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7 mar 2010


Partecipiamo.it

  

Susanna Franceschi

  

 

  

Cultura patriarcale e pari opportunità

  

  

Sono nata nel 1952, quindi appartengo a quella generazione di donne che ha cavalcato la tigre del passaggio tra una cultura patriarcale ed indiscutibilmente maschilista e la nuova cultura delle "pari opportunità".

Non è stata una tigre facile, né da cavalcare né da domare: è stata necessaria una grande costanza ed una determinazione condivisa verso idee ed ideali comuni.

Oggi anno 2009, a distanza di quasi 40 anni vivo in un paese della comunità europea, l'Italia, in cui è presente una delle legislazioni più precise e favorevoli alla parità legale tra i due sessi.

Oggi anno 2009 leggi come quella sul divorzio, l'interruzione di gravidanza, la parità salariale, l'uguale accesso ai posti di lavoro, la parità salariale, leggi sulle molestie fino alla violenza carnale riconosciuta come delitto contro la persona, sembrano sempre esistite.

Ma non è stato sempre così e le donne della mia generazione sanno cosa sono costate a livello politico e personale.

Una situazione perfetta quindi, della quale dovrei rallegrarmi. Non è così: mi guardo intorno, leggo giornali, ascolto news sui media e mi dico che qualcosa non ha funzionato.

Cosa doveva essere l'emancipazione, e cosa è stata, dove doveva condurre quel sogno e dove ha invece condotto se nelle donne non c'è stato quel salto di qualità da farle considerare, non tanto dagli uomini, ma da se stesse persone?

Osserviamo solo false proposte di emancipazione e parità e gli esempi più evidenti e popolari sono quei bellissimi corpi esposti in quello che io definisco il Burka della nudità.

Oppure al contrario donne e ragazze affermate ed intelligenti che hanno come scopo primario il riconoscimento nella proposta e nell'ipotesi di un matrimonio.

Ed allora, scusate la ripetizione: cosa non ha funzionato?

Io credo che il problema vada affrontato esaminando due vettori: il primo il concetto culturale e semantico di potere, il secondo, forse più determinante nel contesto di connotazione biologica.

Sin dall'inizio del movimento femminista le donne rivendicavano la condivisione del potere: ma cos'è innanzi tutto il potere?

Esiste un potere politico e sociale che è l'affermazione di un individuo all'esterno, la coscienza e l'arroganza a volte, della supremazia di uno su molti.

E questo è il potere "Vir" il potere del cacciatore di Neanderthal, l'agredior testosteronico che fa dei maschi soggetti proiettati all'esterno della caverna.

E c'è il potere del controllo di sé e delle proprie emozioni, il potere dell'introspezione e della conoscenza delle sfumature, il potere della conoscenza della vita che è il potere auspicato dalla psicoanalisi e dalle filosofie orientali

Il potere dello ying e il potere dello yang: ma quale potere interessava ora ed all'inizio del femminismo, le donne?

Interessava senz'altro quel potere di modello maschile che proiettato all'esterno porta a valutare come fondamentale l'affermazione dell'io sociale.

Ma questo non ha nulla a che vedere con il bios vitale del femminino.

Per fare un esempio banale e senz'altro riduttivo rispetto al problema: gli uomini hanno il comportamento regolato da un solo predominante ormone: il testosterone, il comportamento femminile si modula sulla ciclicità di almeno quattro ormoni, tre dei quali preposti all'orientamento verso l'accudimento, il maternage, la riflessione introspettiva, il sostegno e la capacità più che di azione (testoteronica) di analisi.

Ecco cosa non ha funzionato.

Le donne non sono riuscite a imporre come dominante la loro percezione e la loro capacità di adattamento e lettura della realtà, ma hanno mirato ad emulare solo ed esclusivamente modelli maschili.

E' chiaro quindi come la cultura maschile, anziché indebolirsi nel corso del processo di emancipazione femminile, si sia venuta a rafforzare, perché le donne in un messaggio nemmeno troppo inconscio, la ipervalutavano facendo loro sminuendo e annullando tutto ciò che invece nella millenaria cultura femminile doveva essere non solo difeso, ma imposto come valore culturale.

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

 

 

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