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26 mar 2010


 


 

BATTAGLIA  DI GAUDO E MATAPAN


Data: 28-29 marzo 1941.
Luogo: Mediterraneo Orientale, tra l'isola di Gaudo e Capo Matapan.
Flotte avversarie: Italiana ed Inglese.
Contesto: Seconda Guerra Mondiale.
Protagonisti:
Ammiraglio di Squadra Angelo Iachino, Comandante della Squadra da Battaglia italiana;
Ammiraglio sir Andrew Cunningham, Comandante in Capo della Mediteranean Fleet;
Ammiraglio di Divisione Carlo Cattaneo, Comandante della 1a divisione di incrociatori pesanti;
Ammiraglio di Divisione Luigi Sansonetti, Comandante della 3a divisione di incrociatori pesanti;
Vice Ammiraglio Henry Pridham-Wippel, Comandante della 3a divisione di incrociatori;
Contrammiraglio Antonio Legnani, Comandante dell'8a divisione di incrociatori leggeri.

La battaglia:

L'Italia entrò in guerra il 10 giugno del 1940, ma solo un mese più tardi - il 9 luglio - la Marina italiana si scontrò con quella britannica, presso Punta Stilo. In quell'occasione la squadra italiana dovette ritirarsi dal combattimento per mancanza di copertura aerea. Il 14 novembre il colpo di mano britannico a Taranto dimezzò la disponibilità di corazzate nella squadra italiana, aprendo così agli inglesi la possibilità di sfruttare la rapida e comoda rotta attraverso il canale di Sicilia per il rifornimento di Malta e dell'Africa settentrionale. Tredici giorni dopo, infine, lo scontro di Capo Teulada si concluse con il disimpegno sia italiano che inglese e non apportò significativi mutamenti al quadro bellico.

Il fatto che la situazione nello scacchiere mediterraneo non riuscisse a sbloccarsi era disapprovato sia dagli alti comandi italiani che da quelli tedeschi. Durante la conferenza di Merano del 13 e 14 febbraio 1941 il Grand'Ammiraglio Erich Raeder, Comandante in Capo della Kriegsmarine, criticò aspramente la mancanza di aggressività della Marina italiana, proprio quando la Germania si apprestava ad inviare l'Afrikakorps in Libia e preparava l'attacco alla Grecia. L'Ammiraglio di Squadra Angelo Iachino propose in seguito che la corazzata Vittorio Veneto, accompagnata da una divisione di incrociatori, uscisse in mare per attaccare il traffico nemico fra la Grecia e Bengasi, occupata dalle truppe del generale Archibald Wavell il 6 febbraio. Gli attacchi aerei tedeschi su questo porto resero presto inservibili le sue strutture, così che gli inglesi deviarono verso altri porti i loro convogli, e il piano di Iachino divenne irrealizzabile. 

Giorni dopo Supermarina - il Comando Supremo della Marina italiana - decise di effettuare una doppia operazione nel Mediterraneo Orientale contro i convogli britannici diretti in Grecia: in collaborazione sia con le forze aeree stanziate nel Dodecaneso che con quelle tedesche basate in Sicilia, si sarebbero dovuti colpire i convogli britannici in navigazione a Nord-Est e a Sud-Ovest di Creta fra il 27 ed il 28 marzo. A questo raid avrebbero preso parte un gruppo costituito dalla 1a divisione di incrociatori pesanti - solamente lo Zara, il Fiume ed il Pola, essendo il Gorizia in cantiere per un'avaria all'apparato motore - comandata dall'Ammiraglio di Squadra Carlo Cattaneo, dall'8a di incrociatori leggeri - il Garibaldi, il Duca degli Abruzzi - comandata dal Contrammiraglio Antonio Legnani, e sei cacciatorpediniere, mentre il secondo gruppo sarebbe stato costituito dalla 3a divisione di incrociatori pesanti - il Trento, il Trieste e il Bolzano - comandata dall'Ammiraglio di Divisione Luigi Sansonetti ed appoggiata dalla Vittorio Veneto e da quattro cacciatorpediniere. La Regia Aeronautica ed il Fliegerkorps X avrebbero garantito la copertura aerea sulle due squadre navali, mentre dal 26 marzo diversi ricognitori avrebbero sorvolato le basi britanniche di Alessandria, di Suda, l'Egeo ed il Mediterraneo Orientale.

Il 23 marzo la Vittorio Veneto giunse a Napoli da La Spezia e rimase alla fonda a nord del molo San Vincenzo fino alla sera del 26. Per definire i dettagli dell'operazione Iachino volle infatti incontrare Cattaneo, giunto a tale scopo da Taranto, base in cui erano dislocati i suoi incrociatori. Benché nutrisse dubbi sull'efficacia della cooperazione aerea italo-tedesca, Iachino accettò con favore il piano stabilito da Supermarina, anche perché ritenne sconveniente sollevare critiche che si sarebbero potute prestare "ad interpretazioni malevole". Il 26 marzo, alle ore 21.00, la Vittorio Veneto, con a bordo l'Ammiraglio Iachino, lasciò il porto di Napoli scortata da quattro cacciatorpediniere e fece rotta verso lo Stretto di Messina. Contemporaneamente l'8a divisione di incrociatori leggeri di Legnani salpò da Taranto insieme ai cacciatorpediniere Da Recco e Pessagno, seguita due ore dopo dalla divisione di Cattaneo e dalla 9a flottiglia di cacciatorpediniere. Alle 5.30 del giorno seguente la 3a divisione di incrociatori pesanti e tre cacciatorpediniere partirono da Messina. Mezz'ora più tardi la Vittorio Veneto attraversò lo stretto, ed i cacciatorpediniere che formavano la sua scorta vennero sostituiti da altri quattro partiti da Messina, per evitare che rimanessero senza carburante proprio nel mezzo dell'operazione, se quest'ultima si fosse protratta oltre i tempi previsti.

I due gruppi, distanziati di 50 miglia, navigarono di conserva fino alle prime ore del pomeriggio con rotta 134°, ossia verso Derna. Si trattava di una rotta ingannevole: se la squadra fosse stata scoperta da sommergibili o ricognitori, l'Ammiragliato britannico avrebbe potuto credere che l'obiettivo della spedizione fosse il litorale libico. Sulla zona persisteva una nebbia bassa e fitta, così che solo due idrovolanti italiani poterono scortare il gruppo.
Alle 12.25 un Sunderland inglese avvistò la squadra italiana, segnalando tre incrociatori ed un cacciatorpediniere 80 miglia ad Est-Sud-Est di Capo Passero con rotta 120°, ossia diretti verso il vero obiettivo. Grazie all'errata valutazione del pilota, anche lo stratagemma di Iachino perse efficacia. Decrittato il messaggio, alle 14.00 i due gruppi accostarono di 16° a destra e si diressero ancora più a Sud. L'idrovolante inglese sorvegliò ancora per qualche tempo la squadra nemica, poi si allontanò indisturbato verso Corinto.

Secondo le informazioni in possesso di Supermarina, due corazzate della Mediterranean Fleet erano state rese inservibili da attacchi aerei tedeschi il 16 marzo, mentre quella stessa mattina sei barchini esplosivi della X MAS avevano gravemente danneggiato nella baia di Suda l'incrociatore pesante York. In realtà solamente l'incrociatore era stato messo fuori combattimento, poiché l'attacco alle corazzate era fallito. Si riteneva inoltre che non vi fossero portaerei disponibili nel Mediterraneo: la Eagle era infatti inutilizzabile, ma l'Illustrious, bombardata il 10 gennaio, era stata rimpiazzata da un'altra portaerei, la Formidable. Venne comunicato a Iachino che la ricognizione prevista su Alessandria era stata annullata per le cattive condizioni climatiche. 

Il 24 marzo velivoli tedeschi avevano però fotografato una squadra da battaglia inglese composta da tre corazzate - la Warspite, la Valiant e la Barham - ed una portaerei - la Formidable - di ritorno da La Valletta: l'informazione venne trasmessa due giorni dopo a Supermarina, ma non venne inspiegabilmente comunicata a Iachino. Anzi, l'Ammiraglio italiano intercettò una trasmissione proveniente da Rodi in cui riferiva che la ricognizione su Alessandria, data per annullata, aveva invece rilevato, alle ore 16.00, tre corazzate e due portaerei alla fonda in quella base.

 La notizia non preoccupò più di tanto Iachino, anche perché dopo la scoperta della squadra italiana da parte del Sunderland le comunicazioni radio inglesi non avevano aumentato né di intensità né di priorità: ipotizzò che due delle navi da battaglia si trovassero in porto per riparazioni, e che le due portaerei fossero la Eagle e l'Illustrious, entrambe inservibili. Ignorava invece che non solo tutte e tre le corazzate erano in piena efficienza, ma che la Formidable era salpata con 13 veivoli da caccia e 14 aerosiluranti mezz'ora prima della ricognizione italiana.

La partenza della Formidable era stata precedentemente pianificata dall'Ammiraglio sir Andrew Cunningham, comandante in Capo della Mediterranean Fleet.
(Nel 1975 risultò che all'epoca dei fatti la Royal Navy era in grado di decifrare gran parte dei messaggi cifrati tedeschi per mezzo della macchina Enigma) Cunningham era riuscito a conoscere la natura della spedizione italiana grazie alle comunicazioni del Corpo Aereo Tedesco stanziato in Sicilia, impiegato nell'operazione. Anzi, l'idrovolante che aveva individuato il gruppo di Cattaneo era stato spedito appositamente su quelle acque dall'Ammiraglio inglese. Cunningham doveva infatti nascondere la natura delle informazioni giuntegli in modo così misterioso - il segreto di Enigma - anche presso i suoi più stretti collaboratori: solo dopo la trasmissione del Sunderland fece approntare la squadra inglese per la partenza, ma si recò subito dopo al campo di golf per una partita, come se avesse voluto trascorrere la notte a terra. Con questo voleva che si notassero le sue intenzioni, e soprattutto che le notasse il console giapponese ad Alessandria, sospettato di essere un informatore dell'Asse. Il console giapponese, vedendo il suo comportamento, non notò nulla di particolare e perciò non segnalò niente a Supermarina. 

Dopo qualche ora l'Ammiraglio si allontanò di nascosto verso il porto, dove l'attendeva la squadra già pronta. Alle 19.00 la formazione uscì da Alessandria col favore delle tenebre: era composta dalle corazzate Warspite, Barham e Valiant, nave ammiraglia, dalla 10a - Stuart, Griffin, Greyhound e Havock - e dalla 14a flottiglia cacciatorpediniere - Jervis Bay, Janus, Nubian e Mohawk. Cunningham aveva ordinato precedentemente di sospendere il traffico britannico da e verso la Grecia, di non aumentare la trasmissione di messaggi radio per non insospettire il nemico e farlo entrare nell'Egeo - dove sarebbe stato intrappolato - e di sorvegliare la squadra italiana finché la luce l'avrebbe permesso. Aveva inoltre messo in allerta tutte le forze aeronavali di cui disponeva nel Mediterraneo Orientale, ed aveva inviato a Suda l'incrociatore antiaereo Carlisle. Infine alle 13.00 era salpata dal Pireo una divisione di incrociatori - l'Orion, l'Ajax, il Perth ed il Gloucester - comandata dal Vice Ammiraglio Henry Pridham-Wippel e scortata dalla 2a flottiglia cacciatorpediniere - Ilex, Hasty, Hereward e Hotspur. I due gruppi avrebbero dovuto incontrarsi 30 miglia a Sud di Gaudo per le 6.30 del mattino seguente.

Alle 19.30 il gruppo di Cattaneo si separò da quello di Iachino, apprestandosi a penetrare nell'Egeo. Due ore e mezza dopo Supermarina comunicò che, a causa della scoperta della squadra, la parte più pericolosa del piano, ossia il raid nell'Egeo, veniva ad essere annullato, e che i due gruppi si sarebbero dovuti riunire e portare a 20 miglia a Sud di Gaudo. Le due formazioni avversarie si erano date appuntamento nel medesimo punto del Mediterraneo!
Alle 6.00 del 28 marzo venne catapultato un idrovolante della Vittorio Veneto per esplorare il tratto di mare a sudest della formazione. Cinque minuti più tardi anche l'aeromobile del Bolzano si levò in aria per esplorare il settore settentrionale. Nello stesso momento la Formidable, che si trovava con il resto della formazione britannica 175 miglia a Sud-Est della squadra italiana, lanciò una pattuglia aerea in avanscoperta. Alle 6.43 il veivolo dell'ammiraglia italiana segnalò la presenza di quattro incrociatori e quattro cacciatorpediniere nemici - le navi di Pridham-Wippel - a 45 miglia dalla formazione di Iachino. L'ammiraglio italiano ritenne si trattasse della scorta di un convoglio nemico, quindi ordinò alla divisione di Sansonetti di aumentare la velocità a 30 nodi e di accostare per 135°, mentre la Vittorio Veneto, presa la stessa direzione, si portava a 28 nodi. Alle 6.33 il ricognitore della corazzata italiana venne avvistato dalle navi del Vice Ammiraglio britannico: inizialmente venne scambiato per un aereo inglese, poi Pridham-Wippel, ignorando la presenza in mare di una squadra nemica, giunse alla conclusione che si trattasse di un veivolo decollato da una base del Dodecaneso, quindi accostò a 200° per tenersi fuori dalla zona di ricognizione italiana. 

Alle 7.40 un aereo della Formidable segnalò la presenza di quattro incrociatori e quattro cacciatorpediniere nemici 35 miglia a Nord-Est della sua formazione, con rotta 230°: stavolta Pridham-Wippel ritenne che, per un errore, fosse stata segnalata la sua divisone. Pochi minuti dopo un altro aereo segnalò quattro incrociatori e sei cacciatorpediniere 14 miglia a Nord-Est delle sue navi. Il messaggio non era stato ancora decifrato quando comparvero all'orizzonte gli incrociatori di Sansonetti. La divisione britannica accostò subito a 124° ed aumentò la velocità per sfuggire ai maggiori calibri italiani - 203 contro 152 millimetri - e per portare il nemico verso il grosso della Mediterranean Fleet, che stava sopraggiungendo da Sud-Est. A soli 22 nodi di velocità, però: alcuni aspiratori della Warspite si erano infatti otturati strusciando contro un bassofondo fangoso durante l'uscita da Alessandria, così la nave aveva rallentato la sua marcia ritardando considerevolmente l'arrivo di Cunningham nei pressi di Gaudo. Nonostante avesse ordine di ritirarsi verso la Vittorio Veneto appena avvistate le navi nemiche, Sansonetti si lanciò all'inseguimento del gruppo di Pridham-Wippel, aumentando la velocità sino a 31 nodi. 

Alle 8.12 la divisione italiana aprì il fuoco, che centrò da subito il Gloucester, costringendolo a zigzagare per non essere colpito. Alle 8.29 anche il Gloucester sparò tre salve, ma il tiro, corto, risultò inefficace. L'inseguimento si dimostrò però inutile, a causa della lieve differenza di velocità fra i due gruppi, così alle 8.50 Sansonetti, temendo di avvicinarsi troppo alle basi nemiche, diede l'ordine di ritirarsi verso l'ammiraglia, che al momento si trovava 60 miglia ad Ovest di Gaudo. Sorprendentemente, anche gli inglesi, invertirono la rotta e cominciarono a seguire la divisione italiana.
Questo comportamento non convinse affatto Iachino, che poco dopo le 9.00 ricevette un messaggio da Rodi, nella quale si comunicava il rilevamento, avvenuto alle 7.45, di una portaerei, due corazzate, nove incrociatori e quattordici cacciatorpediniere, con rotta 165°, presso la zona dello scontro. A causa dell'imprecisione del messaggio l'Ammiraglio comunicò che in realtà era la sua squadra ad essere stata avvistata, per evitare di essere attaccato da veivoli italiani o tedeschi. Le ricognizioni aeree non erano riuscite ad individuare alcun convoglio nemico, ma neppure il grosso della Mediterranean Fleet - che Iachino non sapeva essere diretta verso di lui - così si predispose ad attaccare gli incrociatori inglesi. Alle 10.17 accostò a 150° ed ordinò a Sansonetti di proseguire verso Nord-Ovest per aggirare la formazione di Pridham-Wippel e prenderla in tal modo fra due fuochi. Frattanto i ricognitori inglesi avevano scoperto tutte le unità avversarie, fra le quali erano però erroneamente segnalate tre corazzate. Alle 9.39 Cunningham aveva ordinato agli aerosiluranti della Formidable di levarsi in volo e di attaccare gli incrociatori italiani: se anche solo una nave fosse stata danneggiata e quindi rallentata, le vicinissime corazzate inglesi avrebbero potuto certamente raggiungerla e distruggerla.

Pochi minuti prima delle 11.00 la formazione britannica venne avvistata dalla Vittorio Veneto. Pridham-Wippel comunicò a Cunningham il contatto con una nave imprecisata: si spinse oltre ed alle 10.56 trasmise un segnale di riconoscimento. Per tutta risposta i nove cannoni da 15 pollici della corazzata aprirono il fuoco contro la formazione inglese, distante 12 miglia. Pridham-Wippel ordinò di invertire immediatamente la rotta e di stendere cortine fumogene per coprire la ritirata. L'Orion ed il Gloucester vennero ripetutamente centrati, ma i cacciatorpediniere britannici riuscirono ad occultarli in tempo. Sul punto di essere sopraffatti, Cunningham decise di distaccare la Valiant per dare appoggio alle navi attaccate. Alle 11.00 i sei aerosiluranti Albacore avvistarono la Vittorio Veneto. A bordo delle navi italiane dapprima vennero scambiati per caccia della regia Aeronautica, ma quando cominciarono la manovra di siluramento, si capirono nazionalità ed intenzioni. Gli aerei puntarono la corazzata, che cessò il fuoco dei grossi calibri ed aprì quello antiaereo. 

Quando la prima squadriglia sganciò i suoi ordigni da 2.000 metri di distanza, la grande nave cominciò lentamente l'accostata a dritta: durante la manovra anche la seconda squadriglia lanciò i suoi siluri, dalla direzione opposta. Dopo pochi minuti la nave riuscì ad evitare i sei siluri, ma gli incrociatori nemici erano già fuori tiro. Iachino credette che quei veivoli provenissero dalla vicina Creta, quindi, temendo altri attacchi, alle 11.30 accostò a 300° e ordinò di ripiegare verso Taranto: senza protezione aerea - non si era visto un solo caccia italiano o tedesco fino a quel momento! - riteneva pericoloso rimanere in quelle acque così vicine alle basi inglesi. Infatti mezz'ora più tardi tre aerosiluranti decollati da Maleme, a Creta, attaccarono il Bolzano, che riuscì agilmente ad evitare i pericolosi ordigni. Alle 11.38 il Gloucester comunicò a Pridham-Wippel che il nemico, cessato il fuoco, si stava allontanando. Il Vice Ammiraglio decise di riunirsi alla Mediterranean Fleet, così non mutò rotta ed alle 12.28 l'Orion entrò in contatto con i cacciatorpediniere della Valiant. Cunningham, che desiderava rimanere in contatto con la squadra navale italiana, fece invertire la rotta al gruppo di Pridham-Wippel mandandolo all'inseguimento del nemico.

Nel frattempo la Formidable era uscita di formazione per ricevere gli Albacore lanciati contro la Vittorio Veneto e farne decollare altri tre. Appena terminata l'operazione la portaerei venne attaccata da due aerosiluranti S-79 italiani, avvicinatisi alla nave senza essere notati: i due siluri mancarono l'obiettivo e la nave poté raggiungere indenne il resto della squadra. Alle 14.20 tre bombardieri Blenheim, decollati da Menedi, in Grecia, bombardarono senza risultato la Vittorio Veneto. Mezz'ora dopo altri sei bimotori sganciarono i loro ordigni sulla nave ammiraglia, anche stavolta senza conseguenze. Alle 15.19 un nuovo allarme risuonò sulla Vittorio Veneto: tre bimotori inglesi si dirigevano ad alta quota sulla nave. Mentre tutti i pezzi contraerei erano puntati sui bombardieri, comparvero gli aerosiluranti lanciati dalla Formidable: avvistati poco prima della manovra di siluramento, approfittarono degli istanti di confusione agli apparati per sganciare i loro ordigni. La Vittorio Veneto accostò a dritta con tutta la barra. Due Albacore lanciarono da mille metri circa di distanza; il terzo molto più vicino: quest'ultimo venne abbattuto dalle mitragliere italiane e precipitò in mare, ma il suo sacrificio non fu però vano: alle 15.30 il siluro esplose a poppa della Vittorio Veneto, immobilizzandola. Altri due aerosiluranti Swordfish ed un bombardiere attaccarono la nave, senza però colpirla.

Lo squarcio aperto dal siluro all'altezza dell'elica di sinistra - cinque metri sotto il galleggiante - aveva provocato l'imbarco di oltre 4.000 tonnellate di acqua salata e bloccato i timoni: la nave si trovava alla deriva sotto la minaccia di altri attacchi aerei a 420 miglia da Taranto! Dopo pochi minuti le eliche si rimisero però in moto e la nave poté procedere a 16 nodi. Alle 16.42 il timone venne rimesso in efficienza e mezz'ora dopo la velocità aumentò a 19 nodi. Intanto gli attacchi aerei proseguivano. Alle 15.15 sei Blenheim avevano attaccato lo Zara ed il Garibaldi. Pochi minuti dopo altri quattro veivoli dello stesso tipo avevano bombardato il Trento ed il Bolzano. Alle 17.00 la squadra di Sansonetti venne di nuovo attaccata, ancora da Blenheim, sei stavolta.
Cunningham si trovava in quel momento a 58 miglia dalla formazione italiana, in navigazione con rotta 310° a 22,5 nodi, la massima velocità sviluppabile dalla nave più lenta. Per non perdere il prezioso contatto con la squadra italiana, alle 16.44 aveva distaccato la divisione di Pridham-Wippel perché navigasse a 30 nodi e raggiungesse la Vittorio Veneto: le informazioni fornite dai rilevamenti aerei erano infatti molto imprecise riguardo a posizione e direzione delle navi. Dispose comunque che da Creta decollassero altri ricognitori perché esplorassero la zona a Nord-Ovest della squadra britannica. Ordinò inoltre a tre cacciatorpediniere stanziati al Pireo - Juno, Jaguar e Defender - di salpare e raggiungere il tratto di mare tra Creta e l'isola di Citera. Alle 17.35 dalla Formidable si levarono sei Albacore e due Swordfish, di nuovo all'attacco della Vittorio Veneto, e dieci minuti dopo venne catapultato l'idrovolante della Warspite. 

Il veivolo alle 18.20 avvistò la corazzata, segnalandola a 45 miglia dalla Mediterranean Fleet, a 15 nodi di velocità. Divenne perciò fondamentale per Cunningham sfruttare il residuo periodo di luce poiché, con l'arrivo delle tenebre, la formazione italiana avrebbe certamente accostato scomparendo nella notte. Ordinò alla 10a flottiglia di formare uno schermo di prora alle corazzate ed alla Formidable, mentre la 2a e la 14a, schierate un miglio a dritta ed a sinistra di esso, si predisponevano ad attaccare la Vittorio Veneto, nel caso che la divisione di Pridham-Wippel l'avesse raggiunta. Da parte sua Iachino diede ordine alla 1a ed alla 3a divisione di disporsi simmetricamente in linea di fila a mille metri dalla corazzata con i cacciatorpediniere all'esterno, rispettivamente a dritta ed a sinistra. I cacciatorpediniere di scorta all'ammiraglia vennero posti in coppie mille metri a prua e a poppa della nave. Il Garibaldi ed il Duca degli Abruzzi furono invece avviati verso Brindisi. Con questo schieramento egli intendeva proteggere la corazzata da ulteriori attacchi aerei provenienti dalla Formidable, della cui presenza era venuto finalmente a conoscenza. Continuava però ad ignorare la vicinanza delle corazzate inglesi.

Alle 18.00 la velocità della Vittorio Veneto scese a 15 nodi e mezz'ora più tardi il cacciatorpediniere Alpino avvistò gli aerosiluranti decollati dalla Formidable insieme a due Swordfish provenienti da Maleme, in Grecia. Alle 18.51 il sole tramontò e la formazione italiana mise la prua a ponente. Alle 19.30 l'Alpino segnalò l'estrema vicinanza dei veivoli nemici: Iachino ordinò alla squadra, già impegnata nel fuoco antiaereo, di accostare a 300°. Intanto le navi di scorta stendevano velocemente cortine fumogene e accendevano i proiettori per abbagliare i piloti nemici. In quelle condizioni gli aviatori britannici decisero di non attaccare in formazione ma di agire individualmente: dei dieci siluri lanciati contro la corazzata nessuno riuscì a colpire il bersaglio, ma l'ultimo, sganciato alle 19.45, raggiunse la chiglia dell'incrociatore Pola ed esplose immobilizzando la nave.

Con il siluramento del Pola si concluse lo scontro aeronavale di Gaudo. La squadra italiana era in ritirata con due navi silurate, di cui una completamente in avaria. Di questo Iachino non venne a conoscenza fino alle 20.15, quando il Pola comunicò le sue condizioni a Cattaneo. Iachino dovette allora considerare la situazione prendere rapide decisioni.
Egli ignorava la presenza in mare delle corazzate inglesi: la ricognizione sulla base di Alessandria prevista per quel giorno - fondamentale per l'operazione! - era stata annullata; le molte intercettazioni radiogoniometriche avvenute nel pomeriggio erano state trasmesse a Supermarina con tali imprecisioni che il Comando ritenne inutile comunicarle a Iachino; l'Ammiraglio italiano aveva comunque captato alcune di queste comunicazioni, ma le ritenne anche lui inattendibili; alle 15.04 Supermarina aveva inoltre riferito a Iachino dell'intercettazione radio un'ora prima di una nave nemica a 170 miglia Sud-Est della Vittorio Veneto: l'imprecisa rilevazione - effettuata da grande distanza - invalidò comunque l'attendibilità dell'informazione. 

Attendibilità di cui non poté invece sospettare Iachino, perché alle 16.00 aveva intercettato il messaggio di un aereo tedesco che aveva rilevato, due ore prima, una corazzata nemica con scorta 170 miglia a Est-Sud-Est della Vittorio Veneto. Così pure, poco dopo l'ultimo attacco silurante, Supermarina aveva inviato un altro messaggio nel quale si riferiva dell'intercettazione radio - avvenuta più di due ore prima - di una "unità nemica sede comando complesso" 75 miglia di poppa alla formazione italiana: una squadra nemica nella quale Iachino, in base alle informazioni in suo possesso, ritenne non fossero corazzate, ma solamente siluranti o al massimo gli incrociatori di Pridham-Wippel.
Una nave da battaglia ed una portaerei in navigazione verso Gaudo erano state comunque segnalate dagli S-79 che avevano attaccato la Formidable, ma si credeva fossero troppo lontane per poter raggiungere la Vittorio Veneto, o solamente il Pola, a causa della scarsa velocità sviluppabile delle navi di Cunningham.
Il siluro ricevuto dal Pola aveva provocato diversi morti ed uno squarcio all'altezza delle turbine di sinistra: la nave aveva perciò imbarcato 4.000 tonnellate d'acqua salata e 7 delle 8 turbine erano completamente inutilizzabili. Se l'incrociatore avesse potuto riprendere la navigazione, la sua velocità sarebbe stata certamente ridotta. Comunque si sarebbe potuto prenderlo facilmente a rimorchio, specie da una nave di uguali dimensioni, oppure, dopo aver recuperato il suo equipaggio, affondarlo non appena fossero sopraggiunte complicazioni.

Alle 20.18 Cattaneo comunicò a Iachino l'intenzione di distaccare due cacciatorpediniere in soccorso al Pola. Alle 20.38 l'Ammiraglio ordinò alla 3a divisione di invertire la rotta e di portare aiuto all'incrociatore silurato. Un quarto d'ora dopo Cattaneo riferì che il Pola, colpito al centro, aveva allagati tre compartimenti, l'apparato motore di prora e quattro caldaie: richiedeva pertanto rimorchio. Nel frattempo Iachino aveva accostato a 323°, in modo da disorientare eventuali inseguitori. Alle 20.58 Cattaneo richiese il permesso di invertire la rotta per soccorrere l'incrociatore: la richiesta venne accolta. Alle 21.06 la 1a divisione iniziò l'inversione di rotta insieme alla 9a flottiglia cacciatorpediniere, e qualche minuto più tardi prese rotta 135° riducendo la velocità a 16 nodi. Senza saperlo Cattaneo stava andando incontro alle corazzate inglesi!
Le navi procedettero in linea di fila, con i cacciatorpediniere in poppa, al contrario di quanto prescriveva il regolamento: in navigazione notturna, infatti le navi di scorta dovevano essere poste 4.000 metri a prua, distanziate fra loro 2.000 metri. Soprattutto, né Iachino né Cattaneo sapevano che le navi britanniche, oltre ad essere vicinissime, erano anche dotate di radar ed addestrate al combattimento notturno: proiettori, polveri antifiamma, visori e puntatori notturni erano d'uso nella Royal Navy già da tempo ma, per carenza d'informazione ed errate teorie militari, sconosciuti agli alti comandi italiani.

Alle 20.32 Pridham-Wippel segnalò la presenza di una nave alla deriva a sei miglia dai suoi incrociatori - il Pola - che identificò, nell'oscurità, come la Vittorio Veneto, e si portò a distanza di sicurezza. Alle 20.37 Cunningham diede ordine alla 2a ed alla 4a flottiglia cacciatorpediniere di attaccare con i siluri la corazzata italiana, distante solo 33 miglia: il comandante delle due flottiglie non tenne però in conto l'imprecisione delle rilevazioni su cui si basava l'ordine e le probabili deviazioni della formazione di Iachino, così non riuscì a trovare il bersaglio indicatogli. Alle 21.55 il radar dell'Ajax rilevò tre bersagli 5 miglia a Sud dell'incrociatore: le navi di Cattaneo erano state scoperte, ma Cunningham non ne ricevette comunicazione. Il radar della Valiant alle 22.03 rilevò una nave nove miglia sinistra delle corazzate inglesi, identificata come la Vittorio Veneto: Cunningham ordinò di accostare sulla linea di rilevamento - 240° - e di puntare i grossi calibri su quel bersaglio. Alle 22.23 era appena stato dato l'ordine ai quattro cacciatorpediniere rimasti di intervenire, quando lo Stuart intravide a circa 2 miglia le ombre di diverse navi da guerra: le navi di Cattaneo. 

Anche dal Pola vennero avvistate, e tre minuti dopo l'incrociatore lanciò un razzo di segnalazione. Cunningham ritenne che quelle navi fossero giunte in soccorso alla presunta Vittorio Veneto: le lasciò perciò avvicinare finché non furono a 3.400 metri. 
A quel punto i proiettori dei cacciatorpediniere si accesero e contemporaneamente i grossi calibri delle corazzate aprirono il fuoco: un'autentica tempesta esplosiva si abbatté sulle navi italiane, colte assolutamente di sorpresa. Lo Zara ricevette 4 bordate dalla Warspite, 5 dalla Valiant ed altrettante dalla Barham, per un totale di 104 proietti da 15 pollici - senza contare quelli da 152 mm - che la ridussero in pochi secondi ad un'immensa pira. Sul Fiume arrivarono invece 2 bordate della Valiant ed una dalla Warspite, "solo" 22 colpi. I proietti delle corazzate, pesanti 872 kg e lanciati con alzo zero, arrivavano con la massima forza d'urto possibile e ad un ritmo velocissimo, poiché i pezzi non dovevano essere riportati in posizione di carica dopo il fuoco. Il cannoneggiamento durò solo tre minuti: i due incrociatori italiani vennero praticamente distrutti, ed anche tre cacciatorpediniere furono colpiti.

Lo Zara, che pur continuava a galleggiare, si era bloccato completamente in fiamme ed aveva a bordo molti morti e feriti, soprattutto ustionati. Dopo un tentativo di manovra, il comandante, Capitano di Vascello Corsi, ordinò di fermare le macchine e di affondare la nave, ormai ingovernabile e sbandata di sei gradi a dritta: si prepararono i congegni per l'autodistruzione e vennero aperte le valvole di allagamento. Fatto salire l'equipaggio in coperta, Cattaneo si rivolse ai marinai raccomandando calma e dignitoso contegno nel caso fossero fatti prigionieri, poi ordinò l'abbandono della nave. Poco prima delle 23.00, il cacciatorpediniere Stuart si avvicinò e lanciò contro l'incrociatore quattro siluri, senza però colpirlo. Alle 2.40 del 29 marzo contro la carcassa semiaffondata dello Zara si abbatterono tre siluri lanciati dal cacciatorpediniere Jervis Bay: l'esplosione dei depositi di munizioni fece alzare dalla nave una gigantesca colonna ardente, e pochi minuti dopo l'incrociatore si inabissò. Cattaneo e Corsi perirono nel naufragio.

Subito dopo l'attacco britannico il Fiume si era trovato gravemente sbandato a dritta e con pericolosi incendi a bordo: il Capitano di Vascello Giorgis, comandante dell'incrociatore, diede allora ordine di abbandonare la nave dopo aver urlato gli "evviva" regolamentari. Alle 23.15 la prua del Fiume si alzò sul mare e dopo pochi secondi scomparve per sempre.
In quei minuti era affondato anche l'Alfieri: immobilizzato dai grossi calibri inglesi, alle 23.08 era stato scoperto dallo Stuart, che dovette virare bruscamente per evitare la collisione. Le due navi si scambiarono poche salve d'artiglieria, ma pochi minuti dopo l'Alfieri venne silurato dall'Havock: alle 23.30 il cacciatorpediniere italiano affondò in fiamme, tredici minuti dopo il Carducci. Questa nave, durante il cannoneggiamento, aveva tentato di frapporsi tra le corazzate e gli incrociatori italiani, per tentare di occultarli con cortine fumogene. Ben presto però le salve britanniche gli erano piombate addosso provocando numerosi incendi: temendo l'esplosione delle santabarbare, il comandante aveva dato ordine di aprire i portelli d'allagamento e di abbandonare l'incrociatore, così alle 23.17 la nave si era capovolta ed inabissata. L'Oriani ed il Gioberti avevano tentato di attaccare le navi britanniche, ma, accecati dai proiettori e disorientati dalle cannonate, si erano dovuti ritirare verso Sud, il primo seriamente danneggiato.

Frattanto il Pola aveva assistito impotente al rapido annientamento della squadra di Cattaneo, ma non era stato oggetto di alcun attacco. Il comandante, Capitano di Vascello De Pisa, decise di aprire le valvole di allagamento e di far abbandonare la nave. Molti marinai si erano già gettati in mare: a causa della temperatura dell'acqua, alcuni erano morti assiderati ed altri erano stati ripescati. Poiché l'incrociatore non era stato ancora individuato De Pisa, credendo di poter ancora salvare la nave, aveva ordinato di accendere l'unica caldaia utilizzabile e di richiudere i boccaporti. Alle 23.45 l'Havock scoprì l'inerme Pola, e De Pisa fece riaprire nuovamente le valvole. Alle 3.25 il Jervis Bay si affiancò al Pola e raccolse 22 ufficiali e 236 marinai, poi gli lanciò contro un siluro, imitato subito dopo dal Nubian: alle 4.03 l'incrociatore colò a picco. La battaglia di Matapan era terminata.

Iachino aveva assistito di lontano alla battaglia. Alle 22.30 era stato informato della presenza di grandi bagliori a poppa dell'ammiraglia: preoccupato, inviò un messaggio urgente a Cattaneo chiedendogli se era stato attaccato. Non ricevette risposta. Decise pertanto di non intervenire, con soli tre incrociatori e la Vittorio Veneto silurata. Alle 23.47 comunicò a Supermarina la situazione della squadra e solo un'ora e mezza dopo - evidentemente in stato confusionale - ordinò al Garibaldi e al Duca degli Abruzzi di invertire la rotta per incontrasi con la formazione alle 8.00 a 60 miglia da Capo Colonna, praticamente in Italia. La pesante atmosfera mista di angoscia e stordimento ristette sugli equipaggi fino all'arrivo a Taranto.

La squadra britannica restò nella zona - 50 miglia a Sud-Ovest di Capo Matapan - fino alle 11.00 del mattino, e recuperò 55 ufficiali e 850 marinai italiani. Apparvero quindi aerei tedeschi e Cunningham, temendo per le sue navi, sospese le operazioni di salvataggio, lasciando centinaia di altri marinai in mare. Giunse ad Alessandria il 30 marzo, non senza aver subito numerosi attacchi aerei per tutta la giornata precedente. Subito dopo la partenza aveva inviato un messaggio all'Ammiraglio di Squadra Arturo Riccardi - Capo di Stato Maggiore della Marina - informandolo di quei naufraghi ancora nella zona: Riccardi rispose ringraziando e dicendo che la nave ospedale Gradisca era già partita alle 17.00 del giorno precedente. Arrivò invece il 31 marzo, a causa della scarsa velocità, e riuscì a soccorrere solamente 147 marinai e 13 ufficiali.

In questa battaglia perirono 2.023 marinai italiani: 782 dello Zara, 813 del Fiume, 328 del Pola, 211 dell'Alfieri, 169 del Carducci. Tre invece le vittime britanniche: gli aviatori dell'Albacore abbattuto. Una corazzata venne danneggiata, tre incrociatori da 12.000 tonnellate e due cacciatorpediniere affondati con l'insignificante perdita di un aerosilurante. La Royal Navy, forte di questo trionfo, aumentò il traffico nel Mediterraneo. Appena saputa la notizia di capo Matapan, lo stesso Winston Churchill aveva dichiarato che "la flotta italiana era stracciata". Mussolini, riconoscendo l'errore di aver precedentemente bloccato la costruzione di portaerei - che avrebbero potuto evitare il disastro - ordinò precipitosamente la costruzione dell'Aquila e della Sparviero: navi che non vennero mai completate, e che in molte altre situazioni fecero sentire la loro mancanza. 

Cunningham, l'artefice della vittoria, scrisse nelle sue memorie 
che "Matapan fu una triste storia per gli italiani". 
E lo fu davvero.

a cura di  di Tansini Davide
Bibliografia
La Sierra, Luis de- La guerra navale nel Mediterraneo, Mursia; 
Petacco, Arrigo - Le battaglie navali del Mediterraneo nella 2a G.M. - Mondadori; 
Rocca, Gianni - I disperati, Mondadori;
 
Rocca, Gianni - Fucilate gli ammiragli, Mondadori. 

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