni vengono coltivati nella maggior parte per conto del padrone, ed il contadino è forzatamente tenuto nella condizione di semplice giornaliero". Da questo brano della relazione del prefetto di Potenza si vede bene come, nella provincia dove l'emigrazione è maggiore, il salario medio non si sia aumentato che di pochi centesimi. "Nei circondari di Salerno e Campagna - dice il prefetto di Salerno - durante l'ultimo decennio, l'emigrazione non ebbe per effetto di accrescere la misura dei salari, né di modificare i prezzi delle terre". Anche più chiara è la relazione del prefetto di Campobasso: "Per quanto l'emigrazione, che va di anno in anno aumentando, rechi gravissimo danno (?) allo sviluppo economico della provincia, nessuna influenza nel decennio ha portato nella misura dei salari". "In questa provincia - dice il prefetto di Cosenza - nello scorso decennio si è verificato un sensibile aumento nell'emigrazione. Non può dirsi però che questa abbia esercitato influenze sulla misura dei salari, né sul valore delle terre ". E press'a poco nell'istesso modo sono concepite le altre relazioni dei prefetti del Regno. Da uno spoglio di esse risulta che l'emigrazione non ebbe alcun effetto sui salari nelle province di Brescia, Mantova, Pavia, Padova, Treviso, Udine, Venezia, Verona, Modena, Parma (Borgo S. Donnino), Reggio Emilia, Firenze, Livorno (Portoferraio), Ancona, Macerata, Campobasso, Chieti, Napoli, Salerno (nei circondari di Salerno e Campagna), Bari, Catanzaro, Cosenza, Messina e Trapani; che i salari aumentarono assai poco per effetto dell'emigrazione nelle province di Alessandria, Cuneo (circondano di Saluzzo), Genova (nei soli comuni di montagna), Bergamo, Como, Pavia (nei soli circondari di Bobbio e Voghera), Sondrio, Belluno, Parma (nel Voltarese), Piacenza (solo in pochi comuni), Massa, Caserta (circondano di Piedimonte), Salerno (nei circondari di Sala e Vallo); che i salari aumentarono alcun poco per cause estranee all'emigrazione, nelle province di Novara, Torino, Porto Maurizio, Cremona, Vicenza, Pisa, Aquila e Reggio Calabria; che nelle altre province l'emigrazione non ebbe nessunissimo effetto sui salari, che non aumentarono nemmeno per altre cause. Dov'è dunque questo temuto aumento dei salari? Se, soltanto, stando alle pubblicazioni statistiche ministeriali, dal 1876 ad oggi, sono emigrati press'a poco 700 mila italiani, se da alcune province, come la Basilicata, dove non si è avuto alcun aumento nei salari degli operai-agricoltori, l'emigrazione dell'undicennio 1876-1886 è stata superiore ai 100 mila emigranti, come mai i salari vorranno ora soltanto aumentare precipitosamente? Ma i Tibulli dell'emigrazione cercano soprattutto gli argomenti che toccano il cuore; ecco, essi dicono, ecco i terreni della patria, incolti per mancanza di braccia, perdere continuamente valore. Il buon cav. Florenzano, dopo aver notato tutti i pretesi danni dell'emigrazione, giacché non riesce a trovare alcun rimedio al nuovo male, consiglia nientemeno agli emigranti di stabilirsi nelle isole italiane quasi incolte: l'Elba, la Capraia, la Gorgona... e perché mai non pure la Pantelleria? Così, egli pensa, l'emigrazione potrà arrestarsi. Oltre questo innocente rimedio il cav. Florenzano non consiglia quasi altro; e agli occhi suoi gli emigranti sembrano degli sconsigliati affetti da monomania emigrante, che la sete dell'oro gitta in lontane regioni, dove, orribile a dirsi, si trovano i serpenti bovi, gl'insetti vampiri e perfino... la pu/ex penetrans che, secondo il Mantegazza, "vi salticchia sui piedi, e aprendosi il cammino tra le cuciture delle vostre scarpe, e le maglie delle vostre calze, vi si introduce sotto la pelle, ecc. "Dice pure il cav. Florenzano che nelle città più popolose d'America, a Guatimala, Lima, Caracas, ecc. ecc., si e esposti alla " frequente ruina dei terremoti ". Chi volete ora che sia così pazzo da emigrare? Meglio soffrire la fame, e spidocchiarsi al sole nel proprio paese, che andare nelle città, dove i terremoti si succedono continuamente, e nelle campagne dove i serpenti bovi, gl'insetti vampiri e la terribile pulex penetrans fanno stragi degli emigranti. Non è poi vero che i terreni delle province d'emigrazione abbiano subita una notevole diminuzione di valore. Le province che diedero maggior numero di emigranti per paesi fuori d'Europa sono in Italia, Potenza, Campobasso, Cosenza, Salerno, Avellino, ecc. ecc. "Il valore venale delle terre non si può dire né diminuito, né cresciuto " dice la relazione del prefetto di Potenza. E sebbene il prefetto di Campobasso creda anch'egli dannosa l'emigrazione, aggiunge che "nessuna influenza... ha portato nella misura dei salari, né sul valor venale delle terre". " Non può dirsi - scrive il prefetto di Cosenza - che l'emigrazione abbia esercitato influenza sulla misura dei salari né sul valore delle terre". Che anzi in certe province, proprio per effetto dell'emigrazione, si è avuto un sensibile aumento nel valore venale della terra. Nelle province di grande emigrazione in generale, come abbiamo visto, il valore delle terre è rimasto invariato. Soltanto nel circondano di Vallo, della provincia di Salerno, nel circondano di Saluzzo, della provincia di Cuneo, e nella provincia di Belluno "sembra essere diminuito". Il gran numero degli emigranti italiani è, come ho detto altrove, di agricoltori e di braccianti; così che quando essi ritornano in patria, ed hanno del danaro, ne comprano terra: perciò il prezzo di essa si è nelle province di Sondrio, Piacenza, Massa e Caserta " aumentato alquanto per causa dell'emigrazione". Dove è dunque questa temuta diminuzione del valore venale delle terre? Dove sono poi questi terreni incolti per causa dell'emigrazione? Nell'Italia meridionale, specialmente, la condizione degli agricoltori è assai disagiata. La proprietà è assai male distribuita e soprattutto mancano i capitali, che ogni buona coltivazione richiede. La grande quantità delle terre coltivate a cereali, la nessuna trasformazione avvenuta finora nei modi di coltivazione, il sistema barbarico del fitto a condizioni cattive per il fittuario e qualche volta anche per chi fitta, han prodotto in alcuni paesi un grave impauperimento; e non è raro il caso di terre che non si coltivano per assoluta mancanza di capitali. Con tutto questo l'emigrazione non ha nulla a vedere. La quantità delle terre incolte (il numero non è poi così grande, come persone interessate vorrebbero far credere) la quantità delle terre incolte non è certo assai maggiore di quella che era dieci o quindici anni sono, quando la concorrenza indiana e la americana non erano grandissime, e quando per giunta il prezzo dei cereali era elevatissimo. Se dunque delle terre incolte in Italia vi sono, non è da incolparne l'emigrazione; poiché in questo caso si ammetterebbe che essa avesse spopolato la nazione; là dove la densità media dell'Italia è superiore a quella della Germania, dell'Austria, della Svizzera, della Spagna, del Portogallo, della Grecia, della Francia, ecc. ecc. Ora in Francia, in Germania e in Svizzera, proporzionatamente al numero degli abitanti e all'estensione del territorio, la quantità dei terreni atti a produzione, che nondimeno rimangono incolti, è inferiore a quella dell'Italia. Da questo, naturalmente, si conclude che in Italia, se vi sono delle terre incolte, non è da incolparne l'emigrazione, ma la mancanza dei capitali e il genere poco produttivo di coltura. " L'aumento della popolazione - dice il Roscher - si verifica per legge naturale fino a che lo permette la massa delle sussistenze (nel senso più largo dell'espressione) comparata ai bisogni usuali del paese. Questa legge di natura è, nella sua sfera, così incontestabile come la legge di gravitazione. Ogni aumento relativo della massa delle sussistenze, proveniente da produzione più abbondante, o da una restrizione dei bisogni dei lavoratori, apporta un accrescimento di popolazione. Ora è innegabile che la credenza universale di un aumento delle sussistenze, debba avere il medesimo effetto dello stesso aumento realizzato. Se, per esempio, quando è incoraggiata l'emigrazione, dei milioni di tedeschi immaginino che non soltanto gli emigranti sono in una posizione migliore di prima, ma che ancora quelli che son rimasti nel paese se ne gioveranno, questa semplice speranza basta per far conchiudere un gran numero di matrimoni, e produrre un gran numero di nascite, che non si sarebbero avverate". E di un'altra cosa si è dolenti. Ecco, ha detto qualche ingenuo scrittore, l'emigrazione che prima era composta quasi esclusivamente di contadini e di artigiani, ora attira a sé anche molti borghesi; e sono i capitali della patria, che con questi ultimi si allontanano. Vi è stato anche uno scrittore assai reputato - credo bene ch'egli abbia detto per celia - che si è lagnato che negli ultimi (tempi) fossero partiti un centinaio di avvocati. L'emigrazione non deve essere sempre ed esclusivamente composta ed alimentata dalle classi indigenti. Ma per essere feconda, come giustamente nota il Duval, deve abbracciare i tre inseparabili elementi di ogni produzione normale "le capital qui fournit les avances et les instruments de travail, l'intelligence qui en dirige l'application, le travail qui les met en ceuvre". Gli Stati non s'impoveriscono per questo allontanamento, "la bourgeoisie industrielle et commerciale qui reste, voit s'accroitre, pas la réduction de la concurrence, toutes ses chances de prospérité: les capitaux deviennent plus féconds". "Le buone conseguenze dell'emigrazione - dice il Mérivale - sotto questo rapporto nelle differenti località, quando essa è accompagnata da buoni regolamenti, han potuto produrre in pochi anni una rivoluzione materiale nel prezzo dei salari, e un miglioramento rilevante nella condizione dei poveri di alcuni luoghi" Anche il Duval e il Leroy - Beaulieu credono che una emigrazione bene ordinata possa in certe date circostanze diminuire il pauperismo. "Ammirate - dice il Duval, parlando dell'Irlanda in un rapporto al Congresso internazionale di beneficenza di Bruxelles - il meraviglioso risultato, ben degno di essere meditato dalla saggezza umana! Mentre che la popolazione non si è diminuita che di un quarto, il numero dei poveri inscritti al libro delle carità comunali è diminuito di cinque sesti; da oltre 600 mila, quanto era nel 1850, è sceso a 106.802 nel 1855". Ma tutti coloro che parlano dei danni dell'emigrazione, tacciono, e può darsi anche che ignorino, i benefici che da essa ci son venuti. "Si l'émigration - dice Jules Duval - ne diminue pas le nombre des familles ni des enfànts, est-ce à dire qu'elle soit sans influence heureuse sur le pauperisme? Non. Elle fe diminue en faisant à ceux qui restent une condition meilleure. Ils étaient prolétaires misérables, et par conséquent époux et pères de misérables: gràce au tri qui s'est fait, les salaires haussent, les denrées baissent, le chef de famille cesse d'ètre un indigent, il devient un ouvrier gagnant sa vie par un salaire convenable; sa femme, ses enfants, se ressentent de son bien-ètre, les nouveaux venus au sein de la famille ne naissent plus, ne grandissent plus, au sein d'une incurable misère. L'émigratiQn les aura indirectement relevés de la déchéance en relevant les pères. Et tant que ce déversoir restera ouvert à l'excédant des populations, les familles pourront, sans danger aucun, à moins d'une intempérance désordonnée, conserver la position meilleure une fois acquise. Dans ces limites et de cette facon l'émigration remédie au paupérisme qui provient du malheur ou d'une population surabondante; mais elle ne dispense ni de prévoyance, ni de bonnes mesures politiques et économiques, ni de bonnes moeurs. Elle n'est pas qu'une ressource considérable ajoutée à d'autres et les complétant". Ma a che serve l'emigrazione? Perché, dicono gli oppositori, perché mai la madrepatria deve incoraggiarla, o almeno tollerarla quando ad essa non viene alcun vantaggio? L'emigrazione, secondo il Leroy Beaulieu è "le fait générateur de la colonisation", e queste grandi forze umane, che abbandonano ogni anno la madrepatria, per recarsi in contrade lontane, vi apportano la loro lingua, le loro abitudini. E al commercio della metropoli si aprono nuovi e larghi sbocchi. Voi vedete come grandissimo sia il commercio dell'Italia con le Repubbliche della Plata, con gli Stati Uniti, con il Brasile, dove grande è il numero degli emigranti, mentre è quasi insignificante quello con il Messico, con il Perù e con il Chile, dove scarso è il numero dei nostri connazionali. E queste grandi forze umane, che, per assai più della metà, ritornano, dopo qualche anno, in patria, riportando una discreta agiatezza, contribuiscono alla diminuzione del pauperismo assai più di ogni legge sociale. E vedete pure da quante vergogne ci ha salvato l'emigrazione! I nomi di Calvello, Laurenzana, Corleto, Viggiano, Marsicovetere in Basilicata, Sora, Picinisco e Villa Latina in Terra di Lavoro, di Nè e Mezzanego in Liguria, di Boccolo di Tarsi, Bardi e Roccabruna nel Piacentino erano in faccia al mondo sinonimo d'infamia. Ogni anno da questi tristi paeselli partivano torme di bambini per lontane regioni, e questi disgraziati da miserabili speculatori erano adibiti in duri mestieri girovaghi. Ogni anno i padri con regolari contratti cedevano a persone ignote i bambini che non potevano mantenere, e che andavano a Parigi, a Vienna o in America a disonorare il nome italiano. A New-York erano venduti giornalmente i bambini d'Italia, e il prezzo dei maschi variava da 100 a 200 dollari e quello delle femmine, specialmente quando erano graziose, da 100 a 500. "Due giovinette che suonavano abilmente in Wall-Street, furono vendute 1600 dollari". I trattamenti che i disgraziati bambini riceveano dai loro padroni erano orribili; i rapporti consolari sono pieni di racconti di sevizie inaudite e di ferocie inconcepibili. Ma da quando il 18 dicembre 1783 la Camera dei deputati volle, colla legge di "Proibizione d'impiego di fanciulli in professioni girovaghi" far finire il triste mercato, dai paesi dove esso avveniva si mosse larga corrente d'emigrazione. E, coloro che non riuscivano a vivere nel proprio paese, non potendo più sbarazzarsi dei propri figlioli, emigrarono insieme ad essi, nella speranza di paesi migliori, dove il salario non suonasse una triste irrisione della miseria. E ora l'emigrazione di questi paesi è grandissima, e annualmente tende ad aumentare…….. Ma oltre che sulle condizioni economiche, l'emigrazione ha una larga influenza sulle condizioni morali degli Stati. In Italia, da quando una larga corrente d'emigrazione si è stabilita, da quando ogni anno parecchie decine di migliaia di contadini abbandonano i propri paeselli, la cifra della delinquenza si è grandemente diminuita. "Dal 1862 al 1870 - osserva su questo argomento il professor Tammeo - vi è stata una sensibile diminuzione nel numero degli omicidi, specie in Basilicata, che da 42,42 calano a 21,10 per ogni 100.000 abitanti. - Guardando queste cifre, noi ci persuadiamo che l'emigrazione, in questa provincia segnatamente, è un bene; poiché la stessa causa, che prima spingeva un individuo all'assassinio, ora lo spinge fuori della patria in lontane contrade". E' la giusta osservazione del prof. Tammeo io l'ho riscontrata poi in quasi tutte le province dove grande è l'emigrazione. Se la delinquenza è soprattutto una dolorosa conseguenza del disquilibrio sociale, se ad alimentarla contribuiscono, oltre che fattori naturali, le condizioni economiche dei popoli, si comprende benissimo, come l'emigrazione debba essere un freno potentissimo. Il numero dei delitti è venuto in Italia man mano diminuendo, come il numero degli emigranti si è accresciuto. Così nelle province di grande emigrazione come Potenza, Salerno, Campobasso, Cuneo, Avellino e Cosenza, l'emigrazione ha grandemente diminuito il numero dei delitti, mentre nelle province, dove essa è insignificante, come nelle Romagne e in Sardegna, in Sicilia e in Toscana, può ben dirsi che dal 1870 la delinquenza non abbia avuto nessuna notevole diminuzione. Così che, tutto sommato, i timori che generalmente si hanno dell'emigrazione, mi sembrano a dirittura infondati. L'Italia non ha avuto da essa economicamente alcun danno; il prezzo delle terre è rimasto inalterato, e se in alcuni punti, per cause estranee all'emigrazione, è diminuito, in alcuni altri, proprio per effetto dell'emigrazione, è aumentato; i salari sono rimasti invariati, se bene, fortunatamente, tendano a rialzarsi, e la delinquenza è venuta rapidamente a decrescere. È stata soltanto l'emigrazione che ci ha salvato dalla miseria e dalla crisi agraria, che ha distrutto la triste necessità della vendita dei bambini addetti a mestieri girovaghi, e che, per alcune province, che la mancanza di ogni ricchezza sociale avea discreditato, è stata in faccia al mondo una vera e propria riabilitazione.

 

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