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13 mar 2010


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Il celibato dei sospetti

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Anche in Germania, come negli Usa e in altri Paesi europei, i vescovi cattolici hanno obiettato sullo smantellamento dello stato sociale. A una Merkel intenzionata a svendere il welfare per i trenta denari versati dai liberali all’attuale coalizione di governo, i vescovi hanno ricordato il significato che la dizione “cristiano-sociali” ha sempre rappresentato per l’identità e le politiche del partito in nome del quale è stata eletta. A stretto giro di posta è arrivata la risposta dei “liberali” tedeschi: la Chiesa farebbe meglio a occuparsi dei problemi al suo interno. E quale problema mediaticamente parlando, è più spendibile delle intemperanze sessuali del clero? Circola per il mondo un manipolo di avvocati anglosassoni specializzati nella bisogna, e il loro sbarco in Italia è già programmato per i prossimi mesi. Probabile quindi che dopo quella irlandese, tedesca, austriaca e olandese, avremo diritto a una puntata italiana sui luoghi comuni dell’ormai poco originale dibattito su ciò che la Chiesa è, e su ciò che dovrebbe fare. In questi giorni già si leggono argomentazioni tese a dimostrare come gli atti di pedofilia clericali sarebbero ricollegabili al celibato dei preti, ad una indotta regressione sessuale risalente alla formazione impartita nei seminari minori (praticamente scomparsi da quarant’anni), secondo un modello imposto dal concilio di Trento, nella seconda metà del millecinquecento.

In realtà, il celibato esiste dal 306, dal Concilio di Elvira (nome di Granada nella Hispania romana), nella Chiesa d’Occidente è diventata regola indiscussa già nel IV secolo, quando Agostino suggerì l’adozione della disciplina monastica a tutti i suoi preti. Ha dato prova di poter garantire una struttura psichica che favorisce l’indipendenza e la disponibilità esistenziale, e continua a rappresentare uno dei carismi che la Chiesa Cattolica testimonia nel cristianesimo globale. E anche nel sacerdozio celibe, gli uomini sani non hanno mai conosciuto lo sviluppo di attrazioni erotiche nei confronti dei bambini come risultato dell’astinenza.

Negli oltre ottanta casi di abusi denunciati nella diocesi di Boston, la prima circoscrizione cattolica ad essere arrivata sui media in odore di pedofilia diffusa, solo quattro sono stati riconosciuti colpevoli. In Irlanda, le due commissioni governative che hanno investigato sui circa 2800 casi denunciati, ne hanno considerati fondati solo il 10 %. Ciò vuol dire che il 90% delle accuse, benché fortemente mediatizzate, erano false. C’è una latente, oscura vena fascista in questo accanito tentativo di voler esorcizzare in salsa clericale un problema, quello dell’uso e dell’abuso dei bambini, che a livello globale è beceramente strutturato in ogni categoria professionale e abbraccia la pedofilia così come la pornografia, il turismo sessuale, la prostituzione, lo sfruttamento del lavoro minorile, la mendicità schiavistica. Non per nulla ieri Padre Federico Lombardi ha ricordato che: «In Austria, in uno stesso periodo di tempo, i casi accertati in istituzioni riconducibili alla Chiesa sono stati 17, mentre ve ne sono stati 510 in altri ambienti. È bene preoccuparsi anche di questi».

Si può notare come l’ondata europea di massmediatizzazione degli abusi cattolici avvenga in un contesto ambiguo. Da un lato, è ormai certo che Benedetto XVI ha dispiegato sulla materia una fermezza disciplinare che non lascia dubbi né dentro né fuori la Chiesa, dall’altro la virulenza degli attacchi anticattolici risultano enfatizzati dall’immagine di isolamento del Pontefice, dovuta verosimilmente a una macchina curiale e amministrativa che non appare a lui fedele e che viene descritta all’opinione pubblica come da lui non controllata. Nella pubblicistica ecclesiologica e canonistica d’Oltralpe è dalla fine degli anni Settanta che ci si chiede (famoso il saggio che aveva significativamente il titolo L’Eglise à l’heure du management, La Chiesa all’epoca del management) se il cattolicesimo abbia ancora bisogno di una curia che occupa circa 2800 persone, impermeabile ai volenterosi tentativi fatti da Paolo VI e Giovanni Paolo II per renderla ecclesialmente compatibile con la Chiesa reale, capace (come dimostrano le vicende di certi “gentiluomini” del Papa) solo di internazionalizzare gli atavici privilegi e vizi. Nell’editoriale del settembre 1997 l’allora direttore di Jesus, (mensile dei Paolini), fece rimbalzare in Italia una proposta molto seria avanzata da alcuni vescovi statunitensi: abolire la curia senza ulteriori indugi. Allora, il direttore perse il posto. Ora se il suo sogno si avverasse, a battere le mani sarebbe, probabilmente, la Chiesa intera.

ARTICOLO DI DON FILIPPO DI GIACOMO

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