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12 mar 2010




  
 

Gandhi

La dottrina della non violenza

(Grande anima). Pensatore e uomo politico indiano (Porbandar 1869-Nuova Delhi 1948), studiò prima in India, poi a Londra, dove si laureò in giurisprudenza. Al ritorno in India (1891) praticò l'avvocatura e prese contatto con i circoli nazionalisti, ma poi recatosi nell'Africa del Sud decise di dedicarsi alla difesa dei connazionali emigrati. Solidamente ancorato all'humus della cultura induista, ma non disdegnando gli apporti di altre grandi religioni come il cristianesimo e l'islamismo e del pensiero filosofico indiano, Ramakhrisna e Vivekananda, e occidentale (L. Tolstoj, H. Thoreau), Gandhi formulò in questa sua prima attività sociale la dottrina della non-violenza (mutuata dalle Gita) e di un pacifismo venato di spirito anarchico, che gli proveniva dall'influsso di Tolstoj (suo maestro ispiratore, con il quale entrò in corrispondenza dedicandogli la colonia agricola di Phoenix). Gandhi organizzò un partito politico e diede vita al settimanale Indian Opinion, in cui il suo orizzonte politico si allargava e si completava nell'identificazione della "forza della verità" satyagraha con la fedeltà assoluta agli ideali della propria coscienza fino a giungere alla disobbedienza civile (per influenza delle idee di H. Thoreau) entro i limiti della non-violenza. Per ben comprendere il pensiero di Gandhi, che pone a ogni azione umana il limite invalicabile della non-violenza, è necessario precisare che tale precetto non si ferma a una posizione negativa (non essere causa di male agli altri) ma possiede in sé la carica positiva della benevolenza o beneficenza universale e diventa "l'amore puro" comandato dai sacri testi dell'induismo, dai Vangeli e dal Corano. La non-violenza è quindi un imperativo religioso prima che un principio dell'azione politico-sociale e, posta a fondamento della dottrina di Gandhi, costituisce il vero segno di distinzione di quanti assieme a lui credono nella nuova Weltanschauung.

La prigione in Sudafrica e il rientro in India nel 1915

La sua azione a favore dei connazionali oppressi fu tanto animosa che più volte lo portò dietro le sbarre delle prigioni sudafricane, ma ottenne almeno l'abolizione del balzello di tre sterline imposto ai lavoratori indiani senza contratto. Rientrato in India nel 1915, la miseria e l'oppressione politica del suo popolo lo confermarono nell'idea di rifiutare i prodotti della civiltà, predicando il ritorno alle usanze tradizionali dell'India e il ripristino delle attività artigianali in contrapposizione all'umiliante spersonalizzazione della grande industria. Nel contempo Gandhi precisava ulteriormente la sua dottrina morale: l'esercizio della non-violenza doveva accompagnarsi all'intrepidezza, che libera da ogni timore mondano; la vita semplice e modesta del contadino e dell'artigiano esigeva l'umiltà del cuore e la purezza assoluta dei costumi, il disprezzo delle ricchezze e l'accettazione volontaria della povertà in nome della serenità della coscienza. Fedele agli antichi precetti, Gandhi accettò anche la dottrina delle caste, interpretandola come dovere di fedeltà al proprio destino, ma ciò non gli impedì di denunciare l'esclusione dalla vita sociale dei paria come un'"escrescenza maligna" e di dar battaglia contro la crudele usanza dei matrimoni dei minorenni. Quando gli Inglesi confermarono il loro proposito di mantenere il dominio coloniale sull'India, Gandhi si gettò nella sua prima battaglia precipuamente politica e si unì ai nazionalisti (1919) in una campagna di disobbedienza civile, che implicava il non-pagamento delle imposte e il boicottaggio delle merci inglesi. In contrasto con le stesse forze politiche, Gandhi riuscì a risvegliare l'interesse delle masse popolari con la forza d'attrazione che esercitava il suo disprezzo dei beni materiali, il suo spirito di sacrificio e l'impeto della sua religiosità; la sua tesi della non-violenza raccolse la più ampia adesione delle masse dopo che gli atti violenti di alcuni accesi nazionalisti provocarono l'eccidio di Amritsar (379 Indiani uccisi dagli Inglesi). Condannato a sei anni di reclusione nel 1921 dopo una seconda campagna di disobbedienza civile, venne liberato tre anni più tardi per ragioni di salute e fu eletto presidente del Congresso Nazionale Indiano (o Partito del Congresso), che allora guidava la lotta politica contro gli Inglesi.

Dalla marcia del sale (1930) alla morte

Nel 1930 Gandhi diresse la famosa "marcia del sale" per boicottare l'imposta inglese e fu di nuovo imprigionato. Liberato, nel 1931 partecipò alla conferenza di Londra sull'India, chiusasi con un nulla di fatto; la lotta si riacutizzò e Gandhi subì di nuovo varie detenzioni, ma aprì la serie dei suoi "digiuni" per protestare contro il trattamento politico inflitto agli intoccabili. All'inizio della II guerra mondiale ripresero in tutta l'India le attività antibritanniche; davanti alla minaccia dell'avanzata giapponese, il governo inglese aprì un negoziato con i nazionalisti (1942), ma la mancanza di concessioni sostanziali provocò l'irrigidimento del Partito del Congresso e Gandhi diresse l'ultima, grande campagna di disobbedienza civile. Finita la guerra, egli si oppose con pari tenacia alla proposta di smembrare il subcontinente indiano fra India e Pakistan e indisse varie campagne contro le violenze sempre più frequenti fra indù e musulmani. La situazione politica dava ormai come indifferibile l'indipendenza dell'India e la Gran Bretagna vi acconsentiva nell'agosto 1947 costringendo però il Partito del Congresso ad accettare la spartizione del subcontinente fra India e Pakistan. Gandhi vedeva compiuto il suo sogno di un'India libera e indipendente, ma il 30 gennaio dell'anno successivo veniva assassinato da un indù ortodosso. Gandhi aveva giustificato il suo patriottismo affermando che la religione comanda la dedizione per i più vicini, ma il suo messaggio morale apriva orizzonti ben più vasti e preconizzava un nuovo umanesimo, dove l'atto politico s'identifica con l'atto religioso. Per tutti gli uomini Gandhi ha affidato il suo messaggio alla celebre Story of my Experiments with Truth (1927; Storia delle mie esperienze con la Verità).

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